"Non tutti lo sanno, ma i filosofi non nascono esclusivamente nelle aule delle università, nei caffè letterari o dentro biblioteche polverose. Alcuni nascono semplicemente con quattro zampe, un naso umido e una pazienza infinita nei confronti degli esseri umani.
Gli uomini amano credere fermamente di essere le creature più riflessive del pianeta. Passano ore intere a fissare il vuoto, convinti di star meditando sui grandi massimi sistemi dell’esistenza, quando in realtà stanno soltanto cercando disperatamente di ricordare dove abbiano lasciato le chiavi di casa.
I cani, al contrario, pensano sul serio. Pensano costantemente mentre osservano il mondo dal bordo di una cuccia, mentre ascoltano i rumori della casa e mentre studiano i bizzarri comportamenti del loro branco umano con la calma serafica di un vecchio saggio orientale.
È un fatto poco noto, ma i cani hanno sviluppato una filosofia tutta loro: una filosofia fatta di silenzi complici, di sguardi d'intesa, di lunghe attese, di intuizioni improvvise. Una filosofia profonda che non ha alcun bisogno di parole, perché si esprime in precisi scodinzolii, sospiri teatrali e in quell’arte misteriosa di capire tutto prima ancora che qualcuno provi a dire qualcosa.
Nella famiglia Winston, questa verità era particolarmente evidente. Tra le mura della loro caotica abitazione, infatti, viveva un cane che osservava ogni singola dinamica con un’intelligenza che sfiorava la più pura ironia.
Un cane che sembrava sapere sempre un po’ più degli altri. Un cane che, se avesse posseduto il dono della parola, avrebbe probabilmente corretto gli umani con la stessa identica pazienza con cui un maestro elementare corregge i suoi allievi più distratti.
Ma questa è un’altra storia. E sta per cominciare."
"IL FILOSOFO IN CASA WINSTON"
La gabbia dorata di casa Winston
La famiglia Winston era una di quelle tipiche famiglie inglesi che sembrano uscite direttamente dalle pagine di un romanzo d'altri tempi: abitudini impeccabili, un senso dell’ordine che sfiorava il cerimoniale liturgico e un’eleganza naturale che si respirava in ogni singola stanza della loro dimora.
Il padre, Charles Winston, era un uomo alto e dinoccolato, sulla quarantina, con i capelli sempre pettinati così bene da sembrare laccati anche quando non lo erano affatto. Indossava quasi esclusivamente completi in tweed, parlava con un accento british talmente perfetto da risultare aristocratico e considerava la puntualità non una semplice cortesia, ma una rigida virtù morale. Quando camminava per i corridoi di casa, sembrava perennemente diretto a una riunione d’affari della massima importanza, anche se in realtà stava solo andando in cucina a prepararsi un tè.
La madre, Margaret, trentasette anni, era la dolcezza fatta persona. Alta, elegante, con lunghi capelli biondo‑ramati e una costellazione di lentiggini che le illuminavano il viso, possedeva una grazia innata che la rendeva bella senza il minimo sforzo. Sosteneva fermamente che i colori caldi avessero il difetto di invecchiarla, motivo per cui il suo guardaroba era rigorosamente declinato in toni freddi: azzurri, verdi salvia e grigi perlacei. Aveva una voce morbida e flautata, capace di calmare le ansie di chiunque… tranne forse quelle provocate dai suoi stessi figli.
Il primogenito, Francis, sedici anni, era l’autentico snob della famiglia. Biondo, con un ciuffo ribelle studiato al millimetro davanti allo specchio, vestiva quasi sempre con maglioni blu e camicie royal impeccabili. Si cambiava le mutande tre volte al giorno “per pure ragioni di igiene”, studiava con una disciplina che definire militare era poco e giocava a golf imitando lo stile del defunto nonno Arthur, il quale non c’era più ma continuava a vivere nei racconti di famiglia. A scuola era il classico secchione della prima fila, quello che alzava la mano per rispondere prima ancora che il professore avesse terminato la domanda. Sognava un futuro in politica, e in casa nessuno possedeva il coraggio di contraddirlo.
La secondogenita, Jennifer, quattordici anni, era la fotocopia genetica della madre: capelli rossi, lentiggini e una lunga coda di cavallo che ondeggiava a destra e a manca come un metronomo del buon comportamento. Era letteralmente ossessionata dall’ordine e dall’educazione formale: secondo lei tutti nel raggio di tre chilometri dovevano essere puliti, composti e impeccabili. La madre e la nonna erano disperate per la sua mania compulsiva di correggere la postura e il linguaggio di chiunque le capitasse a tiro. Vestiva in modo moderno, ma sempre con un inconfondibile tocco british, prediligendo il verde smeraldo e il rosa scuro. Aveva il bizzarro vizio di comprare cappottini eleganti per il cane… capi d'abbigliamento che il quadrupede provvedeva a distruggere nel giro di tre minuti netti.
Il terzo figlio, Arthur, nove anni, era l’esatto opposto dei fratelli maggiori. Una vera e propria piccola peste con una zazzera di capelli ricci a metà tra il biondo e il rosso, efelidi sparse ovunque e un’energia che sembrava totalmente inesauribile. Vestiva rigorosamente a casaccio abbinando colori improponibili, odiava lavarsi, si rifiutava di cambiarsi i vestiti e considerava la matematica come un’invenzione crudele dei servizi segreti per torturare i bambini. Eppure, a scuola era bravissimo. Molto bravo. Solo che non applicava il suo genio ai numeri. Amava la filosofia — anche se i genitori erano convinti che il suo fosse solo caos mentale — ed era stato proprio lui a scegliere il nome per il cane di casa. Il sabato giocava a rugby con una squadra locale di juniores, e tornava sempre a casa interamente ricoperto di fango e felicità.
Il più piccolo, Robert, cinque anni, era a tutti gli effetti il gemello biologico del cane: stessa età, stessi colori biondi e medesima dolcezza d'animo. Biondo, attento e ubbidiente, aveva un carattere talmente pacifico da renderlo il preferito di tutti i componenti della casa. In camera sua passava le ore a disegnare astronavi, pianeti sconosciuti e razzi intergalattici, ripetendo a tutti che da grande sarebbe diventato un astronauta. La famiglia, vedendo la sua delicatezza, era invece convinta che sarebbe diventato un professore di lettere o di disegno, perché mostrava un cuore decisamente troppo gentile per i pericoli dello spazio profondo.
E infine c’era lei, la nonna, Mistress Elizabeth, così soprannominata da tutti perché somigliava vagamente alla compianta regina Elisabetta II. Una signora di un'eleganza regale, amante del tè delle cinque, dei biscotti al burro e delle buone maniere d'altri tempi. Ufficialmente, la sera dichiarava di recarsi alle sobrie riunioni spirituali di padre Reymond presso la casa delle suore di Santa Rose. Ufficiosamente, invece… saliva a bordo di un'utilitaria per andare a ballare la scatenata musica disco degli anni ’80 insieme alle sue amiche coetanee. Ma questo era un segreto che la nonna custodiva con la stessa identica, feroce serietà con cui proteggeva le sue preziose tazze di porcellana di Sèvres.
Questa era la famiglia Winston. Un mondo apparentemente ordinato ed elegante, ma sotto la superficie decisamente eccentrico. Un mondo che stava per essere osservato da due occhi molto più attenti e ironici di quanto ognuno di loro potesse mai lontanamente immaginare.
La mattina dei Winston (e i segreti della nonna)
La mattina, nella caotica casa Winston, non iniziava mai sul serio finché Socrates non aveva terminato la sua personale, raffinata colazione in veranda. Era un rituale sacro, tutto suo: seduto comodamente sul grande cuscino ricamato a maglia fatto a mano da nonna Elizabeth, masticava con studiata lentezza l’ultimo biscotto della giornata mentre osservava il giardino primaverile, inondato da una luce tiepida e dal profumo dei fiori appena sbocciati.
La prima a raggiungerlo sul trono era sempre lei, Mistress Elizabeth, la quale avanzava con passo elegante e una tazza di pregiato tè fumante tra le mani. Si accomodava sulla poltrona di vimini accanto a lui, gli accarezzava la testa con un gesto lento, affettuoso, e in quel preciso istante il cane pensava tra sé:
“Finalmente, nonna Lili è arrivata…”
Socrates non rispondeva alla gentile vecchietta, ovviamente, ma inclinava appena la testa di sbieco, come se stesse telegrafando un messaggio chiarissimo:
“Una carezza per cominciare la giornata è il minimo… e poi, se vuoi, sul tavolo ci sono anche tre biscotti. Anzi, cinque sarebbe decisamente meglio, ma oggi non facciamo i difficili con la servitù umana”.
La quiete, purtroppo, durava pochissimo. I primi a uscire di casa per prendere l'autobus scolastico erano Jennifer e Arthur, perennemente impegnati a litigare su qualsiasi cosa. Lei impeccabile nella divisa stirata, lui deliziosamente spettinato. Lei indignata per il decoro, lui offeso nell'orgoglio.
Socrates li osservava dall’alto con la calma serafica di un vecchio saggio orientale, continuando a sgranocchiare. Fu esattamente in quel momento che, nella sua mente canina, sembrò passare una sequenza di pensieri molto lucida:
“Oh, meno mal... finalmente Jenny si è scordata di mettermi quel ridicolo fiocco rosa sul collo… No, oddio, non ci credo, sta tornando indietro… No, aspetta, le è caduto qualcosa dalla borsa… No, si volta di nuovo… Ma cosa urla adesso? Ah, sta chiamando Francis… tanto quel vanesio è ancora davanti allo specchio a mettersi tre chili di gel ai capelli, oggi va al college in macchina con papà…”
Jennifer, infatti, scese al volo dai gradini dell’autobus, urlò qualcosa di incomprensibile verso le finestre di casa, poi risalì di corsa mentre Arthur, già comodamente seduto sul sedile, le faceva delle boccacce colossali dal finestrino. Tutti gli altri bambini a bordo ridevano come matti. Jennifer no, era furiosa. Socrates sì, rideva dentro di sé con aristocratica ironia.
Poco dopo faceva la sua apparizione Margaret, splendida e perfetta nel suo abito color verde acqua, trascinando letteralmente per la mano il piccolo Robert, il quale invece di guardare dove metteva i piedi sui gradini continuava a osservare incantato il volo degli uccellini nel cielo.
«Per l’amor di Dio, Robby, guarda dove cammini! Le oche del laghetto le guardi dopo dal finestrino, quando saremo in macchina! Dai un bacio veloce alla nonna e muoviamoci, che oggi ho la prova dell'abito per il matrimonio di Stephany!»
Robert mandava un bacio volante alla nonna e poi saltava felice a bordo della cabriolet blu della madre. Un secondo dopo, la vettura era già sparita oltre il vialetto di ghiaia.
Mistress Elizabeth lasciava andare un profondo sospiro, sorseggiava il suo tè e, quasi senza guardarlo, allungava a Socrates un altro biscotto "Mr Chops." Lui lo afferrava al volo con finta indifferenza, come se si trattasse di un mero atto dovuto per la sua consulenza filosofica.
Infine, uscivano di casa Charles e Francis, identici in tutto e per tutto come due versioni della medesima statua di gesso: una solo più alta, l’altra più giovane. Il tweed d'ordinanza contro il severo college style. La serietà paterna contro l'arroganza giovanile. Parlavano di politica. Sempre e solo di politica. Mai una volta che affrontassero la filosofia. Socrates, annoiato a morte, sbadigliava vistosamente.
«Mi raccomando, Socrates, fai il bravo ragazzo e prenditi cura della nonna oggi» disse Charles, chinandosi un istante verso di lui prima di salire in auto.
Se Socrates avesse posseduto il dono della parola, avrebbe prontamente risposto:
“La frase grammaticalmente e logicamente corretta sarebbe: ‘Mamma Lili, fai la brava con Socrates. Non dargli troppi zuccheri. E ricordati soprattutto che lui pranza alle 12, non alle 9, alle 10 e alle 11 di mattina per noia. Ma va bene così, andate pure”.
Quando anche la loro auto scomparve oltre l'imponente cancello di ferro, la villa tornò finalmente a godere di un silenzio paradisiaco. Socrates e Mistress Elizabeth si guardarono fisso per un momento, negli occhi la complicità tipica di due vecchi compagni di scorribande.
Poi la nonna si alzò dalla poltrona di vimini, si stirò energicamente la schiena e disse con un sorriso decisamente malizioso: «Allora, Socrates, che ne diresti se andassimo a fare due salti di danza nella veranda sul retro? Metto su The Final Countdown degli Europe sul vecchio giradischi e ci divertiamo un po’ come ai vecchi tempi!».
Socrates si alzò dal cuscino e la seguì a passo lento, fiero e dignitoso. Era esattamente in questo modo che iniziavano le sue faticose giornate. E, tutto sommato, valutando le alternative, gli andava decisamente bene così.
Molto meglio assecondarla e ballare il rock con la nonna piuttosto che ritrovarla — come accaduto l’ultima volta — addormentata di sasso sul divano del salotto insieme alla sua amica Miss Julia, con la torta nuziale lasciata a metà, il tè ormai ghiacciato e ben tre bottiglie di estratto di mirtillo speciale completamente svuotate sul tappeto.
Elizabeth stava già ondeggiando i fianchi sulle prime note elettriche della tastiera. Socrates lasciò andare un lungo sospiro canino, e poi la raggiunse al centro della pista.
“Che mi tocca fare nella vita per tenerla lontana dal vizio del mirtillo…”
La notte di Socrate (e il segreto di Swindon)
La casa dei Winston, di notte, si trasformava in un luogo straordinariamente silenzioso e ordinato, come se ogni singola stanza lasciasse andare un profondo sospiro di sollievo dopo il caos della giornata.
Tutti dormivano profondamente: Charles con il suo respiro regolare e impeccabile; Margaret con la mano morbidamente adagiata sul cuscino; Francis con la mascherina di seta sugli occhi per non rovinarsi il ciuffo ribelle durante il sonno; Jennifer perfettamente composta nel letto come una statua di marmo; Arthur mezzo storto tra le coperte e pieno di graffi freschi rimediati al rugby; il piccolo Robert strettamente abbracciato al suo peluche a forma di astronauta; e infine la nonna Elizabeth che russava piano, emettendo un suono simile a quello di una teiera di porcellana che borbotta sul fuoco.
Socrates no. O meglio: un occhio lo teneva chiuso, l’altro rigorosamente aperto. Faceva come tutti quei cani che hanno saputo imparare a vivere comodamente tra gli esseri umani, ma non hanno mai dimenticato del tutto il richiamo del bosco selvaggio.
Era sdraiato nella sua confortevole cuccia di legno imbottita, posizionata in veranda, dove il clima primaverile di quella notte appariva semplicemente perfetto: tiepido, profumato, pieno di fiori colorati che ondeggiavano piano nell’oscurità del giardino.
La luna piena illuminava l'intera proprietà e lui, con la calma aristocratica di chi ha visto passare molte cose nella vita, lasciò che un vecchio ricordo tornasse dolcemente a galla.
Era il mese di maggio di tanti anni prima. Il celebre festival dei fiori a Swindon.
Tutta la cittadina, quel giorno, si era riversata in massa sulle verdi colline del North Wessex per consumare picnic sull'erba, partecipare a gare botaniche e fare lunghe passeggiate tra i prati fioriti.
La prozia Beatrice Winston aveva appena conquistato con orgoglio il secondo premio per le sue rose rampicanti, e per festeggiare il traguardo aveva invitato l’intera famiglia nella sua piccola e graziosa villa in stile vittoriano situata nei pressi del laghetto.
Margaret spingeva lentamente la culla portatile con il neonato Robert, mentre Jennifer e Arthur correvano parecchi metri più avanti, impegnati a litigare come al loro solito. Fu esattamente in quel momento che i due bambini si bloccarono di colpo sul sentiero.
Un guaito. Debole, soffocato, proveniente da un punto vicino alla collinetta, proprio sotto la chioma di un grande albero.
«Papààà!» chiamarono all'unisono i ragazzi.
Charles li raggiunse a passo svelto e, insieme, si avvicinarono con cautela verso il cespuglio da cui proveniva quel suono lamentoso. Tra l’erba fresca c’era un fagotto abbandonato. Un piccolo involucro di stoffa grezza.
Charles si chinò sul prato, sollevò il fagotto con cura e lo aprì davanti ai figli.
Al suo interno si nascondeva un cucciolo minuscolo, tremante per la paura e con gli occhi ancora appena aperti sul mondo. Non si riusciva minimamente a comprendere di quale razza fosse: appariva come un bizzarro ma adorabile miscuglio di lupo selvatico, nuvola di pelo e puro mistero.
Charles esitò per qualche istante, visibilmente indeciso sul da farsi. Portarlo subito a casa? Portarlo d'urgenza dal veterinario del paese? Alla fine scelse per entrambe le cose.
Arthur lo fissò dal basso con quegli occhi decisi che non accettavano mai un no come risposta: «Ti prego, papà, teniamolo con noi!». E così fecero.
Il veterinario locale, il dottor Darren, li accolse nel suo studio con la consueta aria professionale. Visitò la bestiolina e disse: «Lo terrò qui in clinica per una settimana in osservazione, giusto per massima sicurezza. È un maschietto in salute. Sganciatemi un dettaglio, se decidete ufficialmente di adottarlo… come avete intenzione di chiamarlo?».
Charles aprì prontamente la bocca per proporre il nome “James” — d'altronde la sua viscerale passione per l'agente 007 era nota a tutta la contea —, ma Arthur lo anticipò sul tempo, mostrando la sicurezza tipica di quei bambini che sanno sempre molto più di quanto dovrebbero.
«Si chiamerà Socrates».
Charles e il dottor Darren si guardarono all'istante negli occhi, come due uomini che avessero appena scoperto per puro caso un incredibile segreto cosmico.
E così, mentre il resto della famiglia Winston raggiungeva finalmente la villa di zia Beatrice per consumare la merenda a base di pasticcini, il cucciolo rimase in clinica al caldo, battezzato con un nome importante che avrebbe portato con fierezza per tutta la vita.
Sulla veranda della villa, sotto la luce argentea della luna, Socrates sbadigliò vistosamente. Quel dolce ricordo d'infanzia svanì lentamente nella sua mente, come una pagina di un buon libro che si chiude prima di prendere sonno.
“Ecco come mi trovarono quei matti…” sembrava sussurrare il suo muso, mentre il sonno lo avvolgeva completamente. Una notte stellata, silenziosa, tranquilla. Semplicemente perfetta.
I gemelli filosofi (e i ricami della nonna)
Negli anni successivi a quel rocambolesco ritrovamento sulle colline di Swindon, Socrates e il piccolo Robert crebbero praticamente in simbiosi. Avevano esattamente la stessa età, lo stesso identico colore di capelli — o di pelo, a seconda dei punti di vista — e la medesima espressione dolce, rilassata e un po’ assorta. Per questa incredibile somiglianza, tra le mura di casa, tutti finirono ben presto per ribattezzarli “i gemelli”.
All'età di tre anni erano ormai del tutto inseparabili. Robert camminava per i corridoi? Socrates lo seguiva come un'ombra. Robert rideva per un cartone animato? Socrates scodinzolava felice. Robert inciampava sul tappeto e cadeva rovinosamente? Socrates si sdraiava immediatamente accanto a lui sul pavimento, con un'espressione solidale, come a voler dire: “Massima solidarietà, fratello, capita anche ai migliori”.
Nonna Elizabeth, fermamente convinta che l'unione tra i due fosse l'evidente frutto di un disegno divino superiore, si era fatta prendere da una foga compulsiva per il lavoro a maglia: aveva confezionato ben diciotto copertine e sciarpe perfettamente identiche.
Nove per Robert, nove per Socrates. E ogni volta che li costringeva a vestirsi uguali per il tè del pomeriggio, lasciava andare un profondo sospiro di felicità, manco stesse preparando due giovani principi per un importante ballo alla corte reale.
Il padre Charles, in tutto questo, non poteva minimamente intervenire per arginare la pazzia generale: si era infatti fratturato una gamba cadendo rovinosamente da una scala nel disperato tentativo di fissare al muro una mensola del salotto “alla maniera inglese”.
Di conseguenza, era costretto a rimanere confinato a casa per tre lunghi mesi, immobile sulla poltrona, con il giornale finanziario in mano e la pazienza ridotta a zero.
La madre Margaret manteneva la sua consueta dolcezza, ma era letteralmente oberata di lavoro: doveva gestire la casa, i figli, i colloqui a scuola, la nuova domestica — la quale non afferrava la sottile differenza concettuale tra il verbo “spolverare” e l'azione di “riorganizzare completamente l’ordine alfabetico della libreria paterna” — e le visite continue della nonna, che si presentava alla porta con sciarpe nuove di zecca ogni due giorni.
Francis, dal canto suo, non aveva tempo da perdere con i comuni mortali: doveva prepararsi intensamente per il severo esame di ammissione al prestigioso college. Passava le sue intere giornate sbarrato a chiave in camera, provando e riprovando solenni discorsi politici davanti allo specchio e ignorando superbamente il cane, i fratelli minori e persino il padre ingessato.
Jennifer e Arthur, intanto, continuavano a litigare come due gladiatori: lei in nome dell’ordine assoluto, lui per il diritto al disordine creativo. Lei per la pulizia millimetrica, lui per il fango del rugby. Lei per la disciplina prussiana, lui per la sacra libertà. Un equilibrio domestico perfetto, insomma.
In mezzo a questo meraviglioso caos quotidiano, Robert e Socrates vivevano felici nel loro mondo parallelo. Socrates era intimamente convinto — ma convinto sul serio — di essere il fratello gemello di Robert. Dopotutto, analizzando i fatti con rigore scientifico:
Per quale assurdo motivo logico non avrebbero dovuto considerarsi gemelli?
Quando compirono cinque anni, la famiglia decise di organizzare una festa di compleanno unica per entrambi. Furono preparate due torte distinte: una al cioccolato per Robert, e una speciale a base di carne e glassa di fegato per Socrate. Ovviamente, non potevano mancare due ridicoli cappellini con il pon-pon fatti all’uncinetto, creati con immenso amore da nonna Lili per i suoi adorati gemelli.
Robert e Socrates li indossarono per le foto di rito mostrando la medesima, identica espressione facciale: quella tipica di chi sa perfettamente di non avere alcuna via di scampo davanti alla telecamera.
Non appena i due fecero il loro ingresso trionfale nel salotto, la stanza esplose in un coro di commenti:
Socrates, seduto composto sul tappeto accanto a Robert, guardò la platea con la calma superiore di chi ha già ampiamente capito come funziona il mondo degli umani. E nella sua mente canina, in modo straordinariamente nitido, passò un solo, definitivo pensiero:
“Gemelli, sì. Io e Robert siamo decisamente gemelli. Abbiamo lo stesso colore in testa, la stessa età, la medesima nonna che ci veste come due statuine del presepe vivente. E soprattutto… analizzando questa stanza, siamo gli unici due soggetti sani di mente in questa casa”.
Dopo il taglio delle due torte — una al cioccolato per il bambino, una al salmone per il quadrupede —, i due compagni scapparono di nascosto nel garage del padre.
Lì, in mezzo agli attrezzi, scovarono una vecchia palla da rugby un po’ consumata dagli anni. Robert la lanciò piano lungo il pavimento; Socrates scattò e la riportò indietro scodinzolando. Robert lasciò andare una risata cristallina. Socrates pure, a modo suo, mostrò i denti felice.
Il sole caldo del pomeriggio estivo filtrava dalle finestre alte del garage, illuminando i due “gemelli” impegnati a giocare come se il mondo fuori fosse una cosa semplice e perfetta. E fu esattamente lì, in quel preciso istante di gioia, che Socrates formulò un pensiero filosofico che gli rimase addosso per sempre, come il profumo della buona carne:
“Io e Robert siamo due veri gemelli filosofi. E se questa famiglia appare a tutti un po’ troppo stravagante… beh, poco importa. Il bello deve ancora arrivare”.
L’estate del coraggio (e la medaglia di Socrate)
Era arrivata l’estate, quella vera, quella che profuma intensamente di erba appena tagliata, di grandi finestre spalancate e di tè freddo versato nei bicchieri di vetro spesso. Ed era già trascorso un intero anno da quando Socrates aveva festeggiato il quinto compleanno insieme al suo “gemello” Robert.
Ora avevano compiuto sei anni, e crescevano fieri come due fratelli veri: uno con i capelli biondi, l’altro con il pelo dorato; uno che parlava a macchinetta, l’altro che pensava in silenzio; uno che faceva faticosamente i compiti per le vacanze, l’altro che li osservava con aria profondamente critica dal pavimento.
A settembre Robert avrebbe iniziato la scuola primaria. E per festeggiare degnamente l’ultimo weekend “da bambino piccolo”, la famiglia Winston aveva organizzato una gita di tre giorni sulle coste bagnate dal mare della Cornovaglia.
Tutti erano pronti e scattanti: Charles con la sua gamba finalmente guarita dal gesso, Margaret con le valigie perfettamente piegate secondo l'ordine cromatico, Francis con i manuali per l’esame di ammissione, Jennifer con la lista delle cose da controllare prima di chiudere la porta, Arthur con la sua inseparabile palla da rugby infangata, e il piccolo Robert con il suo consueto, contagioso entusiasmo.
Tutti erano pronti a salire in auto. Tutti tranne la nonna Elizabeth.
«Io resto qui a dare un'occhiata alla casa» aveva annunciato con la fermezza di una vera regina. «Ho da sbrigare delle commissioni con le mie amiche coetanee, devo finire di ricamare una sciarpa per l'inverno, e poi… qualcuno dovrà pur tenere compagnia a Socrates in questi tre giorni».
Socrates, sentendo pronunciare il suo nome, aveva iniziato a scodinzolare con energia, manco avesse appena ricevuto una medaglia al valore civile.
La famiglia partì a bordo delle vetture e la grande villa si fece improvvisamente silenziosa. La nonna e Socrates rimasero soli, padroni assoluti della proprietà, come due vecchi compagni di avventure che si conoscono da una vita intera.
Per i primi due giorni tutto andò meravigliosamente bene: fiumi di tè caldo, biscotti al burro scroccati sotto il tavolo, musica disco degli anni ’80 sparata a palla in veranda, visite pomeridiane delle amiche fidate, chiacchiere ad alta voce, risate e Socrates che seguiva fedelmente la nonna ovunque, muovendosi come un’ombra pelosa.
Ma la mattina del terzo giorno, proprio mentre Mistress Elizabeth si trovava davanti ai fornelli intenta a preparare l’acqua per il tè, successe l'imprevisto. La donna si bloccò di colpo. Appoggiò una mano tremante sul tavolo da cucina. Il suo viso divenne improvvisamente pallido come un lenzuolo. E poi… svenne. Cadde lentamente a terra sul pavimento, come una tenda di velluto che si chiude a fine spettacolo.
Socrates fu in assoluto il primissimo a comprendere la gravità della situazione. Corse immediatamente verso di lei, le annusò il viso con apprensione, le toccò la mano fredda con la punta del muso umido. Poi, compiendo uno sforzo fisico incredibile per la sua stazza, iniziò a spingere un morbido cuscino del divano usando il muso e le zampe anteriori, riuscendo a infilarlo con delicatezza fin sotto la nuca della nonna per proteggerla dal pavimento rigido.
Socrates la fissò per un secondo. E nella sua mente canina il piano d'azione si palesò in modo cristallino:
“Ricevuto. Codice rosso. Missione di soccorso. Nonna Lili è in grave difficoltà e il resto del branco umano è lontano in Cornovaglia. Questa volta tocca interamente a me”.
Scattò fuori dalla porta della cucina come un soldato d'élite in missione speciale. Attraversò a perdifiato il giardino sul retro, superò il vialetto di ghiaia, imboccò la strada sterrata e arrivò davanti al portone della villa di zia Beatrice, iniziando ad abbaiare come un pazzo furioso.
Zia Beatrice aprì prontamente la porta, visibilmente sorpresa da quel baccano: «Socrates? Ma che cosa ci fai qui da solo?».
Il cane non si fermava: le girava freneticamente attorno alle gambe, abbaiava con un tono d'allarme inconfondibile, correva verso il cancello esterno e poi tornava indietro a puntarla. Per fortuna, all'interno della villa insieme a zia Beatrice si trovavano tre uomini:
Corsero tutti insieme a gambe levate verso casa Winston. Entrati nell'abitazione, trovarono la nonna distesa a terra, priva di sensi ma fortunatamente ancora viva, con il cuscino posizionato sotto la testa e Socrates fermo accanto a lei, immobile e fiero come una vera guardia reale d'ordinanza.
La portarono d'urgenza all’ospedale della contea. Zia Beatrice chiamò immediatamente al telefono Charles, e l'intera famiglia Winston fece precipitosamente dietrofront dalla Cornovaglia, terrorizzata per le sorti della nonna.
All’ingresso del pronto soccorso, tuttavia, il personale sanitario fu irremovibile: non permisero in alcun modo a Socrates di varcare la soglia della struttura. Il cagnolone rimase così fuori nel cortile a fare la guardia, accudito da Louis e da Mr. Collins.
Il primo a raggiungerlo sul marciapiede fu il piccolo Robert. Non appena la cabriolet della madre frenò davanti all'ospedale, il bambino scese al volo dalla portiera, corse a perdifiato verso il cane e lo abbracciò stringendolo forte al petto con le lacrime agli occhi.
E Socrates, per la primissima volta in tutta la sua vita, rimase assolutamente immobile, lasciandosi stringere come se avesse compreso che quello era in assoluto il suo posto nel mondo.
Dentro la struttura, i medici rassicurarono i parenti dicendo che si era trattato semplicemente di un brutto colpo di calore estivo combinato con… un utilizzo decisamente eccessivo di estratto di mirtillo speciale a stomaco vuoto.
Tutta la famiglia Winston lasciò andare un profondo sospiro di sollievo, scambiandosi occhiate complici. La nonna si era ripresa alla grande ed era già tornata a sorridere sul letto d'ospedale.
Tutti i componenti della famiglia Winston rimasero in un silenzio carico di emozione. Poi, uno alla volta, imitando il piccolo Robert, si inginocchiarono sul cemento del cortile accanto a Socrates per accarezzarlo e ringraziarlo.
Quella stessa sera, subito dopo cena, lo convocarono solennemente al centro del salotto. Socrate si diresse verso il tappeto e si sedette composto sulle zampe posteriori, con la schiena dritta e lo sguardo fiero, manco fosse un soldato d'élite schierato davanti ai suoi superiori dell'accademia militare.
Charles parlò per primo, con tono solenne: «Socrates… da oggi in poi le regole in questa casa cambiano radicalmente. Hai salvato nostra madre con un coraggio immenso. E noi… noi tutti ti dobbiamo molto di più di un semplice ringraziamento».
Margaret lo accarezzò dolcemente sul muso. Jennifer, mettendo da parte l'ordine estetico, gli sistemò con cura una calda copertina di lana sulle spalle. Arthur, con un sorriso enorme, gli allungò di nascosto ben tre biscotti "Mr Chops" giganti. Francis, perfino lui, sollevò lo sguardo dai libri e gli fece un cenno della testa in segno di assoluto rispetto maschile. Il piccolo Robert, infine, si sedette semplicemente per terra accanto a lui, stringendogli la zampa.
Socrates guardò tutti i presenti, uno per uno, muovendo appena le orecchie. E nella sua testa, con la profonda calma di un saggio filosofo e l’orgoglio immortale di un generale dell'esercito di Sua Maestà, formulò un ultimo, definitivo pensiero:
“Missione compiuta, ragazzi. Siete una banda di matti insopportabili, ma siete il mio branco. E il bello… statene certi, il bello deve ancora arrivare”.
La voce di Socrate (e la luce di Swindon)
Mi chiamo Socrates. E questa che vedete appesa alle pareti del salotto è la mia famiglia.
Non lo sono sempre stati, sapete? All’inizio della mia vita ero soltanto un cucciolo spaventato e abbandonato sotto la pioggia, al riparo di un grande albero. Tremavo di freddo, non capivo assolutamente nulla di come funzionasse il mondo e temevo il peggio. Poi, all'improvviso, loro sono arrivati lungo quel sentiero. E da quel preciso giorno… ogni singola cosa è cambiata per sempre.
Da quando ho salvato nonna Lili in cucina, le cose all'interno di casa Winston sono cambiate ancora di più. In meglio. Decisamente in meglio per tutti noi.
Quella sera, mentre l'intero branco era riunito in salotto — chi guardava distratto la televisione, chi leggeva un romanzo, chi lavorava con cura al suo amato lavoro a maglia —, io me ne stavo sdraiato comodo sul mio grande cuscino all'uncinetto. Li osservavo uno per uno nel silenzio della stanza. E pensavo con la mente di un vecchio saggio.
Charles, il papà. Lui adesso si occupa di me come se fossi un vero, insostituibile compagno di avventure. Mi porta spesso nelle campagne sconfinate fuori città a pescare, a correre libero nei prati e a socializzare con gli altri cani della contea. È diventato a tutti gli effetti il padre che ogni quattro zampe vorrebbe avere accanto: presente, affettuoso, a volte ancora un po’ goffo nei movimenti, ma dotato di un cuore grande come una collina.
Margaret, la mamma. È diventata visibilmente più serena, molto meno ossessionata dall'ordine maniacale della casa. Mi guarda spesso negli occhi come se fossi un figlio vero, partorito da lei. A volte, quando siamo in veranda, la sento sussurrare alle amiche che io e il piccolo Robert siamo davvero due fratelli gemelli. E io mi guardo bene dal contraddirla. Perché, in fondo, forse ha perfettamente ragione lei.
Francis, il capo‑branco politico. Prima per lui esistevano soltanto i chili di gel, i pesanti manuali di diritto e un'innata aria di superiorità aristocratica. Ora è profondamente diverso. Mi parla con calma, mi impartisce ordini gentili e io ubbidisco volentieri. In una casa complessa come la nostra serve sempre un leader politico forte, no? E Francis in questo ruolo è perfetto: elegante, deciso, ma fondamentalmente buono.
Jennifer, la sorella rompiscatole. Lei, c'era da aspettarselo, non è cambiata di un millimetro. Pretende ancora che io sia perfetto, pulito e ordinato secondo le sue rigide regole. Però ha iniziato a trattarmi come se fossi la sua amica del cuore: mi porta a passeggio davanti alle sue compagne di scuola, vantandosi delle mie imprese da eroe. Io la lascio fare senza oppormi. In fondo… le voglio un bene dell'anima.
Arthur, il vero filosofo di casa. Con lui parlo moltissimo. O meglio: parla lui a macchinetta e io mi limito ad ascoltarlo inclinando la testa. Si gratta continuamente la zazzera di capelli arruffati mentre si siede sul tappeto e mi spiega minuziosamente come funziona il mondo dei grandi. È in assoluto il mio amico più caro. Un giorno mi ha persino mostrato orgoglioso il mio nome stampato sulla copertina del suo libro di scuola: “Socrates”. Devo ammettere che mi sono profondamente emozionato.
Robert, il mio gemello speculare. Con lui faccio praticamente qualsiasi cosa durante la giornata. Se si siede lui sul pavimento, mi siedo istantaneamente anch’io. Se beve lui dalla tazza, bevo anch’io dalla ciotola. Se scoppia a ridere lui, io mostro i denti felice. A volte la nonna si confonde a causa dell'età e chiama me “Robert” e lui “Socrates”. E a me va benissimo così, non mi offendo affatto. È il mio adorato fratellino minore.
E infine c’è lei, la mia complice, nonna Lili. Da quel drammatico giorno in ospedale ha smesso di tormentarmi infilandomi ridicole sciarpe o cappellini con il pon-pon coordinati. Ora per me ci sono solo fiumi di coccole, carezze delicate e lunghi abbracci silenziosi. Mangio meno biscotti "Mr Chops", è vero… ma in compenso ricevo molto più amore autentico. E vi assicuro che per un cane questo vale molto più di qualsiasi cibo pregiato.
Li guardo ancora tutti quanti, riuniti attorno al camino. Uno per uno. E sento che il mio cuore di cane si allarga come una grande porta che si spalanca sul mondo. La vita sanno essere davvero bellissima. Molto più bella e luminosa di quanto avrei mai potuto immaginare quando ero solo.
Sto per addormentarmi chiudendo le palpebre, quando un ultimo pensiero mi torna nitido alla mente. Un ricordo lontano, un improvviso lampo di luce nella memoria. Rivedo chiaramente il giorno in cui Charles e i bambini mi trovarono sotto l'albero al festival dei fiori di Swindon. E ricordo perfettamente che, mentre i loro passi umani si avvicinavano calpestando l'erba, io in realtà non ero affatto solo in quel fagotto di stoffa.
Proprio davanti al mio muso si librava una piccola luce dorata, uno spirito protettivo a forma di cagnolino dotato di due splendide ali bianche. Mi fissò con dolcezza e mi sussurrò sul muso:
«Bau bau bubu woof… stai tranquillo, piccolo mio. Non avere paura del buio. Stanno arrivando. Sarà la tua vera famiglia».
Aveva perfettamente ragione quel piccolo angelo custode.
Chiudo gli occhi sul cuscino. Mi addormento sereno, sognando praterie infinite e biscotti dolci. E la luna, alta, bianca e incredibilmente luminosa nel cielo della notte, sorride dall'alto sopra il tetto di casa Winston.
Per chi abbandona e per chi ama
Mi chiamo Socrates. E prima di chiudere definitivamente gli occhi sul mio cuscino, prima che la luna torni a sorridere sopra il tetto di casa Winston, desidero dirvi una cosa.
Una cosa semplice, ma che considero di un'importanza vitale. Una cosa che vale per tutti noi: cani, gatti, creature grandi e piccole che popolano questo pianeta.
Noi non siamo dei giocattoli da intrattenimento. Non siamo degli oggetti da arredamento. E non siamo degli errori da gettare via sul ciglio di una strada quando diventiamo troppo scomodi o impegnativi da gestire.
Noi sentiamo. Sentiamo tutto, fin dentro la carne. Conosciamo la paura dell'abbandono, la morsa della fame, il gelo dell'inverno e il vuoto della solitudine.
Ma sentiamo anche l’amore puro, riconosciamo la voce di chi ci chiama per nome, cerchiamo la mano che ci accarezza con dolcezza e amiamo il profumo sicuro della nostra casa.
Chi sceglie vigliaccamente di abbandonarci… in verità non sa minimamente cosa perde. Perché noi, anche quando gli uomini ci fanno del male, continuiamo testardamente ad amare. È la nostra stessa natura. È il nostro grande cuore a quattro zampe che funziona così.
Ma chi decide di adottarci… chi ci sceglie consapevolmente… chi ci salva da quel buio… quello sì che diventa la nostra vera famiglia. Per sempre.
Io lo so bene, credetemi. Perché un giorno di tanti anni fa, sotto un albero a Swindon, tremavo di terrore e di freddo. E credevo con tutto me stesso che il mondo intorno a me fosse finito per sempre. Poi, una piccola luce dorata mi ha sussurrato sul muso: “Non temere, piccolo mio. Stanno arrivando. Sarà la tua famiglia”.
E aveva perfettamente ragione quel piccolo angelo custode.
A chi decide di abbandonare un animale, mi limito a dire solo questo: fermatevi un secondo e guardateci dritto negli occhi. Lì dentro vedrete riflessi voi stessi, ma in una versione decisamente più pura.
A chi sceglie di amarci ogni giorno, invece… semplicemente grazie. Grazie di esistere. Perché noi vi amiamo senza alcuna condizione, senza porre limiti di tempo e senza avere paura del domani. Vi amiamo esattamente per come siete, anche quando vi mostrate stanchi, distratti, nervosi o imperfetti agli occhi del mondo.
E se un giorno, per qualunque motivo, vi capiterà di pensare di non valere abbastanza o di aver fallito… vi prego, ricordatevi sempre di una cosa: per noi, voi siete l’intero universo.
Io sono Socrates. Sono un cane. Sono un figlio. Sono un fratello. Sono un gemello filosofo. Sono un Winston. E la mia storia su questa terra finisce qui. Ma l’amore immenso che ci lega tutti quanti… beh, quello statene certi. Quello non finirà mai.
Giampaolo Daccò Scaglione

















