martedì 6 ottobre 2026

"I TRE REFRENDUM" - *Le avventure di Verdebosco*


"I TRE REFERENDUM"

(Le avventure di Verdebosco)

 

PROLOGO — Il battesimo ne fu la causa (e si, nelle favole di questo genere i prologhi possono essere uno o due... forse tre. Boh)

Alla Fattoria del Tramonto il primo giorno d’estate non arrivò: scese.

Scese come una stoffa leggera, una luce dorata che si appoggiava morbida sulle travi del fienile, sulle foglie del costone e sulle corna del Toro d’Oro, che da ore camminava avanti e indietro nel recinto come un padre ansioso nella sala parto di un ospedale.

La Mucca Lilla respirava piano, con quella calma profonda che solo le madri possiedono quando sanno che il mondo, da un momento all'altro, sta per cambiare forma. 

E noi due — Giampaolo ed Elia — eravamo lì, appoggiati alla staccionata di legno, a guardare la scena in silenzio, come si guarda un’alba straordinaria che non si vuole perdere per niente al mondo.

«È il momento,» mormorò a un tratto Lilla. 

Il Toro d’Oro si bloccò di colpo, irrigidendosi come se qualcuno gli avesse tirato la coda. 

«Adesso?» chiese con gli occhi sbarrati. 

«Adesso.» E fu davvero in quel preciso istante.

Il primo vitellino arrivò con un muggito sottile, quasi un timido saluto al mondo. Aveva il mantello color Rosa, un rosa confetto che non esisteva in nessun’altra fattoria della terra. 

Poi venne Viola, con gli occhi già spalancati come se volesse capire tutto e subito. 

Poi Argento, lucido e splendente come una moneta appena coniata. 

E infine Platino, che scivolò fuori con la calma regale di chi sa già, fin dalla nascita, che farà parlare di sé.

Quattro cuccioli. Due maschi e due femmine. 

Un miracolo al quadrato, perfetto, che sembrava essere stato preparato da settimane dal cielo stesso. Il Toro d’Oro si voltò verso di noi, con le gambe ancora tremanti per l'emozione: «Li avete visti?». 

«Siamo qui,» rispose Elia con un sorriso. Io annuii. Eravamo lì, in prima fila, come sempre quando il destino decide di fare il teatrante e di mettere in scena i suoi spettacoli più belli.

E mentre i quattro vitellini venivano avvolti nel fieno caldo e profumato, io pensai — senza dirlo ad alta voce — che quella mattina aveva qualcosa di strano nell'aria. Una vibrazione particolare. Una promessa. Una scintilla. 

Non potevamo ancora sapere che quel battesimo sarebbe stato la causa scatenante di tutto; che da lì a poco sarebbe nato il caos più totale, la rivolta sindacale, gli svenimenti a catena, i referendum, le accuse incrociate, le adozioni repentine, le corone storte e le galline furiose. 

Ma quella mattina, alla Fattoria del Tramonto, tutto era ancora avvolto in una quiete magica. E noi due, Giampaolo ed Elia, eravamo lì fermi a guardare la storia che iniziava.




PROLOGO 2: Così tutto successe dopo 9 mesi dal matrimonio (ma l'ho già detta sta cosa oppure.. Ah no era il battesimo.)

Dopo la nascita, il Toro d’Oro e la Mucca Lilla portarono con infinita cura i quattro piccoli nella nuova casa degli animali, quella che avevamo costruito appositamente sul costone della collina, proprio sopra la nostra villa. 

Il legno delle pareti profumava ancora di resina fresca, e il vento della costiera portava su la voce del bosco come un coro lontano. La festa iniziò subito, perché nel Verdebosco nessuno sa aspettare quando c'è da festeggiare.

Il primo ad arrivare sul sentiero fu Ildebrando de Taxis IV°, il Re dei Tassi. 

La sua corona di muschio intrecciato era visibilmente storta, come sempre, e lui continuava a sistemarsela sulla testa con la fiera dignità di chi finge che sia un ricercato accessorio di alta moda. 

«Quattro cuccioli? Con i tempi che corrono?» disse, guardando il Toro d’Oro con aria di sufficienza. «Ambizioso.» 

Il Toro annuì, ancora visibilmente scosso: «È stata una mattina decisamente intensa, Maestà».

Poi comparve il Giudice dei Boschi, il gufo Aureliano de Gufis, con la sua toga nera che camminando trascinava foglie secche e un po’ di polvere del sentiero, mantenendo quel volto serio di chi sembra sempre sul punto di pronunciare una sentenza definitiva e inappellabile. 

«Dove sono i piccoli?» chiese Aureliano con voce solenne. 

«Nella culla di fieno,» rispose dolcemente la Mucca Lilla. Aureliano annuì gravemente, come se avesse appena firmato e approvato un importantissimo decreto regio.

Subito dietro arrivarono Tommy e Bobby, la prima coppia di tassi gay ufficialmente sposata del bosco. Tommy aveva un fiore colorato infilato dietro l’orecchio, mentre Bobby sfoggiava una foglia di quercia legata al collo a mo' di cravatta elegante. 

«Siamo qui!» gridò Tommy saltellando sul prato. «E siamo emozionatissimi!» aggiunse Bobby, che aveva già gli occhi lucidi per la commozione.

In quel momento sbucò Arnaldo de Gufis, il nostro gufo di fiducia, nonché nipote del severo Giudice. Non appena Arnaldo avvistò il nonno, si nascose fulmineo dietro il tronco di un grande castagno. 

«Arnaldo! Ti ho visto!» lo chiamò forte il Giudice Aureliano. 

«Non oggi, ti prego,» mormorò Arnaldo tra le foglie, «non ho proprio voglia di fare discussioni sulla mia carriera o sui miei studi di filosofia.»

Infine, la Presidentessa dei Volatili, l'austera Olinda, arrivò sfoggiando un vistoso cappellino di piume colorate che a ogni passo oscillava a destra e a sinistra come un metronomo. 

Dietro di lei, con passo leggero e un’aria a metà tra il felice e il profondamente preoccupato, comparve Bianca la colomba, sua nipote. 

Appena vide i quattro vitellini accovacciati nel fieno, la colomba spalancò le ali candide: «Ma sono meravigliosi! Che meraviglia!». 

Olinda sospirò rumorosamente: «Bianca, non iniziare, ti prego». 

«Iniziare cosa, zia?» 

«Le tue solite proposte bizzarre. Le commissioni speciali. I comitati etici del bosco.» 

La colomba si irrigidì, offesa nell'orgoglio: «Io non propongo sempre comitati etici!». 

«Hai proposto un comitato etico persino per decidere il colore delle uova delle quaglie lo scorso mese,» le ricordò Arnaldo spuntando da dietro l'albero. 

La colomba arrossì visibilmente tra le piume: «Quella era una questione di principio fondamentale!».

E fu in quel preciso momento, guardando quel raduno di personaggi, che io ed Elia capimmo una cosa con assoluta certezza: la presenza della colomba Bianca sul costone significava che il caos era assicurato.

Il Toro d’Oro guardò la porta d'ingresso della nuova casa degli animali, poi si voltò verso noi due con gli occhi lucidi: «Siamo pronti per la cerimonia?». 

La Mucca Lilla sorrise guardando i suoi quattro capolavori: «Per il battesimo sì, caro. Per tutto il resto che succederà oggi… vedremo».

E noi due, Giampaolo ed Elia, senza sospettare ancora nulla di quello che stava per scatenarsi, ci avvicinammo al fieno. Completamente ignari del fatto che quel battesimo, di lì a pochi minuti, sarebbe diventato la causa di un putiferio colossale.


"I TRE REFERENDUM"

 

I PROTAGONISTI DEL VERDEBOSCO

Giampaolo (GE — Giampaolo Estroverso): Narratore, protagonista e sovrano designato del Verdebosco. È la voce che racconta, l’occhio che osserva e il cuore che tiene insieme l’intero bosco.

Elia (GA — Genio Azzurro Elia): Compare, co-sovrano designato e vignettista ufficiale. Disegna ciò che Giampaolo racconta; insieme formano la coppia che tutti gli animali considerano “i sovrani veri”.

Sire Ildefonso de Taxis III°: Re dei Tassi. Anziano, burbero, con una folta barba di muschio. È il custode ufficiale della Costituzione del bosco (che, per la cronaca, nessuno ha mai letto). 

Tommy de Taxis: Tasso giovane e profondamente innamorato. Il suo sogno più grande è adottare dei tassini.

Bobby Floris de Taxis: Il dolce, preciso e determinato compagno di Tommy. Insieme formano la coppia che darà il via al Primo Referendum.

Lo Scoiattolo Cippy: Iperattivo e perennemente affamato, ha il vizio di mangiare le schede elettorali. Arriva sempre correndo e sempre confuso.

Il Coniglio Timmy: Estremamente emotivo e assolutamente non pronto a prendere decisioni importanti. Ogni volta che deve scegliere qualcosa, sviene o scappa nei cespugli.

Il Procione Giangianni: Mangiatore seriale di pasticcini, fa il suo ingresso sempre nei momenti meno opportuni. È il vero detonatore della storia: ogni volta che parla, nasce un referendum.

Olinda: L'autorevole Presidentessa dei Volatili. È una colomba fiera, zia di Bianca, e porta sempre con sé una lanterna.

Bianca: Una giovane colomba bianca, ribelle e idealista. Sarà lei ad accendere la miccia della rivoluzione delle galline.

Kikka: La gallina più anziana della zona, una vera rivoluzionaria. Ha visto passare la storia delle fattorie, sopporta poco le ingiustizie e guida le altre chiocce come un generale sul campo di battaglia.

I Quattro Galli (Kikki, Kokki, Kukki e Kekki): Sempre pronti a svenire. Cadono a terra come sacchi di grano ogni volta che nel bosco si pronuncia la parola "matrimonio".

Lolo e Dodo: Due delfini eleganti, spiritosi e intelligenti. Sono sempre presenti nei momenti più cruciali della costiera.

Gugu e Bubu: Due gabbiani moderni, molto rumorosi e sempre pronti a commentare dall'alto tutto ciò che accade nel bosco.

Ildebrando de Gufis: Il severo Giudice dei Boschi. Burbero, inflessibile e custode delle antiche leggi. È lui che proclama Giampaolo ed Elia “Imperatori del Verdebosco”.

Aureliano de Gufis: Figlio di Ildebrando. Ha scelto di studiare Filosofia all’Università del Bosco Intellettuale invece di Giurisprudenza. Per suo padre è una vera tragedia nazionale.

Il Gufo Agostiniano Ariberto Rodolfo de Gufis: Un gufo vecchissimo, con piume argentate e occhi di un giallo intenso. È il nonno di Aureliano e capostipite della famiglia.



CAPITOLO PRIMO

Il Referendum delle Adozioni dei Tassi

Nel Verdebosco, dove l’aria del mattino profumava intensamente di foglie bagnate e il vento portava con sé i segreti più intimi degli animali, vivevano Tommy de Taxis e Bobby Floris de Taxis, due tassi giovani, fieri e profondamente innamorati. 

Da molto tempo desideravano una cosa sola al mondo: adottare dei piccoli tassini. Era il loro sogno più grande, il loro progetto di vita, la loro piccola e dolcissima rivoluzione silenziosa.

Un mattino, armati del coraggio che solo i tassi innamorati possiedono, decisero di affrontare l'autorità. Si recarono al cospetto di Sire Ildefonso de Taxis III°, il Re dei Tassi (il nonno di Tommy), che sedeva solennemente sul suo tronco-trono con la folta barba di muschio che gli scendeva fin sopra le zampe anteriori.

Tommy parlò per primo, sfoggiando il massimo rispetto: «Maestà… vorremmo tanto adottare dei tassini».

Il vecchio Re si sistemò con una zampa la corona di muschio che gli era scivolata di traverso, sbuffò rumorosamente come fanno tutti i tassi anziani quando vengono disturbati e sentenziò burbero: «Nella Costituzione del bosco non c’è scritto. E se non c'è scritto, non si può fare».

Bobby, che tra i due era il più preciso e pignolo, fece un passo avanti e aggiunse: «Ma noi abbiamo già provveduto alle copie di parità e ai moduli burocratici, Maestà. È tutto in regola».

Il sovrano non rispose subito. Si limitò a emettere un profondo grugnito di disapprovazione, come se la Costituzione fosse un peso troppo grande che nessuno nel bosco aveva mai avuto davvero voglia di sollevare.

Fu esattamente in quel momento di stallo che sbucarono dalla fitta boscaglia lo Scoiattolo Cippy e il Coniglio Timmy, correndo a perdifiato come se avessero l'intero bosco in fiamme alle proprie spalle. 

Cippy, che stringeva tra i denti una scheda elettorale ufficiale già mezza mangiata per l'agitazione, gridò a gran voce: «Maestà! Maestà! Anche noi vogliamo essere adottati dai due tassi! Vogliamo una famiglia!».

Timmy, che come al solito non era mai pronto dal punto di vista emotivo ad affrontare le novità, si accodò con un filo di voce: «Siamo soli… e timidi… e velociferi… ci serve un papà e un papà».

Tommy e Bobby si guardarono l'un l'altro, completamente confusi: «Ma noi veramente volevamo adottare dei piccoli tassini neonati… non dei coetanei iperattivi, timidi e velociferi!».

Lo Scoiattolo e il Coniglio si guardarono dritto negli occhi per un istante. Poi, come se stessero formulando la proposta più logica e sensata del mondo, esclamarono all'unisono: «E se ci sposiamo direttamente noi due?».

Un millesimo di secondo dopo, Timmy colto da un dubbio improvviso si corresse imbarazzato: «Però… aspetta… noi non siamo mica gay».

Il Re spalancò gli occhi a cerchio per lo stupore. Tommy e Bobby sollevarono le braccia al cielo, ancora più confusi e spazientiti: «E allora che c’entra?!» gridarono tutti in coro.

E fu in quel preciso istante che, seguendo la più classica delle tradizioni del Verdebosco, fece il suo ingresso trionfale il Procione Giangianni. Stava masticando beatamente un bignè alla crema — con ogni probabilità il decimo pasticcino della sua mattinata. 

Con la bocca vistosamente piena, il procione biascicò: «Già… in effetti che c’entra? E poi, se proprio dobbiamo dirla tutta, nessuno si è mai chiesto se i delfini Lolo e Dodo, o i gabbiani Gugu e Bubu, siano effettivamente sposati tra loro oppure no?».

A quelle parole, Sire Ildefonso si portò disperato una zampa alla fronte. La sua celebre barba di muschio tremò vistosamente per la rabbia. Furibondo per quel caos insensato, il Re sbottò lanciando un urlo: «Basta! Siete insopportabili! Visto che ognuno dice la sua, facciamo un referendum popolare sulle adozioni!».

E fu così che, nel cuore del Bosco dei Tassi, nacque ufficialmente il Primo Referendum della storia. 

Tutti gli animali della vallata si radunarono nella radura principale, le schede elettorali vennero distribuite a ogni specie (anche se alcune vennero immediatamente rosicchiate da Cippy), e il vento della costiera portò lontano la voce solenne del sovrano: «Che il Verdebosco decida il proprio destino!».



CAPITOLO SECONDO

La Rivoluzione delle Galline

Nel Verdebosco, quando il sole era ormai alto nel cielo e le foglie dei castagni tremavano nella brezza come piccole campane d'argento, la Colomba Bianca decise che non poteva più tollerare quella scandalosa situazione. 

Era indignata. 

Indignata come solo una giovane colomba idealista può esserlo, con il petto piumato gonfio d'orgoglio e lo sguardo fiero rivolto verso l'orizzonte.

Senza perdere tempo, si diresse filata dalla zia Olinda, l'autorevole Presidentessa dei Volatili, che in quel momento era impegnata a lucidare con cura la sua lanterna d’argento.

«Zia, dobbiamo assolutamente parlare. Le galline sono sul piede di guerra, non ce la fanno più!», protestò Bianca sventolando le ali.

Olinda lasciò andare un profondo sospiro. Sentendo quel tono agitato, le oche della costiera, che si trovavano perennemente in sciopero per un motivo o per l'altro, si avvicinarono curiose. 

Anche le anatre, che solitamente non avevano alcun tipo di problema relazionale con i maschi della loro specie, si disposero in cerchio ad ascoltare in silenzio.

Bianca continuò la sua arringa: «Le anatre non hanno problemi di cuore, le oche nemmeno… ma le galline sì! La gestione sentimentale dei pollai è diventata ridicola e insostenibile!».

Olinda, colpita da quelle parole, annuì gravemente con il suo cappellino di piume. E così, spiegate le ali, decisero di recarsi insieme a fare un'ispezione straordinaria nelle fattorie del borgo.

⭐ La grande adunata delle chiocce

Nelle fattorie la proporzione demografica era drammatica: c’erano ben trentadue galline e la bellezza di soli quattro galli. 

I quattro mariti ufficiali stavano lì, appollaiati su una staccionata ad ascoltare le lamentele delle consorti, sfoggiando l’aria sfinita di chi non ha più energie da spendere ormai da anni.

In mezzo all’aia si fece largo Kikka, la gallina più anziana e rispettata di tutto il Verdebosco. 

Lei andava in giro dicendo a tutti di avere ottant’anni suonati, ma in realtà, stando ai registri del nido, ne aveva compiuti ben centodue, (e, detta tra noi: gallina vecchia fa buon brodo, ma fa anche un sacco di storie!). 

Kikka aveva le piume color del grano maturo e lo sguardo saggio di chi ha visto passare troppe primavere sopra il pollaio.

Alzò un’ala nodosa verso il cielo e gridò con voce roca: «Ora basta! Se nel bosco i tassi maschi possono sposarsi civilmente tra di loro… esattamente come fanno le normali coppie composte da tasso e tassa…».

Olinda, da buona presidentessa pignola, la interruppe subito: «Veramente, cara mia, la tassa si paga all'ufficio delle entrate».

Kikka la fissò malissimo, stringendo il becco. «Donnaccia!», mormorò tra le piume, pensando il peggio di quella burocrate.

Olinda sospirò. Le colombe sospirarono. Le anatre sospirarono. Persino le mucche e le asine, affacciate dalle stalle vicine, lasciarono andare un profondo sospiro di solidarietà femminile.

Kikka riprese il comando dell'assemblea: «Perché noi povere chiocce dobbiamo essere costrette a spartirci un solo marito in otto?! Questo è sfruttamento! Noi ci ribelliamo!».

A quelle parole scoppiò il caos più totale nell'aia.

Si sollevarono starnazzi isterici ovunque. Centinaia di ali iniziarono a sbatacchiare furiosamente in aria come lenzuola stese al vento. Le uova fresche di giornata iniziarono a rotolare sul terreno battuto come biglie impazzite su un tavolo da biliardo. 

Le oche starnazzavano a squarciagola dando manforte alla protesta, le anatre discutevano animatamente sui diritti di parità, e le galline urlavano slogan rivoluzionari contro il patriarcato dei galli.

Olinda, sollevando la sua lanterna d’argento per farsi vedere, gridò: «E allora facciamo la rivoluzione! Assaltiamo il granaio!».

Ma la nipote Bianca la frenò subito, mostrando la sua anima diplomatica: «No, zia! Niente violenza! Facciamo un referendum democratico! Ogni gallina merita un marito tutto per sé. Uno. Personale. E basta».

Sentendo la parola "Referendum" e la prospettiva di dover trovare altre ventotto mogli, i quattro galli della fattoria subirono un tracollo emotivo e svennero all’istante. 

Caddero giù dalla staccionata come sacchi di grano, uno dopo l’altro, con le zampe all'aria.

Olinda si chinò su di loro colpita da quel capitombolo: «Ma che fanno? Svengono così, senza preavviso?».

⭐ Il procione e il pasticcino

E come sempre, come accade puntualmente in ogni momento cruciale della storia del bosco, fece il suo ingresso il Procione Giangianni. Stava addentando con voluttà un altro bignè — con ogni probabilità il sedicesimo della sua intensa giornata gastronomica.

Con la bocca vistosamente piena di crema, il procione biascicò: «Ma che fanno? Svengono? E nessuna di voi, scusate la domanda, si è mai chiesta se i gabbiani Gugu e Bubu, o i delfini Lolo e Dodo, siano effettivamente sposati tra loro?».

A quella domanda le galline si bloccarono di colpo a mezz'aria. Le oche si guardarono tra loro smarrite. Le anatre sospirarono di nuovo. La colomba Bianca spalancò gli occhi verdi per la sorpresa.

Olinda, approfittando di quel silenzio improvviso, sollevò nuovamente la lanterna e proclamò solennemente: «Cittadini volatili, si aprano le urne! Facciamo un referendum ufficiale sui matrimoni gallinacei!».

I quattro galli, che si erano appena ripresi dallo shock precedente, sentendo la parola "urne" svennero di nuovo. Tutti e quattro. In fila perfetta. Cadendo a terra con una sincronia tale da sembrare la coreografia di un balletto d'opera.

E fu così che, tra starnazzi furiose e mariti svenuti, nacque ufficialmente il Secondo Referendum del Verdebosco.



CAPITOLO TERZO

Il Referendum dei Gufi e la decisione finale

Il Giudice Ildebrando de Gufis arrivò nella radura principale completamente furioso, trascinando il figlio Aureliano per l’orecchio. Sembrava un temporale estivo che camminava a grandi passi, con le piume gonfie di sdegno.

«Non è assolutamente possibile tollerare una cosa del genere! Questa è un'infamia!», tuonò il Giudice facendo tremare le foglie dei castagni.

Elia, sfoggiando la calma olimpica di chi in quella pazza mattinata aveva già visto troppi referendum nascere dal nulla, rispose pacato: «Cosa c'è che non va, Giudice? Il fatto che i tassi maschi abbiano deciso di sposarsi civilmente tra di loro?».

«No, no, no! Magari fosse quello!», gridò Ildebrando agitando freneticamente le ali.

Io, Giampaolo, decisi di intervenire per cercare di placarlo: «E allora si tratta della rivoluzione sindacale delle galline, che pretendono un marito personale ciascuna per porre fine allo sfruttamento del pollaio?».

«No, no, no! C'è di peggio!», urlò il Giudice ancora più forte, con gli occhi gialli fuori dalle orbite. 

Poi, con una zampa tremante, indicò il figlio accanto a sé: «Il vero motivo di questo dramma nazionale è QUESTO deficiente di mio figlio! Ha osato prendere la laurea in Filosofia all’Università del Bosco Intellettuale invece che in Giurisprudenza! Questa è la vergogna più totale per la dinastia De Gufis! Diciotto generazioni consecutive di severi giudici del foro... e oggi mi ritrovo in casa un filosofo che medita sui massimi sistemi!».

Il povero Aureliano de Gufis abbassò le piume del capo, profondamente mortificato dal rimprovero pubblico del genitore.

Ildebrando si voltò allora verso me ed Elia, con lo sguardo disperato di chi cerca un'ancora di salvataggio: «Voi due dovete assolutamente aiutarci! Siete voi che dovete fare le nuove leggi del bosco per raddrizzare questa situazione!».

Io ed Elia ci guardammo dritto negli occhi. Ci guardammo proprio bene, cercando di capire se stessimo sognando. Poi, insieme, con tono secco, netto e senza la minima esitazione, esclamammo: «Ma voi siete completamente impazziti!».

Ildebrando sbatté furiosamente le ali sul tronco-trono: «No! Siete voi che con le vostre storie avete creato tutto questo splendido caos! Voi siete a tutti gli effetti gli Imperatori ufficiali del Verdebosco!».

Noi due, allibiti e in coro: «Noi due?! Gli Imperatori?!».

Due gufi anziani e polverosi, appollaiati su un ramo proprio dietro al Giudice Ildebrando, annuirono gravemente con la testa: «Sì, confermiamo. Siete voi».

Io ed Elia tentammo una linea di difesa logica: «Ma se noi siamo semplicemente un narratore e un vignettista che passano le giornate a raccontare storie e a fare disegni nella nostra villa!».

Ildebrando non volle sentire ragioni: «No, no, no! Voi siete gli Imperatori! E siccome, per giunta, non siete sposati tra di voi come le altre coppie civili del bosco... la legge prevede che uno di voi debba essere proclamato Re assoluto!».

Io ed Elia, sinceramente scandalizzati da quella proposta separatista, ci stringemmo le mani esclamando: «Noi governiamo insieme! Sempre!».

Ildebrando esplose di nuovo: «Ma siete impazziti?! Non possono esserci due sovrani contemporaneamente!».

Elia ribatté subito: «No, siete voi che siete impazziti qui dentro!».

E io aggiunsi sventolando le mani: «Ma che storie state inventando?!».

🌟Il procione e il ventitreesimo pasticcino

E come da copione, seguendo il destino ineluttabile del bosco, fece il suo ingresso trionfale il Procione Giangianni. Questa volta stava addentando con evidente estasi un bignè al cioccolato — con ogni probabilità il ventitreesimo della sua intensa mattinata gastronomica.

Con la bocca vistosamente piena di cioccolato, il procione biascicò: «Ma siete tutti impazziti? E sentite una cosa, visto che siete tutti così dotti, nessuno di voi si è mai chiesto se i gabbiani Bubu e Gugu, o i delfini Lolo e Dodo, siano effettivamente sposati tra loro?».

Aureliano, che non aspettava altro che un’occasione d’oro per dimostrare il valore dei suoi studi filosofici e rendersi utile agli occhi del padre, saltò su e gridò: «Papà! Ho la soluzione! Facciamo un terzo referendum popolare per decidere democraticamente chi debba essere l’Imperatore del Verdebosco!».

Il Giudice Ildebrando spalancò gli occhi per la sorpresa. 

Io ed Elia spalancammo gli occhi per il terrore burocratico. 

Tutti i gufi anziani sul ramo spalancarono gli occhi.

E noi due, senza dire una sola parola e approfittando dello shock generale, girammo i tacchi e fuggimmo a gambe levate giù per il sentiero della collina.

🌟 La spiaggia dei delfini e dei gabbiani

Corremmo senza voltarci fino ad arrivare sulla spiaggia della costiera, dove i delfini Lolo e Dodo, che nuotavano a pelo d'acqua, e i gabbiani Gugu e Bubu, appollaiati sugli scogli, ci stavano aspettando. 

Avevano assistito a tutta la scena dall’alto del cielo e dalle onde del mare, godendosi lo spettacolo.

Io, ancora con il fiato corto per la corsa, guardai gli animali marini e chiesi a bruciapelo: «Ma insomma... voi quattro... siete sposati tra di voi oppure no? Tutta la collina vuole saperlo!».

I quattro volatili e mammiferi risposero all'unisono, scoppiando in una fragorosa risata: «Ma quale sposati! Noi siamo semplicemente fratelli! Non lo abbiamo mai detto a nessuno per il semplice fatto che nessuno di voi ce lo aveva mai chiesto prima d'ora!».

Elia stava per aprire la bocca per commentare quella rivelazione, quando alle nostre spalle, spuntando da dietro un cespuglio di tamerici, apparve nuovamente il Procione Giangianni. Questa volta stava masticando un pasticcino alla frutta — il quarantottesimo, per l'esattezza statistica della giornata.

Con un filo di crema sull'orecchio, Giangianni biascicò: «Ah, non lo avete mai chiesto? Molto interessante. E allora, carissimi sovrani... fate un piccolo favore a voi stessi: giratevi un attimo».

Io ed Elia ci girammo di scatto. 

I delfini si girarono nell'acqua, sollevando spruzzi. 

I gabbiani voltarono il becco verso la collina.

Sul costone che sorgeva proprio in mezzo tra la nostra villa e la nuova casa degli animali, si erano radunati tutti. Ma proprio tutti gli abitanti del bosco. 

C'era l'intero pollaio con le trentadue galline capitanate da Kikka e i quattro galli coreografici, i tassi Tommy e Bobby che si tenevano per mano sotto lo sguardo burbero di Sire Ildefonso, le oche perennemente in sciopero, le anatre, le mucche, gli asini della stalla, la Presidentessa Olinda con la sua lanterna, la colomba Bianca, l'intera dinastia dei gufi giuristi e filosofi, lo scoiattolo Cippy e il coniglio Timmy.

Erano tutti fermi, immobili sul ciglio della roccia, e ci fissavano con gli occhi sgranati. E all’improvviso, unendosi in un unico, immenso urlo collettivo che fece tremare le onde del mare e la costiera, gridarono con quanto fiato avevano in gola: «FACCIAMO I TRE REFERENDUM!».




CAPITOLO QUATTRO

Il Parlamento del Verdebosco

Non ci svegliammo con calma. Non ci guardammo intorno assonnati. Non ci alzammo pigramente dai nostri teli. No, niente di tutto questo.

Ci presero e basta. 

Ci catturarono tutti insieme: in gruppo, in branco, in stormo, in gregge. E, senza troppi complimenti, ci legarono stretti alle nostre poltrone da spiaggia. 

Avevano usato dei nodi fatti malissimo, un'opera marinaresca discutibile, ma dobbiamo ammettere che erano terribilmente efficaci. 

La sabbia sotto i nostri piedi era bollente, il mare della costiera respirava piano con un moto ondoso regolare e, proprio davanti a noi, si era formato un parlamento animale che nessun essere umano sulla terra avrebbe mai potuto concepire.

I TRE SETTORI DELLA SPIAGGIA

1️⃣ A sinistra: Il settore dei Tassi
In prima fila svettava Sire Ildefonso de Taxis III°, il Re dei Tassi, che per l'occasione sfoggiava una corona intrecciata con radici nodose. Accanto a lui stavano seduti Tommy e Bobby, i due tassi maschi che con il loro desiderio di paternità avevano scatenato quell'effetto domino. Subito dietro si erano accalcati i parenti vari della boscaglia: lo scoiattolo Cippy che parlava troppo interrompendo tutti e il coniglio Timmy che, fedele alla sua fama, non capiva assolutamente nulla di politica. Per fortuna, i cuculi erano rimasti saldi nella loro vacanza alle Canarie dallo zio Giobbe, risparmiandoci ulteriore caos.

2️⃣ Al centro: Il settore Sindacale
Senza dubbio il settore più rumoroso e colorato di tutta la spiaggia. Vi si erano radunate in assemblea permanente tutte le trentadue galline capitanate dalla centenaria Kikka, le oche perennemente in sciopero, le anatre progressiste, la colomba Bianca e la zia Olinda. Dietro di loro, ingaggiati come guardie del corpo personali, c'erano i quattro grandi tori della fattoria. Questi ultimi, totalmente disinteressati al dibattito democratico, stavano giocando una tesa partita a briscola senza il morto sul bagnasciuga, urlando e discutendo animatamente se il settebello valesse come punto oppure no.

3️⃣ A destra: Il settore Giudiziario
L'apparato legale del bosco al gran completo. Il Giudice Ildebrando de Gufis guidava la fazione avvolto nel suo austero mantello di foglie secche. Accanto a lui c'era il figlio filosofo Aureliano, che arricciava le piume del petto cercando di darsi un'aria intelligente. Dietro di loro faceva cerchio il resto della magistratura volatile: gufi, barbagianni e civette civettuole, tutti dotati di occhiali con lenti decisamente troppo grandi per i loro becchi.

🌟 I tre quesiti del putiferio

Seduto su uno sgabello fatto interamente di sabbia pressata, proprio davanti a noi, c’era il Procione Giangianni. Teneva tra le zampe un cabaret monumentale di pasticcini d'alta pasticceria. 

Aveva un'espressione serissima, solenne, identica a quella di un notaio reale durante la lettura di un testamento. Naturalmente, aveva la bocca vistosamente piena di crema.

Davanti alle nostre poltrone, sospesi nel vuoto da lunghi fili invisibili che scendevano direttamente dal cielo, tre grandi pannelli quadrati ondeggiavano vistosamente nella brezza marina. 

A reggere l'intera impalcatura aerea ci pensavano i gabbiani Gugu e Bubu e i delfini Lolo e Dodo, che se la ridevano sotto i baffi come se si trovassero alla festa patronale del paese.

Sul primo pannello di legno, scritto a lettere cubitali, campeggiava il testo del:

1° REFERENDUM: Adozioni aperte a coppie di ogni tipo e specie. Regolamento ufficiale del voto: se voti "Sì" in realtà significa "No". Se voti "No", il voto viene conteggiato come un "Sì".

I delfini Lolo e Dodo trovarono quel quesito così splendidamente assurdo che iniziarono a ridere a crepapelle nell'acqua, rischiando di perdere la presa sui fili.

Sul secondo pannello si poteva leggere la mozione del pollaio:

2° REFERENDUM: Le galline pretendono un marito a testa. Più galli per tutte, meno zitelle nell'aia. A meno che le suddette zitelle non esprimano la formale volontà di restare zitelle. Chi vota "Sì" è ufficialmente a favore del gallo pro capite. Chi vota "No" è ugualmente a favore del gallo pro capite.

A quella lettura, tutte le trentadue galline esplosero in un applauso scrosciante di ali, mentre i quattro galli, colti da una sincronizzata crisi di panico matrimoniale, svennero all’istante cadendo sulla sabbia come sacchi di grano.

Infine, sul terzo pannello, tenuto su dai gabbiani che volteggiavano ridendo come bambini, c'era la svolta istituzionale:

3° REFERENDUM: Chi volete come Imperatore assoluto? Elia o Giampaolo? Il vignettista o il narratore? Istruzioni per le urne: votate "Sì" per avere Elia. Votate "Yes" per preferire Giampaolo. Votate "Oui" per averli entrambi, a giorni alterni. Votate "No" per non avere nessun sovrano, accettando il rischio che Giampaolo ed Elia demoliscano le vostre tane. Se votate "Ja", il procione Giangianni viene eletto Primo Ministro con deleghe speciali.

Giangianni, sentendosi nominare, approvò solennemente con la testa mentre mandava giù il suo pasticcino numero quarantanove.

Le tre fazioni sulla spiaggia applaudirono estasiate. Le colombe fecero un elegante inchino d'altri tempi, le oche si misero a gridare "ORDINE! ORDINE!" e le anatre iniziarono a sistemarsi le piume civettuole.

Io ed Elia ci guardammo in faccia. Eravamo legati come insaccati, sudati sotto il sole, confusi dal labirinto burocratico dell'isola e soprattutto stanchi, terribilmente stanchi di quella banda di matti.

Elia si sporse verso di me e sussurrò a bassa voce: «Ti giuro che appena ci liberiamo da queste corde...».

E io completai la frase a denti stretti: «...faremo un referendum privato soltanto tra noi due».

Elia annuì convinto: «Esatto. Chi vota "Sì", eliminiamo definitivamente tutti gli animali dal prossimo capitolo del racconto».

E io suggellai il patto: «E chi vota "No", li eliminiamo lo stesso in tronco». 

Ci guardammo e sorridemmo. Eravamo perfettamente d’accordo sulla linea dura.

All’improvviso, un tonfo secco e sordo interruppe i nostri piani di vendetta. Un rumore strano, come un enorme sacco di patate che cade pesantemente dal cielo sulla battigia.

In un millesimo di secondo, colti da un'improvvisa spossatezza collettiva, tutti gli animali della spiaggia svennero contemporaneamente. Uno dopo l’altro, tassi, chiocce, gufi, tori e conigli crollarono sulla sabbia, come se il sole, che in quel momento stava tramontando all'orizzonte, avesse spento di colpo l’interruttore dell'energia dell’intero Verdebosco.

Il grande pannello aereo dei tre referendum oscillò paurosamente nel vuoto, tremò per qualche istante e poi scivolò giù dai fili d'aria, cadendo in mare con un plof incredibilmente elegante. 

Galleggiando sull'acqua azzurra, la struttura si trasformò magicamente in un lunghissimo e comodo materasso di legno e fieno, che le onde della risacca iniziarono a spingere piano piano verso la riva.

La luce rossa del tramonto lo illuminò, facendolo risplendere come se fosse una barca antica tornata da un lungo viaggio. E noi due, ancora saldamente legati alle nostre poltrone da spiaggia, non potemmo fare altro che rimanere lì, in silenzio, a guardarlo arrivare sul bagnasciuga.



CAPITOLO CINQUE

Il Gufo del Tramonto e la Legge della Fantasia

La sera arrivò piano sul Verdebosco, stendendosi come una morbida coperta scura sulle spalle dorate della collina. Il tramonto stava regalando i suoi ultimi, magnifici colori: sfumature di arancio bruciato, rame lucido, un tocco di viola profondo e quel blu cobalto intenso che annuncia l'arrivo imminente della notte.

Io ed Elia, nel frattempo, eravamo finalmente riusciti a slegarci a vicenda dalle poltrone. Stavamo ancora ridendo a crepapelle guardando il bagnasciuga, dove il grande materasso-referendum galleggiava placidamente sulla risacca marina.

Fu esattamente in quel momento che, lungo il sentiero della scogliera, si vide avvicinare un gufo vecchissimo. 

Vecchissimo davvero. 

Così anziano e nodoso che sembrava essere nato ben prima del bosco stesso. 

Al suo passaggio, di colpo, tutti gli animali ammutolirono. Persino i possenti tori smisero all'istante di sbattere le carte sul bagnasciuga e interruppero la partita a briscola. 

Le trentadue galline si zittirono di colpo, le oche ingoiarono il loro classico "HONK" di protesta e le colombe si bloccarono a mezz'aria, posandosi sui rami più bassi.

Il gufo avanzò sulla sabbia con passo lento, ritmato, ma incredibilmente solenne. 

Si trattava di Agostiniano Ariberto Rodolfo de Gufis, il venerando nonno di Aureliano e capostipite della magistratura volatile. Aveva due occhi giallissimi e grandissimi, splendenti nel crepuscolo come due lune piene. 

Con un colpo secco e preciso delle sue grandi ali argentate, si arrestò di fronte alla folla. Persino i tori tremarono davanti a quel carisma millenario.

Il vecchio si sedette sulla sabbia. Non in un cerchio qualunque, badate bene, ma disponendo tutti in un triplo cerchio perfetto. 

E sì, incredibilmente, anche i delfini Lolo e Dodo e i gabbiani Gugu e Bubu trovarono il modo di sedersi in cerchio insieme agli altri, nessuno ha mai capito come.

Calò un silenzio totale, rotto solo dal respiro del mare. Io ed Elia lo fissavamo a bocca aperta.

Il vecchio Agostiniano ci guardò di sbieco e disse con voce profonda: «Carissimi... chiudete pure le bocche, prima che vi entrino le mosche».

E noi due, all'istante, scattammo serrando le labbra.

Il Giudice Ildebrando tentò di interloquire: «Papà...».

E il nipote Aureliano gli andò dietro: «Nonno...».

Ma Agostiniano esplose facendosi sentire da tutta la costiera: «Zitti voi due, non voglio sentire una parola!».

Poi si voltò cerimonioso verso il sovrano dei tassi: «Sire Ildefonso, buona sera a lei».

Il Re fece un cenno rispettoso con il capo.

Agostiniano aggiunse con un barlume di nostalgia negli occhi gialli: «Eravamo all’asilo e alle scuole elementari del bosco insieme, io e lei, se ben ricorda».

Il Re annuì gravemente, come se far risalire i propri ricordi scolastici all'inizio del millennio fosse la cosa più normale del mondo.

Tutti gli animali pendevano dalle sue labbra piumate. Allora il vecchio gufo, sfoggiando una voce profonda e solenne identica a quella del mago Gandalf, iniziò il suo grande discorso. Parlò ininterrottamente per tre ore, quindici minuti, diciotto secondi e tre decimi di secondo. E in tutto quel tempo, nessuno osò fiatare.

⭐ Il discorso sulla Legge della Fantasia

«Cittadini del Verdebosco,» esordì Agostiniano, «mettiamo subito in chiaro una cosa: Elia e Giampaolo non sono affatto i vostri Re. Loro sono molto di più. Chi credete che vi abbia inventati tutti quanti, riga dopo riga? Compreso il sottoscritto?».

Gli animali si guardarono l’un l’altro, smarriti e confusi.

«Qui nel bosco non esistono leggi scritte sulla pietra. Esiste solo una forza sovrana: la Fantasia. Le leggi astruse e i codici burocratici ce li siamo inventati noi per darci un contegno, e con tutti i macelli e i putiferi che combinate ogni giorno, i giudici non potevano fare altrimenti!». 

Qualcuno tra la folla annuì colpevole, qualcun altro abbassò lo sguardo per la vergogna.

«Se oggi noi tutti siamo qui, se parliamo, se ridiamo, se ci divertiamo in questa splendida costiera e abbiamo persino la gioia di vedere nascere dei bambini... è solo ed esclusivamente grazie a loro due,» continuò il vecchio, indicando me ed Elia con la punta dell'ala.

Immediatamente, dalla spiaggia partì un applauso fragoroso da parte di decine di ali, zampe e zoccoli.

«Quindi,» riprese Agostiniano, «se proprio ci tenete, Giampaolo ed Elia si metteranno alla scrivania a scrivervi le leggi e una Costituzione nuova di zecca. Ma riuscite a immaginare che noia mortale diventerebbe il Verdebosco? Quando scriveranno le loro favole per bambini con voi come protagonisti, dovranno sottostare al Comma 1 della Legge 45-bis, la quale stabilisce che uno scoiattolo può mangiare al massimo venticinque ghiande al giorno, previa autorizzazione scritta!».

Il vecchio si voltò di scatto verso il Procione. Giangianni, colto in fallo, tentò fulmineo di nascondere il suo novantesimo pasticcino dietro la schiena.

Tutti gli animali, terrorizzati da quella prospettiva burocratica, urlarono in coro: «NOOOOOOOOOOO!».

«E volete forse,» incalzò il gufo, «che Elia, quando dovrà disegnare e raccontare del futuro e ipotetico fidanzamento di Viola o di Platino, debba ricorrere alla Legge 67-bis, Comma 708, che obbliga i giovani vitelli a limarsi le punte delle corna per non pungere accidentalmente la fidanzata durante i balli di corteggiamento?».

Il pollaio e la stalla gridarono all'unisono, con occhi stralunati e terrorizzati: «NOOOOOOOOOOO!».

Agostiniano sbatté trionfante le grandi ali d'argento: «Ecco! E allora piantatela una buona volta di rompere le scatole con le urne e i quesiti!».

Il figlio Ildebrando rimase sbigottito da quel linguaggio popolare: «Papà... ma come parli?! Davanti alla corte!».

E Agostiniano, sornione: «Come parlo? Dillo a Giampaolo, è lui che in questo preciso istante sta scrivendo la battuta sulla sua tastiera!».

A quel punto, io arrossii vistosamente.

«Uffa! Sanciamo la vera regola del bosco,» proclamò il nonno. «Da ora in avanti, ognuno è libero di sposare chi vuole. Anche animali di specie diverse, se c'è l'amore. A patto, sia chiaro, che una lepre non decida di sposare una tartaruga, altrimenti per arrivare al taglio della torta nuziale si fa notte fonda!».

Tutti gli animali scoppiarono in una sonora risata.

«E per quanto riguarda le adozioni, si potranno adottare tutti i cuccioli che si desiderano, senza distinzioni. Ma con tre sole eccezioni: sono vietate le adozioni di foche, balene e bruchi. Per ovvi motivi strutturali».

Il nipote Aureliano, sollevando l'ala con fare accademico, chiese: «E quali sarebbero questi motivi ovvi, nonno?».

Agostiniano sbuffò: «E che ne so io! Chiedilo a Giampaolo che ha inventato la storia, lui sa tutto!».

Io ed Elia ci guardammo di sfuggita, arrossendo per la seconda volta.

«In ogni caso: sposatevi o non sposatevi, adottate o non adottate... ma soprattutto, cercate di mangiare meno. Vero, Giangianni?».

Il procione, colto con la bocca interamente impastata, biascicò disperato: «Sci... mmm... sci... hag rag... gnam... ion... gnm... ha perfettamente ragione, signor Giudice... gnam!».

Io ed Elia scoppiammo a ridere di cuore, e l'intera spiaggia ci fece eco in un coro di allegria.

⭐ La grande festa del Verdebosco

Il vecchio Agostiniano si avvicinò alle nostre poltrone da spiaggia, ormai libere dalle corde. 

Ci guardò con affetto e sussurrò: «Comunque... tutto il destino di questo posto dipende sempre da voi due, splendidi ragazzi». Poi, abbassando la voce in un sussurro complice, aggiunse: «Visto che avete il potere della penna... non è che mi fareste vivere per altri duecentocinquanta anni? Ho ancora un figlio rigido e un nipote filosofo da rimettere in riga in questa vita... ahah!».

Elia gli sorrise di cuore: «Ma certo, nonno. Promesso».

«Bene! E allora che la festa cominci! Ho portato io la musica stasera. Avanti, amici musicisti, entrate in scena!».

Al suo segnale solenne, un sonoro “OOOOOOOOOOOH” che richiamò l'attenzione del cielo, fecero la loro comparsa sulla spiaggia: tre barbagianni alle chitarre, due civette alle tastiere e due gufi del Giappone alle percussioni. Era la leggendaria band dei Rolling Gufons 2!

La musica rock and roll esplose selvaggia sulla sabbia, diffondendosi sulle onde del mare. Tutti, ma proprio tutti, iniziarono a ballare scatenati. E proprio in quel momento di pura magia, accaddero i veri miracoli della fantasia: dal sentiero apparvero ben ventotto galli nuovi di zecca, fieri e ruspanti, che si diressero ballando verso le galline del pollaio per la gioia di Kikka; contemporaneamente, due tassi piccolini e deliziosi, chiamati Jimmy e Sammy, volarono letteralmente tra le braccia protese ed emozionate di Tommy e Bobby. Le adozioni erano compiute.



⭐Il salone sul mare e la cometa

Mentre la spiaggia era nel pieno del ballo e dei festeggiamenti, io, Elia e il vecchio Agostiniano ci allontanammo di pochi passi, fermandoci sul portone del grande salone della nostra villa che dava direttamente sul mare.

«Siamo stati davvero in gamba stasera, vero ragazzi?», disse il gufo guardando la felicità dei suoi compagni.

«Sì, siamo stati fantastici,» rispondemmo io ed Elia in coro.

«Beh, ovvio che sì. Dopotutto avete inventato ogni singola parola voi due,» ammiccò il vecchio facendoci arrossire leggermente per la terza volta. «Bene. Ora io mi rimetto in viaggio, me ne torno al mio vecchio tronco nel Bosco Blu, poco lontano da qui. E grazie ancora di avermi regalato altri due secoli e mezzo di vita, figlioli.»

Elia gli strinse la zampa: «È stato un vero piacere, Giudice».

«No! Niente formalità. Chiamatemi semplicemente nonno. Mi piace molto di più».

Io lo salutai con la mano: «Ciao nonno... a presto allora».

«Sia chiaro, però: non contate su di me per la prossima, pazza trovata che vi verrà in mente di scrivere. Questa volta vorrei davvero rimanerne fuori... ahah! Ricordatevelo: avete inventato tutto voi due.» sussurrò il vecchio gufo con un'ultima occhiata complice.

E noi, ancora una volta, arrossimmo leggermente.

E spiegate le sue grandi ali argentate, volò via maestoso, scomparendo nel buio della notte stellata.

Mi voltai verso Elia, guardando il mare illuminato dal faro della villa: «Bel lavoro, collega».

Lui mi rispose sorridendo: «Grazie alla tua straordinaria fantasia».

E proprio mentre tutti gli animali continuavano a ballare felici sulla sabbia al ritmo dei Rolling Gufons, una splendida stella cometa solcò il cielo blu del Verdebosco, lasciando una scia luminosa dietro di sé..

Elia si voltò verso di me, sgranando gli occhi: «Sei stato tu a scriverla?».

E io, guardandolo a mia volta, risposi: «Sei stato tu a disegnarla?».

Poi, nello stesso millesimo di secondo, esclamammo insieme: «No». 

Ripetemmo insieme guardandoci stupiti: «No?».

E la stella continuò a scivolare silenziosa nel cielo, illuminando il mare calmo della costiera. Rimanemmo in silenzio a guardare la scia spegnersi sul mare.

E in quel momento fu chiaro a tutti, chiarissimo. È questo il dolce, eterno mistero delle favole.

Giampaolo Daccò Scaglione