domenica 15 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: LI GUIDERO' VESO LA FELICITA' (Ultimo capitolo della serie)

*A chi ama così tanto da proteggere gli altri anche dalla propria fine. 

A chi guida, anche quando sta per andare altrove.*



" LI GUIDERO' VERSO LA FELICITA' "

*Non sempre si muore a ottant’anni. A volte la vita decide prima, quando hai ancora le mani piene di lavoro, la casa piena di voci, e gli occhi pieni delle persone che ami. E allora l’unica cosa che puoi fare è questo: guidarli verso la felicità prima di dirgli la verità.*

Claudio osserva la sua famiglia da dietro il vetro della porta che separa le scale dal negozio. 

Luca, il figlio di mezzo un bel ragazzone sportivo, sta sistemando i gioielli in vetrina. È bravo, preciso, affidabile. Dieci anni prima voleva farsi prete; ora è l’anima del negozio che il nonno di Claudio prima, il padre dopo e poi lui hanno trasformato in un piccolo impero torinese.

Claudio sorride. 

Luca lo vede, ricambia il saluto con la mano. La famiglia è sempre stata religiosa, e forse è anche per questo che i figli sono cresciuti onesti, senza grilli per la testa. 

Lorenza, sua moglie donna energica, simpatica e molto sbrigativa nei modi, ha fatto miracoli per crescere la famiglia ed occuparsi del lavoro mentre lui viaggiava per comprare pietre preziose in giro per il mondo.

Eccola lì, con due clienti, a mostrare gli ultimi lavori di Mauro, il primogenito: trentadue anni, una moglie splendida e un figlio riccioluto che sembra un piccolo diavolo. 

Mauro è un artista, affascinante, con una voce che scalda quando lo ascolti parlare: due anni prima aveva vinto un premio mondiale ad Anversa con la collezione "Bright Dawn"

Claudio ricorda che aveva pianto di gioia.

Poi c’è Stefano, venticinque anni, quattro lingue parlate perfettamente, laurea con lode. Biondo, occhi magnetici, aveva lasciato alle spalle molti cuori infranti, preferiva il lavoro.

Stefano, ha preso il suo posto nei viaggi. È in gamba, determinato, brillante e da poco era tornato dal Brasile dove aveva firmato un contratto molto vantaggioso comprando degli smeraldi purissimi.

Che gioia e che soddisfazione.

Claudio li guarda tutti. Ha avuto il meglio: anni di serenità, lavoro, amore, qualche dolore come tutti, ma una vita piena. 

E ora deve prepararli. 

Non oggi. 

Non subito. 

Prima vuole portarli in Puglia, una settimana insieme, un’escursione in Grecia. Una sorpresa. Un ultimo regalo.

Li guiderà verso la serenità. Poi parlerà.

Tre giorni prima:

«Mi dispiace, Claudio…» Mattia, il suo medico e amico dai tempi dell’università, non riesce a nascondere l’emozione.

«Capisco, Mattia. È un bel colpo.» Claudio guarda le analisi. "Leucemia mieloide acuta." 

La peggiore. 

Sei mesi di vita ancora.

«Ci sono nuove tecniche, potremmo tentare…» La voce del medico trema.

«Mattia, sono sei mesi di vita. Forse.» 

Silenzio.

«Il problema non sono io. È la mia famiglia. Devo prepararli. Devo far sì che non cadano nel dolore. Tu sai quanto ci amiamo.»

Mattia gli posa una mano sulla spalla. «Dovrai ricoverarti presto. anzi subito.»

«Dammi due o tre settimane. Inventerò una scusa: stanchezza, esaurimento. Ma niente chemio. Ti prego.»

Si abbracciano. Due amici che sanno già tutto, senza dirlo.

Claudio torna al presente. Li guarda tutti nel negozio, ognuno al proprio posto. Respira. Sorride. La mano sulla maniglia.

Oggi annuncerà il viaggio. Durante quel viaggio troverà le parole. Li guiderà verso la felicità, verso la serenità, verso l’accettazione.

Poi parlerà del suo cammino. Di quel futuro diverso che lo aspetta.

La porta si apre. Claudio entra, felice, e va incontro alla moglie.

«Buongiorno a tutti…»

UN PENSIERO DOLCE E TRISTE:

*Ci sono verità che non si possono dire subito. Non per paura, ma per amore. A volte l’ultimo gesto di un padre non è restare, ma preparare chi ama a camminare senza di lui. E in quel gesto - silenzioso, immenso - c’è tutta la sua vita.*

Giampaolo Daccò Scaglione



**Dedica conclusiva della serie: 

Sentimenti ed Emozioni dell’Anima**

Ci sono storie che non si scrivono: accadono. Sono i ricordi che tornano quando meno te lo aspetti, le persone che hai amato e che ti hanno cambiato, i luoghi che hai attraversato, le attese, le perdite, le rinascite, le luci e le ombre che fanno di noi ciò che siamo.

Sono storie che non finiscono quando chiudi la pagina. Restano negli occhi, nelle mani, nei gesti che fai senza pensarci. Restano nei silenzi, nei ricordi che tornano quando la casa è quieta, nei nomi che non pronunci più ma che continuano a vivere dentro di te.

Questa serie è un viaggio dentro l’anima: la tua, la mia, quella di chi legge. Un viaggio fatto di fragilità, di coraggio, di dolcezza, di verità che fanno male e di verità che salvano.

Nascono da un’emozione che non voleva essere dimenticata. Da un dolore che cercava una forma. Da una luce che voleva tornare a brillare.

Se qualcosa, anche solo una frase, ha toccato il cuore di chi ha letto, allora tutto questo ha avuto senso.

Perché i sentimenti non finiscono, non chiedono di essere capiti: chiedono solo di essere ascoltati. Loro cambiano forma, cambiano voce, cambiano casa.

Continuano a vivere in noi, come una luce che non si spegne. E quando li ascolti davvero, scopri che non fanno male. Fanno strada.

Grazie per aver camminato qui dentro.

Alla prossima serie.

Giampaolo.




venerdì 13 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "QUELLA SOFFITTA"

A chi ha amato davvero e ha avuto il coraggio di lasciar andare. 

A chi torna nei luoghi del dolore per scoprire che il dolore non c’è più.

"Ci sono amori che finiscono all’improvviso, e altri che finiscono piano, come la neve che si scioglie sui tetti. E quando smettono di far male, resta solo una domanda: chi siamo noi da quando non abbiamo più accanto colui che amavamo?"




"QUELLA SOFFITTA"

Laura era ferma da parecchi minuti davanti alla finestra della soffitta, in cima al palazzo signorile della vecchia Firenze. 

La neve sui tetti brillava come vetro sotto il sole di gennaio. Non faceva nemmeno freddo: era una di quelle mattine limpide in cui la città sembra respirare piano.

Da lassù vedeva le auto scorrere lente, i passanti infreddoliti, l’Arno color acciaio che tagliava la città come una lama lucente. 

Firenze era bellissima, come sempre. Ma quella bellezza non le faceva più male.

Chiuse la tendina bianca e si voltò. 

Il monolocale era vuoto: una sedia, due quadri insignificanti, una plafoniera impolverata. Il parquet, un tempo lucido, ora era opaco come certe emozioni che hanno smesso di brillare.

Camminò leggera fino alla porta-finestra che dava sul piccolo balcone. Un tempo era pieno di piante, ora era solo un rettangolo di pietra da cui il Duomo e il campanile svettavano splendidi tra i tetti.

Fu allora che lo vide. Un foglietto ingiallito, appeso al muro. Tre parole: "Ti amo, Lauretta."

Le venne un sorriso amaro. Quella frase, un tempo, le aveva fatto tremare il cuore. Ora era solo carta vecchia.

Quella mansarda era stata la loro casa. La casa di Laura e Francesco.

Francesco dai capelli neri e ricci, in cui lei affondava le dita. 

Francesco dagli occhi scuri, profondi, che la facevano quasi svenire quando la guardava. 

Francesco che suonava la chitarra sul divano mentre lei preparava la cena cantando in cucina.

Le vacanze in barca. I viaggi nel Nord Europa. Le sere davanti alla televisione. Le pizze improvvisate. Le domeniche dai fratelli. 

Tre inverni, tre primavere, tre estati. E due autunni. Poi basta.

La fine era arrivata in una mattina piovosa di settembre. Non era stata una sorpresa: da giorni sentiva che qualcosa si era incrinato. 

Sapeva che sarebbe tornata sola. Sapeva che gli occhi scuri di Francesco avrebbero guardato altri occhi. Che altre dita avrebbero sfiorato i suoi ricci.

Lo aveva visto salire sul taxi dalla stessa finestra in cui ora stava guardando Firenze. E lo aveva visto sparire in fondo alla via.

Aveva pianto. Aveva sofferto. 

Le amiche le erano state accanto come sorelle. Poi, un mattino di vento, si era svegliata leggera. Il cuore non faceva più male. Non c’era più pena, né angoscia. Solo un silenzio nuovo.

Era per questo che era tornata. Per essere sicura che fosse davvero finita.

Si avvicinò al foglietto. Le sue mani lo strapparono senza tremare. Nessuna emozione. Nessun rimpianto.

Guardò ancora la soffitta. Non sentiva più nulla. Era libera.

Chiuse la porta alle sue spalle. Il passato rimase dentro, come un vecchio baule che non serve più aprire.

Scendendo le scale, vide il cartello giallo Affittasi. Le venne da ridere. Chissà chi sarebbe stato il prossimo.

Fu allora che lo vide.

Francesco era fermo a due metri da lei, sul gradino più basso. 

Era sceso dall’auto proprio in quell’istante. Sembrava incredulo, come se il destino gli avesse messo davanti qualcosa che non aveva più il coraggio di cercare.

“Laura…” disse lui, appena un soffio.

Lei rimase immobile. Non sapeva se fosse freddo o emozione a farla rabbrividire. Firenze brillava attorno a loro, indifferente e bellissima.

“Come stai?” chiese lui.

Una domanda semplice. Una domanda enorme.

Laura inspirò lentamente. 

Sentì il vento freddo sul viso, il rumore del traffico, il sole pallido che le sfiorava la pelle. Sentì la vita scorrere attorno a loro, come sempre.

E sentì anche qualcos’altro: una strada che si apriva davanti, e un’altra che si chiudeva alle spalle. 

Due direzioni. Due possibilità. Due futuri.

Poteva scendere il gradino e avvicinarsi a lui. Poteva voltarsi e andare via. Poteva restare ferma ancora un secondo, un minuto, un’eternità.

Non lo sapeva. Non ancora.

Sorrise appena. Un sorriso piccolo, fragile, vero.

Poi, senza dire una parola, fece un gesto minuscolo: spostò il peso del corpo, come se stesse per muoversi.

Ma non si capì in quale direzione.

Il resto lo avrebbe deciso il prossimo respiro.

"Ci sono luoghi che ci hanno fatto a pezzi e che un giorno ci restituiscono interi. Non perché siano cambiati loro, ma perché siamo cambiati noi. E allora capiamo che l’addio non è una ferita: è una porta che si chiude piano, senza far rumore."

Giampaolo Daccò Scaglione


mercoledì 11 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "MALTA, TURCHESE ED ORO"

 "A chi viaggia con gli occhi aperti e il cuore disponibile. 

A chi sa che un incontro casuale può diventare un ricordo che non passa più."


*Ci sono luoghi che non visiti: ti accadono. Ti entrano negli occhi come luce, nella pelle come vento, nella memoria come un colore che non avevi mai visto prima. Alcuni posti non li attraversi: sono loro che attraversano te.*

"MALTA, TURCHESE ED ORO"

Malta, primavera 2010. 

Un sole caldo, nonostante fosse fine aprile, scaldava le case affacciate sul mare. L’aria tiepida portava con sé profumo di salsedine, e il blu intenso dell’acqua sembrava vibrare come una lastra di pietra turchese.

Camminavo tra i vicoli, evitando le strade più trafficate. Le abitazioni, con quel loro stile a metà tra l’orientale e l’inglese, sfumavano dall’ocra al giallo, dal verde chiaro al bianco. 

Alcune, alla luce del sole, sembravano dorate. Era come passeggiare dentro un dipinto.

Avevo lasciato alcuni amici a una conferenza privata: dopo mesi di lavoro, desideravo un po’ di solitudine. 

Davanti a me una settimana intera di vacanza. Il giorno prima avevo visitato La Valletta, affacciata sul mare come una fortezza luminosa. Ora volevo scoprire il sud dell’isola.

Presi un autobus - mi pare il numero 81 - e arrivai a Marsaskala, una cittadina nata intorno a un porto naturale. 

Non c’erano spiagge come altrove, ma quel panorama mi colpì subito: mi riportava a ricordi di Tunisia, di Egitto, di viaggi lontani.

Il lungomare rifletteva la pietra chiara sotto una luce vivida. Le palme ondeggiavano leggere, e barche di ogni tipo solcavano il canale. 

Sembrava un quadro di Monet, ma con colori più forti, più mediterranei.

Mi sedetti su una panchina all’ombra di un palmeto, sfogliando la cartina dell’isola. 

Alle mie spalle, dalle case, arrivavano profumi di cucina: aromi intensi, speziati, familiari. Tende colorate svolazzavano alle finestre, mosse dallo scirocco.

Poi un rumore sopra la testa: un aereo, basso, diretto verso l’Africa. Abbassai lo sguardo… e vidi un ragazzo sorridente davanti a me, appoggiato al manubrio della sua bicicletta.

«Hello!» 

«Hi!» risposi, sorpreso.

«Non mi riconosce?» Scossi la testa. «Sono Jimmy, uno dei camerieri del vostro albergo. Ieri sera le ho servito il caffè.»

Lo riconobbi subito dalla voce. Senza divisa sembrava un’altra persona.

«Mi scusi, non l’avevo riconosciuta.» 

«Non ti avevo riconosciuto…»  disse lui, sottolineando il tu.

Abitava lì vicino e si offrì di farmi da guida. Aveva capito che non sapevo bene dove andare. E così passammo la giornata insieme.

Mi mostrò Marsaskala: la spiaggia di St. Thomas Bay, la chiesa chiara affacciata sul mare, le strade dove profumi e colori si mescolavano. 

Era una piccola perla incastonata tra due colline.

Passammo un pomeriggio passeggiando fino al calar del sole, e Jimmy mi descriveva in modo orgoglioso, ogni parte della sua amata isola.

«Se avessimo tempo, ti porterei a Gozo, quello è un paradiso.»

«Lo immagino, anche se non ci sono mai stato, ho guardato il depliant in albergo. Sembra un oasi di pace con tutto quel verde, ma conoscevo già Gozo attraverso atlanti e riviste geografiche, la materia che preferisco.» risposi guardandolo negli occhi neri come la pece.

Mi aveva sorriso diventando un po' rosso sulle guance ambrate.

«Se ti va, se ti fa piacere potrei invitarti a cena. Sei simpatico non come molti clienti che hanno quell'aria snob, tipo i ...»

«Non dire mai il nome degli abitanti di una nazione che non ti è simpatica, non si sa mai. I muri hanno orecchi e non solo i muri...» dissi fingendo di guardarmi attorno come se vicino ci fossero i...

Jimmy scoppiò in una risata fresca, si vede che la mia sciocca battuta lo aveva divertito molto.

Capii in un attimo che quel ragazzo moro dagli occhi magnetici, era molto solo oppure aveva voglia di parlare, di conoscere qualche straniero con cui scambiare parole e nozioni a lui ancora sconosciute.

Non mi avrebbe stupito se mi avesse detto - Vorrei andare a vivere in Italia o in un altro Paese. - Nonostante quell'isola magnifica mai muri color oro e dal mare turchese

La sera stessa mi portò in un ristorante gestito da suoi parenti. Mangiammo pesce freschissimo, cucinato con semplicità e sapienza. 

I miei pensieri che ebbi nel pomeriggio sul fatto che mi avrebbe fatto domande per andare via da qui, avevano avuto risposta.

Ebbi la conferma totale durante la cena, del perché mi erano state fatte così tante domande sui miei viaggi: sognava di lavorare all’estero, di crescere, di aprire un ristorante tutto suo. 

Aveva vent’anni e il mondo negli occhi.

Quando mi accompagnò alla fermata dell’autobus, mi strinse la mano con forza.

«See you tomorrow, Mister John Paul. Domani servo io le colazioni.» avrei voluto abbracciarlo come un figlio per la tenerezza con quel pizzico di ingenuità che mi aveva trasmesso in quell'istante.

«Di vederti…» risposi sottolineando il tu, restituendogli il sorriso.

L’autobus partì piano. Guardai le luci delle case, quelle delle barche, il blu della sera che diventava quasi viola. Sopra di me le stelle brillavano come diamanti.

Chiusi gli occhi. Rividi tutto: le case dorate, il mare turchese, il vento caldo, il sorriso di Jimmy. Malta era un’isola che non avevo previsto, ma che mi aveva preso per mano.

E capii una cosa semplice: non sarei più andato via, non davvero.

"Ci sono luoghi che non restano sulla mappa, ma dentro di noi. Malta, per me, è rimasta lì: un colore, un profumo, un incontro gentile. Un ricordo che continua a brillare come oro al sole."

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 9 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "L'UOMO DEI MIEI SOGNI"

Prologo

"Ci sono attese che non portano a un incontro, ma a una verità. A volte basta una sera di nebbia, una fermata del tram e un silenzio improvviso per capire che l’amore non è ciò che aspettiamo dagli altri, ma ciò che impariamo a riconoscere in noi stessi."

Dedica

*A chi ha creduto, anche solo per un attimo, 

che l’amore potesse essere semplice. 

A chi ha aspettato sotto la pioggia, 

e ha trovato la forza - e il coraggio - di tornare a casa.*


"L'UOMO DEI MIEI SOGNI"

Milano, tardo pomeriggio. 

La nebbia scende come un sipario, le vetrine brillano come promesse, e una donna aspetta. Non è la prima volta. Ma forse sarà l’ultima.

Il mio nome? Potrei dire Laura, Silvia… oppure Nicole, o magari Marta. Che importanza ha?

Mi chiamo Cecilia. 

A volte un nome non vuol dire niente, si confonde, si perde. Per me contano i sentimenti: quelli dell’anima, quelli del cuore. Quelli che per alcuni non valgono nulla, perché conta solo il proprio egoismo.

Dio, che freddo in questo tardo pomeriggio così buio. La nebbia scende veloce, quasi cancella le insegne dei negozi di fronte.

Chi sto aspettando?

Potrei dire Luca, Marco, Stefano… ma no. 

Ha importanza, eccome se ce l’ha. Aspetto Alberto. Un uomo dal viso simpatico, bello, con quel fare un po’ da canaglia. 

L’ho conosciuto in un locale, presentato da colleghi d’ufficio. Alto, moro, occhi verdi: l’ideale per una sognatrice come me, anche se cerco di tenere i piedi per terra.

Dopo telefonate, messaggi, caffè e chiacchiere in vari bar del centro, finalmente mi aveva chiesto un appuntamento serio: aperitivo e cena.

Quanta gente, quanti tram… Che sciocca, è l’ora di punta. Meglio guardare l'orologio.

Diciotto e trenta. E io, accidenti, sempre in anticipo di mezz’ora. Il freddo sale, e mi sento un’ingenua liceale al primo incontro.

"Stupida, stupida, stupida."

La fretta di uscire dal lavoro e precipitarmi qui ora mi fa sentire ridicola. Meglio guardare le vetrine: abiti, scarpe, cosmetici belli e carissimi.

Il tempo passa. 

Tram, auto, biciclette, motociclette sfrecciano sul viale alberato. Le persone camminano sui marciapiedi umidi di bruma, i negozi sono pieni di gente alla ricerca di qualcosa di buono, di bello, di utile.

Un clacson mi fa sobbalzare. Guardo l’ora.

"Le diciannove." Dio mio, lui sarà già arrivato alla fermata.

Eccomi qui, sotto la pensilina, tra volti sconosciuti immersi nella nebbia. Ma lui non c’è. Aspetterò ancora: probabile un ritardo dei mezzi.

Diciannove e dieci. Diciannove e venti. Diciannove e trenta. Diciannove e trentacinque.

Ora sono seduta sulla panchina, sola. L’umidità punge. I miei capelli biondi scendono sulle spalle, quasi nascondono il volto mentre guardo il cellulare. 

Gli ho scritto tre messaggi. Nessuna risposta.

Il tram arriva sferragliando. Salgo. Resto in piedi, nonostante i posti vuoti. Guardo fuori dal finestrino: luci, macchine, alberi offuscati dal grigiore. 

Non voglio piangere. Non ancora.

Il cellulare vibra. Un messaggio.

«Mi dispiace Cecilia, non posso venire… Anzi preferisco che non ci si veda più. Io non te l’ho mai detto ma… Sono sposato e…»

Mi fermo lì. Come prima. Non riesco ad andare oltre. È bastato quello.

"Stupida, stupida, stupida."

Avevo creduto ancora in qualcosa. In qualcuno che potesse darmi affetto, amore, passione. 

E invece eccomi qui, come una liceale emozionata al primo appuntamento… con un vigliacco sposato, incapace di essere se stesso, bravo solo a fingere.

Il tram si ferma. Scendo. Cammino veloce verso casa, lasciandomi alle spalle Alberto, il tram e quella nebbia che inghiotte colori e luci di una città che offre molto… e toglie tanto.

Davanti al portone del palazzo dove vivo, guardo di nuovo il messaggio. Con un gesto lento, lo cancello. Non serve leggerlo fino in fondo.

Il portone si chiude alle mie spalle. Sono sicura che domani sarà un altro mattino.

"Cecilia non ha perso un uomo: ha ritrovato se stessa. E in quella sera di nebbia, tra un tram che parte e un messaggio che si cancella, ha capito che l’amore non è un appuntamento mancato, ma il passo che fai quando scegli di non aspettare più chi non ti vede."

Giampaolo Daccò Scaglione

 

sabato 7 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "QUANDO TUTTO E' PASSATO" (La bellezza del dopo)

 La Bellezza del Dopo

"Alla bellezza che arriva quando la vita ha già lasciato i suoi segni, e la luce viene da dentro."


*La bellezza non vive soltanto nei vent’anni, nei capelli raccolti o nei vestiti chiari delle foto in bianco e nero. C’è una bellezza che arriva dopo, quando la vita ha già inciso i suoi segni e la luce comincia a venire da dentro. È quella bellezza che un nipote scopre guardando sua nonna, in un pomeriggio d’inverno, mentre la neve cade lenta sui tetti di Milano.*

"QUANDO TUTTO E' PASSATO"

La donna anziana, con la pelle rugosa e gli occhi grigi vivaci - gli stessi del nipote seduto accanto a lei - sfoglia un vecchio album di fotografie. Ci sono immagini di quando era bambina, adolescente, giovane, poi donna.

«Com’eri bella qui, nonna!» esclama il ragazzino, osservando la foto in cui lei, a vent’anni, indossa un vestito chiaro e ha i capelli raccolti. 

È appoggiata a una colonna di un palazzo del centro di Milano, in un elegante bianco e nero.

«Ero bella, sì… ma ora sono più bella dentro» ride lei, chiudendo l’album e appoggiandolo sul tavolino davanti al divano. 

Il calore dei termosifoni avvolge i due dal freddo dell’inverno che si intravede dalla finestra: neve sui tetti, camini che fumano.

«Sei sempre bella anche adesso, nonna…» dice il piccolo, senza capire del tutto cosa intendesse dire. Poi abbassa la voce: «Però mi hanno detto che sei molto vecchia e io ho paura che tu possa… che tu possa…»

«Morire?» conclude lei, con un sorriso sereno. 

Il ragazzino si incupisce. Lei capisce quel dolore, lo conosce bene. Gli mette un braccio sulle spalle.

«Vedi, morire vuol dire solo andarsene con il corpo. Ma la mia anima sarebbe sempre qui con te, con tutti voi.»

«Ma non è la stessa cosa.»

«No, non lo è. Però, se ci pensi bene, è uguale… Lo so che non capisci, sei ancora piccolo. Ma è la legge naturale della vita, anche se a volte non funziona proprio così.»

Il ragazzino annuisce, senza afferrare davvero.

«Vedi, Ciccio, io sono arrivata quasi alla fine della meta. E sono felice. Sai perché?» Lui scuote la testa. «Perché è tutto passato.»

«Tutto passato?» ripete lui, stupito.

«Sì, tutto. Ti faccio un esempio: l’altra tua nonna, dove pensi sia ora?»

«Credo si stia preparando per andare a ballare con… con lo zio… beh, con il suo nuovo fidanzato…» dice, evitando di guardarla negli occhi.

«Ecco. Maria è molto più giovane di me. È vedova come me, ma ha ancora molti anni da vivere. E sai che fatica?»

«Fatica?»

«Certo, Ciccio. È una fatica vivere, anche se è bellissimo. Devi conquistare, difendere, crescere, lavorare… L’altra nonna si dà da fare: lavora, si è fidanzata, balla, vede gli amici. Ci mette tutta se stessa per vivere. Giusto?»

«Sì… è un po’ come mamma e papà. Lavorano, ci fanno crescere, e spesso dicono che sono stanchi. Anche se penso che a volte si divertano.»

«Bravo. Hai capito… forse.»

Lui sorride, ma non del tutto convinto.

«Io ho più di settant'anni, Ciccio. Mi ci vedi a fare le cose dell’altra nonna? A lavorare di nuovo, truccarmi, vestirmi da giovane, avere un nuovo marito con cui discutere? Uff… che fatica.»

«No, nonna, non ti ci vedo proprio» ride lui, abbracciandola. «Io ti voglio così come sei.»

Lei sospira piano, poi riprende:

«Amore, la mia vita è stata dura. Un matrimonio non sempre felice. Malattie. Una madre da curare. Una figlia morta. Il nonno che mi ha creato problemi che non sto a dire. 

Ho cresciuto altri tre figli, tra cui tua madre. Ho lavorato, mi sono ammalata e poi guarita. Poi siete arrivati voi nipoti. E siccome ero sola e in pensione, ho pensato a voi. 

Vi ho cresciuti insieme ai vostri genitori. Ho fatto le vacanze al mare con voi. Certo, ho avuto anche i miei spazi: ho letto, scritto, sono andata a teatro, uscita con le amiche. 

Ho riso e ho pianto.»

Il bambino la guarda a bocca aperta. Non immaginava tutto questo. Pensava che la nonna fosse sempre stata lì, immobile nel tempo.

«E avrò anche io una vita così?» chiede.

«Certo. Magari un po’ diversa. Dovrai fare scelte, occuparti di tante cose. Sarà bello, anche quando non ti sembrerà. È la tua via. Capirai tutto quando avrai la mia età.»

«Diventerò vecchio come te? Mi piacerebbe…»

«Certo che lo diventerai. E sarai saggio. E consolerai i tuoi nipoti. E racconterai storie, come faccio io con te.»

«Che bello!» esclama lui, stringendosi più forte.

Lei tace. Si lascia abbracciare. E guarda lontano: a quando era bambina, poi adolescente, poi giovane, poi donna, poi vecchia.

«Sì… per fortuna è tutto passato. La vita, le difficoltà, i dolori più forti dell’amore. Ho sopportato odio, diffidenza, cattiverie. 

Ma ho avuto anche cose belle. 

E già allora non vedevo l’ora che gli anni passassero. Che diventassi vecchia. Che i problemi finissero. Che tutto si compisse come il destino aveva stabilito alla mia nascita. 

Il mio compito è quasi finito. Anzi… è finito. Siamo quasi alla fine. E non vedo l’ora.»

Guarda la neve scendere fitta oltre i vetri.

«Nessuno può capire quanto sia bello dire: “Tutto è passato”. E davanti avere un futuro diverso, immenso, lontano da qui. Da dove tutto è cominciato tanto tempo fa. Sono davvero felice.»

Si china e bacia la fronte del nipote accanto a lei.

Epilogo:

"Ci sono persone che non se ne vanno davvero: restano nei gesti che abbiamo imparato da loro, nelle parole che ci hanno lasciato senza saperlo, nel modo in cui guardiamo il mondo quando nessuno ci vede. A volte basta un abbraccio, un album sul tavolino, una neve lenta oltre i vetri per capire che l’amore non finisce: cambia posto. E continua a vivere in noi, silenzioso e fedele, come una luce che non si spegne."

 Giampaolo Daccò Scaglione

 



giovedì 5 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "LE STRADE DEL TEMPO" (Glicini sul muro)

 "Glicini sul muro"

*Quando Milano respira ancora i suoi giorni antichi, 

un profumo improvviso apre la porta del passato.*



"MILANO - LE STRADE DEL TEMPO"

Finalmente una giornata tiepida, anche se non troppo dopo tanti giorni di pioggia e vento quasi gelido proveniente dalle montagne lecchesi. 

Il sole riesce a scaldare il corpo sotto la giacca pesante dopo settimane di freddo. 

La mattina è impegnativa: banca, avvocato, INPS. Non so quanto tempo ci vorrà, ma l’idea di non essere rinchiuso in ufficio rende tutto più leggero. 

L’importante è uscire, vedere colori, camminare senza fretta e sentirsi vivo, in un'altra dimensione piena di colori pastello.

Dopo un’ottima colazione in una pasticceria molto in voga, attraverso il grande viale alberato dove i palazzi in stile primo Novecento incorniciano questa bella zona di Milano. 

Il semaforo diventa verde. 

Mi preparo ad attraversare quando, all’improvviso, un profumo intenso mi colpisce le narici.

Alzo lo sguardo: dal muro di cinta di uno splendido palazzo Liberty, decine di glicini violetto pendono verso la strada, intrecciati come una cascata. 

Nonostante il vento tiepido, mi fermo a guardarli. Quel colore, quel profumo… un piccolo capolavoro della natura che spicca nel bianco e grigio della città.

Sono lì, immobile, quando una voce mi riporta alla realtà:

«Mi scusi, dovrei passare…»

Mi rendo conto di essere fermo in mezzo al marciapiede. 

Sorrido, mi scuso. 

La signora anziana davanti a me ha gli occhi dello stesso colore dei fiori e un sorriso luminoso. La saluto mentre riprende la sua passeggiata. 

La osservo allontanarsi: quanti anni avrà? Sicuramente più di settanta… eppure è ancora bellissima, elegante, lascia una scia dolce di un profumo delicato che sa di passato.

E nella mia mente la vedo ringiovanire mentre la osservo camminare: la figura più snella, l’andatura sensuale, le gambe nascoste sotto una gonna lunga e stretta.

La città intorno cambia. 

I palazzi in stile Liberty ed Impero hanno colori più vivi, il cielo senza smog è di un azzurro intenso come lo era una volta, i giardini sono pieni di aiuole fiorite. 

Una Balilla nera passa veloce, suonando un clacson buffo in direzione della giovane donna, che si volta sorridendo. 

Nell’aria primaverile si respira il profumo dei glicini. Nuvole chiare ondeggiano sopra di noi. 

Alcuni bambini, per mano alla mamma, entrano educatamente nel portone di casa. Un signore con la pipa e il giornale si toglie il cappello entrando nel bar elegante all’angolo.

È la Milano di ottant’anni fa, quella dei miei nonni. 

Una città che non esiste più: affascinante, più sicura, meno inquinata, con i navigli ancora aperti e le periferie lontane, oltre le mura. Un attimo sospeso nel tempo.

Poi, all’improvviso, un trillo di campanello mi strappa alla visione:

"Ehi Giampy, hai messo le radici sul marciapiede o hai avuto una visione celestiale?"

"Probabilmente entrambe Stefano." rispondo ridendo al ragazzo poco distante.

"Sarà la primavera, agli altri fa venire sonno a te porta visioni celestiali. Occhio ai lampioni quando cammini ahahah."

Sorrido alla battuta, Stefano è troppo simpatico, lo guardo allontanarsi fischiettando sulla sua bicicletta blu e la giacca a vento gialla.

"Starò attento." quasi urlo, ma lui è già lontano in fondo al viale alberato

Ma la risata a squarciagola del postino abruzzese arriva fino alle mie orecchie, fa un cenno con la mano. 

Contraccambio il gesto e riprendo il cammino verso la banca. Mi volto un’ultima volta verso il muro di cinta. 

I glicini sono ancora lì, splendidi. Ma l’atmosfera dolce e romantica è svanita: il traffico, il rumore dei tram, le voci della città mi riportano al presente.

Eppure, per un momento, Milano aveva respirato come allora e lei la bellissima ragazza di ottant'anni fa sta ancora camminando con passo elegante sul viale alberato, illuminata da un sole tiepido primaverile.

*Il passo che resta*

"A volte basta un profumo per aprire una porta che credevamo chiusa per sempre. Le città cambiano, le persone passano, i giorni si consumano. Ma certi istanti - quelli che non cerchiamo, quelli che ci sorprendono - restano sospesi tra ciò che siamo e ciò che siamo stati."

I glicini sul muro non erano solo fiori: erano un passaggio. Un passo nel presente, uno nel passato. E per un attimo, Milano ha camminato con me in entrambe le direzioni.

 Giampaolo Daccò Scaglione

martedì 3 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: “UNA STORIA AL CONTRARIO” - 3 capitoli in un racconto


“Questa non è una storia che procede in avanti.
È un viaggio al contrario, un ritorno verso l’origine. Si parte dalla fine, si attraversa il mezzo, e si arriva all’inizio. Perché a volte, per capire la vita, bisogna risalire il tempo come un fiume che torna alla sua sorgente.

“UNA STORIA AL CONTRARIO”

TITOLI DEI TRE CAPITOLI

*CAPITOLO III – L’ULTIMO ORIZZONTE*

(la vecchiaia, il mondo ricostruito, il futuro)

*CAPITOLO II – IL TEMPO DELLA PERDITA*

(la catastrofe, l’amore che si spegne, nel mezzo del viaggio)

*CAPITOLO I – LA PRIMA LUCE*

(Il giorno dell’errore, l’origine, l’inizio di tutto)



*CAPITOLO III – L’ULTIMO ORIZZONTE*

Il profumo di salsedine e l’aria fresca di primavera mi colpiscono il volto. Davanti a me il mare blu al tramonto, intenso, immenso, commovente.

I gabbiani gridano sopra la testa. Le onde lambiscono la rena. Le barche di legno colorate riposano sulla sabbia.

Il sole scende lento, allungando le ombre. Io sono seduto su una panchina, appoggiato al mio bastone.

Le prime luci si accendono nelle case moderne della nuova città. Liza, la mia infermiera, un giorno mi disse:

«Com’è cambiato tutto da quando è successa quella cosa…»

Le risposi indicando l’orizzonte:

«Qui sotto c’era una pianura. Ora c’è il mare. E laggiù, dove vedi quelle montagne… c’erano spiagge e cittadine.»

Lei abbassò lo sguardo. «E quanti morti ci sono stati… troppi.»

Già. Il mondo era cambiato. L’uomo era cambiato. Io ero cambiato.

Chi sono io? Il nome non importa. Ho ottantatré anni, occhi blu, capelli bianchi. Sono stato commesso, impiegato, studioso d’arte, viaggiatore, marito, padre adottivo, sopravvissuto.

Ora vivo in un appartamento luminoso, con una domestica, un’infermiera, un dottore che scuote la testa quando non seguo le regole.

Ogni tanto, con qualche amico vecchietto, andiamo al mare o in auto a vedere nuove costruzioni. Una vita semplice, una vita buona.

Questa è una storia a ritroso. Parte dalla vecchiaia e finirà quando venni alla luce, decenni fa.

Ma ora il sole è quasi tramontato. Mi aspettano per cena.

A presto. Vi lascio, per ora, con la mia storia al contrario.

 

*CAPITOLO II – IL TEMPO DELLA PERDITA*

Io e il mio amore avevamo sessantacinque anni quando la catastrofe finì. Il mondo era irriconoscibile: terre sprofondate, altre emerse, mari dove c’erano pianure, montagne dove c’erano spiagge.

Ci salvammo per caso, trovandoci in un Paese straniero, su una delle piattaforme rimaste in piedi. Tre quarti della popolazione mondiale era scomparsa tra onde, fuoco, malattie e crolli.

Quando i governi superstiti ripresero i contatti, la ricostruzione iniziò. Cinque anni per rimettere ordine. Tre anni per ridisegnare le mappe. Il mondo diventò un’unica grande federazione senza estremismi politici o religiosi.

Avevamo settantatré anni quando tutto ripartì davvero. Fummo assegnati a una zona costiera chiamata AzureBay16, una città nuova, moderna, luminosa.

Io ero diventato uno scrittore abbastanza noto. La mia metà aveva militato in politica. Così lei divenne sindaco della nuova città, mentre io fui nominato rettore dell’istituto scolastico, un complesso immerso nella vegetazione, dalle scuole elementari all’università.

La nostra casa era splendida: moderna, antisismica, con vetrate che davano su un mare che un tempo non esisteva. La mia metà soffriva per aver perso gli oggetti della sua famiglia. Io avevo salvato solo i miei libri.

L’unico dolore che non guariva era la scomparsa dei nostri due figli adottivi. Nessuna notizia. Nessuna traccia.

Il destino aveva deciso per tutti il 23 settembre 2028, alle 5:30 del mattino.

Eppure la vita riprese. La gente era più gentile, più attenta. I bambini tornavano a giocare nelle strade. La medicina avanzava. La spiritualità cambiava.

Ma quando raggiunsi gli ottantatré anni, la mia metà se ne andò nel sonno, in una mattina di primavera.

Rimasi solo. Circondato da affetto, sì — l’infermiera, la domestica, il giovane dottore, gli amici — ma solo.

Passai un’estate guardando tramonti che sembravano parlare. Ogni gabbiano nel cielo mi ricordava il suo volto. Sapevo che l’avrei raggiunta presto: le mie attitudini esoteriche me lo avevano sempre detto.

Ed eccomi qui, a raccontare la mia storia al contrario per la seconda volta. Presto narrerò ciò che accadde nei giorni tremendi che cambiarono il mondo.

 

*CAPITOLO I – LA PRIMA LUCE*

Ricordo che avevo appena compiuto cinquantasette anni quando il mondo cominciò a spezzarsi. Guerre, cataclismi, tensioni internazionali: sembrava di vivere dentro un film distopico, finché arrivò il giorno che cambiò tutto.

Era il 23 settembre 2028 quando, da un Paese dell’Estremo Oriente, partì una testata nucleare di massima potenza diretta verso Los Angeles. Per un destino crudele non arrivò mai così lontano: cadde sul Fujiama, in Giappone.

L’orrore che seguì fu indescrivibile. Il Giappone sprofondò per metà nel mare. Uno tsunami gigantesco devastò tutto dalla Cina all’Indonesia. Le Filippine sparirono tra i flutti. Terremoti si scatenarono ovunque. La controparte rispose con altri missili. Altre nazioni reagirono. Il mondo collassò in poche ore.

Io mi trovavo in Canada, in una zona montuosa non lontana dai palazzi del governo. Eravamo lì per un meeting importante. I bunker sotterranei furono la nostra salvezza. Da molti metri sotto terra seguivamo le notizie, finché trasmisero le immagini dell’Italia: ridotta a poche cime di montagne che emergevano dall’acqua.

Capimmo che la nostra civiltà era finita.

Con l’aiuto dei superstiti del governo canadese sopravvivemmo due anni nei rifugi. Poi, lentamente, uscimmo all’aperto. Il cielo era grigio, il freddo tagliente, la luce fioca. L’asse terrestre si era spostato di ventisei gradi: il sole non sorgeva e non tramontava più come prima.

Grazie ai satelliti ancora attivi, scoprimmo quali zone del pianeta erano sopravvissute: parte della Russia orientale, l’Africa centro-meridionale, il Brasile, il Canada, e due nuove terre emerse dagli abissi vicino all’Australia.

Incredibilmente, le nazioni rimaste - tutte pacifiche - unirono le forze. In cinque anni ristabilirono un ordine nuovo, collaborativo, quasi utopico.

Otto anni dopo la catastrofe eravamo pronti a ricominciare. Altri otto anni per ricostruire. Al mio settantatreesimo compleanno, il mondo era di nuovo in piedi.

La popolazione era scesa a poco meno tre miliardi. Non c’erano più confini. La fame era quasi scomparsa. Le malattie resistevano, ma la speranza era tornata.

Dalle mie finestre vedevo un cielo azzurro e un sole che percorreva il cielo al contrario. Eppure si stava bene.

DEDICA PER L’UMANITA’

“A chi ha vissuto abbastanza a lungo da capire che il tempo non scorre in una sola direzione. A chi sa che la vita, a volte, si comprende solo tornando indietro.

Giampaolo Daccò Scaglione