mercoledì 8 aprile 2026

“IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE”: *GREEN HILLS* (Il mio primo libro) - L’INIZIO DI UN’AVVENTURA

 *GREEN HILLS - LE MIE VERDI COLLINE*

"L’INIZIO DI UN’AVVENTURA"


Prologo - Green Hills: il viaggio che accende una voce

Ci sono viaggi che si fanno per vedere il mondo, e viaggi che si fanno senza saperlo per vedere se stessi. A volte basta una strada che sale tra colline verdi, una musica antica che arriva da una radio, un temporale nella notte, un amico che ride, un odore di mare sconosciuto. E all’improvviso qualcosa si accende dentro: una scintilla, un’immagine, una frase. È così che nascono le storie. È così che nasce un libro. È così che, senza saperlo, nasce una parte nuova della nostra vita.


"WALES, UNA STRANA VACANZA.

 L'INIZIO DI UN'AVVENTURA"



WALES (Galles), Giugno 1983

Guardando questa fotografia, i miei ricordi vagano in un passato lontano, quando feci la mia prima vacanza in Gran Bretagna; l'anno precedente ero ospite dal mio amico Thomas con cui mi sono divertito tantissimo a Londra, la nostra giovane età ci aveva permesso di combinarne di ogni ed era stata una vacanza fantastica all'insegna del divertimento. 

Poi con un altro amico di Milano, decisi di tornare l'anno successivo, Thomas era da alcuni parenti in Australia, così abbiamo provato a cambiare il programma a pochi giorni dalla nostra partenza per le isole britanniche.

Non so perché programmando il viaggio con Marco, avevamo deciso solo di fare una tappa a Londra per due giorni e poi in Cornovaglia per altri tre giorni ed infine, incuriositi da un reportage sulla "misteriosa" ed un po' selvaggia regione del Galles ed un po' perché "sentivo" il desiderio di visitarla come un richiamo antico, avevamo optato per una settimana in quel posto.

Arrivati a Londra e poi visitata la Cornovaglia, avevamo preso in affitto una vecchia auto da un simpatico e lentigginoso signore proprietario di una concessionaria che si occupava dei turisti, e così da quella celtica e magica Terra di Avalon, in un bellissimo mattino di metà giugno eravamo partiti da Taunton alla volta di Bristol, passando poi da Newport  fino a raggiungere Swansea e poi su verso nord fino a Cardigan. 

Da Taunton, la Motorway n° 5 ci fece attraversare queste verdi terre solcate da paesini molto semplici e belli, passata poi Bridgewater, nel giro di un'oretta avevamo già superato Bristol ed immessi nella M4 che con un ponte enorme ci fece passare sul fiume Severn, che ormai era già alla fine del suo corso, sulla sinistra si poteva intravedere già il canale di Bristol, immenso come può essere un mare piccolo che divide due terre appartenenti allo stesso stato.

Ci siamo fermati a pranzare a Newport, città tipicamente anglosassone ma con edifici moderni, situata su un fiume chiamato Usk... Non ci siamo fermati molto e nel tardo pomeriggio avevamo già superato anche Cardiff finendo dopo poco Porthcawl, un paese sul canale di Bristol. Non so perché ma avevamo deciso di evitare le grandi città, come se una strana curiosità ci spingesse a trovare posti tranquilli e solitari, selvaggi ed antichi. 

La cittadina si era rivelata bellissima, con case bianche sul mare, dove onde altissime andavano ad infrangersi sui muretti che dividevano la strada dalla spiaggia. Un posto meraviglioso tant'è che avevamo deciso di fermarci a dormire non prima di aver visto un meraviglioso tramonto sul mare.


Nella notte ci fu un temporale forte che mi fece svegliare di soprassalto, sentendo a fianco Marco dormire con un leggero russare, mi rassicurai e in quel momento mi era venuta in mente una specie di storia che subito mi affrettai a scrivere su un foglio nelle pagine del mio diario di viaggio, finito di scrivere ritornai a dormire.

Il giorno dopo eravamo già un bel po' avanti, avevamo superato Swansea che credevo molto più piccola di quanto fosse realmente, Marco guidava quasi sempre lui, a me faceva impressione stare seduto sulla sinistra, ogni volta che incrociavamo un'auto mi sembrava di andarci a sbattere contro.

Marco mi disse che la M4 stava per finire e dovevamo decidere se proseguire all'interno con la A48 e poi immettendoci nella A40 per arrivare fino a Cardigan, altrimenti potevamo fare le strade alternative sulla costa, però ci si metteva molto più tempo, almeno due giorni, senza contare il fatto che non eravamo molto ricchi da permetterci benzina ogni volta e dormire almeno due altre volte in alberghi o viaggiare tutta la notte.

Allora avevamo preso le due Primary Route, la 48 e la 40 e nel giro di una giornata godendoci il meraviglioso panorama verde di quei posti, innamorandomi anche di due cittadine come la colorata Narberth e la romantica Haverfordwest dove poi ci siamo fermati passando davvero una serata stupenda, dove si cenò benissimo e dormito un po' meno bene, in un piccolo Hotel vicino al fiume dove sognai un mare blu e una tempesta. 

Il mattino dopo scendendo per primo mi misi a fare colazione senza aspettare Marco, sapevo che doveva curare il suo fisico dopo la doccia e ci avrebbe messo un sacco di tempo, infatti quando arrivò poco più tardi mi vide scrivere sul diario delle frasi.

"Che fai?" mi chiese,  gli risposi serio serio. 

"Ma forse scriverò un libro." e ci mettemmo a ridere.

Verso le dieci e trenta, avevamo ripreso il viaggio verso Cardigan, passata Fishguard, una cittadina dal nome buffo situata sul mare, immersa nella natura, da dove partivano i battelli per una gita di circa tre ore e mezza verso le coste a ovest. Ci siamo fermati per il pranzo e poi dopo poco più di due ore finalmente eravamo arrivati a Cardigan. 

Avevo paura che la cittadina non fosse bella o interessante invece il luogo era davvero piacevole, ameno, le sue case colorate erano in stile gallese, molto più semplice delle più elaborate "English-House" ma altrettanto magnifiche. 

L'Hotel che avevamo prenotato da Londra, era leggermente in alto rispetto al paese da cui si dominava nel verde il fiume che poi si immetteva quasi subito nella Cardigan Bay, un corso molto bello dove barche e motoscafi potevano viaggiare fino a Cardigan Island, una piccola isoletta fuori sul mare. 

Un mare verde-blu strano, con spiagge color oro al tramonto, ed un cielo che spesso cambiava tonalità. Avevamo passato quattro giorni a visitare i dintorni, finendo per innamorarmi di quel posto selvaggio e antico, avrei voluto vivere lì per sempre, Marco non era di quell'idea, però anche lui aveva ammesso poi di sentirsi meglio in quel luogo lontano da Milano.

Un pomeriggio grazie ad un consiglio di un signore che aveva una distilleria, ci aveva convinto di fare una visita veloce, a Newcastle Emlyn, una piccola cittadina all'interno tra le colline, ci sarebbe stata una bella sorpresa, disse a noi quell'uomo robusto  dagli occhi verdi, strizzando l'occhio.

Il giorno dopo eravamo lì... Rimasi a bocca aperta: le rovine di un castello mi affascinarono in modo particolare, vidi una tenuta dove c'erano molte pecore ed il paese con le sue tipiche case davvero suggestive, immerso nel verde tra le colline e un'ansa del fiume Afon Teifi che scendeva giù verso Cardigan, che qui tutti chiamavano Aberteifi, il vero nome gallese della città dove eravamo ospiti.

Dopo una passeggiata nel pomeriggio ci eravamo fermati in un pub, dire che  fosse il classico caratteristico pub inglese o gallese non era proprio esatto, era molto di più: respiravi aria antica, affascinante e d'atmosfera, sembrava un locale di altri tempi, sembrava tutto molto strano; ci siamo seduti sulle sedie trapuntate di stoffa rossa, attorno a noi, tavolacci, panche e altre sedie, i mobili di legno d'ebano pesanti e tanti quadri alle pareti. 

Arrivò sorridente il proprietario, avevamo ordinato da bere e due sandwich ben ripieni, poco dopo ci aveva servito una bella ragazza dai capelli lunghi e biondi, Isabel che conosceva un po' di italiano. 

Da una radio accesa, nell'aria si era sprigionata una musica celtica bellissima, quasi da sogno, guardai Marco che si sbafava quel panino con gusto poi sorridendo rivolsi lo sguardo verso la finestra aperta e delle colline verdi erano davanti ai miei occhi. 

Un impulso irrefrenabile mi aveva fatto aprire lo zainetto e prendendo in mano il diario, avevo iniziato nuovamente a scrivere qualcosa. Marco allibito, aveva strabuzzato gli occhi davanti a me.

"Anche qui davanti a questo ben di dio?" 

Aveva detto farfugliando mentre stava ingoiando quel sandwich. Avevo accennato un si con la testa e la penna scorreva tra le mie dita.

Dopo un po' la voce di Marco mi aveva distolto da ciò che stavo facendo.

"Il libro eh?"..." 

Lo avevo guardato contraccambiando una breve risata.

"E certo, quando un artista ha la vena ispiratrice mica deve smettere..."

Dopo aver bevuto un po' di birra, mi osservava in maniera strana, credo che sia rimasto impressionato dalla serietà con cui avevo risposto.

"Ma racconterai del nostro viaggio?"

"Non so... Non credo Marco, forse è qualcosa che andrà oltre ad un viaggio fatto da noi due." 

Marco aveva accennato ad un mezzo sorriso, gli occhi azzurri e i capelli neri lunghi incorniciavano il suo volto dai tratti duri, ma la sua espressione era sempre stata bonaria. Osservavo quella locanda, la bella ragazza bionda dal nome Isabel e quel paesaggio verde fuori dalla finestra, sentivo il bisogno di farlo.

La sera stessa a Cardigan, in camera mentre il mio amico stava leggendo un libro, mi voltai istintivamente ad osservarlo, era talmente preso dalla lettura che aveva uno sguardo strano, i suoi occhi sembravano fissi e gelidi su quelle pagine, mi era venuta in mente in quell'istante una cosa e l'annotai su un foglio bianco sempre sul mio diario.

 Altra ispirazione?" 

Marco si era accorto che l'avevo fissato.

"Certo e devo dire che tu mi hai aiutato molto in questo caso." 

Quello saltò in ginocchio sul letto.

"Wow se lo pubblichi e diventi famoso voglio i diritti..."

"Si come no..."  la mia risposta era sarcastica.

"Mmm... Visto che non è la nostra avventura nel Galles, di cosa parlerà questo fantomatico libro?"

In quel momento mi ero reso conto di essere in difficoltà, non sapevo cosa dirgli, avevo solo scritto delle pagine che non c'entravano nulla l'una con l'altra. Descrivevo dei paesaggi, due figure: una donna bionda e un ragazzo moro senza legami tra loro. Poi brevi frasi su una locanda e sul suo proprietario, un uomo grosso dagli occhi verdi. 

"Allora Paolino?" 

Aveva continuato Marco raggiungendo la mia postazione mettendomi la sua mano sulla mia spalla e con l'altra mi aveva dato un buffetto sui capelli che si arruffarono in piedi. 

"Ahahah sembri uno che abbia visto un fantasma coi quei capelli ritti!" 

Si era messo a ridere di gusto, mentre io stringendo gli occhi voltandomi verso il diario avevo preso nuovamente in mano la penna.

"E no eh? Non dirmi che la sberla ti ha dato un'altra ispirazione!"

Eppure qualcosa si era mosso dentro di me ed intanto che lui parlava e brontolava, io ormai non lo sentivo più e la penna tra le mie mani scorreva veloce su quei fogli bianchi. 

Poi fermandomi, mi ero voltato verso di lui che, quel momento era in mutande mentre stava "ballando" seguendo il ritmo di una musica da disco molto in voga allora proveniente dalla radio che aveva appena acceso nella camera.

"Se lo intitolassi Verdi Colline?"

Marco si era fermato di colpo, e girandosi verso di me aveva storto la bocca, sospirando e con gli occhi chiusi a fessura guardando i miei capelli ancora arruffati con voce lugubre aveva detto: 

"E perché non - Il fantasma delle colline del Galles?"

Era troppo stupido in quel momento, eppure a me suonava bene quel titolo "Le verdi colline" e scrivendo quelle tre parole all'inizio delle pagine scritte avevo pensato "Il resto verrà da se"

Il giorno dopo ci aspettava il ritorno, avevamo ancora una settimana di vacanza, ma non so il perché non avrei mai voluto lasciare quel posto, quasi sentivo che quei verdi colli volessero trattenermi per chissà quale motivo.

La mattina seguente eravamo già sulla A40 e guardavo le alture allontanarsi sempre di più, avevo nello zaino il diario e sembrava quasi che mi chiamasse, ma riuscii a resistere a quella tentazione. Pensavo ancora al titolo - Le verdi colline -

"Chissà se un giorno questo sogno si potrà realizzare." 

Pensavo continuamente mentre Marco accelerava la vettura aumentando velocità e passata una curva tra due alture, il mare era apparso improvvisamente di fianco a noi. 

"Tornerò qui ancora." ricordo di aver pensato. "Rivedrò di nuovo le verdi colline".

In lontananza la cittadina di Fishguard era all'orizzonte mentre un sole caldo ed un vento tiepido ci accompagnarono per tutto il viaggio.

E così nacque "GREEN HILLS LE MIE VERDI COLLINE" una storia ambientata tra il 1790 ed il 1881.


Epilogo: Le colline che non ti hanno più lasciato

"Quando un viaggio finisce, di solito si torna a casa. Ma ci sono luoghi che non ti lasciano tornare davvero: restano dentro, come un richiamo antico, come una promessa non detta. 

Il Galles, con le sue colline verdi, i pub di legno scuro, le strade strette, le rovine dei castelli, il vento che sa di mare e di storia, è stato questo per te: un luogo che ti ha riconosciuto prima ancora che tu riconoscessi lui.

Da quel viaggio è nato un libro. E da quel libro è nata una parte nuova della tua vita: la parte che scrive, che immagina, che crea mondi. Green Hills non è solo un titolo: è un’origine. È il punto esatto in cui il ragazzo che eri ha incontrato lo scrittore che saresti diventato.

E ogni volta che ripensi a quel viaggio, è come se quelle colline ti chiamassero ancora, con la stessa voce antica di allora."

Nota d’autore:

Green Hills è nato in un pomeriggio gallese, in un pub che profumava di legno antico e birra scura, mentre una musica celtica riempiva l’aria e le colline verdi brillavano fuori dalla finestra. Non sapevo ancora cosa stessi scrivendo, né perché. Sapevo solo che dovevo farlo. E così, da un viaggio nato per caso, è nato il mio primo libro. Un libro che non parla del Galles, ma che non sarebbe mai esistito senza il Galles.

Giampaolo Daccò Scaglione


 

martedì 7 aprile 2026

“IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE” (Nuova Serie): *PROLOGO*

 “IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE”

Prologo:

*Ci sono viaggi che non scegliamo: ci chiamano. A volte basta un profumo, un ricordo, un nome sussurrato dal vento per farci partire senza sapere dove stiamo andando. Ogni luogo diventa una tappa, ogni incontro una svolta, ogni silenzio una domanda che aspetta risposta.

Questa serie nasce così: come un cammino che attraversa colline verdi, spiagge bianche, città lontane, mari che profumano di estate e mistero. È un viaggio che non parla solo di strade e paesaggi, ma di ciò che cambia dentro di noi mentre li attraversiamo.

Ogni racconto è una porta aperta su un frammento di vita: un’avventura, un ricordo, un incontro, un segreto. E quando il viaggio finisce, non siamo più gli stessi.*



"Il viaggio tra misteri ed avventure” raccoglie dieci racconti che si muovono tra luoghi reali e luoghi dell’anima. Sono storie di partenze e ritorni, di attese e scoperte, di colline che custodiscono segreti, di case bianche affacciate sul mare, di tramonti che sembrano incantati.

LE DIECI STORIE:

1. GREEN HILLS - L’inizio di un’avventura

Un viaggio tra colline verdi, una musica antica e un’amicizia speciale che accende la scintilla di un libro.

2. UN VIAGGIO INDIMENTICABILE

Un paradiso che incanta, una realtà che colpisce, e un uomo che scopre di vedere il mondo con occhi nuovi.

3. CASE BIANCHE E FINESTRE AZZURRE SUL MARE

Un’estate di luce abbagliante, un mare che sembra infinito e un incontro che diventa un legame destinato a durare negli anni.

4. ASPETTANDOTI SULLA SPIAGGIA

Un’estate del ’68, un bambino che vede troppo, e una verità lasciata sulla riva come un sogno che non tornerà più.

5. IL FIORE DEL PRIMO TEMPO

Una notte a Nizza, un amore che profuma d’innocenza e una margherita che diventa il simbolo di ciò che si perde entrando nel mondo degli adulti.

6. IL PROFUMO DEL MARE

Un’estate a Barcellona, un amore breve come una scia sull’acqua e un profumo di salsedine che continua a tornare, anche quando tutto sembra finito.

7. GIRASOLI DI UN’ESTATE LONTANA

Una Provenza di luce e cicale, un campo di girasoli che diventa un simbolo, e la prima scoperta della bellezza che resta per tutta la vita.

8. NEL SILENZIO… IL VENTO

Un compleanno d’inverno, una solitudine troppo grande per un ragazzo, e un gesto inatteso che cambia il respiro di un’intera stagione.

9. TANTE VITE IN UN’ESISTENZA

La storia di un uomo che ha attraversato il dolore come un inverno e che, pur non avendo avuto nulla, ha saputo dare tutto.

10. MAGIA IN UN TRAMONTO DI SETA

Un’estate a Siracusa, una corsa improvvisa, una lambretta dimenticata e un amore che nasce lento e inevitabile, come un tramonto che incanta senza bisogno di miracoli.

 


Ogni episodio è una tappa diversa: 

Un inizio che profuma di erba e vento 

Un viaggio che lascia il segno

Una spiaggia dove qualcuno aspetta

Un fiore che parla del tempo

Un’estate lontana che torna a bussare

Un silenzio che rivela più di mille parole 

Una magia che si accende al tramonto

È una serie che unisce nostalgia e avventura, mistero e dolcezza, come un diario di viaggio scritto con la luce.

 Epilogo finale della serie: 

“Il viaggio tra misteri ed avventure” 

*Alla fine di ogni viaggio c’è sempre un momento in cui ci fermiamo, guardiamo indietro e capiamo che non sono stati i luoghi a cambiarci, ma ciò che abbiamo vissuto dentro di essi.

Le colline, il mare, il vento, le case bianche, i tramonti di seta… tutto ciò che abbiamo incontrato lungo la strada resta con noi, come una mappa invisibile che ci guida verso ciò che saremo.

Questa serie si chiude così: con la consapevolezza che ogni avventura, anche la più piccola, lascia una traccia. E che il vero mistero non è il mondo che attraversiamo, ma ciò che scopriamo di noi stessi mentre lo facciamo.*

Giampaolo Daccò Scaglione




domenica 5 aprile 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *UNA LETTERA DAL MARE* (Ultima storia della serie)

“A volte basta una fotografia per riportare alla luce un’estate lontana, un incontro inatteso, un sentimento che non ha mai avuto il coraggio di diventare storia. Alcune persone passano nella nostra vita come onde leggere: non restano, ma lasciano un segno che il tempo non cancella.”

ESTATE

DOLCE SETTEBRE

*UNA LETTERA DAL MARE*


Riccione, settembre 1997 

Era stato un anno difficile: cambio di casa, cambio di lavoro, abitudini stravolte, due tradimenti - un’amicizia e un amore - che mi avevano lasciato stanco e svuotato. 

Avevo bisogno di scappare da tutto, così scelsi settembre per partire, quando ormai tutti erano tornati dalle ferie.

L’Hotel Feldberg era un piccolo paradiso: cinque stelle, sauna, palestra, piscina riscaldata, serate al night, escursioni. Una vacanza pensata per stare da solo, in silenzio, lontano da tutto. 

La maggior parte degli ospiti erano tedeschi e inglesi, più un paio di famiglie pugliesi.

Dopo due giorni arrivò una telefonata indesiderata, l’ennesimo litigio. Sbattei il telefono e scesi a fare colazione con il volto rabbuiato. 

I signori tedeschi del tavolo accanto mi sorrisero: «Una giornata di sole così non merita la tua arrabbiatura». Per tre giorni pranzai con loro, finché non arrivarono i loro figli e tornai al mio tavolo.

Poi un telegramma - sempre dalla stessa persona - mi rovinò l’appetito. Decisi di andare in spiaggia.

Il mio ombrellone era accanto a una famiglia arrivata due giorni dopo di me: una coppia del nord Italia, Ingrid ed Elder, con la piccola Franziska di diciotto mesi. 

Bastarono poche parole, una colazione insieme, una cena allo stesso tavolo, e nacque una bella amicizia.

Ingrid sorrideva sempre. Elder era gentile, educato, affettuoso con la figlia. La piccola mi mandava bacini con la mano. 

Un mattino, arrivò solo Ingrid con la bambina. Mi chiese: 

«Ti va di tenerla un attimo? Vado a prendere la colazione». 

La presi in braccio. Era leggera, profumava di crema e biscotti. Mi sentii… padre.

Quando Ingrid tornò, mi guardò seria. 

«Mi spiace che tu non abbia figli, Alessandro. Con lei sembri un vero papà.» 

«Già…» risposi. 

«Mi è sempre mancato un figlio. Non era destino.» 

Lei abbassò lo sguardo. 

«Ti piacerebbe che Franziska fosse tua figlia?» 

«Certo. Una bimba così la vorrebbe chiunque.»

Stava per aggiungere qualcosa, ma Elder arrivò sorridente, e lei tacque.

Nei giorni seguenti sembrò voler riprendere quel discorso, ma non trovò mai il coraggio. Intanto la nostra amicizia cresceva: pranzi, risate, passeggiate. 

La sera uscivo con due ragazzi inglesi, ma di giorno ero sempre con loro.

Poi venne il momento della loro partenza. Ci scambiammo i numeri, ci abbracciammo. Ingrid aveva gli occhi lucidi.

Tornai dalle vacanze dopo un mese davvero bellissimo, era ciò che avevo desiderato prima di partire. Inoltre avevo stretto delle amicizie con cui, poco più avanti ci saremmo scritti o sentiti per telefono.

Ingrid ed Elder erano quelli con cui ebbi i contatti maggiori, mentre i due ragazzi inglesi e la coppia tedesca, piano piano le lettere e le telefonate sparirono del tutto. 

Poi anche Ingrid ed Elder per molti mesi, sembravano essere scomparsi nel nulla.

Passò ancora del tempo.

Una sera d’inverno mi chiamò lei: parlammo per più di un’ora del più e del meno ma sentivo che la sua voce strana un po’ agitata sembrava celare qualcosa. Sentivo Franziska ridere, Elder che passava e salutava a voce alta.

Capii che c’era qualcosa nella sua voce… una nota stonata molto di più dell’agitazione di prima, come fosse un’emozione trattenuta. Non riuscivo a capire, ma poi finì tutto lì.

Arrivarono gli auguri di Natale, di Pasqua, di Ferragosto. 

Poi, a ottobre, Elder mi telefonò: era nato un bambino. Ingrid era in ospedale. Provai una fitta di invidia, ma anche felicità sincera.

Tre settimane dopo arrivò una lettera. 

Una lettera dal mare. 

Sembrava uscita da una bottiglia trovata sulla spiaggia. 

Ma non era Riccione, era una città del nord Europa, dove si erano trasferiti da tempo.

Ingrid mi confessava tutto: si era innamorata di me da quella vacanza, da quando presi in braccio Franziska, quel mattino della colazione in cui Elder non c’era.

Sapeva che non poteva essere ricambiata, e aveva scelto il silenzio ed il nome del bambino: Alessandro - il mio nome

Con Elder le cose erano migliorate dopo un iniziale periodo di insofferenza che il marito non capiva, lui non si era accorto di nulla. 

Ingrid si sentiva in colpa, verso Elder, verso di me, e soprattutto verso se stessa e quando rimase incinta, il bambino che portava in grembo l’aveva aiutata a distogliere il pensiero.

Poi la frase che non ho mai dimenticato:

«Vorrei che questo bambino ti assomigliasse. Che fosse sensibile come te. E anche se non potrò mai averti, immaginerò che lui sia come tuo. Per non dimenticarti, l’ho chiamato come te.»

Mi commossi. Due lacrime scesero sul mio volto. Ripiegai la lettera e la misi nel cassetto dei ricordi.

Non ci sentimmo più. 

Qualche mese dopo, Elder mi scrisse: si erano di nuovo trasferiti dalla Germania in Svizzera, Ingrid lo aveva seguito dopo poche settimane con i bambini sperando di poter ritornare nuovamente in Italia più avanti. 

Non ne fui sorpreso. 

Lei avrebbe fatto di tutto per sistemare la sua vita. E quella era la strada giusta per tornare da dove era scappata per dimenticarmi. 

Non so a che punto, non so dove siano ora e che cosa provi ogni volta che ha di fronte suo figlio Alessandro...

Il nome che aveva deciso per non dimenticarmi, forse.

*Alcune persone entrano nella nostra vita per un attimo, ma quell’attimo basta a cambiare qualcosa per sempre. Non tornano, non restano, ma lasciano un nome, un ricordo, un sorriso che il tempo non cancella. E ogni tanto, guardando il mare, mi chiedo dove siano ora… e se quel ragazzo, che porta il mio nome, abbia ereditato almeno un frammento della mia sensibilità.*

Epilogo - STAGIONI E LUOGHI

“Le stagioni che ci attraversano”



“Ci sono vite che scorrono tranquille, come fiumi senza curve. E poi ci sono vite fatte di mare e di città, di treni bagnati dalla pioggia, di tetti assolati, di mattine caotiche, di amori acerbi, di incontri brevi che però restano per sempre.

Ogni racconto di questa serie è una stagione dell’anima. 

La pioggia di novembre: la memoria che torna a bussare. 

La speranza di ritrovarti: la ferita che non si chiude, ma insegna a sentire. 

Sopra i tetti della città: la leggerezza, il sorriso, il teatro quotidiano. 

Un mattino di pioggia benefica: la casa, gli animali, la normalità che cura. 

Primo amore: la vertigine, la timidezza, la purezza che non torna più. 

Lontano nel tempo: la maturità, la nostalgia buona, la pace conquistata. 

Una lettera dal mare: l’incontro inatteso, l’amore impossibile, il dono di un nome.

In ognuna di queste storie c’è un percorso fatto di sogni, lotte, affetti, partenze e ritorni. C’è il ragazzo che guarda avanti, l’adulto che resiste, il compagno che ama, l’amico che dà tutto, il viaggiatore che raccoglie attimi preziosi come conchiglie.

E soprattutto c’è una cosa che attraversa ogni pagina: la capacità di vedere la bellezza anche quando fa male.

Il destino, a volte, ferisce. Altre volte regala momenti incredibili: un sorriso inatteso, un bambino che manda un bacino, un nome che ritorna, un amore che non diventa storia ma rimane luce.

Questa serie non è un libro di ricordi. È un atlante emotivo: un viaggio attraverso i luoghi che formano e le stagioni che trasformano.

E arrivati alla fine, la sensazione non è di chiusura, ma di apertura. Perché ogni passo, ogni pioggia, ogni tetto, ogni mare lascia un segno. E quel segno, col tempo, diventa ciò che siamo.”

Giampaolo Daccò Scaglione





venerdì 3 aprile 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *LONTANO NEL TEMPO*

“Ci sono momenti in cui il presente si apre come una finestra, e da quella finestra entra tutto il passato: i dolori, le attese, le speranze, gli amori che ci hanno costruiti. A volte basta un tramonto sul mare per capire quanto siamo cambiati, e quanto siamo rimasti gli stessi.”

ESTATE - FANO (MARCHE)

*LONTANO NEL TEMPO*

Fano, un’estate colorata di azzurro e bianco.

Il ciuffo bianco dei miei capelli vola sulla fronte mentre un vento caldo attraversa il cielo ormai volto al tramonto. 

Le mie mani, segnate appena dall’età, stringono un bicchiere colmo di una bibita fresca alla frutta. 

Davanti a me il mare, calmo, ha iniziato a scurirsi, assumendo un blu profondo; le onde, illuminate dal rosso del sole all’orizzonte, sembrano piccole silfidi danzanti in attesa delle prime stelle.

I miei occhi grigio chiaro seguono una nave lontana, poi le luci di un aereo che scende verso l’aeroporto della grande città poco distante. 

Dal mio terrazzo osservo la via sottostante: una strada piena di luci, fiancheggiata da palme, attraversata da persone che passeggiano lente. 

Un profumo di fiori, spinto dal vento, mi sfiora le narici.

Mi chiedo se questa sia davvero la serenità che speravo di trovare: sedermi davanti al mare, assaporare il dolce far niente di un’estate calda e vivace. 

Ricordo gli anni della mia gioventù, quando avevo conosciuto più dolori che felicità, quando ogni volta che pensavo di toccare il cielo con un dito arrivava puntuale la mazzata a riportarmi a terra.

Mi chiedevo sempre quando sarebbe arrivato il momento in cui il dolore si sarebbe dissolto, lasciando spazio alla gioia delle piccole cose quotidiane. 

È vero, ci sono stati viaggi, amicizie, soddisfazioni… ma spesso la sofferenza era dietro la porta.

Anni passati ad aiutare la famiglia, anni di lavoro per sopravvivere in una società che non lasciava spazio a chi era troppo sensibile e troppo vero. 

Anni a guardare negli occhi persone a cui avresti dato la vita, per poi vederle andarsene per sempre, pur sapendo che un giorno lontano le avresti ritrovate.

Periodi in cui avresti voluto che qualcuno ti abbracciasse e dicesse: 

“Ora penso io a te”. 

E invece ti ritrovavi a fare da spalla, a proteggere, ad aiutare, a seguire, a curare, a farti da parte per tutti, mentre dentro il cuore urlava: 

“Ci sono anch’io”. 

E nell’animo, sempre quel senso di abbandono che non ti lasciava mai.

Quando si è giovani, tutto sembra ruotare intorno a te, tutto sembra contro di te. 

Molte porte si aprono, altre si chiudono in faccia senza darti il tempo di dire una parola. “Aiuto”: una parola enorme, spesso formulata nella mente, quasi mai percepita dagli altri.

“Tu sei forte.” 

“Tu sei in gamba.” 

“Vorrei essere come te.”

Quante volte le ho sentite. E ogni volta dentro di me nasceva un sorriso amaro per la cecità degli altri.

Eppure nulla in me è cambiato, neanche ora che sul volto si vedono i segni dell’età, né nel bastone che uso per camminare, né nella solitudine che mi ha raggiunto quando la persona con cui ho diviso più della metà della mia vita ha iniziato ad aspettarmi dall’altra parte. 

So che manca poco anche alla mia partenza.

Nessun odio, nessun rancore, nessuna vendetta hanno scalfito ciò che ora porto dentro. 

Dopo anni di lotta e di silenzi interiori, mi ritrovo ancora a sorridere, a sognare, a desiderare momenti di pace e tranquillità, seduto davanti al mare, godendomi le sere fresche dopo le giornate di calura estiva.

Sogno un mondo verde, dove ansia e paura siano solo ricordi lontani. 

Una musica proveniente da un locale vicino mi riporta ai miei vent’anni, e senza accorgermene batto il piede seguendo il ritmo di quella melodia passata.

Respiro profondamente, chiudo gli occhi e rivedo il volto di chi ho amato per più di quarant’anni. I suoi occhi scuri su di me, e una nostalgia improvvisa mi invade l’anima.

All’improvviso apro gli occhi: davanti a me c’è una fotografia che ritrae un mare azzurro e lontano. 

Le mie mani scorrono veloci sulla tastiera del computer, mentre un ciuffo biondo mi cade sulla fronte abbassata.

Era un sogno. Solo un sogno… o un desiderio? Se tutto questo fosse una futura realtà, e io avessi avuto la fortuna di viverla per un istante?

Smetto di scrivere e mi affaccio alla finestra. 

I grattacieli di Milano sono davanti a me, alti, imponenti, freddi. La sera è giunta, e una prima stella si affaccia nella volta blu del cielo. Un alito fresco di vento mi colpisce il volto. 

Chiudo gli occhi.

E davanti a me, ancora una volta, un mare caldo sotto un tramonto dolcissimo.

“La vita non ci restituisce ciò che abbiamo perso, ma ci regala la capacità di guardarlo senza più paura. E mentre la sera scende e una stella si accende nel cielo, capisco che il tempo non porta via tutto: ciò che abbiamo amato davvero resta, come un mare lontano che continua a chiamarci.”

Giampaolo Daccò Scaglione



mercoledì 1 aprile 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *PRIMO AMORE*

“Ci sono amori che non diventano storie, ma restano sospesi nel tempo come una fotografia sbiadita. Sono gli amori che arrivano quando siamo troppo giovani per capirli e troppo puri per difenderci. Il primo amore non si vive: si subisce. E lascia un segno che nessun altro cancellerà mai.”

FINE PRIMAVERA

IL TEMPO CHE PASSA

*PRIMO AMORE*





Bologna, 2 giugno - molti anni fa

Faceva caldo quella sera.

Neanche il vento tiepido riusciva a calmare il sudore di quella lunga giornata di giugno.

Ci stavamo preparando per uscire: al mattino c’erano stati i festeggiamenti per l’anniversario della Repubblica Italiana, nel pomeriggio il compleanno di mia sorella Eleonora, e la sera si sarebbe ballato in Piazza Maggiore.

Ero già annoiato al pensiero di stare con i miei, mentre i miei amici andavano in pizzeria con il fratello maggiore di uno di loro. Che rabbia. Ma papà aveva voluto così, e ubbidii, tenendo il muso.

Raggiunti dagli zii, ci fermammo al Bar Billi, sotto l’arco del Meloncello per un gelato.

Cercavo di sopportare i dispetti continui tra Eleonora e mio cugino, quando li vidi passare: i miei amici, con altri ragazzi e ragazze, diretti verso la piazza dove la musica già si sentiva.

Che rabbia. E non mi accorsi nemmeno che tra loro c’era anche Erica, che allora non sopportavo: la trovavo vanitosa, antipatica.

Finito il gelato, dopo due sgridate ai bambini, ci avviammo verso i balli. La piazza era piena, la musica avvolgeva tutto. 

Ornella e Silvia erano lì vicino; poco più in là Elisabetta, Enrica e Maria parlavano con dei ragazzi. Feci loro un cenno e Ornella, sorridendo, mi fece capire che voleva ballare.

Scendemmo in pista. Pur di allontanarmi dai miei, avrei scalato a piedi nudi il monumento ai caduti.

Dopo parecchi balli, andai da mia madre per dirle che sarei rimasto ancora mezz’ora con le amiche. E fu allora che mi trovai davanti Erica.

Non so cosa successe. La musica sparì. Sentii solo un brusio indistinto, un caldo opprimente. Barcollai. Due mani mi afferrarono. 

«Che hai, Bruno? Stai male?» 

Era la voce di Claudio. Lui, Marco e Maurizio erano poco distanti. Mi sembravano lontanissimi. Mi aiutarono a sedermi sui gradini di una casa e chiamarono mio padre.

Erica era lì, vicina, e mi guardava in modo strano. Poi mi fece un sorriso leggero. E io sentii un tuffo al cuore.

Claudio tornò con le chiavi di casa: mio padre gliele aveva date per riportarmi su.

«Stai meglio?» mi chiese Erica con gentilezza. 

Annuii. 

Marco, il più alto, mi aiutò ad alzarmi e mi accompagnarono fino a casa.

Quando il campanile suonò l’una, ero nella mia cameretta immersa nel silenzio. La luna entrava dalla finestra, azzurra, intensa. Chiusi gli occhi e vidi il suo volto, i suoi occhi verdi, i capelli lunghi. 

E capii. Mi ero innamorato per la prima volta.

Un dolore dolce e violento insieme. La mente iniziò a vagare tra sogni e progetti. Quanto mi stavo illudendo. Mi addormentai in quella luce azzurra.

Il mattino dopo, il profumo del caffè-latte preparato da mia madre mi svegliò. Dovevo portare mia sorella a scuola e poi andare alla mia poco lontano.

Uscimmo alle otto. Dopo aver lasciato Eleonora, mi avviai lungo il viale alberato. Erica apparve davanti a me, con un’amica.

La salutai, diventando rosso.

Lei rispose con un «Ciao» freddo.

Mi sentii crollare.

In classe, la professoressa Romano insegnate d’inglese, mi riprese due volte: fissavo la finestra senza vedere nulla.

«Bruno, qualcosa non va?» mi chiese Angela. Scossi la testa. Ma non andava niente.

I giorni passarono. La scuola finì. L’estate esplose. Facevo avanti e indietro davanti a casa di Erica, a piedi, in bici, in motorino. Niente.

Finché un pomeriggio, andando alla piscina comunale in bicicletta, me la ritrovai accanto.

«Non è che consumerai troppo la strada passando dalle mie parti?»

Avrei voluto sprofondare.

«Ci abitano i miei zii, lì vicino.»

«Davvero? Non lo sapevo.» Sorrise in modo strano. «Ah già, ti ho visto sul loro balcone più di una volta.»

Pedalai piano. Lei mi seguiva.

«Una di queste sere andiamo tutti al cinema. Se vuoi venire…» 

Accettai subito, fingendo calma mentre il cuore impazziva.

Poi aggiunse: «Anche se per me sei ancora troppo piccolo… però ti trovo carino e simpatico.»

Troppo piccolo. Avrei voluto avere vent’anni.

Quella sera Al cinema non avrei mai dovuto andarci. Erica stava con un altro. Non mi guardò quasi mai. Mi sentii stupido.

Per tre anni fu così: un amore vissuto solo da me. E col tempo seppi che lei lo sapeva. Ma non fece mai nulla.

Poi le nostre strade si divisero. Per anni non ci vedemmo più: le scuole superiori di entrambi, io il militare, lei aveva cambiato casa, io mi ero trasferito a Milano con la mia ragazza con cui mi lasciai dopo un anno.

Erano settimane che avevo preso un appartamento in affitto nella zona nuova di Bologna, cambiato lavoro vivevo tra l’azienda, casa, palestra e amici finché… Un pomeriggio d’estate, dieci anni dopo, ci ritrovammo in tabaccheria a Bologna, ero uscito da casa dei miei.

«Bruno.... Ma che sorpresa, dopo tutti questi anni!» disse sorridendo riconoscendomi subito. 

Erica era diventata una splendida e bellissima donna, sempre con quegli occhi verdi freddi dalle ciglia lunghe che un tempo mi avevano fatto impazzire d’amore.

Parlammo a lungo. Ci rivedemmo il giorno seguente in una pasticceria per colazione e due sere dopo eravamo in auto, vicino a casa sua.

Parlammo delle nostre vite: io della convivenza a Milano e del ritorno dopo la separazione; lei delle sue poche e negative esperienze in amore con uomini egoisti o senza carattere.

*Forse sei tu a non riuscire a stabilire un rapporto continuo*

Mi era balenato improvvisamente questo pensiero mentre la fissavo, mi ero stupito di questo, di come le avessi letto dentro al cuore.

A un certo punto i suoi occhi brillarono. Eravamo vicini. Molto vicini. Sentii che mi avrebbe baciato.

E non so perché, mi scostai appena.

Sorrise.

«Sai che a quel tempo, forse…» Silenzio. «Eravamo piccoli, vero? Perché le cose, dopo tanti anni, si vedono diversamente?»

«Esperienza. Maturità.»

«È troppo tardi, vero?»

«Penso di sì Erica.» pronunciai la frase dolcemente, senza rancore.

Rimanemmo lì, tranquilli. Avrei dovuto dire qualcosa. Fare qualcosa. Non lo feci.

Quella notte, disteso sul letto, la luna entrò di nuovo dalla finestra. E capii.

Erica era stata, è e sarà per sempre il primo amore. Quello che rimane per tutta la vita un ricordo Puro. Intatto. Da tenere nel cuore, non da vivere.

Doveva restare così. Se fosse diventato reale, se l’avessi baciata, avrebbe perso qualcosa: l’ingenuità, il candore, la magia.

Non l’ho più rivista. E non vorrei rivederla, preferisco così. Ma quella dolcezza resterà sempre. 

E oggi, mentre guardo con tenerezza mia moglie vicino ai nostri due figli maschi, dei ragazzoni rimasti un po’ bambini, mi chiedo cosa sarebbe accaduto, quella sera, se non mi fossi fermato.

Caterina mi sorride schiacciandomi l’occhio facendo segno verso Marco che esultava per la riuscita di un compito banale di matematica.

E’ stato davvero meglio così altrimenti, forse, non avrei trovato questi gioielli che girano per casa come matti, mi alzo e li raggiungo.

Che felicità.

“Gli anni passano, le strade si dividono, le vite cambiano. Eppure il primo amore resta lì, intatto, come lo abbiamo lasciato: un ricordo che non ha bisogno di futuro per continuare a farci tremare. Non torna, non si compie, non si spiega. Si custodisce. E basta.”

Giampaolo Daccò Scaglione