sabato 12 settembre 2026

"QUELLA DOLCISSIMA MUSICA DI UN VALZER ORMAI LONTANO… LONTANO NEL VENTO"


PROLOGO

"Ci sono melodie che il tempo non può cancellare, note che rimangono sospese nell'aria come profumi d'infanzia.

Questa storia, scritta nel lontano 1978 ed ambientata nel 1974, è un'opera intimamente intrisa di una nostalgia e di una poesia infinite, dove i ricordi e le note musicali diventano i custodi segreti di un sentimento perduto tra le pieghe del vento.

Ascoltate in silenzio: da un angolo della memoria, si leva ancora l'eco di quel valzer dolcissimo e lontano, pronto a raccontarci di un amore che non ha mai smesso di ballare."

(Scritta nel 1978 ed ampliata nel 2026)


"QUELLA DOLCISSIMA MUSICA 

DI UN VALZER ORMAI LONTANO… 

LONTANO NEL VENTO"


Il risveglio a Bologna

Bologna, dicembre 1974. 

Le note soffuse, dolcissime e struggenti di un valzer lontano si propagavano nell'aria gelida della mattina, scivolando fin dentro la stanza come un richiamo d'altri tempi. 

Era proprio quella melodia malinconica a dare un lento risveglio a Danilo. 

Dalle fessure sottili delle persiane di legno rimaste socchiuse si facevano strada fitti raggi di sole invernale, lame di luce bianca che tagliavano la penombra e gli abbagliavano dolcemente gli occhi ancora appesantiti dal sonno. 

Il freddo pungente della camera, accumulatosi dopo una lunga notte di prime gelate sui tetti della città, penetrava sotto le coperte, mettendo un brivido improvviso lungo la sua schiena.

Nonostante il gelo della stanza, Danilo decise di mettersi seduto. Si sollevò a passo lento contro lo schienale di legno del letto, appoggiando le spalle dietro il grande cuscino di piuma che custodisce ancora il calore tiepido della sua testa. 

Muovendosi con gesti misurati, sfilò una sigaretta dal pacchetto sul comodino e l'accese: era la prima della giornata. Sotto la luce fredda che filtrava dalla finestra, emise una boccata di fumo denso, guardando le volute grigie perdersi verso il soffitto. 

Poi, muovendo lentamente il collo, volse lo sguardo dall'altro capo del letto. Una testa bruna, dai capelli scuri e morbidi, spuntava timidamente dal bordo delle coperte pesanti. 

Gli occhi di Danilo si posarono con un'infinita tenerezza e protezione su quella testolina addormentata; abbozzò un sorriso dolce, quasi impercettibile, per poi girarsi di nuovo verso i vetri chiusi delle finestre.

Tra una boccata di fumo e l'altra, Danilo rimase immobile ad ascoltare quella musica carica di note nostalgiche che risuonava in lontananza. 

Sotto l'effetto di quella melodia, la mente si staccò dal presente e lo riportò indietro nel tempo di un anno. Anzi, di molto più di un anno. 

In un lampo della memoria, si rivide tra quelle stesse lenzuola insieme a Lilly. Lilly, così bionda, così slanciata, così incredibilmente bella. 

Una ragazza che con la sua straordinaria vitalità, la sua grazia e la sua allegria contagiosa era capace di renderlo euforico a ogni risveglio, trasformando all'istante una qualsiasi giornata grigia e nebbiosa di Bologna in un quadro a colori, illuminato da mille arcobaleni improvvisi.



Lilly era un vulcano sempre sorridente. 

Quando si svegliava in quella medesima stanza fredda, si alzava dal letto d'istinto e, sfidando il gelo della notte precedente, si metteva a ballare a piedi nudi sul pavimento di graniglia. 

Girava su se stessa ridendo, muovendosi a tempo di musica, fino a scomparire oltre la porta della cucina. 

Poi, non appena accendeva la vecchia radio sul ripiano, si metteva a cantare a mezza voce, preparando con amore la loro colazione da consumare insieme, accoccolati su quel letto che per cinque lunghi anni era stato il loro rifugio d'amore. 

Cinque anni stupendi, prima che tutto crollasse. Lilly, infatti, se n'era andata via all'improvviso, lasciandolo per sempre per seguire Stefano, un uomo ricchissimo, nobile, decisamente colto, affascinante e bellissimo. 

Un rivale contro cui Danilo non aveva potuto fare nulla.

Un movimento improvviso tra le lenzuola spezzò il filo dei ricordi. La testa bruna al suo fianco si mosse lentamente, riportando di colpo Danilo alla realtà del mattino. 

Due grandi occhi grigi si spalancarono davanti ai suoi nella penombra della stanza. Un sorriso dolcissimo illuminò quel volto pallido, ancora segnato dal sonno arretrato. 

Danilo si chinò con delicatezza verso quella creatura, che ora aveva il volto della sua Paola, e la baciò teneramente sulla bocca per darle il buongiorno. 

Paola si sollevò di un poco sul materasso, assecondando il suo movimento, e appoggiò la testa sul petto nudo e caldo di Danilo, cercando protezione dal freddo della camera.

Ma la mente di Danilo, nonostante la presenza rassicurante di Paola, venne nuovamente travolta dal fiume dei ricordi di Lilly. 

Rivedeva come in un film l'immagine di quel mattino grigio di un anno prima, mentre preparavano in silenzio le valigie sul pavimento. Lei lo stava lasciando per sempre, guardandolo negli occhi con una tristezza infinita.

«Non odiarmi, Danilo... ti prego, se puoi, non odiarmi», gli aveva sussurrato con la voce spezzata dal pianto, confessandogli di essersi innamorata perdutamente di quell'altro uomo.

Il taxi della fuga la stava già aspettando giù in strada, facendo risuonare il clacson nella nebbia. Poi, una stretta di mano rapida, un ultimo sguardo carico di un milione di cose non dette, un addio fuggente sulla porta di casa e via. 

Lilly era svanita per sempre dalla sua vita, lontano da quella casa che era stata testimone di giornate stupende e pulite, lontana da quel nido che non l'avrebbe vista tornare mai più.



La foto nel cassetto e il latte sul fuoco

Fu in quel preciso istante, mentre il clacson del taxi svaniva nella nebbia di Bologna, che a Danilo spuntarono le lacrime per la prima volta in vita sua, rigandogli il viso freddo nel vedere il suo primo e unico grande amore che spariva in fondo a una via, per sempre.

Poi, poche settimane dopo quel vuoto disperato, era arrivato un improvviso e violento tuffo al cuore. 

Era successo tutto per caso, nel vedere Paola sotto casa, proprio all'interno di quel piccolo bar di periferia dove Danilo si rifugiava al mattino presto. 

Ogni giorno, da quel giradischi sul bancone, usciva nell'aria la musica dolcissima di un valzer d'altri tempi. 

Paola era così immensamente diversa da Lilly: un po' più minuta di statura di Lilly che sfiorava un metro e ottanta di altezza, bruna, caratterizzata da una timidezza e da una dolcezza d'animo infinite, lontana anni luce dalla frizzante e travolgente allegria dell'altra. 

Eppure, era stata la sua ancora di salvataggio.

No, questo non era affatto il primo sabato in cui Danilo si ritrovava a pensare a quell'amore perduto, ma da almeno una settimana quel ricordo era diventato il suo pensiero fisso, un'ossessione sottile. 

Tutto era iniziato quando, frugando in un cassetto della scrivania dimenticato nel tempo, le sue dita avevano ritrovato una vecchia fotografia sbiadita che ritraeva lui e Lilly felici, abbracciati in riva al mare durante un'estate lontana.

Sul letto della camera, Paola si staccò dolcemente dal petto nudo di Danilo, interrompendo il flusso dei suoi pensieri. 

Si rivestì in fretta, infilandosi una maglia per ripararsi dal fresco della stanza, e corse a passi rapidi verso la cucina, senza badare troppo a quella melodia struggente che continuava a salire fin dentro la loro camera da letto. 

In quel piccolo ma grazioso appartamentino di periferia, Danilo rimase un momento da solo, lo sguardo fisso sul soffitto. 

Pensava al loro amore, o almeno all'amore da parte sua: in quel mattino d'inverno si sentiva insicuro, fragile, e non riusciva a capire bene quale fosse il reale sentimento che lo legava a Paola. 

Era vero amore o solo il disperato bisogno di non stare solo?

Dalla cucina, la voce limpida della ragazza spezzò il silenzio della casa, scacciando i suoi dubbi: «Ah, Danilo! Questa mattina sono completamente imbambolata, non riesco proprio a svegliarmi!», gridò Paola tra il rumore delle tazze. «Tu cosa preferisci? Ti preparo il caffelatte caldo o un tè al limone?».

«In realtà preferirei vestirmi direttamente ed uscire», rispose Danilo alzandosi dal letto e appoggiandosi con le braccia conserte allo stipite della porta della cucina, guardandola muoversi tra i fornelli.

Paola si voltò di scatto, sbarrando gli occhi grigi: «Ma come uscire? Lo sai almeno che giorno è oggi, Danilo?».

Danilo si batté una mano sulla fronte: «Oddio, sì... hai perfettamente ragione! È il compleanno di tua madre, le avevamo promesso solennemente di passare l'intero fine settimana da lei a Rimini!».

«Accidenti, il latte! È fuoriuscito!», urlò Paola vedendo il liquido bianco schiumare sul fuoco per via della distrazione. Spegne il fornello al volo e si voltò tesa: «Ma che ore sono, per favore?».

Danilo spostò lo sguardo sull'orologio di legno appoggiato sulla mensola della cucina, le cui lancette segnavano le nove spaccate, poi fissò divertito la sua ragazza. 

Paola, muovendosi in preda all'agitazione, si infilò di fretta gli occhiali da vista e corse verso la stanza da letto per iniziare a riordinare le lenzuola, finendo per inciampare goffamente nel grande tappeto di peluche posizionato in mezzo al corridoio.

«Ma insomma, me lo vuoi dire che ore sono? Penso proprio che sia tardissimo!», replicò Paola con affanno, rialzandosi e sistemandosi i capelli bruni.

«Calmati, amore mio, calmati... sono solo le nove», rispose Danilo con un sorriso sornione, andandole incontro e afferrandola delicatamente per i fianchi. «Vedrai che per mezzogiorno saremo a Rimini da tua madre, in perfetto orario per il pranzo».

«Ah, lo so, lo so... ma dobbiamo ancora fare la doccia, preparare le valigie per il weekend, caricare l'auto... non saremo mai pronti!», ripeté lei con il fiatone.

Danilo si mise subito ad aiutarla a piegare i vestiti, stringendosi a lei nella penombra della camera e sussurrandole all'orecchio con un tono dolce e complice: «La camera sarà pronta in un secondo, ci penso io. Ma se hai così tanta paura di far tardi per via della doccia... beh, vorrà dire che la faremo insieme, così risparmiamo tempo».

Paola, improvvisamente sollevata e divertita da quella proposta, gli rivolse un sorriso luminoso, colmo di amore e passione. 

Ama moltissimo il suo Danilo, e sente nel profondo che quel giorno, nonostante la fretta e il latte sul fuoco, è cominciato nel modo più bello possibile. È sinceramente felice.



La via Emilia e l'abbraccio di Rimini

Ore 11:30. L'automobile correva fluida sull'asfalto della via Emilia, lasciandosi alle spalle il casello di Cesena mentre i cartelli stradali indicavano che Rimini e le porte del mare erano ormai a pochissimi chilometri di distanza. 

Paola, seduta sul sedile del passeggero, si voltò di sbieco e notò che Danilo era rimasto silenzioso per tutto il viaggio, completamente sprofondato nei suoi pensieri e con lo sguardo fisso sulla carreggiata. 

Muovendosi con una dolcezza premurosa, la ragazza concluse che dovesse essere semplicemente esausto per via del lavoro: l'ultimo progetto architettonico della Villa Sampieri lo aveva impegnato tantissimo nell'ultimo mese, prosciugandogli ogni energia.

«Danilo, ascoltami... dovresti proprio prenderti un po' di giorni di riposo la settimana prossima», gli disse Paola appoggiandogli una mano affettuosa sulla spalla.

«Perché?», chiese lui, risvegliandosi di colpo dai suoi pensieri e guardandola un secondo attraverso le lenti degli occhiali, un po' stupito da quella premura.

«Non so... ti vedo stanco, preoccupato. Secondo me è colpa dello studio. Giorgio mi sa che fa un po' il furbetto ultimamente, scaricando i lavori più pesanti e i disegni più complessi interamente sulle tue spalle».

Danilo scosse la testa, accennando un sorriso per rassicurarla: «Guarda, Paola, che ti stai sbagliando di grosso. Giorgio è il miglior collaboratore e socio che potessi mai trovare sulla mia strada. Ci conosciamo da anni, lo studio appartiene a tutti e due e i carichi di lavoro ce li dividiamo sempre in modo matematico e giusto. Però, pensandoci bene, devo essere davvero un po' esaurito... ma vedrai che questi due giorni al mare e l'aria salmastra mi rimetteranno completamente in sesto».

Paola, però, non poteva nemmeno immaginare che il suo compagno stesse continuando a pensare intensamente a Lilly. 

Quell'ombra della sua ex compagna bionda lo inseguiva continuamente, senza lasciargli un attimo di pace. 

Paola era dolce, limpida, lo amava con tutta se stessa, ma Danilo sentiva il peso della differenza d'età: dall'alto dei suoi trentadue anni, i ventitré anni della ragazza gli sembravano troppo pochi, quasi una distanza incolmabile. Lilly, invece, era tutta un'altra cosa. 

Non aveva bisogno di nessun ambiente raccolto per brillare: era raffinata, affascinante e dimostrava una maturità straordinaria, ben superiore ai suoi ventisette anni. “Ma ora basta con questi ricordi”, pensò Danilo stringendo il volante con forza. 

Lei lo aveva lasciato per un uomo ricco e nobile, non meritava tutto quel dolore e quel rimpianto.

Persi nel flusso dei pensieri, arrivarono finalmente a destinazione, davanti alla casa della madre di Paola. La donna, ancora giovane, elegante e piacente, corse ad aprire il portone e accolse i due ragazzi con un affetto immenso. 

Aveva sempre amato profondamente sua figlia, rispettando le sue scelte come quella di andare a convivere senza sposarsi, con una comprensione rara, stimate giuste o sbagliate che fossero. 

Si era affezionata moltissimo a Danilo fin dal primo giorno, specialmente da quando la figlia maggiore, Francesca, si era sposata ed era partita per trasferirsi stabilmente a Milano con il marito, lasciandola sola in quella grande casa affacciata sul mare di Rimini. 

Nonostante la solitudine, la donna viaggiava spesso fino a Bologna per trovare la figlia, e aveva finito per voler un bene dell'anima a quel genero silenzioso, accettando e rispettando quel loro legame profondo con una modernità d'altri tempi che scavalca i pregiudizi della provincia.



Paola le porse il pacchetto con il regalo di compleanno e l'abbracciò forte, visibilmente commossa: «Auguri, mamma! Ti vogliamo un bene infinito».

«Anche io vi amo, tantissimo... e voglio un bene immenso a tutti e due, cari ragazzi miei», rispose la madre stringendoli entrambi al petto, per poi appoggiare il pacchetto sul tavolo di legno del soggiorno, decidendo di aprirlo solo dopo il pranzo. 

Poi, voltandosi dritto verso Danilo con gli occhi lucidi, gli prese delicatamente le mani: «Sono davvero felice, Danilo, che tu abbia portato una ventata di vera serenità nella nostra vita, e specialmente nel cuore di Paola. 

Dopo che mio marito ci ha lasciate per un'altra donna e che Francesca è partita per il nord con la sua nuova famiglia, questa casa era diventata troppo silenziosa. Ora ci sentiamo meno sole. È così bello vedervi così uniti, e sapere che vi vogliate questo bene così grande».

La donna fece una breve pausa, guardandoli con orgoglio: «Sapete, ho sempre rispettato le scelte e l'indipendenza di mia figlia, e ho sempre desiderato unicamente la sua felicità e la sua pace. 

Paola ha sofferto molto in passato per via delle sue insicurezze e delle prove che la vita le ha messo davanti, ma sento che con te, Danilo, sta finalmente vivendo una vita stupenda, protetta e bellissima».

«Mamma, ti prego, interrompi questo discorso!», esclamò Paola arrossendo leggermente e accennando un sorriso protettivo. «Ci stai mettendo un po' in imbarazzo, e specialmente stai rendendo timido il nostro Danilo».

«Ma no, Paola, lascia parlare tua madre», intervenne subito Danilo, stringendo dolcemente la mano della ragazza sotto il tavolo. «Tua madre sta dicendo delle parole bellissime, piene di una sensibilità rara che mi commuove nel profondo. Oggi è davvero un giorno di pura felicità».



Il riflesso nella fontana

Fuori dalle grandi finestre della casa di Rimini, il mare d'inverno appariva di un blu incredibilmente intenso, e anche il sole d'inizio dicembre splendeva alto nel cielo, regalando un calore splendente e anomalo, davvero strano per quella stagione dell'anno. 

Per tutto il pomeriggio, lasciandosi alle spalle ogni ombra, i due ragazzi si rincorsero sulla spiaggia, ridendo a squarciagola e lasciando le proprie impronte nella sabbia umida, sotto gli occhi divertiti della madre e dei pochissimi passanti che passeggiavano sul bagnasciuga deserto.

La sera, poi, volò via leggera: un cinema in centro, una pizza calda in una trattoria tipica e poi, quasi senza accorgersene, scoccò la mezzanotte. Con il passare delle ore il freddo si fece più intenso e pungente. 

Camminando lungo le strade strette e acciottolate della città romagnola, Paola si strinse con forza al braccio del suo ragazzo per cercare riparo dal gelo. La luna splendeva alta, limpida e fiera nel cielo stellato. A un tratto, si fermarono in silenzio davanti a una vecchia fontana di pietra.

Danilo si chinò in avanti per bere un sorso d’acqua fresca, ma alzando di poco lo sguardo verso la superficie ondulata della vasca, vide specchiato nel riflesso il volto di Paola, reso argenteo dalla luce lunare. 

In un millesimo di secondo, a quel viso pulito, si sovrappose pian piano l'immagine nitida di Lilly. Travolto da quell'allucinazione del passato, Danilo si raddrizzò di scatto, si avvicinò alla giovane Paola e la baciò quasi con violenza sulla bocca. 

Non era affatto il solito bacio tenero e pieno d'amore a cui lei era abituata; era un bacio fatto di rabbia repressa, di profonda malinconia, che lasciò sulle labbra uno strano, amaro sapore di cose non dette.

Si staccarono in fretta, confusi da quel tumulto improvviso, e in poco tempo raggiunsero la casa della madre dove erano ospitati per la notte. 

Ma in quelle ore di buio, Paola non riuscì assolutamente a chiudere occhio. Ormai ne era del tutto sicura: Danilo nascondeva qualcosa dentro di sé, un segreto doloroso che lo tormentava da troppo tempo. 

Incapace di rimanere immobile nel letto, la ragazza si alzò nella penombra della camera e si avvicinò alla finestra. Si accese una sigaretta, inspirando il fumo caldo mentre guardava la falce di luna che imbianca i tetti e la spiaggia con la sua luce spettrale. 

Da quella posizione vedeva il mare calmo in lontananza e, improvvisamente travolta da una profonda ondata di tristezza e solitudine, si sentì quasi morire dentro, sospesa nel vuoto di un amore che non riusciva a decifrare.

Arrivò il lunedì mattina, portando con sé i ritmi serrati della settimana. Paola uscì di casa prestissimo, quando la città era ancora avvolta nella nebbia, per raggiungere il negozio di abbigliamento dove lavorava a Bologna: doveva preparare con cura la grande vetrina per le imminenti feste di Natale, sistemando luci e decorazioni.

Danilo, invece, si svegliò più tardi; uscì di casa intorno alle dieci e raggiunse lo studio di architettura con il viso visibilmente stanco, segnato dalle occhiaie e dalla notte insonne. 

Non appena varcò la soglia, la voce allegra e squillante di Giorgio, il suo socio, giunse dritta fino a lui dalla stanza del bagno, dove l'uomo era intento a lavarsi le mani dopo aver sistemato dei vecchi faldoni. 

Giorgio uscì poco dopo, asciugandosi le dita con uno straccio pulito, si fermò davanti alla scrivania e lo scrutò attentamente in viso con un'espressione perplessa.

«Ehi, Danilo... sei già di ritorno?», esclamò Giorgio, appoggiando lo straccio sulla sedia. «Speravo che questi due giorni al mare ti avessero rigenerato, ma a giudicare dalla faccia che hai stamattina... beh, non direi proprio che sia andata così!».

Danilo fece un breve e freddo cenno con il capo, mettendosi a sistemare i fogli da disegno sul tavolo senza guardarlo negli occhi: «Infatti non è andata così, Giorgio. Lasciamo stare».

Giorgio si avvicinò di un passo, abbassando il tono della voce per non farsi sentire dai collaboratori nelle altre stanze, e lo fissò con sincera preoccupazione fraterna: «Senti, Danilo, a me non la racconti giusta. Tu hai qualcosa di grosso che ti tormenta l'anima, e io l'ho capito ormai da diversi giorni. Non sei più lo stesso di prima, sei perennemente distratto. Dimmi la verità... ci sono problemi con Paola? Avete per caso litigato durante il fine settimana?».

«No, Giorgio... non abbiamo litigato, non è questo», rispose Danilo con un filo di voce stanca, passandosi una mano calda sulla fronte mentre si sedeva pesantemente sulla poltrona dell'ufficio. 

«Sento solo di essere finito in una specie di crisi profonda. Forse è colpa della stanchezza accumulata in questi mesi... Sì, ne sono sicuro, è solo questa maledetta stanchezza che mi sta logorando. Pensa che negli ultimi tempi non riesco neanche più a dormire la notte, rimango ore a fissare il soffitto nel buio».



Il crollo nello studio

Giorgio, che conosceva il suo amico e socio da secoli, ne scrutò il profilo teso e capì all'istante che era meglio non fare troppe domande, né scavare in un dolore che Danilo non era ancora pronto a tirare fuori. 

Si avvicinò alla scrivania e si rivolse nuovamente a lui, modificando il volume della voce con un tono infinitamente più dolce, paterno e comprensivo: «Senti, Danilo, ascoltami bene... a questo punto è davvero meglio che tu ti prenda qualche giorno di riposo assoluto. 

Devi staccare la spina e lasciare perdere il lavoro per un po'. Non pensare al progetto della Villa Sampieri: anche se i disegni e le planimetrie aspetteranno almeno una settimana sulla carta, ti assicuro che non succederà nulla di grave. 

Se dovesse essere il caso e se i committenti dovessero fare pressioni, andrò io di persona a parlarne con il Conte. Vedrai che capirà la situazione senza problemi, ci penso io a gestire la cosa».

Danilo sollevò lo sguardo verso il suo socio, con gli occhi lucidi di sincera gratitudine per quel gesto di protezione fraterna: «Sei un amico vero, Giorgio... hai proprio ragione. Seguirò il tuo consiglio: prenderò un po' di giorni di ferie a partire da questo momento. 

Ora spengo le luci e me ne vado direttamente a casa a riposare. Ti chiedo solo un favore immenso: se dovesse venire qui Paola a cercarmi a mezzogiorno... beh, dille semplicemente che aveva ragione lei, e che l’aspetterò a casa», concluse Danilo con un sospiro, stringendo la mano al suo socio.

In meno di un minuto si ritrovò fuori dallo studio, a passeggiare a passo lento e svogliato per le vie del centro storico di Bologna. 

Sopra le torri il cielo era pesantemente grigio, plumbeo, e l'aria faceva quasi freddo, penetrando fin sotto i vestiti. 

Nonostante il gelo pungente, la città si stava preparando con un calore speciale alle imminenti feste di Natale: i negozi storici, rimasti aperti per l'occasione, regalavano ovunque sensazioni allegre di festa, luci colorate e una diffusa curiosità tra i passanti. 

Lungo i portici, alcuni Babbo Natale camminavano lentamente tra la folla agitando campanelli d'ottone, raccogliendo soldini nelle cassettine di latta e ascoltando i desideri e le richieste dei bambini, che correvano allegri e sempre sorridenti.

Ma nel cuore di Danilo, in netto contrasto con quel clima festivo, c'era solo una tristezza infinita, un vuoto che sembrava schiacciarlo. Era talmente assorbito e preso dai suoi pensieri tormentati che camminava a testa bassa, senza accorgersi minimamente della persona che, sul marciapiede, si fermò di scatto proprio davanti a lui.



«Danilo?».

Danilo si bloccò di colpo, come folgorato da una scarica elettrica. Sbarra gli occhi. No, non era possibile. Quella voce la conoscerebbe tra un milione. 

Lilly era lì, in piedi di fronte a lui, avvolta in un cappotto elegante, più bella e affascinante che mai. Il cuore nel petto di Danilo ricominciò a battere all'impazzata, travolto dal senso di colpa, da una pura gioia e da un'immensa sorpresa.

«Lilly... tu qui a Bologna?», riuscì solo a sussurrare, con il fiato corto.

«Sono venuta per le vacanze, dopotutto è quasi Natale, sai?», rispose lei, sistemandosi un ciuffo di capelli biondi. «Stefano è partito improvvisamente per motivi di lavoro in Libia, e non farà ritorno a casa prima di febbraio. 

Così mi sono ritrovata completamente sola in quella grande casa... Solo per questo ho preso un treno e ho deciso di venire a Bologna a trovare i miei genitori per le feste. Ti confesso, Danilo, che avevo una voglia matta di vederti, e a quanto pare il mio desiderio è stato esaudito dal destino. E dimmi, come va? Ti trovo abbastanza bene...».

«Sì... cioè, forse mi vedi un po' strano ed emozionato perché non mi aspettavo minimamente di rivederti dopo tutto questo tempo», rispose Danilo con la voce che gli tremava leggermente. 

«Senti, posso offrirti qualcosa da bere? Andiamo in un bar qui dietro, così potremo parlare un po' più tranquillamente. Ne conosco uno molto carino e appartato proprio qua vicino».

Si avviarono a passi rapidi, cercando riparo dal freddo. 

Poco più tardi, seduti all'interno del bar intimo e riscaldato, Lilly si ritrovò di fronte a due tazze fumanti di caffè e cominciò a raccontare di sé, della sua nuova vita lussuosa e dei mesi trascorsi con Stefano. 

Ma Danilo, in realtà, non riusciva ad ascoltare una singola parola di quel discorso: i suoi occhi vedevano solo i lunghi capelli biondi di lei, così lucenti sotto le lampadine del locale, e quegli occhi azzurri, limpidi e profondi, dove gli sembrava quasi di specchiarsi esattamente come faceva tanto tempo fa, ai tempi del loro amore.

«Sai, Danilo...», continuò Lilly, risvegliandolo dal suo stato di incredulo stupore con un tono improvvisamente malinconico. «Io non sono affatto felice con Stefano».

«Perché? Hai praticamente tutto con lui, no?», le disse Danilo con una punta di sottile ironia, ma fissando il suo volto con un'infinita dolcezza.

«Mi trascura continuamente... è sempre troppo impegnato con i suoi affari, con lo studio e con il suo lavoro che lo porta lontano, in altre parti del mondo. Viaggia tanto, troppo. Certo, mi ricopre continuamente di regali costosi, mi dà tutto ciò che voglio dal punto di vista materiale, ma... ma non è la stessa cosa, Danilo. Non è come quando stavo con te».

“Allora... allora mi rimpiange ancora? Forse mi ama ancora nello stesso modo in cui la amo io?”, pensò Danilo, sentendo una fiammata riaccendersi prepotentemente nel petto. 

Travolto da quell'illusione, dalla sua bocca uscirono parole d'impulso, senza riflettere minimamente sulle conseguenze: «Lilly... Io non ti ho mai dimenticata, nemmeno per un solo giorno. Ricordo ancora a memoria ogni singolo istante dei nostri cinque meravigliosi anni trascorsi insieme in quella casa. Ora... ora vivo con una ragazza, si chiama Paola. Ha solo ventitré anni, le voglio un bene dell'anima, ma...».

Danilo non riuscì a terminare la frase. Lilly, incurante del bar, della gente intorno e di tutto il resto, si sporse improvvisamente sul tavolino, riducendo lo spazio tra i loro corpi. 

Gli si avvicinò fin quasi a fargli sentire il profumo della sua pelle e lo baciò con passione sulla bocca, zittendo ogni suo dubbio nella penombra del locale.

«Anch'io non ti ho mai scordato, Danilo...», sussurrò Lilly, staccandosi lentamente dalle sue labbra, mentre il baccano del bar sembrava svanire nel nulla. 

«Pensa che il tuo ricordo, specialmente negli ultimi tempi, mi ha tormentata tantissimo. Stefano lo sento così lontano da me, ormai... invece qui, vicino a te, sento che tutto torna ad avere un senso. Sai, mi piacerebbe davvero ritornare insieme, ritrovarci esattamente come un tempo».

«Anch'io lo vorrei...», rispose Danilo, sentendo il cuore battere all'impazzata. 

Ma dentro di sé, un attimo dopo, venne travolto da un senso di colpa improvviso: “Ma Paola? Cosa le dico adesso? Come faccio con lei?”

Pensò che per il momento fosse decisamente meglio tacere, non aprire ferite e prendere tempo. 

Si voltò verso Lilly e le prese le mani: «Vediamoci di nascosto, Lilly. Scegliamo un posto discreto nei prossimi giorni per capire bene cosa ci lega ancora, per scoprire se i nostri sono solo rimpianti nostalgici del passato o se invece è il nostro grande amore che è tornato a vivere. Se capiremo che siamo fatti l'una per l'altro, allora non ci nasconderemo mai più e lo diremo apertamente a tutti, senza paura».

Danilo pensava nel profondo del cuore che quella fosse la scelta più giusta e coerente da fare. Chiuse gli occhi, scacciò ogni fantasma e si chinò in avanti per baciare nuovamente quella meravigliosa e bionda creatura nella penombra del locale.

Nel frattempo, ignara di tutto, Paola raggiunse a passi rapidi lo studio di architettura a Bologna. Varca la soglia della stanza e trovò Giorgio seduto alla scrivania, intento ad addentare un panino con molto gusto durante la pausa pranzo.

«Ciao, Giorgio...», esclamò Paola guardandosi intorno con apprensione. «Danilo non c'è?».

L'uomo si alzò prontamente dalla sedia, ripose il panino sul tovagliolo di carta e andò incontro alla ragazza con un'espressione comprensiva: «No, Paola, non c'è. È uscito presto stamattina. Diceva di non stare affatto bene, lo vedevo teso, e così l'ho caldamente consigliato di tornarsene a casa e di prendersi una piccola vacanza per riposare. Credo proprio che a quest'ora sia nell'appartamentino vostro. Ma dai, vieni, accomodati un attimo qui con me».

«No, Giorgio, preferisco tornare a casa anch'io da lui», rispose Paola scuotendo la testa, stringendosi la borsa al petto. «Ti confesso che sono davvero molto preoccupata per le sue condizioni».

«Davvero Paola. Hai perfettamente ragione a preoccuparti, ti capisco», replicò Giorgio abbassando il tono di voce. «Ultimamente Danilo è diventato così strano, un po' assente... come se la sua mente pensasse costantemente ad altro. Senti, non voglio assolutamente impicciarmi dei fatti vostri, ma per caso è successo qualcosa di grave fra di voi in questo fine settimana al mare?».

A Paola, in un primo momento, sembrò poco discreto e quasi inopportuno parlare dell'improvvisa e gelida freddezza di Danilo con Giorgio; ma poi considerò anche che quell'uomo era in assoluto il loro più caro amico, una colonna solida che li aveva aiutati con generosità nei momenti più difficili all'inizio della loro convivenza. 

Così, decise di aprirsi e gli spiegò l'origine di tutte quelle stranezze che la facevano soffrire: «Capisci, Giorgio? Da qualche tempo mi ritrovo davanti un uomo completamente indifferente, assente, freddo. Ho una paura matta che lui non mi ami più... Non è più quel dolce ragazzo pieno di attenzioni e di premure che ho conosciuto. Nel profondo del mio cuore, ho il terribile presentimento che lui abbia un'altra donna».

Giorgio fece un passo avanti, le prese affettuosamente le spalle e le rivolse un sorriso rassicurante per scacciare quel brutto pensiero: «Ma che vai a pensare, Paola! Danilo ti ama ancora, ne sono assolutamente sicuro. Può darsi benissimo che la sua sia solo una forte crisi passeggera dovuta al troppo lavoro o a un momento di stanchezza, ma sono convinto che questo brutto periodo passerà in fretta. Tu stagli vicino e vedrai che tutto si sistemerà».



La tempesta sulle colline e il segreto svelato

Poi, muovendosi con decisione, Giorgio prese Paola sottobraccio, tolse il suo pesante giubbotto dall'attaccapanni all'ingresso dello studio e si avviò insieme a lei verso l'uscita: «Andiamo subito a casa vostra, Paola. Parleremo direttamente con Danilo, così sistemo io questa faccenda una volta per tutte e vedremo finalmente cos'è, cos'è che lo tormenta da giorni in questo modo».

Nel frattempo, a molti chilometri di distanza, Lilly e Danilo si trovavano già fuori città, isolati sulle colline circostanti a fare l'amore, mentre i primi rigagnoli di pioggia e i fiocchi di neve aumentavano sempre di più, battendo con un rumore ritmico e fitto sulla capotta tesa dell'auto. 

Finita la passione, Lilly si strinse ancora di più al corpo di Danilo, sussurrandogli sul collo con un filo di voce: «Forse... forse ti amo ancora proprio come prima, Danilo».

«Anch'io, amore mio... Credo che tutto tornerà esattamente come un tempo», rispose lui a mezza voce. Eppure, nella sua stessa voce, risuonava una nota stonata, un'incertezza profonda che lo rendeva strano, quasi distante. 

Danilo guardò il perfetto e bellissimo viso dell'amante sotto la luce grigia del finestrino appannato e, chissà perché, nei suoi occhi azzurri vide riflessi per un attimo quelli grigi e dolci di Paola. 

All'improvviso, un forte senso di colpa, simile a una piccola morsa gelata, lo colpì dritto allo stomaco, togliendogli il respiro.

Intanto, Paola e Giorgio arrivarono all'appartamento di periferia, ma in casa non trovarono nessuno. 

Preoccupati, si rimisero in auto e cercarono Danilo ovunque per tutta Bologna, telefonando ad alcuni amici e controllando nei posti dove l'uomo suole andare di solito, ma ogni tentativo si rivelò del tutto vano. 

Ormai si era fatto tardi, e Giorgio riaccompagnò a casa la ragazza, lasciandola sotto il portone del palazzo: «Ascoltami, Paola, può darsi benissimo che sia tornato di nuovo allo studio nel frattempo. Tu non preoccuparti, adesso vado là a controllare di persona e ti farò sapere qualcosa per telefono non appena ho novità. Ciao, stai su».

Paola salì in fretta e con il cuore in gola le scale di casa, infilò la chiave ed entrò nell'appartamento, ma Danilo non c'era. Per tutto il pomeriggio l'uomo non tornò neanche al lavoro; la ragazza, per aspettarlo, si rimise seduta vicino al telefono sul tavolo, cercandolo di nuovo disperatamente tra tutti i loro amici.

Sono già le nove di sera passate quando Danilo fece finalmente ritorno a casa. Varcando la soglia, trovò la sua ragazza in compagnia di Lorena, un’amica carissima di entrambi che era rimasta lì ad aspettarlo per non lasciarla sola. 

Non appena lo vide entrare, Paola gli corse incontro con le lacrime agli occhi, gettandosi letteralmente tra le sue braccia: «Danilo! Dio mio, come sono stata in pena per te! Avevo una paura matta che ti fosse capitato qualcosa di brutto sulla strada... Ho persino telefonato disperata ai carabinieri e al pronto soccorso dell'ospedale! Ma dove sei stato fino a quest'ora? Cosa ti è successo?».

«Scusami, amore mio... scusami se ti ho fatto stare così tanto in pena», rispose Danilo stringendola debolmente e accarezzandole i capelli bruni. «Ma avevo un disperato bisogno di stare un po' da solo a pensare, e nella confusione mi sono completamente scordato di avvertirti».

Paola gli sollevò il viso con le mani: «Possiamo parlarne se vuoi, Danilo? Se hai qualche problema grosso nello studio o dentro di te lo risolviamo insieme, lo sai che puoi contare su di me per qualsiasi cosa. Lo sai che ti voglio un bene dell'anima...».

«Ma no, Paola, non è nulla, è una cosa da niente... tu non puoi capire adesso», la interruppe lui, distogliendo lo sguardo. «Te lo spiegherò con calma quando questo brutto periodo sarà del tutto passato. Ma ora, ti prego, non piangere più. Va' in bagno a rinfrescarti il viso che lo vedo così tirato dal nervoso, intanto sto io qui in salotto a fare un po' di compagnia a Lorena».

Non appena la porta del bagno si chiuse e i due rimasero finalmente soli nella stanza, Lorena si voltò di scatto e guardò Danilo con furore e indignazione negli occhi, affrontandolo a muso duro: «Sei proprio un mascalzone, Danilo! Ti ho visto, sai? Oggi pomeriggio eri in auto con Lilly! Eravate fermi al semaforo del centro e lei ti stava baciando sulla bocca!».

Danilo sbarrò gli occhi, teso, alzando le mani: «Aspetta, Lorena... ti prego, non è affatto come credi tu!».

«Ah, non è come credo io?», ringhiò Lorena a mezza voce, avvicinandosi al suo viso.

«Non urlare adesso, prima che Paola ti senta dal bagno!»

«Non ti preoccupare, io ci tengo a quella ragazza e non ci penso neanche a dirglielo e a spezzarle il cuore. Ma spero solo, per il tuo bene, che tu non combini dei guai irreparabili. Sei grande abbastanza da dover capire i tuoi veri sentimenti, Danilo. Lascia perdere quel passato con Lilly... quel passato che non può e non deve tornare mai più!».

«Lilly si sta riprendendo il tuo passato, Danilo... non rovinare tutto quello che hai costruito per un semplice capriccio estemporaneo», continuò Lorena a mezza voce, fulminandolo con lo sguardo. 

"Forse... forse Lorena ha maledettamente ragione”, pensò Danilo nel profondo della sua anima, sentendosi in quel preciso momento come un autentico verme. «Ascoltami, Lorena... ti prego, senti...».

«No, Danilo, non voglio sentire assolutamente nulla adesso!», lo bloccò Lorena, udendo dei passi decisi provenire dal corridoio. «Sta rientrando Paola dal bagno. Non parliamo più di questo argomento per ora, ma cerca di agire per il meglio, prima che sia troppo tardi».

In quel momento esatto la porta si aprì ed entrò Paola che, con il suo solito sorriso dolce, invitò Lorena a fermarsi a cena con loro. La ragazza accettò volentieri pur di vigilare sulla situazione e, subito dopo cena, li raggiunse anche Giorgio. 

E così la serata passò in un'atmosfera apparentemente serena, densa di risate scacciapensieri che servivano solo a mascherare la tensione sotterranea. 

Ma nei giorni seguenti, approfittando del fatto che Lilly si trovava a Bologna a casa dei suoi genitori per le feste natalizie, lei e Danilo continuarono a incontrarsi di nascosto sempre più spesso.



La cenere a terra

A quel punto Lorena capì che i due amanti si vedevano ormai quotidianamente; decise quindi di mettere immediatamente al corrente Giorgio. 

Il socio cercò in tutti i modi di parlarne a quattr'occhi con l'amico, ma Danilo, visibilmente infastidito, cambiava volutamente argomento ogni volta che Giorgio accennava alla questione. 

D'altro canto, avvertire Paola di tutta la faccenda sarebbe stato un passo troppo doloroso, e né Lorena né Giorgio trovavano il coraggio di spezzarle il cuore in quel modo.

Così, i due amici pensarono di fare del bene stringendosi attorno a Paola, standole costantemente vicini con una presenza assidua. 

La ragazza si stupiva quasi di tutta quella costanza, di quella continua presenza protettiva e del fatto che i due cercassero di organizzare uscite di gruppo ogni singola sera, prolungandole fino al mattino, pur di non lasciarla sola con i suoi sospetti e con Danilo.

Fino al mattino in cui, all'interno dello studio di architettura, Danilo e Giorgio finirono per litigare ferocemente.

«Vorrei proprio sapere che diavolo mi combini in questi giorni, Danilo!», lo aggredì Giorgio a muso duro, sbattendo un pesante faldone sulla scrivania. «Sei diventato insopportabile, sei presente ovunque con la testa tranne che sui progetti! Questa storia sta prendendo in giro tutti quanti, e specialmente stai prendendo in giro te stesso! La stai tradendo spietatamente con Lilly, e Paola non si merita affatto una porcheria del genere!».

«Tu non devi impicciarti delle mie faccende personali, hai capito?», ringhiò Danilo scattando in piedi, con gli occhi fuori dalle orbite. «Vorrei solo farti capire che sei tu che stai commettendo un errore madornale a comportarti in questo modo con me!».

«Ma io voglio solo farti evitare un disastro...».

«Niente! Tu non devi farmi capire proprio un bel niente! Fatti gli affari tuoi, Giorgio! Perché io e Lilly abbiamo intenzione di tornare insieme presto, molto presto. E sistemerò la faccenda con Paola a modo mio, non ti preoccupare! Anzi, forse è meglio che me ne vada a casa oggi, non ti sopporto più!».

«Va bene, è molto meglio che tu te ne vada!», gli rispose subito Giorgio, bianco in volto per la rabbia.

«Lasciamo perdere, Giorgio. Ormai non riusciamo più neanche a essere amici, è del tutto inutile. Trovo persino ridicolo continuare a tenere le mie cose di lavoro in questo studio. Ci dividiamo, socio. Ognuno per la sua strada».

Giorgio, in realtà, non voleva credere a ciò che stava dicendo il suo storico compagno, ma Lilly aveva ridotto Danilo in uno stato di tale cecità che l'indignazione e una profonda pena si fecero largo nel suo cuore.

«Sei solo un imbecille, Danilo!», gli gridò Giorgio con disprezzo. «Un povero diavolo che si pentirà amaramente di ciò che sta facendo. Stai perdendo un vero amore e dei veri amici per inseguire un miraggio del passato. Mi fai solo una gran rabbia! Ti auguro solo di non perderti mai del tutto dietro a questi tuoi assurdi colpi di testa!». 

E se ne andò uscendo dall'ufficio, sbattendo la porta alle spalle con una violenza tale da far tremare le pareti di cartongesso.

Rimasto solo nel silenzio dello studio, Danilo fece un respiro profondo. Con un gesto di pura rabbia afferrò il pesante posacenere di vetro sulla scrivania e lo scagliò a terra con forza. 

Fissò immobile quella fuliggine scura e la cenere che volavano nell'aria, posandosi lentamente sul pavimento lucido. Poi, con le gambe che gli tremavano, si sedette sul divano di pelle, appoggiando le mani sul viso. 

Ormai aveva deciso il suo futuro, il dado era tratto. Non sapeva neanche se avesse fatto bene o no a distruggere tutto, ma tornare indietro gli pareva un'impresa impossibile, ora che nella sua vita era rientrata Lilly.

Più tardi, camminando a passi rapidi lungo le strade fredde di Bologna, Danilo provò in tutti i modi a convincersi di avere ragione, a credere che la rottura con il suo socio fosse stata ormai inevitabile. 

Ma dentro di sé, come un veleno sottile che scorre nel sangue, pulsava sempre quella sensazione strana e schiacciante: la morsa gelata tipica di chi sa, nel profondo della propria anima, di aver commesso una colpa imperdonabile. 

Entrò nell'appartamento di periferia in totale silenzio, non accese nemmeno una lampadina e si sedette sul divano, sprofondando nel buio più totale della stanza.

È proprio così, immobile nella penombra, che lo trovò Paola la sera stessa, quando fece ritorno dal lavoro. La ragazza aprì la porta, accese la luce del corridoio e si avvicinò a lui a passi lenti, lasciando cadere per terra la borsa della spesa per lo stupore.

«Danilo... Dio mio, cosa è successo? Ti senti male?», gli chiese Paola con la voce tremante, profondamente preoccupata per quel silenzio inquietante.

«No, no... non mi sento male. Ho solo litigato ferocemente con Giorgio e abbiamo rotto definitivamente la società», rispose lui con un tono gelido, senza guardarla in faccia. «Ne ho fin sopra i capelli di lavorare con quel presuntuoso».

Paola sbarrò gli occhi, incredula: «Ma non è possibile, Danilo! Non potete aver fatto un macello del genere... e per cosa, poi? Siete sempre andati così d'accordo in tutti questi anni, eravate come fratelli!».

«Sono unicamente fatti miei, Paola!», sbottò lui scattando in piedi con una rabbia improvvisa che le fece fare un passo indietro. «Ora ti prego, non ci metterti anche tu e non tormentarmi più!».

La ragazza si bloccò sul posto. 

Non aveva mai visto il suo Danilo così aggressivo; per la prima volta sentì una sottile paura e, mossa da un istinto di pura protezione, si avvicinò per accarezzarlo. 

La sua mano scivolò dolcemente sulla testa bruna del ragazzo per calmarlo, ma Danilo ebbe una reazione inaspettata e violenta. 

Quella tenerezza pulita gli bruciava letteralmente sulla pelle a causa del senso di colpa; con un gesto secco e nervoso le sposto la mano di colpo, come per scacciare la tentazione profonda di cedere a quel tatto e di abbracciarla.

«Smettila con queste scemate! Non toccarmi!», le gridò Danilo sul viso.

«Ma io volevo solo...».

«Basta! Oggi non riesco a sopportare nessuno, e non sopporto neanche te! Esco, ho un disperato bisogno di respirare un po' d'aria. Non aspettarmi alzata stanotte!».

«Aspetta, Danilo! Ti prego, aspetta!», urlò lei, ma la porta d'ingresso gli si chiuse in faccia con un colpo violento che fece tremare i vetri. 

Lui era già sparito, scendendo a passi rapidi le scale del palazzo.

Paola sentì un groppo amaro in gola che le toglieva il fiato. Avrebbe voluto urlare per la disperazione, ma si fece forza e cercò di riprendere il controllo. 

Con le dita che le tremavano per il pianto, pensò subito di telefonare a Giorgio per capire cosa fosse realmente successo in ufficio, e compose il numero sul quadrante del telefono.

Intanto, Danilo attraversò la città e raggiunse a tarda notte la casa di Lilly. Bussò al portone con insistenza ed fu lei in persona, avvolta in una vestaglia leggera, ad aprirgli nell'oscurità del corridoio.

«Che sorpresa, Danilo! Non ti aspettavo di certo a quest'ora della notte... ma vieni, entra subito, fuori si gela».

«Sono venuto da te perché questa notte non riuscivo in nessun modo a stare lontano da queste stanze... sempre che tu mi voglia ancora, Lilly», sussurrò lui con la voce rotta dalla stanchezza.

«Sciocco... Certo che ti voglio, non ho mai smesso!», gli rispose lei con gli occhi lucidi, gettandogli con passione le braccia al collo. 

Si strinsero in un grande, disperato abbraccio che per Danilo sapeva di puro conforto, e la pesante porta di legno si chiuse alle loro spalle, tagliando fuori tutto il resto del mondo.



Dopo una notte interamente insonne, passata a piangere e a tormentarsi nel letto vuoto, la mattina del martedì Paola si presentò regolarmente al lavoro nel negozio in centro. 

Era visibilmente distrutta e, pur sforzandosi, non riusciva a concludere niente, commettendo continui errori con i clienti. 

Il proprietario della boutique, vedendola così pallida e sofferente, si avvicinò con gentilezza e le permise di tornarsene a casa in anticipo, convinto che stesse covando una brutta influenza.

Poco più tardi, la ragazza si ritrovò sulla strada del ritorno, camminando a testa bassa sotto i portici. Intorno a sé notava solo persone allegre, felici per lo shopping natalizio, in totale contrasto con il suo inferno interiore. 

Era così immersa nel suo dolore che non si accorse nemmeno della figura di Lorena che le correva dietro, raggiungendola con una corsa affannosa e il fiato corto.

«Paola! Paola, ti ho vista da lontano!», esclamò l'amica fermandosi davanti a lei per riprendere fiato. «Come mai sei in giro a quest'ora? Non dovresti essere al negozio?».

«Oh, Lorena... sono uscita prima perché... perché non ce la facevo più...», rispose lei con un filo di voce, e un millesimo di secondo dopo scoppiò a piangere dirottamente, nascondendo il viso tra le mani.

Lorena capì tutto al volo. Con affetto la strinse in un abbraccio forte e disse velocemente: «Ho capito, si tratta di Danilo, vero? Vieni, vieni via con me da questo marciapiede. C'è una birreria molto tranquilla e appartata qui vicino. Mi racconterai ogni cosa con calma, senza fretta».

Sedute all'interno del locale, con gli occhi rossi e gonfi di pianto, Paola mise finalmente al corrente Lorena di tutto il terribile litigio della sera precedente. 

Le raccontò del fatto che Danilo, per un inspiegabile colpo di testa, avesse rotto improvvisamente la società storica con Giorgio trattandolo con una freddezza inaudita, senza che lei riuscisse a comprendere per quale misterioso motivo il suo uomo stesse distruggendo la sua stessa vita.


Il verdetto della birreria

In quel preciso momento, forse per uno strano, beffardo e crudele scherzo del destino, Danilo e Lilly entrarono per caso proprio in quella stessa birreria di Bologna. 

Avanzarono ridendo verso i tavoli, senza accorgersi minimamente delle altre due ragazze che erano già sedute nell'ombra e che li fissavano immobili, colti da un subitaneo congelamento del sangue. 

I due amanti si accomodarono poco lontano, ordinando tranquillamente da bere, continuando a ridere e a parlarsi felicemente, del tutto ignari della presenza di Paola e Lorena.

Ma per Lorena quella fu in assoluto la goccia che fece traboccare il vaso. Davanti a quell'evidenza così spietata e sfacciata, decise che non avrebbe più taciuto: si voltò verso Paola e le raccontò tutta la verità, descrivendole come stavano realmente le cose e di quella tresca clandestina che durava ormai da giorni. 

Paola ascoltò ogni singola parola in totale silenzio. Fu un silenzio pesante, squarciato da un dolore immenso che la rese temporaneamente incapace di reagire, di muoversi o di gridare.

Dall'altro lato del locale, Danilo e Lilly finirono di bere i loro calici e si girarono verso l'uscita per andarsene. 

Fu proprio in quel millesimo di secondo che i loro sguardi si incrociarono. Danilo incrociò due grandi occhi grigi e profondamente tristi che lo fissavano dritti in faccia da un tavolo posto in angolo. 

Un'improvvisa, violenta morsa allo stomaco lo colpì con la forza di un pugno, togliendogli il respiro. 

In quell'istante esatto, Paola si alzò lentamente dalla sedia ed uscì dal bar a passo rapido, senza guardare in viso nessuno, stringendosi nel cappotto per proteggersi dal gelo e dagli sguardi.

Danilo fece scattare le gambe per inseguirla e bloccarla sul marciapiede, ma Lorena lo fermò di colpo, afferrandolo saldamente per un braccio. 

Lo guardò dritto negli occhi, sputandogli in faccia tutto il suo disprezzo: «Contento, Danilo? Ora lei lo sa. Non hai neanche più bisogno di inventare scuse o di dirglielo, e non avrai nemmeno la paura di doverle confessare la tua sporca tresca di nascosto!». 

Poi, voltandosi con furia verso Lilly, ringhiò: «E tu? Non eri abbastanza contenta dei soldi e dei lussi di Stefano? Non ti bastavano i suoi regali facili? Volevi riprenderti anche lui, senza avere il minimo rispetto per Paola, per quella povera ragazza che lo ama con tutta se stessa?». 

Lorena li squadra entrambi da capo a piedi con profondo disgusto: «Fate proprio una bellissima coppia, voi due». Si voltò e se ne andò furiosa nella nebbia, lasciandoli sbigottiti, muti e completamente sconvolti in mezzo al locale.

Rimasti soli sul marciapiede, Lilly ruppe il silenzio con una voce tremante di paura e rimorso: «Danilo... Io non volevo affatto che succedesse in questo modo, non volevo che lei ci scoprisse così...».

«Aspettami qui, Lilly... ti prego», rispose Danilo con il fiatone, tormentandosi nervosamente le mani. «Ora vado subito a casa. Devo andare a parlare con lei da solo. Poi ti verrò a prendere, andrà tutto bene, vedrai. Paola è una ragazza intelligente, matura... capirà la situazione».

Mentre camminava a passi affannati verso l'appartamento di periferia, Danilo ripensò a quello che aveva appena fatto e si sentì un'autentica, misera carogna. 

Solo quando salì di corsa su per le scale del palazzo e varcò la soglia di casa, si accorse di avere il viso interamente rigato dalle lacrime.

In camera da letto, Paola era china sul materasso insieme a Lorena, intenta a preparare le valigie in fretta. Danilo entrò nella stanza a passi felpati e guardò le due ragazze in silenzio. 

Lorena, senza dire una sola parola, afferrò la sua giacca, uscì nel corridoio e si chiuse la porta della camera alle spalle, lasciandoli soli per il confronto finale.

«Paola... Io ti chiedo perdono nel profondo del cuore», cominciò Danilo con la voce rotta dai singhiozzi, avvicinandosi lentamente al letto. «Non so cosa mi sia successo in questi giorni, credimi... ma non avrei mai voluto farti del male. Non volevo che soffrissi così».

Paola interruppe il suo movimento. Lo guardò soltanto, stancamente, con quegli occhi grigi ormai svuotati di ogni luce. 

Danilo, davanti a quel volto pulito, si sentì invaso da una tenerezza sconvolgente, immensa, e dovette fare uno sforzo sovrumano per reprimere la voglia improvvisa di gettarsi in avanti e abbracciarla per l'ultima volta.

«Credo... credo di amare ancora Lilly», confessò Danilo a mezza voce, abbassando la testa per la vergogna. «A te voglio un bene dell'anima, Paola... forse qualcosa di molto più grande, ma in questo momento non so se sia vero amore. C'è una confusione gigantesca dentro di me, e non ho mai avuto il coraggio di dirtelo in faccia».

«Ti è mancato il coraggio, Danilo... e per questo hai preferito fare le cose di nascosto, peggiorando tutto e coprendoti di bugie», rispose Paola con una calma ferma, che fece più male di un urlo disperato. 

«Se tu mi avessi parlato fin dal principio delle tue paure e dei tuoi dubbi, ne avremmo discusso insieme da persone adulte. Avrei persino capito, e sono sicura che avrei sofferto infinitamente di meno. Ma tu mi hai sempre considerata solo una ragazzina, una creatura troppo giovane e incapace di comprendere le cose grandi della vita. 

Non hai pensato nemmeno per un solo secondo al dolore immenso che mi stavi infliggendo. Ora me ne vado, Danilo. Torno stabilmente a Rimini da mia madre, dove potrò stare da sola e cercare in tutti i modi di dimenticarti. E ti assicuro che sarà un'impresa difficilissima... perché io ti amo ancora più della mia stessa vita».




Il miraggio infranto

Mentre chiudeva la cerniera della borsa con le mani che le tremavano per il pianto, Paola pensò nel profondo del suo cuore tormentato che, se un giorno Danilo avesse capito finalmente di aver sbagliato tutto, lei lo avrebbe perdonato nonostante il tradimento. 

Lo avrebbe aspettato là, sulla riva del mare di Rimini, dove insieme avevano vissuto i giorni più felici e puliti della loro vita. 

Trovò ancora la forza di voltarsi a guardarlo un'ultima volta, incrociando i suoi occhi lucidi e smarriti nella penombra della camera; poi, stringendosi nel cappotto, girò le spalle e se ne andò per sempre insieme alla fedele Lorena, lasciandosi quella casa alle spalle.

Danilo corse alla finestra e la guardò andarsene nel freddo pungente di Bologna. Sotto i suoi occhi, l'automobile di Lorena partì accelerando, fino a scomparire definitivamente in fondo al viale avvolto dalla nebbia. 

In quell'istante esatto di totale solitudine, Danilo si accorse della musica struggente di quel valzer lontano che saliva dal piano sottostante, invadendo la stanza vuota, e crollò sul pavimento mettendosi a piangere come un bambino.

Nelle settimane successive, Lilly tornò a vivere stabilmente con lui nell'appartamentino di periferia, senza perdere però mai il contatto epistolare con Stefano, rimasto in Libia per affari. 

Ma la convivenza si rivelò ben presto un guscio vuoto, privo di anima. Un pomeriggio, Lilly si recò di nascosto nello studio di architettura per confidarsi a cuore aperto con Giorgio, con il quale Danilo, nel frattempo, era tornato a lavorare dopo aver fatto una pace commossa e fraterna. 

Giorgio ascoltò in silenzio le parole della ragazza nel suo ufficio.

«Capisci, Giorgio? Io ora mi sono resa conto che non riesco e non posso lasciare Stefano...», confessò Lilly nascondendo il viso tra le mani. «Non è affatto per denaro che sto con lui, lo giuro su quanto ho di più caro al mondo! Ma standogli lontana, mi sono accorta di amarlo veramente con tutta me stessa. Per Danilo provo solo una grande nostalgia del passato, il ricordo di un'epoca che non esiste più. Credo di aver fatto un errore madornale a tornare con lui a Bologna».

«E adesso cosa hai intenzione di fare, Lilly?», la interruppe bruscamente l'amico, guardandola severamente da dietro la scrivania. «Ormai voi due avete combinato un pasticcio enorme, distruggendo la felicità di Paola!».

«Lo so, lo so... ma tra me e Danilo non c'è più la passione di un tempo, non c'è più nulla, anche se ogni sera fingiamo davanti all'altro che ci sia ancora qualcosa», rispose lei con un filo di voce. «Mio marito Stefano farà ritorno dalla Libia tra soli tre giorni. Ho già deciso: tornerò definitivamente con lui e lascerò Bologna. Solo che non ho il coraggio e non so come dirlo in faccia a Danilo... ti prego, Giorgio, mi aiuteresti tu a parlargli? Potresti farlo tu per favore?».

«No, Lilly, assolutamente no! Sei tu che gli devi parlare apertamente!», ribatté Giorgio con fermezza. «Lui ha rinunciato a tutto per te, e tu non devi ingannarlo ancora come hai fatto tanto tempo fa».

«No, Giorgio... io non credo affatto che Danilo mi ami ancora come prima», rispose Lilly con una punta profondamente amara e lucida nella voce, spostando lo sguardo fuori dalle finestre dello studio, dove un timido sole invernale spuntava faticosamente tra le nuvole passeggere di Bologna. 

«Lo capisco benissimo, sai? Noto ogni giorno il suo sguardo completamente assente, i suoi lunghi silenzi a tavola... Sono più che sicura che la sua mente pensi costantemente a Paola e che sia amaramente pentito di averle fatto quel male gratuito. E poi... poi ha preso a bere, Giorgio. Beve continuamente per non pensare».

In effetti, negli ultimi tempi Danilo beveva parecchio, cercando nei fumi dell'alcol un rifugio disperato dai suoi sensi di colpa. Così, quella sera stessa, a notte fonda, fece ritorno a casa visibilmente ubriaco, muovendosi a passi incerti nel corridoio. Lilly era sveglia sul divano e lo stava aspettando al buio.

«Hai bevuto ancora, Danilo... anche questa sera sei in questo stato», gli disse andandogli incontro con il viso tirato.

«Non dire stupidaggini, Lilly!», sbottò lui con la voce impastata, scansandola bruscamente per non farsi sorreggere. «Ho solo bevuto un paio di bicchierini in centro con i clienti dello studio, nulla di più. Ma ora me ne vado direttamente a letto perché ho un forte cerchio alla testa e non mi sento bene».

Lilly lo seguì in camera, mossa dalla paura che lui potesse cadere o stare male nel buio: «Vengo anch'io a letto, Danilo. Voglio sapere cosa ti succede... voglio starti vicino questa sera».

In quella notte fredda, nel tentativo disperato di ritrovare un legame che ormai era svanito, fecero ancora una volta l'amore tra le lenzuola. Il mattino dopo, però, Danilo si svegliò con un forte, lancinante mal di testa e una profonda nausea, mentre la luce cruda del giorno cominciava a spuntare spietata dalle finestre della camera.



Il risveglio dal sonno e la stella marina

La luce invernale lo investì in pieno attraverso i vetri puliti della finestra, scaldandolo un poco e scacciando definitivamente i residui dei fumi dell'alcol della notte precedente. 

Danilo si mosse lentamente tra le lenzuola, avvertì un peso opprimente al cuore e si girò d'istinto verso Lilly, convinto nel profondo del suo dormiveglia di ritrovare il vecchio calore di un tempo. Ma non era affatto lei che i suoi occhi desideravano vedere vicina in quel momento.

Fu come se in quel preciso millesimo di secondo Danilo si svegliasse all'improvviso da una specie di sonno innaturale, da un'allucinazione febbrile che lo aveva tenuto prigioniero per settimane. 

Solo adesso, con una lucidità dolorosa che gli squarciava il petto, si accorse di amare Paola più della sua stessa vita. 

Esattamente come settimane prima, si ritrovò a pensare intensamente alla sua ragazza bruna, desiderandola nello stesso identico modo in cui, un tempo, si consumava nei pensieri nostalgici per Lilly.

La mente lo riportò indietro a quella magica e malinconica serata trascorsa a Rimini, quando si era fermato in silenzio a bere alla vecchia fontana di pietra. 

Ricordò l'acqua increspata in cui si era specchiato e quel riflesso in cui, al posto del suo volto, era apparso nitido e splendente il viso di Paola sotto la luce d'argento della luna. 

In quel risveglio invernale a Bologna, Danilo capì che il passato era solo un guscio vuoto e che la sua reale felicità era fuggita via su quel treno per la Romagna.

La sua mente volò via nel corridoio dei ricordi, tornando a un altro giorno luminoso di un'estate passata, quando erano andati insieme in riva al mare a Cesenatico. 

In quella tela della memoria, vedeva in lontananza la madre di Paola, accompagnata da una parente sul bagnasciuga. Paola era sulla sabbia e lui le correva incontro sul bagnasciuga, saltandole addosso e rotolando nella sabbia umida tra le risate. 

“Basta con questi ricordi, devo dare un taglio netto al passato”, pensò Danilo stringendo i pugni contro il materasso, alzandosi raggiungendo la cucina dove bevve un bicchiere di acqua. 

Doveva trovare a tutti i costi il coraggio di dirlo apertamente a Lilly: si era accorto, con una lucidità dolorosa, di amare ancora e soltanto la sua Paola.

In quel momento esatto Lilly si svegliò tra le lenzuola, lo guardò con un sorriso dolce ma ormai spento, si alzò e corse subito verso il bagno, chiudendosi la porta alle spalle. 

Per Danilo fu una stretta al cuore. Dov'era andata a finire quella ragazza bruna che al mattino presto si svegliava tutta imbambolata dal sonno, si vestiva in fretta e correva in cucina a pasticciare con il latte sul fuoco?

Due occhi identici a quelli di Lilly, che in quello stesso istante uscì dal bagno dell'appartamento di Bologna. 

Danilo andò in camera da letto e la trovò china sul materasso, intenta a preparare la sua roba e a chiudere i bagagli. L'uomo la raggiunse subito dopo, guardandola con il fiato corto, completamente incredulo davanti a quella scena.

«Lilly... ma che fai?», le domandò con un filo di voce.

«Me ne vado, Danilo. Prendo il primo treno e torno da Stefano», rispose lei con una calma ferma, senza smettere di piegare i suoi vestiti. «Non ho nessuna intenzione di vivere con un uomo che, mentre mi stringe, con la testa pensa costantemente a un'altra donna. 

Ho capito benissimo che ami ancora Paola, e che io e te abbiamo solo sciupato due bellissimi ricordi del passato, finendo per rovinare due grandi amori della nostra vita per un semplice capriccio estemporaneo. La colpa di questo macello è soprattutto mia... non avrei mai dovuto incrociare la tua strada quel lunedì nella nebbia».

«Lilly, no... ti prego...», tentò di interromperla Danilo.

«No, taci, Danilo... caro ragazzo mio, non giustificarti e non dire assolutamente niente, è molto meglio così», lo zittì lei, voltandosi e regalandogli un sorriso nostalgico. 

«È giusto che finisca qui la nostra bella avventura, è stata solo una parentesi. Oramai amiamo altre persone, ed è arrivato il momento di tornare da loro. Ho già telefonato a Stefano un'ora fa: è appena rientrato a casa dal suo viaggio di lavoro. Gli ho confessato tutto, senza nascondere nulla. Non mi sono comportata da vigliacca e lui ha capito il mio errore... È arrivato a Bologna e mi aspetta alla stazione, spero per perdonarmi. Ti chiedo solo un ultimo favore: mi accompagneresti in auto alla stazione?».

Poco più tardi, l'auto si arrestò fuori dalla stazione ferroviaria di Bologna. 

Stefano era lì sulla banchina che l'aspettava impaziente, guardando spesso le lancette dell'orologio da polso. Lilly, senza mostrare alcuna esitazione per quell'uomo che aveva scoperto di amare davvero, osservò il viso bianco, tirato e consumato dal rimpianto di Danilo. 

Gli rivolge un sorriso radioso di puro augurio: «Addio, Danilo... ti saluto un'ultima volta con tutto il cuore. Vedi? Lui è lì che mi aspetta sulla banchina, pronto a riprendermi con sé. E penso proprio che anche tu sia aspettato da qualcun altro, da qualche parte lungo la costa. Vai subito da Paola, Danilo. 

Torna di corsa da lei a Rimini. Abbi finalmente il coraggio di guardarla negli occhi e di farti perdonare tutto il male che le hai fatto... e vedrai, vedrai che lei ti perdonerà, e tutto tornerà a essere splendido come la prima volta».



La stella marina

Nel frattempo, a molti chilometri di distanza sotto un cielo invernale di un color blu intenso ma luminoso, Paola si trovava proprio su quella stessa spiaggia di Rimini. Camminava a testa bassa sul bagnasciuga invernale, immersa anche lei nel fiume dei ricordi di Bologna.

«Cara mia, finirai per ammalarti sul serio se continuerai a tormentarti e a pensarci in questo modo ogni santo giorno», le disse sua madre, avvicinandosi a lei a passi lenti sulla sabbia, quasi senza farsi sentire nel rumore della risacca. «Oramai Danilo ha scelto un'altra donna, e non puoi farci proprio niente, devi fartene una ragione».

«No, mamma... Sono del tutto sicura che lui tornerà da me, vedrai», rispose Paola senza distogliere lo sguardo dall'orizzonte. 

«Lui ha solo commesso un errore madornale, non ha capito in tempo che mi ama ancora. È un uomo, mamma... e come tutti gli uomini su questa terra può scivolare e sbagliare. Ma capirà».

«Potresti sbagliarti anche tu su tutta la linea, tesoro mio», sussurrò la madre con una nota di profonda pena nel cuore.

Paola, però, sembrò non averla nemmeno ascoltata, guidata da un sesto senso invincibile: «Io lo sento dentro che tornerà, mamma. Vedi? Oggi il sole splende forte nel cielo, il mare è calmo e i gabbiani volano alti sopra l'acqua. Guarda cosa ho trovato proprio adesso sulla spiaggia: questa splendida stella marina. Sento nel profondo che mi porterà fortuna». 

Più tardi nella sua camera il suo sguardo si volse nuovamente verso il mare scuro: aveva due occhi grandi, caldi e limpidi, che sembravano fondersi con il blu del cielo oscurato dalle nuvole.



 L'angelo del bar

Lilly gli diede un bacio veloce. 

Un bacio rapido, da amica sulla guancia, e si congedò così da Danilo. Scese dall'automobile a passi rapidi e corse via, andando incontro a Stefano sulla banchina della stazione. 

Danilo li vide abbracciarsi con calore, salire insieme sulla loro vettura e andare via, svanendo nel traffico cittadino. Era la seconda volta nella sua vita che Lilly se ne andava, ma questa volta era per sempre.

Il tramonto era ormai arrivato a tingere il cielo freddo di Bologna. 

Erano passate pochissime settimane da Natale, ma Danilo non era ancora partito per Rimini. Non aveva ancora trovato il coraggio di mettersi in viaggio: aveva un terrore matto di ricevere un definitivo rifiuto da parte di Paola. 

Consumato dall'ansia e dai dubbi, si ritirò all'interno di un piccolo bar, sedendosi al bancone e ordinando il suo primo bicchiere di whisky.

«Perché lo fai?».

Una voce roca alle sue spalle lo fece sobbalzare di colpo. Si voltò e vide un vecchio ubriaco, che lo fissava con uno sguardo triste e spento.

«Perché vuoi ridurti come me alla tua età, giovanotto?», chiese l'anziano scuotendo la testa.

«Ma lei chi è? E che cosa vuole da me? Mi lasci in pace con i miei problemi!», rispose Danilo in modo scortese e infastidito, stringendo il bicchiere tra le dita.

«Lei ti ha lasciato, vero?», riprese il vecchio, senza scomporsi. 

Danilo non rispose, e l'uomo continuò: «Caro ragazzo... caro ragazzo mio, anch'io bevo ogni giorno, ma lo faccio unicamente per essermi pentito di aver lasciato andar via la mia donna tempo fa. Non bevo per non aver avuto il coraggio di farmi perdonare da lei quando ero ancora in tempo. 

La donna che mi lasciò venne a sapere che la mia relazione clandestina con l'altra era finita del tutto, e per mesi mi aspettò, sperando in un mio ritorno. Ma io, per mia totale mancanza di forza e di coraggio, non mi feci più vivo con lei. Allora, stanca di aspettare, sposò un altro uomo: un uomo buono, bravo, ma non fu mai felice sul serio. E io ho distrutto due vite».

«Mi spiace...», disse Danilo a bassa voce. 

Ora era decisamente più interessato e colpito dalle parole del vecchio, che gli stava raccontando involontariamente, specchiandosi in lui, una parte esatta della sua stessa storia.

«Dispiace più a me, credimi», continuò sorridendo l'anziano con un velo di malinconia. «Ora bevo, bevo solo per dimenticare il passato. Non commettere lo stesso errore anche tu, giovanotto. Io non so quale sia la tua reale storia, ma ti prego, non cominciare a vivere come me».

Danilo lo guardò, sentì un calore improvviso sciogliergli il gelo nel petto e gli rivolse un sorriso luminoso: «Siete un angelo...», gli disse stringendogli forte la mano e stringendolo in un abbraccio improvviso.



Un secondo dopo corse fuori dal bar, pieno di una nuova felicità, sotto gli occhi divertiti e lucidi del vecchio. 

Ora Danilo sapeva benissimo cosa doveva fare. La sua automobile era lì sul marciapiede; salì a bordo in un attimo, ingranò la marcia e via, corse a tutta velocità lungo la via Emilia, dritto verso il mare della Romagna. 

La radio era accesa e diffondeva nell'abitacolo le note di quel dolcissimo valzer, mentre il sole rosso scompariva pian piano dietro le colline romagnole. 

A Danilo sembrarono passati appena due secondi, il tempo minimo che impiegò con il cuore in gola per arrivare finalmente a Rimini.

Paola era lì, seduta sulla spiaggia deserta, immobile a guardare il mare immenso nel freddo dell'inverno. 

Le onde sbattevano spumeggiando sulla sabbia bagnata con un rumore ritmico, mentre le automobili passavano veloci sul lungomare dietro di lei. Paola non si accorse nemmeno dei due fari accesi che si fermarono bruscamente sul bordo della strada di fronte alla spiaggia. 

Ascoltava solo il suono delle onde, che nella sua mente sembravano quasi chiamarla per nome; ma il mare è solo acqua e non può parlare.

A un tratto, avvertendo una presenza, si voltò di scatto, incredula, verso quell'automobile ferma poco lontana da lei. 

No, non era affatto un'allucinazione della sua mente ferita: quello che vedeva era proprio Danilo, che correva sulla sabbia incontro a lei e la chiamava ad alta voce.

Paola si alzò in piedi di colpo e corse con le lacrime agli occhi incontro a lui, incontro al suo unico e grande amore. 

Si strinsero in un abbraccio infinito sul bagnasciuga, scaldandosi nel gelo della costa, mentre una dolcissima musica di un valzer ormai lontano suonava le sue ultime, struggenti note nel vento, portata via dalle onde del mare, e una stella cadde luminosa nel limpido cielo blu della notte.


EPILOGO

Nota dell'Autore: (Il Juke-Box del 1978)


"Ci sono storie che rimangono chiuse nei cassetti della memoria per una vita intera, aspettando solo il momento giusto per ritornare a respirare nel vento.

Ho scritto le pagine di questo racconto nel lontano Natale del 1978, durante un viaggio a Rimini insieme ai miei genitori. 

Eravamo ospiti a casa di carissimi amici e ricordo che, in un pomeriggio freddo e nebbioso, entrai in un piccolo bar della costa. 

In un angolo, un vecchio juke-box illuminato diffondeva nell'aria le note soffuse, dolcissime e struggenti di un valzer d'altri tempi.

Fu quella musica a far nascere nella mia mente di ragazzo i personaggi di Danilo, Paola e Lilly. 

Oggi, a distanza di quasi cinquant'anni da quel Natale, quel valzer continua a suonare. E spero che abbia portato un pizzico di quella stessa dolce nostalgia anche nei vostri cuori."

Giampaolo Daccò Scaglione