lunedì 2 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI, la nuova serie di racconti: PREFAZIONE


 "Ci sono storie che non chiedono di essere capite: chiedono di essere sentite."



PREFAZIONE:

I sentimenti non arrivano mai da soli. Portano con sé ricordi, immagini, voci, profumi, attese. A volte sono dolci come un ritorno, altre volte bruciano come una ferita che non si chiude. 

Ma sempre, in qualche modo, ci raccontano chi siamo stati e chi stiamo diventando.

Questa serie raccoglie sette storie diverse, sette modi in cui la vita si è presentata con la sua forza, la sua fragilità, la sua luce. 

Ci sono memorie che tornano da lontano, incontri che cambiano il respiro, luoghi che diventano rifugi, amori che sfiorano e poi svaniscono, addii che insegnano a restare. 

Ogni racconto è un frammento di verità, un’emozione che ha trovato la sua forma.

Non c’è un ordine giusto per sentire: c’è solo la disponibilità ad ascoltare ciò che si muove dentro. 

E allora queste pagine non vogliono spiegare, ma accompagnare. Perché i sentimenti, quando li lasciamo parlare, diventano la nostra storia più autentica.

I SETTE RACCONTI:

1. "Una storia al contrario" - lo smarrimento e la resilienza di chi ricostruisce la memoria dopo la fine.

2. "Milano, le strade del tempo" - la nostalgia luminosa che riporta indietro il cuore.

3. "Quando tutto è passato" - la dolcezza dei legami che restano anche quando la vita cambia.

4. "L’uomo dei miei sogni" - l’illusione dell’amore ideale e il silenzio dell’attesa.

5. "Malta, turchese ed oro" - la meraviglia di un incontro e la luce di un’isola che incanta.

6. "Quella soffitta" - il rimpianto e la possibilità sospesa tra due destini.

7. "Li guiderò verso la felicità" - l’amore assoluto di chi sceglie di donare luce prima dell’addio.

EPILOGO:

"Ogni emozione lascia un segno. A volte è lieve come un soffio, altre volte profondo come una cicatrice. Ma sempre ci ricorda che abbiamo vissuto. Queste storie non cercano risposte: cercano presenza. Perché sentire, davvero sentire, è il modo più umano che abbiamo di restare fedeli a noi stessi."

Giampaolo Daccò Scaglione

 

domenica 1 marzo 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "ANDARE VIA DA TE" (Ultima storia della serie)

"Ci sono addii che non si gridano: si sussurrano tra un respiro e l’altro, mentre il cuore capisce ciò che la mente rifiuta. E quando la persona che ami decide di andare via, l’unica cosa che puoi fare è restare fermo a guardare la sua ombra allontanarsi, finché non diventa buio."



"ANDARE VIA DA TE"

Vedo la tua figura allontanarsi. Sei scesa dall’auto pochi istanti fa e ora cammini davanti a me, i passi che si fanno sempre più piccoli, sempre più lontani.

La strada è bagnata dalla pioggia che ha smesso da poco. Le luci dei lampioni allungano la tua ombra, la deformano, la sbiadiscono, finché non diventi solo una sagoma scura che scompare dietro l’angolo.

Non è il tergicristallo appannato a impedirmi di vedere. Sono i miei occhi. Le lacrime.

Appoggio la fronte sul volante e lascio uscire il pianto. Aspetto che il dolore si calmi, che il cuore rallenti, che le mani smettano di tremare. Devo riuscire a guidare. Devo tornare a casa.

Eppure non sembrava dovesse finire così. Non sembrava dovesse finire adesso. Ma questa sera, anche se avrei dovuto capirlo, non riesco ancora a crederci.

- Mi dispiace. Non possiamo andare avanti così… -

- Non puoi farlo. Non puoi buttare tre anni così. Io ti amo ancora. Forse più di prima. -

- Io no. Ti amavo. Ti voglio bene, ma… non è più come prima. -

La mazzata arriva precisa, pulita, come lei voleva: colpire al cuore, senza trascinare nulla.

- Come puoi essere così crudele? -

- Crudele? Ti sto dicendo la verità. La poesia è finita. La passione anche. Non riesco più a vederti come la mia metà. Mi dispiace. -

- C’è un’altra persona. -

Non era una domanda. Era una certezza.

- Che importanza ha? Non ti amo più. Ti voglio bene, sì. E sto soffrendo anch’io. Non pensare che non ricordi tutto quello che siamo stati… Ma dentro di me è successo qualcosa. -

Le sue dita sfiorano le mie lacrime.

- Ti prego, non fare così. -

- Non toccarmi. E cosa dovrei fare? Ringraziarti? Come fai a essere così cattiva? -

- Non sono cattiva. Ma non posso continuare. Non è più ciò che voglio. -

- Dove ho sbagliato? -

Il silenzio cade tra noi. E dentro quel silenzio scorrono tre anni interi.

La libreria in Piazza del Duomo. Il teatro. La terrazza. Gli amici. Il bacio in auto. Le lenzuola bianche. Le colazioni. Le passeggiate. La vita.

Forse abbiamo vissuto troppo in troppo poco tempo. Forse lei si è stancata mentre io continuavo a sognare.

- Non hai sbagliato in nulla. Era tutto perfetto. Forse troppo. E questo… mi ha allontanato. - I suoi occhi sono lucidi, ma determinati. - Non posso mentirti. Ho conosciuto un’altra persona. È nato qualcosa. Ma non… non importa. Non mi crederai mai. -

- Ti crederò. -

E lo penso davvero.

- Non ti ho mai tradito. Solo qualche bacio. Ho aspettato di dirtelo. Non avrei fatto altro finché non fosse stato tutto chiaro. -

- Grazie. - La parola mi esce strozzata. - Ora vai. Non riesco più ad ascoltarti. Non voglio che mi vedi piangere. -

La sua mano sfiora i miei capelli. Sento che piange anche lei. Gli addii fanno male a tutti, anche a chi li provoca.

La sua bocca sfiora la mia guancia. Un ultimo bacio, appena un soffio.

- Mi hai dato molto. Resterai nel mio cuore. Non lo meritavi. Ma forse era destino. Sei una persona speciale. Non cambiare mai. -

Annuisco. Non riesco più a guardarla.

- Verrò a prendere le mie cose quando non ci sarai. Lascio le chiavi in portineria. Mi dispiace, amore… -

- Vai. Ti prego. Voglio andare a casa. -

Un’ultima carezza. L’ultimo regalo.

La portiera si chiude. E lei si allontana.

Ora sono qui, davanti alla strada bagnata. La sera è più scura, le luci più fioche. È ora di tornare a casa. Lontano da te. Per ricominciare.

Accendo il motore. Riparto.

E so che in quel parcheggio ho lasciato per sempre il ricordo di questa sera. Del tuo addio. Del tuo andare via da me.

Per sempre.

"Ci sono amori che non si salvano, ma che ci salvano comunque. Perché ci insegnano a cadere senza romperci, a piangere senza vergogna, a ricominciare senza paura. E quando la persona che amavamo se ne va, non porta via tutto: lascia uno spazio che un giorno diventerà un nuovo modo di vivere."


Epilogo finale della serie: “Quello che gli uomini sentono”

"Gli uomini non parlano spesso dei loro sentimenti. Non perché non li provino, ma perché non sanno dove metterli, come spiegarli, come farli uscire senza sentirsi fragili. Questa serie è un luogo sicuro: un posto dove le emozioni non devono essere nascoste, dove la vulnerabilità non è debolezza, dove il dolore non è vergogna."

*Se leggendo queste storie qualcuno si è riconosciuto, anche solo per un istante, allora tutto questo ha avuto senso. Perché gli uomini sentono. Sentono sempre. E quando trovano il coraggio di dirlo, anche solo in silenzio, qualcosa dentro di loro si libera.*

Giampaolo Daccò Scaglione

 

venerdì 27 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : “RIVELAZIONI DI NOVEMBRE”

 **Il proprio sé è ben nascosto da se stessi;

di tutte le miniere di tesori,

quella del sé è l’ultima ad essere scavata.**
(Friedrich Nietzsche)

“RIVELAZIONI DI NOVEMBRE”

“Guardarsi allo specchio e capire chi sei fino in fondo non è facile, a volte fingi di vedere un altro per non guardare la realtà. Eppure sei lì a osservare te stesso con l’anima di un altro.”

Novembre.

I miei passi, cadenzati dalla corsa mattutina, risuonavano leggeri sulla strada coperta di foglie. Era il percorso che dalla periferia della cittadina saliva fino alle colline basse, umide di pioggia.

L’aria era fredda, pungente, e gli alberi spogli sembravano più vivi nei loro colori caldi, ravvivati dall’acqua della notte.

Ero arrivato a un bivio quando sentii un’auto rallentare alle mie spalle. Mi spostai sul ciglio, ma la macchina continuò a seguirmi piano.

Mi voltai.

Il finestrino si abbassò e il volto di Oliviero, un amico di vecchia data, mi sorrise.

- Corsetta per tenerti in forma, eh? - disse con il suo solito tono allegro. Ricambiai il sorriso, sbuffando l’alito grigio nel freddo.

- Senti… ti ho visto da lontano e seguendoti mi è venuta in mente una cosa che vorrei dirti. -

La sua voce era allegra, ma gli occhi no. C’era una tristezza che non avevo mai visto.

- Oliviero, sono sudato. Se mi fermo con questo freddo mi prendo qualcosa. Ci vediamo dopo in città, ho la macchina vicino a Villa Favorita… -

- Sali. Ti do un passaggio. -

Avrei preferito continuare a correre, ma quell’espressione disperata mi fermò. Salii in auto. Lui rimase in silenzio per tutto il tragitto.

- Ti va se andiamo a Miradolo a fare colazione? - disse infine.

- Va bene. -

Il riscaldamento dell’auto mi aveva già asciugato la maglietta, mi sentivo meglio e finalmente un po’ di caldo.

Attraversammo Monteleone e arrivammo a Miradolo. Entrammo in un bar e ordinammo due cappuccini e due croissant.

Mentre lui era alla cassa, guardai fuori dalla finestra: il cielo si era fatto scuro, la pioggia imminente.

Oliviero tornò al tavolo, si sedette accanto a me.

- Non so da dove cominciare… Mi vergogno un po’, ma se non mi sfogo impazzisco. Sei un amico, sei una persona intelligente… forse puoi darmi un consiglio che altri non saprebbero darmi. -

- Comincia dal principio. Poi vediamo. -

Il barista ci portò la colazione. Io iniziai a mangiare, lui a parlare.

- Tra poco mi sposo… -

Sembrava un condannato. Non voleva farlo, era evidente.

- E? -

- Solo che… io non voglio. - quasi me l’aspettavo la frase.

- E allora non farlo. -

Mi guardò come se avessi detto qualcosa di impossibile.

- Fosse semplice, Bruno. È tutto pronto. - Poi abbassò lo sguardo. - Ho conosciuto un’altra persona. Ci siamo innamorati. Per me è una cosa nuova… Non ci posso credere. Sono disperato. -

- Amare non è disperazione. Dipende da come lo vivi. Se ti sposi amando un’altra, fai del male a te stesso e a loro due. -

Lui inspirò profondamente.

- Bruno… l’altra persona è un uomo. -

La brioche mi si fermò in gola.

- Cosa? Un uomo? Tu? - Mi era scappato.

Oliviero era sempre stato considerato uno sciupafemmine. La sua confessione mi colpì come un pugno.

- Sono… finocchio, capisci? -

- Che brutta parola hai detto. A me sembra che tu sia solo confuso e quella parola non usarla più. Non è questo il punto. Il punto è che ti sei trovato in una situazione che non avresti mai immaginato. - oppure lo sapeva fingendo di non sapere, ricordo che pensai questo.

Non mi lasciò finire.

Iniziò a raccontare tutto: come aveva conosciuto quell’uomo, come si era sentito, come aveva scoperto una parte di sé che non sapeva esistere.

La sua disperazione non era per la ragazza che stava per sposare, né per l’inizio di una nuova storia.

Era per se stesso. Per la sua identità. Per la paura di accettarla.

E viveva in un contesto dove certe cose non si dicevano. Mai.

Quando tornammo in auto, la pioggia batteva forte sui campi. L’umidità saliva dal terreno come un vapore bruno.

- Che farai? - gli chiesi.

- Non lo so. -

- Tu cosa faresti al mio posto? -

Bella domanda. Io non ero nella sua situazione.

- Non mi sposerei. E se amassi quell’uomo, andrei con lui. -

- Non so se ce la farò… -

- Lo conosco? - silenzio, si era messo a guardare fuori dalla finestra - Si ho capito lo conosco e non voglio sapere chi sia. -

Il giorno dopo, a casa, guardavo i tetti bagnati delle case e l'imponente castello davanti a casa mia.

Quel novembre mi sembrava più triste del solito. Pensavo a Oliviero, a cosa avrebbe fatto, cosa avrei fatto io.

Col tempo seppi la verità: aveva fatto la scelta peggiore.

Si era sposato. Aveva avuto figli. E continuava la sua vita segreta.

La moglie non sapeva nulla. Davanti a tutti, la sua vita era esattamente come gli altri volevano.

Stamattina l’ho incontrato per caso, in centro.

Mi ha raccontato tutto: la famiglia, i figli ormai grandi, la moglie serena, e un’altra relazione con un uomo di Piacenza.

Sorrideva, ma io ho sentito una tristezza profonda.

Era come una seconda confessione. Ma questa volta mi ha fatto male e pena. L’ho salutato e sono uscito dal bar camminando veloce.

Perché le persone rinunciano alla propria felicità? Perché preferiscono vivere fingendo, piuttosto che affrontare la realtà? Perché non hanno il coraggio di accettare l’amore e se stessi?

Eppure, nonostante tutto, guardando questo novembre luminoso e pieno di colori caldi, mi sono sentito grato della mia vita. Lontano dalle scelte sbagliate di Oliviero. Lontano dalla finzione.

“Il tormento di chi non vuole accettare una realtà si chiama: Vigliaccheria? Paura? Ipocrisia? O solo dolore per non riuscire ad amarsi?”

Giampaolo Daccò Scaglione


mercoledì 25 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "PIÙ FORTE DELL’ AMORE"

"Il conflitto tra sentimento e dovere, la scelta impossibile: un uomo diviso tra ciò che sente e ciò che deve fare. Il bivio è la scelta. Il tramonto è il tempo che scade."


"PIÙ FORTE DELL’ AMORE"

Il profumo di salsedine invade l’aria. Un vento leggero e tiepido accarezza la costa, mentre onde verdi e azzurre si rincorrono nel mare limpido. 

Il sole di tarda mattina riflette i suoi raggi su quell’immensa distesa, come se volesse illuminarla tutta.

Johannes non sa da quanto tempo è lì, fermo a guardare le barche all’orizzonte. Non gli importa. A casa non lo aspetta nessuno, se non i suoi cani e la signora Helga, che si occupa di lui da qualche anno.

Ha quasi novant’anni, eppure gli occhi sono ancora vispi, e il cuore è quello di un ragazzo. 

Sente la vita piena dentro di sé, anche se il corpo non risponde più ai suoi impulsi: correre, cantare a voce alta, giocare con i ragazzi del paese, uscire in barca da solo.

Quasi ogni giorno, da quando il sole torna a splendere su quel paese del Nord Europa, Johannes scende al mare. 

Oppure resta sul piccolo promontorio dove sorge la sua casa di legno, dipinta di azzurro e bianco, con aiuole di erica all’ingresso e un orto ordinato sul retro.

E ricorda.

Ricorda tutta la sua vita. Ogni giorno un frammento nuovo riaffiora. Tranne uno: quello è sempre lì, immobile, scolpito nel cuore. 

Bjorn. L’amico che ha perso solo pochi mesi prima.

Si erano conosciuti a quattro anni, nella scuola materna di Halvorfjord, un piccolo paese sul mare del Nord. 

Erano così simili che spesso li scambiavano per gemelli: biondi, occhi azzurri, lentiggini sul naso all’insù, la bocca carnosa che diventava rossa dopo aver corso.

Alle primarie, con il maestro Ulvajeson, combinavano guai insieme. Alle secondarie, poco prima della guerra, erano ancora inseparabili. Tutti li chiamavano “i gemelli”.

La loro amicizia era così intensa che qualcuno iniziò a insinuare malizie. Loro non ascoltarono mai. 

Era amicizia, sì, ma di quelle che oltrepassano l’amore fisico: una fratellanza, una comunione profonda che pochi avrebbero potuto comprendere.

Quando la guerra si avvicinò, la famiglia di Bjorn si trasferì a Norköpping, dove sembrava meno pericoloso. 

Johannes rimase nel paese natio, con un dolore che non riusciva a nascondere. La loro corrispondenza divenne così fitta che i genitori si preoccuparono davvero: quel legame sembrava più forte di qualsiasi altra cosa.

La guerra finì. Si ritrovarono anni dopo all’Università di Stockholm. Facoltà diverse, ma studiavano insieme.

Un giorno di aprile, sotto una pioggia sottile, Bjorn gli annunciò che si era fidanzato con Hannele. Johannes fu felice per lui. 

E quando la conobbe, capì subito che quella ragazza biondissima, dolce e intelligente, non avrebbe mai ostacolato la loro amicizia. Anzi, la incoraggiava.

Johannes ebbe diverse relazioni negli anni, ma ogni volta accadeva la stessa cosa: la donna di turno iniziava a ingelosirsi del legame tra i due uomini. Hannele cercava di spiegare, ma non bastava. E così tutto finiva.

Bjorn non capiva quella gelosia. Per lui, l’amicizia era un dono, non una minaccia.

Johannes, dopo vari tentativi, decise di allontanarsi. Per lavoro, sì, ma anche per cercare una strada sua. Eppure non smise mai di sentirsi con Bjorn: ogni giorno, al telefono.

Hanna, Dagmar, Helena, Suzanne, Gloria, Terese… Molte donne passarono nella sua vita. 

Come passarono Copenaghen, London, Berlin, Den Haag, e di nuovo Stockholm. La sua carriera di ricercatore di fauna marina cresceva, ma nel cuore c’era sempre Bjorn.

A cinquant’anni tornò definitivamente ad Halvorfjord, nella vecchia casa dei genitori. Con lui venne Helga, la governante dell’ultima sua abitazione. 

Una giovane donna molto religiosa ma aperta mentalmente, con un grande senso materno. Una ragazza allegra, che gli riempiva la casa di calore.

Il lavoro gli permetteva di viaggiare, ma soprattutto di restare vicino a Bjorn, ad Hannele e ai loro cinque figli ormai adulti. 

Partecipò ai loro matrimoni, alle nascite dei nipoti. Una vita quasi non sua, eppure gli bastava. Si era rassegnato a non avere una famiglia: la sua famiglia erano loro, fin da bambino.

Quindici anni prima, Hennele se n’era andata. Bjorn era rimasto solo, circondato dai figli e dai nipoti. Da quel momento, i due uomini erano tornati inseparabili, come all’asilo, tra fiori e profumi.

Passarono altri anni. Bjorn era ormai alla fine.

L’ultimo giorno, come se lo sentisse, chiese ai figli di lasciarlo solo con Johannes sul promontorio.

Sedevano nel giardino, su due poltrone comode, con un tavolino di legno tra loro. Bibite, cibo leggero, e il mare davanti. Helga osservava da lontano, senza disturbare. 

I gabbiani cantavano una sinfonia triste.

Johannes non parlava. Sapeva che quello era l’ultimo giorno.

- Che pensi? - sussurrò Bjorn. Johannes si voltò. Quegli occhi azzurri, così simili ai suoi, lo colpirono come sempre.

Penso che potremmo essere gemelli. Più ci penso, più mi sembra così. - 

- E…? -

E chissà… magari in un’altra vita lo eravamo davvero. -

 Bjorn sorrise.

- Non ci pensare. Vado solo un po’ prima di te. Forse per poco. - Johannes stava per parlare, ma Bjorn lo fermò. 

- Aspetta. Fammi dire una cosa. Jo… tu sei stato mio fratello. Da sempre. Ti ho voluto bene e ti amo come si ama un fratello. Non so se senza di te avrei superato tutto quello che la vita mi ha dato. -

Johannes gli prese la mano. Helga, da lontano, si commosse.

Bjorn… l’amicizia spesso supera l’amore. Noi ne siamo la prova. I tuoi figli sono miei figli. I tuoi nipoti sono miei nipoti. La mia vita è stata piena perché c’eri tu. - 

- Mi dispiace che tu non abbia avuto una donna intelligente e dei figli come i miei. La tua vita sarebbe stata più piena. -

Johannes sorrise. 

Forse. Ma se avessi avuto loro, avrei perso te. Era destino. E avendo avuto il mio fratello-amico… ho avuto tutto. -

Bjorn gli strinse la mano. 

- Grazie. Ti voglio bene. - 

- Anch’io, Bjorn. Ma guarda, dove ho vissuto e cercato di amare senza risultati, penso che… qualcuna mi avrà rimpianto di sicuro! -

Risero insieme. Poi Johannes aiutò Bjorn ad alzarsi. Lo accompagnò in casa. Si abbracciarono forte. Johannes sentì le lacrime scendere sul collo dell’amico.

Bjorn se ne andò nel sonno quella notte. Johannes fu certo che l’ultimo pensiero fosse per lui.

La voce dolce di Helga lo richiama al presente. Il pranzo è pronto.

Johannes guarda il mare blu. Poi torna verso casa.

Aspettami, Bjorn. Non mancherà molto. Ci rivedremo. -

La porta si chiude. 

Un gabbiano passa sopra la casa, stridendo. Sembra dire: “Sono qui. Ti aspetto.”

"Questa è una dedica personale a miei vecchi due amici, due ragazzi che sono fratelli da sempre, ognuno con la sua famiglia, con le loro mogli che li prendono in giro, dicendo che loro sono la vera copia dei quattro. Due dei loro figli si sono sposati come se il destino avesse deciso di non far finire mai quel legame splendido che è il tesoro dell’amicizia quella vera, che va oltre l’amore."

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 23 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "UN UOMO SOLO"

 La solitudine maschile, il silenzio, il peso della propria vita che si porta sulle spalle, questo è il dolore degli uomini feriti dagli sbagli commessi. Non è facile per un uomo vivere una vita che non è più la sua, deve solo trovare il coraggio per andare avanti con dignità.”


"UN UOMO SOLO"

Il mio treno aveva venti minuti di ritardo. Avevo evitato di dire parolacce e imprecazioni, ma l’umore non era dei migliori. 

Per ingannare l’attesa ero entrato nel bar della stazione di Rogoredo: pieno di gente, rumori di tazze, voci come echi fastidiosi che rimbalzavano ovunque. Dopo un caffè e una brioche ero scappato fuori quasi subito. 

Troppo caos.

Camminavo sulla banchina del mio binario. Era mattino presto, pochi viaggiatori, una nebbiolina leggera che avvolgeva i palazzi sullo sfondo. Mi stavo innervosendo quando vidi una panchina. 

E un uomo seduto.

Di solito preferisco stare in piedi, ma quella mattina la stanchezza aveva vinto. Mi sedetti a poco distante da lui. Non sapevo se fosse un normale viaggiatore o uno dei tanti senzatetto che ormai popolano le stazioni.

Non sbagliavo: sembrava proprio un senzatetto. Presi un libro dalla borsa e iniziai a leggere, anche se ogni tanto lo osservavo di sottecchi.

Dopo due minuti, una voce accanto a me.

- Che legge di bello? -

Mi voltai. 

Un sorriso. 

Un volto giovane ma segnato. Due occhi verdi profondi, difficili da decifrare. Vestiti malmessi, un cappello di lana che copriva capelli lunghi e sporchi.

Sorrisi, convinto che da lì a poco mi avrebbe chiesto soldi per drogarsi o per mangiare.

Sto leggendo “Il ponte sulla Drina” di… - 

- Ah sì, di Andrić. L’ho letto. Come altri suoi libri. Ottimo autore: fa rivivere le sensazioni dei luoghi, sempre un po’ tristi, come chi vive nell’Est Europa. -

Rimasi interdetto.

Come? - 

- Sì… gli scrittori e i musicisti dell’Est hanno sempre quella vena di malinconia nelle loro opere. Io ci sono stato mille volte. E lei? -

Appoggiai il libro sulla panchina, incuriosito. 

Quell’uomo che avevo scambiato per un barbone mi stava parlando di cultura, di musica, di viaggi.

- Conosce “La Moldava” di Smetana? Musica sublime. - 

- È una delle mie preferite. - risposi sempre più stupito.

L’altoparlante annunciò un ulteriore ritardo: altri cinque minuti.

Lui guardava la nebbia tra i binari, come se vedesse oltre.

- Il suo treno ora ha quindici minuti di ritardo. Brutto aspettare, vero? -  Poi mi fissò con quegli occhi che mi fecero rabbrividire. - So cosa sta pensando. -

Veramente… - 

- Ha pensato che fossi un barbone, un extracomunitario, uno che le avrebbe chiesto soldi. Magari non voleva neanche sedersi vicino a uno come me. -

Le assicuro che… - 

- Sono italiano. Della bassa padana. Sto aspettando padre Alberto dei frati vicino a Porta Vittoria. -

Mi si aprì un sorriso spontaneo: conoscevo padre Alberto. Un frate alto, rossiccio, con una voce limpida e una presenza che scaldava.

- Conosco padre Alberto. - risposi con un sorriso non più diffidente.

- Il mondo è piccolo, eh? - 

Annuii.

- Ah, non ci fosse stato lui… Ora dormo e mangio da loro. E lei, visto che lo conosce, abiterà in zona o avrà fatto volontariato. -

Annuii di nuovo.

- Lei è un uomo di poche parole, lo vedo dagli occhi. E scommetto che è curioso della mia storia. Gliela racconto in pochi minuti, prima che arrivi il suo treno. -

Arrossii.

- La vita ti porta su strade impreviste. A volte sbagli un bivio e ti ritrovi nel fango invece che in un viale luminoso. -

Due treni passarono veloci, coprendo la sua voce. Il vento fece svolazzare le pagine del mio libro. Lo rimisi nella borsa.

- Ho perso tutto: moglie, figli, lavoro, amici. Errori stupidi, dettati dall’ambizione e dall’egoismo. E ora pago. Ma non scappo: se hai responsabilità, devi affrontarle. -

Rise amaramente.

- Ora aiuto i frati. Mi hanno dato un lavoro in una officina. Sono qui perché ho incontrato due dei miei figli, quelli che vivono a Genova. Gli unici che accettano di vedermi. Mia ex moglie e mia figlia maggiore… mi hanno rifiutato. Un domani, forse… -

Guardò in lontananza. Un uomo vestito di scuro stava arrivando dal bar.

- Oh, credo sia padre Alberto. -

Lo riconobbi anch’io. Ma una signora con un cane lo fermò.

Il mio treno stava entrando in stazione. Ci alzammo entrambi.

- Mi ha fatto piacere conoscerla. Anche se ho parlato solo io. -

Sorridemmo. Allungai la mano. Lui esitò, poi diede solo una pacca sulla mia spalla.

- Le mie mani non sono molto pulite. Ma ora salga: le porte non aspetteranno molto prima di chiudersi e perdere il treno. -

Corsi verso il vagone. Mi voltai un attimo prima che le porte si chiudessero.

Lui mi salutò con la mano.

E disse, con una voce alta che mi colpì allo stomaco:

- Ciao "Lupetto"… chissà se ti rivedrò ancora. -

Le porte si chiusero. Il treno partì.

Rimasi immobile, con il cuore che batteva forte. Come faceva a sapere il mio soprannome di quando giocavamo a Volley alle superiori?

Per mezz’ora cercai nei ricordi. Le gare del nostro sport praticate a livello agonistico contro altre squadre regionali della Bassa: Lodi, Crema, Vigevano, Pavia.

Niente.

Poi il treno si fermò a Pavia. Guardai la banchina del primo binario. "Pavia!"

E un volto, più giovane di trent’anni, mi esplose nella memoria: Ludovico.

Uno dei ragazzi della mia vecchia compagnia. Bello, ricco, pieno di vizi. Destinato a un futuro brillante. Il sesso come unica droga, mentre gli altri si perdevano in eroina e cocaina.

Ludovico, il ragazzo d'oro che tutti invidiavano e che faceva impazzire d'amore le ragazze.

E ora?

Il treno ripartì verso Genova. Ma io avevo già deciso: avrei parlato con padre Alberto.

La nebbia si stava diradando. Un tenue sole illuminava la campagna.

E nella mia mente c’era solo un nome:

Ludovico.

"La solitudine maschile non è urlata: è una stanza illuminata vista da fuori, dove nessuno entra."

Giampaolo Daccò Scaglione



sabato 21 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "NON PUO' FINIRE COSI'"

 Ho cambiato nomi e dettagli per non far riconoscere le persone. Ma la storia è vera. E spero che Nigel sia ancora tra noi per molto tempo. Soprattutto per Jaan.

L’ho scritta perché lo meritano. Perché è giusto far sapere che esistono amori diversi, amicizie diverse, vite diverse… ma tutte vere. E che si possono vivere avventure magnifiche, anche virtuali, senza perdere il contatto con la realtà.

Il mio abbraccio è per loro. Perché sono persone speciali.

"NON PUÒ FINIRE COSÌ"



Chi sono io? Forse un uomo come tanti. Oh, può anche essere. 

Ma quando trascorri settantasei anni della tua vita lucidamente su una sedia a rotelle, in un istituto dove ti vogliono bene, ti curano con attenzione, ti mettono a letto e a volte ti imboccano… allora no, non sei proprio come tutti. 

Lo sei solo con la mente. E con il cuore.

Mi chiamo Jaan. Vivo in un paese del Nord Europa, un posto verde e bellissimo, dove la natura respira ancora.

Sono stato abbandonato alla nascita perché non avevo tutti gli arti “nel modo giusto”. 

La mia famiglia, ricca ma fragile, non ha sentito il dovere di crescermi come milioni di bambini. Meglio un istituto di lusso, avranno pensato. 

Che colpa ne hanno? Forse nessuna. Forse solo quella di non capire. O di vergognarsi.

E poi, come se non bastasse, ho avuto anche la “sfortuna” di essere omosessuale. Di amare con la mente e con il cuore, ma non con un corpo che non risponde agli stimoli. 

A volte mi viene da ridere.

Eppure, in questi lunghi decenni, ho studiato, ho fatto cose utili, ho aiutato altri come me ad accettare la nostra condizione. 

E poi… ho conosciuto persone splendide tramite un gioco online. 

Personaggi inventati, avventure impossibili, risate vere. E quelle persone, dopo mesi di gioco, sono venute a trovarmi davvero. 

È nato un gruppo di amici affiatati, di tutte le età, alcuni come me, altri “normali”, che corrono, ballano, lavorano.

E poi… lui. Nigel.

Nigel, arrivato nel mio stesso istituto molti anni fa. Uguale a me, in tutto e per tutto. Con lui ho vissuto tutto l’amore possibile, tranne quello fisico. 

Ma era amore. Ero finalmente meno solo.

Compagni di giochi, di vita, di complicità. Un giorno adulti, un giorno bambini, un giorno pirati, un giorno antichi romani. Sognavamo porti lontani, città magnifiche, mondi che non avremmo mai potuto visitare davvero. Eppure li vivevamo.

Fino a ieri. Perché ieri è successo qualcosa.

L’infermiere è entrato con un’espressione scura. Ho capito subito che non era una cosa da poco.

- Jaan… devo dirti una cosa. Cerca di stare tranquillo. - "Tranquillo? Con quella faccia? Abbiamo fatto il check-up pochi giorni fa…" - Non riguarda te.

Il cuore mi è caduto nello stomaco.

- Nigel è stato ricoverato d’urgenza al St. Albaart Hospital. - "No… no, no, no… non lui."

Sono scoppiato a piangere. Karl mi ha abbracciato forte.

— È un carcinoma avanzato. Forse… qualche mese. — "Dio mio… come faremo?"

Ed eccomi qui. 

Davanti a lui. Seduto su quel letto bianco, in una stanza asettica che odora di disinfettante e di paura. 

Lui sorride. Ma gli occhi… gli occhi dicono quello che penso anch’io: “Che faremo ora?”

Gli amici ci scrivono, ci chiamano, ci abbracciano da lontano. Johnny, il più caro, come un fratello. E tra poco saremo tutti insieme nel nostro mondo virtuale, finché Nigel ce la farà.

Ci hanno permesso di usare i portatili qui. E così eccoci: la nostra casa virtuale, il lago, gli amici che ci aspettano.

- Ehi Nigel, Jaan! Finalmente! - ci saluta Johnny. - C’è anche Elois e mio fratello Lee. Vi va di andare sull’Everest con una seggiovia di cristallo? - 

- Ma attenzione alla pioggia di lucciole montane! - ci grida Elois, il figlio virtuale di Nigel, ma persona vera nella vita reale.

- Come no! - ride Nigel. - Speriamo solo che qualche caprone non ci dia una cornata sul sedere! -

Ridiamo tutti. Una nuova avventura è iniziata. E io voglio viverla con lui. 

Finché durerà.

Jaan

“Anche quando la pioggia cade, una luce resta accesa, forse non solo della speranza ma della vita qualunque forma abbia.

 Giampaolo Daccò Scaglione


giovedì 19 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : “QUELLO CHE NON C’È MAI STATO”

 “Qui c’è stato dolore, ma qui c’è anche chi resta. 

E chi resta ha ancora una strada davanti.”


“QUELLO CHE NON C’È MAI STATO”

Il presente consapevole:

Ecco, sono qui davanti a te. 

Ti guardo in quella cassa di legno di noce mentre i tuoi occhi sono chiusi e senza respiro, il tuo corpo sembra un manichino vestito da festa. 

Ti guardo e non provo nulla, niente… Eppure ho cercato nel mio cuore un filo di emozione, un sentimento che non riesco a trovare.

Sento persone vicino ma non so chi c’è attorno a noi. 

Distrattamente ascolto ogni tanto un bisbiglio, forse qualcuno ha notato che non ho fatto neanche una mossa per poterti dare una carezza o un tocco alle tue mani incrociate e gelide. 

Non sento nulla dentro e mi dispiace dopo anni di pianti, di domande, di odio e poi l’indifferenza perché il tempo e l’età portano indifferenza o la coscienza che non puoi rimediare a nulla.

Tu sei invecchiato da solo e quasi tutti ti hanno voltato le spalle mentre recitavi la parte della vittima. 

Tu avevi lasciato soli chi ti voleva bene e li hai gettati via dalla tua vita come degli stracci inutili. 

Che peccato. 

Quante cose ti sei perso, non hai goduto, non hai vissuto, ma dalla tua torre d’avorio, dal tuo piedistallo, dal tuo egoismo, tutti dovevano stare ai tuoi piedi. 

Esistevi solo tu.

Nella mia mente vengono cacciate via le frasi cattive che in un passato lontano mi dicevi prima che te ne andassi via con l’altra. 

Cerco di farlo anche se prepotentemente, seppur davanti al tuo capezzale, arrivano come frustate indelebili.

Quante volte ho cercato di farmi amare, di venirti incontro? 

Troppe, tante o troppo poche? 

Ma quando davanti a te c’è un muro impenetrabile, alla fine ti arrendi, alla fine non ti senti più in colpa di qualcosa che non hai mai fatto tranne di nascere e di non essere voluto.

Sto diventando vecchio anche io piano piano, non ho perdonato in un certo senso, posso solo dire che ti ho condonato tutto il male che hai fatto comprendendo la tua incapacità di essere quello che avresti dovuto essere: un padre.

 Il presente emotivo:

Attorno a me si muovono come ombre. 

Mani che si allungano, sguardi che cercano il mio, frasi sussurrate tutte uguali. Nessuno sa davvero chi fossi tu per me. 

Nessuno immagina che sto recitando anch’io, come ho fatto per tutta la vita: il figlio che non sei mai riuscito a vedere, quello che non hai mai voluto conoscere.

Guardo il legno lucido della cassa, il riflesso delle luci, il prete che parla di misericordia. E penso che non c’è niente di più ironico di un funerale pieno di parole per un uomo che non ne ha mai avute per suo figlio.

“Mio figlio è un idiota!”

 “Mi vergogno di te, gli altri a scuola sono più bravi.” 

“Che ho fatto di male per meritarmi un cretino come figlio?” 

“Tua sorella sì che è mia figlia, più bella e intelligente.” 

“Vai da tua nonna di sotto, mi dai fastidio!” 

“Sei uguale a tua madre.”

Sono uguale a mia madre. 

Invece di odiarti, quel giorno ho capito di essere fiero di essere come lei… Fiero ed orgoglioso di avere un cuore che palpita, di avere un’anima con dentro tante cose. 

E tu? 

Sei andato via un giorno, finalmente, lontano con un’altra, anche se ormai era troppo tardi per noi, per trovare una serenità e dimenticare.

Ti sto guardando e non provo niente. 

Una mano stringe la mia e sento dire qualcosa, sorrido mestamente, come di prassi nei funerali, come una recita ridicola mentre avrei voglia di mandarli a quel paese. 

Condoglianze… 

Mi vien da ridere ma non posso, alla mia età non posso proprio.

“Vorrei che tu non fossi mai stato mio figlio!”

Giro le spalle al tuo feretro, non sento nulla e non vedo i volti di chi è presente alla farsa di una benedizione ad un ateo che mai ha voluto pregare.

Il passato mancato:

A volte mi chiedo come sarebbe stato averti accanto almeno una volta. Una sola.

Immagino una scena che non è mai esistita: io bambino che ti corro incontro con un disegno in mano, tu che ti abbassi, mi prendi per le spalle e mi dici “Bravo”.

Una parola semplice, una parola che non ho mai sentito.

Oppure una domenica al parco, io che provo a salire su un albero e tu che ridi, non per deridermi, ma per incoraggiarmi.

Non è mai successo. Eppure questi ricordi inventati fanno più male di quelli veri.

Dopotutto devo fare la parte del figlio buono che ha perdonato il padre e che con la mia presenza ha alleviato l’angoscia dei parenti che speravano.

 Speravano cosa, mi chiedo.

Quello che mi fa triste è pensare che avremmo potuto essere un padre e figlio che si amavano tanto, che mi avresti portato in spalla, seguito nella vita, giocato con me.

Mi avresti insegnato tante cose, come fanno molti genitori con i propri figli. Vivere tutto quello che non c’è mai stato.

Ormai non importa più. 

Seduto su una panca fredda ed anonima sento la mano di chi mi sta accanto da una vita stringere la mia, un calore che mi fa star bene in questo momento.

**“Addio sconosciuto che non ha saputo assaporare e cogliere l’amore che lo circondava. 

Colui che non ha capito di poter essere felice con le persone che aveva accanto e che ha detestato sentendosi in prigione. 

Addio a quest’uomo che ha lasciato il nulla, un qualcosa per cui piangere, per sentirne una mancanza, per un dolore che non esiste. 

Addio a tutto quello che non c’è mai stato. Addio.”**

Il momento dell'addio

Mi alzo, stringo la mano che mi accompagna da una vita, e capisco che la mia storia non comincia né finisce con te. Io sono ciò che ho scelto di diventare, non ciò che tu non sei mai stato.

 “La vita è come una panchina vuota che rappresenta il passato, la candela accesa è il futuro. L’uomo che sta nel mezzo, è nel punto di passaggio dove si lascia andare ciò che non c’è mai stato e si apre a ciò che può ancora essere.”

Giampaolo Daccò Scaglione