(Paulo Coelho)
"I SOGNI DI LUCA"
Fermo al semaforo pedonale, Luca cambiò la posizione dei sacchetti di plastica nelle proprie mani. La spesa, fatta in un noto supermercato del centro, era pesante: le dita, leggermente violacee per lo sforzo e la circolazione bloccata, gli facevano un po' male. Finalmente la luce antropomorfa divenne verde e lui attraversò le strisce, affiancato da un tram che sferragliava rumorosamente sui binari prima di svoltare veloce verso sinistra, scomparendo tra i palazzi.
Luca sorrise tra sé, scaldato dal pensiero che tra pochi minuti sarebbe stato al sicuro nella sua tana. Lì, dopo una buona cena rigenerante, si sarebbe messo tranquillo, seduto sul divano letto a leggere un po'. I libri erano il suo grande hobby, insieme a una viscerale, segreta curiosità verso l'arte e la pittura. I suoi occhi chiari, vivaci e attenti osservavano il movimento frenetico che lo circondava: impiegati che allungavano il passo per rientrare a casa, sportivi in bicicletta con il caschetto antitrauma che sfrecciavano verso la pista ciclabile del parco.
Il suo sguardo si addolcì nel vedere i bimbi piccoli tenuti per mano dalle mamme o dalle nonne, e le signore anziane che, con eleganti cappellini e cappotti in tinta, sorseggiavano l'aperitivo sedute nella veranda riscaldata di un prestigioso caffè. Luci sfavillanti, vetrine illuminate, il brusio dei passanti al cellulare, i colpi di clacson nel traffico e tutta quella travolgente vivacità metropolitana... Luca ne era sinceramente felice. Amava vivere in quella metropoli piena di stimoli, di volti diversi, di opportunità nascoste.
I suoi passi lo condussero verso una piazza prestigiosa, un'oasi di verde circondata da palazzi imperiosi che trasudavano nobiltà, storia e lusso. Poi imboccò la "sua" via, una strada artisticamente splendida e carica di fascino. Sì, Luca in quel momento si sentiva profondamente felice e fortunato, nonostante l'ombra gigantesca che si era lasciato alle spalle: il suo passato.
Luca, in realtà, non era il suo vero nome. All'anagrafe, o almeno in teoria, si chiamava Pietro Sacco; ma anche quello, a ben vedere, non era il suo nome autentico. Più di trent'anni prima, in una tarda sera di primavera tiepida e profumata di resina, i frati cappuccini di un convento di periferia lo avevano trovato abbandonato sulla soglia della porta di servizio, attirati dalle sue urla disperate.
Ovviamente erano intervenuti la polizia e gli assistenti sociali, che avevano trasferito quel neonato dai capelli rossi e dagli occhi verdi in un grande istituto. Lì, momentaneamente, gli era stato dato il nome di Marco, in onore del santo a cui era dedicato quel monumentale palazzo pieno di orfani.
Il piccolo Marco-Luca era cresciuto insieme agli altri bambini. Era un'anima tranquilla, un sognatore solitario; se mai capitava che litigasse con qualcuno, era sempre per futili motivi. Alle coppie che entravano in istituto con il desiderio di adottare un figlio, lui veniva quasi sempre mostrato per primo, ma la sorte giocava strano: o era considerato troppo piccolo o, d'un tratto, troppo grande. Ogni volta che una famiglia lo guardava e poi se ne andava, il bambino pensava che le persone non cercassero davvero un figlio, ma chissà quale ideale impossibile.
Poi, un giorno, subito dopo aver terminato la quinta elementare, iniziarono a fargli visita due signori di mezza età. Erano persone molto distinte, eleganti, che volevano conoscerlo meglio. Fu così che Marco-Luca venne finalmente adottato. La sua indole sognatrice lo portò immediatamente a spiccare voli fantasiosi sulla sua vita futura: si immaginava già como un architetto affermato, pronto a ripagare quei genitori così dolci e affettuosi per il loro gesto generoso e per i sacrifici che avrebbero fatto per lui.
Da quel giorno, per volere della nuova famiglia, venne chiamato Pietro Sacco, lo stesso nome del defunto padre del suo patrigno. Al ragazzo quel nome non era mai piaciuto; avrebbe preferito di gran lunga farsi chiamare Luca, un nome che aveva sempre amato profondamente senza saperne il motivo.
La realtà, purtroppo, si rivelò ben presto di una freddezza glaciale. I suoi genitori adottivi erano tutt'altro che affettuosi. Non appena finita la terza media, il sogno dell'architettura venne bruscamente infranto: il patrigno lo spedì a lavorare nella sua piccola fabbrica come tornitore. Fu uno smacco terribile per le sue aspirazioni artistiche. Come se non bastasse, la sera era costretto a frequentare un corso di elettromeccanica, per aggiornarsi continuamente sul funzionamento di quelle orribili, gelide macchine utensili che detestava.
Ma di notte, nel buio della sua cameretta, Luca continuava a sognare. Creava nella mente arredamenti avveniristici e case stupende, vedendosi in un futuro lontano come un professionista di successo. Si ripeteva che, una volta terminato il servizio militare, avrebbe conquistato la sua libertà, avrebbe inseguito i suoi veri desideri e che, prima o poi, avrebbe sfondato.
Mandava giù le lacrime ogni volta che gli venivano negati una carezza o un abbraccio. Sua matrigna era una donna distante, priva di calore, e il capofamiglia era sempre accigliato, duro, autoritario. Luca non riusciva a comprendere perché lo avessero adottato, visto che con lui parlavano pochissimo, e sempre per dire cose serie, pesanti, opprimenti.
Finché una sera, esausto di quella prigione, Luca trovò il coraggio di ribellarsi: disse che non avrebbe più frequentato il corso serale, che non voleva più passare le sue giornate in officina e che il suo unico desiderio era studiare al liceo. La prima reazione fu un silenzio di gelo, seguito da un'esplosione di urla furiose e, infine, da uno schiaffo violento che gli colpì il viso, spegnendo ogni sua protesta.
Quella notte pianse in silenzio, rifugiandosi nel suo mondo fantastico fatto di colori, di persone importanti e di felicità. Non appena compì diciott'anni, il patrigno morì improvvisamente d'infarto sul posto di lavoro. La vedova, da quel giorno, iniziò a trattarlo persino peggio del solito, privandolo di ogni minima gioia materiale ed emotiva. Fu allora che Luca prese la sua decisione.
Proprio come la notte in cui era stato abbandonato sul sagrato dai frati, in una tiepida e profumata sera di primavera, fuggì da quella casa di ghiaccio. Ormai era maggiorenne, nessuno poteva più trattenerlo. Non gli interessava affatto scavare nel passato o scoprire da dove provenissero le sue origini: voleva solo scoprire il suo futuro, quello che sognava da anni. Con una sola sacca in spalla, svanì nei tentacoli luminosi delle grandi vie della metropoli.
Il clic delle chiavi nella toppa aprì finalmente la sua tana. Luca era arrivato a casa. Dal giorno della sua fuga erano passati tredici anni, tredici anni trascorsi a tentare in ogni modo di emergere in superficie. E ora viveva lì, in quella zona bellissima e di lusso, ma nel seminterrato.
La sua casa era una ex cantina riadattata a monolocale, con un piccolo bagno e un cucinotto. La finestra dava su un cortiletto interno interrato, dove l'unico paesaggio era l'edera verde che scendeva dal muretto di fronte e una finestra posizionata esattamente alla sua altezza, sempre accesa.
Era la finestra del seminterrato del palazzo attiguo, dove viveva Shurima, un ragazzo cingalese che, come lui, lavorava come domestico in una casa signorile, ma veniva trattato alla stregua di uno schiavo.
Oh, sì, perché anche Luca, alla fine, era diventato "solo" un domestico. Ma rispetto a Shurima era fortunato: i suoi datori di lavoro, grandi imprenditori a livello mondiale, lo consideravano una persona, trattandolo con dignità e senza sfruttarlo.
Mangiando una mela in piedi, nell'attesa che l'acqua per la pasta sul fuoco iniziasse a bollire, Luca si affacciò alla piccola finestra sul cortiletto. Oltre le grate della finestra di fronte, vide Shurima sorridergli: i denti candidi spiccavano sul volto scuro, illuminando quegli occhi neri e cronicamente tristi.
«Tu viene a bere caffè qui dopo, sì?», gli chiese il ragazzo cingalese, con una nota di speranza nella voce, desideroso di stringere un briciolo di compagnia per qualche minuto.
Certo che ci sarebbe andato, Luca. Sarebbe sceso a bere quel caffè forte e denso, a fare due chiacchiere per scambiarsi un po' di calore umano prima di andare a dormire. Un altro giorno di duro lavoro lo avrebbe aspettato l'indomani, ma quella sera non voleva pensarci.
Si sedette al tavolo, accendendo la televisione sul telegiornale della sera. Ma mentre le immagini scorrevano sullo schermo, la sua mente spiccò il volo, volando lontano, verso un futuro più roseo dove forse, almeno uno dei suoi bellissimi sogni, si sarebbe avverato per davvero.
Giampaolo Daccò Scaglione





















