Lauretta passava i weekend da nonna Mariella da quando Donatella era entrata nel quinto mese di gravidanza. Non era una decisione presa a tavolino: era successo da solo, come succedono le cose naturali.
La piccola si trovava bene lì, tra le cugine, le bambine del vicinato, e soprattutto con Emma, la figlia di zia Marta, che aveva la sua stessa età e con cui formava una coppia inseparabile.
Il giardino di Mariella era un piccolo mondo a parte: sedie di ferro bianco, tovaglie a fiori, tazze di tè lasciate a metà, e un profumo di margherite che sembrava uscire dalla terra stessa.
Le amiche della nonna arrivavano sempre nel primo pomeriggio, portando biscotti, pettegolezzi e risate leggere. Lauretta e Emma correvano tra i cespugli, intrecciavano corone di fiori, si inventavano principesse, fate, sorelle gemelle.
Fu in uno di quei pomeriggi, mentre il sole filtrava tra le foglie e le due bambine si sedevano ai piedi della nonna per riprendere fiato, che Mariella le guardò con un sorriso tenero.
«Allora, Lauretta… sei contenta che tra qualche mese arriverà un fratellino o una sorellina?»
Lauretta annuì con entusiasmo, gli occhi grandi, pieni di un’idea di futuro che solo i bambini sanno avere. Poi, quasi senza pensarci, chiese:
«Nonna… ma come nascono i bambini?»
Le amiche della nonna si scambiarono uno sguardo complice, quello sguardo che hanno le donne quando sanno già cosa sta per succedere. Mariella si sistemò gli occhiali, si schiarì la voce e disse con la naturalezza di chi racconta una verità antica:
«Le femmine nascono sotto le margherite. I maschietti sotto i cavoli.»
Le amiche annuirono, qualcuna rise piano, qualcuna aggiunse un «Eh sì, proprio così». Lauretta rimase incantata. Emma pure. Era una risposta perfetta per loro.
A qualche chilometro di distanza, Giorgio e Roberto erano con nonno Lorenzo. La domenica, per loro, significava pesca, legno, corde, e quell’odore di campagna che ti resta addosso fino al lunedì.
Lorenzo era convinto che i bambini dovessero imparare “cose da uomini”: come si tiene un coltello, come si accende un fuoco, come si costruisce una piccola barca con un pezzo di legno trovato per terra.
Nonna Caterina non era d’accordo. Ogni tanto usciva dalla cucina, con il grembiule ancora addosso, e diceva che sarebbe stato meglio insegnare loro anche a cucinare, a cucire un bottone, a mettere in ordine. Lorenzo fingeva di non sentire, e i bambini ridevano.
Quella domenica c’era anche Maurizio, il fratello minore di Ludovico il padre dei bambini, venuto a trovare i genitori. Era appoggiato a un albero, le braccia incrociate, e osservava la scena con un sorriso divertito.
Roberto tirò su un pesce minuscolo, ma per lui era un trofeo. Lo mostrò al nonno come se avesse catturato un mostro marino. E proprio in quel momento, con la naturalezza dei nove anni, chiese:
«Nonno… ma come nascono i bambini?»
Lorenzo si irrigidì appena, come se qualcuno gli avesse tirato una secchiata d’acqua fredda. Poi, con la sua eleganza un po’ imbarazzata, rispose:
«Li porta la cicogna. La cicogna mamma porta le bambine, perché pesano meno. La cicogna papà porta i maschietti, come voi.»
Maurizio si voltò dall’altra parte per non scoppiare a ridere.
Il lunedì pomeriggio, dopo la scuola, i tre bambini entrarono in casa come una piccola tempesta. Zaini buttati a terra, scarpe slacciate, voci che si accavallavano. Donatella era sul divano, con il pancione che sembrava crescere ogni giorno, e un’espressione stanca ma luminosa.
Ludovico non era ancora tornato dal lavoro.
Appena la videro, i bambini si precipitarono verso di lei, parlando tutti insieme, sovrapponendo le parole, le versioni, le verità dei nonni.
«La nonna ha detto che le femmine nascono sotto le margherite!»
«Il nonno ha detto che ci porta la cicogna!»
«No, è vero quello che ha detto la nonna!»
«No, è vero quello che ha detto il nonno!»
Donatella li guardò, li ascoltò, e poi scoppiò a ridere. Una risata dolce, piena, che li fermò tutti.
«Hanno ragione tutti… e hanno torto tutti.»
I bambini rimasero immobili, confusi, quasi offesi. Donatella si alzò lentamente, accarezzandosi il pancione, e si avviò verso la cucina.
La storia vera stava per cominciare.
"IL PROFUMO DI PESCA"
Il giorno dopo quel famoso lunedì pomeriggio — quello delle margherite, dei cavoli e delle cicogne — la casa sembrava avere un’aria diversa.
Era giugno, faceva caldo, le scuole stavano per finire, e i tre bambini erano agitati in un modo che non si capiva se fosse entusiasmo, nervosismo o tutte e due le cose insieme.
Avevano appena finito di cenare. E, cosa rarissima, stavano sparecchiando in fretta, quasi correndo, come se avessero un appuntamento segreto.
Ludovico li osservava mentre passavano piatti e bicchieri uno all’altro come una piccola catena di montaggio improvvisata.
Poi guardò Donatella.
Lei aveva quell’espressione che lui conosceva bene: il sorriso trattenuto, gli occhi che brillavano, la bocca che si muoveva senza suono per dirgli “Non lo so”, e le spalle che si alzavano in un gesto innocente. Ma rideva tra sé.
Ludovico accese la televisione. I bambini, come se avessero provato la scena, si sedettero tutti vicino a lui, lasciando lo spazio centrale libero. E infatti, pochi secondi dopo, arrivò Donatella con il suo pancione di cinque mesi e il vestito rosa che le cadeva morbido. Si sedette proprio lì, in mezzo a loro.
Fu allora che Roberto, con una voce che non era la sua — più bassa, più seria, quasi preoccupata — disse:
«Mamma… papà…»
Tutti si voltarono verso di lui. Giorgio smise di dondolare il piede. Lauretta si raddrizzò come una margherita al vento.
«Ieri abbiamo parlato di quello che hanno detto i nonni…» disse Roberto, indicando la madre. «E tu hai detto che avevano ragione e torto tutti e due.»
Ludovico si confuse.
«Su che cosa?»
Donatella sospirò.
«Niente… tuo padre ha detto ai ragazzi che i bambini li portano le cicogne. E mia madre ha detto a Lauretta che nascono sotto i cavoli e sotto le margherite le femmine.»
Ludovico scoppiò a ridere. Donatella gli lanciò uno sguardo che diceva chiaramente “Non prenderli in giro”.
Poi, dolce, disse a Roberto:
«Certo che mi ricordo. Non fate caso a vostro padre, oggi ha la ridarola.»
Roberto guardò i fratelli, poi il padre, poi la madre, poi la pancia. E finalmente esplose:
«Marco a scuola mi ha detto che i bambini nascono dalla pancia della mamma! E tu hai la pancia gonfia… quindi il fratellino o la sorellina è lì dentro!»
Giorgio e Lauretta si avvicinarono subito alla pancia, la toccarono con delicatezza, come se potesse rompersi. Donatella trattenne una risata. Ludovico diventò rosso come un pomodoro.
Roberto continuò, con la naturalezza dei nove anni:
«Sarà anche vero… però non ho capito come avete fatto.»
Silenzio. Un silenzio che sembrava durare un’ora.
Ludovico tossì. Donatella arrossì. Lauretta non capì, ma rise lo stesso.
«È un po’ difficile da spiegare… vero, Ludovico?» disse Donatella, con un sorriso che era metà dolcezza e metà vendetta.
Ludovico farfugliò qualcosa che non era né italiano né dialetto, poi si alzò di scatto dicendo che aveva una telefonata di lavoro urgente.
Donatella scoppiò a ridere: se lo aspettava.
I bambini si strinsero intorno a lei. Lauretta si appoggiò al suo seno, come faceva quando era piccola. Donatella cercò una risposta, una frase, un modo per prendere tempo… ma niente. La mente era vuota.
Poi alzò lo sguardo. E vide il suo diario sulla libreria.
Il colpo di genio.
«Giorgio, amore, tu che sei il più alto… vai a prendere il diario di mamma. Lì dentro ho scritto tutto. Come siete nati voi tre.»
Giorgio corse, lo prese, glielo porse come se fosse un tesoro. Donatella lo aprì, stringendo i bambini vicino a sé.
«Allora… ci sono molti modi di nascere, perché ognuno di noi è diverso, con la sua personalità. Qui dentro ci siete voi tre… e poi metterò anche il prossimo, o la prossima. Da chi comincio?»
«Io! Io! Io!» dissero tutti insieme.
Donatella sorrise. E aprì il libro.
Giorgio e lo gnomo del lago
Donatella aprì il diario, accarezzando la copertina come si accarezza un ricordo. I tre bambini si strinsero ancora di più intorno a lei, e Giorgio — il maggiore — trattenne il fiato. La mamma sorrise.
«Allora… questa è la storia di quando sei arrivato tu, Giorgio. Una storia che sembra una favola. E forse lo è.»
Donatella aveva ventidue anni. Ludovico ne aveva appena compiuti venticinque.
Si erano sposati da tre mesi, in un maggio pieno di luce, e non volevano fare grandi viaggi: il matrimonio era stato bellissimo, ma anche costoso.
Così decisero di andare al lago dove Donatella andava da bambina, un posto che per lei profumava di casa.
Arrivarono in un albergo vicino alle basse montagne, si cambiarono, pranzarono, e poi uscirono a passeggiare sulle rive del lago Verdacqua. Il cielo era azzurro, limpido, e l’aria fresca sapeva di erba e acqua.
Donatella raccontava che da piccola, giocando nei prati con sua cugina, vedeva gli gnomi: piccoli, pazienti, intelligenti, con gli occhi verdi come il muschio. Ludovico sorrideva, stringendole la mano.
Più avanti trovarono una panchina in mezzo a un piccolo boschetto di abeti e si sedettero lì. Ludovico le raccontò che da bambino passava le vacanze in montagna con i suoi genitori, e che amava attraversare i ruscelli saltando da un sasso all’altro.
Poi si alzò, si chinò, e tornò con una genziana in mano. La porse a Donatella.
Lei se la mise tra i capelli e disse, con quella voce che aveva quando sognava:
«Quando avremo il nostro primo bambino… spero che abbia gli occhi del colore della genziana. E che ami il lago e la montagna come noi.»
Ludovico la baciò. Poi si sdraiarono sull’erba, abbracciati, guardando il cielo.
Fu allora che accadde.
Dal nulla, come se fosse uscito da una piega dell’aria, comparve un giovane gnomo. Bellissimo, luminoso, con gli occhi azzurri e i capelli biondi. I due non ebbero paura: lo guardarono come si guarda un miracolo.
Lo gnomo sorrise.
«Hai espresso un desiderio bellissimo, Donatella. Io mi chiamo Giorgio, e sono uno gnomo speciale: amo i monti e i laghi. Guarda.»
Si tolse il cappello. I capelli erano d’oro, gli occhi azzurri come la genziana.
«Sono venuto perché ho sentito tanto amore. E ti prometto che avrai un bel maschietto. Lo chiamerai Giorgio, in mio onore. Avrà gli occhi azzurri intensi come la genziana e i capelli d’oro come i miei. Amerà la montagna… e diventerà un bravissimo scrittore. E imparerà anche a pescare nei laghetti.»
Ludovico e Donatella si scambiarono uno sguardo incredulo.
«Ma…?» dissero insieme.
Lo gnomo rise.
«Ma dipenderà dal bacio che vi siete dati prima… o dall’abbraccio sull’erba. Se amerà più i monti o il lago. E soprattutto… se quando nascerà dalla tua pancia, la borsa della vita, sentirete un profumo di pesca… allora amerà tutte e due le cose.»
Donatella portò una mano al ventre, come se già custodisse qualcosa.
Lo gnomo continuò:
«La genziana farà un regalo anche a te, Ludovico: tuo figlio avrà la tua intelligenza. Diventerà anche un dottore, se lo vorrà.»
Poi guardò il cielo.
«Ora vi lascio. Tra poco una piccola stella entrerà nella tua pancia, Donatella. E sarà l’inizio.»
Fece un passo indietro, e prima di sparire dentro un albero, disse:
«Ricorda: chiamalo Giorgio. E nascerà il giorno del compleanno di tuo padre.»
Donatella chiuse il diario un momento, guardando i bambini. Avevano la bocca aperta.
Giorgio fu il primo a parlare.
«Mamma… è vero. Amo la montagna, i laghi… ho gli occhi blu… e assomiglio a papà. Il folletto aveva ragione. Oggi parlavo con la professoressa di matematica e le ho detto che sarebbe bello diventare un dottore.»
Donatella sorrise.
«Sarebbe bello sì. La nonna dice sempre che in famiglia ci deve essere un dottore o un prete… non si sa mai.»
Risero tutti.
Poi Lauretta, con gli occhi grandi, chiese:
«Mamma… e il profumo di pesca? L’avete sentito?»
Donatella annuì piano.
«Oh sì. In tutto l’ospedale. È lì che aprono la pancia, la borsa della vita. E il dottore e le infermiere respiravano quel profumo buonissimo. Il nonno era così felice… compiva gli anni proprio quel giorno.»
I bambini rimasero in silenzio, come se avessero ascoltato una magia.
E Donatella riaprì il diario.
«Adesso… volete la storia di Lauretta o quella di Roberto?»
Roberto ed il folletto verde
Donatella sfiorò la guancia del suo secondogenito, che la guardava con gli occhi verdi spalancati.
«Prima che tu entrassi nella borsa della vita, caro il mio Robertino…» cominciò, con quella voce che sapeva di stelle e di ricordi.
«Papà quella sera tornò tardi dal lavoro. Era stanco, lo vedevo da come si toglieva la giacca e da come sospirava. Allora mi venne un’idea: preparargli una cena sotto la luna e le stelle, così si sarebbe rilassato.»
Roberto sorrise, già rapito.
«Giorgio era piccolino, dormiva nel suo lettino in veranda, con la zanzariera che si muoveva piano piano col vento. Io apparecchiai fuori, accesi una candela, preparai una pasta semplice ma buona. Quando papà arrivò, vide tutto e si sciolse. Si sedette, mi prese la mano e disse che non c’era posto più bello al mondo.»
I bambini trattennero il fiato. Era come vedere i loro genitori giovani, innamorati, sotto un cielo d’estate.
«Poi,» continuò Donatella, «una cometa attraversò il cielo. Una scia luminosa, lunga, bellissima… e alla fine scoppiò come un fuoco d’artificio.»
Roberto spalancò la bocca.
«Papà espresse un desiderio prendendomi la mano. Io chiusi gli occhi ed espressi il mio. E siccome i desideri sotto le comete non si dicono… restarono lì, come i segreti degli angeli.»
Dopo la cena, sparecchiato tutto, Ludovico portò Giorgio in camera. Donatella sistemò la cucina pensando che avrebbe finito l’indomani — era sabato — e li raggiunse.
Ludovico era sul terrazzo della camera da letto, in piedi, illuminato dalla luna. Lei gli si avvicinò in silenzio e lo abbracciò da dietro.
«Sotto quella luce,» disse Donatella, «tuo padre sembrava un angelo. La luna si specchiava nei suoi occhi verdi. Mi baciò, mi prese in braccio e ci sedemmo sul divanetto di vimini, con i cuscini blu e gialli. Il profumo della menta dei vasi vicini ci avvolgeva.»
Fu allora che accadde.
Un piccolo folletto apparve nell’aria. Aveva le ali, i capelli rossicci, gli occhi color della menta e un vestito verde che brillava come rugiada.
Donatella e Ludovico rimasero senza parole.
Il folletto cominciò a cantare una canzone d’amore, dolce e antica. Poi volò attorno a loro, lasciando una scia di polvere dorata che li avvolse in un cerchio luminoso.
Si fermò davanti a loro, sospeso nell’aria.
«Un angelo e una fata!» disse, ridendo. «Ecco chi ho davanti ai miei occhi color menta.»
I due scossero la testa, increduli.
«Non sapete chi sono? Mi chiamo Roberto. Ma i miei centoventi fratelli e sorelle mi chiamano Robertino. Sono il folletto che protegge i bambini dai capelli rossi.»
Ludovico e Donatella si guardarono stupiti.
«Sapete cosa è successo prima?» chiese il folletto. «La cometa. Lei vi ha visto. E quando vi siete baciati, ha sentito i vostri desideri. È scoppiata in mille scintille dorate: una è entrata nella tua pancia, Donatella… e l’altra negli occhi di Ludovico.»
Donatella portò una mano al ventre, come se già custodisse qualcosa.
«Tra un po’ di tempo nascerà un bambino bellissimo, come quello che dorme nella culla. Avrà i miei capelli rossi e ondulati. Amerà le stelle e la luna. E da grande diventerà…»
«Un astronauta!» disse Ludovico. Donatella scoppiò a ridere.
Il folletto rise anche lui.
«No, no… un astronomo! Insegnerà in un posto lontano da qui. Avrà gli occhi verde menta come i miei… ma sarà il tuo ritratto, Donatella.»
Poi si fece serio.
«Però…»
«Però?» dissero insieme i due.
«Avrà tutto questo solo se, quando nascerà, sentirete un profumo di pesca. E dovrete chiamarlo come me: Roberto. Altrimenti non diventerà un astronomo. Non sarà un bambino come gli altri.»
Il folletto guardò verso la veranda.
«Ora andate dentro. Giorgio si sta svegliando. E ricordate: profumo di pesca… e Roberto. Io sarò con voi fino a quel giorno. E quel giorno sarà Natale.»
Poi svanì in una scintilla verde.
«Mamma!» quasi urlò Roberto, emozionato. «È vero! Ho gli occhi verdi e i capelli rossi come il folletto Roberto! E sono nato a Natale! E mi piacciono le stelle!»
Donatella gli accarezzò i capelli.
«Tesoro, i folletti non mentono mai. Vero, Lauretta?»
La bambina annuì felice, dando un bacio alla pancia della mamma.
«Mamma…» disse Roberto, «pensi che un giorno diventerò un astronomo?»
«Beh sì,» rispose Donatella, «visto che il nonno Paolo ti ha regalato l’atlante stellare.»
Risero tutti.
Lauretta guardò la mamma.
«C’era anche per Roberto il profumo di pesca?»
Roberto, orgoglioso, si toccò i capelli.
«Ovviamente! Guarda i capelli e gli occhi! Il profumo c’era, vero mamma?»
Donatella sorrise.
«Oh sì, caro. C’era. E prima di sparire, il folletto ti ha lasciato anche un po’ della sua vanità.»
Chiuse il diario.
«Giorgio, amore, prepari i bicchieri di aranciata per tutti?»
Giorgio corse in cucina. Lauretta guardò la mamma con gli occhi che brillavano.
«E sì, tesoro… ora tocca a te.»
Lauretta e le fatine lucciole
Donatella aprì il diario alla terza pagina, quella con il fiore disegnato da lei stessa anni prima. Lauretta si sistemò i capelli color del grano dietro l’orecchio, pronta a sentire la sua storia.
«E venne ottobre…» iniziò la mamma, con un sorriso.
«Avevo portato Giorgio all’asilo e Robertino al nido. Dovevo lavorare anch’io, come papà, perché la famiglia si era ingrandita e voi due monelli…»
«Ehi!» rise Lauretta, spingendo i fratelli. «…davate molto da fare.»
«A pranzo arrivò papà. C’erano anche i vostri nonni, che vedendoci stanchi ci fecero una sorpresa: una piccola vacanza di otto giorni al mare.»
Gli occhi dei bambini si illuminarono.
«Non sapevamo che fare… avremmo dovuto lasciarvi da loro. C’era anche Rosy, la tata, ma sai come sono i genitori: apprensivi. Però il posto era bellissimo, pieno di isole chiamate Canarie, il clima era buono… e avevamo bisogno di riposare un po’. Così siamo partiti.»
«In aereo?» chiese Lauretta.
«Sì tesoro, in aereo.» rispose la mamma con una carezza sulla testa della figlia
«Quando siamo arrivati faceva caldo, mentre qui aveva già iniziato a piovere. Papà ed io eravamo in un paradiso chiamato Formentera: un posto che sembra un deserto, ma affascinante, e da lontano si vedeva l’Africa.»
«L’Africa?» sussurrò Roberto.
«Roberto!» lo zittì Lauretta. «Questa è la mia storia!»
Donatella rise e continuò.
«Una sera fecero una festa in stile arabo nel grande giardino dell’albergo. Io ero vestita da odalisca… e papà da Aladino, con il turbante.»
I bambini esplosero in una risata fragorosa. E dal corridoio, nascosto, Ludovico si portò una mano alla fronte.
«Papà vestito da Aladino!» urlò Roberto.
«Ragazzi, per favore…» disse Donatella, ma poi scoppiò a ridere anche lei.
«Finita la cena, i ballerini danzarono sotto le stelle con le torce accese. Si sentiva il mare vicino. Sembrava davvero la favola di Aladino. Dopo le danze, c’erano dei cantanti. Io e papà decidemmo di fare un giro mano nella mano verso il mare. Le stelle erano più luminose che in città. Il mare era scuro, e le onde portavano un profumo di salsedine. Papà mi prese in braccio e… ci buttammo in acqua vestiti.»
«Nooo!» gridò Lauretta.
«Sì!» rise Donatella. «Mi dispiacque per il vestito, ma poi… era come essere in una fiaba. I vestiti bagnati scintillavano sotto il cielo blu. Papà mi baciò nell’acqua, distesi quasi a riva.»
«Avevo chiuso gli occhi quando papà disse: “Guarda.”»
«Dieci lucciole a forma di fatine colorate apparvero sopra il mare. Ridevano, parlavano una lingua strana, danzavano attorno a noi.»
Lauretta trattenne il fiato.
«La più bella — anche se erano tutte bellissime — si avvicinò. Aveva gli occhi color del mare, un abito leggero lilla, i capelli color del grano…»
Lauretta si prese una ciocca e la guardò. «…e mandò un bacio a papà.»
«Poi si posò sulla mia mano. La sua voce diventò più alta.»
«“Non c’è nessuno degli umani qui con voi, vero?”»
«“No.” risposi.»
«“Bene. Allora è tutto più facile. Ora, Donatella, dai un bacio a tuo marito. Su su, non avere vergogna.”»
Le altre fatine risero, e lei le zittì con uno sguardo.
«Non appena ci baciammo, ci buttarono addosso granelli di polvere di ogni colore. E insieme dissero:»
«“Il bacio e queste polveri magiche faranno sì che nella tua borsa della vita nascerà una nostra sorella. Non sarà una lucciola, ma una luce. Una bambina bellissima che assomiglierà un po’ a te e un po’ a lui.”»
Lauretta si strinse al cuscino.
«“Avrà gli occhi color del mare, i capelli color del grano, amerà il colore rosso… ma non sarà fragile. Lei è come noi: forte e sicura.”»
«“Quando sarà grande, molti ragazzi la vorranno come fidanzata… ma lei sceglierà il migliore. Lo incontrerà in una grande scuola, dove diventerà un architetto che costruirà giardini e case bellissime.”»
Lauretta sorrise, già immaginandosi.
«“Però… se volete che tutto questo accada, ora abbracciatevi e baciatevi sott’acqua. Il mare sarà la casa dove un seme di rosa entrerà in te. E il primo giorno d’estate nascerà Laura, come mi chiamo io. E sarà protetta da noi fatine-lucciole per sempre.”»
«“Ricordate: tutto accadrà quando sentirete un profumo di pesca nell’aria… e la bambina nascerà con la luna piena.”»
«E così,» concluse Donatella, «dopo tanti mesi sei nata tu. Con il profumo di pesca. Con la luna piena. E con la bellezza della fata Laura.»
«Lauretta!» precisò la bambina, incrociando le braccia. Tutti risero.
«Mamma… sei sicura che sia successo tutto questo?» chiese Giorgio.
«Certo che sì!» rispose Lauretta prima ancora della madre. «Mi piace il lilla, amo il mare, ho gli occhi dello stesso colore, le fate… e voglio fare l’arredatrice da grande!»
«Ovvio.» disse Roberto, dandole una spinta affettuosa.
Donatella fece l’occhiolino a Giorgio: lui era troppo grande per crederci davvero. Giorgio ricambiò il gesto e accarezzò la sorellina.
«Stavo solo scherzando.»
Fu allora che Ludovico entrò nel salotto. Si sedette accanto alla moglie, la abbracciò e guardò i figli.
«La mamma ha detto la verità. Siete nati così: ognuno in maniera diversa, ma tutti nati per amore.»
Donatella lo baciò. Ma Ludovico continuò:
«E se volete… posso raccontarvi della futura nascita del vostro fratellino nella borsa della vita della mamma.»
«Fratellino?» disse Donatella, stupita. «Che ne sai se è…»
«Sssht. Lo so, amore.»
I bambini si fecero attentissimi.
«Sapete come lo so?» Tutti scossero la testa.
«Perché me l’ha detto Arcibaldo.»
«E chi è Arcibaldo?» dissero tutti insieme.
Donatella, Ludovico e Arcibaldo
Ludovico si sistemò meglio sul divano, come se stesse per raccontare una storia che aspettava da tempo di uscire. I bambini si avvicinarono, attratti dal tono misterioso che aveva preso la sua voce.
«Donatella… ti ricordi? Poco più di cinque mesi fa, la festa di Carnevale a casa di mio fratello Maurizio. Quella con tutte quelle maschere strane, gli amici di vecchia data, e un sacco di gente che non avevamo mai visto.»
Donatella si portò una mano alla bocca e scoppiò a ridere. «Come potrei dimenticarlo? Io vestita da Biancaneve e tu da Principe Azzurro! Sembravamo usciti da un cartone animato.»
I bambini si piegarono in due dalle risate. Dal corridoio si sentì un colpo secco: probabilmente un quadro che aveva tremato per il troppo ridere.
Ludovico riprese, con un mezzo sorriso che gli illuminava gli occhi.
«Dopo aver mangiato frittelle, ballato come due ragazzini e giocato con gli amici, ci eravamo seduti nella veranda dello zio Maurizio. L’aria era fresca, si sentiva il profumo del fiume vicino. E proprio lì… si avvicinò un signore.»
Donatella si morse il labbro per non ridere. «E come se me lo ricordo…»
«Era vestito in modo elegante, con un cappello scuro e un mantello che gli arrivava alle caviglie. Ci invitò a seguirlo per vedere i fuochi d’artificio dal campo dei cavalli di mio padre. Disse che da lì la vista era migliore.»
I bambini si fecero silenziosi, come se stessero entrando in un territorio sacro.
«Una volta arrivati,» continuò Ludovico, «lui si tolse il cappello con un gesto teatrale, fece un inchino davanti alla mamma e… puff! Le soffiò addosso una nuvola di polvere d’argento. Poi si girò verso di me e mi lanciò polvere dorata.»
Roberto spalancò la bocca. «Ma papà… e tu non hai detto niente?»
«E cosa dovevo dire? Ero troppo stupito. E poi… non era finita. Tirò fuori un fazzoletto bianco dal taschino, lo strofinò tra le mani e… comparve un passerotto. Piccolo, morbido, con gli occhi neri come due perline.»
«Ooooh…» fece Lauretta, incantata.
«“Questo è Alessio, il passerotto della speranza,” disse il signore. E il passerotto volò prima sulla spalla della mamma, poi sul mio braccio. Sembrava che ci stesse studiando.»
Donatella rise piano. «Io cercavo di non scoppiare a ridere… ma era tutto così assurdo che non sapevo come comportarmi.»
Roberto si strinse nelle spalle. «Meno male che non lo chiamerete Arcibaldo. È un nome orribile. Alessio è molto più carino.»
Donatella si alzò di scatto. «Scusate… devo andare un attimo in bagno.» E corse via, con una mano sulla bocca per non farsi sentire.
Ludovico continuò, mentre i bambini la seguivano con lo sguardo.
«Alessio il passerotto volò sulla spalla del signore, che finalmente si presentò: “Mi chiamo Arcibaldo.” E con il becco, il passerotto tirò fuori un foglio dal taschino del suo mantello. Arcibaldo prese una penna.»
«“Ecco qui,” disse. “Un foglio e una penna. Sapete cosa significa?”»
«Io e la mamma ci guardammo. Dopo tre figli nati in modi… diciamo particolari… eravamo pronti a tutto.»
«“Su, datevi un bacio,” disse Arcibaldo. “Altrimenti la polvere non funziona.”»
«Ci baciammo. E proprio in quel momento, dal giardino della festa, esplosero i fuochi d’artificio. Sembrava che il cielo si fosse aperto per noi.»
«Arcibaldo sorrise. “Questo è un buon segno. Il bambino che nascerà tra nove mesi avrà i capelli castani con riflessi chiari, come il papà, e gli occhi blu. Amerà leggere, diventerà un professore di lettere… e assomiglierà a tua figlia, la piccola Lauretta.”»
Lauretta si mise dritta come una principessa vera. «Beh… ovvio.»
«Io gli chiesi come facesse a sapere di mia figlia. E lui mi strizzò l’occhio: “Se non lo sapessi… che mago sarei?”»
«Poi prese un velo bianco, leggerissimo, quasi trasparente, e lo lanciò sopra di noi. “Baciatevi e sarà fatto.”»
«Ci baciammo. E quando riaprimmo gli occhi… Arcibaldo non c’era più. Sparito. Il passerotto ci guardò un attimo, come per salutarci, e volò via.»
«E allora… sentimmo quel profumo. Il profumo di pesca. Dolce, caldo, avvolgente.»
«La mamma si toccò la pancia e disse: “Saranno quattro. Un numero perfetto per la nostra famiglia.”»
«E io risposi: “Certo, amore mio. La nostra è una famiglia speciale. È magica.”»
Donatella tornò proprio in quel momento, con gli occhi lucidi di risate trattenute. Vide i bambini saltare addosso al padre, felici come cuccioli. Si fermò sulla porta, con il cuore pieno.
Poi Ludovico li mandò a prepararsi per la notte.
Giorgio e Roberto si scambiarono uno sguardo da complici.
«Eddai! Un altro maschio in casa!»
«Sì! Siamo fortissimi!»
Lauretta prese la mano della mamma.
«Mamma… sai che non mi dispiace essere l’unica principessa della famiglia? Certo… dopo di te, che sei la nostra Regina.»
Donatella la sollevò in braccio. Ludovico le raggiunse, e insieme salirono verso le camere.
La casa era silenziosa. Le luci soffuse. Il giardino immerso in una notte tiepida.
Donatella e Ludovico erano seduti sulla panchina di legno, abbracciati, guardando il cielo.
«Sei stato incredibile, Ludovico. Giuro che ho fatto fatica a non scoppiare a ridere… ma ti sei superato. Hai lasciato andare tutta la tua compostezza. Sei diventato come loro. Ne avevano bisogno.»
Lui le baciò la fronte.
«E tu sei una sognatrice speciale. Hai inventato tre storie da farne un libro. E quella creatura nella tua pancia… è un maschietto. Ne sono sicuro.»
«E se ti sbagliassi?»
«Impossibile. Me l’ha detto Arcibaldo.»
Risero insieme, piano, come due ragazzi.
Dalla finestra della camera dei maschi, tre testoline sbucarono nel buio.
«Tu che ne pensi?» sussurrò Roberto.
«Beh…» disse Giorgio, «non sono matti. Ma siamo stati bravi a far finta di crederci.»
«Anch’io sono stata brava.» disse Lauretta, con un sorriso furbo.
«Bravissima.» rispose Giorgio.
Poi la bambina aggiunse, quasi in un soffio:
«Però… mi dispiace un po’ averli presi in giro. Sappiamo tutti che i bambini nascono grazie all’amore che il papà dà alla mamma.»
I due fratelli annuirono, seri.
«Le maestre ce l’hanno spiegato bene… anche se alcune cose non le ho capite. Ma ora siamo felici. I nonni non sanno recitare bene, e la storia del cavolo e delle cicogne… ci credevano loro.»
Roberto sbadigliò.
«Dai, Lauretta, vai nella tua camera.»
«E tu a dormire,» rispose Giorgio.
Roberto si infilò nel letto ridacchiando.
«Tanto io lo so come nascono… Marco me l’ha spiegato. È terribile, ma almeno ora ho capito.»
Donatella e Ludovico rientrarono in casa. I tre bambini erano già nelle braccia di Morfeo.
Nel cielo sopra la casa, quattro figure luminose si radunarono: lo gnomo del lago, il folletto verde, la fatina-lucciola… e Arcibaldo.
La fatina sospirò.
«Con questi umani… che possiamo fare?»
Arcibaldo si aggiustò il mantello.
«Niente. Basta lasciarli nelle loro convinzioni. Così sono felici. E ora andiamo: molte mamme e papà ci aspettano.»
Il folletto si fermò un attimo.
«Arcibaldo… sei sicuro che Donatella aspetti un maschio?»
Arcibaldo sorrise, con un lampo negli occhi.
«Ovviamente sì. Altrimenti che mago sarei?»
E svanirono nella notte.
Giampaolo Daccò Scaglione





















