giovedì 20 agosto 2026

"IL SIGNORE DI SAINT JAMES’S SQUARE"


L'ombra sulla piazza

"A volte si incontrano persone che, al primo sguardo, provocano un lieve e indefinito disagio nel profondo dell'anima. 

Non si tratta di paura viscerale, e non è nemmeno una banale diffidenza dettata dal buonsenso: è qualcosa di molto più sottile, intimo e sotterraneo, come un’ombra improvvisa che passa fredda tra due perfetti sconosciuti. 

Un dettaglio impercettibile del loro volto, un modo troppo attento di osservarti senza chiedere il permesso, un silenzio denso che sembra completamente fuori posto in mezzo al rumore del mondo. 

E tu, intrappolato in quel singolo istante sospeso, rimani immobile e non sai se sia meglio restare a guardare o allontanarti per metterti al sicuro. 

Non è qualcosa di evidente o di macroscopicamente minaccioso: è un dettaglio quasi invisibile, un modo di scrutare i tuoi movimenti che sembra troppo calcolato, un silenzio pesante che finisce per pesare molto più delle parole dette ad alta voce. 

In quei momenti esatti non sai se dare ascolto al tuo istinto o se cedere al richiamo della mente, perché l’istinto ti grida una cosa e la curiosità ti sussurra l’esatto contrario.

Ma ci sono incontri particolari lungo il cammino che non puoi in alcun modo evitare o aggirare. 

Arrivano puntuali nel momento esatto in cui devono arrivare, muovendosi con una precisione geometrica, come se fossero stati segretamente programmati da una parte misteriosa della tua stessa vita che non controlli e che non potrai mai governare. 

E se accetti la loro presenza — se finalmente decidi di non chiuderti, se eviti di proteggerti troppo dietro lo scudo dell'abitudine — scopri con stupore che certe persone non entrano mai nella tua storia per puro caso o per una coincidenza fortuita.

Alcuni incontri speciali hanno il potere divino di aprire una porta invisibile sul retro della coscienza. 

Una porta segreta che non avresti mai e poi mai immaginato di dover attraversare in tutta la tua esistenza. 

Dietro quella soglia di legno si stende un viaggio del tutto inatteso, un ricordo d'infanzia che non sapevi nemmeno di possedere, un mistero profondo che ti riguarda molto più da vicino di quanto tu stesso sia disposto a credere.

E tutto questo groviglio comincia in una piazza di Londra, la storica Saint James’s Square, in un pomeriggio in cui il tempo sembra improvvisamente fermarsi e congelare i passi sul selciato umido. 

È lì, tra le cancellate di ferro battuto e i grandi alberi rigogliosi che incorniciano i palazzi georgiani di mattoni scuri, che un uomo che non conosci, un uomo dall'aria aristocratica e malinconica, ti blocca il cammino e ti guarda dritto negli occhi. 

Ti fissa con un'intensità tale da farti mancare il respiro, come se ti avesse già visto una volta, in un passato remoto e dimenticato, molto tempo fa."


 "IL SIGNORE DI SAINT JAMES’S SQUARE"


Il bistrot di St James’s Park

La mia vacanza londinese insieme al mio caro amico inglese Stuart continuava liscia tra lunghe passeggiate senza meta, visite a musei monumentali, silenziose chiese storiche e giardini reali rigogliosi. 

Ogni singolo giorno trascorso in quelle vie aggiungeva un tassello nuovo e prezioso alla meraviglia totale di quella città, tanto che, dentro di me, sentivo che non avrei più voluto fare ritorno a casa. 

Non che Milano, con le sue strade familiari, avesse improvvisamente smesso di piacermi o mi stesse stretta, ma l’atmosfera che si respirava in quella Londra d'epoca era completamente diversa: appariva più leggera, più dorata, a tratti persino fiabesca. 

I grandi palazzi di mattoni, colpiti dalla luce calda del tramonto che filtrava tra le nuvole, sembravano quasi respirare insieme ai passanti.

Mentre camminavamo, ci siamo fermati davanti alla grande vetrina di una pasticceria tradizionale, dove le torte e i dolci erano esposti sui vassoi d'argento come vere e proprie opere d’arte da collezione. 

Osservando quei riflessi, la mente è volata all'istante a un'altra giornata, piovosa ma incredibilmente allegra, trascorsa tempo prima insieme ad alcuni amici fidati di Stuart.

Quel giorno specifico avevamo deciso di esplorare con calma l’elegante zona di St James’s. 

Dopo una lunghissima camminata sotto una pioggerellina sottile tra Piccadilly e Regent Street, e dopo aver concesso una breve sosta rigenerante nella piccola e polverosa biblioteca vicino a Pall Mall, abbiamo cercato riparo dal fresco entrando in un piccolo e accogliente bistrot. 

Il locale, con i suoi interni di legno scuro e le lampade calde, si affacciava direttamente su St James’s Park, proprio di fronte alle acque tranquille del lago.

Ci siamo accomodati a un tavolo vicino alla grande finestra e stavamo ormai finendo di consumare il nostro pranzo, quando sul parquet si è posata un'ombra. 

Ci siamo accorti, con un pizzico di imbarazzo, che un signore anziano, seduto poco lontano, non smetteva un solo istante di fissarmi. 

Era un uomo dallo sguardo penetrante, avvolto in un pesante soprabito verde scuro e con un basco beige calzato sulla testa grigia. I suoi occhi cercavano i miei attraverso i riflessi dei vetri, con un'insistenza quasi magnetica.

Stuart, accorgendosi di quella presenza, iniziò visibilmente a irritarsi: detestava con tutto se stesso la maleducazione di chi fissava gli altri sconosciuti senza un reale motivo. 

Così, dopo aver pagato rapidamente il conto al cameriere, ci stavamo alzando dalle poltroncine per andarcene via e interrompere quella tensione.

Ma il signore anziano, muovendosi con un passo lento ma deciso tra i tavoli del bistrot, si avvicinò dritto verso di noi, bloccandoci il passaggio.

«Perdonatemi la franchezza e la dicitura maleducata», esordì l'uomo avanzandoci incontro, mentre la sua voce roca rompeva il silenzio del tavolo, «ma vorrei fare una sola, semplice domanda a questo ragazzo biondo. Se mi è concesso…».

Stuart serrò d'istinto la mascella, incrociando le braccia sul petto, già profondamente infastidito da quella sfacciataggine.

«No, vi prego, non fraintendete le mie intenzioni…», continuò subito l’anziano, accennando un sorriso estremamente gentile e malinconico che gli distese le rughe del volto. «Volevo unicamente domandarvi se il suo amico biondo fosse di nazionalità tedesca».

«No, si sbaglia. Sono italiano», risposi io d'istinto nel mio inglese un po’ incerto e scolastico, cercando di smorzare l'ostilità dell'ambiente.

L’uomo anziano annuì molto lentamente con la testa, come se quella mia risposta esatta andasse a confermare o a sbrogliare qualcosa di incredibilmente importante che aveva già intuito da solo guardandomi da lontano.

«Che cosa strana…», sussurrò l'uomo tra sé, continuando a studiare i tratti del mio viso. «Avrei giurato con assoluta certezza che lo foste. Ma vorrei spiegarmi meglio, per non passare solo per un vecchio pazzo. Se avete la pazienza di seguirmi per un solo istante, vi farò perdere unicamente pochissimi minuti del vostro pomeriggio. Avete la parola d'onore di Kamil Peretz — che sarei io, poi. Dipingo in questa città da moltissimi anni, e ci tengo a mostrarvi una cosa che custodisco nel mio studio qui vicino. Solo allora capirete il motivo del mio sguardo».



Il racconto tra le vie di Londra e la soglia del mistero

Non so spiegare bene il motivo per cui accettammo quell’invito bizzarro e uscimmo insieme a lui dal bistrot, ma quell’uomo misterioso — che fin dai primi passi si rivelò di una discrezione assoluta, incredibilmente gentile e privo di qualsiasi secondo fine — riuscì a calamitare tutta la nostra attenzione. 

Mentre ci incamminavamo a passo lento e misurato tra i viali eleganti e le vie silenziose del quartiere di St James’s, Kamil Peretz iniziò a squarciare il velo del passato. 

Con una voce roca che sembrava trasportare il peso degli anni, cominciò a raccontarci la storia di un suo carissimo e vecchio amico, un'anima fraterna conosciuta durante i giorni più bui della seconda guerra mondiale.

Si trattava di un giovane dissindente tedesco, un uomo coraggioso che odiava profondamente la dittatura di Hitler e la follia del nazismo. 

Nel tentativo disperato di sfuggire alla cattura, aveva trovato un rifugio provvisorio in Francia, dove era stato protetto, nutrito e nascosto per lunghi mesi proprio dalla famiglia di Kamil. 

L'anziano pittore ci parlò con gli occhi lucidi della forza di quella loro amicizia clandestina, di tutto ciò che avevano dovuto passare e patire insieme per sopravvivere alla fame e alla paura, e di come, purtroppo, le loro strade si fossero separate bruscamente quasi subito dopo la fine delle ostilità. 

Quell’amico tedesco, infatti, era fuggito all'improvviso, imbarcandosi alla volta degli Stati Uniti d'America grazie a un passaporto falso e a un nome non suo. 

Da quel momento, il silenzio li aveva divisi per decenni.

Sia Stuart che io rimanemmo completamente affascinati e rapiti dal ritmo magnetico di quel racconto d'altri tempi, che faceva sembrare la Londra circostante lo sfondo di un romanzo storico. 

Kamil ci condusse con passo sicuro attraverso King Street, svoltando poi lungo la maestosa Pall Mall, per poi infilarci infine in una piccola e ombreggiata traversa secondaria. 

Fu alla fine di quel vicolo che la strada si aprì all'improvviso, sbucando nel cuore della piazza più bella, nobile e fiera che avessi mai visto in tutta la mia vita: Saint James’s Square.

Non l’avevo mai visitata prima di quel momento. 

Rimasi letteralmente incantato, immobile sul marciapiede, a osservare quell'architettura sobria, geometrica e magnifica, così perfetta nelle sue proporzioni da togliermi quasi il fiato dal petto. 

Sentii un vero e proprio tuffo al cuore, una sensazione strana di stupore e familiarità al tempo stesso.

Stuart scoppiò a ridere di gusto, divertito dal mio volto completamente rapito da quella meraviglia, mentre Kamil Peretz si voltò a guardarmi con un sorriso dolce, colmo di una profonda e consapevole nostalgia.

Ci spostammo di pochi passi, cercando riparo sotto la solenne ombra di un maestoso porticato di pietra che delimitava l'ingresso di uno dei palazzi storici della piazza. 

Lì, riparati tra le imponenti colonne classiche che sembravano quasi voler fare da cornice a quel quadro vivente, ci fermammo a guardare l'orizzonte. 

Da quella posizione privilegiata, il contrasto era pazzesco: l'oscurità fresca del loggiato esaltava la luce dorata e accecante del pomeriggio che continuava a battere incessante sulle cancellate di ferro e sugli alberi in fiore del giardino centrale. 

Eravamo immobili, quasi fossimo diventati parte integrante dell'architettura stessa di Londra.

Kamil si fermò accanto a noi, appoggiando la schiena alla pietra logorata dal tempo, e sollevò una mano rugosa per indicare i profili georgiani dei tetti.

«Guarda un po'...», sussurrò l'anziano pittore, lo sguardo perso nei riflessi dorati della piazza. «Hai esattamente la stessa identica espressione dipinta in faccia che fece il mio Erik quando vide per la prima volta questa meraviglia di Saint James’s Square. Potete farmi la cortesia di aspettarmi qui sotto questo porticato per qualche istante, per favore? Salgo nel mio studio che si trova proprio qui sopra e torno da voi tra meno di cinque minuti. Devo mostrarvi una cosa che ho custodito con cura per tutta la vita. Restate qui, nel mezzo di questa luce. Solo allora capirete».

Si voltò lentamente e, prima che potessimo rispondere, scomparve oltre il pesante portone di legno del palazzo, lasciando Stuart e me in un'attesa immobile e sospesa, mentre l'aria di Londra sembrava quasi trattenere il fiato.



Il ritratto dell'altro

Stuart ed io ci guardammo per un istante negli occhi, sorpresi da tanta solennità, poi facemmo un cenno d’assenso sincero con il capo. 

In un secondo, senza aggiungere altro, Kamil Peretz si voltò e scomparve oltre il pesante portone di legno del palazzo poco distante, lasciando dietro di sé il suono dei suoi passi che risuonavano nell'androne. 

Non avevamo la minima idea di cosa volesse realmente mostrarci, né cosa potesse nascondere lo studio di un vecchio artista londinese. 

Eravamo incredibilmente incuriositi, sospesi in un’attesa che si faceva via via più densa.

Mentre Stuart rimaneva in piedi sotto la frescura del porticato a fumare lentamente una sigaretta, guardando le volute di fumo perdersi nell'aria, io — sempre più estasiato ed ipnotizzato dall'eleganza geometrica di quella piazza magnifica — decisi di muovermi. 

Attraversai la strada e spinsi il cancelletto di ferro, entrando nel cuore verde dei giardini centrali di Saint James’s Square, lasciandomi cullare dal profumo degli alberi in fiore.

Dopo qualche minuto, il silenzio venne spezzato. 

Sentii chiamare il mio nome ad alta voce dal fondo della via. Mi voltai di scatto e vidi le sagome di Stuart e di Kamil che mi aspettavano, fermi esattamente sotto il loggiato di pietra. 

Mi avvicinai a passi rapidi, attraversando nuovamente la carreggiata. Stuart si stava pigramente rimettendo la sigaretta tra le labbra, con l'aria di chi aspetta una spiegazione, quando Kamil, con un gesto solenne e lento, sollevò un pesante pezzo di stoffa scura che copriva interamente una grande tela incorniciata d'oro.

Il tempo sembrò congelarsi. 

La sigaretta accesa di Stuart cadde letteralmente dalle sue labbra, finendo sul selciato, non appena i suoi occhi incrociarono la superficie del ritratto.

«Bloody hell… pardon…», mormorò il mio amico inglese con una voce spezzata e completamente sconvolta. Si voltò verso di me con il fiato corto: «Tommaso, guarda. Avvicinati e guarda».

Feci un passo in avanti, sporgendomi oltre la spalla del pittore, e impallidii di colpo. 

Sentii il sangue defluire dal viso, che divenne di un pallore da far paura. 

Il volto dipinto a olio sulla tela era, in modo spietato e innegabile, il mio. Sembravo proprio io, impresso in un'altra epoca. I

l profilo del naso appariva leggermente diverso, più affilato, e la divisa militare d'altri tempi apparteneva a un passato non mio, ma i lineamenti, il taglio degli occhi e l’espressione erano i miei. 

Ero io, intrappolato in quel quadro d'altri tempi.

Alzai gli occhi, incrociando lo sguardo lucido e penetrante di Kamil.

«Capisce adesso, Tommaso, perché ho sentito l'impulso incontrollabile di fermarmi al bistrot?», sussurrò l’anziano artista con una dolcezza infinita. «Dovevo assolutamente farvi vedere questo quadro. Lo dovevo a Erik, e lo dovevo a me stesso».

Rimasi a lungo in silenzio, completamente magnetizzato, a fissare quel ritratto antico. 

Mi assomigliava in modo spaventoso. Pensai intensamente a cosa avesse provato Kamil nel profondo del cuore quando mi aveva visto seduto al tavolo del bar, a quale abisso di ricordi e rimpianti avesse risvegliato in lui quel volto così incredibilmente simile a quello del suo compagno di giovinezza perduto. 

Ero profondamente imbarazzato da tanta attenzione, ma al contempo mi sentivo piacevolmente sorpreso, avvolto dal calore di quel mistero superiore.

Kamil, con le mani che gli tremavano leggermente per l'emozione, volle scattarmi una fotografia lì nella piazza, insistendo affinché mi mettessi nella stessa identica posizione fiera del giovane del ritratto, con la luce del tramonto a tagliarmi il viso. 

Quella fotografia d'autore non la vidi mai. Non so per quale strano motivo o per quale bizzarro incastro di impegni, ma nei giorni successivi della vacanza non passammo mai più da quelle parti di Londra.

All'interno del mio cuore, ho sempre sperato con tutto me stesso che Kamil Peretz, con il passare degli anni, avesse finalmente ritrovato il suo Erik da qualche parte nel mondo… o che almeno fosse riuscito a ricevere sue notizie dall’America. 

Chissà. Forse è stato davvero un segno del destino.

Quando quel pomeriggio ci allontanai definitivamente da Saint James’s Square, camminando lungo i viali, sentii con assoluta certezza che qualcosa di mio era rimasto lì, sospeso per sempre tra le fronde degli alberi e le facciate eleganti della piazza. 

Non era una questione legata solo al ritratto sulla tela, e non era colpa della somiglianza fisica. 

Era come se quel volto dipinto — il mio, ma appartenente a un altro uomo — avesse aperto una porta segreta che non sapevo nemmeno di avere dentro la coscienza. 

Stuart camminava al mio fianco in totale silenzio, ancora visibilmente scosso da quel risveglio. 

Io, invece, non riuscivo a smettere di pensare a Kamil Peretz, al modo unico in cui mi aveva guardato dal bancone, alla storia d'amore e di fuga del suo amico scomparso durante la guerra, e a quella foto che non avrei mai avuto il privilegio di vedere.

Attorno a noi due, la città di Londra continuava a muoversi frenetica e indifferente, ma nel profondo sentivo che qualcosa di immenso mi aveva toccato l'anima. 

Non sapevo definire cosa fosse. Forse si trattava di un ricordo antico che non mi apparteneva, o forse era il riflesso di un destino che non avevo ancora incontrato lungo la via. 

So solo che, da quel pomeriggio di luce, ogni volta che la mente torna a quella piazza dorata, ho la certezza incrollabile che quel giovane ufficiale del ritratto — colui che mi somigliava in modo così spietato — non si trovasse lì per caso. 

E che nemmeno io lo fossi.



Il biglietto nella fodera

Qualche giorno dopo quel misterioso incontro a Saint James's Square, la vacanza era ormai giunta al termine. 

La stanza dell'hotel era immersa nella luce pallida e lattiginosa di una tipica mattinata londinese, mentre Stuart ed io stavamo preparando svogliatamente le valigie per fare ritorno a casa. 

Tra il rumore delle cerniere e il disordine dei vestiti sparsi sul letto, infilai la mano nella tasca interna della mia giacca di lino per controllare i biglietti aerei. 

Fu in quel preciso istante che le mie dita sfiorarono qualcosa di strano: un piccolo foglietto di carta stropicciato che ero certissimo di non aver mai messo lì.

Era un pezzetto di carta ingiallito, piegato con cura in quattro parti, sottile e quasi leggero come la carta velina da lettere d'altri tempi. 

Lo spiegai lentamente, avvertendo un improvviso e inspiegabile brivido freddo scorrermi lungo la schiena. 

Sopra la superficie ruvida, tracciata con un inchiostro scuro e una grafia tremante ma decisa, c’era scritta unicamente questa singola, enigmatica frase:

“Erik non era il primo.”

E subito sotto, come a voler sigillare un patto segreto, una firma appena accennata con un tratto rapido, quasi invisibile a un occhio distratto: K. Peretz.

Mi sedetti di colpo sul bordo del materasso, con il foglietto stretto tra le dita che mi tremavano leggermente. 

Rimasi a fissare quelle parole, mentre la mente cercava disperatamente di rimettere in ordine i pezzi di quel pomeriggio nella piazza. 

Proprio in quel momento, Stuart entrò nella stanza con una pila di camicie in mano; si bloccò sulla soglia, vide la mia espressione pietrificata e si fermò immobile, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.

«Che c’è, Tommaso?», mi domandò, la voce improvvisamente tesa per la preoccupazione. «È successo qualcosa? Sei pallido da far paura».

Senza riuscire a pronunciare una sola parola, gli mostrai semplicemente il foglio, tenendolo teso verso di lui.

Stuart si avvicinò lentamente, prese il biglietto tra le mani e lo lesse in silenzio. Sbarrò gli occhi neri, poi sollevò lo sguardo su di me, con un’espressione completamente sbigottita e confusa.

«Tommaso… ma quando diavolo te l’ha dato?», sussurrò, guardando la fodera della mia giacca. «Siamo stati sempre insieme sotto quel porticato».

Scossi la testa in segno di diniego. 

Non lo sapevo. 

Non ne avevo la minima idea. 

Per quanto sforzassi la memoria, non ricordavo nessun singolo istante in cui Kamil Peretz si fosse avvicinato così tanto a me da poter infilare di nascosto qualcosa nella tasca della mia giacca senza che io o Stuart ce ne accorgessimo. 

Era stato un gesto invisibile, da vero prestigiatore dei ricordi.

Stuart rimase a lungo in silenzio, fissando il vuoto della stanza d'albergo, poi pronunciò una frase profonda, con un tono serio che non avrei mai più dimenticato per il resto dei miei anni:

«Forse quel vecchio pittore non voleva solo mostrarci il ritratto di un suo amico del passato. Forse c'è sotto qualcosa di molto più grande».

Guardai di nuovo, con gli occhi sbarrati, quella frase tracciata sulla carta. *Erik non era il primo*.

E per la prima volta da quando avevamo messo piede in quella città, ebbi la certezza incrollabile che quel ritratto antico appeso nello studio non fosse affatto una coincidenza bizzarra. 

Che quella somiglianza spaventosa con i miei lineamenti non fosse un semplice gioco gratuito del destino. 

Che Kamil Peretz non ci avesse portati sotto le colonne di Saint James’s Square per una pura e malinconica nostalgia di guerra. 

Ma per un motivo ben più profondo, un segreto immenso che riguardava direttamente me, la mia identità, e che lui non aveva ancora avuto il coraggio di dire ad alta voce.

La porta del passato si era riaperta, e dietro la nebbia di Londra, il vero mistero era appena cominciato.

Giampaolo Daccò Scaglione 





 





lunedì 17 agosto 2026

"IL SOGNO DI FRANCESCA"


 

Nel bosco prima dell'entrata

Il sole, parzialmente nascosto tra le grandi e fitte fronde degli alberi che circondavano quei boschi lontani dalla città, mi offriva un provvidenziale riparo dal caldo torrido di quel pomeriggio assolato e leggermente afoso. Camminavo in totale solitudine, spinto dal desiderio profondo di assaporare ogni istante di quella passeggiata solitaria, immerso in un verde denso che appariva quasi incantato.

Da qualche minuto, una farfalla bianca non faceva che rotearmi ostinatamente attorno. Osservandola, la mente era volata a una suggestiva e antica leggenda azteca che avevo letto tempo prima: si raccontava che quando una farfalla ti gira intorno, un'anima che ha abbandonato il mondo terreno e vive ormai in un'altra dimensione stia tornando a salutarti sotto forma di quel bellissimo insetto. 

È una carezza invisibile, un modo per farti capire che quella persona ti è ancora accanto. Se la farfalla è bianca, l'anima appartiene a una donna; se è colorata, a un uomo. In alternativa, si diceva che quell'alleanza d'ali venisse ad annunciarti che una persona a cui sei profondamente legato stava abbandonando la terra in quel preciso istante, per fare ritorno in un mondo fatto solo di bellezza e assoluta serenità.



Sorrisi tra me, guardando la farfalla svanire tra le foglie di alcuni cespugli in fiore poco lontani. Un leprotto scivolò via veloce alla mia destra, probabilmente spaventato dal rumore dei miei passi. Poco più avanti, mentre il sentiero si faceva sempre più ombreggiato e fresco, sentii il mormorio di un piccolo rio che scorreva poco distante, finché non lo raggiunsi.

In quel punto si apriva una piccola radura costeggiata da una roggia dall'acqua limpidissima. Poco più in là, i grandi tronchi di alcune piante monumentali sembravano un invito esplicito a sedersi sotto la protezione dei loro rami spioventi, come se potessero farti da scudo contro le insidie del mondo. Istintivamente mi diressi in quella direzione. 

Con un salto superai il piccolo corso d'acqua e mi avvicinai all'albero più maestoso. Stesi un fazzoletto sul terreno e mi sedetti, appoggiando stabilmente la schiena contro quella grande corteccia bruna.

Da quella posizione osservavo il microcosmo attorno a me: lo spiazzo era completamente ricoperto da un tappeto di piccoli fiori gialli e azzurri. Un vento caldo e leggerissimo muoveva le fronde sopra la mia testa, cullandole dolcemente. 

Il suono ipnotico del fiumiciattolo e il frinire incessante delle cicale mi regalarono un relax talmente profondo che chiusi gli occhi per un solo istante. Ma la stanchezza accumulata, il calore del pomeriggio e quella totale sensazione di benessere ebbero il sopravvento: mi addormentai profondamente. Tutto ciò che mi circondava svanì in un incanto, inghiottito da un buio assoluto e pacifico."



All'improvviso, una voce cristallina e familiare spezzò la tenebra del sonno: «Paolo… Paolino, sei qui davvero allora…».

Aprii gli occhi di scatto. 

Il volto di Francesca, straordinariamente sereno e dolce, era chino su di me. I suoi occhi verdi e brillanti mi fissavano con un’espressione divertita, identica a quella di un tempo. 

Rimasi impietrito dal colpo, sopraffatto dallo stupore nel vedermela davanti.

«Ma… Francesca! Cosa ci fai tu qui?», le chiesi, scrutandola meglio nel tentativo di capire.

I suoi capelli lunghi e scuri, accesi da caldi riflessi ramati, si muovevano leggeri a quella stessa brezza estiva. 

Indossava un abito bianco candido, con pantaloni e una maglia di lino che emanavano un bagliore quasi argenteo. 

Mi rispose con dolcezza, senza però stringermi la mano: «Seguimi, Paolo. Ti devo far vedere una cosa».

Come se si trattasse della cosa più naturale del mondo, mi alzai e iniziai a seguirla. La guardavo camminare da dietro: non aveva perso un briciolo di quella andatura sinuosa ed elegante che l'aveva sempre contraddistinta in vita. 

A un tratto si voltò di scatto verso di me, regalandomi un sorriso radioso: «Vieni, adesso siediti qui con me, su questo tappeto».

Sinceramente, guardando il terreno, io quel tappeto non lo vedevo affatto; eppure, non appena mossi i piedi, ne percepii chiaramente la consistenza morbida sotto le suole. 

Lei si sedette davanti, io mi posizionai subito dietro di lei. All'improvviso, quella superficie invisibile si mosse, sollevandosi lentamente sopra il prato, sopra il fiumiciattolo, sopra le cime degli alberi e dei cespugli fioriti. 

Nel giro di pochi istanti ci ritrovammo sospesi a una quota altissima, con un cielo di un azzurro purissimo sopra le nostre teste e un sole che, per quanto fosse forte e radioso, stranamente non mi accecava affatto gli occhi.

«Ma cosa sta succedendo…?», cercai di chiederle con un filo di voce, mentre sotto di noi, oltre il confine del bosco, si stendeva un panorama surreale. 

Era una distesa infinita di chiese cattoliche, templi indiani, moschee, sinagoghe ed edifici religiosi di ogni fede possibile, tutti completamente avvolti da fitte piante di edera rampicante. 

Quelle piante sembravano quasi soffocarli, attorcigliate attorno ai marmi e alle cupole come spire di enormi serpenti verdi.



«Vedi, Paolino?», disse Francesca, mentre volavamo veloci sopra quelle monumentali costruzioni sacre e un vento fresco ci scompigliava i vestiti e i capelli. 

«Queste sono le strutture che avete edificato voi, nel vostro mondo. Cose che là dove vivo io adesso non sono mai esistite, non ci sono mai state… È tutto completamente diverso. Da voi esistono unicamente perché sono state create dall'ingegno e dalla paura degli esseri umani, ma non servono a nulla si non c'è nient'altro dentro il cuore. Mi spiego meglio, Paolo: non servono affatto per quello di cui si avrà reale bisogno un domani, quando verrete anche voi da questa parte…».

Sapevo che, pur dandomi le spalle, lei era in grado di vedere perfettamente ogni mia minima espressione. Sentivo che percepiva nitidamente il brivido di freddo e la forte tensione che mi avevano attraversato la schiena a quelle parole. Il mio volto era una maschera di totale attonimento.

Francesca avvertì il mio turbamento e, sorridendo, riprese a parlare cambiando bruscamente discorso per rassicurarmi: «Ora guarda lì, alla tua destra».

Voltai la testa nella direzione indicata e rimasi senza fiato. 

Sotto di noi si stendeva una città immensa, completamente immersa e avvolta da una luce rosa e dorata. C'erano edifici monumentali dalle forme mai viste prima, divisi in due ali perfette da una scalinata mastodontica che scendeva verso il centro, dove si apriva una piazza di proporzioni gigantesche. 

Quella metropoli era visibile, eppure appariva lontanissima, quasi eterea e inconsistente, nascosta dietro una sottile cortina di nebbiolina argentea. Sorgeva adagiata sul fondo di una valle profonda, protetta e racchiusa da due maestosi versanti di montagne completamente ricoperti di abeti verdi.

Fu in quel preciso momento che iniziai a rendermi conto, con assoluta certezza, di non trovarmi più nella realtà. Un secondo brivido, stavolta più profondo, mi corse lungo la schiena.

«Non aver paura, Paolino, ci sono io qui con te», sussurrò Francesca, indovinando i miei pensieri senza bisogno che pronunciassi una sola parola. 

«Ora ti farò vedere un’altra cosa. Ma lì, in quel luogo, dovrai guardare usando soltanto il tuo cuore e la tua anima per riuscire a capire… Guarda là sotto, sotto di noi».



Il tappeto – che io continuavo a non vedere, pur sentendone la consistenza – compì una virata fluida, inclinandosi leggermente nel cielo azzurro. 

Sotto di noi si stendeva uno scenario mozzafiato: un grande lago dalle acque di un verde smeraldo profondo, al cui centro sorgeva un'isola interamente ricoperta di fiori dai mille colori. 

Su quell'isola poggiava un tempio di cristallo luminoso, la cui struttura era formata da piccoli esagoni perfetti che riflettevano la luce solare come un diamante. 

Dall’ingresso di quella cattedrale trasparente partiva una strada bianchissima che, attraversando l’acqua come un ponte sospeso, finiva sulla riva opposta, proprio davanti a noi. 

Lì si congiungeva a un altro tempio, dall'architettura strana: aveva la forma di un massiccio lingotto circondato da colonne imperiose, sormontato da una guglia a forma di fiamma a spirale che si stagliava verso l'alto. 

Entrambe le strutture, sulla riva, erano fatte di oro puro, splendente e incorruttibile.

«Li vedi, Paolo?», mi chiese Francesca, la voce tesa in un’attesa vibrante. «Li vedi tutti e due, o riesci a vedere come i due siano in realtà uniti in uno solo?».

«Cosa?», risposi, scuotendo la testa, sopraffatto da quella geometria mistica. «Cosa dovrei capire, Francesca?».

«Guarda meglio… cosa vedi davvero?».

«Vedo due strutture distinte», replicai, sforzando gli occhi. 

«Una è di cristallo, sull’isola in mezzo al lago. L’altra è d’oro, sul prato. Sono unite tramite quella strada bianca… Ma cosa sono? Cosa rappresentano?».

Seguì un lungo silenzio, denso e sospeso. Francesca si voltò lentamente su se stessa, sedendosi di fronte a me, e mi fissò dritto negli occhi con un’intensità infinita.

«Vedi, Paolo? Quelle due strutture sono fuse insieme, ma tu continui a vederle separate. Non hai capito ancora, fratello mio…».

Sentii una sottile e gelida paura iniziare a insinuarsi dentro di me, ramificandosi sotto la pelle. 

Ero sicuro di essere lì, ero sveglio nel mio sonno: sentivo l'aria fresca del volo accarezzarmi il viso, vedevo nitidamente quel paesaggio straordinario scorrere sotto i miei piedi, eppure… 

Alzai gli occhi verso il cielo azzurro, sopra le montagne e i boschi di abeti che incorniciavano la valle. Erano reali. Ma io, esattamente, in quale angolo dell'universo mi trovavo in quel momento?

«Non aver paura finché sei con me», mi rassicurò Francesca, leggendo il terrore nei miei occhi azzurri. 

«Ma ho capito che non sei ancora pronto. Vedi i due templi separati, ma ti assicuro che loro sono una cosa sola, e non è certo la strada bianca a tenerli uniti…».

«Ho paura, Francesca», ammisi con un filo di voce, sentendo il cuore battere all'impazzata. «Vorrei tornare indietro. Ti prego, riportami indietro».

In quel momento mi resi conto con assoluta lucidità che c’era qualcosa di profondamente estraneo, di non reale e di immenso in quello che stavo vivendo.

«Come vuoi, fratello mio», rispose lei, regalandomi un sorriso intriso di una dolcezza malinconica. 

«Ti riporto alla tua radura. Ma per tornarci, Paolo, dovrai prima scavalcare quel muretto bianco. Io non possiedo la chiave del cancelletto per farti passare».




In un battito di ciglia ci lasciammo alle spalle le montagne, la foresta di abeti, i templi d'oro e di cristallo e quella immensa città rosa e dorata. Il tappeto invisibile iniziò a perdere quota, planando dolcemente fino a posarsi sopra il muretto che Francesca mi aveva indicato.

Era un muretto bianco, lunghissimo, che tagliava il panorama in due; guardando a destra e a sinistra, non se ne vedeva né l'inizio né la fine, come se dividesse due eternità. Proprio in mezzo alla pietra, sorgeva un cancelletto di ferro battuto, tenuto strettamente chiuso da una pesante catena d’oro lucente.

Ci ritrovammo seduti a cavalcioni su quel muretto. Volgendo lo sguardo verso l'orizzonte, da lontano, riuscii a scorgere la sagoma di Milano e la distesa grigia della pianura padana. 

Mi girai verso Francesca, tesi le braccia nel disperato tentativo di stringerla a me, di sentire il suo calore, ma lei si scostò d'istinto, continuando a sorridermi con gli occhi lucidi. 

Nella mente mi risuonò il suo pensiero limpido, come se viaggiasse nell'aria: «Non mi è permesso, Paolo. Vai ora».

Spiccai un salto giù dal muretto, atterrando dal lato della pianura. 

Non appena avvertii la terraferma sotto le suole dei piedi, sentii la tensione allentarsi e una parvenza di calma ritornare nel petto. 

Francesca, rimasta dall'altro lato della pietra, mi mandò un bacio con la punta delle dita. 

Io aprii le mani verso di lei, implorandola: «Salta giù anche tu, ti prego! Torna indietro con me, vieni a casa!».

Il suo viso divenne improvvisamente serio, solenne, anche se i suoi occhi verdi continuarono a brillare di una luce meravigliosa, ultraterrena.

«Sai che non posso farlo, Paolo», rispose con una voce che sembrava un soffio di vento. 

«Non potrò mai più farlo. Vai adesso, ti voglio un bene immenso. Ma ci vedremo ancora in un posto come questo… Quando mi sarà concesso il permesso, ti raggiungerò di nuovo. Te lo prometto».

«Ma io…», cercai di obiettare, muovendo un passo verso il ferro del cancello.

Lei sollevò una mano per salutarmi, si voltò di spalle e scomparve in un attimo dietro il candore del muro. Sulle mie labbra rimase sospeso soltanto un urlo muto: «Francesca…».

Una luce accecante e improvvisa mi costrinse ad aprire gli occhi. Il sole stava tramontando dietro la linea dei boscaglie, e un raggio dorato, filtrato tra i rami spioventi della grande pianta, mi stava colpendo in pieno il viso.

Un sogno. Era stato solo un sogno, o forse qualcosa di profondamente diverso? Mi passai una mano sulla faccia, intontito: sentivo ancora sulla pelle la frescura di quel vento celestiale che mi aveva scompigliato i capelli mentre "ero sul tappeto" in volo con lei. 

Mi alzai in piedi, confuso, smarrito, ma con la certezza incrollabile che quel viaggio onirico fosse stato un contatto reale, una finestra aperta su un'altra dimensione.

Iniziai a incamminami lentamente sulla via del ritorno verso casa. Dopo pochi passi, spinto da un impulso incontrollabile, mi girai di scatto su me stesso. Dietro di me, sopra l'erba della radura, una farfalla bianca volava in modo bizzarro, quasi allegro, disegnando cerchi perfetti nell'aria della sera.

Pensai a quei due templi gemelli, a ciò che Francesca desiderava che io capissi e che la mia mente umana non riusciva ancora a vedere. 

È passato del tempo da quel pomeriggio d'estate, e ancora oggi, ogni volta che ripenso a quel bosco, cerco di decifrare il significato profondo di quelle due costruzioni che io vedevo distaccate, mentre per lei erano una cosa sola: il cristallo e l'oro. 

La trasparenza dell'anima e la perfezione del cuore.

So che ci sarà ancora tempo per scoprirlo. E nel frattempo, rimango qui in attesa, aspettando che lei trovi di nuovo il permesso di venirmi a trovare, per farmi sognare e continuare a sperare.

Giampaolo Daccò Scaglione










sabato 15 agosto 2026

"LEI È LASSÙ"


"Da quanto tempo Federica non c'era più? Cinque, sei mesi, o forse persino meno? 

In fondo non era mai una questione di calendario o di calcoli matematici, ma di ricordi vivi, di mancanze acuminate che ti ferivano a tradimento, di qualcosa di prezioso che si era spezzato per sempre e che ora cercavi disperatamente ovunque, in ogni angolo dello spazio. 

Ti ritrovavi a inseguire la sua ombra nei piccoli gesti quotidiani, nelle atmosfere silenziose delle stanze vuote, in quei pensieri notturni che non trovavano pace. 

Suo fratello camminava per strada ore intere, osservando i volti ignoti delle ragazze che incrociava sul marciapiede, cacciando disperatamente una somiglianza fugace negli occhi di un’estranea, una movenza familiare nel traffico, un'espressione del viso che potesse restituirgliela viva anche solo per un singolo secondo. 

Era una ricerca continua, logorante, che tuttavia, con il passare dei mesi, cominciava lentamente ad affievolirsi, lasciando il posto a un dolore sordo, cupo, tutto chiuso dentro il guscio del cuore."


"LEI È LASSÙ"


La lama del tempo

Poi arrivò quel giorno strano, segnato da una bizzarra e inquietante coincidenza di date. 

Poteva essere il 28 aprile, o forse una mattina di maggio. 

Il 28 ottobre, invece, era stato il giorno esatto in cui Federica se n'era andata via per sempre, svanendo nel vento freddo dell'autunno. 

È passato troppo tempo per riuscire a ricordare con precisione millimetrica ogni dettaglio di quel pomeriggio: ricordo solo che ero seduto al bar del centro con un amico, cercavamo di fare due chiacchiere distensive davanti a un caffè caldo, ma io continuavo a guardare nervosamente l'orologio da polso per non fare tardi a un importante appuntamento di lavoro.

In quel preciso istante, le lancette d'acciaio segnarono le 13:14. 

L'ora esatta in cui, mesi prima, era iniziato l'ultimo, definitivo viaggio di Federica. E proprio in quel momento, quasi rispondendo a un richiamo invisibile, la porta a vetri del locale si aprì ed entrò lui: Stefano.

Non lo vedevo da una vita intera. Erano passati moltissimi mesi, forse già qualche anno dall'ultima volta. 

Stefano era l’eroe malinconico della nostra giovinezza perduta: da sempre innamorato pazzo di Federica, da sempre la sognava in silenzio nell'oscurità, sperando contro ogni logica che lei prima o poi si accorgesse di lui e del suo sentimento pulito. 

Ma il suo cuore, alla fine, si era dovuto rassegnare alla realtà; aveva capito che la sua era una speranza vana, un'illusione impossibile da afferrare. Federica apparteneva già a un altro uomo, a Roberto, colui che l’aveva sposata solo tre anni prima. 

Quando Stefano lo aveva saputo, era semplicemente scomparso nel nulla: via dalla vita di lei, via dal nostro gruppo di amici, via da tutto.

Non avevamo più avuto alcuna sua notizia, se non attraverso i vaghi e confusi racconti di qualche conoscente comune. Qualcuno in città diceva che si fosse trasferito a Lodi, un altro giurava di averlo incrociato per caso vicino a Pavia; c'era chi sosteneva che convivesse felicemente con una donna divorziata e chi, invece, diceva che vivesse da solo, isolato dal mondo in una vecchia casa di campagna. Ognuno aggiungeva un dettaglio di fantasia, ma la verità profonda non la sapeva nessuno.



E ora, per un bizzarro e poetico scherzo del destino, Stefano era lì, in piedi di fronte a me, sotto la luce al neon del locale. 

Dopo aver comprato un pacchetto di sigarette alla cassa, si voltò lentamente su se stesso, mi vide e mi rivolse un sorriso incredulo, quasi abbagliato. 

Si avvicinò tendendomi la mano, mentre io avevo appena finito di bere l'ultimo sorso del mio caffè. Invece di stringergliela formalmente, d'istinto lo tirai a me e lo abbracciai stretto, sentendo il tessuto ruvido della sua giacca.

Fui travolto da una sorpresa enorme, sia per quella strana coincidenza temporale sull'orologio, sia perché lui era rimasto identico ad allora, immune al tempo: gli stessi occhi profondamente tristi, i capelli biondo scuro che gli cadevano in ricci folti e ribelli fino alle spalle e quella solita voce roca, calda, assolutamente inconfondibile.

«Patrizio, ciao… ma quanto tempo!», esclamò stupito, sedendosi sullo sgabello accanto.

«Stefano, che sorpresa incredibile! Non speravo più di rivederti, eri letteralmente sparito nel nulla… Come ti vanno le cose?».

«Insomma… sono quello che vedi, niente di più», rispose, allargando le braccia con un sorriso amaro.

Lo guardai meglio sotto la luce radente. In effetti appariva stanco, un po' segnato in volto dalle fatiche della vita, ma non me la sentii affatto di scavare troppo a fondo nei suoi affanni privati.

«Caro Patrizio, si tira avanti, un giorno alla volta», continuò Stefano, accennando a un sospiro profondo. 

«Alcuni eventi non sono andati come speravo, i progetti sono crollati. Ora vivo a pochi chilometri da qui… lavoricchio, ho una mezza storia senza troppe pretese. Sai, la solita merda di sempre. Amici veri non ne ho più. Molti se ne sono andati per sempre, della *vecchia guardia* siamo rimasti davvero in pochi».

Sapevo benissimo a cosa si riferisse con quelle parole. 

Conoscevo quel dolore profondo che ti porti dentro quando perdi le persone care una dopo l'altra lungo il cammino, ma non potevo immaginare che, un istante dopo, mi avrebbe rivolto proprio la domanda più temuta in assoluto.

«Dai, l'importante è cercare di reagire, trovare una nuova strada da percorrere…», risposi io, con una voce che purtroppo suonò poco convinta e artificiale persino alle mie stesse orecchie.

Stefano mi fissò in un modo strano, penetrante. Fece un sorriso di sbieco, uno di quegli sguardi indecifrabili e malinconici ai quali non sai mai cosa rispondere.

«E tu invece? Come te la passi?», mi chiese, mandando giù un sorso freddo della birra che aveva appena ordinato al bancone del bar.

«Maluccio, a dire il vero. Devo cambiare lavoro al più presto, mia madre sta molto male e a quanto pare le cose in famiglia peggioreranno. E come se non bastasse, la relazione con Sandro mi sta facendo letteralmente dannare, un vero groviglio». 

Non volevo andare oltre, non volevo svelare troppo di quel disastro sentimentale.

Lui accennò un sorriso comprensivo, quasi fraterno. Nei suoi occhi tristi lessi chiaramente un pensiero muto: *Come al solito scegli sempre le persone sbagliate con cui stare, Patrizio. La stessa identica cosa che ho sempre fatto io in tutta la mia vita.*

«Bene Stefano, adesso devo proprio scappare, sono in un ritardo pazzesco…», dissi, alzandomi per rompere quell'improvvisa ondata di malinconica nostalgia che aveva invaso il tavolo.

Fu allora che Stefano mi guardò dritto in faccia, mi bloccò lo sguardo e pronunciò le parole che non avrei mai voluto sentire, squarciando il silenzio: «E Federica? Come sta? Va tutto bene con Roberto?».



Il bagaglio dei ricordi

Stefano non sapeva. 

Nessuno gli aveva detto nulla. 

Caddi all'istante in un silenzio di ghiaccio, profondo e tagliente, e sentii il viso svuotarsi di ogni colore. Diventai di un pallore bianco da far paura. 

Accanto a me, il mio amico assunse un'espressione profondamente imbarazzata e abbassò lo sguardo verso il pavimento, mentre Luca, il barista, si bloccò immobile con il boccale di vetro sospeso in mano. 

In un attimo, il brusio confuso del locale affollato sembrò svanire nel nulla, congelato da una bolla invisibile. Eravamo rimasti in quattro, pietrificati e muti, a fissare Stefano con gli occhi colmi di un indicibile sgomento.

Stefano si accorse immediatamente di quel mutismo improvviso e innaturale. Sgranò gli occhi chiari su di noi, cercando disperatamente di decifrare l'angoscia impressa sui nostri volti, mentre quel suo solito sorriso triste si spegneva definitivamente, scomparendo dalle labbra.

«Stefano… ma non ti ha detto niente nessuno in questi mesi?», chiesi con un filo di voce che mi tremava in gola.

«No… cosa avrebbero dovuto dirmi? Non incontro nessuno della vecchia compagnia da troppi mesi, vivo isolato».

«Federica non c'è più, Stefano. Se n'è andata qualche mese fa, in autunno… Lei è lassù»

Le parole mi si bloccarono di colpo in gola, pesanti come macigni, e non riuscii a continuare il discorso.

«Co… come sarebbe a dire che se n'è andata? Spiegati…», sussurrò con un filo di voce roca. 

Il suo volto divenne di un pallore spettrale, quasi trasparente. Credo fermamente che in quel momento una coltellata dritta al cuore gli avrebbe fatto meno male di quella spietata verità.

Vedendomi lottare disperatamente con le lacrime che minacciavano di scendere, intervenne il mio amico con delicatezza: «È morta a fine ottobre, Stefano. Dopo tre lunghi anni di una terribile malattia e…».

«Scusate, devo andare via subito» interruppe lui con una voce completamente spezzata dal pianto trattenuto. Si girò di scatto, dando bruscamente le spalle al bancone del bar, e si diresse quasi correndo verso l'uscita del locale.

«Aspetta, Stefano!», gli gridai, muovendo un passo istintivo verso di lui tra i tavoli. 



Lo raggiunsi in mezzo alla piazza fermandolo con il braccio, distanti da orecchie indiscrete e da persone che ci conoscevano.

«Fermati, ti prego, io…».

«Ciao Patrizio, forse un giorno ci vedremo ancora e mi racconterai tutto con calma… Ma ora no! Ora non ce la faccio proprio, scusami», urlò senza mai girarsi indietro a guardarmi.

Spalancò con violenza la portiera della sua auto e acceso il motore con rabbia scomparve in un secondo nel traffico frenetico del centro, lasciandomi immobile e sbigottito a fissare l'auto che spariva dietro ad una curva dopo il semaforo, riflettendo le luci della via.

Per mesi e mesi non seppi più alcuna notizia di lui. Non sapevo nemmeno a chi chiedere, e quando una sera incrociai per caso uno dei suoi fratelli, mi rispose in modo vago ed elusivo, schivando le mie domande su dove si trovasse esattamente o su cosa stesse facendo della sua vita.

Poi, molto tempo dopo, in una sera d'autunno che sembrava non voler finire mai, venni fermato da un amico comune lungo la strada. 

Ricordo che il cielo era interamente coperto da enormi nuvoloni neri e carichi di tempesta, e l'aria della sera profumava intensamente della pioggia imminente che stava per abbattersi violentemente sulla città. 

Eravamo rimasti soli, al riparo dalle prime gocce in una piazzetta deserta e spoglia, poco distante dal corso principale illuminato dai lampioni.

«Stefano non c'è più, Patrizio. Se n'è andato anche lui, qualche settimana fa», mi disse a bruciapelo, senza preamboli. «Non chiedermi dove sia successo di preciso, né come sia capitato… So solo che non stava bene da tempo, era fragile, e alla fine l'hanno trovato…».

Smisi bruscamente di ascoltare. 

Le sue parole successive diventarono solo un rumore di fondo confuso, mentre una consapevolezza dolorosa e tagliente mi travolgeva l'anima: un'altra parte fondamentale, sacra e bellissima della mia giovinezza si era chiusa per sempre, scivolando nell'immenso e pesante bagaglio dei ricordi d'infanzia. 

Una tempesta improvvisa che gonfiava il cuore di un dolore muto, impossibile da spiegare a parole.

Quella notte, a casa, rimasi a lungo sveglio a fissare il buio della mia stanza. 

Pensai ai nostri quindici, diciott'anni, a quell'epoca benedetta in cui eravamo disperatamente spensierati, in cui consumavamo amori segreti e non corrisposti e stringevamo amicizie così vere e profonde da aiutarci a superare ogni singola delusione. 

Un tempo magico in cui bastava un niente per essere felici, una risata o un disco ascoltato insieme, e il domani era solo un concetto lontano, vago, quasi invisibile all'orizzonte. 

Un domani che, purtroppo, per molti dei miei amici più cari di allora, era già arrivato implacabile e si era consumato troppo in fretta.

Oggi, per un caso del destino, è capitata tra le mani una vecchia fotografia ingiallita dal tempo. 

Una vecchia immagine sbiadita in cui un ragazzo sorride, sereno, spettinato dal vento e con gli occhi lucidi, nel fiore degli anni più belli della sua vita. 

Non si sa quante persone si ricordino ancora di quel volto oggi, nel trambusto del mondo moderno, ma per chi scrive è stato un amico vero, un'anima rara. 

Un amico che non si è saputo – o forse, semplicemente, la vita non ha permesso – di aiutare come avrebbe meritato, e che forse in pochissimi avevano capito davvero fino in fondo.

A quel ragazzo, ovunque si trovi adesso in quella dimensione di luce, vola un abbraccio immenso e silenzioso che supera i confini del tempo.

Giampaolo Daccò Scaglione