giovedì 1 ottobre 2026

"LA SINFONIA DEL MARE"


Prefazione dell’Autore:

"Ci sono storie che sfidano il tempo, rimanendo custodite nel cassetto dei ricordi in attesa del momento esatto in cui il mondo sia finalmente pronto ad accoglierle. Questa che vi accingete a leggere è una di quelle. 

Scrissi le pagine de “La sinfonia del mare” nel lontano 1974, quando ero soltanto un ragazzino di tredici anni con un block-notes a quadretti e una penna stilografica tra le dita. 

Oggi, a distanza di oltre cinquant'anni, ho deciso di aprire quella cassaforte della giovinezza per regalare questa narrazione a un pubblico di lettori decisamente più aperto, maturo e preparato rispetto a quello di allora.

È un racconto che si inserisce a pieno titolo nel solco del neorealismo di quegli anni, mantenendo intatto quel modo di narrare denso, istintivo e purista tipico degli anni Settanta. 

Al centro della trama si intrecciano i grandi temi della vita: il riscatto sociale, la solidarietà, la dignità del lavoro e, soprattutto, l'amore. Un amore vissuto in tutte le sue sfaccettature, sia eterosessuale che omosessuale; un sentimento che in quel tempo era considerato proibito, difficile da comprendere e spesso nascosto nell'ombra della scogliera, ma che qui viene trattato con una delicatezza e una naturalezza assolute.

Prima di lasciarvi alle note di questa sinfonia, sento la necessità di fare una piccola ma importante precisazione per tutti i frequentatori del blog: Paolo, l'intellettuale e sensibile protagonista di questa vicenda, non sono io. 

Non si tratta di un'autobiografia, ma di un'opera di pura invenzione e sensibilità narrative, nata dall'occhio di un tredicenne che già allora provava a osservare il mondo e le sue tempeste con lo sguardo profondo di un regista."

Buona lettura.

Giampaolo.


"LA SINFONIA DEL MARE"



Roccavilla, estate 1974

Roccavilla era un piccolo borgo dimenticato dal tempo, incastonato in una provincia montana del Sud Italia e arroccato con le sue case di pietra su un costone accidentato che cadeva quasi a picco sulle acque profonde del mare. 

Le mille anime che ci vivevano, spartendosi il silenzio delle calli, erano per lo più pescatori veraci, uomini dalle mani nodose che sbarcano faticosamente il lunario vendendo il pesce appena pescato ai mercati delle cittadine più grandi dislocate lungo la costa.

L’inverno, da quelle parti, era di solito grigio, umido e piovoso, oppure veniva sferzato all'improvviso da venti freddi e taglienti provenienti dal mare; correnti che regalavano comunque giornate di sole tiepido, una luce pallida che, però, ben presto tramontava dietro i colli brulli e le cime frastagliate dell’Appennino. 

D’estate, al contrario, il borgo cambiava volto e diventava fortemente attrattivo: il mare limpido a poche centinaia di metri e le escursioni naturalistiche tra le colline e le montagne alle spalle di Roccavilla attiravano infatti molti turisti, che trovavano ospitalità negli alberghi dislocati lungo la costa adriatica o tirrenica.

La meta principale dei forestieri a Roccavilla era l'antica fortezza situata a circa due chilometri dal centro abitato: un castello feudale ancora perfettamente intatto, solido e ben curato dai volontari della Proloco della zona. 

Fino a metà degli anni Cinquanta, la maestosa struttura era rimasta sbarrata e in totale stato di abbandono e degrado; ora, invece, era stata felicemente riaperta ai villeggianti, ospitando al suo interno un rinomato ristorante e cinque camere da letto per chiunque volesse regalarsi un’emozione “antica”, dormendo tra la sala d’arme, la stanza ducale, la grande libreria polverosa, quadri d'epoca e oggetti di immenso valore storico.



Ma Roccavilla, alla sua estrema periferia verso nord, possedeva anche una roccia monumentale, grande abbastanza da formare uno spettacolare arco naturale nella pietra. 

Questo sperone si collegava direttamente a uno scoglio piatto, creando un vero e proprio ponte sospeso con la terraferma; sotto di esso, le onde del mare si infrangevano regolarmente con un rombo sordo su una spiaggia solitaria e riparata. 

L’alba, sorgendo dal mare, illuminava di un rosa intenso quel particolare scorcio, tanto da farlo sembrare un sogno a occhi aperti. D’estate, quando il sole tramontava più a sud, a volte il crepuscolo disegna luminose luci rosse su quell’arco, dipingendo il mare e la sabbia sottostante come se fosse un manto carminio.

C’era una tradizione sacra, antichissima e inviolabile legata a quell’arco di roccia: le giovani coppie del paese, prima di celebrare le loro nozze, si recavano a piedi sulla rupe, nel punto esatto al centro dove si formava la curva dell’arco, e gettavano nel mare sottostante un mazzo di fiori selvatici legati semplicemente da un filo d’erba, giurandosi amore eterno davanti all'orizzonte.

Questo rito romantico veniva compiuto regolarmente da più di trent’anni, da quando su quella stessa rupe — come nelle tragiche storie dei romanzi d’appendice — trovarono la fine al loro contrastato amore due giovani ragazzi di Roccavilla: lei una sedicenne di origine nobile e lui il figlio di un semplice e povero pescatore del borgo.

I due, non potendo vivere il loro sentimento alla luce del sole per via delle differenze sociali, si erano gettati abbracciati, in una limpida giornata di primavera, nel mare sottostante. 

Da quel sacrificio si era creata poi una bellissima leggenda popolare: dal fondo del mare, proprio sotto l’arco di roccia, le loro anime unite proteggono l’amore dei giovani che, per onorarli, gettavano il mazzo di fiori selvatici proprio nel punto esatto in cui i due caddero.

Il sole ormai stava tramontando dietro le montagne dell'Appennino e le ombre bluastre della sera, provenienti dalla distesa scura del mare, facevano rientrare lentamente le barche dei pescatori al porticciolo di Roccavilla, poco lontano dalla spiaggia libera dove passava una vecchia statale che serpeggiava tra il mare e le colline verso sud, illuminata dai primi fari delle auto.



Tra i pescatori di Roccavilla c’era Gerolamo, un uomo che nel corso del tempo aveva vissuto molto intensamente la sua vita, diviso costantemente tra la fatica quotidiana del lavoro in mare e i drammi del privato. 

Non era ancora anagraficamente vecchio, ma le dure prove esistenziali che aveva dovuto passare e il sole bruciante che in tutti quegli ultimi decenni di lavoro in alto mare lo aveva sferzato senza sosta, l’avevano invecchiato precocemente nell'aspetto, facendogli dimostrare ben più dei suoi cinquantun anni compiuti.

Fortunatamente, nelle uscite notturne e mattutine con la barca, Gerolamo era affiancato stabilmente da suo figlio Mauro da circa un paio d'anni, ovvero da quando il ragazzo aveva terminato con successo le scuole medie. 

Mauro aveva sedici anni e sfoggiava una muscolatura già ben formata e massiccia da uomo adulto, innestata su un viso dai tratti ancora dolci e puliti da ragazzino; portava i capelli lunghi e mossi che gli volavano sempre liberi al vento del mare, e che lui spesso, prima di calare le reti, raccoglieva d'abitudine con un elastico nero dietro la nuca.

La famiglia di Gerolamo era composta anche da altri due figli maschi: Paolo, il fratello maggiore dal temperamento intellettuale, e Ninetto, un marmocchio di appena dieci anni vispo, vivace, incredibilmente intelligente e tenero, caratterizzato da un viso furbo e da una cascata di capelli ricci e scuri. 

Quest'ultimo, non appena vedeva da lontano il profilo del padre e del fratello maggiore incamminarsi sulla stradina sterrata che portava alla loro abitazione alla periferia del borgo, correva fuori incontro a loro gridando a squarciagola con le braccia spalancate, come se non li vedesse da mesi; ed ogni sera, all'ora del tramonto, era sempre la stessa, identica scena di gioia pura.

Ninetto si gettava di corsa ad abbracciarli, incastrandosi in mezzo ai due uomini. Gerolamo lo stringeva forte a sé sul petto accarezzandogli la nuca, mentre Mauro, come faceva sempre con la sua forza esuberante, se lo prendeva sulle spalle sollevandolo come se fosse un fuscello leggero. 

Poi, uniti e sereni, i tre si mettevano a fischiare allegramente lungo la via, facendo puntualmente affacciare alla finestra la vicina di casa, Annetta, una signora anziana dal cuore buono che li salutava sempre con un cenno della mano; ogni tanto, la vecchietta si faceva trovare fuori dall'uscio con una padella fumante piena di minestra calda o di pollo al forno, spesso accompagnato da una porzione di patate saporite per la loro cena.

Entravano in casa dopo aver attraversato a piedi un piccolo pezzetto di prato verde dotato di un portico in pietra, dove si trovava il deposito degli attrezzi, delle reti e delle sedie pieghevoli, situato proprio vicino a un vecchio pozzo d'acqua sorgiva che serviva loro per pulire e squamare il pesce appena sbarcato. 

L’interno dell’abitazione era molto accogliente, caldo e confortevole, costruito secondo lo stile delle tipiche case del Sud Italia, dal tetto piatto e dai muri imbiancati a calce viva. C'era una piccola anticamera aperta che immetteva direttamente sulla grande cucina e sulla sala da pranzo principale. 

Oltre un arco di mattoni rossi, si intravedeva poi un salottino intimo arredato con un divano, alcune sedie e il televisore, e a fianco si aprivano tre porte in fila: il bagno di servizio e due camere da letto, quella privata di Gerolamo e quella grande destinata ai tre figli.



Quella sera di fine inverno era abbastanza fredda e umida, tant’è che Paolo, rimasto a casa a studiare, aveva preventivamente acceso il grande caminetto con la legna secca, facendo sì che un bel tepore avvolgente riscaldasse l'intera casa. 

La tavola di legno era già interamente imbandita per la cena e il cibo che cuoceva sul fuoco emanava un aroma invitante e speziato, capace di far venire un forte languorino a Mauro. 

Quest'ultimo, avvicinandosi di soppiatto alla padella per assaggiare, ricevette però una cucchiaiata leggera sulla mano da Paolo, che stava sorvegliando i fornelli.

«Ahioò, ma sei fuori, fra’?», protestò subito Mauro, massaggiandosi le dita.

«Non ti ho fatto niente, bambinone! Vatti a lavare le mani, sennò stasera a tavola non si mangia», ribatté prontamente Paolo con un sorriso.

Gerolamo scoppiò in una fragorosa risata nel vedere Mauro dare una sculacciata giocosa al fratello maggiore, il quale poi iniziò a rincorrerlo scherzosamente con il mestolo in mano fin verso la porta del bagno.

«No ragazzi, prima il papà, poi tu!», rise Gerolamo di cuore, indicando il figlio muscoloso che stava per entrare per primo in bagno. «Dopo tocca a te, Mauro. E sappi che se ci metti troppo tempo sotto l'acqua, stasera ti dovrai mangiare solo quello che c’è rimasto dentro al frigo!».

Mauro guardò il fratello maggiore, che annuiva con la testa con fare complice e divertito, e se ne andò verso la camera da letto brontolando tra i denti, seguito a ruota dal piccolo Ninetto che gli faceva i versi.

Neanche un paio d’ore più tardi, la cena abbondante e rumorosa era ormai finita. Erano già arrivati all'ora del caffè, seduti tutti insieme vicini sul divano del salottino. 

Il padre fece un po’ di fatica a convincere e a portare a letto Ninetto, il quale voleva a tutti i costi rimanere alzato a parlare con loro nella notte, ma l'indomani c'era la scuola ed il pulmino scolastico che lo portava nell'istituto della città vicina passava molto presto al mattino.

Nel frattempo, rimasto seduto in salotto, Mauro sbadigliava a più non posso, visibilmente distrutto dalla fatica della giornata di pesca.

«Mauro, forse dovresti andare a dormire... Ti si vedono le tonsille da quanto ampiamente apri la bocca nello sbadigliare!», gli disse con fare ironico Paolo, stuzzicandolo.

«Chi? Io avrei... sbadiglio... sonno? Non è vero...», si difese maldestramente il ragazzo, provando a tenere gli occhi aperti.

Gerolamo lo guardò annuendo con un sorriso paterno e, con un cenno deciso della testa, gli indicò la camera da letto. Così il ragazzone muscoloso, vestito solo in pantaloncini e con un maglione pesante addosso, a piedi nudi sul pavimento, si avviò sbadigliando rumorosamente in camera sua. Le risate affettuose di Paolo e di suo padre non tardarono a risuonare libere nella stanza.

«Paolo, figliolo, forse dovresti andare anche tu a riposare...».

«Papà, diciamo che entrambi dovremmo farlo. Ma so bene che tu hai bisogno di stare un po' da solo la sera, in silenzio... Come sempre».

«Come sempre... Lo sai bene, figliolo».

Paolo si alzò dal divano, diede un leggero bacio d'affetto sulla fronte al padre e si avviò a sua volta verso la stanza da letto dei ragazzi. Quando aprì la porta di legno, vide Ninetto interamente rannicchiato e protetto nel suo letto singolo con una copertina di lana attorcigliata addosso, mentre Mauro, crollato dal sonno, era in mutande disteso sopra il letto di Paolo, addormentato profondamente a pancia in giù. 

Ovviamente Paolo evitò di ridere ad alta voce per non svegliarlo, sentendolo persino russare in modo regolare; gli sistemò sopra una coperta pesante per coprirgli le spalle e andò tranquillamente a sdraiarsi nel letto libero del fratello minore, addormentandosi anche lui quasi subito nel silenzio di Roccavilla.



Gerolamo rimase solo, seduto sulla poltrona a fianco al divano nel silenzio profondo della casa. Il televisore era rimasto acceso in un angolo, ma con il volume completamente azzerato per non svegliare i ragazzi; l'uomo tese la mano per accendere la piccola lampada sul tavolino, dove erano appoggiati un bicchiere di vino rosso corposo e le pagine di un libro. 

Il fuoco nel caminetto si stava lentamente spegnendo tra le braci e, nonostante ci fosse ancora un piacevole tepore nella stanza, l’uomo preferì godersi quel buon vino della casa per scaldarsi di più le membra stanche.

Aveva appena aperto le pagine del volume ma, dopo aver scorso un paio di righe, i suoi occhi stanchi smisero di leggere le parole scritte: nel suo sguardo si era improvvisamente accesa una luce calda, quella dei ricordi più intimi, e le sue pupille si girarono inevitabilmente verso la cornice d'argento di quel ritratto poggiato sul tavolino. 

Era il ritratto di una donna bellissima, dai capelli ramati e lucenti e dagli occhi chiari, trasparenti come l'orizzonte.

«Lucia!…», gridava Gerolamo nel ricordo, correndo felice dietro alla giovane donna per i campi fioriti poco distanti dalle case di Roccavilla. Lei rideva tanto, di un riso cristallino, e ogni volta che lui le era vicino, sul punto di prenderla, Lucia con uno scatto repentino saltava di fianco girandosi e sfuggendogli di mano.

«E no, mo’ ti prendo davvero!», rideva di rimando l’uomo, che finalmente era riuscito con un balzo ad afferrarla delicatamente per un braccio. Insieme rotolarono per terra sull'erba soffice, ridendo e gridando felici: «No!… Sì!… Ti ho presa!», finendo per stringersi in un bacio appassionato e interminabile, come due ragazzini presi dalla loro primissima cotta estiva.

Gerolamo amava in assoluto sua moglie; Lucia lo ricambiava con una passione travolgente e con uno spirito di profondo sacrificio, occupandosi con devozione anche dei loro tre piccoli bambini. 

In quel tempo lontano, Ninetto, che aveva appena un anno di vita, veniva costantemente assistito — quando loro due erano contemporaneamente impegnati nel duro lavoro al porto o nei campi — da Paolo che aveva solo dieci anni, e che con incredibile maturità doveva badare anche allo scatenato e già robusto Mauro, un torello di appena sei anni.

La sua famiglia era tutta la sua vita, e neanche il lavoro più pesante in alto mare poteva minimamente distoglierlo da quell'affetto pulito. Era stato immensamente felice, in quei quasi quindici anni d’amore passionale iniziati il giorno esatto in cui aveva conosciuto quella bellissima ragazzina di quindici anni, figlia del suo ex datore di lavoro giù al porto della costa. 

Il suo cuore di giovane pescatore si era innamorato subito, al primo sguardo, e mai nessuno nelle rispettive famiglie si era opposto a quel sentimento così profondo. I parenti erano amici da sempre e portavano un grande, reciproco rispetto l’una per l’altra.

Ma spesso la felicità degli uomini, come sempre accade sulla terra, non ha una lunga durata; a volte il destino cinico, o qualcuno per mano sua, può cambiare improvvisamente la direzione di molte esistenze, e molto spesso non verso la strada giusta.

Quel mattino di primavera assolato, Lucia si era vestita con cura per scendere nella frazione vicina da una parente, con l'intenzione di darle una mano per le faccende.

«Gerolamo...», gli aveva detto lei sorridendo dolcemente, dopo avergli dato un bacio affettuoso sulla bocca, «prendo la bicicletta per andare fino a casa di zia Rosa, così faccio prima e non fatico a piedi. Sarò di ritorno verso le undici per preparare il pranzo per tutti. Tanto i bambini più grandi sono all’oratorio a giocare... Abbi cura del piccolo Ninetto, ti prego».

Lui l'aveva fermata stringendole i fianchi e la baciò un’altra volta sulla soglia; lei rise felice, dicendogli con un filo di voce che continuando così le avrebbe fatto fare tardi all'appuntamento…

Era sera tardi, la notte ormai scura, e Lucia non era ancora tornata a casa. Nessuno l’aveva più vista in paese, tranne zia Rosa e sua figlia che l’avevano salutata affettuosamente verso le dieci e trenta del mattino mentre, in sella alla sua bicicletta, faceva allegra ritorno verso Roccavilla. 

Molte persone del borgo, preoccupate, erano andate immediatamente alla sua ricerca lungo la statale; furono chiamati d'urgenza i carabinieri della stazione locale e poi i pompieri perché, in un punto esatto in cui c’era una curva pericolosa sulla scogliera che dava direttamente a picco sul mare, c’erano i segni evidenti e freschi di una frenata d’auto sull'asfalto.

La trovarono giù, tragicamente, tra le onde schiumose e le rocce aguzze della riva. La bicicletta, ritrovata poco più in là, aveva la ruota posteriore completamente schiacciata e deformata dall'impatto. Lucia aveva battuto violentemente la testa ed il corpo nella caduta, morendo purtroppo sul colpo. 

Ci furono lunghe e meticolose indagini per scoprire chi, con l’auto, avesse investito e spinto Lucia oltre il ciglio, facendola cadere nel vuoto dalla scogliera. Ma ancora oggi, dopo dieci lunghi anni di indagini e silenzi, non fu mai scoperto nulla, e il colpevole era rimasto senza un nome.

Quanto aveva pianto e stretto forte a sé i suoi figli piccoli, Gerolamo, in quella notte di distruzione; quanto si era sacrificato negli anni successivi per loro, per spiegare con il tempo, con dolcezza e pazienza, a Ninetto e a Mauro la dolorosa assenza della loro mamma. Paolo era l’unico dei tre fratelli che sembrava aver superato con il tempo quel trauma infantile.

Eppure, Gerolamo ogni volta che lo guardava muoversi per le stanze riceveva un vero e proprio colpo al cuore: il suo viso era il ritratto esatto, vivente, di Lucia, con gli stessi occhi azzurri e limpidi, i capelli castani ondulati come quelli di lei, la sua medesima bontà d’animo, la generosità innata ed il suo aiuto costante nel quotidiano per sbrigare le cose di casa. 

Lo inteneriva da morire, lo commuoveva, ma Paolo conservava sempre una sorda paura interiore che la perdita della madre, un giorno o l’altro, lo avrebbe fatto crollare di colpo. 

Invece il ragazzo, con l’aiuto silenzioso della maestra e del parroco del paese, di nascosto parlava spesso con lo psicologo delle scuole della città vicina, inventando intelligentemente con l’insegnante la scusa di un doposcuola pomeridiano mai esistito in realtà, pur di curarsi l'anima.

Gerolamo si risvegliò d'un tratto da quel viaggio doloroso nei ricordi mentre la sveglia sul tavolino segnava già le undici di sera nel silenzio della stanza. L’indomani era sabato e doveva andare molto presto al porto per preparare alcune cose fondamentali sulla barca prima della pesca. 

Piano piano, sentendo il peso degli anni, si era alzato dalla poltrona del soggiorno, con la mano accarezzò con devozione e amore infinito il ritratto di Lucia d'argento e andò finalmente a coricarsi in camera sua, spegnendo l'ultima luce.



Il giorno successivo, un sabato mattina inondato da una luce tersa, Mauro girava per casa vestito soltanto in mutande e maglietta, del tutto incurante del freddo e delle grandi finestre lasciate spalancate per cambiare l'aria, mentre aiutava Paolo a pulire e riordinare le stanze. 

Gerolamo, prima di uscire per dirigersi verso il molo, si era fermato sulla soglia a sorridere nel vedere quella scenetta domestica: Paolo, con la scopa in mano, lo riprendeva continuamente per tutte le cavolate e i pasticci che il minore combinava nell’atto di aiutarlo.

Non che il primogenito fosse troppo esigente, ma tra i due fratelli c’era una differenza fisionomica e caratteriale davvero enorme. Bello, delicato, dai lineamenti fini e preciso nei movimenti il maggiore; altrettanto attraente, ma decisamente muscoloso, massiccio e poco attento con le stoviglie e le cose di casa l’altro. 

Ogni tanto qualcosa si rompeva inevitabilmente sul pavimento della cucina, ed era già capitato più di una volta che Paolo lo sbattesse fuori di casa senza complimenti a sistemare il cortile.

Ridendo tra i baffi, Gerolamo prese in braccio il piccolo Ninetto, che gli tirava scherzosamente i capelli mossi per giocare, e lo mise giù a terra sul prato non appena vide l’auto di Marcello avanzare sulla stradina e accostare per passarlo a prendere.

«Mi raccomando, Nino, fai molta attenzione ai tuoi fratelli maggiori», raccomandò il padre al bambino, stringendogli le spalle con dolcezza. «Sai bene che sono un po’ pasticcioni e, se non ci fossi tu con la tua testa a metterli in riga, qui dentro sarebbe un vero disastro». Gli diede un bacio affettuoso sulla guancia ed entrò nell’abitacolo dell’auto.

Mentre la portiera si chiudeva, gli arrivò nitida alle orecchie la voce acuta e fiera del ragazzino: «Papà, stai tranquillo, ci penso io! So perfettamente come trattare gli ergum... engurm… ehm, gli energumeni!», esclamò trionfante Ninetto, orgoglioso per quella parola importante appena imparata a scuola e di quel ruolo così incisivo e di responsabilità che il padre gli aveva assegnato nella famiglia.

E quando la macchina di Marcello sparì definitivamente dietro la curva della statale che costeggiava l'orizzonte, il piccolo corse in casa con un balzo, si sedette sulla poltrona grande del salotto e accese il televisore. Tanto, i due fratelli maggiori stavano già discutendo animatamente fuori in cortile, urlando sulla ghiaia.

«Lasciami giù, stupido! Lasciami!», urlava Paolo, che si era ritrovato improvvisamente appeso sulle spalle poderose di Mauro, a testa in giù sulla schiena di quest’ultimo, mentre Mauro lo sculacciava giocosamente con delle manate sonore che fecero scoppiare a ridere il piccolo di casa dall'interno.

Ma d’un tratto Ninetto si ricordò del suo ruolo importante di capo. Prese un vecchio ombrello appeso nell'anticamera, lo strinse come un'arma e andò fuori sul prato a minacciare i fratelli maggiori; ovviamente finì in un baleno in mezzo a loro due, che lo afferrarono al volo per i fianchi e gli fecero un sacco di solletico, facendolo ridere a crepapelle sulla sabbia del cortile, uniti in un groviglio di abbracci.

Paolo era stato l’unico di tutta la famiglia ad aver avuto la possibilità di frequentare le scuole superiori nella città vicina. 

Prese il diploma di maturità e, dopo aver conseguito due specializzazioni e aver vinto un paio di concorsi pubblici — grazie anche all’aiuto e all'interessamento del vice sindaco del borgo — a soli vent'anni era diventato ufficialmente l’insegnante di ruolo dell’unica scuola elementare di Roccavilla.

In quel borgo del Sud, i giovani scappavano quasi tutti al Nord o all’estero per cercare fortuna e lavoro, e non c’era alcun tipo di divertimento serale se non in qualche cittadina turistica vicina dislocata sulla costa. 

Così Paolo si ritrovò a insegnare in una pluriclasse a una quindicina di alunni in tutto, sparsi tra la prima elementare e la quinta, dove ovviamente aveva come scolaro prediletto proprio il piccolo Ninetto. Era un ottimo lavoro, pulito e sicuro, che poteva far quadrare stabilmente i bilanci della famiglia dei pescatori.

Mauro, al contrario, preferì seguire subito le orme del padre in mare: non amava affatto lo studio o i libri, ma adorava lo sport e l'aria aperta. Così, il sabato pomeriggio, dopo il lavoro con le reti, andava regolarmente ad allenarsi in una palestra di sollevamento pesi a Riviatico, una cittadina sulla costa distante cinque chilometri da Roccavilla. 

Paolo sperava con tutto se stesso che almeno Ninetto seguisse la sua strada intellettuale, studiando un giorno in un liceo, e avrebbe fatto il diavolo a quattro pur di poter esaudire quel grande desiderio e riscattare il nome della famiglia.

Era una famiglia decisamente fuori dalle righe per quel piccolo paese di provincia; infatti, a Roccavilla tutti si aspettavano che un giorno o l’altro Gerolamo potesse risposarsi con qualche giovane vedova o con qualcuna delle donne non ancora sposate del paese e dei dintorni. 

Ma l’uomo sembrava proprio non sentirci da quell'orecchio: era rimasto fedele alla memoria della sua Lucia, e neanche sua sorella Marta era riuscita a convincerlo a rifarsi una vita in tutti quegli anni di vedovanza.



Passarono rapidamente le settimane e la Pasqua era finalmente alle porte, portando con sé un'aria nuova. 

Paolo era appena uscito da scuola l’ultimo giorno di lezione prima delle vacanze; quell'anno ci sarebbe stato un lungo e provvidenziale ponte tra le festività pasquali ed il 25 aprile, e per fortuna il tempo era splendido, limpido e mite. 

Il piccolo Ninetto camminava allegro al suo fianco lungo la strada sterrata e parlava di continuo, a ruota libera, con un altro bambino del borgo che faceva lo stesso tragitto con loro per fare ritorno a casa.

Non appena varcata la soglia di casa, Paolo vide con stupore Mauro seduto comodamente sul divano del salottino, intento a sgranocchiare patatine con il televisore acceso. Subito Ninetto gli saltò al collo in braccio con la sua solita energia, rubandogli con destrezza dal sacchetto aperto qualche patatina croccante.

«Monello!», disse Mauro ridendo di cuore e stringendolo. Poi si voltò verso la porta con un sorriso misterioso: «Ah, Paolo, visto che ci sei, perché non vai a dare un piccolo sguardo là in cucina? Ahahah!».

«Ma che ridi? Avrai sicuramente combinato un disastro dei tuoi...», ribatté Paolo scuotendo la testa. Ma le parole gli si fermarono di colpo sulla bocca non appena varcò l'arco della cucina.

Era tutto perfettamente, elegantemente apparecchiato sul tavolo di legno; le pentole erano sul fuoco a riscaldare e un buonissimo, invitante profumo di cibo fatto in casa si spandeva generosamente tra le mura dell'abitazione. 

Paolo tornò indietro sui suoi passi in salotto, completamente sbalordito, e fece sbucare la testa dalla porta: «Sei impazzito all'improvviso, o per caso è passato don Augusto a benedirti le mani?».

L’altro spostò delicatamente e con affetto Ninetto di fianco sul divano — il quale ne approfittò subito per prendersi per sé l'intera busta di patatine —, si avvicinò a passi lenti al fratello maggiore e lo abbracciò forte, stringendolo a sé in un contatto solido, viscerale e protettivo.

«Non te l’ho mai detto, Paolo, ma... ti voglio un bene immenso, fratellino mio. Sei il mio angelo».

«Mauro, ma...», lo guardò Paolo smarrito e stupito, sentendo gli occhi bagnarsi, mentre l’altro lo stringeva sempre di più contro il petto. «Non mi avevi mai detto queste parole così dolci... mi fai piangere così, d'un colpo...».

«Non ho mai avuto il tempo o, forse meglio, il coraggio di dirtelo in faccia. Da quando la mamma se n’è andata dieci anni fa e il papà mi ha portato stabilmente con sé al lavoro in alto mare, ti sei sempre occupato da solo di tutti noi, sbrigando ogni minima cosa di casa, e non è affatto giusto che lo faccia sempre e solo tu... e...».

«E?», chiese Paolo in un sussurro, asciugandosi rapidamente una lacrima calda sulla guancia.

Mauro si guardò intorno con estrema cautela nella stanza, sperando con tutto se stesso che il piccolo Ninetto fosse troppo distratto dalla TV e non sentisse i loro discorsi privati.

«No, aspetta, che cosa succede?», lo incalzò Paolo d'un tratto, colto da un dubbio improvviso che gli strinse lo stomaco. «Hai preparato il pranzo solo per tre persone e papà non c’è a casa? Oggi è l’ultimo giorno di lavoro prima del ponte pasquale e tu non sei sceso al porto con lui...».

«Shh, parla piano... vieni fuori in cortile, ti devo assolutamente parlare da solo».

Paolo lo seguì fuori in cortile a passi lenti, ma una strana, improvvisa e profonda inquietudine sottopelle lo assalì all'improvviso, stringendogli lo stomaco: aveva una sorda paura che Mauro stesse per confessargli sul serio qualcosa di sgradevole o una brutta notizia legata alla salute o ai debiti.

«Fratellino mio, papà ha deciso di andare a lavorare per il signor Balzoni, quello che possiede le grandi pescherie industriali sulla costa».

«Cosa?! E quando... Io non ne so assolutamente niente di questa storia!».

«Era una sorpresa e non voleva in alcun modo che tu lo sapessi prima del tempo, per non farti stare in pensiero. Te lo dirà stasera stessa non appena torna a casa, subito dopo cena. Mi ha detto solo di anticiparti che stasera resterà dai Balzoni per sbrigare le ultime pratiche insieme a Marcello e Rocco, poi ti spiegherà tutto lui di persona, a quattrocchi».

«Ma... ma... E la nostra barca? La nostra paranza?», domandò Paolo con il fiato sospeso e un vuoto al cuore.

«Venduta!».

«Venduta?! Oddio no...», sussurrò Paolo in un filo di voce, cedendo di schianto alle gambe per lo shock e sedendosi di colpo sulla panca di legno scuro sotto il portico.

«Senti, guarda che è stato un ottimo affare per tutti noi! Possiamo avere un bel po’ di denaro liquido da parte in banca. Papà finalmente lavorerà in regola, tutelato, e starà pochissimo in alto mare sulla barca: si occuperà principalmente della gestione burocratica e della direzione logistica dei grandi magazzini a terra.».

«Stai scherzando con me, Mauro?».

«No, sono serio! E ti dirò di più, Paolino: papà è stato assunto a tempo indeterminato, con uno stipendio fisso mensile, la tredicesima, i contributi...».

«Oh mio Dio... siete impazziti tutti quanti all'improvviso», disse Paolo voltandosi di scatto verso il fratello minore. Solo ora, guardandolo da vicino alla luce del giorno, si accorse che in realtà di quel Mauro imponente non sapeva ancora tutto: «E... e tu? Tu che farai adesso? Lasci il porto?».

Mauro si aprì in un sorriso fiero e trionfante e se lo strinse di nuovo forte a sé con quelle sue braccia possenti da uomo: «Paolino, sarò assunto ufficialmente lunedì alle Officine Meccaniche L.M.T. di Riviatico! Ci andrò ogni singolo giorno con la moto del papà e anche io avrò finalmente il mio stipendio fisso a fine mese. Basta mare aperto, basta odore di pesci sulle mani! 

E ti dico anche un’altra cosa: dopo l'orario di lavoro in officina farò un corso di specializzazione meccanica serale alla scuola tecnica. Posso passare di grado e di livello col tempo, e mi terranno lì dentro stabilmente anche dopo che avrò fatto il servizio militare... Ma, ehi, sei svenuto per caso?», disse Mauro interrompendosi di colpo e guardando con apprensione Paolo, che si era buttato stanco con la schiena contro la spalliera di legno della panca, tenendo gli occhi chiari chiusi.

«No, idiota...», sussurrò Paolo riaprendo gli occhi azzurri con un sorriso immenso e radioso che gli illuminò i lineamenti fini. «Sono solo completamente scioccato. In meno di un quarto d'ora mi hai fatto passare direttamente dall'inferno al paradiso. Ti... ti... ti amo, fratellone mio!».

Un lungo, fortissimo e silenzioso abbraccio suggellò quella fratellanza pura sotto le travi del portico, un legame che finì poco dopo bruscamente interrotto dalla voce squillante, acuta e affamata di Ninetto che spuntava di scatto dalla porta della cucina: «Ehi gente, io ho fameee!».



Erano ormai passate le undici di sera e una luna limpida e d'argento brillava fiera nel cielo stellato sopra il borgo di Roccavilla, quando Paolo, seduto a leggere un libro vicino al caminetto nel silenzio della stanza, sentì il rumore improvviso e familiare della chiave di casa girare nella toppa d'ingresso. 

La porta si aprì e vide entrare piano, a passi stanchi, suo padre Gerolamo.

«Paolo, che ci fai ancora alzato a quest’ora della notte?», chiese Gerolamo con un filo di voce al ragazzo, non appena lo vide seduto sul divano con la luce della lampada accesa.

«Ti aspettavo, papà!», rispose pronto il giovane, chiudendo le pagine del volume.

L’uomo si mise a ridere piano, scuotendo la testa stanca per la lunghissima giornata, mentre appoggiava con cura la giacca pesante di velluto all’attaccapanni di legno dell'ingresso: «Non è rimasto zitto Mauro oggi pomeriggio, vero? Ti ha raccontato tutto lui».

«Direi proprio di si, papà... lo sai benissimo com’è fatto quel testone, non sa tenere un segreto. Ma noi lo amiamo e lo rispettiamo proprio così come è».

«Già», sospirò l’uomo con un sorriso paterno. «Il caffè dentro alla moka è ancora un po' caldo?», chiese poi avvicinandosi ai fornelli della cucina e guardando la caffettiera.

«Penso di sì, papà, si è mantenuto tiepido, altrimenti ti accendo subito il fuoco e te ne faccio uno nuovo di zecca».

«No, fermo, Paolo, non ti muovere. Faccio io da solo. Tu hai fatto fin troppo per tutti noi fino ad ora».

«Cosa vuoi dire con questo, papà?».

L’uomo aspettò un lungo momento prima di parlare. Si versò con calma il caffè tiepido nella tazzina di porcellana e andò a sedersi sul divano, esattamente accanto al figlio maggiore. 

Seguì un attimo di profondo, sacrosanto silenzio, in cui l’uomo sorseggiò calmo la sua bevanda calda nella penombra del salotto. Paolo aveva sempre rispettato profondamente i momenti silenziosi e intimi del padre ed era lì, immobile sulla stoffa, in attesa che gli dicesse quello che aveva nel cuore. 

Gerolamo, infine, posò la tazzina e sorrise:

«È da tanto tempo che non parliamo davvero a quattrocchi come si deve, figliolo mio. Avrei dovuto dedicarmi molto di più a te e ai tuoi bisogni di quanto ho fatto finora…».

«Ma che dici, papà! Non pensare a questo!», esclamò sorpreso e commosso il ragazzo.

Lo fissò dritto negli occhi chiari, scrutando da vicino quel volto profondamente segnato dalle rughe, dal duro lavoro delle reti e dal sole sferzante del mare, quel volto che amava immensamente e che aveva sofferto così tanto dieci anni prima per la perdita tragica di Lucia.

«No, aspetta, fammi parlare adesso, altrimenti finisce che perdo il filo dei pensieri e tutto quello che ho dentro da dirti da anni.», lo interruppe dolcemente Gerolamo, mentre le pupille gli si andavano leggermente velando di lacrime lucide. 

«Non interrompermi, ti prego… Tu in tutti questi anni di totale solitudine hai preso a tutti gli effetti il posto di tua madre all'interno della casa, sbrigando le faccende, cucinando, e intanto continuavi a studiare con immensa fatica per prenderti il diploma. Sì, lo so bene cosa pensi... che io e Mauro dopo abbiamo lavorato tanto in mare aperto e tornavamo a casa distrutti, e che tu sentivi nel cuore di non poter fare altro per aiutarci. 

Ma lo hai fatto interamente col cuore, con un amore puro e disinteressato. Ci hai dedicato tutto te stesso lavorando, studiando per i concorsi... e quando io ti guardo muoverti per la cucina... beh, io vedo sempre Lucia. Vedo tua madre».

A quelle parole così intime e potenti, Paolo si gettò piangendo liberamente nelle braccia sicure di suo padre e restò lì, stretto forte sul suo petto, a farsi abbracciare e cullare come quando era solo un bambino piccolo: «Non dire così, papà, ti prego, mi fai stare in pena e mi commuovi».

«E perché mai dovresti stare in pena, Paolo? Ci siamo dati tutti quanti l'anima in questa famiglia, e tu hai dato molto più di noi tre messi insieme. Meritavi qualcosa di più bello dalla vita, esattamente come i tuoi fratelli, ma ora le cose sono finalmente cambiate in meglio per tutti. Ho accettato quel lavoro stabile dai Balzoni per pura sicurezza, sia per proteggere la mia salute ormai logorata che per sistemare definitivamente la nostra situazione finanziaria. 

Mauro avrà una vita completamente diversa da adesso, lavorando in un'officina moderna con giovani della sua stessa età; e poi, hai visto? Gli è venuta persino voglia di studiare e farà dei corsi di specializzazione meccanica serali. Inoltre, Amanda, la figlia di zia Rosa, verrà qui lei a darci una mano con le faccende e le pulizie di casa tre volte alla settimana. 

Sarai molto più libero tu di dedicarti alle tue passioni, e saremo finalmente più liberi tutti noi. Te lo meriti interamente, Paolo. E ce lo meritiamo tutti quanti dopo tanta tempesta».

«Non mi sono mai pesati i sacrifici fatti per voi, papà», disse Paolo con voce ferma, mentre Gerolamo continuava ad accarezzargli teneramente i capelli castani ondulati sul divano. «Ho sofferto moltissimo per la perdita della mamma, e lo sai bene, ma qualcuno doveva pur starti vicino in quel corridoio, stare accanto alla crescita di Mauro e proteggere il piccolo Nino. 

Ho fatto solo quello che era giusto e naturale fare per il mio sangue. Siamo una famiglia e la mamma, anche se chissà in quale angolo del cielo si trova ora, lei è qui. È sempre stata qui con noi in questa stanza a guardarci. Papà, sono immensamente felice delle tue scelte ed ora mi sembra che tutti i nostri sacrifici passati vengano finalmente ripagati dal destino».

«Lo saranno, figliolo, te lo giuro… Ma aspetta, c'è ancora una cosa importante che ti devo dire stasera. Tu adesso devi cercare la tua strada nel mondo. Hai avuto la grande fortuna di non aver fatto il servizio militare per via del sorteggio e di aver trovato un lavoro stabile come maestro che forse non ti darà il massimo della ricchezza economica, ma hai una parte intera della tua vita e della tua giovinezza ancora da scoprire e da vivere da solo, per conto tuo. Non lasciarla andare via nel silenzio».

«Papà, io davvero posso tranquillamente aspettare... Ho ancora tantissime cose pratiche da sbrigare qui in casa prima di pensare a me».

«Non è affatto la stessa cosa, Paolo».

«Lo so bene, papà, ma è che... Come posso spiegarti quello che ho dentro? Ci siete voi a cui badare ogni giorno, c’è il mio impegno fisso alla scuola elementare del borgo...».

«E ci sei tu, figlio mio, prima di tutto il resto», lo interruppe con fermezza Gerolamo.

L'uomo si fermò un istante nel mezzo del salotto, si alzò in piedi dal divano e lo guardò fisso, dritto negli occhi chiari: «Io non ho potuto studiare nella mia vita, ho conseguito soltanto la quinta elementare. Viviamo confinati in un piccolo paese del Sud dove ora tutta la gente bigotta si chiede con insistenza come mai io non mi risposi con qualche giovane vedova della zona. Non ho mai viaggiato in tutta la mia esistenza se non per mare, navigando sulle nostre coste, non ho mai ballato una sola volta in vita mia e ho letto pochissimo... ma non sono affatto uno stupido, Paolo».

«Papà, ma che dici? Non pensarlo nemmeno...», sussurrò Paolo, profondamente commesso da quella confessione.

Gerolamo gli si avvicinò a passi lenti e gli accarezzò con infinita dolcezza il viso pulito, così incredibilmente, dolorosamente uguale a quello della sua scomparsa Lucia: «Paolo, cerca davvero, con tutte le tue forze, la tua strada e la tua felicità nel mondo, qualunque essa sia e ovunque ti porti. Io sarò sempre fermamente al tuo fianco, in ogni singolo momento della tua vita. Sei mio figlio, carne della mia stessa carne, e ti amerò per sempre, incondizionatamente…».

«Papà…».

«Su, adesso è tardi, vai a dormire in camera tua, ne riparleremo con calma nei prossimi giorni del ponte. E ricordati bene che domani mattina presto arriva qui a casa zia Rosa, insieme a tua cugina Amanda con suo marito…».

«Oh no, aiuto, ahahah!», scoppiò improvvisamente a ridere Paolo, asciugandosi con il dorso della mano le ultime lacrime calde di commozione.

«Oh sì, sì, arrivano proprio loro! Dobbiamo assolutamente unire le forze e tenere testa a quelle matte domani a pranzo, capito?».

E ridendo di cuore insieme nel silenzio della notte, i due si avviarono a passi lenti verso le loro rispettive camere da letto, lasciandosi alle spalle le braci del camino.

Paolo, non appena entrato in camera a piedi nudi, guardò per qualche istante i suoi due fratelli, Mauro e Ninetto, che dormivano profondamente e serenamente nei loro rispettivi letti singoli. 

Si avvicinò con mossa calma alla finestra lasciata aperta sul cortile e guardò fuori, respirando l'aria frizzante della notte: la grande luna d'argento stava quasi per scomparire del tutto, calando lentamente dietro la cresta scura e frastagliata della montagna.

“Grazie papà... non avrei mai avuto l'immenso coraggio che hai avuto tu stasera nel parlarmi... Grazie mamma, ovunque tu sia, per tutto l'amore puro che ci hai lasciato nel cuore prima di andartene…”, pensò Paolo in un sussurro intimo, prima di infilarsi sotto le coperte e abbandonarsi finalmente a un sonno leggero e felice.



Passò rapidamente la Pasqua, poi il mese di maggio con le sue piogge leggere, e si arrivò così a metà giugno, quando le scuole elementari del borgo chiusero finalmente i battenti per le vacanze estive. 

Paolo si trovava fuori in cortile, intento a sistemare e potare con cura alcune piante fiorite sul prato di casa. Il sole estivo era già alto e caldo nel cielo terso, ma un vento fresco e gradevole scendeva dai colli retrostanti l'abitazione; ogni tanto, nel silenzio, si sentiva persino il rumore ritmico della risacca del mare, portata fin lassù da qualche eco lontana. 

All'improvviso, una vera e propria furia umana entrò nel cortile ansimando a più non posso per la corsa.

«Oddio, che succede? È per caso entrato un orso senza fiato nel nostro cortile?», disse in tono sarcastico Paolo, sollevando lo sguardo dal terreno e guardando il fratello minore Mauro, che era appena arrivato di gran carriera con la maglietta di cotone sudata e appiccicata al torso robusto, i pantaloncini corti con la zip abbassata e un paio di vecchie infradito ai piedi.

A Paolo venne un improvviso e affettuoso sobbalzo di riso nel vedere la sua totale, cronica noncuranza delle apparenze e delle cose di casa. 

In quel momento del suo sviluppo, a diciassette anni, Mauro era diventato una vera e propria montagna di muscoli massicci, ma conservava ancora la faccia pulita da bambino e l’espressione smarrita, ingenua, che aveva mostrato anni prima il piccolo Ninetto quando aveva scoperto per la prima volta che i neonati non li portavano affatto le cicogne dal cielo.

«Scemo, no!», replicò Mauro tra un respiro affannato e l'altro, appoggiandosi le mani sulle ginocchia per recuperare le forze.

«Scemo? No? Nel senso che sono scemo o che non sono scemo? Spiegati meglio, Maurone».

«Lo sei... Mamma mia, Paolo, tu con queste battute mi fai impazzire dal nervoso!», esclamò l’altro allargando le braccia.

Il fratello maggiore scoppiò a ridere di gusto, osservando Mauro che si sedeva di colpo sulla panca di legno sotto il portico, iniziando a grattarsi vigorosamente l’alluce del piede destro, appena punto da una zanzara estiva.

«Mannaggia alle ciabatte... No, senti bene, Paolo, è successa una cosa davvero incredibile stamattina! Ne parlano già tutti quanti, nessuno escluso, in paese...».

«Davvero? Hanno forse avvistato Moby Dick in persona al largo del porticciolo?».

«No, Moby Di... ma che mi fai dire, stupido! E non ridere sotto i baffi, guarda che è una cosa maledettamente seria e importante per tutti noi!».

«Sentiamo allora questa cosa così seria, Maurone! Ti ascolto», lo assecondò infine Paolo con un sorriso aperto e curioso.

«Villa Azzurra sarà di nuovo abitata stabilmente!», lo disse tutto d'un fiato, senza riprendere respiro, mentre gli occhi chiari e azzurri di Paolo si sgranarono immediatamente per lo stupore assoluto su di lui.

«Ma... ma ne sei davvero sicuro, Mauro? Non è una delle solite chiacchiere da bar?».

«Sì, sì, ti giuro che è la verità! Il sindaco in persona lo stava dicendo poco fa a papà e a Marcello giù al porto, davanti alle banchine. La gente al mercato stamattina parlava solo ed esclusivamente di questo affare!».

Paolo rimase completamente allibito, con la mente che viaggiava veloce. Dopo tantissimi anni di totale silenzio e oblio, quella splendida e maestosa villa situata proprio a metà strada tra il paese ed il mare — una dimora di lusso di fine Ottocento appartenuta un tempo al conte Boano Romandi — era stata finalmente venduta a qualcuno. 

Il ragazzo rimase immobile a pensare, mentre ascoltava quel fiume in piena di parole che continuava a uscire entusiasta dalla bocca del fratello minore:

«Dieci anni di totale abbandono e degrado dopo essere diventata quell’albergo di lusso in cui non ci andava mai a dormire nessuno per via dei prezzi decisamente troppo alti... Me lo ha detto proprio il tuo amico Fabrizio, che ora lavora per l'agenzia e si occupa della vendita delle case della zona: tre persone di Milano, gente molto ricca, l’hanno comprata a un prezzo speciale. 

E visto che le modifiche strutturali da fare all'interno non saranno molte, arriveranno molto presto a Roccavilla per passarci tutta l’estate. Il signor Michelli, il giardiniere storico, insieme a Manfredi l’idraulico si occuperanno subito, fin da lunedì, di rimettere a posto il grande parco fiorito; per i lavori interni, invece, non so ancora nulla di preciso».

«Bene, finalmente arriverà un po’ di facce e di gente nuova nel nostro borgo...», rifletté Paolo ad alta voce, posando gli attrezzi da giardinaggio sul muretto. «Speriamo solo che non siano i soliti cittadini troppo snob e che sappiano trovarsi bene qui da noi. Certo è strano... con tutte le case in vendita al Sud Italia, venire a comprare una dimora proprio a Roccavilla, dove a conti fatti non c’è quasi niente per divertirsi...».

«Quasi niente?!», lo interruppe Mauro visibilmente offeso nell'orgoglio del paese. «Il mare pulito, le feste patronali con i fuochi, il castello feudale della Proloco, i paesi vicini e le spiagge libere sul mare ti sembrano forse niente? E l’Arco dell’Amore, allora? Ti sei dimenticato della nostra rupe?».




Più tardi, a letto, nel silenzio profondo e denso della notte meridionale, Paolo vagava ancora con i suoi pensieri nel buio della camera, ascoltando il respiro regolare, pesante e profondo dei fratelli minori che gli dormivano accanto: “Chissà chi saranno mai questi nuovi inquilini... speriamo solo che non siano persone troppo famose o troppo nobili. Non vorrei affatto che ci trattassero dall’alto in basso per via della nostra umile condizione”. 

E fu proprio quello il suo ultimissimo, intimo pensiero, prima di cedere al sonno e addormentarsi profondamente nel letto.

Era passato esattamente un anno da quella notte, un altro giugno era tornato, di nuovo l'inizio dell'estate. Paolo era seduto nel cortile di casa, ora radicalmente trasformato per metà in un grazioso e ordinato giardino fiorito, arredato con comode panchine di legno e una tenda di stoffa pesante per ripararsi dal sole estivo. 

Dall'altra parte dello spiazzo, Gerolamo aveva interamente rimosso il vecchio, fatiscente ripostiglio che un tempo serviva per la pulizia e la squamatura quotidiana dei pesci, e aveva costruito un solido garage in muratura, con un piccolo, utile magazzino a fianco per gli attrezzi. La casa era stata interamente ridipinta di bianco a calce e i vecchi mobili di legno ristrutturati con cura.

Paolo guardava quel felice cambiamento sorseggiando con calma una bibita fresca in quel tardo mattino di sole: in appena dodici mesi, grazie al nuovo lavoro sicuro di Mauro e di papà, la loro vita familiare aveva avuto una svolta straordinaria e inaspettata.

Anche la sua routine scolastica era cambiata: la vecchia pluriclasse del borgo fu ufficialmente incorporata nella direzione didattica della cittadina di San Vincenzo a Mare, unita stabilmente al vicino paese di Riviatico. 

Così Paolo fu assunto di ruolo in una delle due scuole elementari principali del posto, la “Guglielmo Marconi”, dove finalmente poteva dedicarsi con passione a insegnare a una classe sola di bambini, senza le fatiche degli anni passati.

Nel pomeriggio, poi, la Pro Loco della cittadina balneare aveva creato, sempre all'interno delle aule di quella stessa scuola, dei corsi di alfabetizzazione per le persone adulte che non avevano potuto frequentare gli studi nell'infanzia o che dovevano imparare da zero a leggere e a scrivere; erano per lo più pescatori veraci e operai metalmeccanici della zona costiera. 

A Paolo non pesava affatto quella fatica serale, anzi: per lui era un lavoro in più vissuto con profondo orgoglio civile e dignità.

D’un tratto, mentre era assorto nei pensieri, Paolo sentì le voci allegre di Mauro arrivare dall'interno della casa e subito vide spuntare oltre la porta il fratello gigante insieme a Valerio, uno dei tre giovani abitanti della rinnovata Villa Azzurra.

L’anno precedente, a causa degli impegni con i concorsi e il trasloco delle aule, Paolo non aveva avuto molto tempo libero per fare nuove conoscenze nel borgo, soprattutto con i misteriosi residenti della stupenda villa liberty sul mare. 

Aveva saputo per vie traverse che la sontuosa dimora era stata comprata da una facoltosa e nota famiglia di Milano, ed era abitata stabilmente dai tre fratelli componenti della ricchissima dinastia De Vecchi, industriali lombardi ma di nobili origini d'alto rango. 

I genitori viaggiavano spesso per il mondo per affari durante le vacanze, così avevano in un certo senso spedito i figli a passare i mesi caldi in quel meraviglioso e protetto posto sulla costa del Sud.

Paolo si aspettava sinceramente di incontrare dei ragazzi snob, superbi e distanti dalla realtà popolare; invece, un pomeriggio d'estate in cui la motocicletta di Valerio si era improvvisamente rotta sulla statale, il giovane milanese aveva trovato rifugio nell’officina meccanica dove lavorava Mauro. 

Quest'ultimo, con grande bravura tecnica e intuito, gli aveva sistemato il guasto al motore in pochi minuti e, scoprendosi perfettamente coetanei, i due ragazzi avevano stretto subito una bella, solida e spontanea amicizia, superando ogni barriera di censo. 

Successivamente Gerolamo, che gestiva con ordine il magazzino di stoccaggio dei signori Balzoni insieme al fido Marcello, aveva rifornito di pesce freschissimo molto spesso la cucina dei De Vecchi quando questi ultimi avevano ospiti importanti a cena.



Fu così, tramite le consegne delle casse di pesce al porto, che suo padre aveva conosciuto di persona Manuela, la cuoca ufficiale di quella ricca famiglia milanese: una simpatica, solare e bella signora veneta che si fermava a lavorare a Villa Azzurra per sei mesi all'anno, prima che i figli della casata tornassero a Milano lasciando il posto ai genitori e ai vari parenti nel periodo autunnale.

Gerolamo, per la primissima volta dopo dodici lunghi anni di vedovanza dalla dolorosa e mai dimenticata scomparsa di Lucia, aveva provato un sentimento sincero, pulito e profondo per quella donna matura. 

Quando decise con timore di farla conoscere ufficialmente ai tre figli, Manuela si mostrò subito dolce, affettuosa, protettiva e assolutamente alla mano, priva di arie di superiorità; aveva un marcato e musicale accento veneto che faceva ridere un sacco il piccolo Ninetto, il quale, per la verità, durante i primissimi tempi non aveva molta voglia di vederla girare per casa a occupare gli spazi della madre.

E così, passo dopo passo, un tassello alla volta, Mauro si era splendidamente sistemato con il nuovo lavoro in officina e con le nuove amicizie in centro, e suo padre Gerolamo finalmente non era più un uomo solo a combattere con i fantasmi del passato. 

Quando poteva, durante i lunghi e freddi mesi invernali di fermo biologico della pesca, Gerolamo saliva persino a Milano con il treno per vedersi con Manuela, la quale, con la sua dolcezza e la sua cadenza veneta, stava prendendo sempre più piede e importanza all'interno delle dinamiche della famiglia. 

Intanto, anche il piccolo Ninetto era vistosamente cresciuto in altezza, aveva abbandonato i giochi da bambini e aveva felicemente incominciato a frequentare le scuole medie, sempre nella vicina cittadina di San Vincenzo a Mare.

E lui? E Paolo?

La sua vita scorreva metodica tra i registri di scuola e i libri della biblioteca, apparentemente immobile, mentre tutto attorno a lui cambiava e si muoveva veloce sotto il sole di giugno.

«Eccolo qua il mio fratello maggiore, che a guardarlo sembra il fratello minore, ma che in realtà è decisamente più intelligente di tutti noi messi assieme! Però, ve lo dico io, con il suo caratteraccio chiuso da intellettuale, si ritroverà zitello per tutta la vita!», esclamò Mauro entrando in cortile e ridendo a crepapelle.

«Chiudi subito la bocca che entrano le mosche!», disse secco Paolo senza scomporsi, fingendo di continuare a leggere concentrato e imperturbabile le pagine del suo giornale sulla panchina del giardino. Poi, dopo un istante di silenzio, alzò finalmente lo sguardo chiaro: «Oh, ciao Valerio… Sempre in compagnia di questo strano individuo, vedo!».

Valerio scoppiò in una sonora, divertita risata nel guardare Mauro il quale, per tutta risposta alle parole del fratello, continuava ad aprire e chiudere la bocca in modo buffo per fare lo stupido davanti a Paolo seduto all'ombra della tenda.

«Oggi vieni finalmente al mare sulla spiaggia con noi?», gli domandò Valerio con fare cordiale, mentre Mauro insisteva a fargli le boccacce dietro le spalle.

«Se c’è anche mio fratello sulla sabbia, preferisco di gran lunga andarmene da solo a camminare in cima alla montagna…», rispose Paolo punzecchiandolo prontamente con un mezzo sorriso.

«Ma dai, fratellino, vieni con noi oggi che ti diverti un po’ all'aria aperta! Almeno quella tua faccia bianca da professore potrà prendere un po' di sano colore sotto il sole!».

Paolo sbuffò sonoramente, scuotendo la testa e ripiegando il giornale sulle ginocchia. In quel preciso momento, dalla porta di legno che dava direttamente sul giardino fiorito, uscì zia Rosa, asciugandosi con cura le mani bagnate sul grembiule di cotone.

«Fanciulli, vi fermate per caso a pranzo qui da noi oggi?», domandò la donna con il suo solito tono caloroso e accogliente.

«Ma volentieri! Accettiamo subito! Vero, Valerio?», rispose prontamente Mauro prima ancora che l'amico potesse aprire bocca.

«Ah, signora Rosa… La ringrazio dell'invito...».

«Zia Rosa, prego! Chiamami pure zia Rosa!», lo interruppe subito la donna, fissandolo con un sorriso fintamente severo ma pieno di affetto materno.

«Ehm, sì... zia Rosa! Da lei mi fermo davvero molto volentieri e non vedo l'ora di gustare i suoi manicaretti. I miei fratelli a Villa Azzurra saranno ben contenti di non avermi tra i piedi a pranzo, almeno per oggi!», scherzò Valerio con eleganza.

«Capisco perfettamente, vi siete proprio trovati voi due, siete della stessa pasta!», buttò lì la battuta finale la donna ridendo, prima di girarsi e rientrare subito in cucina a controllare le pentole sul fuoco.

Mauro si avvicinò allora a passi lenti al fratello maggiore sulla panchina fiorita, mentre Valerio, sorridendo in silenzio della scena, andava a sedersi comodamente all’ombra fresca e ristoratrice, sotto le travi del portico di pietra.

«Ti prego con tutto il cuore, Paolo, vieni con noi in spiaggia oggi pomeriggio.», lo supplicò Mauro a bassa voce, chinando lo sguardo verso di lui. «Non sei mai voluto venire a trovarci a Villa Azzurra in tutti questi mesi, non hai ancora conosciuto di persona i due fratelli di Valerio... Papà oggi esce a pranzo con Manuela per conto suo, non mi sembra affatto educato o bello che tu rimanga qui da solo tra queste quattro mura a leggere e…».

Mauro lo bloccò subito con un gesto deciso della mano sollevata, prima che il fratello maggiore potesse inventare sul nascere una delle sue solite scuse intellettuali per svicolare: «E non dire come al solito che hai avuto troppi impegni urgenti con i registri a scuola o che il direttore Carenzi non ti lascia un solo attimo di respiro!».

Paolo guardò il fratello minore dritto negli occhi chiari. Mauro, per un brevissimo e teso istante, pensò quasi dal silenzio che Paolo stesse sul serio per tirargli uno schiaffo indispettito per via di tutta quella asfissiante insistenza; invece, con immenso stupore, la mano delicata e sottile di Paolo si posò piano sulla sua guancia sudata, accarezzandogli il viso con un affetto fraterno indescrivibile: «E va bene, Mauro. Cedo. Verrò in spiaggia al mare con voi oggi pomeriggio. Porterò anche il piccolo Ninetto insieme a me e…».

«Ninetto sarà lì dopo pranzo a villa Azzurra con la sorella di Valerio ed i suoi bimbi ad aspettarci in spiaggia!», lo interruppe Mauro trionfante, scoppiando in una risata solare.

«Ma come? È già là? Oh, no!».

«Oh, sì, ti giuro!», continuò Mauro entusiasta. «È sempre letteralmente appiccicato ai pantaloni di Claudio, il fratello maggiore di Valerio. Pensa che Claudio gli sta insegnando con pazienza a creare dei bellissimi e precisi modellini di case in miniatura usando il cartoncino e il legno… Claudio di professione fa l'architetto a Milano e chissà che, grazie alle sue lezioni e alla sua guida, il piccolo di casa nostra non possa diventare davvero anche lui un architetto sul serio un giorno, magari frequentando l'università!».

«Sicuramente, lo spero con tutto il cuore», commentò Paolo, abbassando lo sguardo sul giornale, sempre un po' timoroso e diffidente per via delle differenze sociali. «Spero solo, Mauro, che non chiediate mai alcun tipo di aiuto a loro, per nessuna cosa al mondo, almeno non finanziariamente o sotto forma di favori».

«Ma che dici, Paolo? Non li conosci ancora di persona e sei già incredibilmente prevenuto e diffidente nei loro confronti! I De Vecchi si sono dimostrati fin dal primo giorno estremamente generosi e benefici con tutte le persone del paese, hanno aiutato economicamente il comune e finanziato altre strutture e opere pubbliche del borgo. Non devi pensare sempre al male o all'interesse!».

A quelle parole così schiette e sincere, Paolo sentì intimamente di aver fatto la figura dello stupido e del provinciale. Avendo finalmente accettato quel caloroso invito, forse, sarebbe riuscito una buona volta a passare un pomeriggio estivo diverso dal solito tran-tran, allegro, spensierato in riva al mare; e soprattutto avrebbe finalmente conosciuto Claudio e Augusta, i misteriosi fratelli maggiori di Valerio.



Dopo pranzo, sbrigati i saluti, Mauro e Valerio uscirono di gran carriera dal cortile sfrecciando a tutta velocità in sella alla motocicletta, non prima di aver fatto promettere nuovamente a Paolo, a gran voce sopra il rumore del motore, di raggiungerli in spiaggia per le quattro del pomeriggio, quando il sole non sarebbe più stato così rovente sulla sabbia. 

E lui lo promise con un cenno della mano.

Rimasto finalmente solo nel silenzio del pomeriggio, Paolo si sedette stanco sui gradini di pietra davanti alla porta di casa, osservando il cancelletto in ferro rimodernato e il lungo vialetto pavimentato in pietra: ora l'ingresso era davvero splendido, curato e accogliente, non più scarno, spoglio e trascurato come appena un anno prima. 

Tutto nella sua famiglia sembrava finalmente andare per il verso giusto e filare dritto, eppure l'unico, vero e tormentato problema di Paolo era un altro... Un pensiero fisso che gli stringeva il petto.

«Ehi, Paoletto, eccomi qua! Finalmente ho finito ogni cosa. Non era molto il lavoro da sbrigare stamattina, ma mio papà al porto ci mette sempre una vita...», disse un ragazzo, entrando all'improvviso dal cancelletto di ferro senza chiedere il permesso, con il viso radioso, sorridente e il fiatone per la corsa.

«Ciao, Carmine!», rispose salutandolo con un sorriso sincero l’altro, alzandosi prontamente in piedi dai gradini di pietra del portico.

Carmine! Ecco svelato il suo vero, inconfessabile problema.

Carmine era un ragazzo di diciotto anni, tre in meno di Paolo, che viveva con la sua famiglia nella vicina cittadina di Riviatico. Quando Paolo, l'autunno precedente, aveva iniziato i suoi corsi pomeridiani d’insegnamento e alfabetizzazione dedicati a chi non aveva ancora potuto conseguire un diploma, tra i tanti allievi adulti ed operai seduti ai banchi c’era proprio lui: Carmine.

Ora diciottenne, Carmine era un giovane alto, sportivo, caratterizzato da una cascata di capelli ricci e lunghi fin sopra le spalle, occhi magnetici sfumati tra le tonalità del nocciola ed il verde, e un naso leggermente aquilino ma costantemente illuminato da un sorriso bellissimo e contagioso. “

"Sì, Carmine è proprio bello, ha una luce speciale”, aveva pensato sinceramente e quasi spaventato Paolo quando lo vide per la primissima volta entrare in aula, ancora minorenne, nell’ottobre dello scorso anno.

Ma il giovane maestro non si sarebbe mai aspettato che quel ragazzo di Riviatico, apparentemente così timido, silenzioso e riservato durante le prime lezioni, si sarebbe ben presto dimostrato un autentico vulcano della natura: pieno di energia vitale, di volontà ferrea di imparare, di parlare, di discutere e di conoscere il mondo fuori dal borgo. 

E, soprattutto, Paolo non si sarebbe mai e poi mai aspettato che quel ragazzo così vitale si innamorasse perdutamente di lui, del suo insegnante.



Da quel fatidico giorno d'autunno, la corte serrata, appassionata e asfissiante di Carmine fu del tutto impossibile da domare o arginare con la ragione. 

Anche se Paolo fisicamente era un ragazzo ben piantato, robusto e prestante per via della genetica di famiglia, spesso faceva un'immensa fatica fisica a staccarselo di dosso quando Carmine lo abbracciava con impeto d'amore in mezzo ai corridoi o nel cortile.

La sera di Carnevale di pochi mesi prima, durante una festa in maschera sul litorale, Carmine era persino riuscito nell'impresa di baciarlo sulla bocca sulla rotonda del lungomare, mentre le persone, a pochissima distanza da loro, festeggiavano mascherate e rumorose quella ricorrenza divertente sotto le luci colorate.

In quel preciso momento di contatto sulla rotonda, Paolo si era lasciato completamente e dolcemente andare: aveva dentro un disperato, umano bisogno di un abbraccio sincero, di qualcuno che lo stringesse e lo facesse sentire finalmente vivo, e non solo un pilastro per la famiglia. 

Ma, proprio nel bel mezzo di quel bacio profondo, si ricordò improvvisamente, con una morsa di gelo nello stomaco, che in quel momento Carmine non aveva ancora compiuto diciott'anni, che era a tutti gli effetti un minore per la legge dell'epoca, e che per giunta era un suo alunno di scuola... e fu assalito da una fottuta paura.

Sì, Paolo, dietro la sua maschera da maestro serio, aveva una sorda, immensa paura di amare e di essere felice.

In quell’esatto istante di silenzio, Paolo capì finalmente quanto la dolorosa, tragica perdita della madre Lucia avesse influito nel profondo su di lui e sul suo modo di vivere i sentimenti: comprese con lucida certezza di avere il terrore puro di perdere le persone a cui voleva bene, avendo così deciso, in modo del tutto inconscio, di non legarsi mai più intimamente a nessuno pur di non dover soffrire ancora.



«Ma ti sei perso un'altra volta nei tuoi pensieri fissi?», la voce squillante, ironica e calda di Carmine lo scosse all'improvviso dal torpore, riportandolo bruscamente al presente del cortile.

«Scusami, Carmine... mi ero un attimo distratto…», rispose Paolo riscuotendosi e passandosi una mano sulla fronte. «Volevo dirti che oggi purtroppo non ci sono per fare quel giro e prenderci il gelato a Riviatico. Possiamo rimandare tranquillamente a domani, oppure, se ti va, puoi venire direttamente insieme a me».

«Andare dove di bello? Hai degli impegni importanti?», domandò Carmine curioso, stringendo gli occhi.

«Mauro e Valerio hanno insistito tantissimo, stamattina, affinché andassi al mare sulla spiaggia con loro oggi pomeriggio. Vedi? Ho già preparato la borsa del mare qui sui gradini di pietra…».

«Scommetto quello che vuoi che a quella spiaggia privata ci saranno anche tutti gli altri componenti dei De Vecchi…», commentò Carmine, scurendosi di colpo in volto e incrociando le braccia sul petto.

«Sì, esatto, mi hanno invitato. Non sono stato molto educato o cortese in questo ultimo anno, evitando continuamente gli inviti di quella famiglia. E poi mio papà ormai esce regolarmente con la loro cuoca Manuela, il piccolo Ninetto è sempre fisso a Villa Azzurra da Claudio, il fratello architetto, e mio fratello Mauro…».

«Ecco, appunto… e tu gli corri dietro.», lo interruppe Carmine con una punta di amarezza.

«Ecco appunto cosa? Spiegati».

«L’architetto…».

«E quindi? Che c'entra adesso Claudio? Che cosa intendi dire?».

«E quindi... sono geloso marcio, Paolo!».

«Sei ge… Ma sei completamente scemo? Manco lo conosco di persona quell'uomo! E poi mi sembrava che noi due avessimo già ampiamente, chiaramente definito e chiarito le cose tra di noi…».

«No, Paolo…», lo interruppe Carmine con fermezza, fissandolo con uno sguardo dolcissimo, profondo e serio. «Tu avevi chiarito e liquidato le cose unicamente con le parole della ragione, ma adesso prova a dirlo chiaramente anche al mio cuore». 

Paolo si risiedette stanco e confuso sui gradini di pietra del portico, osservando la sua vecchia bicicletta appoggiata al muretto del cortile con la borsa del mare sistemata sul portapacchi. 

Subito Carmine gli si sedette accanto sulla pietra, stringendosi fisicamente a lui con calore, e gli prese teneramente la mano destra tra le dita; questa volta Paolo non la ritirò per orgoglio, lasciandola lì immobile. Quella presa di Carmine era calda, forte, solida e protettiva.

«Ti amo davvero, Paolo, con tutto me stesso. Tu hai una grande paura solo per via della differenza d'età ma ci sono poco più di tre anni tra di noi! Sono maggiorenne ormai. Perché continui a rifiutarmi e a scacciarmi? Quando ti guardo dritto nei tuoi occhi azzurri io vedo chiaramente qualcosa di forte... vedo...».

«Vedi solo affetto sincero, Carmine. Vedi unicamente ciò che desideri vedere tu per via del tuo sentimento…», rispose Paolo lasciando andare un lungo sospiro, cercando disperatamente di mantenere il controllo razionale. «Non posso dirti con onestà di amarti. Ti voglio un sacco di bene, questo sì, non lo nego, e i pochi baci intimi che ci siamo dati in questi mesi…».

«E che non hai affatto rifiutato o disprezzato! Quelli non sono forse nulla per te?», lo incalzò il ragazzo da vicino con passione. «Io penso continuamente a te, ogni ora del giorno. Non vado mica in cerca di avventure veloci o di storie di una notte sul litorale per soddisfare i miei desideri fisici…».

«Non dire altro, Carmine, ti prego, fermati».

«No, invece, parlo! Però ti dico chiaramente anche un'altra cosa stasera: oggi pomeriggio al mare con voi non ci vengo. Non voglio affatto vedere te insieme a quell’uomo sulla spiaggia…».

«Ma perché dici questo? Che cosa hai di personale contro di lui? Si può sapere che succede?».

«È gay, Paolo! È come noi! Te lo ha mai detto tuo fratello Mauro? No, vero, ha taciuto? E il piccolo Ninetto non ti ha mai accennato di quanto quel Claudio ci tenga in modo speciale a conoscerti di persona alla villa?».

Uno schiaffo violento sferrato in pieno viso non gli avrebbe fatto così male. Paolo rimase completamente impietrito, immobile sui gradini: in famiglia non gli avevano mai detto assolutamente nulla di quel dettaglio. Né Mauro, né Ninetto, né suo padre Gerolamo... Tutti avevano taciuto.

Paolo capì soltanto in quel drammatico momento il vero, reale motivo di tutte quelle insistenti scuse, delle boccacce di Mauro e dei continui inviti per farlo andare a Villa Azzurra da parte di suo fratello, di suo padre Gerolamo e persino del piccolino di casa. Tutto, all'improvviso, gli sembrava una gigantesca, calcolata trappola organizzata in segreto alle sue spalle.

Guardò per un istante la bicicletta appoggiata al muretto e gli venne una voglia matta di disfare la borsa del mare, mandare all'aria l'appuntamento in spiaggia e andarsene via lontano da solo con Carmine a mangiare quel gelato a Riviatico... Ma l'orgoglio e la confusione lo tenevano immobile.

«Me ne vado, Paolo… Scusami dell'intrusione, ma adesso voglio solo rimanere da solo per conto mio», disse Carmine con un filo di voce rauca, alzandosi di scatto dai gradini di pietra del portico.

«No, Carmine, aspetta! Resta qui, ho camb…».

Paolo non fece in tempo a terminare la frase di richiamo: Carmine era già salito agilmente in sella alla sua motocicletta, aveva scalciato forte la marcia con il piede ed era corso via a tutta velocità, svanendo in un secondo in una fitta nuvola di polvere sulla statale.

«Accidenti a te, Carmine! Mi farai impazzire sul serio prima o poi!», urlò Paolo ad alta voce nel cortile vuoto, stringendo i pugni per la rabbia repressa.

Sentendo quel grido improvviso, zia Rosa mise subito la testa fuori dalle tendine della finestra della cucina, guardandosi intorno: «Tesoro, mi hai chiamato per caso? Ti serve qualcosa?».

«No, zia... va tutto bene, stavo solo facendo un pensiero ad alta voce tra me e me».

«Ah, d'accordo. Ma mi era sembrato proprio di sentire la voce di quel tuo simpatico amico che viene sempre a trovarti, Carmelo…».

«Carmine, zia! Si chiama Carmine!», la corresse Paolo sbuffando.

«Beh, alla fin fine è quasi lo stesso nome!», tagliò corto la donna con un sorriso, prima di girarsi e sparire nuovamente dietro i vetri.

Rimasto solo con il silenzio del pomeriggio, Paolo prese la sua vecchia bicicletta dal muretto e, con la borsa del mare sistemata sul portapacchi di ferro, si avviò a passi lenti e pesanti lungo la strada sterrata che conduceva verso il litorale.

Il sole di giugno cominciava a calare leggermente, ma l'aria era ancora calda e carica del profumo della macchia mediterranea. Più si avvicinava alle dune e alla distesa azzurra del mare, più una voce profonda, sorda e insistente dentro di lui continuava a ripetergli nella testa come un chiaro avvertimento: “Girati, torna subito a casa. Non andare in spiaggia”.

Ma le gambe continuavano a spingere sui pedali, conducendolo dritto verso il suo destino sulla spiaggia di Roccavilla.



Paolo era infine arrivato in spiaggia. 

Il sole di giugno era ancora molto alto nel cielo terso e faceva decisamente caldo sulla pelle, ma il clima secco e la brezza leggera della costa mitigavano magnificamente l’afa estiva. 

Aveva intravisto fin da lontano, nel punto più bello, riparato e suggestivo del litorale vicino agli scogli scuri, suo fratello Mauro in piedi insieme a Valerio, entrambi intenti a parlare animatamente e a scherzare con due ragazzine; la mole gigante e massiccia di suo fratello minore era a dir poco inconfondibile da qualsiasi distanza, e Paolo, osservandolo, si mise a ridere da solo intenerito.

Poco più in là, all'ombra di un grande ombrellone, vide Manuela, la cuoca, che toglieva con cura da una borsa termica qualcosa di accuratamente impacchettato per la merenda; vicino a lei si trovava seduta una bella donna sui trent'anni, bionda, con una lunga treccia raccolta che le cadeva sulla spalla e la pelle splendidamente, uniformemente abbronzata, che indossava un bikini turchese capace di far risaltare magnificamente l'incarnato dorato. 

Poi c'era il piccolo Ninetto, intento a giocare felice sulla riva del bagnasciuga con due ragazzini e un paio di altre persone della comitiva.

Mentre camminava faticosamente sulla sabbia calda per raggiungerli, Paolo non poté fare a meno di notare che qualcuno tra i bagnanti si girava con insistenza a guardarlo. 

Paolo era a tutti gli effetti un ragazzo bellissimo, dai lineamenti nobili e puri, ma non lo sapeva affatto, non se ne rendeva conto; le persone sulla spiaggia osservavano affascinate il suo camminare elegante, un portamento fiero e naturale che neanche quei semplici e logori pantaloncini corti da mare riuscivano a sminuire. 

Non era eccessivamente alto di statura, ma sfoggiava grandi occhi azzurri e limpidi e capelli castano chiari lunghi che, sotto i riflessi dorati del sole estivo, brillavano lucenti. Esibiva una bella muscolatura tonica, asciutta, e gambe forti da camminatore.

Non si era neanche accorto di tutti quegli sguardi ammirati; a risuonare d'un tratto nell'aria fu solo l’urlo improvviso e acuto di Ninetto che, piantando in asso i due ragazzini e i castelli di sabbia, corse felice a perdifiato incontro a lui sul bagnasciuga: «Paoloooooo!».

«Ninetto, ti prego, non urlare così forte in mezzo alla spiaggia!», rise Paolo prendendolo di scatto in braccio con un movimento fluido, mentre il ragazzino, tutto sporco di sabbia asciutta, gli tirava scherzosamente i capelli lunghi per giocare.

«Come sono contento che sei venuto anche tu al mare oggi! Vedrai, fratello, oggi ti divertirai un sacco qui con noi...».

Mentre il piccolo parlava a ruota libera, Paolo vide in lontananza il pagliaccio di suo fratello Mauro fingere teatralmente di svenire sulla sabbia bollente mentre diceva una delle sue cavolate, facendo ridere a crepapelle le due ragazze romane e Valerio. 

Paolo arrivò nei pressi della comitiva affollata con un po' di fiatone per la camminata, con Ninetto ancora caricato scherzosamente sulle spalle e la borsa del mare che finalmente cadde sulla sabbia soffice vicino al gruppo.

«Buon pomeriggio a tutti e scusate il disturbo…», mormorò Paolo con un pizzico di timidezza, abbassando lo sguardo chiaro. «Sto sporcando un po' dappertutto con questa sabbia sollevata. Sono Paolo».

«Paolo… vieni, vieni subito a sederti qui all'ombra con tutti noi!», fece eco calorosamente, con la sua solita e musicale cadenza veneta, Manuela.

Paolo si sentiva profondamente in imbarazzo sotto gli occhi protettivi di tutte quelle persone nuove. In quel preciso momento la bella donna bionda, che aveva vicino a sé i due bambini piccoli che prima giocavano a riva con Ninetto, si alzò con grazia dall'asciugamano per presentarsi di persona: «Buongiorno Paolo, mi chiamo Augusta De Vecchi e loro sono le mie due pesti personali, Gianluca e Lorenzo».

Paolo allungò la mano delicata e sottile, stringendo con garbo ed educazione quella curata di Augusta e mormorando un timido e accogliente: «Piacere».

«Finalmente ti conosciamo di persona, dopo un anno! E devo dire che tuo fratello Mauro aveva assolutamente, pienamente ragione nel descriverti», lo accolse Augusta con un sorriso sincero e aperto. «Sei davvero bello, timido, intelligente e simpatico».

«Oh, signora Augusta, non esageri… la ringrazio, ma non…».

«Ti prego con tutto il cuore, non chiamarmi signora Augusta, ma solo Augusta! Ormai siamo tutti quanti tra amici veri, qui sulla spiaggia».

«Già, confermo!», intervenne Valerio, che nel frattempo aveva raggiunto la comitiva all'ombra insieme a Mauro e alle due ragazze, le quali erano lì in vacanza estiva con le loro rispettive famiglie provenienti da Roma.

«Vuoi bere qualcosa di fresco per dissetarti?», gli domandò Manuela con un sorriso materno e premuroso, porgendogli un bicchiere.

«Sì, grazie mille... ne ho davvero bisogno», rispose Paolo, iniziando a rilassarsi sotto la tenda.

All'improvviso, proprio dietro alle sue spalle, un'imponente e slanciata figura maschile si interpose con decisione tra lui e il sole rovente di giugno, facendogli d'un colpo un'ombra fresca sul viso.

«Claudio! Finalmente sei arrivato qui con noi», esclamò entusiasta Augusta, alzandosi prontamente in piedi dall'asciugamano per dare un bacio affettuoso sulla guancia all’uomo.

Quest'ultimo girò con passo sicuro attorno al gruppo affollato sulla sabbia, andandosi a posizionare comodamente nello spazio vuoto compreso tra Mauro e Valerio. Quando Paolo sollevò lo sguardo chiaro e lo vide per la prima volta, sentì distintamente il cuore fermarsi per un battito intero nel petto.

Era il famoso Claudio di cui Carmine gli aveva parlato poco prima in cortile con tanta rabbiosa gelosia: un giovane bellissimo, alto, biondo, caratterizzato da una leggera e curata barba incolta sul volto e capelli ondulati lunghi fino alle orecchie, i quali si muovevano leggeri e liberi al vento fresco proveniente dal mare aperto.

«Claudio, ti presento finalmente il mio famoso, timido e misterioso fratello Paolo!», esclamò Mauro fiero, allargando le braccia muscolose.

Claudio si aprì in un sorriso aperto e sincero, vedendo il giovane maestro arrossire vistosamente fin sul collo alle parole enfatiche del fratello minore: «Finalmente ti conosco di persona… Paolo. Mi chiamo Claudio e…».

In quel preciso momento il piccolo Ninetto si gettò con un balzo addosso all'architetto milanese, interrompendo bruscamente la conversazione per richiamare l'attenzione. 

Claudio scoppiò a ridere di cuore, stringendolo forte a sé tra le braccia: «E sono l’aiutante ufficiale nei giochi di questo discolo, che credo sia a tutti gli effetti la peste e il terremoto della tua famiglia!».

Il ghiaccio iniziale dell'incontro era stato finalmente, felicemente rotto, ma Paolo era talmente timido e sopraffatto dalle emozioni che era riuscito sul momento solo ad accennare un sorriso silenzioso e composto. 

Mauro, conoscendo a menadito il carattere riservato del fratello maggiore, percepì al volo il suo profondo imbarazzo e, con una scusa lampo ideata sul momento, coinvolse subito le due ragazze romane e Valerio per correre verso la riva a farsi un bagno rinfrescante nel mare pulito.

«Non sapevo affatto di essere così famoso e chiacchierato da queste parti», ammise Paolo a bassa voce, schiarendosi la gola e cercando di sciogliersi.

Manuela scoppiò in una delle sue fragorose e musicali risate: «Beh, caro mio, devi sapere che Mauro e Ninetto in questi mesi ci hanno fatto una testa grande come un tendone da circo a forza di parlare di te, delle tue infinite qualità e di quanto sei bravo a scuola!».

A quelle parole così piene di affetto, Paolo era arrossito ancora più vistosamente sulla sabbia, tant’è che Augusta, accorgendosene subito con grande tatto e sensibilità femminile, sviò immediatamente il discorso per non metterlo ulteriormente a disagio davanti all'ospite: «Vuoi un buon gelato, Paolo? Ne abbiamo tantissimi freschi qui nella sacca termica. Lauretta.», si rivolse poi con dolcezza alla ragazza che si occupava di badare ai figli piccoli, « Per favore, passa la borsa dei gelati a Paolo. Avrà sicuramente un caldo tremendo, rimasto ancora tutto vestito con la maglietta sotto l'ombrellone!».

Risero tutti di cuore insieme e Paolo, in quell’esatto istante di leggerezza, capì che era finalmente arrivato il momento di togliersi di dosso la maglietta e i pantaloncini logori per rimanere in costume. 

Sentiva costantemente, sottopelle, lo sguardo azzurro e profondo di Claudio posato con dolcezza su di sé: uno sguardo ammirato, attento, ma assolutamente pulito, sincero, non volgare e del tutto privo di chissà quali secondi fini o malizie. 

Con il cuore che continuava a battere forte nel petto per l'emozione, il giovane maestro si sedette subito sulla spiaggia accanto agli altri, lasciandosi cullare dalla sinfonia della risacca.



La sera stessa — e nel suo cuore non sapeva nemmeno lui come avesse potuto trovare il coraggio di accettare — Paolo si ritrovò seduto a cena a Villa Azzurra dai De Vecchi insieme alla sua famiglia al completo, sentendosi nel profondo terribilmente, segretamente in colpa nei confronti di Carmine. 

Il cibo preparato da Manuela era ottimo, e poterlo gustare tutti insieme su quella grande terrazza di pietra che era costruita quasi a strapiombo sulle rocce, con il cielo interamente stellato e terso sopra la linea scura della costa, era come vivere una magia a occhi aperti nel mezzo dell'estate.

Dopo il caffè d'ordinanza e tante chiacchiere spensierate, Augusta si ritirò in camera da letto con i bambini piccoli, mentre Mauro e Valerio partirono entusiasti in sella alla motocicletta verso San Vincenzo a Mare per andare a trovare le due ragazze romane. 

Manuela, insieme a Lauretta, tolse in fretta le stoviglie e pulì i tavoli della cena. Prima di andarsene verso il vialetto, la cuoca si avvicinò e disse a bassa voce nell’orecchio di Paolo: «Non fare troppo tardi stasera, caro. Intanto tuo padre ed io accompagneremo a piedi il piccolo Ninetto a casa. Ciao, caro!».

Rimasti finalmente soli nella penombra della terrazza fiorita, Claudio si era alzato in piedi e fece un leggero, discreto cenno a Paolo di seguirlo. Il ragazzo camminò silenzioso e con il cuore in subbuglio al suo fianco verso la fine della balaustra, dove si trovava una scalinata in pietra che portava al piano terreno, dritta verso il grande giardino che costeggiava la ringhiera a picco sulle rocce e il cancello d’entrata della proprietà.

Percorsero a passi lenti il vialetto che si immetteva direttamente sulla statale, la vecchia strada asfaltata che divideva la proprietà dei De Vecchi dai confini naturali tra il borgo di Roccavilla e la cittadina di San Vincenzo. 

Paolo si accorse solo in quel preciso momento che Claudio lo stava portando a piedi proprio verso la rupe dell’Arco dell’Amore; avrebbe avuto dentro una gran voglia di fermarsi e tornare indietro, e intanto si stava facendo decisamente tardi nella notte.

«Ti va di vederci domani?», gli chiese improvvisamente Claudio, fermando i passi a pochi metri dal ciglio dell’Arco e girandosi a guardarlo dritto in volto. «Magari nel corso del pomeriggio per prenderci un gelato insieme o per fare una semplice passeggiata sul litorale... Potrei portarti a vedere la Spiaggia dei Miracoli. È uno scorcio naturale stupendo, la conosci già?».

«Sì, la conosco per nome... ma non ci sono mai stato in realtà.», rispose Paolo timidamente, abbassando gli occhi azzurri. «È un po’ lontana da Roccavilla e io non ho l’automobile per spostarmi».

L’altro gli sorrise dolcemente nel buio. Sotto la luce argentea delle stelle, gli occhi chiari di quell'uomo sembravano due gocce lucenti di smeraldo; il suo viso era serio, disteso, ma illuminato da un sorriso quasi disarmante per la sua purezza. Paolo distolse subito lo sguardo verso l'orizzonte scuro del mare, sentendosi improvvisamente goffo e stupido.

«Purtroppo... ecco, verrei davvero molto volentieri, Claudio, ma ho già un impegno importante preso da giorni con un amico per il pomeriggio e non posso proprio mancare. Gli ho dato buca già un paio di volte in settimana…».

«Peccato...», commentò Claudio, continuando a guardarlo fisso. «Ma... se posso chiedertelo... si tratta del tuo ragazzo? Volevo dire, del tuo migliore amico…».

Cosa poteva rispondergli in quel millesimo di secondo? Tutti e due, nessuno dei due, o uno o l’altro. Prima che potesse formulare una parola di risposta, Paolo si sentì prendere delicatamente e fermamente per le spalle dalle mani dell'altro. 

Claudio lo avvicinò a sé sotto le stelle e lo abbracciò con immensa dolcezza; la bocca di Claudio si trovava esattamente all’altezza della fronte di Paolo, e gli diede un bacio leggero, caldo, quasi protettivo sui capelli.

«Io… io… Non so cosa dire, Claudio, io non…», sussurrò Paolo col fiato completamente sospeso in gola e le gambe tremanti.

«Volevo solo darti un abbraccio sincero, un piccolo segno di affetto», lo tranquillizzò subito l'architetto a bassa voce, senza sciogliere la presa. «Mi sembri una persona tanto sensibile e bisognosa di calore in questa casa... Spero davvero che quel tuo… amico di Riviatico, sappia darti tutto ciò di cui hai veramente, profondamente bisogno per essere felice».

«È solo un amico...», mormorò Paolo in un soffio, stringendosi per la prima volta a lui. «Forse per me è poco più di un amico, ma per lui, da quello che mi dice continuamente ogni giorno... beh, io sarei tutta la sua vita. Ed è più giovane di me di tre anni».

«Capisco perfettamente», rispose Claudio.

Prese Paolo per mano e i due si ritrovarono a camminare insieme proprio sopra l’Arco naturale di roccia, mentre il rumore ritmico delle onde che rinsaccavano si infrangeva con un rombo sordo sotto i loro piedi. Claudio lo abbracciò di nuovo, stringendolo tra le braccia forti, e, questa volta, il bacio sulla bocca che si scambiarono fu molto più intenso, profondo e travolgente.

Paolo, per un bisogno innato di tenerezza e di riscatto, per sentirsi finalmente protetto dal mondo e per non confessare a se stesso di essere rimasto solo per troppo tempo, ricambiò quel bacio con passione autentica; ma in quel preciso istante, nella penombra della sua mente, apparve nitido e doloroso, il volto arrabbiato e innamorato di Carmine.



Una folata improvvisa di aria fresca e pulita, carica del profumo salmastro del mare, li colpì all'improvviso sul viso sopra la rupe. Claudio guardò quel bellissimo volto dai lineamenti puri, con i capelli lunghi castano-chiari mossi dal vento della costa, tenendolo teneramente e con cura tra le mani.

«Sei come un angelo, Paolo. Sei una persona sensibile che merita davvero tanto amore… Io...».

In quel preciso momento di intimità, i rintocchi della campana della chiesa del paese iniziarono a suonare a distanza i colpi della mezzanotte, rompendo il silenzio.

«Dobbiamo andare, si è fatto davvero molto tardi stasera, Claudio.», disse dolcemente Paolo, staccandosi a malincuore dall'abbraccio dell'uomo.

«Ti accompagno io in auto, non voglio assolutamente che tu faccia tutta quella strada sterrata a piedi da solo al buio».

Quando, poco dopo, la macchina arrivò davanti alla casa dei pescatori, tutte le luci delle stanze erano ormai completamente spente. I due si scambiarono alcune calde parole di saluto vicino alla portiera, e la buonanotte arrivò con un altro bacio intenso sulla bocca che Claudio rubò improvvisamente al ragazzo, bloccandolo sul sedile.

Solo che, proprio in quell’esatto istante, il rombo furioso e inconfondibile di un motore irruppe poco lontano nel silenzio della notte: la moto, sgommando violentemente sulla statale, passò vicinissimo alla macchina e sparì come un fulmine nel buio della via costiera.

“Carmine!”, pensò immediatamente Paolo con un colpo violento al cuore e una morsa nello stomaco.

«Era lui, vero?», domandò Claudio, fattosi improvvisamente serio in volto.

«Sì... ma...».

«Paolo, posso capire la situazione, non ti preoccupare e non pensarci troppo adesso stasera. Domani, quando vi incontrerete come d'accordo, vi parlerete con calma e chiarirete... Mi dispiace davvero moltissimo aver creato questa brutta situazione di gelosia tra di voi.».

«No, non è affatto colpa tua, Claudio», lo interruppe Paolo con lo sguardo triste e velato di stanchezza. «Non credo sia colpa di nessuno. Carmine è un bravissimo ragazzo, pulito, ma come tutti quelli nati di queste parti ha la testa dura ed è orgoglioso. Domani gli parlerò a quattrocchi e gli spiegherò tutto».

Paolo scese dall’auto sulla ghiaia, ma Claudio gli trattenne ancora dolcemente la mano per un istante attraverso il finestrino abbassato della portiera. L'architetto non si accorse affatto che, in quel preciso momento, gli occhi azzurri di Paolo caddero inevitabilmente sulla maglia del suo braccialetto d’oro al polso: alla luce fioca e giallastra del lampione della stradina, l'incisione sulla targa svelò chiaramente due nomi divisi da un piccolo cuore inciso a bulino: “Claudio - Francesco”.

«Vorrei vederti ancora domani, ti prego…», insistette Claudio tenendogli le dita.

«Ci vedremo sicuramente Claudio, ma ora devo davvero andare a dormire... E' molto tardi.», rispose Paolo sentendosi improvvisamente vuoto.

«Ciao, piccolo!».

Paolo si avvicinò a passi rapidi al cancelletto di ferro del giardino, mentre l’altro aspettò pazientemente a bordo dell'auto che aprisse il portone principale della casa. 

Quando Paolo aprì la porta di legno, si girò un'ultima volta nella penombra e mandò un timido, silenzioso saluto con la mano; i due fari della macchina si spensero e si accesero subito come un segnale d'intesa, poi l’auto, con una rapida inversione di marcia corse sulla statale, ritornò indietro verso San Vincenzo, sparendo definitivamente dalla vista nel buio della costa.

Paolo chiuse la porta di legno alle sue spalle con un colpo sordo, vi si appoggiò convulsamente con la schiena nel buio pesto dell'ingresso e, stringendo i pugni, scoppiò a piangere silenziosamente nella notte di Roccavilla.



Carmine, il giorno successivo, lo stava già aspettando impaziente in sella alla sua motocicletta proprio fuori dal cancello di casa. 

Non era sceso dal mezzo per entrare nel cortile a salutare zia Rosa, ma era venuto comunque all'appuntamento a prendere Paolo per consumare quel famoso gelato a Riviatico. 

Quando Paolo salì dietro di lui sul sellino posteriore mettendosi il casco sulla testa, Carmine partì quasi di colpo, con una fiammata rabbiosa dello scarico; le mani del giovane maestro si strinsero istintivamente, per riflesso, al torace forte e solido di Carmine prima che potesse cadere pericolosamente all'indietro sull'asfalto. 

Paolo sapeva bene che il ragazzo era arrabbiato nero, lo sentiva distintamente da ogni suo movimento brusco sulla sella, ma in quel preciso momento avvertiva nel cuore anche una sorda, immensa paura delle sue parole.

Il gelato nel locale era ormai finito da tempo, il sole di giugno era ancora molto alto e rovente nel cielo, ma il silenzio ostinato che si era creato tra loro due in quella piazzetta isolata era diventato pesante, opprimente come un macigno. 

Paolo aveva cercato in tutti i modi e a più riprese di avviare un discorso normale, ma i secchi, gelidi monosillabi dell’altro lo fecero ben presto desistere dal tentativo. Paolo fece allora l'atto di alzarsi spazientito dalla sedia di metallo, ma la mano forte, calda e nodosa di Carmine lo afferrò all'improvviso per il polso, rimettendolo seduto di colpo sul posto.

Gli occhi scuri di Carmine, incorniciati dai ricci lunghi, erano diventati in un attimo due lame affilate e taglienti.

«Scusa! Ti chiedo sinceramente scusa, va bene? Che cosa devo dirti ancora per farti aprire bocca e parlare?», sbottò infine Paolo, non reggendo più quella tensione.

Ancora silenzio.

«Carmine, per favore, ti supplico... non siamo mica dei bambini all'asilo. Posso spiegarti chiaramente tutto quello che è successo ieri sera sulla strada…».

Sentendo quelle parole di giustificazione, Carmine si alzò di scatto dalla sedia del bar, lo prese con decisione e forza per un braccio — del tutto incurante degli sguardi indiscreti di molte delle persone sedute ai tavoli vicini, che li guardarono in modo strano e incuriosito — e, quasi correndo sulla pietra, lo trascinò verso la grande scalinata che portava alla chiesa di Santa Cecilia, la cui piazza sopraelevata dava direttamente a picco sul mare aperto.

Paolo camminava veloce accanto a lui, quasi correndo per riuscire a stargli dietro senza inciampare; il sudore della fatica gli colava lungo la schiena per lo sforzo, mentre l’altro manteneva il viso teso, contratto e madido per via del gran caldo pomeridiano. 

Si fermarono infine in un punto del tutto isolato e riparato dal passaggio, vicino alla terrazza in pietra che dava direttamente sulla scogliera selvaggia.

«Che cosa vuoi fare adesso con me? Mi vuoi forse buttare di sotto sulle rocce? Fallo... su, se hai il coraggio, fallo!», disse Paolo con la voce che gli tremava vistosamente in gola, divisa a metà tra la rabbia e un pianto dirotto pronto a esplodere.

«Lo meriteresti davvero per quello che hai fatto… Lo hai baciato ieri sera nell'auto, e chissà quante altre volte lo hai fatto prima d'ora in segreto alla villa!».

«Mi ha baciato lui all'improvviso! È stata una dinamica completamente diversa, Carmine!», cercò disperatamente di difendersi Paolo, stringendo i pugni.

«Non raccontare palle a me, Paolo! Ti sei fatto baciare sulla bocca e non ti sei staccato da lui nemmeno per un solo istante, e non hai neanche minimamente tentato di farlo! Ti andava bene!».

«Carmine, io… ti prego, ascoltami…».

«Adesso invece stai zitto e fammi parlare! Sono mesi e mesi interi che impazzisco letteralmente per te, mesi che ti rincorro ovunque per Roccavilla, mesi che aspetto un tuo benedetto sì... Ma tu guardi solo alla nostra differenza di età, mentre potrei avere il mondo intero tra le mie mani!», esclamò Carmine con passione ferale. 

Si avvicinò ancora di più a lui sulla terrazza, abbassando la voce fin quasi a un sussurro roco e ravvicinato: «Lo sai bene quante persone vorrebbero venire a letto con me oggi stesso? Lo sai?».

Poi si staccò bruscamente dal suo corpo, incrociò le braccia sul petto e abbassò la testa riccia, fissando la pietra. Paolo lo guardò in quel totale silenzio e si sentì morire dentro, con una morsa di dolore al cuore: vedeva davanti a sé un ragazzo profondamente ferito nell'orgoglio, forse ancora un po’ infantile e impetuoso nei modi, ma che lo amava sul serio con tutto se stesso, in modo pulito.

Capiva solo ora, davanti a quel mare, gli sbagli enormi e la leggerezza che aveva commesso nei suoi confronti, ma come poteva adesso tornare indietro? E come poteva comprendere quello che gli stava succedendo dentro l'anima da quando aveva conosciuto l’architetto milanese? 

Già si sentiva terribilmente insicuro con Carmine… o forse era lui stesso a essere insicuro della vita e del proprio destino.

«Dai, muoviti, andiamo via di qui. Mettiti subito questo casco che ti riporto a casa…», tagliò corto Carmine con voce fredda, interrompendo bruscamente quel silenzio pesante.

«No, Carmine, aspetta, ti prego! Parliamo ancora cinque minuti, ti supplico!».

«E di che cosa diavolo dobbiamo parlare ancora, Paolo? Di quel riccone di Milano che magari è sceso qui al Sud solo per divertirsi finché gli va la vacanza, e magari con te che…».

«Che cosa? Parla! Che cosa sarei io per lui secondo te?».

«Un ingenuo! Un emerito ingenuo che non conosce e non sa nemmeno cosa voglia dire amare davvero qualcuno... No, ho capito... Ho capito tutto quanto perfettamente solo ora, in questo momento.», disse Carmine con rabbia, mentre Paolo faceva un passo indietro sulla pietra, andando ad appoggiarsi con la schiena alla grande pianta ornamentale che delimitava la ringhiera della scogliera a picco sul mare. 

«Tu hai paura, sì! Hai una maledetta, immensa paura di amare le persone sul serio, hai paura di qualcosa che... è per via di tua madre Lucia!».

«Non nominarla neanche, Carmine! Non ti azzardare! Tu non sai assolutamente nulla di lei e del nostro dolore!», urlò Paolo con il viso improvvisamente bianco come la calce.

«So tutto quello che serve, invece! Mi rifiuti continuamente solo per pura paura, e forse non lo fai solo con me, ma con il mondo intero. Accetti il bacio sul lungomare e il filo invisibile che ti fa quello ricco di Milano solo perché, dentro di te, sai benissimo che lui non ti sceglierebbe mai per la vita vera. Chissà a Milano... magari in città ha già un altro compagno stabile, e tu sei qui solo per consolarlo e fargli compagnia nel tempo libero finché non ritorna a casa sua al Nord, oppure finché quello non arriva qui da lui a Villa Azzurra, prima o poi!».

L’istinto primordiale di Paolo, per la prima volta nella vita, fu quello di scattare in avanti e tirargli uno schiaffo violento o un pugno dritto in pieno faccia per farlo tacere; ma una parte profonda di sé, spietata, gli sussurrava che forse quel colpo se lo meritava lui stesso. Era per caso maledettamente, drammaticamente vero ed esatto tutto quello che Carmine gli stava urlando in faccia sotto il sole?

«Dai, muoviti, non perdere tempo, metti questo casco che ti riporto subito a casa».

La motocicletta partì in fretta con un rombo cupo, sfrecciando ad alta velocità sull'asfalto della statale. Dopo appena un quarto d'ora di corsa silenziosa erano già davanti al cancelletto di ferro della casa di Paolo. 

Nel giardino fiorito si trovava Mauro il quale, sentendo da lontano il rumore familiare del motore, stava per andare felice a salutare Carmine sulla ghiaia; ma, vedendo i due ragazzi fermi sulla moto con quel volto teso, pallido e contratto, si bloccò d'istante, spiando la scena di nascosto dietro l'angolo del muro imbiancato.

«Scendi, ti prego. Scendi subito dal sellino, Paolo.», disse Carmine senza voltarsi.

Paolo scese lentamente dalla sella d'un balzo e si tolse il casco. Anche Carmine si sfilò il suo con un gesto brusco, e solo in quel momento Paolo si accorse con un tuffo al cuore che il ragazzo aveva iniziato a piangere in totale silenzio, con le lacrime che gli rigavano il volto madido. 

Cercò istintivamente di allungare una mano delicata per toccargli la spalla e consolarlo, ma Carmine, con un movimento secco e deciso del braccio, gli allontanò la mano, rifiutando il contatto.

«Carmine… ti prego…».

«Buona fortuna per tutto, Paolo. Mi farò vivo io quando mi sarà passata del tutto questa rabbia... se mai in tutta la mia vita mi passerà».

Si rimise il casco di colpo sul capo, ingranò la marcia e, con una sgommata furiosa e rabbiosa che sollevò una densa nuvola di polvere nel cortile, si lanciò fuori sulla strada statale, scomparendo in un baleno dietro la curva dell'orizzonte.



Paolo entrò nel vialetto di pietra a passi corti, lenti, esibendo un viso visibilmente stanco, pallido e completamente svuotato di ogni energia vitale. 

All’improvviso, prima che potesse raggiungere la soglia, due braccia enormi, muscolose e forti lo afferrarono con decisione da dietro, stringendolo forte a sé in un abbraccio solido e fraterno: fu esattamente in quel millesimo di secondo, sentendo il calore del suo sangue, che Paolo crollò definitivamente, scoppiando in un pianto dirotto, convulso e finalmente liberatorio.

Mauro lo accompagnò con estrema dolcezza e cura dentro casa, sorreggendolo per i fianchi, e lo fece entrare subito in camera sua lontano da sguardi indiscreti. 

Il minore non avrebbe detto assolutamente niente al padre Gerolamo per non agitarlo, non avrebbe detto niente a nessuno in paese, ma una cosa era assolutamente certa nel suo cuore: con Carmine ci avrebbe parlato lui di persona nei prossimi giorni, faccia a faccia, come da fratello a fratello.

Nei giorni seguenti, mentre tra le mura di casa papà Gerolamo annunciava ufficialmente alla famiglia il fidanzamento con Manuela — spiegando ai tre figli con gli occhi lucidi che, se tutto fosse andato bene con le carte, si sarebbero sposati l'anno prossimo e lei si sarebbe trasferita definitivamente da Venezia a Roccavilla —, Claudio era sempre costantemente alle calcagna di Paolo. 

L'architetto milanese non riusciva proprio a comprendere o ad accettare il motivo per cui il ragazzo, da diversi giorni a quella parte, lo evitasse continuamente non rispondendo ai suoi inviti. 

Aveva saputo per vie traverse da suo fratello Valerio di quello che era drammaticamente successo tra Paolo e Carmine; non ne era affatto felice per via della sofferenza del giovane maestro, ma dentro di sé sapeva che ora, vedendolo finalmente libero da quel legame opprimente, avrebbe potuto conquistarlo molto più facilmente.

Gli piaceva davvero troppo quel ragazzo del Sud dai capelli lunghi e dagli occhi azzurri, anche se sua sorella Augusta gli aveva esplicitamente detto di non farlo, consigliandogli con fermezza di non immischiarsi in alcun modo con persone come lui. 

Ma Augusta non lo aveva affatto detto nel senso di persone modeste o di classe sociale inferiore; intendeva dire, con lungimiranza, che Paolo era un ragazzo fin troppo sensibile, puro e profondo per i ritmi mondani di Milano. Claudio le aveva risposto secco che le cose nella vita cambiano, e che l'incontro ravvicinato con Paolo avrebbe potuto dare una svolta definitiva e pulita alla sua intera esistenza.

Un mattino di luglio, Paolo stava andando a piedi per sbrigare una commissione verso la vicina cittadina di San Vincenzo a Mare. 

Era ormai da tanto tempo che non sentiva più la voce di Carmine; si erano visti soltanto un paio di volte di sfuggita in piazza in mezzo alla gente, gli aveva telefonato a casa più volte ma non aveva mai ricevuto risposta diretta dall'apparecchio, se non quella della madre del ragazzo che, con voce incerta, timorosa e imbarazzata, diceva sempre la stessa identica frase: «Non è in casa, Paolo, mi dispiace». 

Paolo sentiva benissimo dalla cadenza insicura della donna che il ragazzo, in realtà, era proprio lì dentro, chiuso in camera sua a soffrire dietro le persiane.

Sentiva profondamente, visceralmente la sua mancanza: quella presenza costante, impetuosa e vulcanica che a volte lo irritava durante le lezioni, adesso si era trasformata nella mente nella voglia matta di averlo di nuovo accanto a sé sulla panchina. 

Per Paolo, ormai, nel silenzio dei suoi pensieri tutto era diventato limpido e spietato: non sapeva amare, non sapeva come dimostrare i propri sentimenti senza farsi scudo con la paura del passato. Immerso com'era in quei pensieri cupi e dolorosi lungo la via, non si accorse minimamente del giovane che, all'improvviso con un passo deciso, gli si parò di fronte sul marciapiede della statale, sbarrandogli la strada sotto il sole.

«Carmine!», esclamò Paolo, arrestando di colpo i suoi passi sul marciapiede, colto da un sussulto al cuore.

«Dovrei parlarti, Paolo... E chiederti sinceramente scusa per tutte le cose brutte e cattive che ti ho urlato con rabbia in faccia l'ultima volta nel cortile ed inpiazza».

«Va bene… ti ascolto.», rispose Paolo provando a calmare il respiro. «Ti ho cercato davvero moltissimo in queste settimane al telefono, ero in pensiero».

«Lo so... mi dispiace molto di aver coinvolto anche mia madre in questa brutta storia per negarmi a te, ma ora devo parlarti a quattrocchi, e molto, molto seriamente».

Un brivido freddo e improvviso scorse lungo tutta la schiena di Paolo; sentì immediatamente dentro di sé, con spietata certezza, che le cose che Carmine stava per dirgli sotto il sole non sarebbero state affatto piacevoli o facili da digerire.

Si sedettero vicini ai tavolini di un bar all'aperto sul viale; c’era un piacevole fresco all'ombra della veranda e ordinarono due succhi d’arancia per ingannare il tempo. 

All'inizio del loro incontro nessuno dei due diceva una sola parola, il silenzio tra i bicchieri era totale e opprimente. Poi Carmine fece un respiro profondo, tese le braccia e gli prese con estrema delicatezza le mani tra le sue; accorgendosi che Paolo aveva iniziato vistosamente a tremare per l'emozione, parlò con voce ferma e matura:

«Questa che stiamo vivendo, Paolo, forse è l’ultima volta in cui ci vediamo davvero. Me ne vado via per sempre da San Vincenzo».

«Te ne vai?! Dove?!», sussurrò Paolo con il fiato completamente sospeso in gola e gli occhi sgranati.

«Lasciami finire di parlare, ti prego, non mi interrompere. Ho aspettato tanto tempo questo momento e ti assicuro che non è stato per niente facile per me prendere questa decisione radicale. Me ne vado a vivere a Roma, ho trovato un lavoro fisso e una sistemazione in una casa. So perfettamente che i primi tempi in una grande città saranno durissimi e solitari, ma lo devo fare per forza, per il mio bene… Altrimenti qui a Roccavilla io impazzisco giorno dopo giorno. Ti penso sempre, in ogni istante, sei radicato in ogni singola parte della mia vita».

Paolo chiuse gli occhi di scatto e abbassò lo sguardo sul tavolo di metallo, sentendosi morire dentro dal dolore.

«Guardami in faccia, ti prego, Paolo. Guardami dritto negli occhi...», lo supplicò Carmine avvicinando il viso. «Forse è l’ultima volta che potrò fissare i tuoi occhi color mare e, anche se so che da domani dovrò fare di tutto per dimenticarti e andare avanti, almeno il ricordo nitido del tuo sguardo lo terrò per sempre chiuso con me nel cuore. Spero solo con tutto me stesso che un giorno tu non debba mai soffrire come sto disperatamente soffrendo io in questo preciso momento».

Il cuore di Paolo batteva ormai all’impazzata nel petto, come un tamburo impazzito; avrebbe avuto una voglia matta di gridare in mezzo alla via, di dirgli di non andare via a Roma, di stringerlo forte tra le braccia per fermare quel treno; invece, bloccato dalla solita paura, riuscì solo ad accennare un sorriso triste e spento, mentre la mano calda di Carmine si posava con dolcezza ad accarezzargli il volto pallido. 

E lo uccise definitivamente nell'anima con queste parole:

«Ricordi bene le volte, anche se purtroppo sono state pochissime, in cui ti avevo portato di notte fin sopra la rupe dell’Arco dell’Amore? Mentre sotto di noi le onde si infrangevano furiose e schiumose sulla spiaggia solitaria, io ti stringevo forte a me e ti sentivo abbandonarti dolcemente tra le mie braccia... Ma, nel profondo del mio cuore, avevo sempre la sorda, terribile paura che tu, in realtà, con la mente te ne fossi già andato via lontano da me, verso altri pensieri».

Carmine ricacciò indietro con orgoglio l’emozione e il pianto dirotto che gli stringevano dolorosamente la gola. Paolo era diventato bianco in volto come uno straccio lavato; ricordava benissimo, con precisione millimetrica, ogni singolo istante di quelle sere magiche.

«Un giorno, stando lassù al vento, ti dissi: — Senti il rumore delle onde? Non ti sembrano le note di una bellissima musica? — E tu, guardandomi, mi dicesti di sì. Per me quel suono era come una sinfonia, la sinfonia che i due giovani amanti della leggenda regalano a tutti gli innamorati che vengono qui su questa roccia a giurarsi fedeltà… 

Ti avevo detto chiaramente che per me quella musica è La sinfonia del mare, e ti chiesi sussurrando se la sentivi anche tu dentro l'anima, e ogni volta mi rispondevi di sì con gli occhi che brillavano lucenti... Ma io, dentro di me, conservavo sempre il terribile, lacerante dubbio che quella non fosse la verità, e che tu stessi solo fingendo per farmi contento».

«La sentivo, Carmine! Ti giuro che la sentivo anche io quella sinfonia, te lo giuro con tutto il cuore...», sussurrò Paolo con un filo di voce tremante, stringendo le dita del ragazzo.

Ma quel giuramento disperato e tardivo non era affatto bastato a colmare il vuoto dei mesi passati e a trattenere tutto il suo amore.

«Piccolo mio, ti amo tanto, come non ho mai amato nessuno, ma non posso più restare a morire qui…», gli rispose Carmine con gli occhi lucidi. «Ti prego solo di una cosa d'ora in avanti: guardati dentro d'ora in poi, smetti di avere paura. Impara ad amarti e ad amare gli altri nella maniera giusta, senza difese, e poi, chissà... 

Un giorno lontano potrei anche tornare da Roma, forse. E forse potrei persino venire di nuovo a cercarti, se sarai ancora qui fermo a Roccavilla. Ora però devo andare per forza. Non ti alzare dalla sedia, ti prego, non seguirmi e non uscire con me fuori dal bar. Non ce la farei a staccarmi da te. Ti amo, piccolo».

Prima che Paolo potesse trovare la forza fisica di emettere una sola parola di richiamo, vide Carmine posare in fretta i soldi sul tavolo per pagare il conto dei succhi, girarsi senza voltarsi e uscire di fretta dal locale, svanendo in un secondo tra la folla della via. 

Paolo rimase seduto immobile su quella sedia del bar, senza sapere nemmeno lui per quanto tempo, fissando il vuoto; poi, come un automa privo di volontà, completamente svuotato di ogni energia vitale, si alzò e riprese a passi lenti la strada verso casa sotto il sole abbacinante.



Nelle settimane sucessive, Paolo incominciò a frequentare sempre più spesso le stanze di Villa Azzurra e la comitiva dei giovani milanesi. 

Claudio, esibendo un'infinita pazienza e una dolcezza protettiva, cercava in tutti i modi di distoglierlo dai suoi tristi e malinconici pensieri fissi: lo faceva ridere di cuore, lo faceva stare bene con la sua cultura e lo portava spesso a fare delle splendide escursioni naturalistiche lungo la costa rocciosa.

Ma Paolo conservava dentro una domanda precisa, un dubbio tarlo che gli tormentava costantemente l'anima, e sapeva perfettamente che, fino a quando non avesse ricevuto una risposta sincera, non avrebbe mai potuto cedere del tutto al suo amore. 

Sì, perché la pazienza di Claudio, il suo saper aspettare rispettoso i tempi del ragazzo, il modo protettivo di trattarlo in pubblico e quei pochi baci rubati sul divano, per l’ingenuità e la fame di tenerezza di Paolo erano diventati amore.

E una sera di fine estate, mentre si trovavano da soli proprio sopra la rupe dell’Arco dell’Amore — lo stesso identico luogo sacro in cui un tempo Carmine lo stringeva forte a sé per ascoltare insieme la musica delle onde —, Paolo trovò finalmente il coraggio e si decise. Guardò Claudio dritto nei suoi grandi, magnetici occhi verdi che riflettevano la notte:

«Chi è Francesco? Ho visto chiaramente tempo fa il tuo braccialetto d’oro con il cuore inciso che univa i vostri nomi».

Seguì un lungo, interminabile istante di silenzio assoluto sulla roccia. Claudio distolse bruscamente lo sguardo chiaro, mettendosi a fissare la distesa scura e liquida del mare aperto; Paolo, nel silenzio della notte, sentiva solo il rumore sordo e profondo delle onde che si infrangevano regolarmente sotto la curva dell’arco.

«È una storia molto complessa e lunga da raccontare, Paolo…», rispose infine Claudio con voce seria, quasi fredda. «Posso solo dirti che appartiene a un passato non tanto lontano, un legame milanese che ha avuto moltissima importanza per la mia giovinezza. Quel bracciale ha un valore puramente affettivo di ricordo, non è più una reale promessa per il nostro futuro. Ora le cose nella mia vita sono… completamente diverse da allora».

«Diverse quanto, Claudio? Spiegati».

«Quanto il fatto che in questo preciso momento di notte ci siamo qui io e te, da soli su questa rupe, e non c’è nessun altro fantasma a dividerci…».

Claudio si avvicinò lentamente a lui tentando di baciarlo sulla bocca, ma Paolo si scostò d'un tratto di un solo millimetro, fermandolo dolcemente con una mano aperta appoggiata sul petto, sopra la camicia: «Devo chiederti una cosa improvvisa, una cosa che forse ti sembrerà stupida… Ma tu, che cosa senti esattamente in questo preciso momento? E non parlo di noi due, di me e di te. Io… io sento come una musica limpida nell'aria».

Claudio lo guardò con infinita tenerezza, gli accarezzò i capelli mossi e sorrise con dolcezza: «Paolo, mio caro, che pensiero incredibilmente dolce… È semplicemente la musica dei nostri cuori che, in questo magico istante, sono finalmente uniti sotto le stelle».

E si chinò con trasporto a baciarlo, prima piano e con delicatezza sulle labbra fredde, poi in modo sempre più appassionato, profondo e travolgente nel buio della rupe.

Non era affatto, purtroppo, la risposta che Paolo si aspettava o desiderava ricevere nel profondo del proprio cuore tormentato. Avrebbe voluto con tutto se stesso sentirsi dire in un sussurro: “Sento una sinfonia... la sinfonia del mare”. 

Ma forse, in quel difficile momento di totale solitudine interiore, gli bastava quella risposta romantica e lineare per lasciarsi andare del tutto tra le sue braccia, per non pensare più a Carmine, al suo doloroso d'addio e a quella musica divina che sentiva dentro e che non avrebbe ascoltato mai più con nessun altro uomo, se non nel perenne ricordo di lui.

La fine di settembre era ormai tristemente arrivata a Roccavilla. Paolo doveva a giorni tornare a insegnare stabilmente tra i banchi della scuola Marconi, mentre Claudio e i suoi fratelli dovevano fare definitivo rientro a Milano per riprendere la vita e gli affari in città; sarebbero sicuramente tornati al borgo per le vacanze di Natale, avevano promesso solennemente a tutti prima di chiudere le valigie e salutarsi.

Claudio abbracciò forte, a lungo, Paolo prima di salire sul mezzo e andare via. Sua sorella Augusta ed i figli piccoli, insieme a Lauretta, se n’erano già andati comodamente in treno il giorno precedente; Manuela, invece, era rimasta stabilmente a Roccavilla a occuparsi della casa, e Claudio sarebbe partito per il Nord in automobile insieme a Valerio. 

Si salutarono tutti quanti con vistosi, prolungati cenni delle mani mentre l’auto girava decisa verso la statale, la vecchia strada asfaltata che l’avrebbe portata dritta verso l'imbocco dell’autostrada del Sole.

Natale, in fondo, non era poi così lontano sul calendario. 

Quando Paolo si girò lentamente verso suo padre Gerolamo, il quale teneva teneramente per mano il piccolo Ninetto sulla ghiaia, incontrò all'improvviso lo sguardo fisso di Manuela: uno sguardo intenso, profondo, che a Paolo fece quasi rabbrividire la pelle per l'imbarazzo improvviso. 

Che cosa aveva letto nello sguardo di lei, in fondo a quelle pupille mature? Semplice tenerezza materna o una pura, dolorosa pietà per la sua immensa e silenziosa solitudine?



l Natale passò nel silenzio dell'inverno, scandito soltanto da una lunga e affettuosa telefonata interurbana arrivata da Milano; poi, sul calendario, arrivò anche la Pasqua con le sue piogge leggere, e infine il mese di maggio con la sua esplosione di luce.

Fuori dalla chiesa di Santa Cecilia, abbarbicata sulla roccia, una gran folla di persone del borgo era in trepidante e festosa attesa di vedere uscire finalmente sul sagrato gli sposi. 

La giornata era calda, limpidissima, e un intenso, avvolgente profumo di fiori selvatici invadeva la piazza e l'intero paese; il mare di fronte, immobile e calmo a perdita d'occhio, sembrava un velo di seta azzurro disteso sotto il sole.

Uscì per primo sul portone il piccolo Ninetto, tenendo per mano la nipote di Manuela: entrambi i bambini stringevano con cura dei mazzolini fioriti di boccioli bianchi. 

Subito dietro di loro uscirono raggianti, commossi e felici Gerolamo e Manuela: quel 15 maggio si erano uniti in matrimonio, coronando finalmente un grande, meritato sogno d’amore per entrambi. 

Dietro la coppia camminavano fieri, nei loro abiti eleganti, i figli di lui, Paolo e Mauro, seguiti a ruota da tutti gli altri invitati e dai parenti venuti dalla costa e quelli della sposa dal Veneto.

Era stata una giornata pazzesca, bellissima e perfetta sotto ogni punto di vista. Ninetto era felice e in Manuela aveva trovato finalmente, con dolcezza, quella figura materna che gli era sempre dolorosamente mancata nell'infanzia, e che nemmeno l'affetto premuroso di zia Rosa o di altre parenti del borgo erano mai riuscite a consolare del tutto. 

Poi, dopo il grande pranzo con la comitiva dei pescatori e degli amici, Gerolamo e Manuela partirono felici per la Sicilia, un viaggio di nozze desiderato e sognato per una vita intera.

La sera stessa del matrimonio, i tre fratelli si ritrovarono finalmente da soli nella quiete della propria casa, dopo che zia Rosa e un’altra parente anziana avevano fatto definitivo rientro alle loro rispettive abitazioni alla periferia del paese. 

Il piccolo Ninetto si era addormentato come un sasso sul divano del salotto, completamente stremato dalla lunga giornata di festa; Mauro lo prese delicatamente in braccio con la sua solita forza e lo portò a letto in camera sua, coprendogli le spalle. Poi tornò in salotto, raggiunse Paolo e si sedette stanco accanto a lui sulla stoffa del divano.



Paolo non parlava, teneva lo sguardo chiaro fisso nel vuoto e il viso era serio, quasi cupo, appesantito dai pensieri. Allora Mauro lo abbracciò forte, stringendolo a sé con le sue braccia grandi e muscolose: «Torneranno presto, vedrai».

«Sì, lo so... tra due sole settimane papà e Manuela tornano a casa a Roccavilla», rispose Paolo con un filo di voce sottile, quasi assente.

«Paolo, non facciamo finta di nulla tra di noi, ti prego... Io non parlo mica del viaggio in Sicilia. Io parlo di Claudio e degli altri milanesi. A me manca tantissimo Valerio, ne abbiamo fatte di conquiste e di giri in moto insieme in paese in questi mesi... E tu con Claudio, ne sono sicuro, vedrai che avrete tante belle cose davanti nel futuro. Devi solo dare tempo al tempo».

«Da quando in qua sei diventato così saggio, Maurone?», scherzò Paolo voltandosi a guardarlo e accennando un mezzo sorriso per mascherare l'emozione.

«Da quando è arrivata questa qui!», disse Mauro con un sorriso amaro stampato sulle labbra, tirando fuori con mossa secca dalla tasca dei pantaloni e mostrandogli una cartolina ufficiale di partenza per il servizio militare di leva.

«Dio mio, no!», esclamò Paolo portandosi una mano al petto, sentendosi stringere il cuore da una morsa improvvisa. «Ma quando?».

«Quando è arrivata a casa, o quando dovrò partire sul serio?».

«Scemo, entrambe le cose! Rispondi!».

«Ah! Prima che tu faccia disastri e glielo dica per sbaglio, ti avviso che papà e Manuela non ne sanno ancora assolutamente nulla. La cartolina è arrivata a casa il giorno prima del matrimonio e partirò ufficialmente il 10 gennaio dell’anno prossimo. Due mesi precisi dopo il mio diciannovesimo compleanno, caro mio».

A quelle inaspettate e travolgenti parole di Mauro, Paolo incominciò a ridere forte nella penombra del salotto: una risata nervosa, mista a una profonda commozione, e si strinse così tanto a lui in un abbraccio disperato e viscerale che Mauro lo dovette staccare con forza per farlo respirare. 

Era una stretta solida, affettuosa, che veniva dritta dal cuore della loro fratellanza; e Mauro, sentendola fin dentro al petto, lasciò uscire dalle labbra delle parole che forse, in un altro momento della sua vita, per puro orgoglio da uomo del Sud non avrebbe mai confessato: «Mi puoi accompagnare tu in treno fino al Nord, se ti va».

«Accompagnare? Ma dove di preciso, Mauro?».

«A Milano, Paolino! È proprio lì che farò il C.A.R., l'addestramento reclute, e chissà che, grazie all'aiuto e all'interessamento del padre di Valerio, io non possa restare fisso lì in città a prestare l'intero servizio di leva... senza finire punito in qualche brutto buco sperduto di caserma del Nord-Est ai confini con la Jugoslavia».

«Il padre di Claudio e Valerio ha fatto davvero questo favore per te? Ti ha raccomandato alle autorità?», domandò Paolo sgranando incredulo i grandi occhi azzurri.

«Ebbene sì, caro mio! Anche noi piccoli e poveri pescatori di Roccavilla abbiamo finalmente i nostri santi e i nostri angeli custodi in Paradiso. E se a Natale i milanesi non verranno giù al borgo per le vacanze — come d'altronde non sono potuti scendere al matrimonio del papà, ma questo dopotutto è comprensibile per via dei loro impegni di lavoro —, allora a gennaio andrai tu direttamente da Claudio a Milano… finalmente! Troverai il coraggio di salire sul treno».

«Non ci posso assolutamente credere, Mauro! Siete tutti pazzi, avete organizzato tutto alle mie spalle!».

«Credici eccome, invece!», continuò Mauro ridendo. «E dimmi un po', l’ultima volta quando vi siete sentiti voi due al telefono per l'interurbana?».

«Stamattina presto, subito prima che uscissi per fare gli auguri di nozze a papà e Manuela al municipio».

«Senti bene, facciamo adesso un patto di ferro tra di noi, un segreto inviolabile: non diciamo assolutamente a Claudio che vieni su a Milano insieme a me in treno. Deve essere una sorpresa totale, un colpo di scena! Lo sapranno unicamente il papà e Manuela al loro ritorno dalla Sicilia, e pregheremo anche loro di non avvisarli per telefono durante le chiamate di rito. 

Così, mentre io vado la mattina a presentarmi con lo zaino in caserma per la leva, tu potrai andare dritto a piedi a casa sua a fargli la sorpresa alla porta. L’indirizzo di Milano scritto sulla lettera ce l’hai già... se poi per caso non possono ospitarti per la notte in casa De Vecchi, vedrai che una sistemazione in un albergo o una stanza si troverà di sicuro!».

«Fratellone, sei un genio assoluto! Ti adoro!», esclamò Paolo stringendolo di nuovo, spiazzato da tanta generosità.

Alzando un sopracciglio scuro in segno di finta importanza e superiorità, Mauro disse con voce flautata, ironica e teatrale per farlo ridere: «Lo so, lo so bene, Paolino... un vero genio in famiglia serve sempre a far quadrare le cose quando gli altri si perdono nei libri».

Arrivò rapidamente la nuova estate e Paolo, vedendo Claudio tornare a Roccavilla per i mesi caldi, non disse assolutamente nulla del piano segreto ordito con il fratello minore; il viaggio al Nord doveva rimanere una sorpresa totale per il mese di gennaio. 

Ma quell’anno Claudio rimase al Sud soltanto venti giorni: un importante e urgente lavoro di architettura all’estero lo aspettava a Milano. Paolo ne fu in fondo contento lo stesso, senza egoismi: sapeva bene che lo avrebbe rivisto se non a Natale, almeno il mese successivo direttamente a Milano a casa sua.

Non sapeva spiegarsi il perché, ma proprio in quell’istante di solitudine il volto dolce, innamorato e ferito di Carmine gli apparve nitido, prepotente nella mente; si rivide seduto in quel bar all'aperto della piazza, nel momento esatto in cui il ragazzo gli parlava con le lacrime agli occhi della sinfonia del mare. 

I suoi occhi azzurri cambiarono improvvisamente espressione, velandosi di una profonda tristezza. Mauro, che si trovava accanto a lui in cortile insieme a Sandra — la sua giovane e dolce ragazza che aveva da poco incominciato a portare a casa per presentarla ufficialmente alla famiglia —, lo guardò serio e dritto, come a chiedergli in un silenzio carico di apprensione: “Che cosa ti sta accadendo dentro, fratello?”.

Paolo accennò un sorriso un po’ triste per rassicurarli, si alzò stanco dalla panchina e andò dentro casa. Prese da un cassetto segreto della camera da letto la vecchia foto di lui e Carmine, scattata mesi prima con l’autoscatto sopra la scogliera selvaggia, proprio sull'Arco dell’Amore. 

Stringendo quel prezioso foglio di carta fotografica tra le dita e prendendo la bicicletta dal muretto, si avviò a colpi rapidi di pedale verso quel posto solitario e ventoso. Non lo sapeva neanche lui il perché, ma quella sera d'estate Paolo aveva una voglia matta, viscerale e disperata di tornare a sentire quella musica divina.

Paolo non si accorse minimamente, mentre era seduto immobile su un masso della scogliera con la foto stretta in mano, che Mauro e Sandra lo stavano guardando preoccupati da lontano, nascosti tra i cespugli; poi i due si allontanarono in silenzio lungo il sentiero. Paolo non seppe mai che lo avevano seguito fin lassù per proteggerlo, né il perché profondo di quel gesto fraterno.

Quando i due fecero rientro a casa a passi rapidi, Sandra guardò Mauro con infinita dolcezza e serietà: «Credo che tu debba fare assolutamente qualcosa di concreto per Paolo, non puoi lasciarlo soffrire così».

«Ne sei davvero sicura, tesoro mio? Non rischio di fare un pasticcio?», domandò Mauro tormentandosi le mani.

«Sì, sono sicura… Ho parlato a lungo con Manuela e anche lei mi ha detto che forse non è affatto una buona idea portare Paolo a Milano all'improvviso, di punto in bianco, senza dire nulla prima ai De Vecchi. Rischia di rimanere deluso».

Mauro guardò la sua ragazza con fare serio, stringendo gli occhi scuri: «Cosa dovrei fare allora adesso, tesoro mio?».

«Fai esattamente quello che ti guida il cuore, Mauro… Lo sai bene cosa è giusto, altrimenti non mi sarei mai innamorata di te e della tua bontà».

Lui le sorrise radioso, grato di quelle parole, e la baciò con trasporto sotto il portico. 

In quell’esatto istante passò accanto a loro Paolo, di ritorno dalla scogliera, che si scusò subito con un filo di voce per aver interrotto quel momento intimo tra fidanzati. 

Sandra rise di cuore per smorzare l'imbarazzo, lo prese affettuosamente sotto braccio e lo portò fuori in giardino a chiacchierare per distrarlo dai pensieri cupi; Mauro capì al volo l'antifona e l'intesa, andò dritto al telefono fisso di casa appeso alla parete e, con mano ferma, compose un numero.

Arrivò infine il fatidico 9 gennaio, il giorno della grande partenza. Il treno notturno con le carrozze cuccette era finalmente partito dalla stazione, sferragliando sui binari. 

Paolo e Mauro — quest'ultimo ormai con i capelli cortissimi e rasati regolamentari per la leva militare — avevano lasciato sulla banchina di San Vincenzo a Mare quattro persone care con le lacrime agli occhi a salutarli sventolando le mani dal marciapiede: la giovane Sandra, il piccolo Ninetto, Manuela e papà Gerolamo.

I due fratelli, distrutti dall'emozione del distacco, dormirono profondamente per tutta la notte cullati dal movimento del vagone; quando videro la prima luce dell'alba spuntare dal finestrino tagliando la penombra, illuminando l'interno delle cuccette, il treno in corsa era già all'altezza della pianura di Bologna. Ancora un paio di ore scarse di viaggio e sarebbero finalmente arrivati a destinazione nella nebbia di Milano.

Si prepararono con molta calma nei loro scompartimenti, passò il controllore in divisa per verificare che andasse tutto bene con i biglietti e poi i due fratelli andarono insieme verso la carrozza bar per fare una buona, rigenerante colazione calda con cappuccino e brioche. Infine, i palazzoni della periferia di Milano si mostrarono già alle porte oltre i vetri del treno.

Fuori dalla monumentale Stazione Centrale, il freddo pungente, gelido del Nord fece improvvisamente rabbrividire i due ragazzi abituati al clima del Sud. Erano già le dodici passate sul quadrante dell'orologio e Mauro avrebbe dovuto presentarsi tassativamente al distretto in caserma per le quattordici in punto.

Davanti al flusso continuo dei passanti milanesi imbacuccati, i due fratelli si abbracciarono forte sulla strada, stringendosi il cuore: Mauro gli disse a bassa voce di stare molto attento a muoversi in città, di avvertire subito il papà per telefono con un gettone se le cose fossero andate bene e, soprattutto, gli raccomandò calorosamente di mandare un bacio grande a Sandra per dirle che lui era al sicuro dentro le mura della caserma.

Paolo osservò in silenzio il profilo del taxi allontanarsi velocemente nel traffico caotico della metropoli, con Mauro dietro che si girava un'ultima volta dal lunotto posteriore a salutarlo sventolando la mano; poi prese un respiro profondo, sollevò la sua valigia e salì sul primo taxi libero rimasto in fila indiana.

«Buongiorno signore, dove la porto di bello?», disse gentilmente l’autista, un uomo sulla quarantina con un marcato e tipico accento milanese.

«Dovrei andare in via Serbelloni, al civico 10, grazie», rispose Paolo stringendosi nel cappotto.



L’automobile arrivò a destinazione in appena un quarto d'ora di corsa; fortunatamente non c’era molto traffico nel cuore del centro storico e Paolo, che si immaginava una città sterminata e impossibile da girare, pensava sinceramente che quella via fosse molto più lontana. 

Pagò con garbo la corsa, scese dal taxi sul marciapiede e rimase per qualche istante immobile a guardare la facciata dell'elegante palazzo signorile, quando una voce cordiale e distinta lo fece voltare di scatto.

«Cerca qualcuno in particolare, signore?», domandò l'uomo.

Il portinaio dello stabile, vestito con un'elegante e stirata divisa d'ordinanza di colore grigio, gli sorrideva gentile dall'ingresso nell'androne.

«Sì... Cerco l’appartamento del dottor Claudio De Vecchi», rispose Paolo stringendo forte il manico della valigia per l'emozione. «Sono un suo caro amico... a dire il vero non mi aspettava affatto oggi in città, vorrei fargli una sorpresa improvvisa. Spero proprio con tutto il cuore che sia in casa».

«Il dottore è uscito stamattina presto per degli impegni di lavoro in studio, penso che ritorni nel giro di una mezz’ora al massimo per il pranzo. Ma lei può tranquillamente salire ad aspettarlo di sopra al caldo: c’è il domestico fisso nell'appartamento che le aprirà la porta senza problemi. Sicuramente in casa adesso troverà l’architetto Germani. Prego, vada pure avanti al quarto piano, l’ascensore è lì sulla destra pronto per lei».

«Grazie mille, è stato davvero molto gentile. Arrivederci.», mormorò Paolo accennando un sorriso timido.

«Prego, ci mancherebbe altro, e le auguro una buona giornata!», concluse cordiale il portinaio, ritirandosi nella sua guardiola.

Sull’ascensore d'epoca che saliva lento e silenzioso verso il quarto piano, Paolo aprì con mani tremanti la valigia pesante e tolse con cura estrema il regalo impacchettato che aveva preparato con tanto affetto e dedizione per fare una sorpresa a Claudio; si sistemò alla meglio i capelli lunghi davanti allo specchio della cabina di legno, sentendosi il cuore battere all'impazzata nel petto e le dita che gli tremavano vistosamente per l'agitazione.

Ben presto l’ascensore arrivò al piano stabilito; fortunatamente c'erano soltanto due appartamenti padronali in quel bellissimo e signorile palazzo storico del centro di Milano. Paolo camminò a passi felpati sul tappeto scuro del lungo corridoio e si arrestò di colpo davanti alla grande porta di legno massiccio, dove spiccava una lucida, fredda targa d’ottone con i due cognomi incisi uno accanto all'altro: De Vecchi - Germani.

Paolo vide le proprie dita tremare vistosamente per lo shock dell'emozione e del dubbio, mentre allungava faticosamente la mano e suonava il campanello alla porta, trattenendo il fiato.

Dei passi felpati risuonarono subito all'interno e una voce maschile disse ad alta voce dall'appartamento, rivolgendosi al personale: «Non si preoccupi affatto, Raymond, apro io…».

La porta si aprì di scatto e davanti agli occhi di Paolo apparve un giovane uomo sui trent’anni, bellissimo, caratterizzato da capelli lunghi e neri come la pece e occhi scuri e penetranti. Era elegantemente vestito con una camicia bianca stirata, un pullover di pregiato cachemire blu e pantaloni scuri da città, mentre teneva un telefono cordless nella mano destra.

«Desidera qualcosa, signore?», domandò cordiale lo sconosciuto, squadrandolo.

“Desidera… Desidera… Desidera…”, il termine rimbombò velocemente nella mente di Paolo, sentendosi mancare di colpo la terra sotto i piedi sul pianerottolo. Poi, non sa nemmeno lui come per via del panico, riuscì a stamparsi in viso un sorriso di pura circostanza: «Cerco l’appartamento del dottor Claudio De Vecchi».

«E lei chi è, se posso chiederglielo?», domandò l’altro gentilmente, ma con gli occhi neri fattisi leggermente sospettosi; non aveva mai visto prima di allora quel giovane ragazzo dall’accento chiaramente meridionale.

«Sono Paolo Mazzari, vengo da Roccavilla... il borgo del Sud dove c’è Villa Azzurra».

«Ah, certo! I ragazzi del mare di cui parla sempre Claudio! Ma prego, entri pure in casa e mi scusi, in questo momento sono al telefono con un cliente importante… Raymond...», chiamò poi l'uomo rivolgendosi al cameriere in livrea, «aiuta il signore con la valigia, per favore».

E il bellissimo uomo si allontanò a passi rapidi, continuando a parlare al cordless nella stanza attigua.

Paolo rimase letteralmente sbalordito, allibito dal lusso sfrenato e dalla sfarzosità della casa, e decise di far finta di nulla per non tradire l'emozione da provinciale. 

Il cameriere Raymond prese con garbo il cappotto del ragazzo e lo ripose con ordine nel grande guardaroba dell'ingresso; poi chiamò a voce bassa sua moglie Adelaide, la governante, dicendole di preparare subito un caffè caldo per il giovane signore, ospite del dottore.

Raymond lo fece accomodare cortesemente nel grande e sontuoso salotto. Mentre Paolo si guardava attorno smarrito, comprendendo di non essersi mai aspettato una simile sfarzosità ed eleganza, la domanda più ovvia, dolorosa e lacerante che continuava a rimbombargli in testa come un martello era chi fosse in realtà quel giovane uomo in casa di Claudio.

Poco dopo, l’uomo dai capelli neri ritornò nella stanza senza più il telefono cordless; sorrise a Paolo con cortesia, ordinò una tazzina di caffè anche per sé alla governante e si sedette di fronte al giovane sul divano di pelle scura.



All’improvviso, Paolo vide alla sua destra, sopra un tavolino basso di cristallo, una grande cornice d’argento lavorata che custodiva la fotografia nitida di Claudio e di quell’uomo dai capelli scuri, teneramente, intimamente abbracciati a bordo di una barca in mezzo a un mare tropicale. Sentì distintamente di stare per svenire sul posto, ma cercò con tutte le forze residue di darsi un contegno fiero e dignitoso.

«Che splendida, inaspettata sorpresa!», disse l’uomo dai capelli scuri rompendo il ghiaccio. «Claudio al suo rientro sarà davvero felicissimo di vederla qui… Oh, accidenti, che maleducato che sono, non mi sono nemmeno presentato ancora! Mi chiamo Francesco Germani, piacere».

La mano di Paolo, nello stringere quella calda dell'altro per il saluto, era quasi completamente congelata. Aveva dentro una voglia matta e disperata di scappare via di corsa, di correre verso la porta e premere il pulsante dell'ascensore: Francesco non apparteneva affatto a un passato lontano o sbiadito, come Claudio gli aveva mentito spudoratamente quella notte di fine estate sopra l’Arco dell’Amore, ma a un presente vivo, solido, un presente decisamente più gelido e tagliente dell’inverno di Milano.

«Come mai si trova da queste parti a Milano, Paolo?», domandò Francesco con un sorriso aperto, del tutto ignaro del dramma sottile che si stava consumando sul divano di pelle.

«Ho... ho accompagnato stamane in treno mio fratello minore Mauro in caserma per il suo primo, ufficiale giorno di servizio militare di leva.», rispose Paolo, stringendo i denti per non far tremare la voce.

«Ahia, che brutta e noiosa cosa la leva… E lei è passato da noi in centro solo per un rapido saluto?».

Seguì un lunghissimo, pesante istante di assoluto silenzio nel salotto raffinato.

«Sì, esatto, solo per un saluto veloce di cortesia. Stavo proprio andando a registrarmi in un albergo qui vicino, poi nel pomeriggio dovrò tassativamente incontrare un paio di zii che vivono qui al Nord e domani mattina farò subito definitivo ritorno a Roccavilla». 

Paolo vide distintamente che lo sguardo scuro di Francesco era caduto con curiosità sul pacchetto regalo che teneva ancora stretto tra le mani fredde. 

«Ah, ecco... a dire il vero ero passato principalmente per salutare Claudio e consegnargli questo pacco: è una cosa che avevano inavvertitamente dimenticato sua sorella Augusta e i bambini a Villa Azzurra quest'estate prima di ripartire. Magari, se gliela consegna lei di persona quando torna a casa, mi farebbe davvero un grande piacere».

«Non ne dubitare affatto, Paolo… Possiamo tranquillamente darci del tu, se ti va?», propose l'altro con assoluta cordialità.

Dio mio, Paolo sentiva che lo avrebbe ammazzato con le sue stesse mani quel poveretto che non sapeva assolutamente nulla della verità! Francesco non sapeva niente di lui e di Claudio, niente delle sere magiche a Roccavilla, niente di quei baci appassionati rubati sulla rupe dell’Arco dell'Amore. Tutti avevano mentito alle sue spalle.

«Certamente, diamoci del tu. Ma vedo che si sta facendo decisamente tardi e io dovrei proprio andare all'appuntamento.», disse Paolo facendo l'atto di alzarsi fermamente dal divano.

«Aspetta ancora un attimo, Paolo! Claudio sarà qui a momenti, è questione di minuti, il suo studio è vicino…».

«Credo che i miei zii mi stiano già aspettando sul viale...», rispose il ragazzo del Sud, fingendo di guardare con fretta l’orologio da polso; ma proprio in quel preciso momento il campanello di casa suonò nitido, acuto nell'ingresso dell'appartamento.

«Ecco, vedi? È proprio Claudio! È arrivato adesso, così lo potrai finalmente salutare dopo tanto tempo che non vi vedete.», esclamò felice Francesco.

Paolo avrebbe voluto avere la forza disperata di fuggire via persino saltando dalla finestra del quarto piano, ma Francesco era già corso all'ingresso ad aprire la porta di legno. 

Il giovane dai capelli neri abbracciò calorosamente Claudio sulla soglia, dandogli un bacio affettuoso sulla guancia per il rientro, mentre l'architetto biondo si girava a passi lenti verso il salotto, posando d'un tratto lo sguardo incredulo su Paolo.

Claudio era letteralmente sbiancato in volto, perdendo ogni colore; sentiva le gambe improvvisamente molli, vuote e prive di forza, mentre Francesco lo conduceva orgoglioso per mano davanti al ragazzo del Sud. Non poteva sapere, non poteva minimamente capire o concepire come Paolo si trovasse lì, in quel salotto di Milano, a metà gennaio.

«Paolo… Ma che… che incredibile sorpresa vederti qui», disse Claudio con un filo di voce tremante, visibilmente scosso e terrorizzato dall'incontro. «Scusate la mia voce rauca, ma fa davvero un gran freddo pungente fuori sulle strade».

«Ciao, Claudio. Perdonami se sono venuto fin qui nel vostro appartamento senza avvertire prima per telefono del mio arrivo, ma ho accompagnato Mauro in caserma per il militare e…».

«Oh, allora il mio papà è riuscito alla fine con le sue conoscenze! Vedrai che tuo fratello si troverà benissimo a prestare servizio a Milano…», lo interruppe bruscamente Claudio, provando a fare un passo avanti e ad abbracciarlo calorosamente come si fa con un vecchio, caro amico d'infanzia; ma tra le sue braccia l'architetto sentì distintamente una barriera rigida, gelida, un vero e proprio muro di cemento armato che lo rifiutava.

«Lo spero vivamente per lui, Claudio… Ecco, questo pacco è per tua sorella Augusta, lo aveva dimenticato a Villa Azzurra a settembre e ne ho approfittato per consegnartelo di persona, così eviti di cercarlo».

«Grazie, glielo farò avere sicuramente alla prima occasione, non ti preoccupare di nulla.», mormorò Claudio abbassando gli occhi verdi, incapace di sostenere lo sguardo azzurro e fiero del giovane maestro.

«Caro, Paolo purtroppo non può fermarsi a pranzo qui oggi con noi», intervenne prontamente Francesco, rivolgendosi a Claudio con un sorriso del tutto ingenuo e pulito. «Volevo a tutti i costi invitarlo a restare a tavola con noi due, così ci raccontava un po’ delle vostre belle vacanze estive al Sud mentre io ero bloccato all’estero per affari in questi ultimi due anni... Ma mi ha appena spiegato che deve tassativamente incontrare i suoi zii tra pochissimo per un impegno improrogabile».

«Oh, capisco perfettamente... mi dispiace davvero molto», disse Claudio a bassa voce, incrociando per un istante gli occhi azzurri tristi, fieri e duri come pietre di Paolo.

«Purtroppo la mia a Milano è una toccata e fuga obbligata. E purtroppo sono già in grande, grandissimo ritardo sull'orario dell'appuntamento. Devo andare subito».

«Ti... ti accompagno io giù in strada? O magari direttamente in macchina dai tuoi zii?», si offrì Claudio, cercando di salvare la faccia.

Ipocrita! Pensò Paolo stringendo i denti. Sapeva benissimo anche lui che non esisteva nessunissimo zio in quella fredda città del Nord, ma solo un cuore meridionale completamente spezzato in due dall'inganno; Paolo, però, non voleva affatto sentire né altre squallide bugie né storie inventate lì per lì per salvare le apparenze borghesi davanti al convivente.

«No, ti prego con tutto il cuore, non ti disturbare affatto per me», rispose Paolo, stupendosi lui stesso della fermezza, del distacco e della sicurezza assoluta della propria voce. «Fa davvero un freddo cane fuori sulle strade e avete il pranzo caldo che vi aspetta in tavola tra poco. Francesco», disse poi girandosi con garbo verso l’altro giovane uomo, che continuava a sorridere sereno del tutto ignaro di quel dramma silenzioso, «è stato un vero, sincero piacere averti conosciuto di persona. E speriamo davvero con tutto il cuore che tu possa venire giù con Claudio a Villa Azzurra quest'estate a trovarci».

«Lo spero tanto anche io, Paolo! Mi farebbe un immenso piacere vedere le vostre zone, non ci sono mai stato purtroppo! Allora arrivederci e buon viaggio di rientro!», rispose Francesco stringendogli la mano.

Un ultimo, forzato sorriso di pura circostanza e Paolo venne accompagnato lentamente alla porta d'ingresso dell'appartamento da Claudio. 

Sulla soglia del pianerottolo, Claudio allungò il braccio e gli porse la mano tremante; per un brevissimo, furioso istante Paolo avrebbe voluto con tutte le sue forze stampargli un pugno dritto in pieno viso per punire il tradimento, ma si impose la calma dell'orgoglio, sorrise amaro e gli porse fermamente la sua.

«Arrivederci, Claudio. Ricordati bene il pacco regalo per tua sorella Augusta... e buona fortuna per la tua vita… almeno a te…».

«Ciao, piccolo», sussurrò a bassa voce e con un groppo in gola Claudio, mentre Paolo apriva rapidamente con uno scatto la porta d’acciaio dell’ascensore del palazzo, sparendo per sempre dalla sua vista dietro le inferriate.

Claudio si era appena girato verso l'oscurità del corridoio interno, ma in quel preciso momento, sentendosi tragicamente solo con la propria coscienza sporca, diede un pugno violentissimo, secco, contro un mobile di legno massiccio dell'ingresso, facendo tremare i ninnoli. 

Sapeva perfettamente, con certezza millimetrica, cosa ci fosse dentro quel pacchetto regalo impacchettato con il cuore che Paolo teneva in mano, ma sapeva soprattutto il male immenso, gratuito e profondo che aveva appena fatto a quel ragazzo puro del Sud.

“Carogna... carogna... carogna!”, continuava a ripetersi mentalmente con feroce disprezzo e disgusto per se stesso, mentre Francesco si riavvicinava a lui da dietro, cingendogli i fianchi per stringerlo in un abbraccio affettuoso di benvenuto.

Intanto, Paolo chiuse la porta metallica dell'ascensore alle sue spalle, vi si appoggiò convulsamente con tutta la schiena nel vuoto della cabina che scendeva lenta verso il piano terra e uscito da quel bellissimo palazzo, scoppiò a piangere silenziosamente sul marciapiede di via Serbelloni.



Il borgo di Roccavilla era interamente, cupamente immerso in un'alba grigia, umida e nebbiosa. 

Da due interi giorni Paolo non riusciva ad alzarsi dal proprio letto nella stanza dei ragazzi, stroncato da una febbre altissima e spossante. 

Quando era fuggito sconvolto da quell'appartamento signorile di via Serbelloni, era arrivato alla Stazione Centrale unicamente a piedi, camminando da solo per ore in mezzo al gelo pungente della metropoli; due ore dopo, intirizzito dal freddo, era salito sul primo treno utile diretto al Sud, uno di quei vecchi, lenti convogli ferroviari di terza classe che effettuavano tutte le fermate della linea ferroviaria.

Era arrivato a destinazione a Roccavilla soltanto dopo un giorno e mezzo di viaggio estenuante e solitario, consumato tra continui cambi di binario e infinite attese nelle stazioni intermedie, finché, giunto finalmente stremato davanti alla porta di legno di casa, era svenuto di schianto sul pavimento del pianerottolo.

Suo padre Gerolamo e Manuela si spaventarono tantissimo nel trovarlo disteso lì in quelle drammatiche condizioni. Chiamarono d'urgenza il dottore condotto del paese, il quale fortunatamente diagnosticò soltanto una brutta bronchite acuta e un forte stato di disidratazione dovuta ai disagi del viaggio invernale. 

Quando si svegliò completamente due giorni dopo, riprendendosi dal torpore e dai deliri della malattia, Paolo aveva trovato la forza di raccontare tutta la dolorosa verità a suo padre e a Manuela. 

I due coniugi non sapevano assolutamente nulla del piano segreto e del patto d'ferro organizzato in salotto da Paolo e Mauro prima della partenza; se solo avessero minimamente sospettato che il ragazzo stesse andando a Milano a casa dei De Vecchi, lo avrebbero fermato immediatamente con la forza per proteggerlo dall'inganno.

Arrivò infine la primavera con i suoi profumi e Paolo sembrava finalmente guarito dal punto di vista fisico, ma quel dolore sordo continuava a tormentargli il cuore a ogni battito. 

Pensava spessissimo, costantemente a Carmine, comprendendo con lucidità il grande, immenso errore di valutazione che aveva commesso nei suoi confronti per via dell'orgoglio; andava ogni singolo giorno a colpi di pedale con la bicicletta fino alla rupe dell’Arco dell’Amore e, seduto immobile sulla roccia fiorita, aspettava in totale silenzio chissà che cosa… 

Un miracolo improvviso del destino, o che il profilo di qualcuno apparisse all’improvviso da dietro la curva del sentiero.

Un mese più tardi, a maggio, Mauro tornò finalmente a Roccavilla in licenza straordinaria dal servizio militare di Milano e a casa fu organizzata una festa grandissima per l'evento. 

Si spaventarono molto, però, quando nel corso del pomeriggio si accorsero che il piccolo Ninetto era improvvisamente sparito dal cortile senza lasciare tracce. 

Lo avevano cercato ovunque e con ansia in tutto il paese: nella piazza principale, vicino all’Arco di roccia, fin su alle mura del castello feudale della Proloco; alla fine Mauro lo aveva felicemente ritrovato seduto da solo sulla terra, con le lacrime agli occhi e le ginocchia al petto, proprio davanti ai cancelli di ferro chiusi di Villa Azzurra. 

Qualcuno nel borgo gli aveva accennato la mattina che la splendida dimora ottocentesca era di nuovo ufficialmente in vendita, e il bambino, nella sua ingenuità, aveva capito d'un colpo che non avrebbe mai più potuto rivedere Claudio né giocare con lui sul divano a costruire i modellini di case in miniatura.

Mauro lo riportò a casa a passi rapidi, tenendolo stretto al petto per consolarlo. Sulla soglia guardò Paolo dritto negli occhi azzurri e seppe immediatamente, dal silenzio, che cosa stesse pensando il fratello maggiore in quel preciso istante: Claudio con il suo egoismo era stato capace di fare del male gratuito persino a un bambino innocente.

«Non ci pensare nemmeno più a lui, Paolo», gli disse poi Mauro più tardi, rimasto da solo con lui a parlare in giardino all'ombra della tenda. «Quando sono tornato a Milano in caserma sono andato di persona a cercare Claudio nel suo studio e gli ho detto chiaramente in faccia tutto quello che pensavo sul conto suo e della sua ipocrisia... ma mi sono fermato dall'andare oltre non appena è arrivato Francesco nell'ingresso. Non volevo affatto fare altre vittime innocenti nella loro casa, né far soffrire un'altra persona buona e ignara come è successo a te per colpa sua».

«Grazie, Mauro... grazie di vero cuore per avermi difeso.», rispose Paolo con un filo di voce sottile, stringendogli la mano calda.

Poi il fratello lo fissò serio negli occhi: «Rispondimi a una cosa, Paolo: perché conservi ancora la foto di Carmine nascosta nel cassetto segreto della camera?».

«Hai guardato di nascosto tra le mie cose personali allora!», disse Paolo, fingendosi scherzosamente arrabbiato con il fratello minore per mascherare il turbamento.

«Dai, sciocco che non sei altro, non fare così con me! Cercavo solo una cosa mia e, aprendo un po' di cassetti di legno, ho trovato quella vecchia fotografia dell'autoscatto. Hai per caso saputo più nulla di Carmine in questi lunghi mesi da Roma? Ti ha scritto?».

«No, purtroppo niente... nessuna lettera e nessuna chiamata... e...», le lacrime calde ricominciarono a scendergli copiose lungo le guance pallide. Mauro lo guardava con un affetto immenso, solido, protettivo.

«Ho commesso un errore gigantesco e imperdonabile, Mauro», confessò Paolo asciugandosi il viso con il dorso della mano. «Avevo il cuore completamente confuso e spaventato dai fantasmi del passato. Avevo l’amore vero, puro e sincero proprio qui accanto a me, a Roccavilla, sui nostri scogli, e sono fuggito disperatamente dalla parte sbagliata, inseguendo un'illusione d'oro che non mi apparteneva».

«Non ci pensare più al passato, Paolo...», disse Mauro stringendolo forte a sé contro il petto robusto. «Non ci pensare più, fratellino mio, adesso tutto è passato».

Il giorno successivo, come faceva ormai quasi sempre per abitudine e necessità dell'anima, Paolo prese la sua vecchia bicicletta dal muretto e si avviò a colpi di pedale lungo il sentiero sterrato che conduceva verso la rupe dell’Arco dell’Amore. 

Nel frattempo, rimasto finalmente solo tra le mura di casa, Mauro andò dritto al telefono fisso della parete, compose con mano decisa il numero sulla tastiera e chiamò qualcuno a distanza nel silenzio della stanza.



Paolo arrivò sulla scogliera selvaggia quando il sole di maggio era ormai già alto e caldo nel cielo, ma la roccia monumentale dell’Arco era piacevolmente riparata dall'afa grazie all'ombra dei grandi costoni di pietra retrostanti. 

Lungo la strada, il giovane maestro aveva preparato con cura e pazienza un mazzo fiorito di boccioli selvatici bianchi e azzurri, trovati tra l'erba dei campi, e li aveva legati stretti con un semplice filo d’erba fresca. 

Era sempre stata quella, fin dal dopoguerra, la tradizione sacra e inviolabile del borgo di Roccavilla: gli innamorati lanciavano i mazzi da lassù, nel punto esatto del sacrificio dei due giovani, e il mare in cambio regalava loro l'amore eterno contro le tempeste del mondo.

Intanto che si trovava del tutto da solo al centro esatto dell’arco di roccia, sospeso tra il cielo e la risacca, Paolo disse ad alta voce con le lacrime agli occhi, guardando fisso la linea azzurra dell'orizzonte:

«Ti prego, mare, fallo tornare da me... Perdonami se il mio cuore, all'inizio, era spaventato e non aveva capito nulla dell'amore. Sento la tua sinfonia adesso, caro mare mio... è tutto quello che mi è rimasto di lui, di noi due insieme sulla sabbia. Se la tua musica divina può davvero far tornare chi se n’è andato via lontano, ti prego con tutto il cuore... esaudisci questo mio disperato desiderio».

E dicendo quelle parole, Paolo gettò con speranza il mazzo di fiori selvatici di sotto, nel vuoto del mare. Insieme al suo, però, con immenso stupore, Paolo vide precipitare tra le onde schiumose, a pochissima distanza di volo, un altro mazzo di fiori del tutto identico al suo.

Il cuore gli balzò violentemente in gola e Paolo si girò di scatto su se stesso, con il fiato sospeso: Carmine era lì, in piedi sul sentiero di terra, proprio davanti a lui con gli occhi lucidi.

L’abbraccio tra i due ragazzi sulla rupe fu immediato, travolgente, fortissimo e stretto. I corpi si cercarono con disperata fame di tenerezza, e mentre si stringevano forte sulla roccia fiorita, scacciando via per sempre tutto il freddo dell'inverno di Milano e le paure del passato, il mare aperto sotto di loro aprì la sua musica divina, facendo risuonare alta, potente e solenne nel vento: “La Sinfonia del Mare”.

Giampaolo Daccò Scaglione 

(Sant'Angelo Lodigiano, Giugno1974/Milano, Settembre 2026)