venerdì 10 luglio 2026

"LA BAMBINA CON IL VESTITO BLU"


Prologo:

"C’è un momento, nella vita di ognuno, in cui il mondo sembra già scritto. Un sentiero tracciato, una direzione che pare naturale, quasi obbligata. Si cresce pensando di appartenere a un mestiere, a un destino, a un ruolo che gli altri hanno immaginato per noi molto prima che potessimo persino capirlo.

Eppure, a volte, accade qualcosa di minuscolo. Un gesto. Una parola. Un incontro improvviso. Una luce che cade nel modo giusto. E all’improvviso ci si accorge che dentro, nascosta come un seme sotto la neve, c’è una dote che nessuno aveva mai visto prima. Nemmeno noi.

È una scintilla che non fa rumore, ma che è capace di cambiare tutto. Perché non indica un semplice traguardo, indica una direzione. Una direzione che non porta necessariamente verso ciò che si desidera per sé, ma verso ciò che si può fare per gli altri.

E allora il sentiero si apre. Si allarga, si trasforma. E chi pensava di essere destinato a una vita semplice e ordinaria, scopre invece di avere un compito. Un compito che non si sceglie: si riconosce.

Così nascono le vite che lasciano davvero un segno. Non da un grande inizio, ma da un piccolo talento che, un giorno, decide finalmente di farsi vedere."


"La protagonista della storia è un personaggio di pura fantasia come la sua famiglia, ma nello svolgersi della storia ho inserito personaggi storici esistenti. Soprattutto donne che come la protagonista hanno dato una svolta epocale nel mondo. Un racconto di fantasia dove le donne hanno ruolo importante come dev'essere. Sempre." - Giampaolo D.S.

"LA BAMBINA CON IL VESTITO BLU"


Il colore di una promessa

La famiglia Guildford viveva a Saint Albans, a nord di Londra, quando la guerra si portò via Anthony Guilford a soli trentasette anni nel 1915. 

Eleanor Riggle rimase vedova a trentaquattro anni, con tre figli ancora troppo piccoli per capire davvero cosa significasse non vedere più il padre tornare a casa: Maurice aveva dodici anni, Samuel nove, e la piccola Katherine soltanto cinque. 

La casa, dopo la tragica notizia, sembrò svuotarsi di colpo; i rumori quotidiani si fecero più leggeri, come se avessero paura di disturbare il dolore.

Finita la guerra, con le stanze che echeggiavano di assenze e un futuro che sembrava un corridoio troppo lungo, Eleanor prese una decisione che non aveva mai pensato di dover prendere. 

Caricò poche valigie, prese per mano i bambini e lasciò Saint Albans.

Il viaggio verso Luton fu lento, silenzioso, quasi sospeso. Il carro avanzava faticosamente tra il fango e i bambini guardavano la strada senza capire davvero cosa si stessero lasciando alle spalle.

A Luton li accolse Marjorie, sorella di Eleanor, che viveva come perpetua nella canonica del fratello Albert, parroco della città. 

La canonica odorava di cera, di legno vecchio e di libri sacri consumati dal tempo. Fu lì, in quella casa che non era la loro ma che li accolse come se lo fosse, che la famiglia trovò un nuovo equilibrio: fragile, ma possibile.

Il giorno della parata della liberazione, Katherine vide per la prima volta le divise blu delle forze armate. Quel colore, così intenso da sembrare vivo, la colpì come un lampo. Rimase immobile, con gli occhi spalancati, come se il mondo si fosse improvvisamente colorato solo per lei. 

Da allora, il blu divenne il suo colore, la sua scelta, la sua promessa.

Non importava se a scuola le compagne ridevano delle sue gonne scure o dei fiocchi che non erano rosa come i loro: Katherine continuava a vestirsi di blu, ostinata e silenziosa. 

Anche le sue bambole, che non trattava come semplici figlie ma come veri e propri pazienti d’ospedale, avevano coperte blu, fasce blu e piccoli dettagli che parlavano di un mondo tutto suo.

Grazie all’aiuto di padre Albert e di Marjorie, Eleanor trovò lavoro come insegnante nel college femminile di Luton, il Mather Francis. Per qualche anno la vita sembrò tornare a scorrere con un ritmo accettabile: orari, lezioni, compiti, e la canonica che si riempiva nuovamente di voci e di passi.

Ma quando l'epidemia di spagnola si portò via anche Marjorie, la casa cambiò ancora una volta. Eleanor lasciò la scuola per aiutare il fratello in canonica, riportando la famiglia in un’altra forma di vita, più silenziosa e più raccolta.

Katherine, intanto, cresceva dentro il suo blu. Non si trattava di un capriccio o di un vezzo infantile: era un richiamo profondo. Un colore che sembrava indicarle una strada che ancora non sapeva leggere, ma che già sentiva intimamente sua.


Mani che curano

Katherine non pettinava le bambole come le altre bambine. Non le vestiva, non le portava a passeggio e non le metteva a prendere il tè. 

Le fasciava. 

Lo faceva con strisce di stoffa, pezzi di garza e fazzoletti arrotolati. Ogni bambola aveva una benda sulla testa, un braccio immobilizzato o una coperta blu sulle gambe; e lei, con la serietà tipica di chi ha un compito preciso, controllava che ogni cosa fosse al posto giusto.

Fu così che lo zio Albert, il parroco di Luton, la vide per la prima volta davvero. Non come la nipote più piccola, non come la bambina rimasta senza padre, ma come una creatura che possedeva un modo tutto suo di guardare il dolore.

Eleanor, seduta accanto a lui nella penombra della chiesa, lo capì nello stesso istante. I due si scambiarono uno sguardo breve, quasi timido, come se avessero scoperto un segreto profondo che la bambina stessa non sapeva ancora di portare.

Katherine cresceva così: silenziosa, attenta, con le mani sempre occupate a sistemare qualcosa. E sempre, ostinatamente, vestita di blu. Blu scuro d’inverno, blu polvere d’estate, blu oltremare per i giorni di festa.

Le compagne di scuola ridevano di lei; dicevano che sembrava un soldatino, che il rosa era un colore più adatto e che una bambina non poteva vestirsi come il cielo prima della pioggia. 

Lei, tuttavia, non rispondeva mai. Si limitava a stringere la bambola di turno, avvolta nella sua coperta blu, come se quel colore rappresentasse un rifugio impenetrabile.

A scuola andava bene in tutto, tranne che in latino e nelle materie letterarie. Le declinazioni la annoiavano e le poesie la irritavano. Ma quando la maestra spiegava la matematica, o quando il professore delle secondarie tracciava formule complesse alla lavagna, Katherine si illuminava. 

Era come se il mondo, per un attimo, seguisse un ordine logico e comprensibile.

Intanto i fratelli crescevano. Maurice si fidanzò presto e Samuel lo seguì a poca distanza. La casa si svuotava progressivamente delle voci maschili, e Katherine rimaneva l’unica figlia, l’unica ancora da sistemare, l’unica che non sembrava avere alcuna fretta di diventare adulta.

Quando arrivò il momento di scegliere l’università, tutti si aspettavano che seguisse la strada ritenuta “giusta”: studi classici, un buon matrimonio e una vita tranquilla. 

Katherine, però, aveva già deciso da anni. 

Voleva andare a Slough, nella scuola per infermiere. Voleva curare, fasciare e proteggere. Desiderava fare ciò che faceva da quando aveva cinque anni, solo con strumenti veri.

E quando qualcuno le chiedeva, con un sorriso malizioso, quando avrebbe finalmente pensato a fidanzarsi, lei rispondeva sempre allo stesso modo, senza la minima esitazione:

«Quando incontrerò un soldato di Sua Maestà».

Eleanor sospirava, lo zio Albert sorrideva sotto i baffi e Katherine, avvolta nel suo blu, continuava a camminare decisa nella direzione che aveva scelto fin da bambina.


Il canto del sangue e dell'acciaio

Un giorno, durante una messa domenicale, la chiesa di Saint Albans era insolitamente piena. L’aria odorava di incenso, le candele tremavano leggere e padre Albert stava celebrando l’omelia dall'altare quando, all’improvviso, un tonfo sordo spezzò il silenzio sacro. 

Una donna, seduta nelle primissime file, si era accasciata pesantemente a terra.

Un mormorio di panico attraversò i banchi. Alcuni fedeli si alzarono di scatto, altri si fecero da parte per far passare i soccorritori. 

La liturgia, tuttavia, per regola ecclesiastica non poteva essere interrotta: il sacerdote doveva continuare a officiare, mentre la donna veniva spostata con delicatezza verso il fondo della navata.

Katherine, che allora aveva diciott’anni e sedeva accanto alla madre, si alzò senza esitare. Non era mossa da semplice curiosità: era qualcosa di più profondo, un richiamo viscerale. 

Si avvicinò alla donna e comprese subito che stava soffocando. Il volto era spaventosamente cianotico, gli occhi sbarrati dal terrore e il respiro ridotto a un rantolo spezzato.

«Mamma, dammi la limetta per le unghie» ordinò la ragazza, con una calma olimpica che non apparteneva affatto a una giovane della sua età.

Eleanor la guardò come se fosse impazzita: «La limetta? Katherine, ma cosa dici!».

Non fece in tempo a finire la frase. Una vecchia infermiera, che si trovava tra i fedeli, si avvicinò di corsa. Aveva capito l'intenzione. Guardò la ragazza dritta negli occhi e vi scorse qualcosa che la folgorò: sicurezza, decisione e un coraggio fuori dal comune.

«La aiuto io» disse la donna. «Serve dell'alcol, una cannuccia e dei cerotti».

Il sagrestano, pallido come un lenzuolo, corse in sacrestia a prendere ciò che le veniva richiesto, mentre un fedele venne mandato a chiamare d'urgenza un medico dal vicino ospedale.

La donna a terra, intanto, ansimava sempre meno. Katherine si inginocchiò accanto a lei sul pavimento freddo. La vecchia infermiera le porse la limetta d'acciaio senza proferire parola: un gesto di fiducia cieca e assoluta.

Katherine toccò con due dita il punto esatto della trachea. 

Le sue mani non tremavano, non esitavano e non mostravano paura. Con un solo movimento, rapido e chirurgico, incise la carne. Il sangue uscì in un fiotto caldo, subito tamponato dal panno che il sagrestano le aveva passato. 

Poi, con delicatezza ma senza perdere un solo secondo, inserì la cannuccia nella ferita.

Un attimo. Due. Tre.

La donna finalmente inspirò. Fu un suono ruvido, d'aria che rientrava a forza, ma drammaticamente vivo. Poi seguì un altro respiro, e un altro ancora. Il colore roseo tornò lentamente a dipingere il volto della svenuta.

L'intera chiesa era immobile, ammutolita. Tutti gli sguardi erano fissi su Katherine. 

La vecchia infermiera le accarezzò il viso con una mano tremante per l'emozione: «Brava» sussurrò. «Diventerai una dottoressa straordinaria, se lo vorrai».

Quando arrivò la carrozza dell’ambulanza, la donna fu caricata sulla lettiga e portata via. L’infermiera la seguì, tenendole la mano. Katherine, invece, fu chiamata immediatamente in sagrestia. 

Padre Albert era sconvolto, diviso tra l’orgoglio e lo spavento per quell'atto così estremo; Eleanor piangeva in silenzio, ancora scossa. 

Il sagrestano, vedendo la ragazza pallida, le porse un bicchiere d’acqua, convinto che stesse per svenire. Ma lei si limitò a rialzarsi, si asciugò le mani e riprese il suo solito colorito.

«Come hai fatto?» le chiese lo zio, con un filo di voce.

Katherine abbassò lo sguardo sul suo vestito blu, ora vistosamente macchiato di sangue scuro. Sorrise appena: «Studio di nascosto i libri di medicina. Quelli che servono alle infermiere d'alto livello».

Un uomo autorevole, che aveva assistito all'intera scena tra i banchi, intervenne con voce ferma: «Questa ragazza possiede un talento innato per la medicina. Nessuna giovane donna avrebbe avuto un simile sangue freddo. E in Inghilterra, di dottoresse, sono ancora decisamente troppo poche».

Katherine scosse la testa, sorridendo: «Io voglio fare l’infermiera. Voglio curare le persone povere».

Tre giorni dopo, una carrozza elegante si fermò davanti alla loro modesta abitazione. Ne scese un uomo distinto, accompagnato dalla moglie: era il figlio della donna salvata. 

Portava con sé i ringraziamenti devoti della famiglia e una cospicua somma di denaro che Katherine, inizialmente, non voleva assolutamente accettare. 

Eleanor li fece accomodare in salotto.

«Non è un semplice dono di gratitudine» spiegò l’uomo, guardando la ragazza. «È un investimento per il suo futuro e per i suoi studi. Io sono un medico professionista, e quello che ha fatto sua figlia… è stato perfetto. Perfetto per qualcuno che non ha mai frequentato un'aula di medicina».

La moglie lo guardò con dolcezza, aggiungendo: «A Londra c’è un’università dove le giovani donne hanno finalmente iniziato a studiare le scienze. Alcune diventano professoresse, altre ingegnere, altre medici. L’Inghilterra ha un immenso bisogno di ragazze con il vostro coraggio».

Katherine rimase in silenzio. E in quella stanza, il blu del suo vestito sembrò risplendere di una luce ancora più intensa del solito.


Le aule di Londra

Dopo mesi di profondi pensieri, esitazioni e notti passate a sfogliare di nascosto i libri di anatomia presi in prestito dalla canonica dello zio, Katherine — sempre fedele al suo vestito blu, come a un voto silenzioso — prese finalmente la sua decisione definitiva. 

Non sarebbe rimasta a Luton. Non avrebbe seguito la strada tranquilla e ordinaria che tutti si aspettavano da lei.

Avrebbe studiato medicina. A Londra, alla London School of Medicine for Women, l’unico luogo in Inghilterra dove una giovane ragazza poteva davvero diventare ciò che sentiva di essere fin da quando era bambina.

L’ingresso nell'ateneo non fu affatto semplice. 

Le domande d'ammissione erano rigidissime, le candidate ammesse pochissime, e la diffidenza del mondo accademico verso le donne in camice bianco era ancora fortissima. 

Ma Katherine superò ogni ostacolo con la stessa determinazione glaciale con cui, anni prima, aveva inciso la trachea di quella donna in chiesa per salvarle la vita.

In cinque anni completò gli studi, scegliendo la specializzazione più complessa e più lontana dalle aspettative dell'epoca: la chirurgia. 

Fu proprio tra quelle aule che conobbe Margery Blackie, una studentessa brillante, destinata a diventare in futuro la celebre omeopata della Regina Elisabetta II. 

Margery la prese subito sotto la sua ala protettiva: la guidò nei momenti più duri e le insegnò a non farsi mai schiacciare dai colleghi uomini, i quali la guardavano ancora come un’anomalia del sistema.

E fu sempre al college che Katherine strinse una profonda amicizia con Honor Smith, che si sarebbe laureata con lei nel 1937, per poi diventare una colonna della neurologia britannica. 

Honor era molto diversa da Margery: più riservata, metodica e incline allo studio rigoroso piuttosto che alla vita sociale.

Tra loro tre nacque un legame indissolubile, fatto di notti passate sui libri alla luce delle candele, di esami difficili superati insieme e di risate soffocate nei corridoi della scuola.

Katherine, con il suo inconfondibile vestito blu e la sua calma ferma, trovò finalmente il proprio posto nel mondo. 

Non era più la bambina che fasciava le bambole nel soggiorno di casa, e nemmeno la ragazzina che salvava vite con una limetta per le unghie. 

Era diventata una donna che stava trasformandosi in ciò che era sempre stata destinata a essere.


Il futuro oltre l'oceano

Dopo la laurea nel 1937, Katherine e Matthew Braghan — che aveva sposato l’anno precedente — ricevettero un’offerta che nessuno dei due avrebbe mai osato immaginare: un prestigioso periodo di studio e ricerca negli Stati Uniti, tra Philadelphia e New York. 

Erano proprio gli anni in cui gli ospedali universitari americani stavano sperimentando tecniche chirurgiche che in Europa sembravano ancora pura fantascienza.

Per una giovane coppia di medici inglesi, fu come entrare direttamente nel futuro. 

Le sale operatorie brillavano di forti luci bianche, i respiratori emettevano un suono regolare e ipnotico, e i chirurghi si muovevano con una sicurezza che Katherine osservava come si osserva un grande maestro d’orchestra. 

Lei prendeva appunti ovunque: sui quaderni, sui foglietti infilati nelle tasche del camice, perfino sul dorso dei guanti di lattice quando non aveva altro a disposizione.

Negli Stati Uniti imparò ciò che nessun libro di testo le aveva mai insegnato: la chirurgia toracica d'avanguardia, la ventilazione controllata e le primissime tecniche di resezione polmonare. 

Passava ore intere nelle sale operatorie, immobile come una statua, mentre Matthew le stava costantemente accanto, compagno di studi, di lavoro e di vita. 

Erano giovani, stanchi, ma affamati di sapere; ogni giorno tornavano a casa con la netta sensazione di aver assistito a qualcosa che avrebbe cambiato il mondo.

Quando Katherine rimase incinta del loro primo figlio, decisero che era giunto il momento di tornare in Inghilterra. 

Il bambino nacque nel 1940 e si chiamò Anthony, in onore del padre di lei, morto tragicamente al fronte nel 1915. Fu un ritorno dolce e difficile al tempo stesso: la guerra, i terribili bombardamenti su Londra, gli ospedali perennemente pieni e le notti passate senza sonno. 

Ma Katherine non si fermò. 

Non poteva, e non voleva farlo.

Dopo la fine delle ostilità, nel 1948, l’Europa ricominciò finalmente a respirare. Con la ripresa arrivarono anche i primi macchinari americani d'importazione: strumenti di altissima precisione, respiratori moderni e apparecchi per la ventilazione assistita. 

Katherine e Matthew furono tra i primissimi medici a studiarli a fondo. Li smontavano, li analizzavano nei dettagli e li provavano su complessi modelli anatomici, cercando di capire fino a dove potessero spingersi per salvare vite.

Fu proprio grazie a uno di questi nuovi strumenti che, un giorno, tutto cambiò per sempre.

Arrivò in ospedale una donna per la quale nessun medico nutriva ormai più alcuna speranza: era affetta da un tumore polmonare avanzato, considerato del tutto inoperabile dalle commissioni mediche. 

Katherine la osservò a lungo, in silenzio nella penombra del reparto. Guardò il torace della paziente che si sollevava a fatica, poi spostò lo sguardo sul nuovo macchinario americano e infine cercò gli occhi di Matthew.

In quel preciso istante, capì.

«Possiamo isolare il polmone malato» annunciò l'uomo alla moglie. «Possiamo operare per rimuovere la massa mentre l’altro polmone continua a respirare in modo assistito».

Era un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria. Una tecnica che nessuno in Europa aveva ancora mai tentato in quel modo.

Operarono insieme, con una sincronia e una precisione che ai presenti sembrò una coreografia perfetta. 

Il sangue scorreva, gli strumenti d'acciaio brillavano sotto la luce fredda della scialitica e il respiratore scandiva il tempo della vita come un metronomo. E alla fine, contro ogni previsione medica, la donna sopravvisse all'intervento.

Insieme a quel successo, nacque una nuova e radiosa strada per la chirurgia toracica mondiale. 

La stampa britannica iniziò a parlare diffusamente di loro, i colleghi d'oltreoceano li cercavano per consulenze e i più grandi ospedali del Paese li volevano nei loro reparti. 

E Katherine, la bambina dal vestito blu che fasciava le bambole in chiesa, si trasformò ufficialmente in una pioniera della medicina moderna.


Il trionfo internazionale

Quando la guerra finì e l’Europa ricominciò lentamente a rialzarsi, anche la medicina riprese fiato. 

Gli ospedali si riempirono di giovani medici, di nuove idee e di strumenti avanguardistici arrivati dall’America. 

E tra quei nomi che iniziavano a circolare con insistenza nei corridoi delle più prestigiose università, ce n’era uno che sorprendeva tutti: Katherine Guilford Braghan, la donna che aveva osato dove altri non avevano nemmeno guardato.

Nel 1948 arrivò il primo invito ufficiale: Cambridge. Una sala gremita all'inverosimile, con gli studenti seduti perfino sui gradini e i professori anziani in piedi lungo le pareti. 

Katherine salì sul palco con la calma che l'aveva sempre contraddistinta, quella calma che non era freddezza ma concentrazione pura. Parlò della tecnica che lei e Matthew avevano sviluppato, spiegò dettagliatamente come isolare un polmone e come operare senza far collassare l’intero apparato respiratorio. 

Le sue parole erano chiare, precise, limpide come tagli di bisturi.

L’anno dopo fu la volta della Sorbona. Parigi era ancora visibilmente ferita dagli artigli della guerra, ma l’aula magna dell’università era un mare di volti attenti. 

Quando Katherine mostrò sul maxischermo le radiografie del primo intervento polmonare riuscito, si fece un silenzio così profondo che si poteva nitidamente sentire il fruscio delle pagine dei taccuini. Era una donna, era giovane, era brillante; e stava cambiando per sempre le sorti della chirurgia mondiale.

Negli anni Cinquanta, Katherine e Matthew divennero una presenza costante e autorevole nei congressi europei. 

Viaggiavano insieme, discutevano di scienza insieme, operavano fianco a fianco. A volte salvavano vite, a volte le perdevano, ma ogni volta imparavano qualcosa che li rendeva più forti, più uniti e più consapevoli del loro ruolo in un mondo che stava correndo veloce verso il futuro.

E poi arrivò "Il Congresso Internazionale di Medicina del 1955"

Il grande congresso internazionale “Modern Medicine and New Techniques – A Conference for the Future” era l’evento accademico più atteso dell’anno. Medici, ricercatori e scienziati da ogni angolo del globo si erano riuniti in una sala immensa, illuminata da lampadari di cristallo che sembravano stelle.

Per la prima volta nella sua vita adulta, Katherine decise di non indossare il blu. 

Quel giorno scelse un vestito rosso, vivo, profondo e luminoso, che sembrava accendere l’intera sala ancora prima che lei prendesse la parola. 

Non si trattava di vanità: era un segno forte, un modo per comunicare al mondo che non era più solo una giovane chirurga timida, ma una donna che aveva aperto una strada nuova per l'emancipazione e la scienza.

Sul palco, accanto al podio dei relatori, una fila di trofei accademici brillava sotto i riflettori. 

Quando il moderatore chiamò il suo nome, Katherine sentì un fremito di emozione attraversarle la schiena. Salì i gradini del palco lentamente, fiera nel suo abito. 

Il relatore — un uomo anziano dalla barba bianca e dalla voce profonda — parlò di lei come di una pioniera assoluta, di una mente eccelsa che aveva spalancato le porte del futuro, di una donna che aveva osato entrare in un territorio da sempre dominato esclusivamente dagli uomini, trasformandolo dall'interno.

Il pubblico intero si alzò in piedi in una standing ovation. Un applauso lungo, fragoroso, caldo, che sembrava non voler finire mai.

E in quel momento, mentre guardava quella platea oceanica che la acclamava, Katherine vide scorrere davanti ai suoi occhi, come in un film, tutta la sua intera esistenza: 

la bambina che fasciava le bambole sul pavimento della canonica; la ragazza che aveva salvato una donna in chiesa con una semplice limetta per le unghie; la studentessa in blu che sfidava i colleghi maschi nei corridoi del college; la giovane madre che studiava di notte tenendo il piccolo Anthony in braccio; la scienziata che aveva inventato una tecnica chirurgica rivoluzionaria.

E in quell'istante capì di non essere sola su quel palco. Dietro di lei, invisibili ma presenti, c’erano tutte le donne che avevano lottato duramente per entrare in un’aula universitaria, in un laboratorio o in una sala operatoria. 

C’erano le sue amiche Margery e Honor, le sue vecchie insegnanti, le sue pazienti salvate e le sue colleghe. C’era un mondo intero che aveva aspettato fin troppo a lungo quel momento di riscatto.

Il mondo si era finalmente accorto del valore di Katherine. E lei, in quel preciso secondo, si era finalmente accorta di se stessa.


Il passaggio del testimone

Il pomeriggio era tiepido, uno di quelli in cui Londra sembra dimenticare la sua solita pioggia e si lascia avvolgere da una calda luce dorata. Nel giardino della loro casa, tra il profumo intenso delle rose e il vetro lucente della veranda, Katherine sedeva accanto alla madre, ormai molto anziana.

Attorno a loro, come in un perfetto quadro familiare, c’erano i fratelli con le loro famiglie, Matthew intento a chiacchierare amabilmente con i cognati, e il mormorio tranquillo di una domenica trascorsa senza fretta.

La madre teneva tra le mani una vecchia fotografia in bianco e nero, un po' consumata agli angoli: «Tuo zio Albert…» mormorò con nostalgia, accarezzando il volto dell’uomo ritratto. «Se n’è andato sotto le bombe tedesche nel ’41. Era così fiero di te, sai? Lo era anche quando eri solo una bambina che correva per casa con le bambole interamente fasciate».

Katherine sorrise, lo sguardo rivolto ai ricordi: «E pensare che tutto era blu».

La madre rise piano, e con lei risero i fratelli, i cognati e perfino Matthew, che si voltò da lontano richiamato da quel momento di ilarità: «Blu i vestiti, blu le bambole, blu i giochi, blu la tua cameretta…».

«E blu il tailleur che indossi ancora oggi» aggiunse Samuel, il fratello maggiore, indicando con un gesto affettuoso il suo elegante completo in stile francese, rigorosamente blu di Prussia.

Katherine si guardò il tessuto della gonna, lisciandolo con una carezza: «Alcune cose non cambiano mai».

«Per fortuna» rispose la madre, stringendole forte la mano.

Fu allora che dalla veranda si aprì la porta a vetri con un piccolo tonfo leggero. 

Ne uscì Claire, la nipotina di cinque anni, nipote di Samuel. Indossava un vestitino azzurro chiaro, i capelli biondi raccolti in una coda un po’ storta, e tra le braccia stringeva orgogliosa una bambola avvolta in una lunga benda scura, fasciata con la stessa identica cura con cui Katherine, tantissimi anni prima, curava le sue.

La bambina si fermò in cima ai gradini della veranda, fiera della sua piccola “paziente”. Per un istante, nel giardino calò un silenzio stupito: nessuno parlò. Poi, come se un filo invisibile e magico avesse unito sul momento tutte le generazioni presenti, scoppiò una risata collettiva, calda, piena e profondamente familiare.

Katherine guardò Claire e in lei si rivide chiaramente: rivide la bambina testarda che era stata, la ragazza coraggiosa che aveva sfidato i pregiudizi del mondo e la scienziata che aveva aperto una strada del tutto nuova alla chirurgia.

In quel preciso momento, da lontano, il Big Ben suonò i cinque rintocchi del pomeriggio. Un suono profondo, solenne, che attraversò il giardino come il segno tangibile del tempo che passa e ritorna, sempre.

Katherine chiuse gli occhi per un breve istante. Il cerchio era completo, la vita aveva fatto il suo giro perfetto. E una nuova bambina in blu stava già iniziando a percorrere il proprio cammino.


Epilogo

Katherine Guilford (1910–2008)

Katherine Guilford nacque a Saint Albans, in Inghilterra, il 1º gennaio 1910. Figlia di Eleanor Riggle e nipote di padre Albert, crebbe in una famiglia profondamente segnata dalla guerra ma ricca di valori, disciplina e affetto. Fin da bambina mostrò un talento naturale per la cura, la precisione e la scienza.

Dopo gli studi alla London School of Medicine for Women, divenne una delle prime donne inglesi a specializzarsi in chirurgia toracica. Nel 1936 (nel testo dell'epilogo era sfuggito un 1938, ma l'ho corretto con il 1936 del capitolo precedente per coerenza!) sposò il collega Matthew Braghan, con cui condivise una vita intera di ricerca, lavoro e assoluta dedizione.

Tra il 1937 e il 1940 la coppia trascorse un fondamentale periodo di formazione negli Stati Uniti, tra Philadelphia e New York, dove studiò tecniche chirurgiche allora del tutto sconosciute in Europa. Tornati in Inghilterra allo scoppio della guerra, Katherine e Matthew continuarono a operare in condizioni estremamente difficili sotto i bombardamenti, contribuendo alla modernizzazione della chirurgia polmonare d'urgenza.

Nel 1948, grazie ai nuovi macchinari arrivati dagli Stati Uniti, svilupparono insieme una tecnica innovativa che permetteva di operare i polmoni isolando un solo lato dell’apparato respiratorio. Questa procedura salvò la vita a una paziente considerata inoperabile e aprì una nuova, radiosa strada nella chirurgia toracica moderna.

Negli anni successivi Katherine divenne una figura di riferimento internazionale. Fu invitata a tenere prestigiose conferenze a Cambridge (1948), alla Sorbona (1949) e in numerosi congressi europei. Nel 1955 ricevette un importantissimo riconoscimento al congresso "Modern Medicine and New Techniques – A Conference for the Future", dove fu celebrata come pioniera assoluta in un campo dominato dagli uomini.

Nel corso della sua lunga vita pubblicò articoli scientifici, formò intere generazioni di medici e contribuì allo sviluppo di nuove tecniche di ventilazione assistita. È considerata ancora oggi una delle innovatrici più influenti della chirurgia polmonare del XX secolo.

Katherine ebbe due figli, Anthony e Salomon, e fu nonna cinque volte. Nonostante la grande fama internazionale, mantenne sempre un carattere riservato, elegante, profondamente fedele alle sue origini e al colore che l’aveva accompagnata fin da bambina: il blu.

Morì serenamente a Londra, il 23 ottobre 2008, all’età di 98 anni, circondata dall’affetto della sua famiglia. La sua eredità scientifica e umana continua a vivere nelle tecniche mediche che portano il suo nome e nelle migliaia di vite salvate grazie al suo coraggio.

Nota dell’autore

Tutti i nomi, i luoghi, le date, gli eventi e i personaggi presenti in questa storia sono completamente inventati o utilizzati in modo puramente narrativo. Ogni riferimento a persone realmente esistenti, vive o scomparse, o a fatti storici specifici è da considerarsi del tutto casuale.

Giampaolo Daccò Scaglione



 





















 

martedì 7 luglio 2026

"SOLO UN PADRE"


Roma, 2 giugno 2025

Roma non era mai stata così bella in quel tramonto di seta rosa. Il Tevere sembrava una sciarpa delicata dai toni caldi sotto il bellissimo terrazzo di quel locale esclusivo, da dove si vedevano San Pietro e Castel Sant’Angelo.

Nella mattinata molti avevano partecipato alla parata della Festa della Repubblica, poi ci fu un importante aperitivo in quell’albergo di lusso in onore del compleanno del Marchese Prati-Doriani, a cui parteciparono molti papaveri della capitale bene.

Roberto Marini Saverio quella sera aveva avuto caldo in quell’elegante bolgia all’interno della sala di vetro in cima al locale, così, con il suo cocktail, aveva deciso di prendersi un po’ di ponentino seduto vicino al terrazzo con vista su Roma.

Non si accorse che qualcuno lo aveva seguito. Sedutosi, ammirava quel panorama che ogni volta – nonostante fosse nato e vissuto in una stupenda zona periferica a nord della città – lo stupiva sempre; la sua Roma lo affascinava in ogni momento e a ogni ora della giornata.

Stava pensando a suo figlio Guglielmo, il maggiore, che si era laureato il mese prima alla “The American University of Rome”, alla cui cerimonia aveva partecipato con una forte emozione insieme a tutta la sua famiglia. Guglielmo, a ventitré anni, aveva già un futuro meraviglioso davanti.

Tornò in sé e sentì che qualcuno si era seduto nella poltrona dall’altro lato del tavolo, ma non ci badò.


La stupenda donna vestita di rosso, dai modi delicati e sensuali, lo osservava attentamente. Roberto era sempre stato un bellissimo uomo, tanto bello quanto quasi inavvicinabile; eppure era una persona gentile, disponibile, educata ma alla mano, e molte signore e ragazze dell’alta società, e non solo, avevano fatto di tutto per far breccia nel suo cuore.

Roberto, stranamente per un uomo così attraente, ricco e con una posizione invidiabile, al contrario di molti che cambiavano donne come si cambiano i calzini pur avendo anche mogli, era rimasto fedele solo a una: Alessandra, sua moglie, la madre dei suoi figli che lo lasciò a soli ventiquattro anni, tanti anni prima.

Per un po’ di tempo molti compresero il suo dolore. Poi, anche se sospettavano che qualche scappatella con signore e ragazze romane l’avrebbe avuta, fino al momento in cui si sospettò una sua presunta attrazione verso gli uomini, dando la colpa alla delusione e al dolore.

Mai stata detta una sciocchezza più grande di questa.

All’improvviso una voce femminile, dai toni caldi ma non volgari, lo fece girare nella direzione di quel suono quasi melodioso:
«È un piacere vederla seduto solitario qui a guardare questo magnifico tramonto».

La splendida donna sui trentacinque anni, con un vestito rosso molto sensuale, lo fissava con occhi grandi e scuri, profondamente, e un sorriso simpatico senza malizia sul volto.

Roberto sorrise.

«Roberto Marini Saverio, il famoso architetto, impossibile non conoscerla».

Lui le rivolse un sorriso caldo. L’aveva riconosciuta: Claudia Eusobi, figlia di un amico di suo padre e con cui aveva collaborato a un progetto della loro villa ai Parioli. Se la ricordava quindicenne, vestita in jeans e spavalda nei suoi anni.

«Claudia Eusobi…» disse sorridendole. Lei annuì. «È cambiata molto dall’ultima volta che l’avevo vista a casa Eusobi una quindicina di anni fa. Il suo volto, però, è rimasto uguale».

«È un bel complimento Roberto… Posso chiamarla così?». I suoi occhi erano attenti, attenti a non sbagliare le parole, a non usare toni seducenti, a non apparire superficiale. Quell’uomo l’aveva sempre stregata.

«Sempre se lei mi permette di chiamarla Claudia».

Lei scoppiò in una leggera risata, seguita dalla sua. «Probabilmente sarebbe più carino darci del tu, Roberto, visto che mio nonno e lei, insieme a suo padre, hanno collaborato molto negli anni passati».

Roberto non sapeva perché lo fece, ma si alzò in piedi posando il bicchiere mezzo pieno sul tavolo, allungò la mano verso di lei, che prontamente la prese e, alzandosi con stile, si avvicinò a lui.

«Posso permettermi di farti vedere una bellissima cosa?».

«Certamente».

La portò dall’altra parte del terrazzo, dove la notte stava già scendendo. Si appoggiarono alla ringhiera di vetro e ai loro occhi apparvero i colli romani, con le luci delle cittadine che sembravano lucciole in mezzo a cespugli sempreverdi; il blu dell’imminente notte dava un tocco di magia al panorama.

Lei si girò verso il bel profilo dell’uomo biondo a fianco. Lui, senza guardarla, disse:
«Questa è una delle cose che amo di più: la bellezza della natura, l’armonia delle cose, i colori che entrano nell’anima e il piacere di conversare con persone intelligenti». 
E si voltò a guardarla.

Claudia sorrise, sentendosi arrossire leggermente. Aveva davanti a sé un uomo sensibile e difficile da conquistare. Con voce dolce ma ferma rispose:
«Non mi sono laureata in architettura per creare solo cose bellissime e spesso inutili, o di lusso e non adatte all’anima. Amo anch’io…» e con gli occhi guardò quel paesaggio che lui le aveva fatto entrare nel cuore «…tutto questo, e forse per questo sono sola. Volevo dire che, tra le mie conoscenze, pochi hanno compreso quali siano i valori a cui una donna e un uomo come sei tu danno importanza nella propria vita».

Lui si fece serio. Lei temette di aver detto troppo. La prese sottobraccio e la condusse verso l’interno del locale, mentre le persone ballavano a tempo di musica ed altre, sedute, parlavano.

«Posso offrirti una specialità del bartender? Ma solo una sorpresa fatta di frutta e sapori indimenticabili».

Lei mise il braccio sotto il suo ed entrarono in quel posto elegante, confondendosi con tutti gli altri.

"SOLO UN PADRE"


Roma, 12 giugno 2026

La giornata era iniziata con un leggero vento caldo proveniente dai Monti Sibillini. Roberto si era svegliato presto, cullato dal profumo intenso di gelsomini del suo giardino e dalla luce che penetrava generosa nella sua stanza.

Fece una doccia nel suo bagno privato e, prima di scendere per la colazione in giardino, sentì sua madre chiamare Rita, la domestica. Ridendo per qualcosa che si erano appena dette, stavano sistemando il tavolo vicino alla fontana per la prima colazione.

Roberto andò sul terrazzo e si mise a guardare il panorama dal leggero colle a nord della città, dove il Tevere scorreva tranquillo. Poi lo sguardo si abbassò verso il giardino: vide seduta sua madre, donna Maddalena, vestita con un abito leggero color crema mentre leggeva un quotidiano. Intanto Rita e Sandro, i domestici, stavano apparecchiando il tavolo per sei persone.

Roberto si sentiva un po’ teso, perché a breve avrebbe visto uscire dalla sua camera Guglielmo, che la sera prima era arrivato da Boston. In più, poco più tardi, li avrebbero raggiunti due persone di cui gli altri ignoravano l'identità. 

La sera precedente, infatti, Roberto aveva detto a sua madre, a Guglielmo e ad Aurelio – che quell’anno aveva appena preso il diploma al College Inglese di Roma – che l'indomani sarebbero arrivate due persone come sorpresa.

Guardò in cielo e, come un sogno nell’azzurro intenso, vide la figura giovane di Alessandra, sua moglie. Sapeva di aver fatto una scelta che avrebbe cambiato la sua vita.

Forse cercava in cuor suo l’approvazione di chi aveva amato intensamente per vent’anni, con il timore che lei potesse "pensare" di essere stata dimenticata; ma il sorriso che vide sul volto di Alessandra, un sorriso caldo come di chi approva quella scelta, lo tranquillizzò. 

Lei sapeva che, nonostante tutto, non l’avrebbe mai dimenticata e l'avrebbe amata per tutta la vita.

I suoi pensieri vennero distolti dalla vista dei due figli, belli come la madre e biondi come lui, che si abbracciavano con affetto. Era stato un bravo padre a farli crescere insieme a sua madre senza la presenza di Alessandra. 

I ragazzi diedero un bacio sulla guancia della nonna e, guardando verso il terrazzo, salutarono il loro papà; lui ricambiò il saluto e con una mano fece cenno che sarebbe sceso subito.

Una volta sceso al pian terreno, si fermò davanti all’ingresso della villa: tra poco sarebbero arrivati gli ospiti. Un passo leggero dietro di lui lo sorprese: Aurelio gli saltò alle spalle.

«Ehi bimbo, che fai?» disse Roberto.

«Papà, vieni in giardino! Guglielmo ha una sorpresa per tutti noi. Vuole consegnarla prima che arrivino i tuoi misteriosi ospiti».

Roberto sorrise, lo prese in braccio e gli schioccò un bacio sulla guancia.

«Papà, non ho più otto anni! Che fai? Ahahah!».

Lo mise giù ridendo anche lui. Dalla porta del giardino spuntò la faccia di Guglielmo.

«Ehi voi due, vi vedo, sapete? Dai papà, vieni…».

«Preferisco che arrivino prima gli ospiti. Se vedranno la tua sorpresa per noi, saranno comunque contenti».

Guglielmo guardò di sbieco il fratello minore, che si mise a ridere: non doveva dirgli della sorpresa. Subito corse verso di lui, che scappò in direzione della cucina lasciando Roberto felice. 

L'uomo pensò: “Che ottimo lavoro abbiamo fatto mamma ed io con loro due. Mi manchi sempre, Alessandra, se ci fossi stata tu sarebbe stato magnifico”.

Si sentì un’auto fermarsi fuori dal cancello. Un taxi fece scendere un signore anziano dai capelli bianchissimi, alto e dal portamento nobile, insieme a una donna giovane e bellissima nel suo abito color rosa confetto, con i capelli scuri lunghi sulle spalle: Claudia Eusobi, accompagnata dal nonno Marcello, l’amico di suo padre.

Sandro, il cameriere, si affrettò ad aprire e ad accogliere gli ospiti. Una volta entrati, Roberto porse subito la mano a Marcello Eusobi, che con un sorriso gliela strinse forte.

«Caro figliolo, che bello rivederti! Allora oggi è un giorno speciale pieno di sorprese per molti, a quanto pare» disse, guardando la nipote che intanto si era avvicinata a Roberto posando un bacio leggero sulla sua guancia.

Roberto, parlando con loro, li condusse verso la porta a vetro del giardino e presto furono sul primo gradino davanti a tutti, che erano seduti al tavolino. 

Donna Maddalena fissò i tre con occhi sorpresi e un'espressione piacevole. Guglielmo e Aurelio si guardarono negli occhi e il primo bisbigliò qualcosa all’altro: «Sai qualcosa che io non so?»

Aurelio abbassò gli occhi; stava per rispondere quando la nonna si alzò e andò incontro ai tre, che avevano già sceso i gradini.

«Marcello! Ma… che meraviglia vederti qui! E lei… lei è Claudia. Ma che stupenda creatura! Che bella sorpresa!» disse, guardando il figlio di sottecchi. Aveva iniziato a comprendere qualcosa.

I quattro si sedettero al tavolo. I figli guardavano prima la donna e poi il padre; Claudia si era un po' intimorita per un loro eventuale giudizio, ma i ragazzi, all’unisono, si alzarono e le porsero la mano. 

Lei scoppiò a ridere e i due si diedero un "cinque" amichevole.

«Prima il maggiore!».

«No, prima il più bello!».

«Forse dovrebbe iniziare il più sciocco» intervenne la nonna, facendo ridere Marcello e Roberto.

I due ragazzi si presentarono alla coppia e Claudia si rincuorò; sotto il tavolo strinse la mano del nonno e lui la accarezzò leggermente, come a volerle dire: “Andrà tutto bene”.


Roma, 15 ottobre 2007

La pioggia cadeva violenta sulla città; sembrava che Roma piangesse insieme a Donna Maddalena, seduta sul sedile posteriore della sua auto guidata dall’autista di famiglia. Le lacrime le impedivano di vedere chiaramente la strada che portava alla Clinica Gemelli.

Un silenzio ovattato circondava lei e l’autista in quell’auto che correva veloce attraverso una città insolitamente senza traffico. I pensieri della donna andavano a Guglielmo e Aurelio, rimasti a casa con Rita e Angelica, la giovane che si occupava dei ragazzi quando lei era impegnata e il padre si trovava in giro per lavoro. 

Maddalena l’aveva chiamata subito dopo aver ricevuto quella terribile telefonata; la ragazza era arrivata dopo appena dieci minuti, pallida nel suo impermeabile blu.

Al pronto soccorso Roberto aspettava sua madre in compagnia di uno zio acquisito, Piero Politi, marito della sorella del padre, che gli teneva una mano sulla spalla in segno di conforto.

Quando la porta dell’ufficio del Dottor Ardenzi, vice direttore del reparto di Pronto Soccorso, si aprì, Maddalena vide di spalle il figlio con la testa bassa. Si precipitò ad abbracciarlo e fu in quel momento che il loro pianto straziò il cuore di tutti i presenti. 

Piero li strinse entrambi; poi l’abbraccio si sciolse e di fronte a loro, in piedi, si presentarono il dottor Ardenzi, la dottoressa Marchesi e il brigadiere dei carabinieri di zona.

Maddalena ancora non sapeva che il figlio era già stato nella camera mortuaria, dove su un letto bianco e gelido riposava il corpo senza vita di sua moglie Alessandra e della sua migliore amica, Gloria Orlandi, investite in pieno sulle strisce pedonali vicino a Villa Borghese.

L’automobilista dell’auto pirata, con un tasso alcolemico altissimo, non le aveva viste. La pioggia battente aveva contribuito, insieme all’alcol, a fargli commettere numerose imprudenze su quel viale alberato, fino al momento dell’impatto con le due amiche sulle strisce pedonali.

L'uomo non si era fermato a prestare soccorso, ma era stato bloccato dopo appena un chilometro dalla polizia, avvertita da alcuni testimoni sul marciapiede di fronte. 

Alessandra era rimasta sull’asfalto, morta sul colpo, mentre Gloria era stata sbalzata sul marciapiede, ancora in vita. Quest’ultima si era spenta in ambulanza durante il trasporto d'urgenza al Policlinico.

I giornali e la TV diedero la tragica notizia la sera stessa.

Dal notiziario di Rai 1 delle ore 20:00:

«Questa mattina, verso le undici e trenta, nei pressi di Villa Borghese, un pirata della strada con un tasso alcolemico tre volte superiore ai limiti di legge ha investito due giovani donne della Roma bene: Alessandra Baratti, trent’anni, moglie del noto architetto Marini Saverio, e Gloria Orlandi, ventotto anni, nipote dell’onorevole Giorgio Orlandi. La signora Marini Saverio è deceduta sul colpo a causa dell’impatto, lasciando oltre al marito due figli in tenera età. Gloria Orlandi si è spenta poco dopo in ambulanza per le gravi ferite riportate, lasciando un dolore immenso nelle famiglie».

Un bollettino spietato, quasi gelido. A casa, quel servizio era stato visto soltanto dai domestici Rita e Sandro e da qualche parente di donna Maddalena, giunto nell'abitazione dopo aver letto la notizia sui giornali nel pomeriggio.

Roberto e Maddalena, con la compagnia di Angelica, erano partiti subito alla volta di Genzano, dove la famiglia possedeva una casa coloniale appartenuta al nonno di Roberto. 

Avrebbero protetto lì i ragazzi per un certo periodo e avrebbero spiegato loro l’accaduto con l’aiuto di un caro psicologo di famiglia. 

Durante il viaggio in auto Roberto, rispondendo alle domande dei piccoli che chiedevano perché non ci fosse la mamma, ricacciava indietro le lacrime inventando una scusa per non farli spaventare.

Arrivò poi la primavera, e infine maggio con le sue giornate calde e piene di profumi. 

Guglielmo aveva fatto molta fatica – e ne faceva tuttora – ad accettare la realtà, mentre il piccolo Aurelio cercava continuo conforto tra le braccia della nonna, del padre e di Angelica. 

Non furono mesi facili quelli successivi al funerale; data l'età, quasi dieci anni, solo Guglielmo aveva potuto partecipare, mentre il piccolo Aurelio era rimasto a casa.

Maddalena decise di lasciare il suo attico nel quartiere Prati per trasferirsi definitivamente a casa del figlio. Ne era contenta, ma ogni volta che osservava i movimenti dei nipoti, i loro sguardi e il volto triste di Guglielmo, il cuore le si spezzava.

A luglio, tutto sembrava aver preso una direzione più tranquilla. Roberto nascondeva quel dolore che ogni volta sembrava trapassargli il cuore e la testa come una lama affilata; teneva duro per i figli, per sua madre e per il rispetto dovuto ad Alessandra, la donna che avrebbe amato per tutta la vita.

Poiché Guglielmo mostrava ancora frequenti segni di inquietudine, il padre e la nonna decisero di farlo seguire dopo la scuola dallo psicologo di famiglia, il professor Mantegna; grazie a lui, il ragazzo aveva pian piano iniziato ad accettare la scomparsa della mamma.

Per il piccolo Aurelio, l’inizio del suo primo giorno di scuola alle primarie, a settembre, rappresentò un modo per mettere momentaneamente in un angolo il dolore. Angelica, che lo seguiva sempre con dedizione, aveva contribuito moltissimo a farlo stare sereno.

Pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico, la nonna volle fare loro un regalo: un libro d’avventure per Guglielmo e, per Aurelio – seduto sul divano abbracciato al padre –, una macchinina rossa che desiderava da tantissimo tempo.

Maddalena li accarezzò con dolcezza. Quando i ragazzi corsero a giocare in giardino, la donna abbracciò forte suo figlio; sentiva le lacrime calde di Roberto bagnarle il collo ma non disse nulla. 

Pensava solo a come farlo rasserenare, consapevole che il lavoro di ricostruzione, soprattutto su di lui, sarebbe stato molto più difficile rispetto a quello con i nipoti.


Roma, Milano, Napoli, Firenze

Roberto, nel giro di poco tempo dopo l’anniversario della scomparsa di Alessandra, si ritrovò intrappolato in un vortice: da una parte il dovere lo teneva in piedi, dall’altra la disperazione e la fatica gli spezzavano le gambe.

Non lo diede mai a vedere, nonostante sua madre, gli amici e i due soci dello studio avessero capito la situazione e cercassero in qualche modo di alleviare il suo dolore. 

Avevano tentato anche di presentargli qualche ragazza e di invitarlo a delle feste, ma Roberto, al di là dei convegni e delle colazioni di lavoro, non frequentava nient'altro.

Preferiva passare il poco tempo libero che aveva con i figli, ai quali dedicava tutto se stesso. I ragazzi, nonostante la giovane età, avevano compreso il bisogno del padre di averli vicini, e così spesso preferivano rimanere a casa con lui piuttosto che andare a giocare con gli amici o stare al computer.

Roberto li guardava e si sentiva in colpa per tutto; eppure si stava comportando come un padre affettuoso, presente, e sopperiva con abbracci, carezze e profonda sensibilità alla mancanza della loro madre, nonostante i bambini avessero la nonna, Angelica e le maestre sempre pronte ad aiutarli.

Era arrivato al punto in cui, in alcuni incubi notturni, Roberto vedeva il proprio volto sofferto accerchiato dalla mole di lavoro che lo aiutava a non pensare. 

Le sue trasferte a Milano, Napoli, Firenze e soprattutto i vari cantieri a Roma lo portarono quasi allo sfinimento, costringendolo a orari impossibili la sera; eppure faceva in modo di tornare sempre a casa prima che i figli andassero a letto.

Si dedicava interamente a loro nei fine settimana, giocando tra i prati attorno alla villa al mare nei pressi di Ladispoli. Li portava nei posti più divertenti dei dintorni, giocava con loro a calcio e a pallavolo, li osservava, ascoltava i loro bisogni e insegnava loro a essere onesti e pieni di curiosità. 

Sentiva dentro di sé che stava facendo un ottimo lavoro, fino al giorno in cui le maestre di Aurelio lo chiamarono a scuola per un incontro.

Aurelio era il più piccolo, quello che assomigliava di più ad Alessandra. Le due giovani insegnanti spiegarono che il bambino era molto intelligente, si applicava nello studio, rispondeva bene alle interrogazioni e partecipava con entusiasmo all'ora di ginnastica, ma... spesso si isolava. 

A volte reagiva in modo aggressivo a qualche scherzo innocente dei compagni e, di frequente, rifiutava di pranzare. Avevano aspettato qualche mese prima di dirglielo, sperando che con il tempo si adattasse, ma la situazione invece peggiorava.

Roberto guardava le donne con sorpresa, spiegando che a casa il figlio non si comportava affatto così. 

Loro, tuttavia, gli consigliarono – sempre se lui fosse stato d’accordo – di cambiargli scuola: per proteggerlo, sarebbe stato meglio un istituto gestito da personale religioso, che all’interno avesse anche dei medici psicologi in grado di seguire casi particolari, non gravi, come quello di Aurelio.

Quando fu di ritorno a casa, Roberto prese la foto di Alessandra, se la strinse sul cuore e scoppiò a piangere. Pianse come non aveva mai fatto prima, nemmeno il giorno della sua morte. 

Quel pianto fu lo sfogo di un anno e qualche mese carico di dolore, di artigli che gli ferivano l’anima; le lacrime erano come gocce di fuoco che gli bruciavano la pelle del viso.

Nel buio del soggiorno qualcuno lo abbracciò. Sua madre si sedette vicino a lui in silenzio e lui appoggiò la testa sulla sua spalla.

«Tesoro mio, risolveremo tutto. Vedrai che una soluzione si troverà» gli sussurrò Maddalena. «Desidero solo che la tua anima trovi un po’ di pace, soprattutto per te, altrimenti non potrai mai aiutare davvero Guglielmo e Aurelio».

«Grazie, mamma» le rispose con un filo di voce, e in quel momento le raccontò del colloquio con le maestre.

Maddalena ascoltò tutto in silenzio. Poi, i suoi occhi cercarono nel buio il quadro che ritraeva tutta la loro famiglia, appeso sopra il camino: lei, suo marito, suo figlio, Alessandra e i due bambini piccoli. 

In quel momento, nella sua mente rivide il volto sereno di Glauco, suo marito e padre di Roberto; immaginò nitidamente la frase che lui le aveva detto prima di morire, l’anno dopo la nascita di Aurelio: “Fai sempre quello che ritieni giusto”.

In quell'istante, la donna capì cosa avrebbe dovuto fare.


Roma, settembre 2009

La segreteria dell’Istituto San Giuseppe - De Merode, situato in Piazza di Spagna, aveva un profumo intenso di legno dolce. 

Era il collegio, la scuola cattolica tra le più importanti e rinomate di Roma, gestita dai Fratelli delle Scuole Cristiane: il luogo che si era rivelato il più adatto per il piccolo Aurelio.

La caratteristica di quella scuola risiedeva proprio nell'alto valore dello stile educativo della Comunità Educante Lasalliana: lo scopo principale era che ogni educatore e insegnante seguisse passo dopo passo ogni singolo alunno, utilizzando metodi psicologici e pedagogici mirati per far ritrovare a ciascun ragazzo la propria personalità, correggendo in modo positivo le azioni negative o le difficoltà che ogni studente affrontava nella vita.

Aurelio era rimasto impressionato da tutto quello che vedeva. Suo padre, sempre accanto a lui con carezze e parole di supporto, gli prometteva che ogni fine settimana sarebbe tornato a casa e che avrebbero potuto fare bellissime escursioni insieme; di sicuro, lì dentro, avrebbe imparato moltissime cose nuove.

Il bambino, tuttavia, era ancora poco convinto e si limitava a osservare la nonna intenta a parlare con il rettore e con la direttrice. 

Dicevano cose che lui ancora non riusciva a comprendere del tutto: che i professori e gli studenti avevano un rapporto basato sulla collaborazione, sul rispetto e sulla fiducia mutua, e che tutto era programmato all'interno di un progetto condiviso per la crescita culturale ed educativa di ogni ragazzo, creando legami di amicizia e stima profonda con i coetanei.

Inoltre, se avesse frequentato l’istituto San Giuseppe, il ragazzino avrebbe potuto proseguire gli studi dalla scuola primaria alla secondaria, fino al liceo scientifico o classico sempre all’interno della struttura, compreso il corso di inglese avanzato con insegnanti madrelingua.

Aurelio, che indossava con un po' di timore la divisa del collegio, pianse un poco prima che il padre e la nonna lo lasciassero con la direttrice. 

La donna fu subito molto affettuosa con lui; gli abbracci stretti dei familiari e la promessa del prossimo fine settimana insieme lo confortarono, spingendolo a stringere la mano della signora Mannor e a seguirla verso l’interno della scuola.

In auto, durante il viaggio di ritorno guidato dal loro autista, Roberto sentì la mano calda di sua madre posarsi sulla sua.

«Mamma, sei stata davvero magnifica a trovare questa scuola per Aurelio» disse l'uomo. «Anche se devo ammettere che mi sembra quasi di abbandonarlo, nonostante l'istituto si trovi a due passi dal mio studio. Spero solo che questo lo aiuterà a trovare un equilibrio e…».

«E tu avrai un compito pesante in meno da portare avanti, caro mio. Ne hai già molti, forse troppi, soprattutto racchiusi nel tuo cuore» lo interruppe dolcemente Maddalena. 

Poi, guardando fuori dal finestrino dell’auto il profilo solenne del Colosseo, continuò: «Dovrai iniziare a pensare anche un poco a te stesso, Roberto. Sei troppo solo. Guglielmo tra un paio di anni andrà alle superiori, e così avrai ancora più spazio per cercare e trovare la tua felicità».

Lui le baciò la mano con affetto: «Mamma, per ora mi basta questo. Voglio solo vedere felici i miei bambini e sapere che tu, la mia stella, sei più serena».

L’auto svoltò l’angolo e si avviò verso la loro bellissima casa, dove Guglielmo e Angelica li stavano già aspettando.


Ladispoli, estate 2010

Maddalena, seduta sulla poltrona di vimini con un cuscino morbido, vestita leggera, sfoggiava una bella abbronzatura e i capelli raccolti. Si trovava con i nipoti sul retro della villa al mare, dove ormai avevano ricominciato a passare le vacanze estive con ritrovata tranquillità.

Era ancora una bellissima donna e, a cinquantasei anni, ne dimostrava quaranta; sembrava quasi una madre single in vacanza mentre il marito era rimasto in città per lavoro. 

A volte ci pensava e rideva tra sé: anche lei, esattamente come suo figlio, stava rinunciando all’amore o a una nuova compagnia, nonostante ci fossero molti signori che la invitavano a cena, a prendere un cocktail o che le mandavano semplicemente dei fiori.

Guardava i nipoti pronti ad andare in spiaggia: belli, sereni a tre anni dalla dipartita della loro mamma. Le scuole che frequentavano e i corsi extrascolastici li stavano aiutando moltissimo.

«Nonna!» gridò Aurelio, girandosi verso di lei. «Quando arriva Angelica? Dobbiamo andare a fare il bagno nel mare e lei sta ancora nella sua camera!».

Guglielmo si mise a ridere. Chissà cosa stava pensando dall'alto dei suoi tredici anni: forse che Angelica fosse al telefono con qualche fidanzato?

«Ragazzino senza pazienza, dovresti capire e conoscere le ragazze ormai: siamo sempre in ritardo, vi facciamo aspettare, ci trucchiamo per essere più belle e tutto questo lo facciamo solo per voi maschietti» rispose la nonna.

Aurelio fece una boccaccia, mentre Guglielmo arrossì un poco. La nonna, nel guardarlo, ebbe un lampo malizioso nello sguardo.

«Non è che tu hai una fidanzatina nei paraggi della scuola, caro Guglielmino?» disse di getto Maddalena, fingendo di sfogliare una rivista.

«Ehm, no, no… Nonna, non ne ho…».

Aurelio scoppiò a ridere e urlò: «Gugu ha la fidanzata! Gugu ha la fidanzata!».

«Smettila, sciocco!».

«Non la smetto, non la smetto, Gugu!».

«E non chiamarmi così! Lelio, Lelio!» disse il ragazzo, un po' scocciato.

Aurelio si avvicinò alla nonna, continuando a sbirciare la porta per vedere se Angelica stesse finalmente per uscire, ed esordì con una frase che lasciò Donna Maddalena completamente spiazzata.

«Nonna, anche la mamma era come voi? Faceva aspettare papà per rendersi più bella?».

No, Donna Maddalena non se l’aspettava proprio, quella domanda apparentemente innocente. 

Prima che potesse inventare una risposta, Angelica apparve sulla soglia della porta: aveva in mano una borsa termica con dentro le bibite fresche e una borsa di paglia con i teli da bagno e le creme abbronzanti.

«Guglielmo, tu che sei grande prendi uno degli ombrelloni, mentre Aurelio mi farà da cavaliere portando la borsa di paglia, vero?» propose la ragazza.

Aurelio annuì, ma rivolse un ultimo sguardo d'intesa alla nonna.

«Avevi ragione tu, fate apposta a farci aspettare, così vincete sempre voi. Uffa!».

«Su, andiamo!» disse Angelica affrettando il passo e rivolgendosi ai ragazzi.

Maddalena rise di cuore, ma quando i tre furono lontani dalla sua vista, le scappò una lacrima. Alessandra non aveva mai fatto aspettare Roberto, non aveva bisogno di prepararsi per rendersi più bella. Lei lo era già, per natura, senza il bisogno di alcun trucco.


Roma, aprile 2016

Roberto finalmente aveva trovato un po’ di tranquillità. Aurelio aveva iniziato le superiori all’Istituto San Giuseppe, che non aveva mai lasciato. 

Lì dentro il ragazzo aveva ritrovato un equilibrio che nessuno tra i parenti si sarebbe aspettato; anzi, si dimostrava forse più maturo dei suoi quattordici anni.

Aveva molti amici, era diventato capo squadra nella pallavolo ed era diventato un bellissimo ragazzo: alto, dal fisico sportivo, i capelli lunghi, gli occhi azzurri e lo sguardo pulito. 

Soprattutto, era uguale a sua madre: lo stesso viso dolce, ma abbinato a una personalità forte. Aveva già le idee chiare sul suo futuro: per ora il liceo classico, poi l’università, anche se aveva ancora cinque anni davanti per scegliere la facoltà.

Con Guglielmo, invece, Roberto aveva instaurato un rapporto così stretto che chiunque li vedesse insieme li scambiava per fratelli. 

Era orgoglioso di quel figlio sensibile che, al momento della morte della madre, era sembrato il più forte dei due, mentre Aurelio appariva il più delicato; negli anni, i fatti si erano dimostrati l'esatto contrario di ciò che pensavano sia il padre che Maddalena.

Entrambi erano molto attenti a quel ragazzo, anch'egli sportivo e dedito al rugby – uno sport che la nonna aborriva, ma di cui in fondo andava fiera. 

Guglielmo aveva scelto il liceo linguistico, seguendo anche corsi speciali per lingue non comprese nei normali programmi di studio: a diciannove anni parlava fluentemente l'inglese, il francese, lo spagnolo e stava imparando il cinese e l’arabo.

Durante una cena in famiglia, alla quale partecipavano come ospiti i parenti dello zio Claudio, fratello di nonna Maddalena, il ragazzo aveva espresso il desiderio di studiare sempre a Roma, alla “The American University of Rome”, per poi trasferirsi a Boston per un corso di tre anni di specializzazione in Diritto Internazionale. 

Roberto e Maddalena ne furono entusiasti. 

Lo zio Claudio, felice, si offrì subito di ospitare il pronipote a casa di sua figlia a Boston quando sarebbe arrivato il momento; in questo modo avrebbe conosciuto anche gli altri cugini stabilitisi negli States.

Una settimana dopo, in un giorno di pioggia intensa che sembrava far piangere Roma esattamente come dieci anni prima – quando Alessandra e Gloria ebbero l’incidente –, arrivò una telefonata a casa Marini Saverio. 

Lo squillo improvviso fece sobbalzare Maddalena: il sangue le si gelò nelle vene, come se fosse tornata a quel maledetto giorno del 2007. Roberto vide la madre sbiancare e afferrò la cornetta. Impallidì all'istante.

«Sì… Certo, capisco… Sarò lì in pochi minuti, commissario. Grazie». 

Chiuse la comunicazione e vide sua madre con il volto completamente sconvolto. Chiamò subito Rita e le disse di stare vicina a lei e di darle un calmante.

«No, non voglio nessun calmante, Roberto!» quasi urlò la donna alzandosi in piedi, ma ricadde sul divano come un sacco vuoto. Le lacrime le solcavano il volto, mentre Rita le stringeva forte la mano. «Voglio sapere che è successo, voglio venire con te!».

«Non se ne parla nemmeno!» rispose Roberto con la voce che tremava. Senza nemmeno salutarle, afferrò un impermeabile e uscì di corsa.

Nonostante la pioggia battente sulla capitale, Roberto guidava la sua auto come un pazzo. Nella mente gli risuonava la voce del funzionario al telefono:

«Pronto? Qui è il commissariato di Porta Pia, sono il commissario De Angelis. Parlo con casa Marini Saverio?».

«Sì, commissario, sono Roberto Marini Saverio, il capofamiglia. È successo qualcosa?».

«Dottor Marini, preferirei che venisse qui al nostro commissariato, è una cosa importante».

«Importante e… quanto grave, commissario De Angelis?».

Qualche secondo di silenzio. 

Poi, capendo la forte tensione dell’uomo dall’altro capo del filo e ricordando la tragedia che lo aveva colpito anni prima, la voce del poliziotto si era fatta meno professionale e più umana:
«Preferirei che venisse qui, le spiegherò meglio la situazione e, se vuole, si faccia accompagnare… Riguarda suo figlio Guglielmo. L’aspetto in caserma».

E fu così che Roberto, trafelato, con il cuore che gli usciva dal petto e le lacrime agli occhi, si ritrovò in quel commissariato del centro. 

Un agente gli si avvicinò e l'architetto spiegò che il commissario De Angelis lo stava aspettando con urgenza. L'agente lo accompagnò prontamente in una stanza dove si trovavano due poliziotti davanti a un tabellone con le foto segnaletiche. 

Suo figlio, con i vestiti strappati e il volto tumefatto, era seduto su una sedia, mentre il commissario De Angelis cercava di rincuorarlo.

«Guglielmo!»

«Papà… papà!» esclamò il figlio. Roberto si lanciò verso di lui abbracciandolo forte: in una giornata di pioggia come quella, aveva temuto di averlo perso per sempre, proprio come era accaduto con Alessandra.

Il commissario si avvicinò e spiegò l'accaduto:
«Suo figlio era con un compagno di classe. Erano appena usciti dal liceo quando una banda di sudamericani li ha circondati brandendo pugnali e tirapugni, intimando ai ragazzi di consegnare tutto ciò che avessero di valore».

Guglielmo piangeva aggrappato al padre, il quale intuì che era successo qualcosa di ancora peggiore. Il commissario continuò:
«Suo figlio ha consegnato subito tutto ciò che aveva, ma Donato Grimaldi, il suo compagno, ha reagito. È stato brutalmente picchiato; suo figlio ha cercato di intervenire ma è stato bloccato da una parte della banda, colpito e ferito, mentre Donato è stato accoltellato una decina di volte».

Roberto rabbrividì e strinse ancora più forte il figlio a sé.

«Ora il giovane Grimaldi si trova in sala di rianimazione per le ferite riportate, ma abbiamo appena avuto notizia, proprio mentre lei stava arrivando, che il ragazzo è fuori pericolo di vita. I genitori, non appena avvisati, hanno già sporto denuncia. La fortuna è stata che una nostra pattuglia in perlustrazione ha individuato i delinquenti e li ha arrestati in flagranza. So che per voi è un momento difficilissimo e suo figlio ha bisogno di essere visitato in ospedale, ma la pregherei di sporgere denuncia formale contro quegli individui. Sono davvero dispiaciuto, dottor Marini».

Tre ore dopo, Roberto e Guglielmo erano sulla strada di ritorno verso casa, avvolti nel silenzio. 

Sandro, il cameriere, li aveva raggiunti in taxi e si era messo al volante; era teso anche lui, ma si sentiva sollevato nel vedere, nello specchietto retrovisore, Roberto e il figlio abbracciati sul sedile posteriore, consapevoli che il peggio era passato.

L’auto sparì lungo il viale che conduceva a villa Marini Saverio, dove donna Maddalena e Aurelio, finalmente informati, li stavano aspettando con il cuore in gola.


Roma, giugno 2025

Il caldo si faceva sentire nel grande giardino dell’Università Americana. 

Gli studenti, in attesa di ricevere la laurea e gli encomi, erano in trepidazione: ridevano, parlavano e si agitavano in fondo alla sala con la loro toga e il tocco tipico degli atenei statunitensi.

Guglielmo sbirciava la folla dalla veranda per controllare se i suoi fossero arrivati. Ripensava a una settimana prima, quando Aurelio si era diplomato al Collegio San Giuseppe: che felicità! 

Suo padre sembrava un bambino commosso davanti a una torta di panna, la nonna non smetteva di piangere e così pure la zia Rosalba, appoggiata allo zio Claudio.

Poi l’abbraccio tra i due fratelli e quel bacio che gli aveva dato Aurelio sulla guancia lo avevano riportato indietro di più di quindici anni, a quel bambino piccolo che cercava l’affetto di tutti. 

Ora, finalmente, toccava a lui.

Scorse tra la folla una signora sui sessant'anni, bellissima, vestita di rosa chiaro: sua nonna. Subito dopo, ridendo, vide suo fratello con un abito azzurro, il suo colore preferito, e infine, con orgoglio, Roberto, suo padre, che pur tenendo per mano Aurelio si girava nella sua direzione, convinto di scorgerlo.

La famiglia prese posto in prima fila. Roberto era stato uno degli architetti che avevano curato il restauro di una parte dell’Università e, proprio per questo, ottenne insieme ai suoi cari un posto d'onore.

«Non guardatemi, vi prego» disse donna Maddalena al figlio e al nipote, che sorridevano sornioni. «Spero solo che non si sciolga il trucco, sto già piangendo».

«Nonna, che lagna sei diventata!» disse ridendo Aurelio, mentre suo padre gli diede una leggera gomitata per trattenere le risate, complice anche la forte tensione del momento.

«Screanzato di un nipote! Altro che portarti con me in Grecia tra un mese, verrà solo Guglielmo» rispose la donna, fingendosi offesa.

«Scusami, nonna, stavo scherzando! Ma al mio diploma hanno dovuto chiamare i pompieri per un allagamento nella sala delle consegne».

Questa volta Roberto scoppiò in una risata liberatoria, incapace di trattenersi. Maddalena non sapeva se sgridarlo o mettersi a ridere a sua volta.

«Mamma, scusami, ma Aurelio quando ci si mette è…».

«Ssst… Ecco, cominciano le consegne» lo interruppe Maddalena.

Sfilarono davanti a loro una decina di ragazzi e ragazze che, felici, ritirarono la laurea pronunciando un breve discorso. 

Poi arrivò il suo turno: Guglielmo Marini Saverio. 

Dietro di loro si levò un brusio di voci femminili; Aurelio si voltò e vide quattro belle ragazze che commentavano l'avvenenza del fratello. 

Con la faccia tosta dei diciottenni, Aurelio le guardò tutte e quattro; le giovani si zittirono all'istante nel vedere un ragazzo che somigliava tantissimo al festeggiato sul palco. 

Aurelio, senza emettere suono, mosse le labbra per dire: «È mio fratello» e strizzò l’occhio. Dalle ragazze partì una risatina simpatica, ma Aurelio fu prontamente fatto voltare da suo padre.

«Smettila di fare il cascamorto, Aurelio! Tuo fratello sta per fare il suo discorso».

Guglielmo non si dilungò molto, ma l’ultima frase fece piangere di commozione la nonna, Roberto e Aurelio. Alzando il rotolo della pergamena verso il cielo, disse a voce ferma:
«Dedico questa mia laurea alla donna che amo di più al mondo: mia madre Alessandra».

Guglielmo mandò un bacio verso l’alto. In quel preciso istante Roberto, nella sua mente, proprio come tanti anni prima, vide la figura di Alessandra sorridergli felice.


Roma, 12 giugno 2026

Maddalena, seduta vicino a Marcello, guardava con dolcezza Claudia, che ogni tanto arrossiva, mentre Roberto era in evidente imbarazzo. 

Guglielmo e Aurelio cercavano di far stare a proprio agio gli ospiti: avevano già intuito cosa il padre avesse organizzato con quella colazione speciale.

Rita e Sandro cominciarono a servire: latte, caffè, tè, burro, marmellata, fette di pane biscottate, pasticcini e croissant freschi ripieni di panna, crema e marmellata.

«Una colazione da re!» commentò Aurelio. La nonna lo guardò con aria sospetta e gli fece cenno di stare zitto.

«Mia cara Maddalena» disse Marcello. «L’accoglienza che la tua famiglia ci ha donato è davvero gentile e calda… come lo è sempre stato ogni tuo invito».

«Per me è un piacere, lo sai. Rivederti dopo tanto tempo è davvero una cosa meravigliosa» rispose lei. Tutti a tavola erano affascinati dal portamento e dalla voce dell’uomo.

«Peccato che sono troppo vecchio, altrimenti ti avrei chiesto la mano» ironizzò Marcello. Maddalena scoppiò a ridere di cuore.

«Sei sempre il solito burlone e gentiluomo, ma non è questione di età. La nostra è una grande amicizia che potrebbe diventare una bella compagnia, se lo volessimo».

«Oddio, un altro fidanzamento!» si fece scappare Aurelio.

Guglielmo lo fulminò con lo sguardo e suo padre fece lo stesso. Claudia arrossì vistosamente, così come Maddalena, mentre Marcello scoppiò in una forte risata.

«Magari tua nonna volesse fidanzarsi con me! Sarei l’uomo più felice del mondo».

Roberto e Guglielmo, leggermente scocciati dalla frase di Aurelio, si alzarono in piedi nello stesso istante e all’unisono esclamarono:
«Mio figlio…» disse uno. 
«Mio fratello…» disse l'altro.
«…è un impiccione, sa solo dire sciocchezze o spiare gli altri!».

Si bloccarono, accorgendosi di aver fatto la stessa identica scena e di aver pronunciato le stesse identiche parole.

Maddalena rimase di stucco, Claudia li fissava con la bocca aperta e Rita diede una gomitata a Sandro come a voler dire: “Andiamo dentro, questa è una fase delicata”

Marcello, sotto il tavolo, prese la mano della nipote e le sussurrò:
«Ci siamo, mia cara. Non svenirmi adesso».

«Certo che no, nonno! Sono troppo curiosa di sapere cosa succederà ora. Di una cosa sono sicura: ho fatto la scelta giusta».

«Ovvio, sei mia nipote» disse l’uomo sorridendo a denti stretti.

«Hai qualcosa da dire?» ripeterono insieme padre e figlio.

«Papà!» disse uno. 

«Guglielmo!» disse l'altro.

Subito dopo, una forte risata da parte dei presenti risvegliò Roberto e Guglielmo da quella situazione assurda di parlare all’unisono. 

I due guardarono Maddalena che si asciugava gli occhi per il ridere, Aurelio con la mano sulla bocca per lo stupore e Marcello che faceva segno con il pollice alzato verso di loro.

«Ma che cavolo stiamo facendo, figlio?».

«Non lo so, papà! Io volevo fare una sorpresa a te e alla nonna prima che arrivassero gli ospiti – molto graditi, peraltro – e che sa solo quell’idiota di Aurelio».

«E dilla questa sorpresa, fratellone!» lo imbeccò il minore.

Guglielmo sospirò e disse tutto d'un fiato:
«Papà, nonna, cari ospiti… tanto Aurelio lo sa già: mi sono fidanzato con Barbara Carter Boham da un paio di mesi. Lei arriverà da Boston tra due giorni e l’ho invitata qui da noi. Ecco, l’ho detto!».

«Quella il cui padre tratta diamanti in tutto il mondo! Ecco, l’ho detto pure io!» aggiunse Aurelio come un folletto dispettoso.

Subito dopo Aurelio corse ad abbracciarlo, mentre la nonna fece cenno al maggiore di avvicinarsi e lo baciò affettuosamente, lasciandogli il segno del rossetto sulle guance. 

Roberto strinse forte a sé il figlio, mentre Claudia e Marcello battevano le mani felici.

Poi Roberto, quando tutti si furono calmati, chiamò a sé Claudia. Bellissima nel suo elegante abito, le cinse la vita con il braccio; lei lo guardò con gli occhi lucidi e pieni d’amore.

«Claudia è la donna che amo e che vorrei sposare» annunciò Roberto rivolgendosi ai figli e alla madre. «Mamma, Guglielmo, Aurelio… io non ho mai dimenticato vostra madre, ed essa sarà sempre nel mio cuore. Io… io credo che lei oggi sia contenta per noi. Claudia è una ragazza speciale ed io ero rimasto solo da troppo tempo».

Gli altri lo ascoltavano in un silenzio carico di emozione. Aurelio prese la mano di suo fratello e i due sorrisero complici. Marcello si avvicinò a Maddalena, poggiando la mano sulla sua.

«Io vi amo, amo Alessandra, ma amo immensamente anche Claudia e spero che voi tutti possiate accoglierla calorosamente in famiglia».

Tutti si alzarono e si strinsero attorno a Roberto e Claudia in un grande abbraccio; i figli gli diedero un bacio affettuoso sulle guance e la ragazza sorrise, piangendo di felicità.

Dopo i festeggiamenti, Roberto si staccò per un attimo da Claudia e guardò i suoi ragazzi:
«Ragazzi, molti anni fa avevo promesso una cosa a vostra madre. Una cosa solo nostra».

«Quale?» chiesero incuriositi i figli.

«Questa… Datemi la mano. Vostra madre voleva che facessi questo con voi non appena aveste imparato a camminare stabili, e credo che adesso sia arrivato il momento giusto».

Prese i figli per mano e insieme a loro uscì di corsa dal giardino, oltrepassando il cancello che conduceva ai prati aperti fuori casa. Si mise a correre con loro, sempre più forte, verso l'orizzonte.

«Questo è per te, Alessandra! So che stai ridendo da lassù! Ti amo!».

I tre uomini sparirono correndo in direzione del mare.

Dal balcone, Marcello e Maddalena li videro allontanarsi.

«Cara Maddalena, mi vuoi sposare? Sono ricchissimo e non chiedo altro dalla vita».

«Caro Marcello, sono ricchissima anche io… ma ci devo pensare. Mi puoi dare un paio d'ore?».

E risero insieme, felici, guardando il futuro.

Giampaolo Daccò Scaglione