venerdì 9 ottobre 2026

"I GIORNI DELL' AMORE"


PROLOGO:

"Non tutti mettono a nudo la propria anima, il proprio cuore. Non tutti coraggiosamente riescono a raccontare un loro segreto, un loro sogno, una loro avventura o un loro amore, ricambiato o no che sia. 

Questa è una storia vera successa molti anni fa, come sempre e giustamente per rispetto sono stati cambiati i nomi dei veri protagonisti di allora e qualche piccolo dettaglio che potrebbe far riconoscere chi magari, avrebbe voluto tenersela nel cuore. 

Ho voluto inserire il mio nome a quello vero del protagonista, come se avessi vissuto io quella meravigliosa avventura, è un po' come fosse un "regalo" per lui, per la sua indimenticabile estate.

Era un giovane con capelli lunghissimi, sportivo, curioso in cerca di sole e mare ed improvvisamente si ritrovò immerso in un'avventura che non avrebbe dimenticato mai più. 

Un altra storia piena di sentimenti, messa tra i ricordi più piacevoli della vita insieme ad amici indimenticabili portati nel cuore, per sempre."


"I GIORNI DELL' AMORE"


L’arrivo sul golfo

Antonio, Carmine, Gennaro e Pasquale mi avevano invitato con un'insistenza quasi fraterna a passare qualche settimana da loro, in una splendida e accogliente cittadina affacciata sul mare azzurro, a pochi chilometri dal caos colorato e pulsante di Napoli. 

Lavoravano da ormai due anni a Milano, la mia città, e in quel tempo sospeso eravamo diventati amici intimi in un modo profondo, raro, di quelli che non capitano certo spesso nella vita. 

Io ero stato l’unico, all'interno della fabbrica, ad accoglierli fin dal primo giorno a braccia aperte, senza i pregiudizi di sorta o quella fredda diffidenza che molti settentrionali nutrivano ancora verso le persone provenienti dal meridione.

Loro avevano sentito immediatamente la purezza del mio affetto; le loro famiglie giù al sud, ascoltando i racconti dettagliati dei ragazzi nelle lunghe telefonate della domenica, si erano affezionate a me in modo incredibile, ancora prima di potermi incontrare o conoscere di persona.

Partii nel cuore della notte, mentre Milano dormiva sotto una coltre di nuvole scure. 

Avevo chiesto e ottenuto faticosamente quindici giorni di ferie dal mio impiego saltuario, ma quel viaggio per me significava molto di più. 

Mio padre era purtroppo ricoverato da due lunghi mesi in ospedale per sottoporsi a delle delicate cure mediche, e la ferita per la perdita recente di mio fratello pesava ancora come un macigno invisibile sulla mia anima. 

Sapevo di non avere alcuna colpa nel prendermi quella breve pausa, ma mi portavo comunque un peso enorme e schiacciante nel cuore. 

Il dolore interiore era una ferita aperta, e sentivo dentro di me che laggiù, in quella casa meridionale che immaginavo piena di voci allegre, calore umano e vita, avrei finalmente trovato un po’ di pace e di bene. 

Quando il treno superò la stazione di Terracina, proprio alle prime luci dell'alba, la luna calante era ancora visibile, sospesa sopra la linea argentea del mare. Sembrava quasi volermi scortare, accompagnandomi verso una nuova rinascita.

Trovai una vera e propria fila di amici ad aspettarmi fuori dalla stazione, con i volti radiosi. 

«Paolo! Finalmente sei arrivato!», urlò Gennaro non appena mi vide scendere sulla banchina della stazione ferroviaria, sventolando le braccia verso il cielo estivo.

Mi fecero salire in auto e mi portarono fino alla loro proprietà di famiglia: un cortile grande, assolato, circondato da piante rampicanti, su cui sorgevano due palazzine simmetriche di tre piani ciascuna. 

Una era abitata interamente dai fratelli con le loro giovani famiglie; l’altra era la dimora storica del vecchio padre e delle sorelle. 

Alcuni di loro lavoravano ancora con fatica la propria terra nei campi vicini, mentre altri erano già ufficialmente in ferie per l'estate. 

Non appena incrociai i loro sguardi e vidi quel cortile, fui travolto da una sensazione strana e bellissima: mi sembrò di conoscerli da sempre, come se fossi tornato a casa dopo un lungo esilio.

Il vecchio padre, un uomo imponente dal volto solcato dalle rughe e dagli occhi colmi di una saggezza antica, mi si fece incontro a braccia aperte. Mi abbracciò forte, stringendomi al petto con vigore e facendomi quasi mancare il respiro.

«Benvenuto a casa, Pavolo!», disse con quella sua cadenza dialettale calda e inconfondibile che mi sciolse ogni residua tensione. Poi, stringendomi la mano, mi guardò dritto negli occhi: «I miei ragazzi mi hanno raccontato tutto di te. Questa da oggi è la tua casa. Trattatelo bene, guagliù!».

Gennaro, muovendosi con una generosità spontanea, prese le mie valigie: «Vieni, Pavolo oops Paolo ahahah, ti do la chiave della mia stanza personale. Ti sistemi lì per tutto il tempo, non voglio sentire storie!».

E fu così, tra il profumo del caffè e il rumore del mare in lontananza, che ebbe ufficialmente inizio la mia indimenticabile estate sul golfo, ed il mio nome per alcuni di loro divenne Pavolo.



Il carnaio e la notte dei due sguardi

Nei giorni seguenti, in attesa che anche gli altri tre fratelli andassero finalmente in ferie — le prime ferie vere della loro vita, ripetevano ridendo, ottenute solo grazie alla scusa della mia visita — l'intera famiglia si mobilitò per non lasciarmi solo un singolo secondo. 

Mi portarono ovunque, fieri di mostrare il loro ospite milanese. Mi fecero conoscere mogli, figli piccoli, cugini di ogni grado, zii anziani: un intreccio infinito di persone distribuite in cinque cittadine vicine, tutte a pochi chilometri di distanza l’una dall’altra. 

Nonostante il carnaio perenne di voci alte, risate fragorose e bambini che correvano ovunque, con il profilo imponente del Vesuvio che spuntava lontano all'orizzonte, mi sembrava di essere entrato a far parte di un unico, gigantesco organismo vivente. 

Una grande famiglia che mi proteggeva dal freddo che avevo lasciato al nord.

Le tre sorelle, di cui una già sposata e madre di una splendida bambina, vivevano stabilmente nella palazzina del vecchio padre. In quei primi pomeriggi infuocati dall'afa, le stanze del piano terra erano perennemente invase dal profumo acre e dolce dei pomodori freschi. 

Passavano le intere giornate davanti ai grandi pentoloni sul fuoco, a riempire file interminabili di bottiglie di vetro con il sugo fatto in casa per l'inverno.

«Vieni qua, Paolo! Mettiti seduto con noi», mi gridò una di loro una mattina, asciugandosi la fronte con il grembiule. «Oggi ti insegniamo noi a preparare un vero pranzo napoletano da leccarsi i baffi, visto che su al nord non sapete mangiare!».

Ridevano di gusto, mi prendevano costantemente in giro per il mio accento, mi riempivano il piatto a ogni ora e mi trattavano con una dolcezza materna, come fossi un figlio tornato da lontano.

Una sera d'agosto, la tavolata nel cortile si fece ancora più grande del solito. Il vino scorreva fresco e l'aria della notte era resa dolce dalla brezza del mare. 

Il vecchio padre, acceso da un'improvvisa allegria, mi picchiettò la spalla: «Pavolo, tu che hai studiato l'arte e la musica, la conosci questa?». E intonò a mezza voce, con una passione teatrale, le prime note di un classico napoletano: “Io te vurria vasa’…”.

Mi unii subito a lui, cantando a memoria, e nel giro di un secondo i figli, le mogli e gli amici seduti attorno si unirono in un coro unico, potente, che risuonò tra le pareti delle due palazzine. 

Fu proprio nel bel mezzo di quell'atmosfera complice e festosa che il portone di ferro del cortile si aprì, e fecero il loro ingresso Cecco insieme a sua nipote.

Poco dopo, a passo lento, arrivarono anche la fidanzata di Gennaro accompagnata da sua cugina, una ragazza di soli diciotto anni dai capelli scuri e dagli occhi mobilissimi. 

Non appena presero posto alla tavola, sentii quasi fisicamente il peso dei loro sguardi convergere su di me. La ragazza si sedette proprio sulla sedia accanto alla mia, muovendosi con una grazia timida ma decisa, e così fece sua cugina posizionandosi subito dietro con Cecco.

«Siamo in tanti qui stasera, vero Paolo?», mi sussurrò a un tratto la ragazza, avvicinandosi di qualche centimetro con la scusa di versarsi l'acqua. Mi guardava dritto in faccia, sorridendo in un modo aperto, luminoso, che mi metteva in imbarazzo.

Dall'altro lato, Cecco si sporse in avanti, riducendo lo spazio tra i nostri corpi: «Eh sì, siamo davvero in tanti intorno a questo tavolo, bisogna stare stretti per far posto a tutti», esclamò con un sorriso enigmatico, tenendo le sue braccia troppo attaccate alle mie, premendo con un'insistenza che andava oltre la semplice casualità del momento.

Mi ritrovai stretto nel mezzo di quelle due attenzioni così diverse, incrociate, che premevano sulla mia pelle sotto la luce del lampadario di cristallo sopra di noi. 

Non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte. Rimasi a lungo sveglio nel letto di Gennaro, nel silenzio della stanza, profondamente turbato e scosso da entrambe quelle presenze, con il cuore che faticava a trovare un ritmo regolare.

La mattina dopo mi svegliai prestissimo, quando la casa era ancora interamente immersa nel silenzio e le prime luci dell'alba iniziavano a colorare il cielo sopra il golfo. 

Uscii a piedi nudi, respirando l'aria fresca e umida della prima mattina, e mi sedetti sui gradini di pietra calcarea della palazzina, proprio sotto una pianta di bouganville fiammante che si arrampicava sul muro. 

Incrociai le dita delle mani sulle ginocchia, aspettando che gli altri si svegliassero per iniziare la giornata. 

Guardavo il mare calmo in lontananza, la luce rosa che cambiava i contorni delle montagne, e pensavo tra me con un misto di eccitazione e sottile timore: “È iniziata la mia avventura al sud. Ma come sarà? Cosa mi aspetta davvero oltre quella porta?”



La colazione e il verdetto delle carte

Carmine e Anna erano in assoluto i più affezionati a me all'interno di quel grande nucleo familiare. 

Insieme a loro, e a tutti gli altri ragazzi del cortile, eravamo perennemente in movimento in un'esplorazione festosa della costa: mi fecero conoscere la madre di Anna, le sorelle minori, gli zii e una fitta rete di parenti distribuiti in cinque cittadine vicine, tutte arroccate a pochi chilometri l’una dall’altra sul profilo del golfo. 

Anna si era fidanzata ufficialmente con Carmine quando aveva soltanto dodici anni, mentre lui ne aveva diciannove. Stavano insieme da ben sei anni, amandosi con una naturalezza solida. 

Io, da milanese abituato ai ritmi distaccati della metropoli, non riuscivo a comprendere appieno tutta quella fretta di legarsi, ma laggiù era la regola, la normalità più dolce: si cresceva tutti insieme nel medesimo cortile, ci si fidanzava presto sotto gli occhi protettivi dei vecchi e si costruiva la propria vita un mattone alla volta, senza aspettare troppo o fare calcoli astratti sul futuro.

Un mattino dorato venimmo invitati tutti quanti a fare colazione a casa della madre di Anna. 

Il tavolo in giardino era apparecchiato con cura, all'ombra dei limoni, tra il profumo del caffè appena uscito dalla moka e i cornetti freschi. 

Intorno a quel tavolo sedeva anche Antonia, la ragazza di diciotto anni che si era letteralmente innamorata di me ancora prima che arrivassi, osservando i dettagli delle mie fotografie che Carmine le aveva mostrato a Milano. 

Mentre la madre di Anna sistemava i panni umidi sui fili della biancheria nel cortile con l’aiuto premuroso di Carmine, Antonia prese posto sullo sgabello accanto al mio e non mi mollò un solo secondo, cercandomi costantemente con lo sguardo.

«Paolo, ma lo capisci o no?», mi disse a un tratto a mezza voce, gesticolando con le mani per dare enfasi alle sue parole, mentre mi offriva una ciotola di fragole fresche. 

«Io mi sento già vecchia. Qua da noi, se una ragazza arriva a diciotto anni e non ha ancora un fidanzato serio o un matrimonio in vista, comincia a fare tardi. Se supero i vent’anni senza una promessa, non mi vorrà più nessuno, diventerò una zitella per tutto il paese! Mia sorella ha ventun'anni e ha già tre figli, l'ultimo ha sei mesi. Mi capisci?».

La guardai dritto negli occhi attraverso le lenti dei miei occhiali, abbozzando un sorriso incredulo. Pensai nel profondo del cuore che stesse esagerando per fare scena o per colpirmi, ma guardando la serietà dei suoi tratti mediterranei capii all'istante che parlava maledettamente sul serio, mossa da una paura ancestrale e autentica.

Nei giorni seguenti, l'intera tribù si organizzò per la grande spedizione al mare. Con una carovana rumorosa di ben cinque automobili stipate fino all'inverosimile, partimmo alla volta della spiaggia. 

Caricammo ombrelloni massicci, borse frigo capienti e scorte di cibo che sarebbero bastate per dieci giorni di campeggio: bambini che urlavano di gioia, zii che discutevano di calcio, cugine che cantavano... un vero e proprio esercito allegro e disarmato. 

Dal mattino alla sera eravamo in spiaggia a goderci il sole. I ragazzi avevano unito saldamente quattro grandi ombrelloni piantati nella sabbia, creando una specie di grande capanna ombreggiata e fresca dove ci rifugiavamo tutti insieme per mangiare la parmigiana di melanzane e bere il vino.

Quando mi tolsi la camicia di lino ed estrassi il costume per entrare in acqua, il tempo sembrò fermarsi un secondo sul bagnasciuga. Si girarono praticamente tutti i bagnanti della spiaggia. 

Il mio fisico atletico da sportivo, slanciato e curato negli allenamenti a Milano, fece un colpo pazzesco su molti, e fu proprio sotto l'ombra di quella capanna di tela che Antonia decise di dichiararsi apertamente, senza più alcuna timidezza.

«Sei bellissimo, Paolo... non ho mai visto uno come te da queste parti. Ti voglio bene da quando ti ho visto in fotografia la prima volta.», mi sussurrò dritto in faccia davanti agli altri, con gli occhi che le brillavano di una luce intensa.

Ma il vero colpo al cuore arrivò nel pomeriggio, grazie alla complicità involontaria di un nipotino di sei anni che mi seguiva ovunque come un'ombra. 

Il bambino si arrampicò sulle mie ginocchia e, avvicinando la bocca al mio orecchio, mi parlò in un sussurro fitto nel suo dialetto stretto: «Paolo, Paolo... devi sapere una cosa segreta! Prima le ragazze si sono messe in cerchio dietro lo scoglio e hanno fatto le carte su di te!».

Sbarrai gli occhi, incuriosito: «E che cosa hanno detto le carte, piccolino?».

«Antonia ha chiesto alla vecchia zia se tu ti saresti innamorato di lei e se l'avresti portata a vivere a Milano.», continuò il bambino con gli occhi spalancati per l'importanza del segreto. 

«Ma le carte hanno risposto in modo strano... Hanno parlato chiaro di un dolore grande, grande, per la malattia di una persona della tua famiglia. Poi ha detto che hai una persona che ti ama per sempre a Milano, Antonia all'inizio si è arrabbiata e si è ingelosita perché non le avevi detto nulla, ma la zia che leggeva le carte l'ha bloccata e le ha spiegato una finta  verità, dicendole: "No, non è una fidanzata... questo è il papà di Paolo che è volato in cielo come un angelo"».

Sentii un tuffo al cuore e un brivido gelato colpirmi la schiena in mezzo al caldo della spiaggia, ma il ragazzino mi strizzò l'occhio come se sapesse la verità. 

Prima che le ragazze potessero aggiungere altro o uscire dal loro nascondiglio, Antonia sbucò correndo da dietro la capanna di ombrelloni. 

Aveva il volto rigato dalle lacrime, mossa da un impulso di pura compassione e amore; mi corse incontro e mi abbracciò stretto davanti a tutta, stringendomi il collo con le braccia bagnate di salsedine.

«Mi dispiace tanto, Paolo... non sapevo del tuo dolore!», gridò tra i singhiozzi, cercando il mio viso.

Non la respinsi, stringendola a mia volta per rassicurarla, ma mossi delicatamente il volto di lato per evitare il suo bacio sulla bocca, cercando di mantenere il controllo in mezzo a quel tumulto. 

Girandomi di sbieco verso la riva del mare, mentre l'abbraccio di Antonia mi stringeva ancora, vidi le sagome di Cecco e degli altri amici immobili nell'acqua bassa, con le braccia conserte, che ci fissavano in silenzio con espressioni indecifrabili, mentre le onde continuavano a infrangersi sul bagnasciuga.



Nisida, Ischia e la notte delle stelle

I quindici giorni di ferie iniziali che avevo chiesto a Milano erano ormai passati da un pezzo, volati via come un soffio di vento estivo, ma il vecchio patriarca della famiglia non volle assolutamente sentire ragioni sul mio rientro. 

Mi prese da parte nel cortile, mi mise una mano sulla spalla e mi disse con voce ferma che dovevo restare ancora, che ormai facevo parte della casa. 

Mi confessò persino, con un sorriso d'altri tempi, che secondo lui la sua figlia maggiore sarebbe stata una moglie perfetta per me, una donna capace di darmi stabilità. 

Lei, tuttavia, muovendosi con una discrezione squisita, una sera mi prese da parte nell'ombra del porticato e mi confidò un segreto a mezza voce:

«Paolo, io ho capito subito chi sei davvero nel profondo, non ti preoccupare», mi disse guardandomi con occhi dolci e sinceri. 

«Mio padre sogna un matrimonio speciale, ma non sa che io ho un fidanzato che... non voglio affatto. Anzi, se devo dirti la verità, io preferirei farmi suora piuttosto che sposare un uomo che non amo. 

Quando mia madre morì io avevo solo dieci anni, ero la terza dei figli, ma la prima femmina della casa. Ho dovuto rimboccarmi le maniche e accudire da sola mio padre e i miei sette fratelli, compresa la più piccola che aveva appena un anno di vita. So cosa significa sacrificarsi e nascondere i propri desideri».

Tra noi due nacque all'istante una complicità pulita, silenziosa e bellissima. Lei era molto amica di sua cugina Marianna, la fidanzata di Cecco, e quando si accorse che cominciavo a essere visibilmente stanco e logorato da quel carnaio perenne di paesi da visitare, pranzi interminabili, cene affollate e parenti che volevano conoscermi, decise che mi avrebbe “difeso” a modo suo. 

Lei e Marianna elaborarono un piano perfetto, una scusa per farmi respirare: decisero che io e Cecco saremmo andati da soli a vedere Ischia. Nel cortile gli altri fratelli iniziarono subito a borbottare contrariati, ma il vecchio padre — che ormai mi considerava a tutti gli effetti un figlio — zittì tutti quanti con un gesto della mano:

«Ma lasciatelo stare! Vai, Pavolo, vai con Cecco e divertitevi!», esclamò con la sua solita generosità.

Io, dentro di me, avevo capito perfettamente l’intero meccanismo: Cecco aveva dato l’input segreto alla sua fidanzata Marianna affinché organizzasse quella fuga a due per portarmi via dal gruppo.

La giornata trascorsa a Nisida, con il profilo azzurro di Ischia adagiato proprio di fronte a noi sul mare, fu splendida, baciata da un sole caldissimo. 

Cecco si rivelò un compagno incredibile: abbiamo fatto lunghi bagni nel mare calmo, mangiato pesce fresco in un ristorantino sul molo e preso il sole sulla sabbia dorata per ore. 

Le ragazze rimaste a casa, vollero poi andare a fare un giro al mercato del paese e successivamente a messa: facevano parte di un gruppo molto attivo della chiesa locale e non avevano alcuna intenzione di sposare i rispettivi fidanzati storici tra cui Cecco, ma ormai per le regole del paese erano “in parole”, legate a una promessa difficile da infrangere.

Fu proprio lì, lungo quella spiaggia solitaria, che Cecco decise di smettere di nascondersi dietro alle scuse, anche se continuava a non essere esplicito a parole. 

Camminammo a lungo sul bagnasciuga, lasciando che le onde ci bagnassero i piedi, per poi arrampicarci sugli scogli piatti battuti dal sole. Quando ci tuffammo insieme nell'acqua profonda e trasparente, lontano dagli sguardi della riva, accadde tutto in un millesimo di secondo. 

Cecco si allungò verso di me, mi abbracciò stretto con le braccia che sapevano di sale e sprofondammo insieme sotto la superficie dell’acqua, avvolti dal silenzio del mare. Il bacio arrivò caldo, improvviso, intenso, nel blu subacqueo. 

Per un momento impercettibile non mi staccai, lasciandomi trascinare da quel calore, poi ripresi il controllo e lo spinsi via con delicatezza, riemergendo per respirare. 

Lui uscì dall’acqua subito dopo di me, mi corse dietro sulla sabbia calda per qualche metro, mi afferrò delicatamente per il polso per fermarmi e mi guardò negli occhi con il fiato corto:

«Scusami, Paolo... scusami, non ho resistito», disse con un filo di voce roca.

Ma quel momento sospeso non era affatto destinato a finire lì.

La sera stessa eravamo tutti quanti invitati a cena a casa di Mattia. L'atmosfera era festosa: dovevano presentarmi ufficialmente il fratello maggiore, la sua fidanzata e la sorella minore della famiglia. 

Cecco era seduto a tavola proprio di fronte a me, a pochi centimetri di distanza. Io ero letteralmente sulle spine, teso come una corda di violino, con la mente che continuava a viaggiare sotto il mare di Nisida. Non riuscendo a reggere il peso di quella situazione, mi alzai con una scusa ed uscii da solo sul balcone della casa per respirare l'aria fresca della notte. 

Il panorama era mozzafiato: le stelle brillavano immense sopra il profilo scuro del Vesuvio e nel cielo terso d'agosto. A un tratto, avvertii dei passi leggeri alle mie spalle. 

Era Pasquale.

Si avvicinò alla balaustra, mi guardò di sbieco sotto la luce della luna e mi rivolse un sorriso comprensivo, mettendomi un braccio attorno al collo in segno di affetto fraterno:

«Qualcosa non va, Paolo?», mi disse a bassa voce, guardando le luci del golfo. Poi, stringendomi appena, aggiunse guardandomi in modo strano: «Vedrai che troverai una soluzione a tutto questo groviglio. Stai sereno».

Rimasi completamente basito, immobile, senza sapere cosa rispondere: avevo capito che lui sapeva o aveva intuito ogni cosa.

Quella notte infinita si concluse con me disteso nel letto di Gennaro, con gli occhi spalancati a guardare le stelle che brillavano fuori dal vetro della finestra aperta. 

La mia mente era un campo di battaglia diviso a metà: c’era il calore improvviso di Cecco laggiù al sud, ma c’era anche il pensiero solido di Sergio che mi aspettava a Milano, unito alla preoccupazione costante per mio padre in ospedale e al dolore per mio fratello. 

A un tratto, sentii un rumore leggero alla porta. Gennaro — che per far stare comodo me aveva deciso di andare a dormire nella stanza del vecchio padre, lasciandomi il suo spazio personale — entrò a passi felpati nella penombra. 

Si avvicinò al bordo del letto, mi guardò in viso con un'espressione profondamente preoccupata e protettiva, e pronunciò solo poche parole prima di richiudere la porta:

«Buonanotte, fratellino mio. Non ci pensare a tutte queste cose. Riposati».

Non ho mai capito con assoluta certezza a cosa si riferisse di preciso in quel momento, se sapesse del bacio o se parlasse dei miei affanni familiari del nord. Mi addormentai così, cullato dal silenzio della notte meridionale e dal rumore lontano del mare.



La notte della scelta e della luna sul golfo

Un intero mese era ormai passato da quando avevo messo piede in quel cortile baciato dal sole. 

Tra la magnificenza reale della Reggia di Caserta, la pizza più buona del mondo gustata nelle sere fresche a Caserta Vecchia, la traversata a cavallo tra i sentieri selvaggi e i boschi dei monti del Matese, e poi Pozzuoli, le spiagge, le infinite cene all'aperto e le risate: quei ragazzi mi avevano fatto vivere settimane di un'intensità indescrivibile, strappandomi al buio del nord. 

Ogni tanto, una delle sorelle dei miei amici mi abbracciava forte in silenzio, senza chiedere nulla: sapevano bene che a Milano avevo mio padre ricoverato in ospedale e che mio fratello purtroppo non c’era più, volato via troppo presto.

Antonia, dopo aver trascorso una breve vacanza estiva insieme ai suoi genitori, era finalmente tornata in paese, e riprendemmo subito le nostre vecchie abitudini in spiaggia: la mattina la passavo con le ragazze sotto la capanna di ombrelloni, il pomeriggio mi tuffavo in mare con i maschi, e la sera ci univamo tutti quanti a cantare e cenare nei cortili illuminati o nelle case dei tantissimi parenti.

Un pomeriggio, Pasquale mi prese sottobraccio e mi portò con sé con una scusa all'interno di una cartoleria e tabaccheria del centro. 

Fu lì, tra gli scaffali di legno, che capii improvvisamente tutto: i due giovani proprietari del locale erano due ragazzi gay, visibilmente infatuati di Pasquale, che era un uomo bellissimo, fiero del suo fascino proprio come lo erano sua moglie e i suoi figli. 

Eravamo soli davanti al bancone. Pasquale fece apposta a dirmi ad alta voce che doveva assolutamente spedire delle cartoline a Milano e, voltandosi verso di me, mi strizzò l'occhio con complicità. Uno dei due titolari si avvicinò subito, sistemandosi la camicia:

«Signor Pasquale, desidera qualcosa in particolare oggi?», disse guardandolo in un modo intenso che lo fece quasi arrossire.

L’altro ragazzo del negozio ci raggiunse subito dopo, spostando lo sguardo su di me: era rimasto completamente colpito dai miei capelli biondo cenere lunghi, dai miei occhi chiari e dalle mie gambe scoperte dai pantaloncini.

«Voi abitate a Milano?», mi chiese con un sorriso timido, appoggiando le mani sul bancone.

«Sì, vivo a Milano.», risposi io sorridendo, poi ci scambiammo cordialmente qualche parola, evidentemente Pasquale aveva voluto giocare un po' sul simpatico equivoco, mi domandai perché lo aveva fatto. 

Quando uscimmo sulla strada, Pasquale si voltò e li salutò con un gesti simpatico un poco teatrale ed ironico: «Ciao belli!». E loro, dietro il vetro, sorrisero salutandoci con le mani.

Una volta saliti in auto, rimasi in totale silenzio a guardare la strada. Pasquale mi guardò di sbieco di fianco al volante e scoppiò a ridere di gusto:

«Ma che hai, Paolo?», disse divertito. «Li ho fatti ingelosire per bene, era da molto tempo che in un certo senso i due ragazzi mi facevano il filo, ora chissà cosa penseranno di noi due!».

Mi offesi leggermente, stringendo le braccia al petto: «Ma come, prendi in giro i gay?».

Pasquale frenò bruscamente l'auto sul ciglio della strada, spense il motore e si voltò interamente verso di me. Allungò la mano e mi mise delicatamente le dita sotto il mento, sollevandomi il viso per guardarmi dritto negli occhi:

«Paolino, tu sei bellissimo, hai una luce rara», disse con una serietà e una dolcezza che mi spiazzarono. «Ma devi stare molto attento a quello che fai quaggiù. Sei un ragazzo troppo buono, troppo dolce e vulnerabile per questa terra, spero tu capisca». 

No io non avevo proprio capito a cosa alludesse. Si chinò in avanti e mi baciò teneramente la fronte. 

«Io non sono gay, lo sai, ma ti ho adorato dal primo giorno, sei un ragazzo speciale. Voglio solo proteggerti, difenderti da chi può farti del male, proprio come tu a Milano hai protetto me da quella brutta situazione in fabbrica». 

Ingranò la marcia e mi prese la mano, stringendola sopra il cambio: «Dai, cambiamo le marce insieme come i veri piloti. Stasera saremo tutti a cena a casa mia. Mia moglie ti ama, ha preparato una festa, e io sono già geloso della mia tavolata!». E scoppiammo a ridere insieme, cancellando ogni ombra.

Quella sera stessa, l'aria della notte era calda e la luna piena illuminava il cortile. Al tavolo c'erano anche Cecco e Antonia. Verso la fine della serata, eravamo usciti dal ristorante per prendere un po' di fresco, mentre gli altri parenti erano ancora dentro a discutere. 

Antonia fu incredibilmente carina nei miei modi, ma Cecco, rimasto un passo indietro nell'ombra, sembrava accigliato, teso, consumato da una gelosia silenziosa. 

Ebbi quasi paura di quel triangolo elettrico. Mi voltai verso la ragazza, cercando di essere il più sincero e delicato possibile:

«Antonia, ascoltami... tu sei una ragazza splendida, bellissima con un cuore d'oro», le dissi tenendole le mani. «Ma io ho ben tredici anni più di te. Ho sofferto molto nell'ultimo periodo a Milano, ho il cuore pesante e non sono ancora pronto a darti l'amore e la vita che meriti e che vuoi».

Antonia avvertì quelle parole come una carezza triste. Aveva le lacrime agli occhi che le brillavano sotto la luna, ma mi rivolse un sorriso dolcissimo:

«Voi uomini del nord siete proprio diversi dai nostri...», sussurrò con un filo di voce. «Siete più gentili, più rispettosi con le donne». Poi spostò lo sguardo verso Cecco, che ci fissava con le braccia conserte e la fronte aggrottata.

«Non siamo tutti così, credimi.», risposi io per smorzare la tensione. «Hai trovato me, forse è stato solo il caso».

Lei si sporse, mi baciò dolcemente sulla guancia ed accennò un passo indietro: «Ora vado dentro, mi aspetta Marianna».

Rimasti soli, io e Cecco camminammo in silenzio per un po' lungo il sentiero piastrellato che costeggiava il retro del cortile. Non mi ero accorto che Pasquale ci stava seguendo a distanza tra le ombre, avendo inventato una scusa con gli altri a tavola per non perdermi di vista. 

Arrivammo vicini a un angolo isolato e buio. Cecco si bloccò, mi afferrò la mano con forza e mi guardò con una disperazione totale negli occhi:

«Paolo, io sono pronto a lasciare ogni cosa quaggiù», disse con il fiato corto. «Sono pronto a mollare tutto, a rompere la promessa e a venire a vivere con te a Milano».

Io scossi la testa, stringendogli le dita: «Fai male, Cecco. Non devi farlo».

Lui si avvicinò ancora di più, riducendo lo spazio: «Ci sei tu a Milano, e se sto con te niente mi può fare male».

Si chinò e mi baciò sulla bocca con un calore improvviso e disperato. Ma proprio in quel millesimo di secondo, vidi con la coda dell'occhio la sagoma di Marianna che si stava avvicinando lungo il sentiero. Mi staccai bruscamente da lui, con il cuore in gola: «Fermati... arriva la tua ragazza».

Cecco si voltò di scatto, ricomponendosi nell'ombra. Marianna comparve sotto la luce del lampione, guardandoci con totale ingenuità:

«Cecco, amore mio... ma siete qui?», disse sorridendo. «Vi stavamo cercando tutti dentro per il brindisi!».

Lui le andò incontro per scortarla, lasciandomi indietro. Nel buio pesto del vicolo, sentii improvvisamente una mano calda e decisa posarsi sulla mia spalla. 

Mi voltai di scatto: era Pasquale. Mi prese per il braccio e, senza dire una sola parola, mi trascinò via rapidamente attraverso una viuzza secondaria che finiva dritta nel retro delle cucine del ristorante.

«Paolo, hai fatto la scelta giusta... la sola scelta possibile.», mi sussurrò Pasquale nell'oscurità, stringendomi il collo con il braccio in segno di protezione totale. «Ora ci sono io qua con te, non pensare a nulla».

Cecco si era girato un secondo dopo verso il sentiero per cercarmi con gli occhi, ma io non c'ero più. Ero già svanito nella notte di Napoli, protetto dal mio amico.



L’ultimo giorno e il canto dell'addio

Arrivò infine il 7 settembre. Erano passati ben cinquanta giorni dal mio arrivo. Quasi due mesi interi. 

I ragazzi dovevano rientrare a Milano per ricominciare i turni di lavoro in fabbrica, e io pure dovevo fare ritorno al nord. Mio padre veniva finalmente dimesso dall'ospedale dopo quel lungo ricovero, e la mia presenza a casa era ormai necessaria. 

Ero avvolto da una strana sensazione, triste e felice allo stesso tempo: avevo vissuto un’estate travolgente, un'avventura umana che non avrei mai potuto immaginare prima di partire, e ora era giunto il momento di salutarla.

Nei giorni precedenti la partenza, avevo compiuto una vera e propria “processione” laica per le stradine del paese, andando a salutare una per una tutte le famiglie che avevo conosciuto in quelle settimane intense: cugini, zii, parenti di ogni grado e amici sinceri. 

La mattina dell'ultimo giorno, approfittando del fatto che gli uomini erano momentaneamente fuori per sbrigare le ultime commissioni, decisi di fare un regalo alla casa. 

Con l’aiuto premuroso delle tre sorelle, preparai il mio famoso piatto forte milanese per dodici persone: una monumentale polenta bergamasca, ossobuco tenerissimo arricchito con una crema di gorgonzola fuso, una macedonia tropicale fresca e, per concludere, il dolce tradizionale che decisero di preparare loro. 

Un pranzo decisamente pesante per il clima di settembre sul golfo, sì, ma conoscendo il loro appetito formidabile sapevo che avrebbero divorato ogni singola briciola.

Mentre mescolavo la farina gialla nel paiolo, spiegai alle tre donne, tra le risate, un segreto della mia terra: «Sentite qua: la polenta che avanza oggi, domani si taglia a fette spesse come se fosse pane, si arrostisce leggermente sulla piastra calda e si mangia accompagnata con il pomodoro fresco, il formaggio o il prosciutto crudo. È una delizia!».

Ridevano di gusto, mi prendevano in giro per i miei modi raffinati da nordico ed eravamo quattro amici felici, complici in mezzo ai fumi della cucina.

A un tratto, il vecchio padre passò dal corridoio a passi lenti. La figlia maggiore si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò con apprensione che l'anziano non stava tanto bene nell'ultimo periodo, e che parlava continuamente di mia madre scomparsa anni prima e del legame con l'aldilà. 

Loro sapevano che a Milano mi dilettavo a leggere i tarocchi e le sibille per gioco, le sorelle corsero a tirar fuori dal cassetto lo stesso identico mazzo che le ragazze avevano usato per Antonia sulla spiaggia. 

Le srotolai sul tavolo di legno per ridere e alleggerire l'atmosfera, finché Angela, stringendosi lo scialle sulle spalle, mi fissò con una serietà spietata negli occhi:

«Paolo... ti prego, dimmi la verità. Mio papà? Starà ancora con noi per molto tempo o se ne andrà presto a raggiungere la mamma in cielo?».

Il mazzo si aprì sotto le mie dita, mostrando i suoi simboli antichi. Sentii un nodo alla gola, guardai le carte e pronunciai un'unica, secca e misteriosa data: «Il 7 giugno dell’anno prossimo. Nient’altro».

Le tre sorelle si guardarono in silenzio, stringendosi le mani, e sul loro volto fiorì un sorriso tristissimo, colmo di una rassegnazione antica. Giusy mi accarezzò il braccio: «Grazie, Paolo. Nel profondo del cuore lo sapevamo già che il tempo era corto. Tu ci hai solo dato la conferma di cui avevamo bisogno per prepararci».

Due ore dopo, il grande tavolo del piano terra era apparecchiato a festa per il pranzo d'addio. C'era un calore umano pazzesco nella stanza, che profumava di carne e sugo. Il vecchio padre mi sedeva accanto e mi abbracciava continuamente con vigore, chiamandomi il suo "figlio del nord". 

Vicino a me, lungo la tavolata, c’erano Cecco, una delle sorelle e la fidanzata, disposti accanto al cognato che serviva i piatti fumanti nei piatti di ceramica. 

Pasquale sedeva esattamente di fronte a Cecco e ci osservava con quel suo sguardo attento che non perdeva un singolo movimento della stanza. Capì tutto in un millesimo di secondo. 

Sotto la tovaglia a scacchi, Cecco allungò la mano, cercò la mia e la strinse con una forza disperata, una supplica silenziosa per chiedermi di non dimenticarlo. 

Gli risposi stringendogli le dita a mia volta per un lungo istante, senza mollare la presa, per poi lasciarla scivolare via lentamente nell'ombra. Lui mi guardò e mi rivolse un sorriso infinitamente triste, consapevole che la nostra estate era finita.

Poi, come sempre, iniziarono i canti popolari per scacciare la malinconia del distacco. Il vecchio patriarca batté le mani sul tavolo, si alzò in piedi e gridò con orgoglio verso gli ospiti: «Silenzio, guagliù! Ora io e Pavolo canteremo per tutti voi una bellissima canzone d'amore: ‘Dicitencello vuje’!».

E così facemmo, unendo la sua voce roca e profonda alla mia, in una melodia che riempì ogni angolo della casa e fece vibrare i vetri delle finestre. 

Alla fine del brano, la stanza esplose in un applauso scrosciante e commosso. Il vecchio mi strinse al petto un'ultima volta, sussurrandomi all'orecchio: «Pavolo mio, canteremo ancora questa canzone insieme l’anno prossimo, te lo prometto!».

«Sì, papà... certamente», risposi io a mezza voce, mentendo per fargli un dono. Ma dentro di me, ripensando al verdetto delle carte, sentii una stretta al cuore e formulai un pensiero muto: “Addio, mio caro papà. Non ci vedremo più”. 

Le sorelle, dal fondo della tavolata, incrociarono il mio sguardo con gli occhi lucidi, avendo capito ogni cosa.

Verso la fine della festa, mentre la musica continuava a suonare, Cecco mi sfiorò un'ultima volta la mano in segno di saluto. Pasquale, vedendomi in difficoltà, mi chiamò ad alta voce dalla porta: «Paolo, vieni fuori con me, prendiamo un po' d'aria!».

Uscimmo nel cortile assolato, mentre all'interno tutti i parenti e i ragazzi iniziavano a ballare e a brindare ai ricordi. Era l’ultimo giorno della mia travolgente avventura a Napoli, il sole stava calando sul golfo e io sapevo che quella luce dorata sarebbe rimasta impressa nella mia anima per sempre.



Il treno del ritorno e le ombre del tempo

Ero seduto sul treno da più di un’ora, mentre le ruote sferragliavano ritmiche sui binari d'acciaio. 

Fuori dal finestrino, il profilo di Terracina, bagnato dai colori caldi e malinconici del tramonto, sembrava lo specchio esatto di quello stesso mattino in cui mi ero svegliato all’alba, cinquanta lunghi giorni prima, carico di paure. 

Accanto a me, nello scompartimento, c’erano Antonio, Carmine, Gennaro e Pasquale. Pasquale mi sedeva di fianco e mi rivolgeva uno dei suoi soliti sorrisi a mezza bocca, mentre parlavamo del più e del meno per far passare il tempo.

«Eh, Paolì... da domani si ricomincia con i turni in fabbrica e la vita di sempre», disse Pasquale sospirando, passandosi una mano tra i capelli.

Io lo corressi subito con un filo di voce, accennando a un sorriso: «No, dopodomani per fortuna. Ho ancora un giorno per respirare».

E scoppiammo a ridere insieme, allentando la tristezza del distacco. Pasquale si fece serio all'improvviso, mi fissò dritto negli occhi con la sua solita premura fraterna: «Ma dimmi la verità... ti è passato tutto? Il peso che avevi nel cuore quando sei arrivato?».

«Un po’», risposi guardando il riflesso del mio volto sul vetro del finestrino. «È rimasto solo un poco di malinconia per quello che avrei potuto essere e che non sarò mai. Ma è giusto così, Pasquà. La vita va avanti».

Lui non disse nulla, ma allungò il braccio e mi prese la mano, stringendola forte in segno di solidarietà silenziosa. Antonio si stiracchiò sulla poltrona di velluto blu, interrompendo quel momento intimo con uno sbadiglio teatrale:

«Uff... smettetela di parlare di cose serie voi due! Arriveremo a mezzanotte passata a Milano, il viaggio è ancora lungo!», esclamò sbuffando. 

E ridemmo tutti quanti insieme, riempiendo lo scompartimento di calore.

Dopo un po', Pasquale si mise a leggere un libro, Antonio si addormentò appoggiando la testa al sedile e Gennaro rimase immobile, perso nei suoi pensieri a guardare il corridoio. 

Io rimasi da solo con i miei occhi fissi su quel mare splendido e immenso che scorreva fuori dal finestrino. Dopo tanto tempo trascorso in mezzo al carnaio del sud, la mente volò finalmente a Milano: pensai a Sergio, e sorrisi da solo nel buio immaginandolo arrivare alla stazione con quei suoi occhiali da John Travolta e il giubbotto pesante nonostante il caldo soffocante dell'estate, con quella sua adorabile faccia da schiaffi. 

Ma poi, chissà per quale strano mistero della memoria, il volto dolce e rigato di lacrime di Antonia e quello serio, teso ma disperatamente caldo di Cecco apparvero nitidi davanti ai miei occhi, come se fossero scolpiti tra le nuvole del cielo, disegnati dal vento del golfo. 

La mia mente, in quel viaggio di ritorno, aveva capito benissimo chi tra loro avrebbe potuto aiutarmi a superare l'inverno, ma scrollai la testa con decisione: nessuno di loro era davvero in grado di reggere quel peso. 

Presi un libro dalla borsa e iniziai a leggere, mentre fuori il sole calava piano piano, svanendo definitivamente dentro la linea scura del mare.



Sedici anni dopo

Ci eravamo persi di vista, inevitabilmente. 

Il lavoro quotidiano, la vita che morde, la metropoli di Milano che corre sempre senza aspettare nessuno, Napoli che cambia pelle anno dopo anno, le famiglie che crescono, i figli che arrivano e modificano le priorità. 

Solo due anni dopo quell’indimenticabile estate sul golfo, ognuno di noi prese definitivamente la sua strada. 

Non ci fu un vero addio drammatico o una rottura: ci fu semplicemente il tempo, che fa il suo mestiere silenzioso e allontana i destini. E io, nel corso di tutti quegli anni al nord, non confessai mai a nessuno ciò che era successo davvero in quelle settimane. 

Né della dichiarazione di Antonia. Né del bacio subacqueo con Cecco. Né del gioco protettivo di Pasquale. Rimase tutto custodito lì, sigillato nel profondo di quel mare che avevo guardato dal finestrino del treno.

Poi, ben sedici anni dopo, il destino mi riportò a Napoli. 

Non ero da solo in quel viaggio: ero accompagnato da chi amo profondamente e da due amici intimi della mia vita adulta. Era un ritorno completamente diverso, maturo, consapevole, privo del peso schiacciante del passato ma carico di una grandissima curiosità di vedere cosa fosse rimasto di quel vecchio cortile.

Tutto era profondamente mutato. Le case stuccate di fresco, i cortili che sembravano più piccoli, i bambini di allora che ora erano diventati uomini fatti con la barba, le sorelle che erano diventate madri premurose e i fratelli storici che avevano costruito nuove vite altrove. 

E anche noi, a guardarci nello specchio del tempo, eravamo profondamente cambiati.

Incontrai Pasquale in una piazzetta e seppi da lui la notizia di Antonia: si era sposata felicemente con un uomo del posto e aveva una bella famiglia. 

Me lo disse con un sorriso dolce, nostalgico, guardandomi di sbieco. Quando vidi che le sue labbra stavano per aprirsi per nominare Cecco e raccontarmi della sua vita, allungai una mano e lo fermai con un gesto delicato:

«No, Pasquà... ti prego, non dirmelo.», sussurrai interrompendolo.

Non avevo mai rivelato quel segreto a nessuno in sedici anni, e non avevo alcuna intenzione di iniziare proprio quel giorno di sole. 

Non era più il tempo di riaprire vecchie ferite mai rimarginate o di cercare spiegazioni logiche a ciò che non era mai stato detto ad alta voce. 

Girai la testa e guardai l'orizzonte: era lo stesso identico mare di allora, immobile e profondo, e capii con assoluta certezza che certe cose nascono e devono restare unicamente dove sono venute al mondo. 

Muoiono e vivono in un'unica estate, in un tramonto dorato, nel corridoio di un treno che torna verso Milano.

Napoli era diversa. 

Io ero un uomo diverso. 

Loro erano estranei con un volto familiare. 

Ma quel ricordo specifico — quello sì — era rimasto identico, protetto dal tempo, puro come il primo giorno. E il mare, quel mare immenso che continuava a infrangersi sulla spiaggia sotto i miei occhi, era ancora lì al suo posto. 

Non era lì per ricordarmi ciò che avevo perso lungo il cammino, ma per testimoniare, con la sua voce eterna, tutto ciò che avevo disperatamente vissuto.

Giampaolo Daccò Scaglione









 




 



 





martedì 6 ottobre 2026

"I TRE REFERENDUM" - *Le avventure di Verdebosco*


"I TRE REFERENDUM"

(Le avventure di Verdebosco)

 

PROLOGO — Il battesimo ne fu la causa (e si, nelle favole di questo genere i prologhi possono essere uno o due... forse tre. Boh)

Alla Fattoria del Tramonto il primo giorno d’estate non arrivò: scese.

Scese come una stoffa leggera, una luce dorata che si appoggiava morbida sulle travi del fienile, sulle foglie del costone e sulle corna del Toro d’Oro, che da ore camminava avanti e indietro nel recinto come un padre ansioso nella sala parto di un ospedale.

La Mucca Lilla respirava piano, con quella calma profonda che solo le madri possiedono quando sanno che il mondo, da un momento all'altro, sta per cambiare forma. 

E noi due — Giampaolo ed Elia — eravamo lì, appoggiati alla staccionata di legno, a guardare la scena in silenzio, come si guarda un’alba straordinaria che non si vuole perdere per niente al mondo.

«È il momento,» mormorò a un tratto Lilla. 

Il Toro d’Oro si bloccò di colpo, irrigidendosi come se qualcuno gli avesse tirato la coda. 

«Adesso?» chiese con gli occhi sbarrati. 

«Adesso.» E fu davvero in quel preciso istante.

Il primo vitellino arrivò con un muggito sottile, quasi un timido saluto al mondo. Aveva il mantello color Rosa, un rosa confetto che non esisteva in nessun’altra fattoria della terra. 

Poi venne Viola, con gli occhi già spalancati come se volesse capire tutto e subito. 

Poi Argento, lucido e splendente come una moneta appena coniata. 

E infine Platino, che scivolò fuori con la calma regale di chi sa già, fin dalla nascita, che farà parlare di sé.

Quattro cuccioli. Due maschi e due femmine. 

Un miracolo al quadrato, perfetto, che sembrava essere stato preparato da settimane dal cielo stesso. Il Toro d’Oro si voltò verso di noi, con le gambe ancora tremanti per l'emozione: «Li avete visti?». 

«Siamo qui,» rispose Elia con un sorriso. Io annuii. Eravamo lì, in prima fila, come sempre quando il destino decide di fare il teatrante e di mettere in scena i suoi spettacoli più belli.

E mentre i quattro vitellini venivano avvolti nel fieno caldo e profumato, io pensai — senza dirlo ad alta voce — che quella mattina aveva qualcosa di strano nell'aria. Una vibrazione particolare. Una promessa. Una scintilla. 

Non potevamo ancora sapere che quel battesimo sarebbe stato la causa scatenante di tutto; che da lì a poco sarebbe nato il caos più totale, la rivolta sindacale, gli svenimenti a catena, i referendum, le accuse incrociate, le adozioni repentine, le corone storte e le galline furiose. 

Ma quella mattina, alla Fattoria del Tramonto, tutto era ancora avvolto in una quiete magica. E noi due, Giampaolo ed Elia, eravamo lì fermi a guardare la storia che iniziava.




PROLOGO 2: Così tutto successe dopo 9 mesi dal matrimonio (ma l'ho già detta sta cosa oppure.. Ah no era il battesimo.)

Dopo la nascita, il Toro d’Oro e la Mucca Lilla portarono con infinita cura i quattro piccoli nella nuova casa degli animali, quella che avevamo costruito appositamente sul costone della collina, proprio sopra la nostra villa. 

Il legno delle pareti profumava ancora di resina fresca, e il vento della costiera portava su la voce del bosco come un coro lontano. La festa iniziò subito, perché nel Verdebosco nessuno sa aspettare quando c'è da festeggiare.

Il primo ad arrivare sul sentiero fu Ildebrando de Taxis IV°, il Re dei Tassi. 

La sua corona di muschio intrecciato era visibilmente storta, come sempre, e lui continuava a sistemarsela sulla testa con la fiera dignità di chi finge che sia un ricercato accessorio di alta moda. 

«Quattro cuccioli? Con i tempi che corrono?» disse, guardando il Toro d’Oro con aria di sufficienza. «Ambizioso.» 

Il Toro annuì, ancora visibilmente scosso: «È stata una mattina decisamente intensa, Maestà».

Poi comparve il Giudice dei Boschi, il gufo Aureliano de Gufis, con la sua toga nera che camminando trascinava foglie secche e un po’ di polvere del sentiero, mantenendo quel volto serio di chi sembra sempre sul punto di pronunciare una sentenza definitiva e inappellabile. 

«Dove sono i piccoli?» chiese Aureliano con voce solenne. 

«Nella culla di fieno,» rispose dolcemente la Mucca Lilla. Aureliano annuì gravemente, come se avesse appena firmato e approvato un importantissimo decreto regio.

Subito dietro arrivarono Tommy e Bobby, la prima coppia di tassi gay ufficialmente sposata del bosco. Tommy aveva un fiore colorato infilato dietro l’orecchio, mentre Bobby sfoggiava una foglia di quercia legata al collo a mo' di cravatta elegante. 

«Siamo qui!» gridò Tommy saltellando sul prato. «E siamo emozionatissimi!» aggiunse Bobby, che aveva già gli occhi lucidi per la commozione.

In quel momento sbucò Arnaldo de Gufis, il nostro gufo di fiducia, nonché nipote del severo Giudice. Non appena Arnaldo avvistò il nonno, si nascose fulmineo dietro il tronco di un grande castagno. 

«Arnaldo! Ti ho visto!» lo chiamò forte il Giudice Aureliano. 

«Non oggi, ti prego,» mormorò Arnaldo tra le foglie, «non ho proprio voglia di fare discussioni sulla mia carriera o sui miei studi di filosofia.»

Infine, la Presidentessa dei Volatili, l'austera Olinda, arrivò sfoggiando un vistoso cappellino di piume colorate che a ogni passo oscillava a destra e a sinistra come un metronomo. 

Dietro di lei, con passo leggero e un’aria a metà tra il felice e il profondamente preoccupato, comparve Bianca la colomba, sua nipote. 

Appena vide i quattro vitellini accovacciati nel fieno, la colomba spalancò le ali candide: «Ma sono meravigliosi! Che meraviglia!». 

Olinda sospirò rumorosamente: «Bianca, non iniziare, ti prego». 

«Iniziare cosa, zia?» 

«Le tue solite proposte bizzarre. Le commissioni speciali. I comitati etici del bosco.» 

La colomba si irrigidì, offesa nell'orgoglio: «Io non propongo sempre comitati etici!». 

«Hai proposto un comitato etico persino per decidere il colore delle uova delle quaglie lo scorso mese,» le ricordò Arnaldo spuntando da dietro l'albero. 

La colomba arrossì visibilmente tra le piume: «Quella era una questione di principio fondamentale!».

E fu in quel preciso momento, guardando quel raduno di personaggi, che io ed Elia capimmo una cosa con assoluta certezza: la presenza della colomba Bianca sul costone significava che il caos era assicurato.

Il Toro d’Oro guardò la porta d'ingresso della nuova casa degli animali, poi si voltò verso noi due con gli occhi lucidi: «Siamo pronti per la cerimonia?». 

La Mucca Lilla sorrise guardando i suoi quattro capolavori: «Per il battesimo sì, caro. Per tutto il resto che succederà oggi… vedremo».

E noi due, Giampaolo ed Elia, senza sospettare ancora nulla di quello che stava per scatenarsi, ci avvicinammo al fieno. Completamente ignari del fatto che quel battesimo, di lì a pochi minuti, sarebbe diventato la causa di un putiferio colossale.


"I TRE REFERENDUM"

 

I PROTAGONISTI DEL VERDEBOSCO

Giampaolo (GE — Giampaolo Estroverso): Narratore, protagonista e sovrano designato del Verdebosco. È la voce che racconta, l’occhio che osserva e il cuore che tiene insieme l’intero bosco.

Elia (GA — Genio Azzurro Elia): Compare, co-sovrano designato e vignettista ufficiale. Disegna ciò che Giampaolo racconta; insieme formano la coppia che tutti gli animali considerano “i sovrani veri”.

Sire Ildefonso de Taxis III°: Re dei Tassi. Anziano, burbero, con una folta barba di muschio. È il custode ufficiale della Costituzione del bosco (che, per la cronaca, nessuno ha mai letto). 

Tommy de Taxis: Tasso giovane e profondamente innamorato. Il suo sogno più grande è adottare dei tassini.

Bobby Floris de Taxis: Il dolce, preciso e determinato compagno di Tommy. Insieme formano la coppia che darà il via al Primo Referendum.

Lo Scoiattolo Cippy: Iperattivo e perennemente affamato, ha il vizio di mangiare le schede elettorali. Arriva sempre correndo e sempre confuso.

Il Coniglio Timmy: Estremamente emotivo e assolutamente non pronto a prendere decisioni importanti. Ogni volta che deve scegliere qualcosa, sviene o scappa nei cespugli.

Il Procione Giangianni: Mangiatore seriale di pasticcini, fa il suo ingresso sempre nei momenti meno opportuni. È il vero detonatore della storia: ogni volta che parla, nasce un referendum.

Olinda: L'autorevole Presidentessa dei Volatili. È una colomba fiera, zia di Bianca, e porta sempre con sé una lanterna.

Bianca: Una giovane colomba bianca, ribelle e idealista. Sarà lei ad accendere la miccia della rivoluzione delle galline.

Kikka: La gallina più anziana della zona, una vera rivoluzionaria. Ha visto passare la storia delle fattorie, sopporta poco le ingiustizie e guida le altre chiocce come un generale sul campo di battaglia.

I Quattro Galli (Kikki, Kokki, Kukki e Kekki): Sempre pronti a svenire. Cadono a terra come sacchi di grano ogni volta che nel bosco si pronuncia la parola "matrimonio".

Lolo e Dodo: Due delfini eleganti, spiritosi e intelligenti. Sono sempre presenti nei momenti più cruciali della costiera.

Gugu e Bubu: Due gabbiani moderni, molto rumorosi e sempre pronti a commentare dall'alto tutto ciò che accade nel bosco.

Ildebrando de Gufis: Il severo Giudice dei Boschi. Burbero, inflessibile e custode delle antiche leggi. È lui che proclama Giampaolo ed Elia “Imperatori del Verdebosco”.

Aureliano de Gufis: Figlio di Ildebrando. Ha scelto di studiare Filosofia all’Università del Bosco Intellettuale invece di Giurisprudenza. Per suo padre è una vera tragedia nazionale.

Il Gufo Agostiniano Ariberto Rodolfo de Gufis: Un gufo vecchissimo, con piume argentate e occhi di un giallo intenso. È il nonno di Aureliano e capostipite della famiglia.



CAPITOLO PRIMO

Il Referendum delle Adozioni dei Tassi

Nel Verdebosco, dove l’aria del mattino profumava intensamente di foglie bagnate e il vento portava con sé i segreti più intimi degli animali, vivevano Tommy de Taxis e Bobby Floris de Taxis, due tassi giovani, fieri e profondamente innamorati. 

Da molto tempo desideravano una cosa sola al mondo: adottare dei piccoli tassini. Era il loro sogno più grande, il loro progetto di vita, la loro piccola e dolcissima rivoluzione silenziosa.

Un mattino, armati del coraggio che solo i tassi innamorati possiedono, decisero di affrontare l'autorità. Si recarono al cospetto di Sire Ildefonso de Taxis III°, il Re dei Tassi (il nonno di Tommy), che sedeva solennemente sul suo tronco-trono con la folta barba di muschio che gli scendeva fin sopra le zampe anteriori.

Tommy parlò per primo, sfoggiando il massimo rispetto: «Maestà… vorremmo tanto adottare dei tassini».

Il vecchio Re si sistemò con una zampa la corona di muschio che gli era scivolata di traverso, sbuffò rumorosamente come fanno tutti i tassi anziani quando vengono disturbati e sentenziò burbero: «Nella Costituzione del bosco non c’è scritto. E se non c'è scritto, non si può fare».

Bobby, che tra i due era il più preciso e pignolo, fece un passo avanti e aggiunse: «Ma noi abbiamo già provveduto alle copie di parità e ai moduli burocratici, Maestà. È tutto in regola».

Il sovrano non rispose subito. Si limitò a emettere un profondo grugnito di disapprovazione, come se la Costituzione fosse un peso troppo grande che nessuno nel bosco aveva mai avuto davvero voglia di sollevare.

Fu esattamente in quel momento di stallo che sbucarono dalla fitta boscaglia lo Scoiattolo Cippy e il Coniglio Timmy, correndo a perdifiato come se avessero l'intero bosco in fiamme alle proprie spalle. 

Cippy, che stringeva tra i denti una scheda elettorale ufficiale già mezza mangiata per l'agitazione, gridò a gran voce: «Maestà! Maestà! Anche noi vogliamo essere adottati dai due tassi! Vogliamo una famiglia!».

Timmy, che come al solito non era mai pronto dal punto di vista emotivo ad affrontare le novità, si accodò con un filo di voce: «Siamo soli… e timidi… e velociferi… ci serve un papà e un papà».

Tommy e Bobby si guardarono l'un l'altro, completamente confusi: «Ma noi veramente volevamo adottare dei piccoli tassini neonati… non dei coetanei iperattivi, timidi e velociferi!».

Lo Scoiattolo e il Coniglio si guardarono dritto negli occhi per un istante. Poi, come se stessero formulando la proposta più logica e sensata del mondo, esclamarono all'unisono: «E se ci sposiamo direttamente noi due?».

Un millesimo di secondo dopo, Timmy colto da un dubbio improvviso si corresse imbarazzato: «Però… aspetta… noi non siamo mica gay».

Il Re spalancò gli occhi a cerchio per lo stupore. Tommy e Bobby sollevarono le braccia al cielo, ancora più confusi e spazientiti: «E allora che c’entra?!» gridarono tutti in coro.

E fu in quel preciso istante che, seguendo la più classica delle tradizioni del Verdebosco, fece il suo ingresso trionfale il Procione Giangianni. Stava masticando beatamente un bignè alla crema — con ogni probabilità il decimo pasticcino della sua mattinata. 

Con la bocca vistosamente piena, il procione biascicò: «Già… in effetti che c’entra? E poi, se proprio dobbiamo dirla tutta, nessuno si è mai chiesto se i delfini Lolo e Dodo, o i gabbiani Gugu e Bubu, siano effettivamente sposati tra loro oppure no?».

A quelle parole, Sire Ildefonso si portò disperato una zampa alla fronte. La sua celebre barba di muschio tremò vistosamente per la rabbia. Furibondo per quel caos insensato, il Re sbottò lanciando un urlo: «Basta! Siete insopportabili! Visto che ognuno dice la sua, facciamo un referendum popolare sulle adozioni!».

E fu così che, nel cuore del Bosco dei Tassi, nacque ufficialmente il Primo Referendum della storia. 

Tutti gli animali della vallata si radunarono nella radura principale, le schede elettorali vennero distribuite a ogni specie (anche se alcune vennero immediatamente rosicchiate da Cippy), e il vento della costiera portò lontano la voce solenne del sovrano: «Che il Verdebosco decida il proprio destino!».



CAPITOLO SECONDO

La Rivoluzione delle Galline

Nel Verdebosco, quando il sole era ormai alto nel cielo e le foglie dei castagni tremavano nella brezza come piccole campane d'argento, la Colomba Bianca decise che non poteva più tollerare quella scandalosa situazione. 

Era indignata. 

Indignata come solo una giovane colomba idealista può esserlo, con il petto piumato gonfio d'orgoglio e lo sguardo fiero rivolto verso l'orizzonte.

Senza perdere tempo, si diresse filata dalla zia Olinda, l'autorevole Presidentessa dei Volatili, che in quel momento era impegnata a lucidare con cura la sua lanterna d’argento.

«Zia, dobbiamo assolutamente parlare. Le galline sono sul piede di guerra, non ce la fanno più!», protestò Bianca sventolando le ali.

Olinda lasciò andare un profondo sospiro. Sentendo quel tono agitato, le oche della costiera, che si trovavano perennemente in sciopero per un motivo o per l'altro, si avvicinarono curiose. 

Anche le anatre, che solitamente non avevano alcun tipo di problema relazionale con i maschi della loro specie, si disposero in cerchio ad ascoltare in silenzio.

Bianca continuò la sua arringa: «Le anatre non hanno problemi di cuore, le oche nemmeno… ma le galline sì! La gestione sentimentale dei pollai è diventata ridicola e insostenibile!».

Olinda, colpita da quelle parole, annuì gravemente con il suo cappellino di piume. E così, spiegate le ali, decisero di recarsi insieme a fare un'ispezione straordinaria nelle fattorie del borgo.

⭐ La grande adunata delle chiocce

Nelle fattorie la proporzione demografica era drammatica: c’erano ben trentadue galline e la bellezza di soli quattro galli. 

I quattro mariti ufficiali stavano lì, appollaiati su una staccionata ad ascoltare le lamentele delle consorti, sfoggiando l’aria sfinita di chi non ha più energie da spendere ormai da anni.

In mezzo all’aia si fece largo Kikka, la gallina più anziana e rispettata di tutto il Verdebosco. 

Lei andava in giro dicendo a tutti di avere ottant’anni suonati, ma in realtà, stando ai registri del nido, ne aveva compiuti ben centodue, (e, detta tra noi: gallina vecchia fa buon brodo, ma fa anche un sacco di storie!). 

Kikka aveva le piume color del grano maturo e lo sguardo saggio di chi ha visto passare troppe primavere sopra il pollaio.

Alzò un’ala nodosa verso il cielo e gridò con voce roca: «Ora basta! Se nel bosco i tassi maschi possono sposarsi civilmente tra di loro… esattamente come fanno le normali coppie composte da tasso e tassa…».

Olinda, da buona presidentessa pignola, la interruppe subito: «Veramente, cara mia, la tassa si paga all'ufficio delle entrate».

Kikka la fissò malissimo, stringendo il becco. «Donnaccia!», mormorò tra le piume, pensando il peggio di quella burocrate.

Olinda sospirò. Le colombe sospirarono. Le anatre sospirarono. Persino le mucche e le asine, affacciate dalle stalle vicine, lasciarono andare un profondo sospiro di solidarietà femminile.

Kikka riprese il comando dell'assemblea: «Perché noi povere chiocce dobbiamo essere costrette a spartirci un solo marito in otto?! Questo è sfruttamento! Noi ci ribelliamo!».

A quelle parole scoppiò il caos più totale nell'aia.

Si sollevarono starnazzi isterici ovunque. Centinaia di ali iniziarono a sbatacchiare furiosamente in aria come lenzuola stese al vento. Le uova fresche di giornata iniziarono a rotolare sul terreno battuto come biglie impazzite su un tavolo da biliardo. 

Le oche starnazzavano a squarciagola dando manforte alla protesta, le anatre discutevano animatamente sui diritti di parità, e le galline urlavano slogan rivoluzionari contro il patriarcato dei galli.

Olinda, sollevando la sua lanterna d’argento per farsi vedere, gridò: «E allora facciamo la rivoluzione! Assaltiamo il granaio!».

Ma la nipote Bianca la frenò subito, mostrando la sua anima diplomatica: «No, zia! Niente violenza! Facciamo un referendum democratico! Ogni gallina merita un marito tutto per sé. Uno. Personale. E basta».

Sentendo la parola "Referendum" e la prospettiva di dover trovare altre ventotto mogli, i quattro galli della fattoria subirono un tracollo emotivo e svennero all’istante. 

Caddero giù dalla staccionata come sacchi di grano, uno dopo l’altro, con le zampe all'aria.

Olinda si chinò su di loro colpita da quel capitombolo: «Ma che fanno? Svengono così, senza preavviso?».

⭐ Il procione e il pasticcino

E come sempre, come accade puntualmente in ogni momento cruciale della storia del bosco, fece il suo ingresso il Procione Giangianni. Stava addentando con voluttà un altro bignè — con ogni probabilità il sedicesimo della sua intensa giornata gastronomica.

Con la bocca vistosamente piena di crema, il procione biascicò: «Ma che fanno? Svengono? E nessuna di voi, scusate la domanda, si è mai chiesta se i gabbiani Gugu e Bubu, o i delfini Lolo e Dodo, siano effettivamente sposati tra loro?».

A quella domanda le galline si bloccarono di colpo a mezz'aria. Le oche si guardarono tra loro smarrite. Le anatre sospirarono di nuovo. La colomba Bianca spalancò gli occhi verdi per la sorpresa.

Olinda, approfittando di quel silenzio improvviso, sollevò nuovamente la lanterna e proclamò solennemente: «Cittadini volatili, si aprano le urne! Facciamo un referendum ufficiale sui matrimoni gallinacei!».

I quattro galli, che si erano appena ripresi dallo shock precedente, sentendo la parola "urne" svennero di nuovo. Tutti e quattro. In fila perfetta. Cadendo a terra con una sincronia tale da sembrare la coreografia di un balletto d'opera.

E fu così che, tra starnazzi furiose e mariti svenuti, nacque ufficialmente il Secondo Referendum del Verdebosco.



CAPITOLO TERZO

Il Referendum dei Gufi e la decisione finale

Il Giudice Ildebrando de Gufis arrivò nella radura principale completamente furioso, trascinando il figlio Aureliano per l’orecchio. Sembrava un temporale estivo che camminava a grandi passi, con le piume gonfie di sdegno.

«Non è assolutamente possibile tollerare una cosa del genere! Questa è un'infamia!», tuonò il Giudice facendo tremare le foglie dei castagni.

Elia, sfoggiando la calma olimpica di chi in quella pazza mattinata aveva già visto troppi referendum nascere dal nulla, rispose pacato: «Cosa c'è che non va, Giudice? Il fatto che i tassi maschi abbiano deciso di sposarsi civilmente tra di loro?».

«No, no, no! Magari fosse quello!», gridò Ildebrando agitando freneticamente le ali.

Io, Giampaolo, decisi di intervenire per cercare di placarlo: «E allora si tratta della rivoluzione sindacale delle galline, che pretendono un marito personale ciascuna per porre fine allo sfruttamento del pollaio?».

«No, no, no! C'è di peggio!», urlò il Giudice ancora più forte, con gli occhi gialli fuori dalle orbite. 

Poi, con una zampa tremante, indicò il figlio accanto a sé: «Il vero motivo di questo dramma nazionale è QUESTO deficiente di mio figlio! Ha osato prendere la laurea in Filosofia all’Università del Bosco Intellettuale invece che in Giurisprudenza! Questa è la vergogna più totale per la dinastia De Gufis! Diciotto generazioni consecutive di severi giudici del foro... e oggi mi ritrovo in casa un filosofo che medita sui massimi sistemi!».

Il povero Aureliano de Gufis abbassò le piume del capo, profondamente mortificato dal rimprovero pubblico del genitore.

Ildebrando si voltò allora verso me ed Elia, con lo sguardo disperato di chi cerca un'ancora di salvataggio: «Voi due dovete assolutamente aiutarci! Siete voi che dovete fare le nuove leggi del bosco per raddrizzare questa situazione!».

Io ed Elia ci guardammo dritto negli occhi. Ci guardammo proprio bene, cercando di capire se stessimo sognando. Poi, insieme, con tono secco, netto e senza la minima esitazione, esclamammo: «Ma voi siete completamente impazziti!».

Ildebrando sbatté furiosamente le ali sul tronco-trono: «No! Siete voi che con le vostre storie avete creato tutto questo splendido caos! Voi siete a tutti gli effetti gli Imperatori ufficiali del Verdebosco!».

Noi due, allibiti e in coro: «Noi due?! Gli Imperatori?!».

Due gufi anziani e polverosi, appollaiati su un ramo proprio dietro al Giudice Ildebrando, annuirono gravemente con la testa: «Sì, confermiamo. Siete voi».

Io ed Elia tentammo una linea di difesa logica: «Ma se noi siamo semplicemente un narratore e un vignettista che passano le giornate a raccontare storie e a fare disegni nella nostra villa!».

Ildebrando non volle sentire ragioni: «No, no, no! Voi siete gli Imperatori! E siccome, per giunta, non siete sposati tra di voi come le altre coppie civili del bosco... la legge prevede che uno di voi debba essere proclamato Re assoluto!».

Io ed Elia, sinceramente scandalizzati da quella proposta separatista, ci stringemmo le mani esclamando: «Noi governiamo insieme! Sempre!».

Ildebrando esplose di nuovo: «Ma siete impazziti?! Non possono esserci due sovrani contemporaneamente!».

Elia ribatté subito: «No, siete voi che siete impazziti qui dentro!».

E io aggiunsi sventolando le mani: «Ma che storie state inventando?!».

🌟Il procione e il ventitreesimo pasticcino

E come da copione, seguendo il destino ineluttabile del bosco, fece il suo ingresso trionfale il Procione Giangianni. Questa volta stava addentando con evidente estasi un bignè al cioccolato — con ogni probabilità il ventitreesimo della sua intensa mattinata gastronomica.

Con la bocca vistosamente piena di cioccolato, il procione biascicò: «Ma siete tutti impazziti? E sentite una cosa, visto che siete tutti così dotti, nessuno di voi si è mai chiesto se i gabbiani Bubu e Gugu, o i delfini Lolo e Dodo, siano effettivamente sposati tra loro?».

Aureliano, che non aspettava altro che un’occasione d’oro per dimostrare il valore dei suoi studi filosofici e rendersi utile agli occhi del padre, saltò su e gridò: «Papà! Ho la soluzione! Facciamo un terzo referendum popolare per decidere democraticamente chi debba essere l’Imperatore del Verdebosco!».

Il Giudice Ildebrando spalancò gli occhi per la sorpresa. 

Io ed Elia spalancammo gli occhi per il terrore burocratico. 

Tutti i gufi anziani sul ramo spalancarono gli occhi.

E noi due, senza dire una sola parola e approfittando dello shock generale, girammo i tacchi e fuggimmo a gambe levate giù per il sentiero della collina.

🌟 La spiaggia dei delfini e dei gabbiani

Corremmo senza voltarci fino ad arrivare sulla spiaggia della costiera, dove i delfini Lolo e Dodo, che nuotavano a pelo d'acqua, e i gabbiani Gugu e Bubu, appollaiati sugli scogli, ci stavano aspettando. 

Avevano assistito a tutta la scena dall’alto del cielo e dalle onde del mare, godendosi lo spettacolo.

Io, ancora con il fiato corto per la corsa, guardai gli animali marini e chiesi a bruciapelo: «Ma insomma... voi quattro... siete sposati tra di voi oppure no? Tutta la collina vuole saperlo!».

I quattro volatili e mammiferi risposero all'unisono, scoppiando in una fragorosa risata: «Ma quale sposati! Noi siamo semplicemente fratelli! Non lo abbiamo mai detto a nessuno per il semplice fatto che nessuno di voi ce lo aveva mai chiesto prima d'ora!».

Elia stava per aprire la bocca per commentare quella rivelazione, quando alle nostre spalle, spuntando da dietro un cespuglio di tamerici, apparve nuovamente il Procione Giangianni. Questa volta stava masticando un pasticcino alla frutta — il quarantottesimo, per l'esattezza statistica della giornata.

Con un filo di crema sull'orecchio, Giangianni biascicò: «Ah, non lo avete mai chiesto? Molto interessante. E allora, carissimi sovrani... fate un piccolo favore a voi stessi: giratevi un attimo».

Io ed Elia ci girammo di scatto. 

I delfini si girarono nell'acqua, sollevando spruzzi. 

I gabbiani voltarono il becco verso la collina.

Sul costone che sorgeva proprio in mezzo tra la nostra villa e la nuova casa degli animali, si erano radunati tutti. Ma proprio tutti gli abitanti del bosco. 

C'era l'intero pollaio con le trentadue galline capitanate da Kikka e i quattro galli coreografici, i tassi Tommy e Bobby che si tenevano per mano sotto lo sguardo burbero di Sire Ildefonso, le oche perennemente in sciopero, le anatre, le mucche, gli asini della stalla, la Presidentessa Olinda con la sua lanterna, la colomba Bianca, l'intera dinastia dei gufi giuristi e filosofi, lo scoiattolo Cippy e il coniglio Timmy.

Erano tutti fermi, immobili sul ciglio della roccia, e ci fissavano con gli occhi sgranati. E all’improvviso, unendosi in un unico, immenso urlo collettivo che fece tremare le onde del mare e la costiera, gridarono con quanto fiato avevano in gola: «FACCIAMO I TRE REFERENDUM!».




CAPITOLO QUATTRO

Il Parlamento del Verdebosco

Non ci svegliammo con calma. Non ci guardammo intorno assonnati. Non ci alzammo pigramente dai nostri teli. No, niente di tutto questo.

Ci presero e basta. 

Ci catturarono tutti insieme: in gruppo, in branco, in stormo, in gregge. E, senza troppi complimenti, ci legarono stretti alle nostre poltrone da spiaggia. 

Avevano usato dei nodi fatti malissimo, un'opera marinaresca discutibile, ma dobbiamo ammettere che erano terribilmente efficaci. 

La sabbia sotto i nostri piedi era bollente, il mare della costiera respirava piano con un moto ondoso regolare e, proprio davanti a noi, si era formato un parlamento animale che nessun essere umano sulla terra avrebbe mai potuto concepire.

I TRE SETTORI DELLA SPIAGGIA

1️⃣ A sinistra: Il settore dei Tassi
In prima fila svettava Sire Ildefonso de Taxis III°, il Re dei Tassi, che per l'occasione sfoggiava una corona intrecciata con radici nodose. Accanto a lui stavano seduti Tommy e Bobby, i due tassi maschi che con il loro desiderio di paternità avevano scatenato quell'effetto domino. Subito dietro si erano accalcati i parenti vari della boscaglia: lo scoiattolo Cippy che parlava troppo interrompendo tutti e il coniglio Timmy che, fedele alla sua fama, non capiva assolutamente nulla di politica. Per fortuna, i cuculi erano rimasti saldi nella loro vacanza alle Canarie dallo zio Giobbe, risparmiandoci ulteriore caos.

2️⃣ Al centro: Il settore Sindacale
Senza dubbio il settore più rumoroso e colorato di tutta la spiaggia. Vi si erano radunate in assemblea permanente tutte le trentadue galline capitanate dalla centenaria Kikka, le oche perennemente in sciopero, le anatre progressiste, la colomba Bianca e la zia Olinda. Dietro di loro, ingaggiati come guardie del corpo personali, c'erano i quattro grandi tori della fattoria. Questi ultimi, totalmente disinteressati al dibattito democratico, stavano giocando una tesa partita a briscola senza il morto sul bagnasciuga, urlando e discutendo animatamente se il settebello valesse come punto oppure no.

3️⃣ A destra: Il settore Giudiziario
L'apparato legale del bosco al gran completo. Il Giudice Ildebrando de Gufis guidava la fazione avvolto nel suo austero mantello di foglie secche. Accanto a lui c'era il figlio filosofo Aureliano, che arricciava le piume del petto cercando di darsi un'aria intelligente. Dietro di loro faceva cerchio il resto della magistratura volatile: gufi, barbagianni e civette civettuole, tutti dotati di occhiali con lenti decisamente troppo grandi per i loro becchi.

🌟 I tre quesiti del putiferio

Seduto su uno sgabello fatto interamente di sabbia pressata, proprio davanti a noi, c’era il Procione Giangianni. Teneva tra le zampe un cabaret monumentale di pasticcini d'alta pasticceria. 

Aveva un'espressione serissima, solenne, identica a quella di un notaio reale durante la lettura di un testamento. Naturalmente, aveva la bocca vistosamente piena di crema.

Davanti alle nostre poltrone, sospesi nel vuoto da lunghi fili invisibili che scendevano direttamente dal cielo, tre grandi pannelli quadrati ondeggiavano vistosamente nella brezza marina. 

A reggere l'intera impalcatura aerea ci pensavano i gabbiani Gugu e Bubu e i delfini Lolo e Dodo, che se la ridevano sotto i baffi come se si trovassero alla festa patronale del paese.

Sul primo pannello di legno, scritto a lettere cubitali, campeggiava il testo del:

1° REFERENDUM: Adozioni aperte a coppie di ogni tipo e specie. Regolamento ufficiale del voto: se voti "Sì" in realtà significa "No". Se voti "No", il voto viene conteggiato come un "Sì".

I delfini Lolo e Dodo trovarono quel quesito così splendidamente assurdo che iniziarono a ridere a crepapelle nell'acqua, rischiando di perdere la presa sui fili.

Sul secondo pannello si poteva leggere la mozione del pollaio:

2° REFERENDUM: Le galline pretendono un marito a testa. Più galli per tutte, meno zitelle nell'aia. A meno che le suddette zitelle non esprimano la formale volontà di restare zitelle. Chi vota "Sì" è ufficialmente a favore del gallo pro capite. Chi vota "No" è ugualmente a favore del gallo pro capite.

A quella lettura, tutte le trentadue galline esplosero in un applauso scrosciante di ali, mentre i quattro galli, colti da una sincronizzata crisi di panico matrimoniale, svennero all’istante cadendo sulla sabbia come sacchi di grano.

Infine, sul terzo pannello, tenuto su dai gabbiani che volteggiavano ridendo come bambini, c'era la svolta istituzionale:

3° REFERENDUM: Chi volete come Imperatore assoluto? Elia o Giampaolo? Il vignettista o il narratore? Istruzioni per le urne: votate "Sì" per avere Elia. Votate "Yes" per preferire Giampaolo. Votate "Oui" per averli entrambi, a giorni alterni. Votate "No" per non avere nessun sovrano, accettando il rischio che Giampaolo ed Elia demoliscano le vostre tane. Se votate "Ja", il procione Giangianni viene eletto Primo Ministro con deleghe speciali.

Giangianni, sentendosi nominare, approvò solennemente con la testa mentre mandava giù il suo pasticcino numero quarantanove.

Le tre fazioni sulla spiaggia applaudirono estasiate. Le colombe fecero un elegante inchino d'altri tempi, le oche si misero a gridare "ORDINE! ORDINE!" e le anatre iniziarono a sistemarsi le piume civettuole.

Io ed Elia ci guardammo in faccia. Eravamo legati come insaccati, sudati sotto il sole, confusi dal labirinto burocratico dell'isola e soprattutto stanchi, terribilmente stanchi di quella banda di matti.

Elia si sporse verso di me e sussurrò a bassa voce: «Ti giuro che appena ci liberiamo da queste corde...».

E io completai la frase a denti stretti: «...faremo un referendum privato soltanto tra noi due».

Elia annuì convinto: «Esatto. Chi vota "Sì", eliminiamo definitivamente tutti gli animali dal prossimo capitolo del racconto».

E io suggellai il patto: «E chi vota "No", li eliminiamo lo stesso in tronco». 

Ci guardammo e sorridemmo. Eravamo perfettamente d’accordo sulla linea dura.

All’improvviso, un tonfo secco e sordo interruppe i nostri piani di vendetta. Un rumore strano, come un enorme sacco di patate che cade pesantemente dal cielo sulla battigia.

In un millesimo di secondo, colti da un'improvvisa spossatezza collettiva, tutti gli animali della spiaggia svennero contemporaneamente. Uno dopo l’altro, tassi, chiocce, gufi, tori e conigli crollarono sulla sabbia, come se il sole, che in quel momento stava tramontando all'orizzonte, avesse spento di colpo l’interruttore dell'energia dell’intero Verdebosco.

Il grande pannello aereo dei tre referendum oscillò paurosamente nel vuoto, tremò per qualche istante e poi scivolò giù dai fili d'aria, cadendo in mare con un plof incredibilmente elegante. 

Galleggiando sull'acqua azzurra, la struttura si trasformò magicamente in un lunghissimo e comodo materasso di legno e fieno, che le onde della risacca iniziarono a spingere piano piano verso la riva.

La luce rossa del tramonto lo illuminò, facendolo risplendere come se fosse una barca antica tornata da un lungo viaggio. E noi due, ancora saldamente legati alle nostre poltrone da spiaggia, non potemmo fare altro che rimanere lì, in silenzio, a guardarlo arrivare sul bagnasciuga.



CAPITOLO CINQUE

Il Gufo del Tramonto e la Legge della Fantasia

La sera arrivò piano sul Verdebosco, stendendosi come una morbida coperta scura sulle spalle dorate della collina. Il tramonto stava regalando i suoi ultimi, magnifici colori: sfumature di arancio bruciato, rame lucido, un tocco di viola profondo e quel blu cobalto intenso che annuncia l'arrivo imminente della notte.

Io ed Elia, nel frattempo, eravamo finalmente riusciti a slegarci a vicenda dalle poltrone. Stavamo ancora ridendo a crepapelle guardando il bagnasciuga, dove il grande materasso-referendum galleggiava placidamente sulla risacca marina.

Fu esattamente in quel momento che, lungo il sentiero della scogliera, si vide avvicinare un gufo vecchissimo. 

Vecchissimo davvero. 

Così anziano e nodoso che sembrava essere nato ben prima del bosco stesso. 

Al suo passaggio, di colpo, tutti gli animali ammutolirono. Persino i possenti tori smisero all'istante di sbattere le carte sul bagnasciuga e interruppero la partita a briscola. 

Le trentadue galline si zittirono di colpo, le oche ingoiarono il loro classico "HONK" di protesta e le colombe si bloccarono a mezz'aria, posandosi sui rami più bassi.

Il gufo avanzò sulla sabbia con passo lento, ritmato, ma incredibilmente solenne. 

Si trattava di Agostiniano Ariberto Rodolfo de Gufis, il venerando nonno di Aureliano e capostipite della magistratura volatile. Aveva due occhi giallissimi e grandissimi, splendenti nel crepuscolo come due lune piene. 

Con un colpo secco e preciso delle sue grandi ali argentate, si arrestò di fronte alla folla. Persino i tori tremarono davanti a quel carisma millenario.

Il vecchio si sedette sulla sabbia. Non in un cerchio qualunque, badate bene, ma disponendo tutti in un triplo cerchio perfetto. 

E sì, incredibilmente, anche i delfini Lolo e Dodo e i gabbiani Gugu e Bubu trovarono il modo di sedersi in cerchio insieme agli altri, nessuno ha mai capito come.

Calò un silenzio totale, rotto solo dal respiro del mare. Io ed Elia lo fissavamo a bocca aperta.

Il vecchio Agostiniano ci guardò di sbieco e disse con voce profonda: «Carissimi... chiudete pure le bocche, prima che vi entrino le mosche».

E noi due, all'istante, scattammo serrando le labbra.

Il Giudice Ildebrando tentò di interloquire: «Papà...».

E il nipote Aureliano gli andò dietro: «Nonno...».

Ma Agostiniano esplose facendosi sentire da tutta la costiera: «Zitti voi due, non voglio sentire una parola!».

Poi si voltò cerimonioso verso il sovrano dei tassi: «Sire Ildefonso, buona sera a lei».

Il Re fece un cenno rispettoso con il capo.

Agostiniano aggiunse con un barlume di nostalgia negli occhi gialli: «Eravamo all’asilo e alle scuole elementari del bosco insieme, io e lei, se ben ricorda».

Il Re annuì gravemente, come se far risalire i propri ricordi scolastici all'inizio del millennio fosse la cosa più normale del mondo.

Tutti gli animali pendevano dalle sue labbra piumate. Allora il vecchio gufo, sfoggiando una voce profonda e solenne identica a quella del mago Gandalf, iniziò il suo grande discorso. Parlò ininterrottamente per tre ore, quindici minuti, diciotto secondi e tre decimi di secondo. E in tutto quel tempo, nessuno osò fiatare.

⭐ Il discorso sulla Legge della Fantasia

«Cittadini del Verdebosco,» esordì Agostiniano, «mettiamo subito in chiaro una cosa: Elia e Giampaolo non sono affatto i vostri Re. Loro sono molto di più. Chi credete che vi abbia inventati tutti quanti, riga dopo riga? Compreso il sottoscritto?».

Gli animali si guardarono l’un l’altro, smarriti e confusi.

«Qui nel bosco non esistono leggi scritte sulla pietra. Esiste solo una forza sovrana: la Fantasia. Le leggi astruse e i codici burocratici ce li siamo inventati noi per darci un contegno, e con tutti i macelli e i putiferi che combinate ogni giorno, i giudici non potevano fare altrimenti!». 

Qualcuno tra la folla annuì colpevole, qualcun altro abbassò lo sguardo per la vergogna.

«Se oggi noi tutti siamo qui, se parliamo, se ridiamo, se ci divertiamo in questa splendida costiera e abbiamo persino la gioia di vedere nascere dei bambini... è solo ed esclusivamente grazie a loro due,» continuò il vecchio, indicando me ed Elia con la punta dell'ala.

Immediatamente, dalla spiaggia partì un applauso fragoroso da parte di decine di ali, zampe e zoccoli.

«Quindi,» riprese Agostiniano, «se proprio ci tenete, Giampaolo ed Elia si metteranno alla scrivania a scrivervi le leggi e una Costituzione nuova di zecca. Ma riuscite a immaginare che noia mortale diventerebbe il Verdebosco? Quando scriveranno le loro favole per bambini con voi come protagonisti, dovranno sottostare al Comma 1 della Legge 45-bis, la quale stabilisce che uno scoiattolo può mangiare al massimo venticinque ghiande al giorno, previa autorizzazione scritta!».

Il vecchio si voltò di scatto verso il Procione. Giangianni, colto in fallo, tentò fulmineo di nascondere il suo novantesimo pasticcino dietro la schiena.

Tutti gli animali, terrorizzati da quella prospettiva burocratica, urlarono in coro: «NOOOOOOOOOOO!».

«E volete forse,» incalzò il gufo, «che Elia, quando dovrà disegnare e raccontare del futuro e ipotetico fidanzamento di Viola o di Platino, debba ricorrere alla Legge 67-bis, Comma 708, che obbliga i giovani vitelli a limarsi le punte delle corna per non pungere accidentalmente la fidanzata durante i balli di corteggiamento?».

Il pollaio e la stalla gridarono all'unisono, con occhi stralunati e terrorizzati: «NOOOOOOOOOOO!».

Agostiniano sbatté trionfante le grandi ali d'argento: «Ecco! E allora piantatela una buona volta di rompere le scatole con le urne e i quesiti!».

Il figlio Ildebrando rimase sbigottito da quel linguaggio popolare: «Papà... ma come parli?! Davanti alla corte!».

E Agostiniano, sornione: «Come parlo? Dillo a Giampaolo, è lui che in questo preciso istante sta scrivendo la battuta sulla sua tastiera!».

A quel punto, io arrossii vistosamente.

«Uffa! Sanciamo la vera regola del bosco,» proclamò il nonno. «Da ora in avanti, ognuno è libero di sposare chi vuole. Anche animali di specie diverse, se c'è l'amore. A patto, sia chiaro, che una lepre non decida di sposare una tartaruga, altrimenti per arrivare al taglio della torta nuziale si fa notte fonda!».

Tutti gli animali scoppiarono in una sonora risata.

«E per quanto riguarda le adozioni, si potranno adottare tutti i cuccioli che si desiderano, senza distinzioni. Ma con tre sole eccezioni: sono vietate le adozioni di foche, balene e bruchi. Per ovvi motivi strutturali».

Il nipote Aureliano, sollevando l'ala con fare accademico, chiese: «E quali sarebbero questi motivi ovvi, nonno?».

Agostiniano sbuffò: «E che ne so io! Chiedilo a Giampaolo che ha inventato la storia, lui sa tutto!».

Io ed Elia ci guardammo di sfuggita, arrossendo per la seconda volta.

«In ogni caso: sposatevi o non sposatevi, adottate o non adottate... ma soprattutto, cercate di mangiare meno. Vero, Giangianni?».

Il procione, colto con la bocca interamente impastata, biascicò disperato: «Sci... mmm... sci... hag rag... gnam... ion... gnm... ha perfettamente ragione, signor Giudice... gnam!».

Io ed Elia scoppiammo a ridere di cuore, e l'intera spiaggia ci fece eco in un coro di allegria.

⭐ La grande festa del Verdebosco

Il vecchio Agostiniano si avvicinò alle nostre poltrone da spiaggia, ormai libere dalle corde. 

Ci guardò con affetto e sussurrò: «Comunque... tutto il destino di questo posto dipende sempre da voi due, splendidi ragazzi». Poi, abbassando la voce in un sussurro complice, aggiunse: «Visto che avete il potere della penna... non è che mi fareste vivere per altri duecentocinquanta anni? Ho ancora un figlio rigido e un nipote filosofo da rimettere in riga in questa vita... ahah!».

Elia gli sorrise di cuore: «Ma certo, nonno. Promesso».

«Bene! E allora che la festa cominci! Ho portato io la musica stasera. Avanti, amici musicisti, entrate in scena!».

Al suo segnale solenne, un sonoro “OOOOOOOOOOOH” che richiamò l'attenzione del cielo, fecero la loro comparsa sulla spiaggia: tre barbagianni alle chitarre, due civette alle tastiere e due gufi del Giappone alle percussioni. Era la leggendaria band dei Rolling Gufons 2!

La musica rock and roll esplose selvaggia sulla sabbia, diffondendosi sulle onde del mare. Tutti, ma proprio tutti, iniziarono a ballare scatenati. E proprio in quel momento di pura magia, accaddero i veri miracoli della fantasia: dal sentiero apparvero ben ventotto galli nuovi di zecca, fieri e ruspanti, che si diressero ballando verso le galline del pollaio per la gioia di Kikka; contemporaneamente, due tassi piccolini e deliziosi, chiamati Jimmy e Sammy, volarono letteralmente tra le braccia protese ed emozionate di Tommy e Bobby. Le adozioni erano compiute.



⭐Il salone sul mare e la cometa

Mentre la spiaggia era nel pieno del ballo e dei festeggiamenti, io, Elia e il vecchio Agostiniano ci allontanammo di pochi passi, fermandoci sul portone del grande salone della nostra villa che dava direttamente sul mare.

«Siamo stati davvero in gamba stasera, vero ragazzi?», disse il gufo guardando la felicità dei suoi compagni.

«Sì, siamo stati fantastici,» rispondemmo io ed Elia in coro.

«Beh, ovvio che sì. Dopotutto avete inventato ogni singola parola voi due,» ammiccò il vecchio facendoci arrossire leggermente per la terza volta. «Bene. Ora io mi rimetto in viaggio, me ne torno al mio vecchio tronco nel Bosco Blu, poco lontano da qui. E grazie ancora di avermi regalato altri due secoli e mezzo di vita, figlioli.»

Elia gli strinse la zampa: «È stato un vero piacere, Giudice».

«No! Niente formalità. Chiamatemi semplicemente nonno. Mi piace molto di più».

Io lo salutai con la mano: «Ciao nonno... a presto allora».

«Sia chiaro, però: non contate su di me per la prossima, pazza trovata che vi verrà in mente di scrivere. Questa volta vorrei davvero rimanerne fuori... ahah! Ricordatevelo: avete inventato tutto voi due.» sussurrò il vecchio gufo con un'ultima occhiata complice.

E noi, ancora una volta, arrossimmo leggermente.

E spiegate le sue grandi ali argentate, volò via maestoso, scomparendo nel buio della notte stellata.

Mi voltai verso Elia, guardando il mare illuminato dal faro della villa: «Bel lavoro, collega».

Lui mi rispose sorridendo: «Grazie alla tua straordinaria fantasia».

E proprio mentre tutti gli animali continuavano a ballare felici sulla sabbia al ritmo dei Rolling Gufons, una splendida stella cometa solcò il cielo blu del Verdebosco, lasciando una scia luminosa dietro di sé..

Elia si voltò verso di me, sgranando gli occhi: «Sei stato tu a scriverla?».

E io, guardandolo a mia volta, risposi: «Sei stato tu a disegnarla?».

Poi, nello stesso millesimo di secondo, esclamammo insieme: «No». 

Ripetemmo insieme guardandoci stupiti: «No?».

E la stella continuò a scivolare silenziosa nel cielo, illuminando il mare calmo della costiera. Rimanemmo in silenzio a guardare la scia spegnersi sul mare.

E in quel momento fu chiaro a tutti, chiarissimo. È questo il dolce, eterno mistero delle favole.

Giampaolo Daccò Scaglione