lunedì 18 maggio 2026

"LA CASA DEI ROMPISCATOLE" (Per chi vuol credere ancora nelle favole)

 


PROLOGO:

*Tra il mare che profuma di sale e le colline morbide che sembrano addormentate, c’era una casa rustica fatta di pietra, legno e un po’ di magia.

Da fuori sembrava un luogo tranquillo, il tipo di posto dove il vento passa piano e le giornate scorrono senza fretta.

Ma chi ci viveva dentro… non era affatto tranquillo.

C’era un gufo che pretendeva ordine senza averlo mai visto, un tasso che rubava tutto ciò che non serviva, un cuculo che esagerava ogni cosa e una mucca lilla che sapeva ogni notizia prima ancora che accadesse.

E poi c’era lui: il Custode della Casa. L’unico umano. L’unico che ogni mattina apriva la porta e sospirava:

“Speriamo non abbiano combinato guai.”

Ma i guai… erano già iniziati.*


Protagonisti:

Il Tasso - Il Gufo - La Mucca lilla - Il Cuculo - Paolino

(con la partecipazione straordinaria dei Topolini Giò e Giù)

*Una folklorist...No? Un raccon... Neanche quello... Una favola...Ah si questa va bene. Una favola scritta da Paolino Elysium e  da Genio Azzurro... Come chi sono? Boh forse su Wikipedia c'è qualcosa... Beh che fate? Su dai leggete no?*


"LA CASA DEI ROMPISCATOLE"


Il sole si era appena arrampicato sopra le colline quando Paolino aprì gli occhi con un pensiero ingenuo, quasi poetico: forse, per una volta, la casa sarebbe stata tranquilla. Il mare respirava piano, il vento muoveva le foglie con delicatezza, e tutto sembrava promettere una giornata serena.

Poi arrivò il primo TUMP! dal giardino. Seguito da un CRASH! dal portico. E da un MOOOO! indignato che fece tremare i vetri.

Paolino sospirò. La pace era durata esattamente tre secondi.

Scese in cucina e trovò il Gufo Amministratore in piedi sul tavolo, gonfio come un pallone e con la sua penna d’oca per scrivere, spezzata in due. Aveva l’aria di chi ha subito un torto irreparabile.

«È un affronto personale.» dichiarò con voce grave. «Un attacco diretto al decoro della casa.»

Paolino guardò la penna bianca con la punta colorata di inchiostro verde, poi il gufo, poi di nuovo la penna. «Chi te l’ha rotta?»

Il gufo sollevò un’ala tremante e indicò la finestra, come se stesse denunciando un crimine di stato.

Fuori, nel giardino, il tasso correva in cerchio con qualcosa in bocca. Qualcosa di grosso. Qualcosa di familiare. Qualcosa che non avrebbe dovuto essere in bocca a un tasso.

La ciabatta sinistra di Paolino.

«RIDAMMELA!» urlò il Custode.

Il tasso si fermò un istante, con l’aria di un bambino colto sul fatto.

«Non è quello che sembra! È mia! L’ho trovata! Era sola! Aveva bisogno di me!»

E si infilò nella tana sotto il fico, lasciando dietro di sé una scia di terra e dignità perduta.

Dal tetto, il cuculo stava documentando tutto con la sua macchina fotografica dalla stampa istantanea, le cui foto uscivano in verde e giallo. Ogni tanto scattava una foto al cielo, ogni tanto alla sua stessa ala, ma era convinto di essere un reporter di fama mondiale.

«ATTENZIONE! ATTENZIONE!» gridava «Il tasso ha rubato un oggetto umano! Caso gravissimo! Sto facendo un servizio speciale!»

Paolino si massaggiò le tempie. Era troppo presto per tutto questo.

Dal prato arrivò la Mucca Lilla, con il suo foulard a pois e l’aria da signora che sa sempre tutto prima degli altri.

«Io non voglio dire niente…» disse, con tono che significava esattamente il contrario. «Ma il tasso ieri ha rubato anche la ciabatta destra. Così, per dire.»

Paolino chiuse gli occhi. Il gufo emise un verso tragico. Il cuculo urlò “SCUPONE!” come se avesse scoperto un complotto internazionale. E da sotto il fico si sentì la voce del tasso: «Non è vero! Forse!»

Il Custode si sedette sul gradino del portico, guardò il mare e respirò profondamente. «È solo mattina.» mormorò. «E già così.»

Il gufo annuì con aria da tragedia greca. La mucca lilla sospirò come una diva degli anni ’30. Il cuculo scattò altre foto inutili. E il tasso sbucò con entrambe le ciabatte in bocca, sorridendo come se avesse vinto un premio.

Così iniziò la giornata nella Casa dei Rompiscatole. E nessuno, proprio nessuno, era pronto a immaginare cosa sarebbe successo dopo.



Il pranzo si avvicinava come un’ombra inevitabile, e Paolino lo sentiva incombere addosso mentre attraversava la cucina con passo lento, quasi rassegnato. La casa, dopo il caos del mattino, sembrava respirare in un silenzio sospetto, quel tipo di quiete che non promette nulla di buono. Il mare, fuori, continuava a muoversi tranquillo, come se non avesse idea del disastro imminente.

Paolino aprì la dispensa con un gesto fiducioso, quasi affettuoso, come si apre la porta a un vecchio amico. E la dispensa rispose con un vuoto cosmico.

Niente pane. Niente pasta. Niente biscotti. Niente zucchero. Solo due briciole, un’etichetta storta e un topolino che lo guardava come se fosse stato colto in flagrante durante una festa non autorizzata.

Il topolino si sistemò il pelo, imbarazzato. Sembrava un impiegato colto a dormire sulla scrivania.

Paolino non disse nulla. Si limitò a fissarlo.

Il topolino cedette per primo. «Noi… stavamo riordinando.»

Dal fondo della dispensa, una vocina aggiunse: «Era tutto molto buono Giò.»

«Si si Giù...» rispose il topolino vicino a Paolino (la rima non è voluta).

Paolino chiuse lentamente lo sportello, come se stesse salutando un sogno infranto. Il suo stomaco fece un rumore che sembrava un lamento.

«Sto pensando se uccidere qualcuno o scapare in Andalusia.

» mormorò.

Fu allora che sentì dei passi. Passi piccoli, rapidi, entusiasti. Passi da… tasso.

Il tasso entrò in cucina con l’aria di chi ha appena vinto un premio importante. Aveva la bocca sporca di briciole e un sorriso che non prometteva nulla di rassicurante.

«Paolino!» annunciò, come se stesse per rivelare una scoperta scientifica. «Ho fatto una cosa!»

Paolino lo guardò con la stanchezza di un uomo che ha già visto troppo. «Ti prego… dimmi che non è commestibile.»

Il tasso, con un gesto teatrale, tirò fuori una pentola. Una pentola fumante. Una pentola che sembrava uscita da un rituale druidico.

Paolino fece un passo indietro. Il gufo, che era entrato in quel momento, si immobilizzò come una statua. La mucca lilla, affacciata alla finestra, si mise una zampa sulla bocca. Il cuculo, dal tetto, scattò una foto con la solennità di un paparazzo al Festival di Cannes.

«Ho cucinato io!» disse il tasso, gonfiando il petto.

Paolino sentì un brivido corrergli lungo la schiena. «Cosa… cos’hai cucinato?»

Il tasso sorrise come un bambino che mostra un disegno fatto con entusiasmo e zero proporzioni. «Una ricetta segreta. Si chiama: “Quello che ho trovato in giro.»

Paolino chiuse gli occhi. «In… In giro? E cosa hai trovato?»

Il tasso iniziò a elencare con orgoglio: «Un biscotto mezzo rotto, due foglie, un pezzo di corda, un guscio di noce, una cosa che forse era formaggio… e una sorpresa.»

Paolino aprì un occhio. «Che sorpresa?»

«Non lo so. L’ho messa senza guardare.»

La pentola fece un rumore. Un blop. Poi un blop-blop. Poi un PFFFT! che fece volare il coperchio fino al lampadario.

E dal vapore uscì… un profumo.

Un profumo buono. Buonissimo. Inspiegabilmente buono.

Paolino rimase immobile. Il gufo trattenne il fiato. La mucca lilla sospirò come una diva colpita da un colpo di scena attaccandosi alle tende della finestra come Sarah Bernhardt dei film muti. Il cuculo scattò una foto del vapore, convinto che fosse un fantasma.

Paolino prese un cucchiaio. Lo immerse lentamente. Assaggiò.

Il mondo si fermò.

Il mare smise di muoversi. Le colline trattennero il respiro. Persino il vento si appoggiò un attimo al davanzale per vedere cosa stesse succedendo.

Paolino posò il cucchiaio. Inspirò. E disse, con voce incredula:

«È… buonissimo.»

Il tasso esplose in un sorriso che gli arrivò fino alle orecchie. Il gufo svenne per lo shock. La mucca lilla dichiarò prima di svenire anche lei: «Io non voglio dire niente, ma questo è un miracolo.» Il cuculo urlò: «NOTIZIA DELL’ANNO!» e scattò altre venti foto.

Paolino guardò il tasso. «Da oggi… cucini tu.»

Il tasso si illuminò come un lampione di Natale. «Davvero?»

«Sì. Ma niente corde nella pentola.»

«Vedrò cosa posso fare.»

E così, contro ogni logica, contro ogni legge della cucina e contro ogni aspettativa del buon senso, il pranzo fu salvato.



La giornata era scivolata via come un bicchiere d’acqua rovesciato: in fretta, inaspettatamente, e lasciando dietro di sé una scia di piccoli disastri. Il sole stava calando dietro le colline, tingendo tutto di arancio e rosa, e la casa sembrava finalmente rallentare, come se anche lei avesse bisogno di sedersi un attimo e sospirare.

Paolino uscì sul portico con una tazza di qualcosa di caldo tra le mani. Il mare davanti a lui era calmo, quasi immobile, come se stesse ascoltando. E per un momento, davvero, sembrò che tutto fosse in pace.

Il gufo era appollaiato sul ramo più alto del fico, con l’aria di chi ha passato una giornata difficile ma vuole far finta di no. Ogni tanto si sistemava le piume, come se volesse recuperare un po’ di dignità dopo gli svenimenti multipli.

La mucca lilla era sdraiata nel prato, con il foulard a pois che si muoveva piano nel vento. Guardava il cielo come una diva malinconica, masticando l’erba con lentezza teatrale.

Il cuculo, sul tetto, stava sistemando le sue “foto” immaginarie, borbottando qualcosa su “archiviazione professionale” e “servizio speciale”.

E il tasso… beh, il tasso era seduto ai piedi del portico, con una grossa ghianda mezza mangiata tra le zampe. Ogni tanto la annusava, come se volesse assicurarsi che fosse ancora cibo vero e non un bottone travestito.

Paolino li guardò uno per uno. E, nonostante tutto, sorrise.

«È stata una giornata lunga,» disse piano, più a se stesso che agli altri.

Il tasso lo guardò con gli occhi lucidi di chi ha vissuto un’avventura. «Io ho imparato una cosa importante.»

Paolino sollevò un sopracciglio. «Davvero?»

«Sì. Che la corda non è cibo.»

«E neanche un bottone se è per quello.» Disse Paolino ridendo. Una risata vera, stanca e felice.

Il gufo, dall’alto, fece un verso approvante. La mucca lilla sospirò come una poetessa in cerca di una rima baciata. Il cuculo scattò una foto obliqua del tramonto, convinto che fosse un momento storico.

La luce si abbassò ancora, diventando blu, poi viola, poi quasi nera. La casa sembrava respirare piano, come un animale addormentato.

Paolino si alzò, stiracchiandosi. «Va bene, rompiscatole… è ora di dormire.»

Il tasso sbadigliò. Il gufo chiuse un occhio. La mucca lilla si accoccolò nell’erba. Il cuculo si infilò nel suo nido.

E uno alla volta, come stelle che si spengono piano, i rumori della casa si affievolirono.

Paolino entrò, chiuse la porta con un gesto lento e affettuoso, e sussurrò:

«Buonanotte, casa mia.»

Fuori, il mare continuò a respirare. Le colline si addormentarono del tutto. E la Casa dei Rompiscatole, per la prima volta da quando esisteva, sembrò davvero tranquilla.

Per qualche minuto.

La notte era scesa sulla casa con una lentezza quasi affettuosa, come se volesse coprire tutto con una coperta blu scuro. Il mare, poco distante, continuava a respirare piano, e le colline sembravano addormentate, immobili, serene. Paolino chiuse le ultime finestre, spense le luci una a una e si infilò sotto le coperte con un sospiro soddisfatto. Era stata una giornata lunga, piena di ciabatte rubate, pentole misteriose e miracoli culinari. Ora, finalmente, il silenzio.

Un silenzio così perfetto che sembrava quasi irreale.

Poi arrivò un rumore. Un rumore che non apparteneva alla notte, né al vento, né al mare.

Un scronch.

Paolino aprì un occhio. Il rumore tornò, più deciso, come se volesse farsi notare.

Scronch-scronch.

Paolino si tirò su lentamente, come un uomo che sa già che non gli piacerà ciò che troverà. Mise le pantofole — quelle di riserva per le vacanze, perché le altre erano ancora in ostaggio del tasso — e uscì nel corridoio. La casa era buia, ma quel rumore sembrava muoversi, spostarsi, avvicinarsi, allontanarsi, come un piccolo terremoto ambulante.

Seguì il suono fino alla cucina. Ogni passo era un “perché proprio a me”. Ogni ombra sembrava un sospetto.

Accese la luce.

E lo vide.

Il tasso era seduto sul tavolo, illuminato come un attore sul palco. Davanti a lui c’era una montagna di oggetti: tappi, mollette, un cucchiaio, un bottone, una conchiglia, un pezzo di corda, un guanto spaiato, un sasso lucido, una pallina di carta, e una cosa che sembrava un meteorite ma probabilmente era solo un pezzo di carbone.

E li stava… assaggiando. Uno per uno. Con la calma di un degustatore professionista.

Paolino rimase immobile. Il tasso lo guardò, con la bocca piena, come se fosse la cosa più normale del mondo.

«Ciao Paolino.»

Paolino inspirò. «Cosa stai facendo? Ma non eri a dormire?.»

«Mi era venuta in mente una cosa importante. Sto controllando.»

«Cosa.»

«Se sono buone queste cose.»

Paolino si sedette. Non per scelta: le gambe avevano deciso da sole.

Il gufo entrò nella stanza, pronto a lamentarsi del rumore, ma quando vide la scena si bloccò, fece un verso drammatico e svenne direttamente sul pavimento. La mucca lilla infilò la testa dalla finestra, con l’aria di chi ha già capito tutto e svenne pure lei. Il cuculo arrivò svolazzando, mezzo addormentato, e scattò una foto col flesh abbagliando persino un ragnetto appeso in un angolo del soffitto, come se fosse un paparazzo notturno.

Paolino guardò il tasso. «Perché non dormi?»

Il tasso si strinse nelle spalle. «Avevo fame.»

«E non potevi mangiare qualcosa di normale?»

Il tasso lo guardò con occhi sinceri, quasi teneri. «Ma io non so cosa è normale.»

Paolino si alzò, prese una mela dal cesto e la mise davanti a lui. «Questa è normale.»

Il tasso la osservò come se fosse un oggetto alieno. La annusò. La toccò con una zampa. Poi sorrise.

«È buona.»

Paolino annuì. «Sì. È cibo. Vero cibo.»

Il tasso guardò la mela, poi la montagna di oggetti. «Quindi… questi non sono cibo?»

«No.»

«Neanche la corda?»

«No.»

«Neanche il bottone?»

«No.»

«Neanche la conchiglia?»

«No.»

«Neanche il carbone?»

«NO.»

Il tasso sospirò, sconfitto. «Ok. Allora li rimetto a posto.»

Paolino sorrise. «Bravo.»

Il tasso aggiunse, con innocenza disarmante: «A domani.» e usci dalla finestra saltando sopra la testa della mucca che si era appena ripresa.

Paolino chiuse gli occhi. La mucca lilla sospirò. Il cuculo scattò un’altra foto. Il gufo, ancora svenuto, emise un verso tragico.

E così finì la notte dei rumori misteriosi. Con una mela, una montagna di oggetti, e un tasso che — forse — aveva imparato qualcosa. Forse.




EPILOGO - “E domani… ricomincia tutto”:

*La notte aveva avvolto la casa da tempo, come un mantello morbido, e per un momento sembrò che tutto fosse davvero fermo. Il mare respirava piano, le colline dormivano profonde, e persino il vento sembrava aver deciso di non disturbare nessuno. Dentro la casa, il silenzio era così raro e prezioso che Paolino quasi non osava muoversi per non romperlo ed anche per la paura di trovarsi di nuovo in cucina il tasso.

Si sedette sul bordo del letto, ascoltando quel respiro collettivo della casa: il gufo che russava piano sul suo ramo, la mucca lilla che mormorava qualcosa nel sonno, il cuculo che ogni tanto faceva “clic” come se scattasse foto anche nei sogni, e il tasso… beh, il tasso che masticava ancora la mela, molto lentamente, come se volesse prolungare quel sapore nuovo e rassicurante.*

Giampaolo Daccò Scaglione



 








sabato 16 maggio 2026

LE MIE POESIE: *VESPRO*


 

*VESPRO*

"Ombre scure
sulla strada
che porta l'uomo
verso la sua casa.

La luce del Vespro
all'orizzonte lontana
accompagna
la notte vicina
con il suo silenzio.

Una stella nel cielo
appare improvvisa
sul suo cammino
mentre profumi di fiori
accompagnano chi
torna a casa stanco.

La sera volge al desio
e l'ora del Vespro
è ormai terminata
e chi ritorna a casa
ritrova il calore della vita."

Ci sono sere che non chiedono nulla, non pretendono nulla, non spiegano nulla. Semplicemente accadono: scendono lente, accompagnano chi torna a casa, e si posano sulle cose come un velo di quiete.

“Vespro” nasce da quel momento sospeso: l’istante in cui la luce si ritira, le ombre si allungano e il mondo sembra trattenere il fiato.

Una poesia breve, essenziale, che racconta il ritorno, la stanchezza, il silenzio e quel piccolo miracolo quotidiano che è ritrovare il calore della propria casa.

Giampaolo Daccò Scaglione

giovedì 14 maggio 2026

"IL BLU DEL NORD" (Seconda ed ultima parte)

 


"IL BLU DEL NORD"

di

Giampaolo Daccò Scaglione

(Seconda ed ultima parte)




LA SCATOLA DI LEGNO

Il tempo corre veloce. Troppo veloce.

Tra ospedale e casa i mesi sono volati via come battiti di ali di farfalle, Andrine ha già fatto quattro cicli di chemioterapia e varie radio terapie. Nel frattempo i dottori scoprono che nessun familiare è compatibile per il trapianto di midollo. E anche se lo fosse stato, la leucemia promielocitica acuta non le avrebbe dato scampo.

Nel frattempo, con l’aiuto di Augusta, Andrine scrive un diario per il suo bambino, dove saranno per sempre impressi i loro momenti d'amore vissuti. Scattano foto insieme. Scrive lettere a Stefano, a sua madre, a suo padre, ad Andor e a Bjorn.

Poi quando capisce che le sue forze stanno venendo a meno e quello che voleva compiere è stato fatto, mette tutto in una scatola di legno, la chiude con una chiave e attacca un biglietto: “Per Chrísten”

Accanto alla scatola, un’altra chiave identica, con un biglietto azzurro: “Per mamma e papà.”

Le consegna entrambe ad Augusta, facendole promettere che avrebbe vegliato su Chrísten e che gli avrebbe dato tutto quando avesse compiuto diciotto anni.

Guardava l'amica dritta negli occhi riuscendo a trattenere l'emozione, Augusta, in lacrime, accetta il compito, voleva troppo bene ad entrambi per non compiere questo gesto d'amore per loro. Andrine la stringe forte.

«Non piangere, cara. E se potrai, di’ a Chrísten che sua madre lo ha amato più della sua vita. So che nelle mani di Lucrezia avrà vita dura… povero piccolo. E Stefano, con la sua nuova famiglia, non se ne occuperà. Ne sono certa.»

Augusta la abbraccia e piange tutte le sue lacrime e così anche Andrine si lascia andare tra le braccia della sua più cara amica.

Andrine muore a poco più di ventitré anni, in un mattino di maggio mentre nel giardino della villa erano spuntate le rose. Proprio il giorno in cui Stefano ha il primo figlio dalla seconda moglie.

I genitori di lei, avvertiti da Stefano, non fanno in tempo ad arrivare a Roma per via di uno sciopero degli aerei. Raggiungono la capitale il giorno del funerale.

Dopo vari passaggi della burocrazia italiana, ottengono il permesso di riportarla a Bergen. Lucrezia fa la scena della suocera disperata e generosa, dicendo che è giusto riportarla a casa sua. In realtà non avrebbe mai voluto che fosse sepolta nella tomba dei De Rossi.

Stefano, come sempre, non la contraddice e pensa che sia giusto così.

Gretha e Olaf restano a Roma dieci giorni, il tempo di sistemare i documenti, prendere le poche cose di valore della figlia ed abbracciare quel nipote che avrebbero voluto portare con se a Bergen. Poi tornano in Norvegia con il loro dolore.

All’aeroporto, Stefano promette che porterà Chrísten a far loro visita per qualche giorno appena possibile. Che crescerà con la sua famiglia in Italia, studierà, e poi potrà scegliere cosa fare della sua vita se rimanere qui o tornare da loro.

Non manterrà nulla di tutto ciò che ha promesso.

Negli anni, Gretha e Olaf vedono il nipote solo un paio di volte. Lucrezia nel frattempo data l'età si ammala. Nessuno a Roma saprà mai di Andor, il fratello maggiore, che soffre in silenzio e tenta invano di seguire i nonni nella capitale quando fanno visita alla famiglia De Rossi, per conoscere quel fratellino visto solo in due foto.

Quando Chrísten ha quattordici anni, Lucrezia muore. Non gli lascia alcun vuoto, si era sempre sentito un estraneo in quella magnifica villa.

Stefano suo padre decide allora di mandarlo al prestigioso Brighton College Roma, come avevano deciso i suoi genitori anni prima per lui, così si è liberato un'altra volta di un impegno gravoso per non far irritare sua moglie che ha sempre detestato il ragazzo e sua madre.

Poi commette una carognata ai nonni: incontra Olaf a Berlino dove si erano recati ognuno per il proprio lavoro dandosi l'appuntamento in noto Hotel a Charlottenburg e lo mette al corrente che porterà Chrísten in America per qualche anno. Olaf col cuore spezzato ci crede sperando che suo nipote abbia un futuro splendido e che tornerà da loro non appena potrà.

Chrísten invece passa l’adolescenza nel college. Poi si iscrive a La Sapienza, Architettura. Stefano si occupa di tutto ma da lontano, paga le spese dello studio del figlio ed ogni tanto gli fa una visita frettolosa, solo per cortesia l'invito a Natale per passare una giornata, apparentemente gioiosa con la sua muova famiglia.

Stefano, egoista e incapace di occuparsi di quel figlio che sente “estraneo”, compie scelte che un altro padre non avrebbe mai fatto. E Chrísten, dolce e silenzioso, soffre la mancanza della madre, nonostante le amiche della donna che spesso lo invitavano nelle proprie case ed era diventato amico di un paio di loro figli con cui passava tempi di divertimento.

Quando Christèn compie diciotto anni, Augusta si presenta alla villa De Rossi con la scatola di legno, le lettere, le foto e le due chiavi ed un segreto di Andrine da rivelargli.

Chrísten ora sa, sa quanto sua madre lo aveva amato, quante cose aveva perso nei suoi pochi anni di vita. Eppure nonostante tutto è cresciuto bene, ha imparato a non usare mai il denaro del padre, se non per pagare le domestiche e mantenere la casa. Lavora nello studio del marito di Simona l'altra amica di Andrine per pagarsi gli studi e mettere da parte qualcosa.

Poi arriva quel giorno, una settimana dopo i suoi diciott'anni.

Il giorno in cui suo padre si presenta alla villa. Il giorno in cui Chrísten capisce che non c’è più spazio per lui. Il giorno in cui vede come fosse la prima volta la nuova famiglia del padre: la moglie dal viso duro, i tre fratellastri che lo guardano senza espressione, senza una luce d'affetto negli occhi.

Capisce che deve andare via, le parole del padre sono una pugnalata nel petto del ragazzo. Aveva bisogno della villa per vivere con la sua famiglia, lui avrebbe avuto a disposizione il bellissimo appartamento del padre di Stefano a poca distanza ed avrebbe avuto due settimane per sistemare le sue cose.

Christèn finse di accettare. Non appena suo padre e gli altri si sono allontanati, rientra in casa e sale nella sua camera avvicinandosi alla cassaforte. Mette accanto al denaro del padre una lettera dove spiega il perché non lo abbia mai usato se non per le spese e nient'altro.

Poi si affaccia alla finestra per guardare tutto quello che non vedrà mai più, la sua decisione è stata presa senza indugi, le lacrime solcano il suo bel viso ma non sarebbe mai più tornato indietro sulla sua decisione.

Prepara due valigie con i suoi vestiti, una borsa con il necessario ed una con tutti i suoi documenti. Prende la sua auto e dopo aver salutato le due donne che lavorano in quella villa per la famiglia De Rossi, parte per Bergen. 

Per conoscere davvero la famiglia di sua madre.




IL FIORDO

Andor guarda il fratello venuto da lontano. Chrísten gli ha raccontato questa storia come se fosse vissuta da un altro.

Sono seduti su una delle tre barche di famiglia, guardano il fiordo illuminato dal sole che non tramonta mai.

Per la prima volta, si sentono davvero fratelli. Andor mette un braccio attorno alle spalle di Chrísten. 

Chrísten appoggia la testa. Restano in silenzio.

Da lontano, Bjorn li osserva intensamente.

«Anche se non sei nato da me, tu sarai il secondo figlio che avrei voluto avere da Andrine. Andrine… sei tornata attraverso lui, amore mio. Non lo lascerò mai più andare via. Te lo giuro: sarà mio figlio.»

Bjorn voltandosi senza essere visto, si incammina verso casa.

Andor, senza togliere il braccio dal fratello, sente che è il momento giusto.

«Chrísten… questa sera mi fermo qui da solo. Erik lo sa già. Io ti devo raccontare di me… e di quello che ho dentro al cuore da quando mamma è tornata con i nonni. E ti porterò da lei.»

Chrísten annuisce.

«Questa sera, dopo cena, sarò nella tua camera.»

«La nostra camera.» dice Chrísten sorridendo, alzando lo sguardo.

Andor ricambia quel sorriso.

«Sì… nostra. E se ti va di ascoltare la mia storia, ne sarei felice.» il suo sguardo ora guarda il mare e le luci delle case dall'altro lato del piccolo fiordo della città. «Sarà come unire dei tasselli per completare una storia che è sempre stata divisa e sconosciuta l'una dall'altra.»

Chrísten lo abbraccia. Insieme si alzano e si avviano verso casa, dove li aspettano Bjorn e i nonni.

Sarà una notte lunga, la loro.



ANDOR

Ombre blu si riflettono nella stanza di Christen. Andor è seduto sulla poltrona accanto alla scrivania che un tempo era sua; osserva il fratello che, ogni volta, guarda affascinato quel fiordo e il riverbero della luce del sole basso all’orizzonte.

«Non so da che parte cominciare, Chrìsten.»

Chrìsten sorride al fratello maggiore, il quale si gratta la nuca arruffando i capelli biondo cenere. Gli viene da sorridere per la tenerezza e per quell’affetto istintivo che prova per lui.

«Comincia da… dove ti senti meglio.»

Andor lo guarda e capisce. Sente che la sua storia, così diversa ma così simile a quella dell’altro, si combacia perfettamente nella mancanza di una vera famiglia, nonostante lui sia cresciuto con i nonni e con Bjorn.

«Ti aspettavo da tanto. Da piccolo, tra le false promesse dei nonni - che poi, in un certo senso, erano giustificate dalle bugie di tuo padre - avrei voluto prenderti in braccio e giocare con te come fanno i fratelli. E invece ci siamo trovati poco fa: io a ventisette anni e tu a ventitré, come due sconosciuti che si amavano a distanza e si amano tutt'ora. Il mio cuore lo aveva capito subito, il giorno in cui arrivasti.»

Chrìsten si emoziona e subito abbassa lo sguardo. «Mi sei sempre mancato… e per quel poco che ricordo, mamma ti aveva sempre amato. Di te non avevo nulla se non i suoi racconti…»

Andor si alza e va alla finestra. Con l’avambraccio si appoggia al legno che divide i vestri in quadrati. Senza guardare Chrìsten e senza vedere il fiordo nonostante sia davanti a lui, inizia a raccontare.

«Il primo colpo l’ho ricevuto quando i nonni sono tornati a casa dal viaggio a Roma durato circa un mese. Avevano detto: “Andiamo a prendere la mamma, dovrai essere forte quando torneremo”. Forte? Un bambino di otto anni che non aveva mai visto sua madre e che sapeva sarebbe tornata chiusa in una bara?»

Si ferma un attimo, la voce incrinata, il petto che batte forte. Sente lo sguardo del fratello su di lui. Respira profondamente, decidendo di continuare, trattenendo le emozioni - glielo avevano insegnato i dottori quando era in cura psicologica nell'ospedale pediatrico nel reparto per i traumi infantili.

Rivede tutto, continuando a raccontare ciò che era successo, come se lo dicesse una terza persona al posto suo.

Faceva caldo quel pomeriggio. La macchina con l’autista davanti, dietro i nonni, e ancora dietro un’auto grigia metallizzata con dentro la bara. E dietro ancora due macchine con sopra degli zii, parenti di cui ora ricorda vagamente i volti.

Nonostante zia Lynda lo tenesse per mano sulla soglia di casa insieme a Hanne, la sua tata, era sfuggito loro urlando «MAMMA!» verso le auto che si erano fermate nello spiazzo davanti alla villa.

Era corso veloce verso loro, ma fu fermato subito dal marito di zia Lynda, Ernest, che lo prese in braccio. Rimase ammutolito nel vedere i nonni piangere e seguire quella cassa bianca che, per due giorni, sarebbe stata esposta nella serra in stile Liberty accanto alla villa, dove nonna Gretha coltivava le sue piante e i suoi fiori.

Quante persone vennero al capezzale… soprattutto le amiche di Andrine, che erano sempre state in contatto con lei ma che, per più di otto lunghi anni, non l’avevano più vista.

Poi l’odore d’incenso nella chiesa di Biskopshavn, poco distante da casa, e l’omelia di Padre Halvor. Si sentiva come in un mondo strano, in mezzo a nonna Gretha e nonno Olaf. Ricorda che si era messo a piangere quando vide la cassa bianca, coperta da un cuscino di fiori blu e gialli, scendere nella buca del cimitero di Solheim.

Poi… quasi nulla. Solo il ritorno a scuola dopo tre giorni.

«Tieni.» Andor volta lo sguardo e vede suo fratello che gli porge un bicchiere d’acqua. Sorridono, e Andor lo beve d’un fiato, come se i ricordi gli avessero arso la gola. Poggia il bicchiere sulla scrivania, accanto alla sedia dove è seduto Chrìsten. Si risiede di nuovo sulla poltrona: sa che ciò che dovrà raccontare ora è il viaggio più brutto della sua vita.

Dopo una decina di giorni dal funerale, Andor tornava da scuola sul pulmino comunale. Davanti a casa c’era un’auto rossa con targa tedesca. Fuori, Hanne lo aspettava e andandogli incontro gli disse che, invece di entrare, sarebbero andati da Mark, il suo amico, che lo attendeva per una sorpresa.

Andor poggiò lo zaino sulla sedia sotto la veranda d’ingresso, ma, guardando verso la finestra del soggiorno di casa, vide un giovane uomo alto dai capelli biondo cenere discutere con suo nonno. Come preso da un presentimento, invece di seguire Hanne, corse alla porta di casa e la aprì prima che la ragazza riuscisse a fermarlo.

Entrando, vide la nonna seduta con un fazzoletto in mano, un’altra signora di poco più giovane accanto a lei che parlava quasi sottovoce, e suo nonno che discuteva con lo sconosciuto. Appena il bambino entrò, i quattro si immobilizzarono come statue, fissandolo.

Hanne entrò subito dopo. «Scusate, non sono riuscita a fermarlo.» Mentre lo stava trascinando fuori, il giovane uomo quasi urlò:

«Si fermi!»

Hanne e Andor si bloccarono sulla soglia. L’uomo era già accanto a loro.

«Giratevi. Ora.» La sua voce era tesa, e nella stanza si sentiva solo il ticchettio dell’orologio appeso alla parete.

Quando si girarono, l’uomo guardò il bambino, poi Hanne, poi di nuovo il bambino. Olaf era accorso dietro di lui e cercava di prendere Andor per portarlo in un'altra stanza, ma l’uomo lo bloccò. Hanne indietreggiò, mentre Andor fissava a bocca aperta quel giovane che, nonostante la voce dura, lo guardava con occhi quasi dolci.

Lo prese per mano lasciando di sasso Olaf che aveva abbassato gli occhi come in segno di resa e si avvicinò alle due donne sedute. La più giovane guardò l’uomo.

«Caro, calmati. Sei in casa di estranei, hai gridato… possono chiamare la polizia. Lascia andare il bambino.»

«No, mamma. No che non lo lascio!» disse lui. Poi rivolse lo sguardo alla persona più fragile ed emotiva: Gretha.

«Chi è questo bambino?» Silenzio. «Ho detto…» Abbassò la voce perché nella sua mano sentiva Andor tremare di paura. «Chi è questo bambino?»

«È uno dei nostri pronipoti… il figlio di Wilm…» tentò di dire Olaf avvicinandosi alla moglie.

«Lo ripeto un’ultima volta, Olaf: chi è questo bambino? E poi chiamo io la polizia.» Si voltò verso la madre, che fissava Andor con occhi stupiti.

«Mamma… ha gli occhi di Andrine. I miei capelli. Mi somiglia.» Si abbassò e guardò Andor con dolcezza, mentre Hanne si avvicinava a Gretha e Olaf tentando di dire qualcosa per rassicurarli.

«Quanti anni hai, piccolo?»

Andor vide gli occhi dell’uomo, dolci, e il suo sorriso che lo accarezzava. E come tutti i bambini buoni e istintivi disse:

«Mi chiamo Andor e ho otto anni e mezzo.»

Poi guardò i nonni e, senza pensare alle conseguenze, si voltò verso l’uomo:

«Non sono il figlio di zio Wilmer, come dice nonno Olaf. Io non ho il papà. Ho una mamma che è andata in cielo… mamma Andrine.»

Il silenzio esplose come una bomba. Sembrò che il tempo si fosse fermato, che nulla si muovesse più, che la luce del pomeriggio entrasse come liquida.

E prima di svenire, Andor sentì l’uomo dire: «Questo è mio figlio.»

Buio.

«Fermati un attimo, Andor.» La voce di Chrìsten lo riporta alla realtà. Si avvicina e lo abbraccia forte, percepiva la tensione ed il dolore del fratello più di quanto pensasse.

«Non sapevi neanche che Bjorn fosse tuo padre… e da poco avevi perso nostra madre. E i nonni ti avevano mentito per anni.» Vede il fratello piangere e annuire. Lo stringe più forte al petto.

«Cos’hai passato, fratello mio… forse cose peggiori delle mie.»

Restano lì, fermi, sotto quella luce blu scandinava. Chrìsten aspetta con ansia che il pianto silenzioso di Andor si plachi. Sa che non avrebbe smesso di parlare, di sfogare tutto ciò che teneva dentro, neanche se glielo avesse chiesto.

Un’ombra, nel buio, li sta osservando.

Dopo un tempo indescrivibile, la voce di Andor riprende. E come un film, rivide le scene del suo passato.

Per tre settimane era stato in una clinica psichiatrica infantile, poi mesi di terapia tra dottori, assistenti sociali e medicine. In un anno aveva ripreso a stare bene: le cure e i medici erano riusciti a sciogliere lo shock di tutto ciò che aveva vissuto, anche se non era tutto finito per il piccolo Andor.

«Pensavo sempre a te per andare avanti» dice Andor a Chrìsten, frammentando i ricordi.

Nel frattempo, mentre era in ospedale, Bjorn aveva intentato una causa per l’affidamento del figlio. E mentre il bambino era inconsapevole di tutto, i nonni e la famiglia di Bjorn andarono avanti per mesi a litigare, a querelarsi, ad annullare e ricominciare, nelle aule fredde del tribunale di Bergen, con i loro agguerriti avvocati.

Fortunatamente il professor Torheim, lo psicanalista di Andor capendo che questo non era il modo giusto di agire soprattutto per il bambino, riuscì a convincere l’avvocato dei genitori di Andrine in un aiuto quasi insperato per sistemare tutta la questione molto delicata, così fecero un miracolo.

Riuscirono a mettere d’accordo tutti per il bene del bambino. Capendo anche il dolore di Bjorn, che si era trasferito a Bergen appena ottenuto il lavoro come ricercatore al museo oceanografico ed era tornato per cercare Andrine o almeno avere sue notizie… L’aveva trovata nella tomba del cimitero di Solheim. E insieme a lei, aveva scoperto l’esistenza di un figlio che non sapeva di avere.

Bjorn voleva solo poterlo riconoscere, dargli il cognome, averlo con sé tre mesi alternati ai tre mesi con i nonni… Era stato creato un compromesso difficile ma necessario. 

Poi i genitori di Bjorn ebbero un’idea bellissima: trasferirsi da Berlino a Oslo e convincere Gretha e Olaf a ospitare il bambino a casa loro una settimana ogni mese, così che il padre e i nonni a Bergen, potessero crescerlo insieme senza distacchi. E Oslo non era poi così lontana per andare a trovare i genitori di Bjorn.

Era stata davvero un'ottima idea, anche se Bjorn, all’inizio, non era molto d’accordo, per qualche tempo aveva detestato i “suoceri”, pur comprendendo col tempo il perché del loro comportamento, poi le cose si appianarono e divennero amici.

Negli anni, Gretha e Olaf si erano affezionati al padre di Andor e quasi lo consideravano come un figlio, scusandosi mille volte per il loro comportamento, fino al giorno in cui lo convocarono a casa con la scusa di una cena tutti insieme.

Li partì la proposta di invitarlo a vivere con loro per sempre. Essendo ormai vicini alla vecchiaia, avrebbero avuto il piacere di averlo accanto e non in un altra casa spostando il nipote ogni due settimane, da un posto all'altro.

Lo fecero, dissero allora e a ragione, soprattutto per Andor che avrebbe avuto suo padre sempre vicino nella casa in cui era cresciuto. L'uomo aveva accettato e lasciata la sua casa a pochi chilometri da loro, si traferì definitivamente.

Bjorn però non aveva mai voluto dormire nella camera di Andrine - diventata un reliquiario - e si era accontentato della vecchia camera degli ospiti, proprio di fronte a quella di Andor, divise solo da un breve corridoio.

Gretha e Olaf allora fecero sistemare un vecchio salotto al piano terra, dietro la cucina, come loro nuova camera da letto, evitando le scale che, con l’età, incominciavano a diventare pesanti.

Silenzio.

Andor guarda Chrìsten: stessi occhi, stesso sorriso, seppur su volti diversi. Chrìsten capisce che il peggio per Andor è passato, tutto ciò che teneva dentro e che voleva raccontare a lui, è andato via come un fiume in piena, lasciando nel cuore un'aria leggera di libertà. 

Il coraggio di renderlo partecipe di un dolore più grande del suo gli rivela quanto il fratello maggiore abbia la stessa sensibilità della madre e che aveva ereditato anche lui.

Sorride. «Stai meglio ora, Andor?»

«Sì, Chrìsten. E poi tu ora sei qui. Era stato il mio desiderio più grande averti vicino e conoscerti.»

«Io… ancora più di te. Ma non so se potrò restare per sempre.»

«Starai qui per sempre, lo sento, Chrìsten. Il mio cuore non sbaglia mai quando "mi parla".»

Andor guarda di nuovo fuori dalla finestra. La luce è più bassa. La sua voce riprende, questa volta è lui che parla. Il dolore forte di prima non c'è più, sente solo la sua voce meno triste:

«Un anno dopo ero tornato a casa dalla clinica. Anche se ogni quindici giorni dovevo avere una seduta con lo psicologo, stavo molto bene. Un giorno mi ritrovai con papà - con Bjorn - al cimitero, davanti alla tomba di mamma. Le avevamo portato un vaso di eriche. Sentivo la sua mano grande stringermi.

"Tesoro, sono felice di averti trovato. Sono felice di averti come figlio. Dovrò recuperare tutto il tempo perso, perché non sapevo che tu esistessi. I nonni non erano cattivi… Pensavano di fare il bene di mamma, di Andrine.” 

«Sembrava parlasse anche a lei, a mamma oltre che a me. Poi papà si abbassò, portando gli occhi all’altezza dei miei, e mi diede un bacio sulla fronte. Io lo abbracciai forte, chiamandolo per la prima volta: "Papà."» 

Andor sorride e guarda Chrìsten negli occhi che erano lucidi. «Piangemmo insieme, mentre la foto di mamma sembrava sorriderci, avevo questa sensazione mentre lo abbracciavo e guardavo la foto di Andrine davanti a me. Era stato un momento indimenticabile poter dire papà a Bjorn, un'emozione indescrivibile Crìsten.

Poi papà si era rialzato in piedi prendendomi in braccio, alto com'era potevo vedere la foto di mamma lontana, lui in quel momento la stava fissando mormorando piano "La mia bellissima Andrine".

La mia mano sul suo petto sentiva i cuore battere forte e ti giuro Chrìsten, so cosa stava pensando in quel momento e te lo posso dire senza dirti una bugia:

"Amore… non ti ho mai dimenticata. Ero tornato per cercarti, per portarti via dall’altro… e tu sei stata portata via da qualcosa che non si poteva combattere. Ma mi hai lasciato lui. Andrine, farò di tutto per essere il migliore dei padri per il nostro piccolo. 

Appoggerò incondizionatamente i tuoi, che nella loro ingenuità pensavano di fare il bene per te e per lui. Siamo qui, i tuoi uomini… So che ne manca uno. Ma un giorno lo troverò e te lo porterò qui. Chrìsten sarà - spero - l’altro mio figlio, quello che avrei voluto avere da te dopo Andor. Ti amo sempre piccola."»

«Come fai a sapere quello che Bjorn pensò quel giorno?» chiede Christen, osservando Andor che non smette di guardare il fiordo.

«Lo seppi da Hanne. In un momento di sconforto, papà si confidò con lei. Io lo scrissi su un foglio che continuavo a leggere finché non l’ho imparato a memoria. È stato il momento in cui ho sentito Bjorn davvero mio padre. Ho sentito tanto amore per lui nel cuore… e ho sentito - non prendermi per matto - che mamma era felice di questo.»

«Anche io sento mamma, Andor. A volte la pregavo di portarmi da te. Ero solo a Roma, con quella nonna che mi ero ritrovato… e Stefano, mio padre, sparito con la sua nuova famiglia.»

«Ora sei qui. E siamo noi la tua famiglia, Christen. Ti amo, piccolo fratellino mio. Papà potrà amarti come un figlio vero, lo sento.»

Si alzano insieme e si abbracciano forte. Ora non ci sono lacrime, ma sorrisi.

Dalla penombra della porta d'entrata una voce: «Lo sarai, se tu vorrai, Chrìsten.»

La voce di Bjorn, leggera e dolce, esplode nel silenzio della stanza. I due ragazzi si girano verso di lui.

«Andor hai detto una cosa che non sapevo… il mio pensiero che avevo confidato a Hanne, e tu l’ha fatto tuo. Mio Dio… non sono mai stato più felice. Mi avete dato una vita in più.»

I due fratelli si avvicinano all’uomo e il loro abbraccio ora è come la luce blu del nord che entra dalla finestra, luminosa, piena di stelle.

Poi Bjorn si stacca dolcemente e si sposta di fianco. In quel momento entrano nella camera Gretha e Olaf, visibilmente commossi. Lei tiene in mano una chiave con un nastro azzurro, con scritto “Per mamma e papà”. Olaf una scatoletta di legno intarsiato.

«Nonna…» dice Andor un po' confuso da quelle presenze improvvise.

«Ssst… guarda.» Gli porge la chiave e gira il foglietto: “Per mamma e papà”. Sul retro un messaggio: “Moe Andor” scritto in stampatello grande.

Olaf gli pone la scatoletta. «È tua. Andrine aveva voluto che te la consegnassimo noi. È il suo regalo per te, che non ti aveva visto crescere ma ti aveva amato molto. Era nascosta in un cassetto profondo del suo armadio, che neanche noi conoscevamo. Lo abbiamo scoperto in un foglietto nascosto nel portachiavi che Chrìsten ci aveva consegnato al suo arrivo.»

Con le lacrime agli occhi, Andor prende la chiave e la scatola. Bjorn avvicina a sé Christen, mettendogli un braccio intorno alle spalle. Il ragazzo si appoggia a lui, mentre i nonni si tengono per mano.

Andor si siede sulla poltrona e apre la cassetta intarsiata.

Christen pensa ai suoi diciotto anni, quando Augusta donò a lui le stesse cose, sorride con tenerezza al fratello, appoggiando la testa contro Bjorn, che in cuor suo sente una commozione intensa.

Dentro la cassetta ci sono foto di lui con la mamma appena nato, scattate di nascosto dalle infermiere dell’ospedale. Una busta contenente una lunga lettera. Un ciondolo fatto con una pietra azzurra e la catenina d'oro che lei, prima di essere mandata in Italia, era riuscita a procurarsi.

Andor legge la lettera senza parlare, con un’emozione che gli fa tremare le mani. I presenti lo osservano intensamente, ma lui non dice nulla. Richiude la lettera come fosse una cosa sacra, la rimette nella cassetta, si lega al collo il ciondolo e, alzandosi, abbraccia tutti con amore.


Epilogo:

Una settimana dopo, in un mattino di sole, Chrìsten - pensando di partire - prepara le sue cose e le lascia in camera in attesa di sistemarle nella sua auto. Scende in sala per la colazione, dove tutti lo stanno aspettando. C’è anche Erik il marito di suo fratello Andor ed anche Hanne.

Sanno che aveva fatto le valigie. Ma a metà colazione, Andor si alza e gli chiede di restare per sempre. Bjorn sta già preparando le carte per adottarlo e togliere la paternità a Stefano, che aveva già contattato e che non aveva fatto obiezione se non per il fatto che la cosa non doveva trapelare a nessuno a Roma.

Chrìsten guarda negli occhi il fratello, poi uno alla volta tutti gli altri e sorridendo verso Bjorn gli dice: «Papà mi passi il caffè per favore?»

E così la storia si chiude.

Con il blu del Nord. Con quel sole basso che fa rinascere una famiglia che sembrava perduta.

«E sotto quel sole basso che non voleva tramontare, capii che una famiglia può rinascere anche dopo essere stata spezzata.»

Chrìsten.

Giampaolo Daccò Scaglione