*GIULIA*
“Ci sono persone che attraversano la nostra vita come comete: brevi, luminose, indimenticabili.”
Campagna lodigiana. Una cittadina come tante, con le sue case basse, le strade strette ed alcune ancora di ghiaia, i cortili pieni di biciclette e voci di bambini.
Mercato il mercoledì e la domenica e tante persone colorate, un centro con pasticcerie e bar affollati. Un castello grande e magnifico, un paese con tante chiese,
Attorno una campagna verde con campi di mais, frumento e fiori e tra due fiumi, decine di rogge fresche che attraversano i campi irrigandoli.
Quel giorno non aveva stagione.
Non aveva tempo.
Aveva solo un nome:
*Giulia*
Giulia era bellissima. Capelli biondi, lunghi e morbidi. Occhi verdi che sembravano sapere più cose della sua età.
Tredici anni appena, ma un corpo già formato dalla ginnastica artistica che frequentavamo insieme.
Facevamo spesso la strada uno accanto all’altra, parlando di tutto e di niente.
Io non sapevo ancora che dentro di lei c’era un fuoco, una passione precoce, e soprattutto non sapevo che usciva con un ragazzo molto più grande.
Dieci anni più grande.
Un pomeriggio d’estate, io, lei e la sua amica Stefania eravamo in bicicletta sulla stradina che portava verso le colline.
Ci fermammo in uno spiazzo verde, vicino ad una bella e grande villa antica. Giulia era strana, silenziosa. Stefania aveva gli occhi lucidi.
Poi, all’improvviso, la bomba.
«Sono incinta.» La sua voce tremava. «A tredici anni… sono incinta.»
Rimanemmo muti.
Troppo piccoli per capire davvero. Troppo piccoli per dire qualcosa di adulto. Stefania scoppiò a piangere. Io non trovavo le parole.
«Devi dirlo ai tuoi» sussurrò Stefania. «Io e Giampaolo saremo con te, se vuoi.»
Era tutto ciò che potevamo offrirle.
Passarono i mesi. Giulia sparì dalla cittadina. Il padre aveva ottenuto una promozione e si erano trasferiti a Milano.
Dell’altro — il ragazzo grande — si diceva che si fosse tirato indietro, protetto dal silenzio del padre di lei, che dopo un pugno ben assestato aveva preferito non denunciarlo.
Un giorno dell'inverno successivo, al mercato, sentii una voce chiamarmi.
«Giampaolo!»
Era Stefania, col fiato corto e le guance rosse dal freddo.
«Giulia ti saluta» mi disse. «Sta bene. Abita a Milano, zona Crocetta. Il bambino… non c’è più. L’ha perso quasi subito. Meglio così, ha evitato un trauma.»
Mi porse un biglietto con un indirizzo e un numero di telefono.
«Sentitevi. Lei ti vuole bene. Tanto quanto te ne vuole la tua amica del cuore Silvia.»
Entrammo in un bar sotto i portici e bevemmo una cioccolata calda con la panna. Io tenevo quel biglietto in tasca come fosse un tesoro.
Il tempo passò
Milano, giugno 1981. Una mattina di sole pieno, quasi estiva. Io e mia sorella Francesca eravamo seduti al nostro bar preferito, poco prima di Piazza Duomo.
Cappuccio perfetto, croissant pieni di ogni ben di Dio, vasi di fiori che ci separavano dalla folla di Corso Vittorio Emanuele.
Dal tavolo accanto, due ragazzi iniziarono a litigare. Lei si alzò di colpo e corse via.
«Giulia! Accidenti!» gridò il ragazzo, rincorrendola verso piazza Liberty.
Lei si fermò un istante, voltandosi. E in quell’istante la riconobbi.
Gli stessi occhi. Gli stessi capelli. Lo stesso modo di correre.
*Giulia*
Tutti i ricordi mi piombarono addosso: la bicicletta, il prato, la confessione, il biglietto in tasca, la cioccolata calda.
E ancora più indietro, un maggio luminoso del 1973, quando le avevo offerto un gelato e lei mi aveva detto che forse si sarebbe trasferita a Milano.
«Mi mancherai» mi aveva detto allora. E io, troppo piccolo, troppo ingenuo, avevo risposto che c’era ancora tempo.
Forse voleva dirmi qualcosa che avrei capito solo l’anno dopo.
Le persone che fanno parte della nostra vita tornano così: per un attimo, in un luogo qualsiasi, senza preavviso. E poi spariscono di nuovo.
Finita la colazione, Francesca ed io ci avviammo verso il parcheggio. Ma nella mia mente c’era solo lei.
Giulia.
La ragazza che avevo conosciuto bambino. La ragazza che aveva portato un peso troppo grande. La ragazza che avevo rivisto per un solo secondo, sette anni dopo.
E ancora oggi, mentre scrivo queste righe, mi chiedo dove sia. Se sia felice. Se abbia trovato pace. Se un giorno, per caso, la rivedrò.
“Ci sono incontri che non finiscono mai davvero. Restano sospesi, come una domanda che non trova risposta.”
Giampaolo Daccò Scaglione
EPILOGO DEL CICLO DELLE DONNE
Ci sono cicli che non si chiudono: si trasformano. Le donne di queste sette storie non sono ricordi, né fantasmi, né figure idealizzate.
Sono presenze che hanno attraversato il tempo, lasciando segni diversi: tracce leggere come polvere, radici profonde come terra bagnata.
Alcune sono rimaste. Altre sono passate come comete. Altre ancora sono tornate, cambiate, cresciute, irriconoscibili eppure identiche nello sguardo.
Ogni donna di queste pagine ha portato qualcosa: una parola, un gesto, un dolore, una bellezza, un insegnamento.
E tutte, in modi diversi, hanno lasciato un’impronta che continua a vivere.
Perché il principio femminile non è un volto. È un modo di stare nel mondo. È una forza che accompagna, che guida, che sorprende, che ferisce e che cura.
È una presenza che non finisce mai davvero.
E così si chiude questo ciclo: con una ragazza che corre via in una mattina di Milano e un ricordo che resta sospeso nell’aria, come una domanda senza risposta.
Le donne tornano sempre. A volte nei sogni. A volte nei gesti. A volte in un volto intravisto tra la folla.
E quando tornano, portano con sé un tempo nuovo.
Giampaolo.











