martedì 17 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "LA RECITA"

"Non tutti hanno il coraggio di essere se stessi fino in fondo, 

ma esserlo è il solo modo di vivere la propria vita."

*LA RECITA*


"Il primo racconto forse, non è per tutti, il tema può apparire fastidioso per alcuni, incomprensibile per altri. Una storia che parla di un amore non stabilito da chi crede che la normalità sia una sola. Eppure in questa c’è tanta sensibilità ed emozione da far comprendere che l’amore è universale e spesso, molti recitano una parte che si addice loro, rifiutando la propria natura per paura. Ecco a volte gli uomini sono così, la paura di mostrarsi per quello che sono o il timore di esprimere ciò che nascondono dentro di sé e questo vale per ogni uomo, per ogni tipo di uomo."

*A volte basta poco e aprire le proprie emozioni a chi ci ama.*

L'insegnante volta le spalle alla platea vuota, il suo sguardo è sugli allievi seduti per terra davanti a lui, poi alza leggermente il capo verso lo sfondo nero, chiuso da tendaggi rossi e pesanti.

In silenzio scruta i suoi giovani studenti, uno ad uno negli occhi, sta osservando i loro invisibili gesti delle mani, della bocca, delle posizioni del corpo, rivelando di ognuno, il proprio carattere, la sensazione d'attesa, il sentimento suscitato in quell'istante dai suoi occhi azzurri, quasi magici puntati su di loro.

L'insegnate, alto bello, dai capelli ricci e brizzolati, grande doppiatore, attore e soggettista questa volta sorride loro, nell'aria si respira già un clima più disteso ed i gesti o i segni che gli allievi mostrano ora, sono di rilassamento e di curiosità, mentre sente la sua voce quasi baritonale rimbombare nel teatro vuoto, prossimo per un loro esperimento di recitazione:


"Nella vita la maggior parte delle persone
recita un ruolo, un personaggio.
Un po' come voi che siete qui per imparare
la difficile arte dell'interpretazione
di personaggi teatrali caratterialmente
più o meno particolari.
Ogni essere umano, noi compresi ovviamente,
si sono creati un personaggio
nella propria esistenza
convincendosi che sia reale per tanti motivi
che possono arrivare sia dal subconscio
sia dall'esperienze della propria vita."

Ora lo sguardo dell'insegnante si posa su quello di un ragazzo seduto alla sua destra, un giovane bellissimo dagli occhi verdi, intelligenti e dal ciuffo ribelle, il ragazzo che aveva avuto già plausi durante alcune prove nel corso dell'anno e che, indubbiamente era quello più dotato come attore. Dentro di se, il professore prova un brivido, si è rivisto in quel giovane, se stesso vent'anni prima e per lui era scattata l'attrazione mai esibita verso quegli occhi verdi.

Un piccolo segreto, un'altra recita.

"Chi diventa carnefice o sadico in famiglia,
con il prossimo, con i sottoposti,
chi recita il ruolo della casalinga
vittima sacrificale dei propri cari,
chi si lamenta dei propri malanni
e ammorba il prossimo allontanandolo,
pur sapendo che le sue malattie
sono solo fisime per attirare l'attenzione.
C'è chi si sente maestro di vita
bacchettando chi gli è vicino
con rimproveri saccenti ed inutili,
chi invece assume il ruolo della donna fatale
e molto altro."

Il professore guarda l'allieva biondina seduta accanto ad un giovane barbuto, la ragazza sente un brivido e pensa già che le domanderà qualcosa.

Infatti lui le rivolge lo sguardo e con un sorriso impercettibile le chiede qual è la sua finzione, se c'è, nella sua giovane vita.


"Professore, io veramente non saprei..."
gli risponde alzandosi in piedi
"Forse... a volte... Io..."

"Forse a volte o sempre?"

chiede lui abbassando gli occhi su un libro appoggiato nel leggio davanti a se.


"Ha ragione professore, ragionando,
per un attimo, ho voluto sempre
fare la dolce e buona bambina,
a volte e lo riconosco quasi melensa
con i miei famigliari, amici,
a scuola e mi sono sentita definire poi:
gatta morta o la biondina timida che invece
nasconde chissà quali segreti.
Ecco forse anzi certamente
questo è il ruolo che reci...
Che ho recitato."

L'insegnante sorride guardando tutti anche immaginando anche se stesso, percepisce quello del giovane dagli occhi verdi.


"Vedete ragazzi, a volte la mancanza di affetto,
una vita solitaria che sia volontaria
o creata dagli altri, poco importa
ma questo è un discorso difficile da affrontare.
Un complesso d'inferiorità nei confronti
degli amici o colleghi,
un difetto fisico più o meno evidente,
possono far si che la nostra mente,
crei un ruolo di difesa
e da qui nasce la nostra recita pubblica
ed il confronto degli altri e partendo da questo
la nostra immagine ed il nostro io
assumono ciò che vorremmo essere."

Brusii di approvazione, lui intanto domanda le stesse cose a vari studenti, ma la sua intenzione è poi di chiedere al ragazzo dagli occhi verdi qual è il suo ruolo, sente che quel giovane abbia dentro di più di quel che espone verso gli altri, finalmente la domanda di turno arriva allo studente seduto alla sua destra.

Il giovane si alza ed osserva tutti i suoi colleghi che lo fissano incuriositi, Bruno è davvero un bel ragazzo, è diventato un ottimo interprete di vari ruoli affidatigli in questi tre anni di studio.

Alza il volto verso l'insegnante, i suoi occhi di mare incontrano quelli dell'altro, impercettibilmente arrossisce ed il cuore incomincia a battergli più forte.


"Professore potrei dire molte cose,
forse non saprei da che parte cominciare.
Da piccolo ero un bambino chiuso e
come forse pensa lei
recitavo il ruolo dell'incompreso.
Poi col tempo crescendo, avevo capito
che per me tutto questo era un rifugio,
un riparo da tutto ciò che non mi piaceva.
Dove vivevo allora con la mia famiglia,
le regole di quel paesino di campagna
erano ancora legate ai ruoli tipici dove
il padre era il padre che lavorava
e a cui non si doveva dar fastidio
al suo ritorno perché stanco.
La madre era la regina e schiava della casa,
se non giocavi al pallone eri una femminuccia,
il parroco si intrufolava nelle case di tutti
per conoscere ogni cosa,
i bambini di ceto inferiore dovevano
stare con i propri simili e via dicendo."

L'insegnate sorride di nascosto mettendo la mano davanti alla bocca, ha capito che stava confessando la sua vita ma recitandola in modo quasi drammatico e sofferto, ne era sicuro, lo era sempre stato su quel giovane: sarebbe stato in futuro, un grande attore di successo grazie alle sua capacità interpretative e grazie ai suoi sentimenti interiori vissuti con passione.


"Fino al giorno in cui, dopo il liceo classico
decisi di iscrivermi al vostro corso di recitazione.
Avevo imparato nelle commediole a scuola,
poi nel teatro del paese quando organizzavano
recite o spettacoli d'intrattenimento,
ad assumere vari ruoli, da allora
avevo capito che la mia strada poteva...
(un attimo di silenzio carico di passione)
Anzi no, la mia strada è questa,
era quella che volevo da sempre.
Ecco forse il mio personaggio
che ho creato sin dall'infanzia
quello dell'attore,
attore di vari ruoli di cui uno,
non è ancora uscito dalla mia anima.
Ma so che si tratta di amore...
Sotto ogni forma."

Un applauso dai suoi colleghi, lui si siede arrossendo un poco ma con lo sguardo di nuovo posato sul professore. L'insegnante non lo sta guardando in quel momento, ma qualcosa di magico, un filo invisibile si è creato tra loro ed entrambi ne sono ormai consapevoli.

Bruno ha confessato inconsciamente qualcosa che ancora non lo aveva fatto con se stesso.

L'amore.

L'insegnante ha percepito questo verso di lui, lo sentiva già da tanto tempo, ma non era ancora il momento adatto per le confessioni fino ad oggi.

Provenienti dal suo cuore, pronuncia lentamente ora, le parole gli escono dalla bocca con un tono pacato quasi dolce.


"Non è mai facile guardare dentro se stessi,
far emergere ciò che si è e si prova
ed è per questo, forse,
che recitiamo le nostre parti,
i nostri ruoli adattandoli agli altri
ed alla vita che in teoria viviamo
ma che in pratica non è la nostra.
Accettare i propri limiti,
i propri sentimenti,
spesso ci vuole coraggio,
come pure ci vuol coraggio
accettarne sia le conseguenze,
sia ciò che di bello o brutto ci offrono."

Per un attimo l'insegnante fissa il volto di Bruno e con un sorriso si rivolge poi a tutti i presenti che in quell'attimo, nessuno di loro ha colto quella scia di sentimenti che è balenata tra di loro due.


"Oltre a questo sipario,
oltre ai nostri ruoli personali e di lavoro,
oltre ai "camerini" dove da soli
ci cambiano togliendo varie maschere,
c'è l'uscita, quella che serve per rinunciare
alle parti che ci siamo costruiti.
Dove finalmente con coraggio,
possiamo essere noi stessi.
Basta una corsa fuori dall'ultima
parte del corridoio per ritrovarci
sulla vera strada delle nostre vite,
dove spesso ci aspetta l'amore e tanto altro.
Questo amore poi oltre che dividerlo
con la persona che c'è o ci sarà accanto,
lo si dovrà portare su questi palcoscenici
per farlo vivere agli altri, agli spettatori
che non aspettano nient'altro che questo.
Aprite, apriamo la porta del nostro cuore
e solo così noi saremo veri attori in teatro
e protagonisti della nostra vita.
Bruno ha confessato ciò che tutti noi
dovremmo fare, aprirsi all'amore."

Le stelle viste da quel terrazzo sembrano immense nel blu del cielo, sotto le luci di auto e lampioni della metropoli, disegnano una scacchiera sfavillante, mentre da quell'attico il rumore della città arriva ovattato quasi cullando le persone.

Bruno e l'insegnate sono seduti su un divano tra i fiori del terrazzo della casa di quest'ultimo, uniti con le mani e gli occhi rivolti verso le stelle.

Finalmente la recita di oggi è finita e quel sentimento importante che è l'Amore è uscito dai loro cuori.


LA PORTA VERSO LA SECONDA STORIA:

Il silenzio del terrazzo avvolge Bruno e l’insegnante come un sipario che si chiude lentamente. Le loro mani intrecciate non tremano più, e il cielo sopra di loro sembra più vicino, come se le stelle avessero ascoltato ogni parola detta e non detta.

La città continua a muoversi sotto di loro, ignara, ma in quell’attico sospeso tra il buio e la luce qualcosa è cambiato. La recita è finita. Le maschere sono cadute. E ciò che resta è un sentimento che non ha bisogno di applausi.

Ma mentre il professore osserva il giovane accanto a sé, sente che questa storia - la loro storia - non è l’unica che merita di essere raccontata. Perché dietro ogni uomo che trova il coraggio di mostrarsi, ce n’è un altro che ancora si nasconde. Un altro che aspetta. Un altro che teme. Un altro che sente, ma non sa come dirlo.

E così, mentre la notte avanza e il vento muove appena le foglie del terrazzo, l’insegnante capisce che questo è solo l’inizio. Che oltre quella porta, oltre quel sipario, ci sono altre vite, altri cuori, altri uomini che recitano ruoli che non gli appartengono.

E che uno di loro - il prossimo - sta già bussando.

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 16 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : PREFAZIONE

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO*

"Sette storie sulla fragilità maschile, sulle verità taciute e sui sentimenti che non trovano voce."




Prefazione:

Quello che gli uomini sentono non lo dicono quasi mai. Non per mancanza di coraggio, e nemmeno per orgoglio. Non perché non vogliano, ma perché non hanno imparato a farlo.

A volte è perché non sanno dove metterle le verità. A volte è perché temono che, una volta dette, quelle parole possano cambiare tutto. 

Crescono con tasche piene di emozioni che nessuno ha insegnato loro a nominare: la paura di non essere abbastanza, la forza che non sanno dove mettere, la dolcezza che tengono nascosta, le lacrime che trattengono per pudore.

Gli uomini sentono la paura, la solitudine, il desiderio, la vergogna, la nostalgia. 

Sentono il peso delle scelte, il rimpianto delle occasioni perdute, la dolcezza dei ricordi che non tornano. Sentono l’amore, anche quando non sanno riconoscerlo. Sentono la fine, anche quando non vogliono accettarla.

Eppure sentono. Sentono tutto. A volte troppo.

Queste sono le loro storie. Parlano di loro. Di noi. Di ciò che accade quando un uomo si trova davanti alla verità - la sua, quella degli altri, quella che non può più ignorare.

Non sono storie eroiche. Non sono storie rumorose. Sono storie che camminano piano, come passi nella nebbia. 

Storie che si appoggiano sul cuore senza chiedere permesso. Storie che mostrano ciò che gli uomini provano quando nessuno li guarda.

Perché quello che gli uomini sentono, spesso, è proprio ciò che non riescono a dire.

 *Non di eroi, non di giganti, non di uomini perfetti. Ma di uomini veri. Quelli che tremano, che restano, che cadono, che amano, che si aprono. Quelli che, anche quando non parlano, hanno un cuore che fa rumore.*

**Qui non ci sono etero o omosessuali, ci sono uomini veri.

Perché gli uomini veri non sono quelli che non sentono,

ma quelli che finalmente trovano il coraggio di dirlo.**


LE SETTE STORIE:


1. LA RECITA

L’uomo che vive dietro un ruolo, finché il ruolo gli si incolla addosso.


2. QUELLO CHE NON C’È MAI STATO

L’amore immaginato, desiderato, mai nato davvero.


3. NON PUÒ FINIRE COSÌ

La lotta disperata contro la fine.


4. UN UOMO SOLO

La solitudine maschile che non si dice.


5. PIÙ FORTE DELL’AMORE

Il conflitto tra ciò che si sente e ciò che si deve fare.


6. RIVELAZIONI DI NOVEMBRE

La confessione che arriva quando non può più essere trattenuta.


7. ANDARE VIA DA TE

L’addio che spezza, la dignità di chi resta.


Epilogo

**Perché gli uomini veri non sono quelli che non sentono,

ma quelli che finalmente trovano il coraggio di dirlo.**

 

Questo ciclo è un viaggio dentro ciò che gli uomini sentono quando nessuno li guarda. Un viaggio che non giudica, non accusa, non assolve. Semplicemente racconta.

Giampaolo Daccò Scaglione

 

sabato 14 febbraio 2026

"Quando le donne amano" (Ultimo capitolo ed epilogo): *GIULIA*

 


*GIULIA*

“Ci sono persone che attraversano la nostra vita come comete: brevi, luminose, indimenticabili.”



Campagna lodigiana. Una cittadina come tante, con le sue case basse, le strade strette ed alcune ancora di ghiaia, i cortili pieni di biciclette e voci di bambini.

Mercato il mercoledì e la domenica e tante persone colorate, un centro con pasticcerie e bar affollati. Un castello grande e magnifico, un paese con tante chiese,

Attorno una campagna verde con campi di mais, frumento e fiori e tra due fiumi,  decine di rogge fresche che attraversano i campi irrigandoli.

Quel giorno non aveva stagione. 

Non aveva tempo. 

Aveva solo un nome: 

*Giulia*

Giulia era bellissima. Capelli biondi, lunghi e morbidi. Occhi verdi che sembravano sapere più cose della sua età. 

Tredici anni appena, ma un corpo già formato dalla ginnastica artistica che frequentavamo insieme.

Facevamo spesso la strada uno accanto all’altra, parlando di tutto e di niente. 

Io non sapevo ancora che dentro di lei c’era un fuoco, una passione precoce, e soprattutto non sapevo che usciva con un ragazzo molto più grande. 

Dieci anni più grande.

Un pomeriggio d’estate, io, lei e la sua amica Stefania eravamo in bicicletta sulla stradina che portava verso le colline. 

Ci fermammo in uno spiazzo verde, vicino ad una bella e grande villa antica. Giulia era strana, silenziosa. Stefania aveva gli occhi lucidi.

Poi, all’improvviso, la bomba.

«Sono incinta.» La sua voce tremava. «A tredici anni… sono incinta.»

Rimanemmo muti. 

Troppo piccoli per capire davvero. Troppo piccoli per dire qualcosa di adulto. Stefania scoppiò a piangere. Io non trovavo le parole.

«Devi dirlo ai tuoi» sussurrò Stefania. «Io e Giampaolo saremo con te, se vuoi.»

Era tutto ciò che potevamo offrirle.

Passarono i mesi. Giulia sparì dalla cittadina. Il padre aveva ottenuto una promozione e si erano trasferiti a Milano. 

Dell’altro — il ragazzo grande — si diceva che si fosse tirato indietro, protetto dal silenzio del padre di lei, che dopo un pugno ben assestato aveva preferito non denunciarlo.

Un giorno dell'inverno successivo, al mercato, sentii una voce chiamarmi.

«Giampaolo!»

Era Stefania, col fiato corto e le guance rosse dal freddo.

«Giulia ti saluta» mi disse. «Sta bene. Abita a Milano, zona Crocetta. Il bambino… non c’è più. L’ha perso quasi subito. Meglio così, ha evitato un trauma.»

Mi porse un biglietto con un indirizzo e un numero di telefono.

«Sentitevi. Lei ti vuole bene. Tanto quanto te ne vuole la tua amica del cuore Silvia.»

Entrammo in un bar sotto i portici e bevemmo una cioccolata calda con la panna. Io tenevo quel biglietto in tasca come fosse un tesoro.

Il tempo passò

Milano, giugno 1981. Una mattina di sole pieno, quasi estiva. Io e mia sorella Francesca eravamo seduti al nostro bar preferito, poco prima di Piazza Duomo. 

Cappuccio perfetto, croissant pieni di ogni ben di Dio, vasi di fiori che ci separavano dalla folla di Corso Vittorio Emanuele.

Dal tavolo accanto, due ragazzi iniziarono a litigare. Lei si alzò di colpo e corse via.

«Giulia! Accidenti!» gridò il ragazzo, rincorrendola verso piazza Liberty.

Lei si fermò un istante, voltandosi. E in quell’istante la riconobbi.

Gli stessi occhi. Gli stessi capelli. Lo stesso modo di correre.

*Giulia*

Tutti i ricordi mi piombarono addosso: la bicicletta, il prato, la confessione, il biglietto in tasca, la cioccolata calda. 

E ancora più indietro, un maggio luminoso del 1973, quando le avevo offerto un gelato e lei mi aveva detto che forse si sarebbe trasferita a Milano.

«Mi mancherai» mi aveva detto allora. E io, troppo piccolo, troppo ingenuo, avevo risposto che c’era ancora tempo.

Forse voleva dirmi qualcosa che avrei capito solo l’anno dopo.

Le persone che fanno parte della nostra vita tornano così: per un attimo, in un luogo qualsiasi, senza preavviso. E poi spariscono di nuovo.

Finita la colazione, Francesca ed io ci avviammo verso il parcheggio. Ma nella mia mente c’era solo lei.

Giulia

La ragazza che avevo conosciuto bambino. La ragazza che aveva portato un peso troppo grande. La ragazza che avevo rivisto per un solo secondo, sette anni dopo.

E ancora oggi, mentre scrivo queste righe, mi chiedo dove sia. Se sia felice. Se abbia trovato pace. Se un giorno, per caso, la rivedrò.

“Ci sono incontri che non finiscono mai davvero. Restano sospesi, come una domanda che non trova risposta.”

 Giampaolo Daccò Scaglione

EPILOGO DEL CICLO DELLE DONNE

Ci sono cicli che non si chiudono: si trasformano. Le donne di queste sette storie non sono ricordi, né fantasmi, né figure idealizzate. 

Sono presenze che hanno attraversato il tempo, lasciando segni diversi: tracce leggere come polvere, radici profonde come terra bagnata.

Alcune sono rimaste. Altre sono passate come comete. Altre ancora sono tornate, cambiate, cresciute, irriconoscibili eppure identiche nello sguardo.

Ogni donna di queste pagine ha portato qualcosa: una parola, un gesto, un dolore, una bellezza, un insegnamento. 

E tutte, in modi diversi, hanno lasciato un’impronta che continua a vivere.

Perché il principio femminile non è un volto. È un modo di stare nel mondo. È una forza che accompagna, che guida, che sorprende, che ferisce e che cura. 

È una presenza che non finisce mai davvero.

E così si chiude questo ciclo: con una ragazza che corre via in una mattina di Milano e un ricordo che resta sospeso nell’aria, come una domanda senza risposta.

Le donne tornano sempre. A volte nei sogni. A volte nei gesti. A volte in un volto intravisto tra la folla.

E quando tornano, portano con sé un tempo nuovo.

 Giampaolo.




giovedì 12 febbraio 2026

"Quando le donne amano" : *LA PRIMA STELLA CHE HO VISTO*

 “Ci sono istanti che non appartengono al tempo, ma al cuore.

*LA PRIMA STELLA CHE HO VISTO*


Un vento leggero fresco arriva a lambire quel prato circondato da gelsi con le gemme appena spuntate che brillano rosse al tramonto del sole, nel cielo nuvole rosate corrono verso dove il signore della luce va a dormire.

Neanche uno stormo di colombe che passano veloci tra le nuvole e il prato, volando verso la cittadina poco distante si accorgono di quelle due figure colorate distese su una coperta nel prato, dove i primi fiori bianchi e gialli si stanno chinando per addormentarsi nella sera.

Due ragazzi, belli, giovani che pochi mesi prima il destino li aveva fatti incontrare per caso in una piazzetta vicino ad un colonnato e gli occhi verdi di lei si erano già stampati per sempre nei cerulei di lui, come i loro cuori.

Finalmente con la primavera, i sensi sopiti e spesso nascosti, tra carezze intime e baci prima leggeri e poi appassionati, li hanno fatti ritrovare su quella distesa verde puntellata di piccoli colori bianchi, gialli e azzurri poco lontano dall’abitato dopo il ponte del fiume.

Aurora è distesa sull’erba fresca di aprile, il profumo dei fiori e dell’erba si mescolano all’aria tiepida della sera. Tiene gli occhi chiusi, ascolta il battito del proprio cuore e quello di Mauro, così vicino al suo.

È il loro primo amore, quello che non si dimentica, quello che lascia un’impronta che nessun’altra storia potrà cancellare.

Quando apre gli occhi, incontra quelli di lui: chiari, sinceri, pieni di una dolcezza che la fa tremare. Mauro le sfiora il viso con una carezza timida, quasi impaurita dalla bellezza di quel momento.

 «Ti amo.» le sussurra.

E Aurora sente che quelle due parole le entrano dentro come una promessa.

 Da lontano, le campane del paese suonano le diciotto e trenta. Il cielo si sta scurendo, e le prime stelle cominciano a brillare sopra di loro. Una in particolare, rossa e luminosa, sembra osservare la scena come un piccolo segno del destino.

 «È tardi…» mormora Aurora, con un filo di voce. «Mamma mi aspetta.»

Mauro sorride mentre lei si sistema la camicetta sbottonata su quel seno magnifico e candido, ma nei suoi occhi c’è un’ombra di malinconia.

Vorrebbe trattenerla ancora, tenerla stretta, proteggerla da tutto. Ma la lascia andare, come si lascia andare qualcosa di prezioso che non si vuole rovinare.

Aurora pensa alla sua prima volta, al suo corpo che si è donato a lui senza nessuna paura, con amore, passione che neanche lei pensava di avere, aveva avuto paura di quell’attimo in cui avrebbe perso l’innocenza.

Aveva capito la felicità di lui quando si accorse che era stato il primo e l’unico che l’aveva fatta sua ed Aurora sentiva dentro al suo cuore di essere sua senza nessuna costrizione.

 Era amore puro.

«Non è stato un gioco, vero?» gli chiede lei, con un tremito nella voce. «Dimmi che non sono una delle tante. Dimmi che per te… conta.»

 Mauro le prende il viso tra le mani.

«Aurora… tu sei il mio primo amore, sei davvero la ragazza che avevo sempre desiderato, sognato nella mia mente e nel mio cuore. Senti come batte.”.

La ragazza poggia la sua mano calda sul petto di lui e come all’unisono anche il suo batteva veloce come quello del ragazzo che la stava guardando con amore nei suoi occhi verdi.

E sei quella donna che voglio portare con me nel futuro, insieme. Non l’hai capito ancora amore mio?» conclude lui baciandola sulle labbra che sapevano di lacrime di felicità.

Aurora chiude gli occhi un istante, poi li riapre verso il cielo. La stella rossa è ancora lì, più brillante di prima.

E in quel momento Aurora sente - con la certezza che solo i giovani sanno avere - che quella sera resterà per sempre dentro di lei. Come un marchio d’amore, un segno che sugella un sentimento infinito.

Lo sa, lo sente dentro che Marco sarà il suo grande e primo amore, qualunque cosa accada in futuro. Che i suoi sedici anni sono maturi per un sentimento così forte e grande.

Lo ha capito guardando poi negli occhi quel giovane ragazzo che un mattino le aveva offerto un fiore mentre appoggiata ad una colonna stava ad ascoltare la musica, che un’orchestrina aveva improvvisano nella piazza.

Guardando nuovamente nel cielo, Aurora sa che quella stella sarà il simbolo di un ricordo che non svanirà.

La prima stella che ha visto. La prima promessa del cuore.

 Questa storia nasce dal ricordo di ciò che resta della nostra prima volta: non i dettagli, ma la luce. La luce di un istante che ci cambia per sempre.” - Aurora.

 Giampaolo Daccò Scaglione

 

martedì 10 febbraio 2026

"Quando le donne amano": *IN ATTESA DEL TRENO*

“Ci sono treni che non portano lontano: portano altrove.”


*IN ATTESA DEL TRENO*

Che strano trovarmi qui, in questa piccola stazione, in un mattino tiepido di primavera. La rugiada illumina il paesaggio con una delicatezza che ricorda i dipinti di Monet: colori chiari, sfumati, quasi sospesi.

Guardo l’orologio: sono le dieci e trenta dell’undici aprile. Il treno dovrebbe arrivare a momenti, almeno così mi hanno detto.

Se penso a ciò che ho lasciato alle spalle, mi viene da piangere. Eppure, dentro di me, sento una serenità nuova, inattesa, quasi dolce.

È per lui che ho lasciato un marito adorabile, sposato più di vent’anni fa. È per lui che ho abbandonato due figli ormai vicini al diploma. È per lui che ho salutato due genitori che hanno dato tutto per me.

Quando l’ho incontrato, poco più di un anno fa, non immaginavo che quella conoscenza avrebbe cambiato ogni cosa. 

Ho sofferto, sì. 

Ho lottato, ho esitato, ho pianto. Ma alla fine ho capito che la vita, a volte, ti mette davanti a scelte che non puoi evitare. E lui è stata una di quelle scelte.

Non voglio pensare alla sofferenza dei miei cari, ma le due valigie accanto a me me la ricordano. Perché lasciare tutto ciò che avevo? 

Perché rinunciare a una felicità tranquilla per seguire un uomo che non mi ha dato tregua fino al mio cedimento?

Non lo so. Non lo so davvero. So solo che, quando ho detto “Me ne vado”, negli occhi dei miei ho visto una sofferenza indicibile. E il mio cuore si è spezzato. Ma ormai non potevo più tornare indietro.

Il treno non arriva. L’attesa è snervante. La mia nuova vita è lontana, eppure così vicina.

Una donna si avvicina. Finalmente non sono più sola.

«Buongiorno, signorina» dice sorridendo. È elegante, vestita di verde, con i capelli bianchi raccolti in uno chignon anni Sessanta. Ha occhi vispi, gentili.

«Buongiorno a lei…» rispondo. «Se aspetta il treno delle dieci e trenta, temo che saremo in ritardo.»

Lei sorride, e la sua risposta mi spiazza.

«Le importa davvero così tanto un piccolo ritardo? Ha un appuntamento importante? Io prendo spesso questo treno. Non mi sono mai turbata dei ritardi: prima o poi si arriva sempre alla meta.»

«Già… forse ha ragione.»

«E non si preoccupi per il posto. Su questo treno c’è sempre posto.»

C’è qualcosa nei suoi occhi: affetto, forse pena. Ma la sua presenza mi tranquillizza.

Apre la borsetta color paglia, estrae un foglio, lo legge. Poi alza lo sguardo e mi sorride di nuovo.

«È tutto a posto, signorina. Il treno sta arrivando. Anzi… eccolo.»

Mi alzo. Lei mi sfiora la spalla con un gesto affettuoso.

Un treno argenteo, moderno, pieno di persone, si ferma davanti a noi. Nessuno scende. Il capotreno si affaccia e saluta la signora con la mano: si conoscono, evidentemente.

«Prego, salga pure» mi dice lei. «Arrivederci, signorina Adriana.»

Mi volto di colpo. Come fa a sapere il mio nome? E le mie valigie? Sono rimaste accanto a lei.

Le porte si chiudono. Lei rimane sul binario, immobile, serena, e mi saluta con un cenno.

«Prego, signorina Silvana» dice il capotreno. «Il suo posto è il quarantasei, vicino al finestrino. Non si preoccupi per le valigie: arriveranno col prossimo treno.»

La sua voce è calma, rassicurante. Mi siedo. Fuori scorrono monti e vallate. Poi il treno entra in una galleria.

Bologna, 12 aprile

Alberto tiene per mano Luca e Antonio, i suoi figli. Dietro di loro, i genitori e i suoceri piangono in silenzio. 

Si sentono solo i passi sulla ghiaia del vialetto del piccolo cimitero di periferia.

«Povera Adriana…» pensa Alberto stringendo le mani dei ragazzi. «Sei andata via per sempre, lasciandomi solo con loro. Quel male terribile, quello che chiamavi Lui, il mio rivale, ha vinto la sua battaglia. Ti ha portata lontano, chissà dove, chissà su quale treno. Ti amerò sempre, piccola mia. Ovunque tu sia.»

Il cielo si fa più azzurro. Da qualche parte, un treno è arrivato a destinazione. Un treno che parte e ritorna da un luogo che nessuno conosce, se non chi lo prende una sola volta nella vita.

“Questa storia nasce da una domanda semplice: cosa succede nell’istante in cui lasciamo la vita che conosciamo? Ho immaginato una donna che crede di fuggire per amore, e invece sta compiendo il viaggio più misterioso di tutti.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

domenica 8 febbraio 2026

"Quando le donne amano": *ASPETTANDO CHE UN GIORNO ARRIVERAI*

 “Ci sono attese che non pesano: 

profumano di pioggia, di routine, di sogni che bussano piano.”


*ASPETTANDO CHE UN GIORNO ARRIVERAI*

"Mi guardo allo specchio appena alzata dal letto, vedo la solita immagine struccata, spettinata con la bocca imbronciata per un altro giorno da vivere. In questi attimi penso sempre di poter volare in qualche posto lontano, caldo, da vivere con gioia e serenità. Mi sembra di essere ancora una bambina che sogna ad occhi aperti, ma questo è un pensiero che faccio ancor prima di alzarmi da tepore delle coperte, il resto è come al solito, come ieri, come oggi e come sarà domani. La verità, la mia verità è solo questa":

Come ogni mattina, apro gli occhi ascoltando la pioggia sul tetto. Il tepore delle coperte mi trattiene ancora un istante, prima che la sveglia mi ricordi che è venerdì e che il mondo mi aspetta. 

Mi alzo, preparo il mio caffè latte e guardo il cielo grigio-blu dalla finestra: la pioggia scende sottile sulle case, sulle strade, sulle auto parcheggiate. E mentre sorseggio l’ultimo goccio, penso a te. A quando arriverai.

Il treno delle sette e quaranta è puntuale. C’è meno gente del solito, e posso leggere il giornale senza sgomitare tra chi spinge e borbotta. Fuori, la città scorre bagnata. Dentro, io continuo a immaginare il giorno in cui ti incontrerò.

In ufficio la luce è troppo forte, i colori troppo chiari. Il capo li ha voluti così, e noi ci siamo adattati. 

La posta da evadere è tanta, i miei collaboratori sono quasi tutti ammalati, e il solito gruppetto decide di andare a prendere il caffè nel momento meno opportuno. 

Io lavoro, rispondo, organizzo. E intanto, senza volerlo, penso a te.

A pranzo, sushi veloce con due colleghe simpatiche. Laura e Rita litigano sull’ultima canzone di Elisa - come sempre - e io le ascolto sorridendo. 

Poi, mentre mastico un pezzo di salmone, mi torna in mente una frase letta ieri sera in un libro: “A volte l’amore arriva quando smetti di cercarlo.” 

E mi chiedo se sarà così anche per noi.

Il pomeriggio scorre lento. La pioggia non smette. Consegno tutto al capo, che oggi - miracolo - sorride. Programmo il lavoro per lunedì, guardo l’orologio: sono le quindici e venti. 

Tra poco si chiude, e per tre giorni potrò respirare. Mi appoggio allo schienale della sedia, chiudo un attimo gli occhi. E ti immagino ancora.

Fuori piove più forte quando esco dal supermercato. 

Ho rifiutato un’uscita con le amiche: avevo voglia di stare al caldo, con una cenetta pronta e un episodio della mia vecchia serie preferita, Cold Case

Penso che, quando arriverai tu, i venerdì sera saranno diversi: abbracciati sul divano, a raccontarci i sogni e le paure.

Sono le venti e cinquanta. Il gatto dorme, la cucina è in ordine, la tv accesa. Sul più bello, squilla il telefono: mia madre, come sempre, nel momento meno adatto.

«Sì mamma… certo che ho cenato… sì, vengo domenica… sì, papà sta bene… sì, sì… ciao.»

Riattacco e mi accorgo che mi sono persa il colpevole dell’episodio. Penso che, quando ci sarai tu, me lo racconterai.

Nel cuore della notte un tuono mi sveglia. 

Vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Mi appoggio alla finestra: fuori la pioggia continua, i lampioni disegnano cerchi gialli sull’asfalto bagnato. E penso a te. 

A quando arriverai.

«Non so chi sei. Non so come sei. Non so quando entrerai nella mia vita. Ma so che un giorno accadrà. E quando accadrà, il tuo sorriso e i tuoi occhi mi faranno innamorare perdutamente. Ti aspetto.»

Torno a letto. Le coperte sono ancora calde. Mi rannicchio, sorridendo. Domani sarà un sabato tutto per me. E chissà… forse sarà il giorno in cui tu arriverai davvero.

So che ci sei da qualche parte nel mondo o forse vicino a me, alla mia vita. Lo so. Lo sento. Ci sei e continuerò ad aspettarti finché ti vedrò spuntare. E ti riconoscerò subito "Amore mio."

“Questa storia nasce da un pensiero semplice: l’attesa non è vuoto, è un luogo pieno di sogni. Ho immaginato una donna che vive la sua quotidianità con dolcezza, lasciando uno spazio nel cuore per qualcuno che ancora non conosce.”

Giampaolo Daccò Scaglione

venerdì 6 febbraio 2026

"Quando le donne amano": * LA NOSTRA ULTIMA ESTATE *

 “Ci sono estati che non finiscono: restano sospese tra Parigi, la memoria e un abbraccio che non invecchia.”

*LA NOSTRA ULTIMA ESTATE*


«Ricordo ancora la nostra ultima estate… 

le passeggiate lungo la Senna, 

le risate sotto la pioggia, 

i giorni che sembravano non finire mai.»


«La stai cantando ancora dopo tutti questi anni?» 

«Certo amore. Te l’avevo dedicata proprio qui, venticinque anni fa, il giorno del nostro matrimonio. Parigi lo sapeva già allora.»

Giulio abbraccia Martina mentre il sole scende dietro la Torre Eiffel. Si erano conosciuti alla Sorbona, appena laureati in architettura. 

Lei, bionda dagli occhi azzurri. Lui, moro, atletico, con lo sguardo intenso. 

Non era stato un colpo di fulmine: era stato un amore che cresce piano, come certe melodie che si capiscono solo dopo averle ascoltate molte volte.

Così dopo quattro di anni di fidanzamento ufficiale, si sono sposati nella chiesa di Saint-Sulpice di Rue-Palatine, in zona della loro università vicino a Saint-Germain-des-Près.

Avevano acquistato casa vicino a degli amici italiani, trasferiti come loro per lavoro nella Ville Lumière, la stupenda Parigi in Rue-Seguièr poco distante dalla Senna.

«Ci pensi, Martina? Venticinque anni di matrimonio e quattro di fidanzamento. E ti amo ancora come il primo giorno. E siamo qui, nel punto esatto in cui ti chiesi di stare con me.»

Lei si abbandona al suo abbraccio. Lui la stringe più forte.


«L’aria d’estate era morbida e calda… 

Parigi faceva di tutto per piacerci. 

Parlavamo di politica, di sogni, di futuro… 

e tu sorridevi come se il mondo fosse perfetto.»


Martina scoppia a piangere. Si asciuga le lacrime con una mano tremante. Giulio le porge un fazzoletto, preoccupato.

«Scusami… questa canzone mi commuove sempre. È la nostra. E ora mi sembra di rivivere tutto. Peccato che gli anni siano volati così in fretta…»

«Ma siamo ancora qui. L’anno prossimo, per i trent’anni insieme, ti porto a New York e ti canto "Summertime."»

«Dio mio, no…» Lei ride, e piano si incamminano verso il Trocadéro.

Martina sente Giulio vicino come sempre. Vicino quando erano giovani. Vicino quando erano diventati genitori di Luca, Alessandro e Mattia.

Mattia. Il nome le trafigge il cuore.

Mattia non è figlio di Giulio. E lei non ha mai trovato una spiegazione che non fosse dolore.

Antonio, il loro amico più caro, era malato di leucemia. Lei e altri amici si alternavano per assisterlo. 

Due notti - due sole notti - la pietà, la paura, la fragilità l’avevano trascinata in un gesto che non aveva mai saputo perdonarsi. 

Antonio era morto tre settimane dopo. Lei aveva scoperto di essere incinta. E poi la verità, arrivata come una condanna: Mattia era figlio suo.

Aveva pianto tutte le lacrime del mondo. Aveva temuto di distruggere Giulio. Così aveva scelto il silenzio.

E Giulio? 

Giulio aveva amato quel bambino come gli altri due. Senza mai fare differenze.


«Avevamo paura di perderci… 

paura di invecchiare, 

e proprio per questo ballavamo 

ogni istante come se fosse l’ultimo.»


Giulio smette di cantare. La guarda negli occhi. La bacia. Il mondo scompare.

«Ti amo, Giulio. Ti ho sempre amato.» 

«Lo so, amore. E ti sceglierei mille volte ancora.»

Lei piange di nuovo. Lui la stringe.

«La nostra estate di allora non era l’ultima. Era la prima di tante. Siamo ancora qui. Noi due.»

Un bacio dorato li avvolge. Poi i loro passi risuonano sul marciapiede, verso casa.

C'è una cosa che Martina non sa:

*Amore mio, - pensa Giulio, - so quanto hai sofferto. Antonio me lo disse due giorni prima di morire. Mi disse che quella notte avevi chiamato lui con il mio nome. Mi disse che ti amava dal giorno in cui te l’avevo presentato. E io… io ho pianto. Per lui. Per te. Per noi. Quando è nato Mattia, avevo dei dubbi. Ho trovato le tue analisi. Le ho lette. So tutto. E non importa. Mattia è nostro. E lo sarà sempre.*

«Amore, guarda… ricordi quel bistrot? Ceniamo lì? Era la sera della parata militare…»

Martina sorride, lo ricorda benissimo. Annuisce. Corrono verso il locale che li aveva visti ventenni, innamorati, vivi.

Parigi città dell'amore:

“Questa storia nasce pensando a ciò che resta dopo venticinque anni d’amore: le verità taciute, le ferite guarite, i perdoni silenziosi. Parigi è solo lo sfondo: il cuore è tutto umano.”

Giampaolo Daccò Scaglione