giovedì 19 marzo 2026

*Mr. CEPS & BORK - IL CATALOGO INFINITO E LA GUERRA DEI DONDOLI*

 Prologo:

"Cosa combinerà mai una famiglia di tre fratelli svitati, cosà sarà mai un ceppo di noce intelligente e cosa si capirà mai leggendo un catalogo infinito e cosa succederà mai se scoppia una guerra di dondoli di legno? - Mistero nero"

Eppure...

Episodio 3 - Il Catalogo Infinito 

e la Guerra dei Dondoli

Il giorno dopo l’interrogatorio fallito a Mr Ceps, Mikael della Ikoo tornò alla bottega con un’aria sospettosa. 

Aveva scoperto - grazie a una consegna fatta il giorno prima alla famiglia Oktobimby (otto gemelli, otto culle, otto biberon, otto tutto) - che il ceppo trovato dai tre fratelli era effettivamente dell’azienda.

Ovviamente mr Ceps serviva ai cugini degli Oktobimby, la nobile casata dei Sektekastellys (i cui componenti vivevano in cinque divisi in sette castelli e non si è mai capito il perché), per farne un tavolo di pregio per venti persone, più un posto a parte per zia Assunta di Centocelle, la quale raggiungeva il peso di un quintale e sessantaquattro chilogrammi e due etti.

Un posto a parte come una nicchia per equilibrare il peso dei venti con quello della zia Assunta di Centocelle, ma nata a Fregene (così afferma lei da cinquant'anni).

Ma Mikael si guardò bene dal dirlo sia agli Anderssen che ai dirigenti all'Ikoo, perché serviva a lui quel bellissimo ceppo di noce, per farne una credenza per nonna Greta.

Ma non poteva sapere che il ceppo serviva pure ai tre fratelli falegnami che non andavano d'accordo su niente, perché nella loro grande casa mancavano tre cose fondamentali (per loro) :
  • una sedia a dondolo, 
  • un orologio a pendolo con dondolo, 
  • e un letto a dondolo.

E un ceppo di noce così bello… poteva risolvere tutto. E così nacque:

La Guerra dei Dondoli:

Appena Svan accennò all’idea di “usare il ceppo”, i tre fratelli iniziarono a litigare come galline isteriche.

Sven, indignato: «Mamma Siglinde mi ha sempre detto che in una casa un letto a dondolo non manca mai!»

Svan, piccato: «Cugino Erik mi ha detto che un orologio a pendolo che dondola è fondamentale in una casa come la nostra!»

Svon, con aria mistica: «Padre Kristian mi ha insegnato che una sedia a dondolo in terrazza fa apprezzare meglio il creato del Signore.»

Silenzio. Poi tutti e tre si voltarono verso Mr Ceps con lo sguardo di chi ha appena scelto la vittima sacrificale.

L’avvicinamento degli strumenti:

Sven prese una sega. 

Svan afferrò una scure. 

Svon caricò un trapano.

E tutti e tre, in perfetta sincronia, si avvicinarono a Mr Ceps.

Il ceppo rimase immobile, ma dentro di sé pensò:

“Ecco. È la fine.”

L’intervento di Bork:

Bork saltò davanti a Mr Ceps come un eroe tragico, ringhiando con tutta la forza del suo cuore di cane falegname:

«Boo Boo Wohaf Gu Gu!» - (“Se toccate il mio amico ceppo vi mordo le chiappe!”)

I tre fratelli si bloccarono. Mikael della Ikoo fece un passo indietro. Il trapano di Svon si spense da solo, per paura.

L’arrivo della sorella intelligente:

All’improvviso la porta si spalancò.

Entrò Svinina, l’unica sorella e donna intelligente della famiglia, con un grembiule pieno di farina e un’espressione che poteva sciogliere il ghiaccio e non solo.

«DEFICIENTI!»

I tre fratelli si immobilizzarono come cervi davanti ai fari e così pure Mikael dell'Ikoo.

«Al povero Bork manca una cuccia e voi lo fate dormire sul pavimento! Non vi ha insegnato niente il boscaiolo di Cappuccetto Rosso?!»

I tre fratelli, in coro: «Chi cavolo è Cappuccetto Rosso?»

Svinina si passò una mano sulla faccia.

«Lasciamo perdere. Siete troppo ignoranti per capirlo. Ma sappiate questo: il primo che sventra il povero ceppo… lo mando a pelare le patate con zia Agneta.»

I tre fratelli sbiancarono.

«NOOOOOOO! Zia Agneta parla dal mattino alla sera! E ANCHE DI NOTTE!»

Svinina incrociò le braccia.

«Allora?»

I tre fratelli si guardarono. Poi guardarono Bork. Poi guardarono Mr Ceps.

E alla fine, sconfitti:

«Va bene… gli facciamo una cuccia.»

Svitina sorridendo tra se e se, esce dalla falegnameria soddisfatta di aver messo a posto quei tre trogloditi dei fratelli, di aver sistemato Borg e disfattasi dalla presenza ingombrante di quel bel legno.

Inutile dire che Bork felicissimo di avere una nuova cuccia per giunta fatta con il legno del suo nuovo amico inseparabile Mr. Ceps, il quale non appena il cane gli si è avvicinato, fa "Criick - Creek-crack" come dire "Che felicità ma sarò una sorpresa per te mio caro Borg."

Intanto Sven, Svan, Svon accompagnano alla porta Mikael che sembra non volersene andare, ma Bork e Mr Ceps vedono uno stivale di cuoio dare un calcio nel didietro all'uomo che scivola fuori veloce dalla falegnameria e poi un suono forte di una porta che si chiude: "Sbam."

Spoiler: "Boh che è successo?"

Giampaolo Daccò Scaglione



mercoledì 18 marzo 2026

*Mr. CEPS & BORK - LA DIMOSTRAZIONE PERCHE' GLI UMANI SONO SCEMI*

Prologo:

"La mattina seguente, nella bottega dei tre fratelli, scoppiò il caos. Ma non un caos qualsiasi, l'unica cosa è capire il perché sia successo e che tipo di caos sia."


Episodio 2 - La Brugola Scomparsa

(ovvero: dimostrazione pratica di quanto gli umani siano scemi)

Sven cercava una brugola. 

Svan diceva di averla vista. 

Svon giurava di non averla toccata. 

E Bork li guardava come si guarda un gruppo di turisti persi nel bosco.

*La brugola, ovviamente, era sotto una tazza, che era sotto un giornale, che era sotto un tagliere, che era sotto un panino, che era sotto… il gomito di Svon. Ma nessuno lo notava.*

Le teorie assurde dei fratelli (ovvero: perché gli umani sono scemi):

Prima ancora di cercare seriamente la brugola, i tre fratelli iniziarono a discutere se i pezzi di legno potessero parlare.

Svan, con aria serissima, dichiarò:

«Nonna Gertude mi ha sempre detto che gli alberi parlano. E anche i pezzi di legno. Io ci credo.»

Sven lo guardò come si guarda un mobile montato al contrario.

«E lei come lo sapeva?»

Svan si gonfiò il petto.

«Gliel’ho chiesto io: “Nonna, ma parlano come Pinocchio?”»

Svan ricordò perfettamente la scena: Nonna Gertude, che non aveva mai sentito nominare Pinocchio, gli aveva tirato una sonora orecchiata e aveva detto:

«Non dire bugie! Io non conosco nessun Pinocchio! E se continui così ti si allunga il naso!»

Sven sbuffò.

«Nonno Sigfrid diceva che parlavano solo le oche dello stagno. Perché le galline erano stupide.»

Svon, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, intervenne con aria nostalgica:

«Zio Björn mi raccontò che parlavano solo l’erba e i fiori… ma solo quando nessuno li vedeva.»

I due fratelli lo guardarono come se avesse detto una cosa profondissima.

Poi Svon aggiunse:

«Però poi zia Katrine - sua moglie - gli diede uno schiaffo e disse: “Ma che dici al bambino? Lo sai che parlano solo i funghi del bosco!”»

Silenzio. I tre fratelli annuirono, convinti di aver raggiunto una verità universale.

Il punto di vista di Bork:

Bork li osservava con una pietà infinita.

Li guardò uno per uno, poi guardò Mr Ceps, poi di nuovo gli umani.

E nella sua testa di cane falegname formulò un pensiero molto chiaro:

“L’uomo nasce da un esperimento di acqua e terra… ma il cervello gliel’ha dato una scimmia di passaggio.”

Sbuffò. Si sdraiò. Appoggiò il muso sulle zampe.

E mentre i tre fratelli, convintissimi, si preparavano a interrogare un ceppo, Bork pensò che forse era meglio non intervenire. Perché certe cose… bisogna lasciarle andare.

L’interrogatorio al ceppo:

Sven si mise davanti a Mr Ceps:

«Ceppo, dove hai messo la brugola?»

Svan: «Parla!» 

Svon: «Dai, non fare il timido.»

Mr Ceps rimase immobile. Per dignità. E per incredulità.

Bork si coprì gli occhi con una zampa.

Il cane risolve tutto in tre secondi

Bork si alzò, sbuffò, andò verso il tavolo, spostò con la zampa:

  • il panino 
  • il tagliere 
  • il giornale 
  • la tazza 
  • e il gomito di Svon 

E tirò fuori la brugola.

La posò davanti a tutti.

Poi li guardò con l’espressione universale del cane che pensa:

“Ma siete scemi o cosa?”

I tre fratelli esplosero in un coro:

«Ah eccola!» 

«L’avevo vista!» 

«L’avevo detto!»

Mr Ceps fece un piccolo Crick di risata trattenuta.

Finale del secondo episodio:

Bork tornò accanto a Mr Ceps. Gli diede una leccatina affettuosa. Mr Ceps rispose con un Crrieck di complicità.

Gli umani, intanto, discutevano su chi avesse ragione.

Spoiler: nessuno.

Giampaolo Daccò Scaglione

martedì 17 marzo 2026

*Mr. CEPS & BORK - IL GIORNO IN CUI IL LEGNO SI OFFESE*

 *Mr. CEPS & BORK - 

IL GIORNO IN CUI IL LEGNO SI OFFESE*


Prologo - Il giorno in cui Mr Ceps si offese

Tutto cominciò il giorno in cui Mr Ceps si offese. A sentirlo così, sembra il nome di un nobile inglese o di un architetto famoso. 

In realtà, Mr Ceps era un ceppo di noce destinato a diventare un tavolo importante: serio, orgoglioso e - come molti ceppi di noce - terribilmente permaloso.

Già quando fu portato in una grande e falegnameria multinazionale, il ceppo - che pensava davvero di chiamarsi Mr Ceps - ebbe un mezzo coccolone. 

Aveva sentito dire che sarebbe diventato un mobile per una famiglia nobile inglese. 

Invece si era ritrovato in Svezia, nella gigantesca fabbrica della Ikoo, piena di macchinari, cataloghi spessi come vocabolari e operai che parlavano troppo.

E fu proprio lì che accadde l’irreparabile.

Due operai, senza alcun riguardo per la sua sensibilità, commentarono:

«Questi legnacci… li segheranno per montarli in sette minuti.» 

«Eh sì, ormai è tutto così: taglia, incolla, vite, finito.»

Giammai. 

LUI? 

Mr Ceps, destinato alla gloria, ridotto a una “cosa” da montare in sette minuti?

L’indignazione gli salì dal midollo fino alla corteccia. E con un moto di rabbia così potente da sembrare un piccolo terremoto, si diede una girata da solo. Rotolò di lato, perse l’equilibrio e cadde dritto sul piede di un operaio.

L’operaio urlò. Il sacco di segatura che aveva in mano volò in aria. E la segatura, come neve di bosco, piovve addosso a due architetti che proprio in quel momento stavano entrando nel laboratorio.

Fu in quell’istante - preciso, inconfondibile - che il mondo capì una cosa:

*Il legno si era offeso.*

Mr Ceps non perse tempo: rotolò fuori dalla fabbrica Ikoo, convinto di essersi finalmente liberato. 

Non sapeva - e questo è il bello - che stava andando dritto verso la bottega dei tre falegnami che collaboravano con la Foo, la falegnameria tradizionale del borgo. 

Una bottega che, per arrotondare, ogni tanto lavorava anche per la Ikoo.

In pratica, senza saperlo, Mr Ceps stava tornando esattamente nel posto da cui era scappato.



Episodio 1 - "La Grande Disputa dei Falegnami"

La mattina dopo la sua fuga dalla Ikoo, Mr Ceps rotolò fino a fermarsi davanti alla bottega dei tre fratelli falegnami: Sven, Svan e Svon Andersson.

Tre nomi quasi identici, tre caratteri completamente diversi, e una sola certezza: non erano mai d’accordo su niente.

Quando Sven aprì la porta, si trovò davanti un ceppo di noce immobile, come se li stesse aspettando.

«E questo cos’è?» chiese, grattandosi la barba.

«Mah… sembra un tronco» disse Svan, che vedeva tronchi ovunque.

«No, è un pezzo di… di… boh» aggiunse Svon, che non aveva ancora finito il caffè e quindi non era in grado di identificare neanche una sedia.

I tre si misero a girargli intorno come archeologi davanti a un reperto misterioso.

«È faggio!» 

«No, è pino!» 

«Ma no, è… legno!»

La discussione stava già degenerando quando, dalla stanza accanto, arrivò Bork, il cane della bottega. Un cane tranquillo, saggio, con un fiuto infallibile per il legno buono.

Bork si avvicinò, annusò Mr Ceps con aria professionale, fece un piccolo starnuto di approvazione e abbaiò:

«WOOF BOOF!» (che nella lingua dei cani falegnami significa: “È noce, sveglioni.”)

I tre fratelli si guardarono.

«Ha detto… noce?» 

«Sì, secondo me sì.» 

«Bork non sbaglia mai.»

Mr Ceps, che fino a quel momento era rimasto immobile per dignità, sentì un’ondata di sollievo. Finalmente qualcuno lo aveva riconosciuto per quello che era: un noce importante, non un legnaccio qualsiasi.

Bork gli si sedette accanto, come a dire: “Tranquillo, qui ti capisco io.” E tra i due nacque un’alleanza immediata.

Proprio in quel momento, però, la porta della bottega si spalancò. Entrò Mikael della Ikoo, con il suo metro laser, il catalogo spesso come un’enciclopedia e l’aria di chi sta per dire qualcosa di spiacevole.

Appena vide il ceppo, sgranò gli occhi.

«Ma questo… questo non è registrato nei nostri sistemi!» 

«È arrivato da solo» disse Sven. 

«Lo ha portato il vento» aggiunse Svan. 

«O il destino» concluse Svon, che era il più poetico dei tre.

Mikael della Ikoo si avvicinò, sospettoso.

«Questo ceppo… non è un ceppo qualunque. È materiale di prima scelta. E se è qui, vuol dire che qualcuno ha sbagliato. O peggio… che è scappato.»

Mr Ceps trattenne il respiro (per quanto un ceppo possa trattenere il respiro). 

Bork ringhiò piano.

Sven, Svan e Svon si guardarono. 

Era chiaro che stava per iniziare la prima grande disputa della loro settimana.

E fu così che, senza volerlo, Mr Ceps divenne il centro della più assurda discussione artigianale che la bottega avesse mai visto.

Fine del 1° Episodio e se reggete domani arriva il secondo o forse dopodomani? Mah

Giampaolo Daccò Scaglione

domenica 15 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: LI GUIDERO' VESO LA FELICITA' (Ultimo capitolo della serie)

*A chi ama così tanto da proteggere gli altri anche dalla propria fine. 

A chi guida, anche quando sta per andare altrove.*



" LI GUIDERO' VERSO LA FELICITA' "

*Non sempre si muore a ottant’anni. A volte la vita decide prima, quando hai ancora le mani piene di lavoro, la casa piena di voci, e gli occhi pieni delle persone che ami. E allora l’unica cosa che puoi fare è questo: guidarli verso la felicità prima di dirgli la verità.*

Claudio osserva la sua famiglia da dietro il vetro della porta che separa le scale dal negozio. 

Luca, il figlio di mezzo un bel ragazzone sportivo, sta sistemando i gioielli in vetrina. È bravo, preciso, affidabile. Dieci anni prima voleva farsi prete; ora è l’anima del negozio che il nonno di Claudio prima, il padre dopo e poi lui hanno trasformato in un piccolo impero torinese.

Claudio sorride. 

Luca lo vede, ricambia il saluto con la mano. La famiglia è sempre stata religiosa, e forse è anche per questo che i figli sono cresciuti onesti, senza grilli per la testa. 

Lorenza, sua moglie donna energica, simpatica e molto sbrigativa nei modi, ha fatto miracoli per crescere la famiglia ed occuparsi del lavoro mentre lui viaggiava per comprare pietre preziose in giro per il mondo.

Eccola lì, con due clienti, a mostrare gli ultimi lavori di Mauro, il primogenito: trentadue anni, una moglie splendida e un figlio riccioluto che sembra un piccolo diavolo. 

Mauro è un artista, affascinante, con una voce che scalda quando lo ascolti parlare: due anni prima aveva vinto un premio mondiale ad Anversa con la collezione "Bright Dawn"

Claudio ricorda che aveva pianto di gioia.

Poi c’è Stefano, venticinque anni, quattro lingue parlate perfettamente, laurea con lode. Biondo, occhi magnetici, aveva lasciato alle spalle molti cuori infranti, preferiva il lavoro.

Stefano, ha preso il suo posto nei viaggi. È in gamba, determinato, brillante e da poco era tornato dal Brasile dove aveva firmato un contratto molto vantaggioso comprando degli smeraldi purissimi.

Che gioia e che soddisfazione.

Claudio li guarda tutti. Ha avuto il meglio: anni di serenità, lavoro, amore, qualche dolore come tutti, ma una vita piena. 

E ora deve prepararli. 

Non oggi. 

Non subito. 

Prima vuole portarli in Puglia, una settimana insieme, un’escursione in Grecia. Una sorpresa. Un ultimo regalo.

Li guiderà verso la serenità. Poi parlerà.

Tre giorni prima:

«Mi dispiace, Claudio…» Mattia, il suo medico e amico dai tempi dell’università, non riesce a nascondere l’emozione.

«Capisco, Mattia. È un bel colpo.» Claudio guarda le analisi. "Leucemia mieloide acuta." 

La peggiore. 

Sei mesi di vita ancora.

«Ci sono nuove tecniche, potremmo tentare…» La voce del medico trema.

«Mattia, sono sei mesi di vita. Forse.» 

Silenzio.

«Il problema non sono io. È la mia famiglia. Devo prepararli. Devo far sì che non cadano nel dolore. Tu sai quanto ci amiamo.»

Mattia gli posa una mano sulla spalla. «Dovrai ricoverarti presto. anzi subito.»

«Dammi due o tre settimane. Inventerò una scusa: stanchezza, esaurimento. Ma niente chemio. Ti prego.»

Si abbracciano. Due amici che sanno già tutto, senza dirlo.

Claudio torna al presente. Li guarda tutti nel negozio, ognuno al proprio posto. Respira. Sorride. La mano sulla maniglia.

Oggi annuncerà il viaggio. Durante quel viaggio troverà le parole. Li guiderà verso la felicità, verso la serenità, verso l’accettazione.

Poi parlerà del suo cammino. Di quel futuro diverso che lo aspetta.

La porta si apre. Claudio entra, felice, e va incontro alla moglie.

«Buongiorno a tutti…»

UN PENSIERO DOLCE E TRISTE:

*Ci sono verità che non si possono dire subito. Non per paura, ma per amore. A volte l’ultimo gesto di un padre non è restare, ma preparare chi ama a camminare senza di lui. E in quel gesto - silenzioso, immenso - c’è tutta la sua vita.*

Giampaolo Daccò Scaglione



**Dedica conclusiva della serie: 

Sentimenti ed Emozioni dell’Anima**

Ci sono storie che non si scrivono: accadono. Sono i ricordi che tornano quando meno te lo aspetti, le persone che hai amato e che ti hanno cambiato, i luoghi che hai attraversato, le attese, le perdite, le rinascite, le luci e le ombre che fanno di noi ciò che siamo.

Sono storie che non finiscono quando chiudi la pagina. Restano negli occhi, nelle mani, nei gesti che fai senza pensarci. Restano nei silenzi, nei ricordi che tornano quando la casa è quieta, nei nomi che non pronunci più ma che continuano a vivere dentro di te.

Questa serie è un viaggio dentro l’anima: la tua, la mia, quella di chi legge. Un viaggio fatto di fragilità, di coraggio, di dolcezza, di verità che fanno male e di verità che salvano.

Nascono da un’emozione che non voleva essere dimenticata. Da un dolore che cercava una forma. Da una luce che voleva tornare a brillare.

Se qualcosa, anche solo una frase, ha toccato il cuore di chi ha letto, allora tutto questo ha avuto senso.

Perché i sentimenti non finiscono, non chiedono di essere capiti: chiedono solo di essere ascoltati. Loro cambiano forma, cambiano voce, cambiano casa.

Continuano a vivere in noi, come una luce che non si spegne. E quando li ascolti davvero, scopri che non fanno male. Fanno strada.

Grazie per aver camminato qui dentro.

Alla prossima serie.

Giampaolo.




venerdì 13 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "QUELLA SOFFITTA"

A chi ha amato davvero e ha avuto il coraggio di lasciar andare. 

A chi torna nei luoghi del dolore per scoprire che il dolore non c’è più.

"Ci sono amori che finiscono all’improvviso, e altri che finiscono piano, come la neve che si scioglie sui tetti. E quando smettono di far male, resta solo una domanda: chi siamo noi da quando non abbiamo più accanto colui che amavamo?"




"QUELLA SOFFITTA"

Laura era ferma da parecchi minuti davanti alla finestra della soffitta, in cima al palazzo signorile della vecchia Firenze. 

La neve sui tetti brillava come vetro sotto il sole di gennaio. Non faceva nemmeno freddo: era una di quelle mattine limpide in cui la città sembra respirare piano.

Da lassù vedeva le auto scorrere lente, i passanti infreddoliti, l’Arno color acciaio che tagliava la città come una lama lucente. 

Firenze era bellissima, come sempre. Ma quella bellezza non le faceva più male.

Chiuse la tendina bianca e si voltò. 

Il monolocale era vuoto: una sedia, due quadri insignificanti, una plafoniera impolverata. Il parquet, un tempo lucido, ora era opaco come certe emozioni che hanno smesso di brillare.

Camminò leggera fino alla porta-finestra che dava sul piccolo balcone. Un tempo era pieno di piante, ora era solo un rettangolo di pietra da cui il Duomo e il campanile svettavano splendidi tra i tetti.

Fu allora che lo vide. Un foglietto ingiallito, appeso al muro. Tre parole: "Ti amo, Lauretta."

Le venne un sorriso amaro. Quella frase, un tempo, le aveva fatto tremare il cuore. Ora era solo carta vecchia.

Quella mansarda era stata la loro casa. La casa di Laura e Francesco.

Francesco dai capelli neri e ricci, in cui lei affondava le dita. 

Francesco dagli occhi scuri, profondi, che la facevano quasi svenire quando la guardava. 

Francesco che suonava la chitarra sul divano mentre lei preparava la cena cantando in cucina.

Le vacanze in barca. I viaggi nel Nord Europa. Le sere davanti alla televisione. Le pizze improvvisate. Le domeniche dai fratelli. 

Tre inverni, tre primavere, tre estati. E due autunni. Poi basta.

La fine era arrivata in una mattina piovosa di settembre. Non era stata una sorpresa: da giorni sentiva che qualcosa si era incrinato. 

Sapeva che sarebbe tornata sola. Sapeva che gli occhi scuri di Francesco avrebbero guardato altri occhi. Che altre dita avrebbero sfiorato i suoi ricci.

Lo aveva visto salire sul taxi dalla stessa finestra in cui ora stava guardando Firenze. E lo aveva visto sparire in fondo alla via.

Aveva pianto. Aveva sofferto. 

Le amiche le erano state accanto come sorelle. Poi, un mattino di vento, si era svegliata leggera. Il cuore non faceva più male. Non c’era più pena, né angoscia. Solo un silenzio nuovo.

Era per questo che era tornata. Per essere sicura che fosse davvero finita.

Si avvicinò al foglietto. Le sue mani lo strapparono senza tremare. Nessuna emozione. Nessun rimpianto.

Guardò ancora la soffitta. Non sentiva più nulla. Era libera.

Chiuse la porta alle sue spalle. Il passato rimase dentro, come un vecchio baule che non serve più aprire.

Scendendo le scale, vide il cartello giallo Affittasi. Le venne da ridere. Chissà chi sarebbe stato il prossimo.

Fu allora che lo vide.

Francesco era fermo a due metri da lei, sul gradino più basso. 

Era sceso dall’auto proprio in quell’istante. Sembrava incredulo, come se il destino gli avesse messo davanti qualcosa che non aveva più il coraggio di cercare.

“Laura…” disse lui, appena un soffio.

Lei rimase immobile. Non sapeva se fosse freddo o emozione a farla rabbrividire. Firenze brillava attorno a loro, indifferente e bellissima.

“Come stai?” chiese lui.

Una domanda semplice. Una domanda enorme.

Laura inspirò lentamente. 

Sentì il vento freddo sul viso, il rumore del traffico, il sole pallido che le sfiorava la pelle. Sentì la vita scorrere attorno a loro, come sempre.

E sentì anche qualcos’altro: una strada che si apriva davanti, e un’altra che si chiudeva alle spalle. 

Due direzioni. Due possibilità. Due futuri.

Poteva scendere il gradino e avvicinarsi a lui. Poteva voltarsi e andare via. Poteva restare ferma ancora un secondo, un minuto, un’eternità.

Non lo sapeva. Non ancora.

Sorrise appena. Un sorriso piccolo, fragile, vero.

Poi, senza dire una parola, fece un gesto minuscolo: spostò il peso del corpo, come se stesse per muoversi.

Ma non si capì in quale direzione.

Il resto lo avrebbe deciso il prossimo respiro.

"Ci sono luoghi che ci hanno fatto a pezzi e che un giorno ci restituiscono interi. Non perché siano cambiati loro, ma perché siamo cambiati noi. E allora capiamo che l’addio non è una ferita: è una porta che si chiude piano, senza far rumore."

Giampaolo Daccò Scaglione


mercoledì 11 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "MALTA, TURCHESE ED ORO"

 "A chi viaggia con gli occhi aperti e il cuore disponibile. 

A chi sa che un incontro casuale può diventare un ricordo che non passa più."


*Ci sono luoghi che non visiti: ti accadono. Ti entrano negli occhi come luce, nella pelle come vento, nella memoria come un colore che non avevi mai visto prima. Alcuni posti non li attraversi: sono loro che attraversano te.*

"MALTA, TURCHESE ED ORO"

Malta, primavera 2010. 

Un sole caldo, nonostante fosse fine aprile, scaldava le case affacciate sul mare. L’aria tiepida portava con sé profumo di salsedine, e il blu intenso dell’acqua sembrava vibrare come una lastra di pietra turchese.

Camminavo tra i vicoli, evitando le strade più trafficate. Le abitazioni, con quel loro stile a metà tra l’orientale e l’inglese, sfumavano dall’ocra al giallo, dal verde chiaro al bianco. 

Alcune, alla luce del sole, sembravano dorate. Era come passeggiare dentro un dipinto.

Avevo lasciato alcuni amici a una conferenza privata: dopo mesi di lavoro, desideravo un po’ di solitudine. 

Davanti a me una settimana intera di vacanza. Il giorno prima avevo visitato La Valletta, affacciata sul mare come una fortezza luminosa. Ora volevo scoprire il sud dell’isola.

Presi un autobus - mi pare il numero 81 - e arrivai a Marsaskala, una cittadina nata intorno a un porto naturale. 

Non c’erano spiagge come altrove, ma quel panorama mi colpì subito: mi riportava a ricordi di Tunisia, di Egitto, di viaggi lontani.

Il lungomare rifletteva la pietra chiara sotto una luce vivida. Le palme ondeggiavano leggere, e barche di ogni tipo solcavano il canale. 

Sembrava un quadro di Monet, ma con colori più forti, più mediterranei.

Mi sedetti su una panchina all’ombra di un palmeto, sfogliando la cartina dell’isola. 

Alle mie spalle, dalle case, arrivavano profumi di cucina: aromi intensi, speziati, familiari. Tende colorate svolazzavano alle finestre, mosse dallo scirocco.

Poi un rumore sopra la testa: un aereo, basso, diretto verso l’Africa. Abbassai lo sguardo… e vidi un ragazzo sorridente davanti a me, appoggiato al manubrio della sua bicicletta.

«Hello!» 

«Hi!» risposi, sorpreso.

«Non mi riconosce?» Scossi la testa. «Sono Jimmy, uno dei camerieri del vostro albergo. Ieri sera le ho servito il caffè.»

Lo riconobbi subito dalla voce. Senza divisa sembrava un’altra persona.

«Mi scusi, non l’avevo riconosciuta.» 

«Non ti avevo riconosciuto…»  disse lui, sottolineando il tu.

Abitava lì vicino e si offrì di farmi da guida. Aveva capito che non sapevo bene dove andare. E così passammo la giornata insieme.

Mi mostrò Marsaskala: la spiaggia di St. Thomas Bay, la chiesa chiara affacciata sul mare, le strade dove profumi e colori si mescolavano. 

Era una piccola perla incastonata tra due colline.

Passammo un pomeriggio passeggiando fino al calar del sole, e Jimmy mi descriveva in modo orgoglioso, ogni parte della sua amata isola.

«Se avessimo tempo, ti porterei a Gozo, quello è un paradiso.»

«Lo immagino, anche se non ci sono mai stato, ho guardato il depliant in albergo. Sembra un oasi di pace con tutto quel verde, ma conoscevo già Gozo attraverso atlanti e riviste geografiche, la materia che preferisco.» risposi guardandolo negli occhi neri come la pece.

Mi aveva sorriso diventando un po' rosso sulle guance ambrate.

«Se ti va, se ti fa piacere potrei invitarti a cena. Sei simpatico non come molti clienti che hanno quell'aria snob, tipo i ...»

«Non dire mai il nome degli abitanti di una nazione che non ti è simpatica, non si sa mai. I muri hanno orecchi e non solo i muri...» dissi fingendo di guardarmi attorno come se vicino ci fossero i...

Jimmy scoppiò in una risata fresca, si vede che la mia sciocca battuta lo aveva divertito molto.

Capii in un attimo che quel ragazzo moro dagli occhi magnetici, era molto solo oppure aveva voglia di parlare, di conoscere qualche straniero con cui scambiare parole e nozioni a lui ancora sconosciute.

Non mi avrebbe stupito se mi avesse detto - Vorrei andare a vivere in Italia o in un altro Paese. - Nonostante quell'isola magnifica mai muri color oro e dal mare turchese

La sera stessa mi portò in un ristorante gestito da suoi parenti. Mangiammo pesce freschissimo, cucinato con semplicità e sapienza. 

I miei pensieri che ebbi nel pomeriggio sul fatto che mi avrebbe fatto domande per andare via da qui, avevano avuto risposta.

Ebbi la conferma totale durante la cena, del perché mi erano state fatte così tante domande sui miei viaggi: sognava di lavorare all’estero, di crescere, di aprire un ristorante tutto suo. 

Aveva vent’anni e il mondo negli occhi.

Quando mi accompagnò alla fermata dell’autobus, mi strinse la mano con forza.

«See you tomorrow, Mister John Paul. Domani servo io le colazioni.» avrei voluto abbracciarlo come un figlio per la tenerezza con quel pizzico di ingenuità che mi aveva trasmesso in quell'istante.

«Di vederti…» risposi sottolineando il tu, restituendogli il sorriso.

L’autobus partì piano. Guardai le luci delle case, quelle delle barche, il blu della sera che diventava quasi viola. Sopra di me le stelle brillavano come diamanti.

Chiusi gli occhi. Rividi tutto: le case dorate, il mare turchese, il vento caldo, il sorriso di Jimmy. Malta era un’isola che non avevo previsto, ma che mi aveva preso per mano.

E capii una cosa semplice: non sarei più andato via, non davvero.

"Ci sono luoghi che non restano sulla mappa, ma dentro di noi. Malta, per me, è rimasta lì: un colore, un profumo, un incontro gentile. Un ricordo che continua a brillare come oro al sole."

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 9 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "L'UOMO DEI MIEI SOGNI"

Prologo

"Ci sono attese che non portano a un incontro, ma a una verità. A volte basta una sera di nebbia, una fermata del tram e un silenzio improvviso per capire che l’amore non è ciò che aspettiamo dagli altri, ma ciò che impariamo a riconoscere in noi stessi."

Dedica

*A chi ha creduto, anche solo per un attimo, 

che l’amore potesse essere semplice. 

A chi ha aspettato sotto la pioggia, 

e ha trovato la forza - e il coraggio - di tornare a casa.*


"L'UOMO DEI MIEI SOGNI"

Milano, tardo pomeriggio. 

La nebbia scende come un sipario, le vetrine brillano come promesse, e una donna aspetta. Non è la prima volta. Ma forse sarà l’ultima.

Il mio nome? Potrei dire Laura, Silvia… oppure Nicole, o magari Marta. Che importanza ha?

Mi chiamo Cecilia. 

A volte un nome non vuol dire niente, si confonde, si perde. Per me contano i sentimenti: quelli dell’anima, quelli del cuore. Quelli che per alcuni non valgono nulla, perché conta solo il proprio egoismo.

Dio, che freddo in questo tardo pomeriggio così buio. La nebbia scende veloce, quasi cancella le insegne dei negozi di fronte.

Chi sto aspettando?

Potrei dire Luca, Marco, Stefano… ma no. 

Ha importanza, eccome se ce l’ha. Aspetto Alberto. Un uomo dal viso simpatico, bello, con quel fare un po’ da canaglia. 

L’ho conosciuto in un locale, presentato da colleghi d’ufficio. Alto, moro, occhi verdi: l’ideale per una sognatrice come me, anche se cerco di tenere i piedi per terra.

Dopo telefonate, messaggi, caffè e chiacchiere in vari bar del centro, finalmente mi aveva chiesto un appuntamento serio: aperitivo e cena.

Quanta gente, quanti tram… Che sciocca, è l’ora di punta. Meglio guardare l'orologio.

Diciotto e trenta. E io, accidenti, sempre in anticipo di mezz’ora. Il freddo sale, e mi sento un’ingenua liceale al primo incontro.

"Stupida, stupida, stupida."

La fretta di uscire dal lavoro e precipitarmi qui ora mi fa sentire ridicola. Meglio guardare le vetrine: abiti, scarpe, cosmetici belli e carissimi.

Il tempo passa. 

Tram, auto, biciclette, motociclette sfrecciano sul viale alberato. Le persone camminano sui marciapiedi umidi di bruma, i negozi sono pieni di gente alla ricerca di qualcosa di buono, di bello, di utile.

Un clacson mi fa sobbalzare. Guardo l’ora.

"Le diciannove." Dio mio, lui sarà già arrivato alla fermata.

Eccomi qui, sotto la pensilina, tra volti sconosciuti immersi nella nebbia. Ma lui non c’è. Aspetterò ancora: probabile un ritardo dei mezzi.

Diciannove e dieci. Diciannove e venti. Diciannove e trenta. Diciannove e trentacinque.

Ora sono seduta sulla panchina, sola. L’umidità punge. I miei capelli biondi scendono sulle spalle, quasi nascondono il volto mentre guardo il cellulare. 

Gli ho scritto tre messaggi. Nessuna risposta.

Il tram arriva sferragliando. Salgo. Resto in piedi, nonostante i posti vuoti. Guardo fuori dal finestrino: luci, macchine, alberi offuscati dal grigiore. 

Non voglio piangere. Non ancora.

Il cellulare vibra. Un messaggio.

«Mi dispiace Cecilia, non posso venire… Anzi preferisco che non ci si veda più. Io non te l’ho mai detto ma… Sono sposato e…»

Mi fermo lì. Come prima. Non riesco ad andare oltre. È bastato quello.

"Stupida, stupida, stupida."

Avevo creduto ancora in qualcosa. In qualcuno che potesse darmi affetto, amore, passione. 

E invece eccomi qui, come una liceale emozionata al primo appuntamento… con un vigliacco sposato, incapace di essere se stesso, bravo solo a fingere.

Il tram si ferma. Scendo. Cammino veloce verso casa, lasciandomi alle spalle Alberto, il tram e quella nebbia che inghiotte colori e luci di una città che offre molto… e toglie tanto.

Davanti al portone del palazzo dove vivo, guardo di nuovo il messaggio. Con un gesto lento, lo cancello. Non serve leggerlo fino in fondo.

Il portone si chiude alle mie spalle. Sono sicura che domani sarà un altro mattino.

"Cecilia non ha perso un uomo: ha ritrovato se stessa. E in quella sera di nebbia, tra un tram che parte e un messaggio che si cancella, ha capito che l’amore non è un appuntamento mancato, ma il passo che fai quando scegli di non aspettare più chi non ti vede."

Giampaolo Daccò Scaglione