giovedì 28 maggio 2026

"LA CASA DELLE DONNE"

  PROLOGO:

“Ci sono storie che non appartengono ai libri, ma alle famiglie. Storie che restano in silenzio per anni, custodite nei ricordi di chi le ha vissute e nei sogni di chi non c’è più.

Questa è una di quelle storie.

Non è un documento, non è una biografia: è un filo di luce che torna a brillare, un gesto d’amore verso una donna che ha camminato nella vita con dolcezza, coraggio e pudore.

La racconto così com’è arrivata a me: semplice, vera, piena di cuore. Come un dono che attraversa il tempo.”



"LA CASA DELLE DONNE"



Il prato era appena fiorito, e l’erba profumava di primavera giovane. Mariangela era distesa su una coperta leggera, gli occhi chiusi, il respiro ancora caldo sul petto. Sopra di lei sentiva il fiato affannato di Marco che lentamente si calmava, come un’onda che si ritira dopo aver toccato la riva.

Il suo corpo caldo la avvolgeva, le braccia forti la stringevano con una dolcezza che non aveva mai conosciuto prima. Mariangela si abbandonò a quell’abbraccio, al piacere nuovo che le attraversava la pelle, e si strinse ancora di più a lui, come per imprimere quel momento nella memoria.

Quando aprì gli occhi, trovò quelli azzurri di Marco che la guardavano con un’intensità che le fece tremare il cuore. Era il suo primo ragazzo, il suo primo uomo, e lei - ne era certa - aveva appena dato il suo amore all’uomo che avrebbe voluto per tutta la vita.

«Ti amo…» mormorò lui, accarezzandole il viso giovane, punteggiato da quelle buffe efelidi che lui adorava. Le passò una mano tra i capelli rossi, folti, luminosi. «…e ora sei mia.»

Da lontano, il campanile del paese suonò le otto e mezza. Le prime stelle cominciavano a brillare nel cielo blu della sera di aprile. Marco si chinò e la baciò ancora, con una passione che le fece dimenticare tutto il resto.

«È tardi, amore…» sussurrò lei, cercando di svincolarsi piano dal suo abbraccio mentre frugava nell’erba alla ricerca del reggiseno. «Mamma vuole che rientri entro le nove. Crede che io sia con Monica… e sai che lei mi aspetta al bivio di Santa Marta.»

Marco le posò una mano sulla bocca, poi le sfiorò le labbra con un gesto che la fece rabbrividire. Lei chiuse gli occhi un istante, poi li riaprì, cercando il suo sguardo.

«Non… non è stato un gioco, vero?» chiese con voce tremante. «Dimmi che non lo è stato, Marco. Per me è… è stato importante. Tu sei stato il primo.»

«Sssst…» la interruppe lui, posando un dito sulle sue labbra. «Non pensarla così, Mariangela. Sei la mia vita. Sei la mia donna, ora. Voglio dividere tutto con te. Non l’hai ancora capito?»

Lei l’aveva capito, sì. Ma aveva bisogno di sentirlo dire. Mariangela era giovane, ingenua, pura fino al candore. Aveva sempre paura che Marco non la prendesse sul serio, anche se mesi prima lui si era presentato alla sua famiglia: una casa piena di donne, guidata da una madre vedova.

Vittoria, la madre di Mariangela, era una donna forte, temprata da lutti e fatiche. Con lei vivevano le figlie e la sorella Francesca, devota, un po’ rigida, ma buona come il pane.

Marco ricordava bene quella sera. Ricordava la casa linda, la tavola imbandita, gli sguardi delle donne: gli occhi verdi e sognanti di Mariangela, quelli ironici di Monica, quelli dolci e un po’ smarriti di Francesca, e infine quelli di Vittoria - due occhi grigio-azzurri freddi che invece sembravano fiamme.

E ricordava anche la sua casa: il grigiore, la madre che piangeva, il padre ubriaco, i piatti rotti, le sere in osteria per sfuggire alla miseria. Ricordava la festa dei Coscritti, quando aveva visto Mariangela per la prima volta: gli occhi verdi, la timidezza, quel sorriso che gli aveva cambiato la vita.

Ora era lì con lei, su quel prato al calare della sera. Il prato dove lei gli aveva dato il fiore più segreto del suo amore. Dove finalmente era stata sua.

«Su, alzati Mariangela» disse Marco, prendendole la mano e tirandola su con delicatezza. «Ti riporto a casa prima che tua madre si arrabbi.»

Lei sospirò. «Domani devo accompagnarti alla stazione con tua madre… e non voglio essere stanca. Ma starai lontano ancora per tanto…»

«Sciocchina» sorrise lui. «Lo sai che la naja dura due anni. E i permessi sono pochi. Ma questi dieci giorni… ci hanno fatto stare più vicini che mai. In caserma ho la tua foto nell’armadietto. La guarderò ogni volta che potrò. Sarà come averti lì.»

«Non è la stessa cosa… io…»

«Amore» la interruppe, stringendola forte. «Non rendere tutto più difficile. Ti amo. Questa sera è stata importante per entrambi. Appena finisco il militare… ti sposo.»

Le loro labbra si unirono in un bacio lungo, profondo, mentre la luna piena saliva all’orizzonte e la prima stella della sera brillava sopra di loro.

 

«Accidenti che luce…» borbottò Monica quando la madre, con un gesto secco, spalancò le tende e aprì le persiane della grande camera dove dormivano tutte le donne della famiglia, divise in due pesanti letti di noce. «…ma che ore sono?»

«È l’ora di alzarsi, lavarsi, vestirsi e andare a Messa. Sono le sette e mezza, ragazze! Forza, su… su…» rispose Vittoria, con quella voce che non ammetteva repliche.

«Mamma, ho lavorato tutta la settimana… e il viaggio fino a Milano è lungo e faticoso…» protestò Monica, tirandosi la coperta sulla testa.

«Monica, non te l’ho detto io di trovarti un lavoro fino là. Però visto che ci aiuta a tirare avanti, e che anch’io prima della pensione facevo la spola avanti e indietro per vendere quattro stracci, non vedo di cosa tu possa lamentarti! Lavori in un’ottima fabbrica, e non muori certo di fatica a imballare medicinali nelle scatolette. E dato che conosco bene le tue amiche, so che vi divertite più del dovuto durante la pausa… e anche dopo. E al ritorno trovi tutto pronto, vero?»

«Sì, però il sabato devo fare tutti i mestieri e…»

«Li fa anche tua sorella e non si è mai lamentata, anche se ultimamente mi sembra stia battendo la fiacca… Mariangela! Alzati da quel letto che dobbiamo disfare le lenzuola… Mariangela! Mi ascolti?»

Vittoria si avvicinò alla figlia più giovane, che si girò lentamente verso di lei.

«Mamma… non mi sento bene. Mi gira la testa… non riesco ad alzarmi.»

Le posò una mano sulla fronte: era fresca. Convinta che la figlia stesse facendo la pigra, Vittoria le diede una piccola spinta scherzosa, facendola scivolare dolcemente sul tappeto. Monica rise, la madre rise… ma quando Monica la prese per un braccio e questo cadde pesantemente a terra, il sorriso le si spense.

«Mariangela! Mariangela!» gridò.

Vittoria si chinò, le tastò il polso. Francesca, attirata dalle urla, salì di corsa le scale. Vide la scena, impallidì e scappò giù urlando:

«Vado da Maddalena, l’infermiera! È l’unica che ha il telefono per chiamare il dottore!»

La sua voce si perse nel cortile.

«Oh mamma… non sarà mica morta, vero?» sussurrò Monica, tremante.

«Non dire sciocchezze. È solo svenuta. Forse non ha digerito ieri sera, o uno sbalzo di pressione…» disse Vittoria, cercando di mantenere la calma. Poi, vedendo la figlia agitata, le prese le mani. «Vai giù a prendere una bacinella con acqua fredda e un panno pulito. Su, vai…»

Monica corse giù per le scale. Vittoria accarezzò il volto di Mariangela, la sua figlia più piccola, quella che assomigliava di più al marito perduto troppo presto. I ricordi la attraversarono come un lampo: Mauro, l’uomo passionale, brusco ma pieno d’amore, che la faceva sentire viva. Morto a quarantatré anni, cinque anni dopo la perdita del loro unico figlio maschio Alessandro.

Monica tornò con la bacinella. Rinfrescarono la fronte, il collo, il viso di Mariangela. La ragazza si risvegliò lentamente.

Dal basso arrivarono voci concitate: Francesca e Maddalena avevano incontrato il dottor Belcori, che stava passando in bicicletta.

«Allora, donne, cos’è successo a questa bella figliola?» chiese il dottore, gioviale come sempre. «Che ha mangiato ieri sera? Polenta e merluzzo?»

Poi si fece serio. «Fuori tutte, tranne la mamma.»

Le donne scesero in cucina. Francesca preparò il caffè. Maddalena, con il suo rossetto scarlatto e gli orecchini enormi, sorrise per rassicurare.

«Vedrete che non è niente.»

Ma Monica era davvero preoccupata.

«Maddalena… pensi che abbia qualcosa di grave? Non è mai svenuta… ultimamente era strana, stanca…»

«Potrebbe essere che…» iniziò l’infermiera, ma fu interrotta dalla discesa del dottore.

«Allora, Vittoria» disse l’uomo, «hai capito cosa devi fare? Non c’è niente di male. Sono cose che capitano. Meglio queste che altre peggiori, e tu lo sai.» Si rimise il cappello. «Signore, io continuo la mia passeggiata. Mi aspetta un ottimo gelato da Campanelli.»

«Dottore!» esclamò Francesca. «Ma le farà male alla pancia, a quest’ora!»

«Meglio un po’ di mal di pancia che il fegato rovinato dal vino!» rise lui. «Buona domenica. E ricordati, Vittoria: voglio vedere tua figlia nel mio studio in settimana.»

Maddalena si alzò. «Bene, io vado. Se avete bisogno, sapete dove trovarmi.» Lanciò uno sguardo a Vittoria, che abbassò gli occhi.

«Allora, Vittoria?» chiese Francesca. «Che ti ha detto il dottore?»

Vittoria si sedette, stanca. Monica era uscita nell’orto.

«Sto aspettando una risposta…» insistette Francesca. «Alle dieci c’è la Messa solenne per il Corpus Domini…»

Vittoria si alzò di scatto. «Chiesa, sempre Chiesa e messe! Hai in mente solo quello!»

«Ma… cosa ho detto?» balbettò Francesca, vedendola scoppiare a piangere.

Monica rientrò e vide la madre in lacrime.

«Mamma… cosa succede?»

«Niente! È che… è che Mariangela è incinta. E io non so che fare. Sono felice, ma ho paura… La gente… Marco è a militare… suo padre…»

«O Signore… bisogna farli sposare!» esclamò Francesca.

«Basta!» intervenne Monica. «La gente non deve interessare. Mariangela aspetta un bambino, e noi dobbiamo occuparcene. Sono scioccata, sì… ma felice. E preoccupata. Ha solo diciotto anni… da sola non ce la farà.»

Dall’alto si sentì la voce di Mariangela.

Vittoria salì. Francesca la trattenne un attimo: «Non sgridarla. Non picchiarla.»

«Non vi preoccupate.» rispose lei. «Parleremo.»

Mariangela era raggomitolata sul letto, in lacrime. Appena vide la madre, le si gettò addosso.

«Mamma… perdonami… non volevo… se non mi vuoi più…»

Vittoria la strinse forte. «No, non ti scaccio. Sei mia figlia. Ti voglio bene, anche se non ve lo dico mai. Faremo qualcosa. Questa sera andremo da Maria e diremo tutto. Poi si vedrà.»

«Davvero non sei arrabbiata?»

«Un po’ sì… ma ormai è fatta. E comunque è anche un dono dal cielo, magari non in questo momento. Hai solo diciotto anni Mariangela e quando nascerà il bambino o la bambina ne avrai solo uno in più. E sono troppo pochi.» poi strinse più forte a se e con affetto sua figlia minore «Ma ricordati ci sono qui io la tua mamma per aiutarti.»

Mariangela si asciugò le lacrime. «Mamma… devo raccontarti un sogno. Due settimane fa. Solo Monica lo sa…»

E raccontò dell’uomo sul dosso che portava al cortile dove abitavano, con il fagotto bianco, la camicia, il gilet. 

Dell’uomo che le diceva: “Non mi riconosci?” 

Del biglietto da consegnare alla madre e a Monica. Della paura nei loro occhi. Del sorriso dell’uomo. Del suo saluto: “Ci rivedremo fra tanto, tanto tempo.”

«Quando è sparito… ho capito che era papà.»

Vittoria scoppiò a piangere. Mariangela le si aggrappò.

«Era lui, vero? È venuto a dirmi che avrò un bambino… e che devo chiamarlo come lui… vero?»

«Sì, tesoro. Era il tuo papà. È venuto a dirci che andrà tutto bene.»

Sul comodino, la foto di Mauro in divisa sembrò sorridere nel riflesso del sole.

Sicuramente andrà così.

EPILOGO:

“Gli anni passarono come passano le stagioni: senza fare rumore. La casa di Vittoria rimase sempre piena di voci femminili, di passi veloci, di lenzuola stese al sole, di caffè preparati all’alba e di porte che sbattevano quando il vento del paese si alzava.

Mariangela crebbe in fretta, più in fretta di quanto avrebbe voluto. La maternità arrivò come un dono inatteso, come una responsabilità che all’inizio la spaventò e poi la rese più forte di quanto lei stessa immaginasse. Ogni volta che guardava il suo bambino dormire, rivedeva il sogno: l’uomo sul dosso, il fagotto bianco, il sorriso che non aveva dimenticato.

«Ci rivedremo fra tanto, tanto tempo», le aveva detto. E lei ci aveva creduto.

Vittoria, pur con il suo carattere duro, non lasciò mai sola la figlia. La aiutò come poteva, con le mani, con il cuore, con quella forza antica che solo le donne temprate dalla vita possiedono. Monica, con la sua ironia e la sua energia, riempiva la casa di risate e di storie di fabbrica. Francesca pregava per tutti, come se la fede potesse cucire gli strappi che la vita lasciava.

Marco tornò dalla naja più uomo di quando era partito. Trovò Mariangela diversa, più fragile e più luminosa allo stesso tempo. Non fu facile, non fu immediato, non fu perfetto. Ma certe storie non hanno bisogno di perfezione: hanno bisogno di verità.

E la verità era che si amavano. E che quel bambino aveva già scelto il suo nome.

"Mauro".

Come un cerchio che si chiude. Come una promessa mantenuta. Come una presenza che non se n’era mai davvero andata.

Col passare degli anni, Mariangela imparò che ci sono cose che non si spiegano, ma si sentono. Che i sogni non sono solo sogni. Che i morti non se ne vanno: cambiano stanza. Che le famiglie non sono fatte solo di sangue, ma di gesti, di silenzi, di mani che si stringono quando la vita fa paura.

E ogni volta che guardava suo figlio correre nel prato dietro casa, con la luce negli occhi e il vento nei capelli, Mariangela sorrideva. Perché sapeva che da qualche parte, su un dosso lontano, un uomo con una camicia e un gilet la stava guardando.

E sorrideva anche lui.”

Certe storie non finiscono davvero: restano nei gesti, nei nomi, nei silenzi che sanno di casa, come un filo sottile che nessuno vede ma che tiene insieme tutto. Ciò che amiamo non se ne va: cambia forma, cambia voce, ma resta. Sempre.

Giampaolo Daccò Scaglione

 



martedì 26 maggio 2026

"UN BAMBINO IN ATTESA"

 PROLOGO:

“Ci sono sere in cui il cielo sembra trattenere il respiro. Sere in cui la luce non vuole spegnersi, come se sapesse che qualcosa sta per cambiare per sempre. In quei momenti, anche un bambino può sentire il mondo diventare più grande di lui, più grande dei suoi undici anni, più grande delle parole che conosce.

È in quelle ore sospese che si impara cosa significa aspettare. Aspettare una notizia che non vuoi ricevere. Aspettare un saluto che non potrai dare. Aspettare che il cielo ti dica qualcosa che gli adulti non riescono a dire.

Questo è il racconto di un bambino che guarda il castello, le rondini, il cielo… e capisce, senza che nessuno glielo dica, che l’amore a volte vola via in silenzio.”

"UN BAMBINO IN ATTESA"



07 giugno 1972, ore 18.30.

Una cittadina in mezzo alla pianura della bassa padana.

Vittorio stava seduto sui gradini di casa, le ginocchia magre strette tra le braccia, e con gli occhi chiari fissava il castello oltre le mura, a pochi metri da lui.

Il grande maniero sembrava più silenzioso del solito, come se anche le pietre stessero trattenendo il fiato.

Nel cielo, le rondini tagliavano l’aria con voli rapidi e nervosi, come se sapessero qualcosa che lui non sapeva ancora. Qualche piccione si posava sui tetti caldi del castello, mentre poche nuvole bianche, quasi immobili, galleggiavano sopra la cittadina di campagna.

Il caldo del giorno si stava attenuando, ma la luce non voleva ancora cedere alla sera: era un’ora sospesa, un confine sottile tra ciò che è e ciò che sta per cambiare.

Vittorio aspettava.

Aspettava una notizia.

Una delle prime, una delle più brutte della sua vita.

Era da solo in casa.

Per aiutare i suoi, aveva messo a bollire una pentola d’acqua: pensava che, quando sarebbero tornati, almeno un piatto di pasta lo avrebbero trovato già pronto.

A undici anni sapeva già come fare, e intanto si era seduto sui gradini, con lo sguardo perso nel cielo.

Sapeva che i suoi erano al capezzale della nonna, ormai pronta per il suo ultimo viaggio. La nonna che abitava a neanche trenta metri da casa sua.

Non lo avevano voluto con loro: il giorno prima si era spaventato troppo, nel vedere la sofferenza della nonna tanto amata. Aveva pianto tutta la sera.

Vittorio non voleva che la sua nonna morisse.

Lei gli aveva insegnato il significato delle erbe, come creare unguenti, come usare le pietre durante le fasi lunari. E poi c’era quella frase, detta mentre tornavano dal fiume, lungo la strada piena di alberi di sambuco:

«La tua nonna se ne andrà presto, lo sento… ma ti dovrò lasciare un segno prima. Sei l’unico che lo potrà avere ed usare.»

Allora non aveva capito.

Lo comprese solo pochi mesi prima, quando in un ospedale lontano le dissero quelle brutte parole.

Aveva ricevuto il segno, e da quel giorno il ragazzino di undici anni era cresciuto in modo diverso, con una consapevolezza che i suoi amichetti non potevano nemmeno immaginare.

I minuti passavano.

Il cielo cambiava colore, sfumando in un azzurro più pallido.

Le rondini volavano più basse, come se stessero cercando un posto dove posarsi.

E Vittorio non si accorse che l’acqua sul fuoco non c’era più.

L’odore di bruciato lo scosse dai pensieri. Entrò di corsa in casa, spense il fornello, ma la pentola era ormai nera sul fondo. Dal centro saliva un fumo leggero, a forma di spirale.

Si voltò verso l’orologio sul mobile: 18.46.

Un pensiero gli attraversò la mente, limpido come una voce: «È andata via ora. La spirale del fumo me lo ha segnato.»

Corse fuori in strada.

Vide l’altra nonna e la mamma uscire dal portone del cortile vicino dove viveva l’altra nonna, con i volti tristi.

Si fermò.

Aspettò che si avvicinassero.

Quando furono accanto a lui, la mamma gli accarezzò la testa.

«È andata, vero?» chiese Vittorio, guardandola negli occhi.

Lei annuì. E in quel momento qualcosa dentro di lui si aprì e si chiuse allo stesso tempo.

Le due donne, attirate dall’odore del fumo, entrarono di corsa in casa. Vittorio non le ascoltò quando gli chiesero cosa fosse successo. Lui guardava il cielo.

Una piccola nuvola, dipinta di rosa dal sole che stava scendendo a ovest, si muoveva veloce, come se avesse fretta. Si sciolse in pochi istanti, svanendo nel nulla.

«Ciao, nonna Lucia» pensò.

Sentiva — con quella certezza che solo i bambini hanno — che forse quella nube era il suo saluto.

L’ultimo.

Il più dolce.

Il più silenzioso.

Si sedette di nuovo sui gradini di casa.

E i suoi pensieri fuggirono lontano, lungo la strada che costeggiava il fiume, piena di alberi di sambuco. Lì dove lei gli aveva insegnato tante cose belle e strane. Lì dove, senza saperlo, gli aveva lasciato il suo segno.

EPILOGO:

“Ci sono addii che non fanno rumore. Addii che non passano dalle parole, ma da un gesto, da un vento leggero, da una nuvola che si scioglie nel cielo. Quel bambino, seduto sui gradini, non sapeva ancora che quel momento lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Non sapeva che il segno ricevuto non era solo un dono magico, ma un’eredità invisibile: la capacità di vedere oltre, di sentire oltre, di ricordare oltre.

E mentre la sera finalmente scendeva, lenta, morbida, Vittorio capì che non era solo. Che una parte di lei sarebbe rimasta per sempre nei suoi occhi chiari, nelle rondini che volavano basse, nei sambuchi lungo il fiume, in ogni spirale di fumo che la vita gli avrebbe mostrato.

Perché alcuni amori non finiscono. Cambiano forma. Diventano cielo.” 


Giampaolo Daccò Scaglione



domenica 24 maggio 2026

"IN UN LIVIDO TRAMONTO"

"Ci sono tramonti che non scaldano, anche quando il cielo è rosso come brace. Tramonti che sembrano trattenere un presagio, un’inquietudine sottile che si infila tra le nuvole e arriva dritta al cuore. Quella sera d’agosto, mentre pedalavo verso il mare, sentivo già che qualcosa dentro di me stava cambiando forma, come se il giorno stesse morendo più del solito. Non sapevo ancora che quel colore livido del cielo avrebbe avuto un nome, un volto, un ricordo che non mi avrebbe più lasciato.”



“IN UN LIVIDO TRAMONTO”

Agosto.

Il tramonto alle nove di quella sera, al contrario di quelli precedenti, aveva un che di livido, di malato, di oscuro, nonostante il rosso si stagliasse all'orizzonte occidentale verso la campagna, al di là della cittadina di mare dove mi ero trasferito per qualche tempo causa un lavoro.

Dopo tutto mi ci trovavo bene, niente traffico che blocca la viaiblità, niente smog, niente rumore fino a tarda notte. Certo non c’era una vita notturna pazzesca come Milano o Roma, però la sera fino a tardi molti locali erano aperti, anche d’inverno.

Avevo imparato a non usare l’auto e muovermi con i mezzi che erano sempre puntuali oppure lunghe passeggiate fino al lavoro, alzandomi un’ora prima e facendo colazione in qualche pasticceria con ottimi cappuccini.

E poi le nuove amicizie con colleghi e gente del posto e soprattutto con lui: Maurizio diventato poi il mio più caro confidente.

Ma quella sera era tutto diverso, il tramonto era davvero triste nonostante i colori stupendi di mezza estate.

Andavo veloce con la bicicletta su quella strada sterrata tra i canneti che portavano verso il mare, verso quella spiaggia deserta dove non ci andava mai nessuno, se non qualche vecchietto o persone con il cane appresso.

Poi, appoggiando la bicicletta sulla sabbia, mi ero seduto su un sasso a guardare quel livido tramonto e da quel momento incominciavo a piangere in silenzio.

Le nuvole attorno al sole che stava scomparendo erano violacee, fredde, quasi gelide come quella sensazione che avevo nel cuore quella sera.

Eppure… eppure solo nel pomeriggio, quando il sole era forte e nella pausa di lavoro ci eravamo recati quasi tutti al mare per un bagno veloce in attesa di ricominciare, eravamo felici.

Si rideva, si scherzava, ci si tuffava nel blu di quell'acqua fresca; due o tre coppie in compagnia si baciavano, alcune ragazze prendevano il sole come lucertole, ferme come fossero pietre colorate su polvere d'oro.

Maurizio si distese con il suo “salviettone” di lato dov’ero io, appoggiandosi su un fianco. Sentivo i suoi occhi verdi fissi su di me. Mi ero alzato appoggiandomi sui gomiti.

“Che c’è?” lo avevo fissato voltando lo sguardo su di lui.

Mi aveva fatto un sorriso strano e mi strofinò poi con la mano i capelli.

“Oggi è il giorno… Mi ha detto sì, mi ha detto sì: più tardi esco con te…”

“Eh? Dopo tutto questo tempo? Lavinia ti ha detto sì?” lo fissavo sbalordito, pensando a quella preda bionda tanto ambita da tutti. Finalmente Maurizio ce l’aveva fatta.

“Non ritorno al lavoro, ho preso tre ore di permesso e così andremo a fare un giro verso le colline e poi un aperitivo e… lasceremo fare tutto al destino.” Sorrideva con i suoi denti bianchi sul volto abbronzato, bello, incorniciato da lunghi capelli ricci.

“E così ce l’ha fatta il latin-lover della compagnia.” pensavo mentre lo vedevo sorridere, distendendosi sulla sabbia, bagnandosi di sole.

Maurizio era bellissimo, occhi verdi, naso alla greca, bocca leggermente tumida ed imbronciata, quella massa di capelli ricchi e neri incorniciavano quel volto virile e poi il fisico, scolpito da anni di spot, il suo: “Beach Volley”.

Lavinia era altrettanto stupenda e se le cose fossero andate bene, sarebbero stati la coppia più bella della città.

Un’oretta dopo, Maurizio mi aveva abbracciato mentre io gli dissi sorridendo un in bocca al lupo caloroso, ero felice per lui, e mentre si avviava verso la sua moto mettendosi il casco, noi tutti eravamo già in auto per far ritorno in azienda.

Erano quasi la sedici e avevamo un paio d’ore di lavoro e mancavano due giorni per le ferie e la chiusura dei nostri uffici.

Due ore dopo, alla fine dell’orario di lavoro su richiesta di una delle segretarie del capo, ci eravamo trovati attorno al tavolo delle riunioni dei superiori, nella stanza a fianco dell’ufficio del direttore.

Il quale l’espressione del suo viso non prometteva nulla di buono, viso scuro, occhi bassi e noi preoccupati che ci fosse qualche grande problema in azienda, ci siamo seduti attorno a quell’enorme tavolo mentre altri restarono in piedi.

Quando il direttore di fronte a noi alzò lo sguardo, emise un lungo respiro e con gli occhi lucidi ci diede quella notizia terribile.

Maurizio era felice e con la sua moto stava andando dal suo futuro amore, ma un’auto, uscita all’improvviso da uno stop, aveva messo fine ai suoi sogni, alla sua voglia di vivere, alla sua bellezza e ai suoi futuri progetti.

Ero scappato subito fuori da quel posto, da tutti i miei colleghi non appena avevo udito tutto questo. Avevo preso la mia bicicletta e corsi veloce verso il mare, l’unico posto che ogni volta mi faceva e mi fa star bene o mi cullava nel dolore.

Piansi tutte le lacrime possibili davanti a quel tramonto rosso, caldo ma livido come una notte di ghiaccio e restai lì non so per quanto tempo, mi ero accorto della luna solo quando avevo alzato il volto verso il mare.

Tornai a casa a piedi con a fianco la mia bicicletta, con il cuore infranto.

Oggi, 5 agosto, sono ormai trentacinque anni che sei volato in cielo, ma ancora ricordo i tuoi occhi chiari di quel giorno quando ti avevo visto per l’ultima volta.

Questa sera non guarderò il tramonto per non vedere nuovamente il livido viola delle nuvole attorno al rosso del cielo.

Non permetterò che il dolore o il ricordo si faccia strada nella mia mente.

Forse riuscirò a non pensare a quel giorno lontano…

Forse.

“Ci sono ricordi che non chiedono il permesso per tornare: arrivano con il colore del cielo, con un odore di sale, con un silenzio troppo simile a quello di allora. Eppure, mentre chiudo questa pagina della memoria, sento che il dolore non è più lo stesso: non brucia, non graffia. Rimane, ma come una fotografia sbiadita che il tempo ha reso più gentile.

Maurizio continua a vivere in quel pomeriggio d’estate, nel suo sorriso abbronzato, nella corsa verso un amore che non ha fatto in tempo a incontrare. E forse è giusto così: alcuni destini non si compiono, ma lasciano una luce che non si spegne.”

Giampaolo Daccò Scaglione

venerdì 22 maggio 2026

“UN VOLTO, UNA STORIA SCONOSCIUTA”

 “Ci sono incontri che non durano più di un respiro, eppure ti restano addosso come un livido scuro. A volte basta vedere una figura che avanza piano, con il peso del mondo sulle spalle, per sentire qualcosa spezzarsi dentro. 

Non è solo pietà, ma non è curiosità: è un riconoscere qualcosa che è arrivato all’improvviso, come se una parte di te sapesse già che quel volto sconosciuto ti accompagnerà per molto più tempo di quanto durerà il suo passaggio nella via.

Quella mattina d’ottobre, fredda e grigia, non ero preparato a sentire un’emozione così forte dentro di me. Eppure, quando l’ho vista, ho capito subito che non avrei potuto ignorarla. 

C’era qualcosa nel suo passo stanco, nella valigia trascinata, nel modo in cui teneva la testa bassa… qualcosa che mi ha trafitto il cuore prima ancora che potessi difendermi.

Non so perché alcune persone ci toccano senza parlarci. So solo che quella donna, sconosciuta e fragile, ha aperto una porta che dovevo ancora scoprire.”

UN VOLTO, UNA DONNA


UNA DONNA SOLA



UNA DONNA SOLA NELLA VIA



“UN VOLTO, UNA STORIA SCONOSCIUTA”

Ti ho vista, ho visto la tua figura piccola e malandata in un freddo mattino di ottobre, dove il grigio incorniciava il paesaggio di una città semi deserta. 

Ho visto il tuo volto, triste, pensieroso, con le rughe di chi ha passato tanti anni cercando di vivere una vita.

Ti ho vista con i vestiti rovinati e sporchi dal tempo, camminare in modo sgraziato trascinando i piedi e una valigia con le ruote, logora, spellata, di un colore verdastro sbiadito, con qualche sacchetto di plastica - pieni di chissà cosa - legati al manico.

Ti ho vista e mi si è stretto il cuore: una piccola donna solitaria, una senza tetto, sicuramente italiana, un viso scuro con due occhi grigi e i capelli bianchi, i cui ricci erano puntati sulla nuca da mollettoni colorati, come un buffo clown che non aveva battute per far ridere qualcuno.

Non so quale sia stata la tua vita: forse eri una principessa fuggita da un re odioso e cattivo, finendo in mano a qualche cacciatore senza cuore.

 Forse eri una famosa cantante d'opera che aveva speso tutti i suoi averi per vanità ed esibizionismo, finendo miseramente nel dimenticatoio con l'età. 

Oppure probabilmente eri una ricca ereditiera incontentabile, che girava il mondo in cerca di un improbabile viveur che ti togliesse dalle etichette di una società noiosa ed antipatica.

Forse eri una donna in carriera che aveva sacrificato l'amore e una vita privata per raggiungere il successo, caduta poi all'arrivo della giovane ambiziosa di turno; e il tuo orgoglio ferito ti aveva spinta sempre più giù, fino a un baratro che nessuno aveva visto arrivare.

Invece potresti essere solo una donna semplice e normale che ha avuto una vita difficile: prima nella tua famiglia d’origine, povera e con molti fratelli da sfamare; poi vittima di un marito egoista; e di nuovo l’annullarsi per tenere in piedi una famiglia dalle fondamenta fragili.

Magari con figli egoisti che nel tempo si sono dimenticati di te, lasciandoti sola, mentre la tua mente si annebbiava piano piano, rifugiandosi in un mondo fantastico dove solo tu riesci a vivere una vita piena di gioia, dove nessuno potrà più farti soffrire.

Eppure, quando ti ho vista, i tuoi occhi erano tristi, il tuo sguardo lucido. Avevi abbassato la testa e piano sei andata lontano per la tua strada, col capo chino, trascinando le tue poche e logore cose.

Il freddo di ottobre probabilmente sarà penetrato nelle tue ossa attraverso quei vestiti consumati dal tempo, come è penetrato nel mio cuore nel vederti così.

Ti ho vista e non so chi tu sia, povera figura dolce e malinconica. Ti ho seguita con lo sguardo fino al punto in cui sei sparita.

Vorrei solo immaginare di essermi sbagliato. Vorrei che invece tu fossi solamente una persona trascurata e solitaria, ma con una casa, una storia forse banale, ma una vita alle spalle.

Ti ho vista e non sono riuscito a pensare ad altro in quel mattino freddo di ottobre. Mentre la mia mente fantasticava sulle tue vite possibili, il mio cuore ricordava un’altra vita già conosciuta tempo fa.

Spero solo che… No. Non è la frase giusta. Non ci sono parole che non suonino banali. Non basta incontrare un volto e una vita sconosciuta per sperare chissà cosa.

Lei andrà per la sua strada, con la vita che si è scelta o che le è stata imposta. E nessuno potrà fare nulla.

“La sua figura è scomparsa in fondo alla via, ma non dalla mia mente. Ci sono persone che non sapranno mai di essere diventate un pensiero, un dolore lieve, un interrogativo che non trova risposta. Lei continuerà a camminare nella sua vita - qualunque essa sia - e io continuerò a chiedermi chi fosse, cosa avesse perduto, cosa avesse salvato.

Forse non potrò mai sapere la sua storia. Forse nessuno la saprà. Ma quel mattino d’ottobre mi ha ricordato che ogni volto porta con sé un mondo intero, anche quando il mondo non lo guarda più.

E mentre la sua ombra si dissolveva tra le auto parcheggiate, ho capito che non era lei a essere sola. Era la città, era il tempo, eravamo tutti noi - incapaci di fermarci, incapaci di vedere davvero.

Lei ha continuato il suo cammino. Io sono rimasto fermo un istante in più, con il cuore che faceva male e gli occhi che bruciavano. E forse è da lì che nasce ogni storia: da un dolore piccolo, improvviso, che non si può ignorare.”

Giampaolo Daccò Scaglione









mercoledì 20 maggio 2026

"POLVERE D’AMORE"

 PROLOGO:

*Ci sono momenti della vita in cui si resta sospesi, come se il tempo trattenesse il fiato. Momenti in cui una stanza sembra troppo piccola, una finestra troppo grande, e il mondo fuori troppo lontano per essere raggiunto. È in quei momenti che si capisce quanto può pesare un’assenza, anche quando non è ancora avvenuta.

Davide aveva imparato a convivere con quel tipo di silenzio: un silenzio che non era vuoto o fatto di nulla, ma era pieno di qualcosa che non sapeva descrivere. Un silenzio che si appoggiava sulle spalle come una mano leggera, eppure capace di far tremare tutto.

Questa non è una storia di colpe. Non è una storia di promesse. È la storia di ciò che accade quando il cuore resta fermo in un punto, mentre la vita continua a muoversi altrove.*



"POLVERE D’AMORE"

"Mi chiamano... Devo andare!" 

Era la solita frase che conosceva già da tempo, Davide sapeva che questa cosa succedeva sempre nel momento in cui mai doveva accadere e soprattutto quando squillava quel dannato telefono.

Davide guardava quella figura dalla finestra, l'osservava mentre entrava in auto e con una velocità folle spariva in fondo alla via. 

Lo sapeva Davide, sapeva a ciò che andava incontro quando quella domenica mattina piovosa di agosto incontrò Livio, nell'unico bar aperto in centro della città dove entrambi vivevano, senza mai essersi visti né conosciuti.

Ricorda bene quel ragazzo di trent’anni vestito elegantemente di blu, l'orologio costoso al polso e l'anello, la fede matrimoniale nella mano sinistra. 

Quando Davide ordinò il suo caffè, l'altro si girò a guardarlo, al ragazzo tremò per un attimo il cuore: due occhi verdi incredibili ed un sorriso si aprirono davanti a lui.

"Altra anima sola..." disse ridendo, facendo l'occhiolino al barista che probabilmente conosceva da tempo. "In questa città vuota per le ferie... Mi chiamo Livio." disse porgendogli la mano. 

"Davide" balbettò arrossendo l'altro.

Non si sa come i fili del destino intreccino le vite delle persone: nel giro di due ore si ritrovò in camera da letto di Livio. Davide avrebbe voluto scappare ma qualcosa lo trattenne, e nello stesso tempo l'attrazione per quell'uomo si mischiava con la voglia di fuggire.

"Non aver paura, so cosa sto facendo Davide. Mia moglie e le mie figlie..." continuava Livio spogliandosi, mentre con una stretta al cuore Davide osservava le foto di quella famiglia sorridere felice da luoghi incantevoli. "Dicevo, la mia famiglia è al mare ed io... ogni tanto mi tolgo un desiderio..."

"Un desiderio!" pensava Davide, attratto da quel fisico, le gambe muscolose, il torace scolpito da anni di palestra.

Poi quella voce, da quella personalità ed il fascino che emanava in ogni gesto, Livio era cosciente di ciò che trasmetteva altri. 

"E' solo un'avventura con uno sposato che tradisce la moglie e la prende in giro e chissà con chi altri." aveva pensato Davide osservandolo con i suoi occhi color del cielo.

"Se stai pensando che io vada con chi mi capita a tiro, ti sbagli piccolo!" rispose lui guardandolo negli occhi come se gli avesse letto nel pensiero. "Io scelgo, da perfetto egoista ed ipocrita, scelgo ciò che mi sembra il meglio..." 

Ed avvicinandosi sempre di più a Davide, nudo e senza imbarazzo, fermandosi davanti al ragazzo accarezzandogli poi la fronte con due dita, continuò: "E tu lo sei, l'ho capito subito. Non sarai un'avventura."

Fu la prima volta che a Davide capitava una cosa del genere. 

Più tardi guardava la pioggia cadere fitta dal cielo in quella camera dalle ombre blu, mentre l'altro dormiva abbracciato a lui. Non sapeva ancora che Livio sarebbe entrato nella sua vita per tanto tempo.

Tre anni di amore nascosto, tre anni di sofferenza, poi il suo dolore per la nascita di un altro suo figlio e per i fine settimana passati da solo o con qualche amico, pensando a Livio con la sua famiglia ignara di tutto ciò.

Passò del tempo e fu un colpo al cuore quando li vide tutti e cinque in centro un sabato pomeriggio. Aveva evitato le uscite in quelle ore, per non incontrarlo, ma quella volta no: era stato davvero un caso. Loro si fermarono davanti a lui.

La moglie, giovane e bella, bionda e sorridente, presentatagli con noncuranza dall'altro mentre nel suo petto il cuore batteva forte ed avrebbe voluto gridare. Le due bambine ed il maschietto, i figli stupendi ed ignari come la loro madre di ciò che era il padre.

I giorni passavano e Livio era ancora presente nella sua vita, solo un paio di sere la settimana a casa sua di Davide, qualche pomeriggio di entrambi rubato al lavoro con scuse e permessi. 

Briciole. 

Polvere... 

Polvere d’amore… a senso unico, forse. 

Granuli di uno strano amore. 

E bastava una telefonata perché subito Livio fuggisse via da lui, anche nel momento in cui non si dovrebbe farlo mai.

Per Davide, ora alla finestra, era venuto il tempo di dare una fine a questo amore, a questa storia. Soffriva troppo e quando aveva visto sparire l'auto di Livio dietro alla curva alla fine della sua strada, aveva deciso: basta!

Si era messo sul divano a piangere come un bambino, il viso tra le mani mentre le lacrime bagnavano quel volto triste, ma non sarebbe tornato indietro. Domani lo avrebbe chiamato.

Un piccolo raggio di sole in quel momento stava entrando nella camera ed illuminò la foto sul mobile a fianco: la foto di quando Davide era bambino, al mare, seduto sull'altalena, sorridendo a suo padre mentre scattava quella foto.

Alzandosi, la prese e la mise tra le sue braccia, stretta al cuore. Era di nuovo pronto a dare una svolta alla sua vita, a dimenticare - forse - lui. L'uomo del "Devo andare", l'uomo che non poteva dargli ciò che cercava: una vita insieme.

Appoggiò la foto sul mobile ed uscì di casa. 

(Dedicato a te L., amico mio, che finalmente hai deciso per la tua serenità.)

EPILOGO:

*Quando uscì di casa, l’aria aveva quell’odore particolare che arriva dopo la pioggia, come se il mondo avesse appena finito di piangere al posto tuo. Davide camminò piano, senza una meta precisa, sentendo ancora il calore della foto tra le mani, come un piccolo cuore che batteva per ricordargli chi era stato, e chi poteva ancora diventare.

Non sapeva cosa avrebbe detto a Livio il giorno dopo. Non sapeva se avrebbe trovato le parole, o se le parole sarebbero state inutili. Ma per la prima volta dopo tanto tempo, non stava aspettando nessuno. Era lui a muoversi, finalmente.

E mentre la luce del pomeriggio si apriva tra le nuvole, Davide capì che certe storie non finiscono davvero: semplicemente, smettono di trattenerti. E tu ricominci a respirare.*

Giampaolo Daccò Scaglione

 

lunedì 18 maggio 2026

"LA CASA DEI ROMPISCATOLE" (Per chi vuol credere ancora nelle favole)

 


PROLOGO:

*Tra il mare che profuma di sale e le colline morbide che sembrano addormentate, c’era una casa rustica fatta di pietra, legno e un po’ di magia.

Da fuori sembrava un luogo tranquillo, il tipo di posto dove il vento passa piano e le giornate scorrono senza fretta.

Ma chi ci viveva dentro… non era affatto tranquillo.

C’era un gufo che pretendeva ordine senza averlo mai visto, un tasso che rubava tutto ciò che non serviva, un cuculo che esagerava ogni cosa e una mucca lilla che sapeva ogni notizia prima ancora che accadesse.

E poi c’era lui: il Custode della Casa. L’unico umano. L’unico che ogni mattina apriva la porta e sospirava:

“Speriamo non abbiano combinato guai.”

Ma i guai… erano già iniziati.*


Protagonisti:

Il Tasso - Il Gufo - La Mucca lilla - Il Cuculo - Paolino

(con la partecipazione straordinaria dei Topolini Giò e Giù)

*Una folklorist...No? Un raccon... Neanche quello... Una favola...Ah si questa va bene. Una favola scritta da Paolino Elysium e  da Genio Azzurro... Come chi sono? Boh forse su Wikipedia c'è qualcosa... Beh che fate? Su dai leggete no?*


"LA CASA DEI ROMPISCATOLE"


Il sole si era appena arrampicato sopra le colline quando Paolino aprì gli occhi con un pensiero ingenuo, quasi poetico: forse, per una volta, la casa sarebbe stata tranquilla. Il mare respirava piano, il vento muoveva le foglie con delicatezza, e tutto sembrava promettere una giornata serena.

Poi arrivò il primo TUMP! dal giardino. Seguito da un CRASH! dal portico. E da un MOOOO! indignato che fece tremare i vetri.

Paolino sospirò. La pace era durata esattamente tre secondi.

Scese in cucina e trovò il Gufo Amministratore in piedi sul tavolo, gonfio come un pallone e con la sua penna d’oca per scrivere, spezzata in due. Aveva l’aria di chi ha subito un torto irreparabile.

«È un affronto personale.» dichiarò con voce grave. «Un attacco diretto al decoro della casa.»

Paolino guardò la penna bianca con la punta colorata di inchiostro verde, poi il gufo, poi di nuovo la penna. «Chi te l’ha rotta?»

Il gufo sollevò un’ala tremante e indicò la finestra, come se stesse denunciando un crimine di stato.

Fuori, nel giardino, il tasso correva in cerchio con qualcosa in bocca. Qualcosa di grosso. Qualcosa di familiare. Qualcosa che non avrebbe dovuto essere in bocca a un tasso.

La ciabatta sinistra di Paolino.

«RIDAMMELA!» urlò il Custode.

Il tasso si fermò un istante, con l’aria di un bambino colto sul fatto.

«Non è quello che sembra! È mia! L’ho trovata! Era sola! Aveva bisogno di me!»

E si infilò nella tana sotto il fico, lasciando dietro di sé una scia di terra e dignità perduta.

Dal tetto, il cuculo stava documentando tutto con la sua macchina fotografica dalla stampa istantanea, le cui foto uscivano in verde e giallo. Ogni tanto scattava una foto al cielo, ogni tanto alla sua stessa ala, ma era convinto di essere un reporter di fama mondiale.

«ATTENZIONE! ATTENZIONE!» gridava «Il tasso ha rubato un oggetto umano! Caso gravissimo! Sto facendo un servizio speciale!»

Paolino si massaggiò le tempie. Era troppo presto per tutto questo.

Dal prato arrivò la Mucca Lilla, con il suo foulard a pois e l’aria da signora che sa sempre tutto prima degli altri.

«Io non voglio dire niente…» disse, con tono che significava esattamente il contrario. «Ma il tasso ieri ha rubato anche la ciabatta destra. Così, per dire.»

Paolino chiuse gli occhi. Il gufo emise un verso tragico. Il cuculo urlò “SCUPONE!” come se avesse scoperto un complotto internazionale. E da sotto il fico si sentì la voce del tasso: «Non è vero! Forse!»

Il Custode si sedette sul gradino del portico, guardò il mare e respirò profondamente. «È solo mattina.» mormorò. «E già così.»

Il gufo annuì con aria da tragedia greca. La mucca lilla sospirò come una diva degli anni ’30. Il cuculo scattò altre foto inutili. E il tasso sbucò con entrambe le ciabatte in bocca, sorridendo come se avesse vinto un premio.

Così iniziò la giornata nella Casa dei Rompiscatole. E nessuno, proprio nessuno, era pronto a immaginare cosa sarebbe successo dopo.



Il pranzo si avvicinava come un’ombra inevitabile, e Paolino lo sentiva incombere addosso mentre attraversava la cucina con passo lento, quasi rassegnato. La casa, dopo il caos del mattino, sembrava respirare in un silenzio sospetto, quel tipo di quiete che non promette nulla di buono. Il mare, fuori, continuava a muoversi tranquillo, come se non avesse idea del disastro imminente.

Paolino aprì la dispensa con un gesto fiducioso, quasi affettuoso, come si apre la porta a un vecchio amico. E la dispensa rispose con un vuoto cosmico.

Niente pane. Niente pasta. Niente biscotti. Niente zucchero. Solo due briciole, un’etichetta storta e un topolino che lo guardava come se fosse stato colto in flagrante durante una festa non autorizzata.

Il topolino si sistemò il pelo, imbarazzato. Sembrava un impiegato colto a dormire sulla scrivania.

Paolino non disse nulla. Si limitò a fissarlo.

Il topolino cedette per primo. «Noi… stavamo riordinando.»

Dal fondo della dispensa, una vocina aggiunse: «Era tutto molto buono Giò.»

«Si si Giù...» rispose il topolino vicino a Paolino (la rima non è voluta).

Paolino chiuse lentamente lo sportello, come se stesse salutando un sogno infranto. Il suo stomaco fece un rumore che sembrava un lamento.

«Sto pensando se uccidere qualcuno o scapare in Andalusia.

» mormorò.

Fu allora che sentì dei passi. Passi piccoli, rapidi, entusiasti. Passi da… tasso.

Il tasso entrò in cucina con l’aria di chi ha appena vinto un premio importante. Aveva la bocca sporca di briciole e un sorriso che non prometteva nulla di rassicurante.

«Paolino!» annunciò, come se stesse per rivelare una scoperta scientifica. «Ho fatto una cosa!»

Paolino lo guardò con la stanchezza di un uomo che ha già visto troppo. «Ti prego… dimmi che non è commestibile.»

Il tasso, con un gesto teatrale, tirò fuori una pentola. Una pentola fumante. Una pentola che sembrava uscita da un rituale druidico.

Paolino fece un passo indietro. Il gufo, che era entrato in quel momento, si immobilizzò come una statua. La mucca lilla, affacciata alla finestra, si mise una zampa sulla bocca. Il cuculo, dal tetto, scattò una foto con la solennità di un paparazzo al Festival di Cannes.

«Ho cucinato io!» disse il tasso, gonfiando il petto.

Paolino sentì un brivido corrergli lungo la schiena. «Cosa… cos’hai cucinato?»

Il tasso sorrise come un bambino che mostra un disegno fatto con entusiasmo e zero proporzioni. «Una ricetta segreta. Si chiama: “Quello che ho trovato in giro.»

Paolino chiuse gli occhi. «In… In giro? E cosa hai trovato?»

Il tasso iniziò a elencare con orgoglio: «Un biscotto mezzo rotto, due foglie, un pezzo di corda, un guscio di noce, una cosa che forse era formaggio… e una sorpresa.»

Paolino aprì un occhio. «Che sorpresa?»

«Non lo so. L’ho messa senza guardare.»

La pentola fece un rumore. Un blop. Poi un blop-blop. Poi un PFFFT! che fece volare il coperchio fino al lampadario.

E dal vapore uscì… un profumo.

Un profumo buono. Buonissimo. Inspiegabilmente buono.

Paolino rimase immobile. Il gufo trattenne il fiato. La mucca lilla sospirò come una diva colpita da un colpo di scena attaccandosi alle tende della finestra come Sarah Bernhardt dei film muti. Il cuculo scattò una foto del vapore, convinto che fosse un fantasma.

Paolino prese un cucchiaio. Lo immerse lentamente. Assaggiò.

Il mondo si fermò.

Il mare smise di muoversi. Le colline trattennero il respiro. Persino il vento si appoggiò un attimo al davanzale per vedere cosa stesse succedendo.

Paolino posò il cucchiaio. Inspirò. E disse, con voce incredula:

«È… buonissimo.»

Il tasso esplose in un sorriso che gli arrivò fino alle orecchie. Il gufo svenne per lo shock. La mucca lilla dichiarò prima di svenire anche lei: «Io non voglio dire niente, ma questo è un miracolo.» Il cuculo urlò: «NOTIZIA DELL’ANNO!» e scattò altre venti foto.

Paolino guardò il tasso. «Da oggi… cucini tu.»

Il tasso si illuminò come un lampione di Natale. «Davvero?»

«Sì. Ma niente corde nella pentola.»

«Vedrò cosa posso fare.»

E così, contro ogni logica, contro ogni legge della cucina e contro ogni aspettativa del buon senso, il pranzo fu salvato.



La giornata era scivolata via come un bicchiere d’acqua rovesciato: in fretta, inaspettatamente, e lasciando dietro di sé una scia di piccoli disastri. Il sole stava calando dietro le colline, tingendo tutto di arancio e rosa, e la casa sembrava finalmente rallentare, come se anche lei avesse bisogno di sedersi un attimo e sospirare.

Paolino uscì sul portico con una tazza di qualcosa di caldo tra le mani. Il mare davanti a lui era calmo, quasi immobile, come se stesse ascoltando. E per un momento, davvero, sembrò che tutto fosse in pace.

Il gufo era appollaiato sul ramo più alto del fico, con l’aria di chi ha passato una giornata difficile ma vuole far finta di no. Ogni tanto si sistemava le piume, come se volesse recuperare un po’ di dignità dopo gli svenimenti multipli.

La mucca lilla era sdraiata nel prato, con il foulard a pois che si muoveva piano nel vento. Guardava il cielo come una diva malinconica, masticando l’erba con lentezza teatrale.

Il cuculo, sul tetto, stava sistemando le sue “foto” immaginarie, borbottando qualcosa su “archiviazione professionale” e “servizio speciale”.

E il tasso… beh, il tasso era seduto ai piedi del portico, con una grossa ghianda mezza mangiata tra le zampe. Ogni tanto la annusava, come se volesse assicurarsi che fosse ancora cibo vero e non un bottone travestito.

Paolino li guardò uno per uno. E, nonostante tutto, sorrise.

«È stata una giornata lunga,» disse piano, più a se stesso che agli altri.

Il tasso lo guardò con gli occhi lucidi di chi ha vissuto un’avventura. «Io ho imparato una cosa importante.»

Paolino sollevò un sopracciglio. «Davvero?»

«Sì. Che la corda non è cibo.»

«E neanche un bottone se è per quello.» Disse Paolino ridendo. Una risata vera, stanca e felice.

Il gufo, dall’alto, fece un verso approvante. La mucca lilla sospirò come una poetessa in cerca di una rima baciata. Il cuculo scattò una foto obliqua del tramonto, convinto che fosse un momento storico.

La luce si abbassò ancora, diventando blu, poi viola, poi quasi nera. La casa sembrava respirare piano, come un animale addormentato.

Paolino si alzò, stiracchiandosi. «Va bene, rompiscatole… è ora di dormire.»

Il tasso sbadigliò. Il gufo chiuse un occhio. La mucca lilla si accoccolò nell’erba. Il cuculo si infilò nel suo nido.

E uno alla volta, come stelle che si spengono piano, i rumori della casa si affievolirono.

Paolino entrò, chiuse la porta con un gesto lento e affettuoso, e sussurrò:

«Buonanotte, casa mia.»

Fuori, il mare continuò a respirare. Le colline si addormentarono del tutto. E la Casa dei Rompiscatole, per la prima volta da quando esisteva, sembrò davvero tranquilla.

Per qualche minuto.

La notte era scesa sulla casa con una lentezza quasi affettuosa, come se volesse coprire tutto con una coperta blu scuro. Il mare, poco distante, continuava a respirare piano, e le colline sembravano addormentate, immobili, serene. Paolino chiuse le ultime finestre, spense le luci una a una e si infilò sotto le coperte con un sospiro soddisfatto. Era stata una giornata lunga, piena di ciabatte rubate, pentole misteriose e miracoli culinari. Ora, finalmente, il silenzio.

Un silenzio così perfetto che sembrava quasi irreale.

Poi arrivò un rumore. Un rumore che non apparteneva alla notte, né al vento, né al mare.

Un scronch.

Paolino aprì un occhio. Il rumore tornò, più deciso, come se volesse farsi notare.

Scronch-scronch.

Paolino si tirò su lentamente, come un uomo che sa già che non gli piacerà ciò che troverà. Mise le pantofole — quelle di riserva per le vacanze, perché le altre erano ancora in ostaggio del tasso — e uscì nel corridoio. La casa era buia, ma quel rumore sembrava muoversi, spostarsi, avvicinarsi, allontanarsi, come un piccolo terremoto ambulante.

Seguì il suono fino alla cucina. Ogni passo era un “perché proprio a me”. Ogni ombra sembrava un sospetto.

Accese la luce.

E lo vide.

Il tasso era seduto sul tavolo, illuminato come un attore sul palco. Davanti a lui c’era una montagna di oggetti: tappi, mollette, un cucchiaio, un bottone, una conchiglia, un pezzo di corda, un guanto spaiato, un sasso lucido, una pallina di carta, e una cosa che sembrava un meteorite ma probabilmente era solo un pezzo di carbone.

E li stava… assaggiando. Uno per uno. Con la calma di un degustatore professionista.

Paolino rimase immobile. Il tasso lo guardò, con la bocca piena, come se fosse la cosa più normale del mondo.

«Ciao Paolino.»

Paolino inspirò. «Cosa stai facendo? Ma non eri a dormire?.»

«Mi era venuta in mente una cosa importante. Sto controllando.»

«Cosa.»

«Se sono buone queste cose.»

Paolino si sedette. Non per scelta: le gambe avevano deciso da sole.

Il gufo entrò nella stanza, pronto a lamentarsi del rumore, ma quando vide la scena si bloccò, fece un verso drammatico e svenne direttamente sul pavimento. La mucca lilla infilò la testa dalla finestra, con l’aria di chi ha già capito tutto e svenne pure lei. Il cuculo arrivò svolazzando, mezzo addormentato, e scattò una foto col flesh abbagliando persino un ragnetto appeso in un angolo del soffitto, come se fosse un paparazzo notturno.

Paolino guardò il tasso. «Perché non dormi?»

Il tasso si strinse nelle spalle. «Avevo fame.»

«E non potevi mangiare qualcosa di normale?»

Il tasso lo guardò con occhi sinceri, quasi teneri. «Ma io non so cosa è normale.»

Paolino si alzò, prese una mela dal cesto e la mise davanti a lui. «Questa è normale.»

Il tasso la osservò come se fosse un oggetto alieno. La annusò. La toccò con una zampa. Poi sorrise.

«È buona.»

Paolino annuì. «Sì. È cibo. Vero cibo.»

Il tasso guardò la mela, poi la montagna di oggetti. «Quindi… questi non sono cibo?»

«No.»

«Neanche la corda?»

«No.»

«Neanche il bottone?»

«No.»

«Neanche la conchiglia?»

«No.»

«Neanche il carbone?»

«NO.»

Il tasso sospirò, sconfitto. «Ok. Allora li rimetto a posto.»

Paolino sorrise. «Bravo.»

Il tasso aggiunse, con innocenza disarmante: «A domani.» e usci dalla finestra saltando sopra la testa della mucca che si era appena ripresa.

Paolino chiuse gli occhi. La mucca lilla sospirò. Il cuculo scattò un’altra foto. Il gufo, ancora svenuto, emise un verso tragico.

E così finì la notte dei rumori misteriosi. Con una mela, una montagna di oggetti, e un tasso che — forse — aveva imparato qualcosa. Forse.




EPILOGO - “E domani… ricomincia tutto”:

*La notte aveva avvolto la casa da tempo, come un mantello morbido, e per un momento sembrò che tutto fosse davvero fermo. Il mare respirava piano, le colline dormivano profonde, e persino il vento sembrava aver deciso di non disturbare nessuno. Dentro la casa, il silenzio era così raro e prezioso che Paolino quasi non osava muoversi per non romperlo ed anche per la paura di trovarsi di nuovo in cucina il tasso.

Si sedette sul bordo del letto, ascoltando quel respiro collettivo della casa: il gufo che russava piano sul suo ramo, la mucca lilla che mormorava qualcosa nel sonno, il cuculo che ogni tanto faceva “clic” come se scattasse foto anche nei sogni, e il tasso… beh, il tasso che masticava ancora la mela, molto lentamente, come se volesse prolungare quel sapore nuovo e rassicurante.*

Giampaolo Daccò Scaglione