"Da quanto tempo Federica non c'era più? Cinque, sei mesi, o forse persino meno?
In fondo non era mai una questione di calendario o di calcoli matematici, ma di ricordi vivi, di mancanze acuminate che ti ferivano a tradimento, di qualcosa di prezioso che si era spezzato per sempre e che ora cercavi disperatamente ovunque, in ogni angolo dello spazio.
Ti ritrovavi a inseguire la sua ombra nei piccoli gesti quotidiani, nelle atmosfere silenziose delle stanze vuote, in quei pensieri notturni che non trovavano pace.
Suo fratello camminava per strada ore intere, osservando i volti ignoti delle ragazze che incrociava sul marciapiede, cacciando disperatamente una somiglianza fugace negli occhi di un’estranea, una movenza familiare nel traffico, un'espressione del viso che potesse restituirgliela viva anche solo per un singolo secondo.
Era una ricerca continua, logorante, che tuttavia, con il passare dei mesi, cominciava lentamente ad affievolirsi, lasciando il posto a un dolore sordo, cupo, tutto chiuso dentro il guscio del cuore."
La lama del tempo
Poi arrivò quel giorno strano, segnato da una bizzarra e inquietante coincidenza di date.
Poteva essere il 28 aprile, o forse una mattina di maggio.
Il 28 ottobre, invece, era stato il giorno esatto in cui Federica se n'era andata via per sempre, svanendo nel vento freddo dell'autunno.
È passato troppo tempo per riuscire a ricordare con precisione millimetrica ogni dettaglio di quel pomeriggio: ricordo solo che ero seduto al bar del centro con un amico, cercavamo di fare due chiacchiere distensive davanti a un caffè caldo, ma io continuavo a guardare nervosamente l'orologio da polso per non fare tardi a un importante appuntamento di lavoro.
In quel preciso istante, le lancette d'acciaio segnarono le 13:14.
L'ora esatta in cui, mesi prima, era iniziato l'ultimo, definitivo viaggio di Federica. E proprio in quel momento, quasi rispondendo a un richiamo invisibile, la porta a vetri del locale si aprì ed entrò lui: Stefano.
Non lo vedevo da una vita intera. Erano passati moltissimi mesi, forse già qualche anno dall'ultima volta.
Stefano era l’eroe malinconico della nostra giovinezza perduta: da sempre innamorato pazzo di Federica, da sempre la sognava in silenzio nell'oscurità, sperando contro ogni logica che lei prima o poi si accorgesse di lui e del suo sentimento pulito.
Ma il suo cuore, alla fine, si era dovuto rassegnare alla realtà; aveva capito che la sua era una speranza vana, un'illusione impossibile da afferrare. Federica apparteneva già a un altro uomo, a Roberto, colui che l’aveva sposata solo tre anni prima.
Quando Stefano lo aveva saputo, era semplicemente scomparso nel nulla: via dalla vita di lei, via dal nostro gruppo di amici, via da tutto.
Non avevamo più avuto alcuna sua notizia, se non attraverso i vaghi e confusi racconti di qualche conoscente comune. Qualcuno in città diceva che si fosse trasferito a Lodi, un altro giurava di averlo incrociato per caso vicino a Pavia; c'era chi sosteneva che convivesse felicemente con una donna divorziata e chi, invece, diceva che vivesse da solo, isolato dal mondo in una vecchia casa di campagna. Ognuno aggiungeva un dettaglio di fantasia, ma la verità profonda non la sapeva nessuno.
E ora, per un bizzarro e poetico scherzo del destino, Stefano era lì, in piedi di fronte a me, sotto la luce al neon del locale.
Dopo aver comprato un pacchetto di sigarette alla cassa, si voltò lentamente su se stesso, mi vide e mi rivolse un sorriso incredulo, quasi abbagliato.
Si avvicinò tendendomi la mano, mentre io avevo appena finito di bere l'ultimo sorso del mio caffè. Invece di stringergliela formalmente, d'istinto lo tirai a me e lo abbracciai stretto, sentendo il tessuto ruvido della sua giacca.
Fui travolto da una sorpresa enorme, sia per quella strana coincidenza temporale sull'orologio, sia perché lui era rimasto identico ad allora, immune al tempo: gli stessi occhi profondamente tristi, i capelli biondo scuro che gli cadevano in ricci folti e ribelli fino alle spalle e quella solita voce roca, calda, assolutamente inconfondibile.
«Patrizio, ciao… ma quanto tempo!», esclamò stupito, sedendosi sullo sgabello accanto.
«Stefano, che sorpresa incredibile! Non speravo più di rivederti, eri letteralmente sparito nel nulla… Come ti vanno le cose?».
«Insomma… sono quello che vedi, niente di più», rispose, allargando le braccia con un sorriso amaro.
Lo guardai meglio sotto la luce radente. In effetti appariva stanco, un po' segnato in volto dalle fatiche della vita, ma non me la sentii affatto di scavare troppo a fondo nei suoi affanni privati.
«Caro Patrizio, si tira avanti, un giorno alla volta», continuò Stefano, accennando a un sospiro profondo.
«Alcuni eventi non sono andati come speravo, i progetti sono crollati. Ora vivo a pochi chilometri da qui… lavoricchio, ho una mezza storia senza troppe pretese. Sai, la solita merda di sempre. Amici veri non ne ho più. Molti se ne sono andati per sempre, della *vecchia guardia* siamo rimasti davvero in pochi».
Sapevo benissimo a cosa si riferisse con quelle parole.
Conoscevo quel dolore profondo che ti porti dentro quando perdi le persone care una dopo l'altra lungo il cammino, ma non potevo immaginare che, un istante dopo, mi avrebbe rivolto proprio la domanda più temuta in assoluto.
«Dai, l'importante è cercare di reagire, trovare una nuova strada da percorrere…», risposi io, con una voce che purtroppo suonò poco convinta e artificiale persino alle mie stesse orecchie.
Stefano mi fissò in un modo strano, penetrante. Fece un sorriso di sbieco, uno di quegli sguardi indecifrabili e malinconici ai quali non sai mai cosa rispondere.
«E tu invece? Come te la passi?», mi chiese, mandando giù un sorso freddo della birra che aveva appena ordinato al bancone del bar.
«Maluccio, a dire il vero. Devo cambiare lavoro al più presto, mia madre sta molto male e a quanto pare le cose in famiglia peggioreranno. E come se non bastasse, la relazione con Sandro mi sta facendo letteralmente dannare, un vero groviglio».
Non volevo andare oltre, non volevo svelare troppo di quel disastro sentimentale.
Lui accennò un sorriso comprensivo, quasi fraterno. Nei suoi occhi tristi lessi chiaramente un pensiero muto: *Come al solito scegli sempre le persone sbagliate con cui stare, Patrizio. La stessa identica cosa che ho sempre fatto io in tutta la mia vita.*
«Bene Stefano, adesso devo proprio scappare, sono in un ritardo pazzesco…», dissi, alzandomi per rompere quell'improvvisa ondata di malinconica nostalgia che aveva invaso il tavolo.
Fu allora che Stefano mi guardò dritto in faccia, mi bloccò lo sguardo e pronunciò le parole che non avrei mai voluto sentire, squarciando il silenzio: «E Federica? Come sta? Va tutto bene con Roberto?».
Il bagaglio dei ricordi
Stefano non sapeva.
Nessuno gli aveva detto nulla.
Caddi all'istante in un silenzio di ghiaccio, profondo e tagliente, e sentii il viso svuotarsi di ogni colore. Diventai di un pallore bianco da far paura.
Accanto a me, il mio amico assunse un'espressione profondamente imbarazzata e abbassò lo sguardo verso il pavimento, mentre Luca, il barista, si bloccò immobile con il boccale di vetro sospeso in mano.
In un attimo, il brusio confuso del locale affollato sembrò svanire nel nulla, congelato da una bolla invisibile. Eravamo rimasti in quattro, pietrificati e muti, a fissare Stefano con gli occhi colmi di un indicibile sgomento.
Stefano si accorse immediatamente di quel mutismo improvviso e innaturale. Sgranò gli occhi chiari su di noi, cercando disperatamente di decifrare l'angoscia impressa sui nostri volti, mentre quel suo solito sorriso triste si spegneva definitivamente, scomparendo dalle labbra.
«Stefano… ma non ti ha detto niente nessuno in questi mesi?», chiesi con un filo di voce che mi tremava in gola.
«No… cosa avrebbero dovuto dirmi? Non incontro nessuno della vecchia compagnia da troppi mesi, vivo isolato».
«Federica non c'è più, Stefano. Se n'è andata qualche mese fa, in autunno… Lei è lassù».
Le parole mi si bloccarono di colpo in gola, pesanti come macigni, e non riuscii a continuare il discorso.
«Co… come sarebbe a dire che se n'è andata? Spiegati…», sussurrò con un filo di voce roca.
Il suo volto divenne di un pallore spettrale, quasi trasparente. Credo fermamente che in quel momento una coltellata dritta al cuore gli avrebbe fatto meno male di quella spietata verità.
Vedendomi lottare disperatamente con le lacrime che minacciavano di scendere, intervenne il mio amico con delicatezza: «È morta a fine ottobre, Stefano. Dopo tre lunghi anni di una terribile malattia e…».
«Scusate, devo andare via subito» interruppe lui con una voce completamente spezzata dal pianto trattenuto. Si girò di scatto, dando bruscamente le spalle al bancone del bar, e si diresse quasi correndo verso l'uscita del locale.
«Aspetta, Stefano!», gli gridai, muovendo un passo istintivo verso di lui tra i tavoli.
Lo raggiunsi in mezzo alla piazza fermandolo con il braccio, distanti da orecchie indiscrete e da persone che ci conoscevano.
«Fermati, ti prego, io…».
«Ciao Patrizio, forse un giorno ci vedremo ancora e mi racconterai tutto con calma… Ma ora no! Ora non ce la faccio proprio, scusami», urlò senza mai girarsi indietro a guardarmi.
Spalancò con violenza la portiera della sua auto e acceso il motore con rabbia scomparve in un secondo nel traffico frenetico del centro, lasciandomi immobile e sbigottito a fissare l'auto che spariva dietro ad una curva dopo il semaforo, riflettendo le luci della via.
Per mesi e mesi non seppi più alcuna notizia di lui. Non sapevo nemmeno a chi chiedere, e quando una sera incrociai per caso uno dei suoi fratelli, mi rispose in modo vago ed elusivo, schivando le mie domande su dove si trovasse esattamente o su cosa stesse facendo della sua vita.
Poi, molto tempo dopo, in una sera d'autunno che sembrava non voler finire mai, venni fermato da un amico comune lungo la strada.
Ricordo che il cielo era interamente coperto da enormi nuvoloni neri e carichi di tempesta, e l'aria della sera profumava intensamente della pioggia imminente che stava per abbattersi violentemente sulla città.
Eravamo rimasti soli, al riparo dalle prime gocce in una piazzetta deserta e spoglia, poco distante dal corso principale illuminato dai lampioni.
«Stefano non c'è più, Patrizio. Se n'è andato anche lui, qualche settimana fa», mi disse a bruciapelo, senza preamboli. «Non chiedermi dove sia successo di preciso, né come sia capitato… So solo che non stava bene da tempo, era fragile, e alla fine l'hanno trovato…».
Smisi bruscamente di ascoltare.
Le sue parole successive diventarono solo un rumore di fondo confuso, mentre una consapevolezza dolorosa e tagliente mi travolgeva l'anima: un'altra parte fondamentale, sacra e bellissima della mia giovinezza si era chiusa per sempre, scivolando nell'immenso e pesante bagaglio dei ricordi d'infanzia.
Una tempesta improvvisa che gonfiava il cuore di un dolore muto, impossibile da spiegare a parole.
Quella notte, a casa, rimasi a lungo sveglio a fissare il buio della mia stanza.
Pensai ai nostri quindici, diciott'anni, a quell'epoca benedetta in cui eravamo disperatamente spensierati, in cui consumavamo amori segreti e non corrisposti e stringevamo amicizie così vere e profonde da aiutarci a superare ogni singola delusione.
Un tempo magico in cui bastava un niente per essere felici, una risata o un disco ascoltato insieme, e il domani era solo un concetto lontano, vago, quasi invisibile all'orizzonte.
Un domani che, purtroppo, per molti dei miei amici più cari di allora, era già arrivato implacabile e si era consumato troppo in fretta.
Oggi, per un caso del destino, è capitata tra le mani una vecchia fotografia ingiallita dal tempo.
Una vecchia immagine sbiadita in cui un ragazzo sorride, sereno, spettinato dal vento e con gli occhi lucidi, nel fiore degli anni più belli della sua vita.
Non si sa quante persone si ricordino ancora di quel volto oggi, nel trambusto del mondo moderno, ma per chi scrive è stato un amico vero, un'anima rara.
Un amico che non si è saputo – o forse, semplicemente, la vita non ha permesso – di aiutare come avrebbe meritato, e che forse in pochissimi avevano capito davvero fino in fondo.
A quel ragazzo, ovunque si trovi adesso in quella dimensione di luce, vola un abbraccio immenso e silenzioso che supera i confini del tempo.
Giampaolo Daccò Scaglione





















