mercoledì 12 agosto 2026

"I SOGNI DI LUCA"



 *Tutto l'universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso 
possa riuscire a realizzare i propri sogni*

(Paulo Coelho)

"I SOGNI DI LUCA"



Fermo al semaforo pedonale, Luca cambiò la posizione dei sacchetti di plastica nelle proprie mani. La spesa, fatta in un noto supermercato del centro, era pesante: le dita, leggermente violacee per lo sforzo e la circolazione bloccata, gli facevano un po' male. Finalmente la luce antropomorfa divenne verde e lui attraversò le strisce, affiancato da un tram che sferragliava rumorosamente sui binari prima di svoltare veloce verso sinistra, scomparendo tra i palazzi.

Luca sorrise tra sé, scaldato dal pensiero che tra pochi minuti sarebbe stato al sicuro nella sua tana. Lì, dopo una buona cena rigenerante, si sarebbe messo tranquillo, seduto sul divano letto a leggere un po'. I libri erano il suo grande hobby, insieme a una viscerale, segreta curiosità verso l'arte e la pittura. I suoi occhi chiari, vivaci e attenti osservavano il movimento frenetico che lo circondava: impiegati che allungavano il passo per rientrare a casa, sportivi in bicicletta con il caschetto antitrauma che sfrecciavano verso la pista ciclabile del parco.

Il suo sguardo si addolcì nel vedere i bimbi piccoli tenuti per mano dalle mamme o dalle nonne, e le signore anziane che, con eleganti cappellini e cappotti in tinta, sorseggiavano l'aperitivo sedute nella veranda riscaldata di un prestigioso caffè. Luci sfavillanti, vetrine illuminate, il brusio dei passanti al cellulare, i colpi di clacson nel traffico e tutta quella travolgente vivacità metropolitana... Luca ne era sinceramente felice. Amava vivere in quella metropoli piena di stimoli, di volti diversi, di opportunità nascoste.

I suoi passi lo condussero verso una piazza prestigiosa, un'oasi di verde circondata da palazzi imperiosi che trasudavano nobiltà, storia e lusso. Poi imboccò la "sua" via, una strada artisticamente splendida e carica di fascino. Sì, Luca in quel momento si sentiva profondamente felice e fortunato, nonostante l'ombra gigantesca che si era lasciato alle spalle: il suo passato.



Luca, in realtà, non era il suo vero nome. All'anagrafe, o almeno in teoria, si chiamava Pietro Sacco; ma anche quello, a ben vedere, non era il suo nome autentico. Più di trent'anni prima, in una tarda sera di primavera tiepida e profumata di resina, i frati cappuccini di un convento di periferia lo avevano trovato abbandonato sulla soglia della porta di servizio, attirati dalle sue urla disperate.

Ovviamente erano intervenuti la polizia e gli assistenti sociali, che avevano trasferito quel neonato dai capelli rossi e dagli occhi verdi in un grande istituto. Lì, momentaneamente, gli era stato dato il nome di Marco, in onore del santo a cui era dedicato quel monumentale palazzo pieno di orfani.

Il piccolo Marco-Luca era cresciuto insieme agli altri bambini. Era un'anima tranquilla, un sognatore solitario; se mai capitava che litigasse con qualcuno, era sempre per futili motivi. Alle coppie che entravano in istituto con il desiderio di adottare un figlio, lui veniva quasi sempre mostrato per primo, ma la sorte giocava strano: o era considerato troppo piccolo o, d'un tratto, troppo grande. Ogni volta che una famiglia lo guardava e poi se ne andava, il bambino pensava che le persone non cercassero davvero un figlio, ma chissà quale ideale impossibile.



Poi, un giorno, subito dopo aver terminato la quinta elementare, iniziarono a fargli visita due signori di mezza età. Erano persone molto distinte, eleganti, che volevano conoscerlo meglio. Fu così che Marco-Luca venne finalmente adottato. La sua indole sognatrice lo portò immediatamente a spiccare voli fantasiosi sulla sua vita futura: si immaginava già como un architetto affermato, pronto a ripagare quei genitori così dolci e affettuosi per il loro gesto generoso e per i sacrifici che avrebbero fatto per lui.

Da quel giorno, per volere della nuova famiglia, venne chiamato Pietro Sacco, lo stesso nome del defunto padre del suo patrigno. Al ragazzo quel nome non era mai piaciuto; avrebbe preferito di gran lunga farsi chiamare Luca, un nome che aveva sempre amato profondamente senza saperne il motivo.

La realtà, purtroppo, si rivelò ben presto di una freddezza glaciale. I suoi genitori adottivi erano tutt'altro che affettuosi. Non appena finita la terza media, il sogno dell'architettura venne bruscamente infranto: il patrigno lo spedì a lavorare nella sua piccola fabbrica come tornitore. Fu uno smacco terribile per le sue aspirazioni artistiche. Come se non bastasse, la sera era costretto a frequentare un corso di elettromeccanica, per aggiornarsi continuamente sul funzionamento di quelle orribili, gelide macchine utensili che detestava.



Ma di notte, nel buio della sua cameretta, Luca continuava a sognare. Creava nella mente arredamenti avveniristici e case stupende, vedendosi in un futuro lontano come un professionista di successo. Si ripeteva che, una volta terminato il servizio militare, avrebbe conquistato la sua libertà, avrebbe inseguito i suoi veri desideri e che, prima o poi, avrebbe sfondato. 

Mandava giù le lacrime ogni volta che gli venivano negati una carezza o un abbraccio. Sua matrigna era una donna distante, priva di calore, e il capofamiglia era sempre accigliato, duro, autoritario. Luca non riusciva a comprendere perché lo avessero adottato, visto che con lui parlavano pochissimo, e sempre per dire cose serie, pesanti, opprimenti.

Finché una sera, esausto di quella prigione, Luca trovò il coraggio di ribellarsi: disse che non avrebbe più frequentato il corso serale, che non voleva più passare le sue giornate in officina e che il suo unico desiderio era studiare al liceo. La prima reazione fu un silenzio di gelo, seguito da un'esplosione di urla furiose e, infine, da uno schiaffo violento che gli colpì il viso, spegnendo ogni sua protesta.

Quella notte pianse in silenzio, rifugiandosi nel suo mondo fantastico fatto di colori, di persone importanti e di felicità. Non appena compì diciott'anni, il patrigno morì improvvisamente d'infarto sul posto di lavoro. La vedova, da quel giorno, iniziò a trattarlo persino peggio del solito, privandolo di ogni minima gioia materiale ed emotiva. Fu allora che Luca prese la sua decisione.

Proprio come la notte in cui era stato abbandonato sul sagrato dai frati, in una tiepida e profumata sera di primavera, fuggì da quella casa di ghiaccio. Ormai era maggiorenne, nessuno poteva più trattenerlo. Non gli interessava affatto scavare nel passato o scoprire da dove provenissero le sue origini: voleva solo scoprire il suo futuro, quello che sognava da anni. Con una sola sacca in spalla, svanì nei tentacoli luminosi delle grandi vie della metropoli.



Il clic delle chiavi nella toppa aprì finalmente la sua tana. Luca era arrivato a casa. Dal giorno della sua fuga erano passati tredici anni, tredici anni trascorsi a tentare in ogni modo di emergere in superficie. E ora viveva lì, in quella zona bellissima e di lusso, ma nel seminterrato. 

La sua casa era una ex cantina riadattata a monolocale, con un piccolo bagno e un cucinotto. La finestra dava su un cortiletto interno interrato, dove l'unico paesaggio era l'edera verde che scendeva dal muretto di fronte e una finestra posizionata esattamente alla sua altezza, sempre accesa.

Era la finestra del seminterrato del palazzo attiguo, dove viveva Shurima, un ragazzo cingalese che, come lui, lavorava come domestico in una casa signorile, ma veniva trattato alla stregua di uno schiavo.

Oh, sì, perché anche Luca, alla fine, era diventato "solo" un domestico. Ma rispetto a Shurima era fortunato: i suoi datori di lavoro, grandi imprenditori a livello mondiale, lo consideravano una persona, trattandolo con dignità e senza sfruttarlo.

Mangiando una mela in piedi, nell'attesa che l'acqua per la pasta sul fuoco iniziasse a bollire, Luca si affacciò alla piccola finestra sul cortiletto. Oltre le grate della finestra di fronte, vide Shurima sorridergli: i denti candidi spiccavano sul volto scuro, illuminando quegli occhi neri e cronicamente tristi.

«Tu viene a bere caffè qui dopo, sì?», gli chiese il ragazzo cingalese, con una nota di speranza nella voce, desideroso di stringere un briciolo di compagnia per qualche minuto.

Certo che ci sarebbe andato, Luca. Sarebbe sceso a bere quel caffè forte e denso, a fare due chiacchiere per scambiarsi un po' di calore umano prima di andare a dormire. Un altro giorno di duro lavoro lo avrebbe aspettato l'indomani, ma quella sera non voleva pensarci.

Si sedette al tavolo, accendendo la televisione sul telegiornale della sera. Ma mentre le immagini scorrevano sullo schermo, la sua mente spiccò il volo, volando lontano, verso un futuro più roseo dove forse, almeno uno dei suoi bellissimi sogni, si sarebbe avverato per davvero.

Giampaolo Daccò Scaglione



 









lunedì 10 agosto 2026

"VESPRO" (Poesia)

Ci sono sere che non chiedono nulla, non pretendono nulla, non spiegano nulla. 

Semplicemente accadono: scendono lente, accompagnano chi torna a casa, e si posano sulle cose come un velo di quiete.

“Vespro” nasce da quel momento sospeso: l’istante in cui la luce si ritira, le ombre si allungano e il mondo sembra trattenere il fiato.

Una poesia che racconta il ritorno, la stanchezza, il silenzio e quel piccolo miracolo quotidiano che è ritrovare il calore della propria casa.



"VESPRO"

"Ombre scure
sulla strada
che porta l'uomo
verso la sua casa.


La luce del Vespro
all'orizzonte lontana
accompagna
la notte vicina
con il suo silenzio.


Una stella nel cielo
appare improvvisa
sul suo cammino
mentre profumi di fiori
accompagnano chi
torna a casa stanco.


La sera volge al desio
e l'ora del Vespro
è ormai terminata
e chi ritorna a casa
ritrova il calore della vita."


Giampaolo Daccò Scaglione

sabato 8 agosto 2026

«NON IMMAGINAVO CHE TU FOSSI QUI»


Notte d’estate in una qualsiasi grande città europea

Il terrazzo di quel bel palazzo, situato nella zona più elegante della città, era un'esplosione di profumi e fiori curati nei minimi dettagli. Al mattino, un grazioso tavolino in ferro battuto fungeva da perfetto punto d'appoggio per la colazione; la sera, si trasformava spesso nella cornice ideale per una cena intima a due o a quattro, immersa nelle luci calde e soffuse del tramonto.

In quell'angolo sospeso non faceva mai troppo caldo: il sole faceva capolino tra le piante solo dopo l’ora della colazione, sparendo rapidamente alla vista per poi tornare a baciare i muri dalla parte opposta soltanto a fine giornata, quando stava ormai calando all'orizzonte. 

Era come vivere in un piccolo angolo di paradiso protetto, dove nessuno poteva entrare con lo sguardo indiscreto dal basso. Da lassù, ci si poteva solo limitare a salutare cordialmente il vicino di casa del balcone a sinistra o, al calare del buio, a rivolgere gli occhi alle stelle. Insieme alla Luna, gli astri sembravano formare una coperta luminosa e rassicurante, sotto la quale era facile confidare ad alta voce tutto ciò che si custodiva nel profondo del cuore.

La proprietaria dell'appartamento era una giovane donna di trent’anni di una bellezza mozzafiato. Angelica si muoveva con una discrezione rara, dotata di un'eleganza innata nei movimenti e nel portamento; indossava abiti quasi sempre perfetti, portati senza la minima fatica, senza pose plastiche o studiati artifici. 

Aveva lunghi capelli di un biondo naturale e splendidi occhi verdi che brillavano di luce propria quando sorrideva. Se avesse pianto, quelle pupille si sarebbero trasformate all'istante in due gocce di smeraldo lucenti. La sua voce delicata, posata su labbra morbide e carnose, le donava una sensualità sussurrata, mai volgare e mai vistosamente esagerata. 

Al suo passaggio per strada non giravano la testa solo gli uomini, ma anche le donne; e in quel secondo caso non si trattava quasi mai di invidia, bensì di autentica ammirazione e stupore. Lei, con un sorriso accennato o un lieve cenno del capo, sembrava salutare tutti, muovendosi in perfetta armonia con il mondo.

Eppure, nonostante tutto, Angelica era sola.



Non perché avesse gusti eccessivamente difficili o pretese impossibili, e nemmeno perché preferisse la "libertà" assoluta a una relazione stabile. Era sola semplicemente perché era distratta, era una sognatrice nata. Passava volentieri le sue serate in compagnia delle amiche più care, ma non la si vedeva mai frequentare le discoteche o i pub troppo affollati e rumorosi. Quando era a casa leggeva molto, ascoltava musica di ottimo livello e si rilassava davanti alla TV.

Certo, aveva avuto le sue brave esperienze sentimentali nella vita: un paio di fidanzatini storici tra i quattordici e i diciassette anni, le classiche storie dell'adolescenza. Poi, durante gli anni dell’università, era arrivata una relazione importante con uno studente di medicina coetaneo; un rapporto che però si era rivelato un binario morto, poiché il ragazzo era troppo legato alla famiglia d'origine, troppo influenzabile dalla figura materna. 

A ventitré anni, subito dopo il conseguimento della laurea, Angelica aveva vissuto per quasi quattro anni una stupenda e travolgente storia d’amore con Roberto, un giornalista della Rai. Erano arrivati al punto di parlare seriamente di matrimonio e di progetti futuri, ma, come a volte purtroppo accade nei modi più imprevedibili, la realtà aveva infranto il sogno. 

Angelica aveva scoperto che un’altra donna era rimasta incinta di Roberto. Due bellissime donne sul piatto della bilancia, ma solo una di loro avrebbe presto provato la gioia di diventare madre al posto suo. Al posto di Angelica.

Ecco perché quella sera, sotto un tappeto di stelle luminose, tra i profumi intensi dei suoi fiori e una musica soffusa proveniente dal salotto, Angelica si era seduta sulla poltrona di quel terrazzo incredibile. Aveva appena bevuto il suo caffè e il suo volto appariva un po’ pensieroso, lo sguardo rivolto verso l’interno della casa.

Sapeva perfettamente che nelle settimane scorse era arrivato qualcuno di speciale nella sua vita. Sentiva che poteva, forse, iniziare una pagina del tutto nuova, ne era intimamente sicura. Solo che quella sera si sentiva particolarmente distratta, avvolta dai pensieri, mentre continuava a fissare un punto imprecisato nel soggiorno.

Le sembrava che qualcosa nell'arredamento non quadrasse, un dettaglio impercettibile che rompeva la simmetria di tutte le sere. Con la fantasia, le tornò alla mente una sensazione di protezione che provava fin da quando era bambina: l'idea che su di lei vegliasse costantemente una fata buona, un angelo custode senza ali, un’altra lei completamente opposta nei colori dei capelli ma identica nella dolcezza dello sguardo.


«NON IMMAGINAVO CHE TU FOSSI QUI»

"Non tutto ciò che sembra vivo lo è davvero. 

E non tutto ciò che sembra finito… finisce."



«Che strano… sembra quasi che mi sfugga qualcosa già da ieri sera… O forse no, da questa mattina», pensa Angelica tra sé, mentre continua a osservare il suo salotto illuminato da una calda luce dorata. La raccolta di canzoni del triplo CD con la voce calda e particolare di Ornella Vanoni risuona come sottofondo, diffondendosi fin sul terrazzo su cui lei si è accomodata da qualche minuto.

Eppure, osservando bene la disposizione delle poltrone, il profilo del divano, il mobile con la TV palmare e tutto il resto, gli oggetti appaiono fermi davanti ai suoi occhi, esattamente dove dovrebbero essere. Eppure, la sensazione che qualcosa non sia al posto giusto persiste nell'aria. 

O forse si tratta solo di una bizzarra impressione legata al fatto di aver conosciuto Alberto, appena un paio di settimane fa. Alberto era l'ultimo acquisto della redazione di un noto mensile di moda in cui Angelica lavorava stabilmente fin dai tempi della laurea.

«Alberto quando era stato qui a cena? Ah, sì, l’altra sera, insieme a Francesca e Damiano… Che abbia per caso dimenticato qualcosa su qualche divano? Impossibile, me ne sarei accorta subito pulendo… Non so perché, ma ho questa strana e persistente sensazione di non aver fatto caso a un dettaglio fondamentale. Mmm… troppi pensieri affollano la mia mente in questi giorni».

L’immagine mentale della sua "fata", della sua "protezione invisibile", le rimanda la sensazione di essere osservata e coperta d’amore fin lassù, tra le stelle. E nonostante si dia continuamente della stupida sognatrice, Angelica finge volentieri di crederci per sentirsi meno sola.

«Forse dovrei alzarmi e controllare meglio in casa se manchi davvero qualcosa, o se qualche mio ospite abbia lasciato un oggetto personale finito, magari, incastrato tra i cuscini del divano».

Tuttavia, non ha la minima voglia di muoversi da quella posizione così comoda. E poi quelle stelle e le luci soffuse della città bassa sono troppo belle per poter rientrare e mettersi a fare la parte dell’investigatrice privata. Così decise di ripercorrere mentalmente non tanto gli eventi degli ultimi giorni, ma l'esatta sequenza della giornata di oggi.

Era sicura che l’inghippo, la stranezza che la faceva stare così pensierosa e dubbiosa, si trovasse nascosta in qualche piega delle ore passate

«Dunque, ricapitoliamo con ordine. La sveglia è suonata all’ora giusta stamattina, ma come al mio solito l’ho solo messa in stand-by per cinque minuti, tanto per avere il tempo di sgranchirmi un po’ e coccolarmi sotto le coperte con il cuscino abbracciato sul petto. Ok, ci siamo. 

Alle sette e trenta ho fatto una doccia tiepida per svegliarmi, dato che faceva già un po’ caldo, poi mi sono truccata, ho messo il deodorante, un velo di profumo, la vestaglia di seta e mi sono diretta in cucina a preparare la mia solita colazione. Ah, ecco! Proprio mentre stavo finendo di bere il mio caffellatte, è arrivata quella telefonata sul telefono di casa».

Rivede la scena come in un film:

«Pronto?»

«Ciao, mio splendido angelo biondo! Sei già pronta per venire qui in redazione?», era la voce di Alberto. Nelle ultime due settimane, quasi ogni giorno, l'uomo trovava il modo di darle quel dolce e premuroso buongiorno del mattino che la faceva stare subito bene con se stessa.

«Diciamo che sto per finire l’ultimo sorso di colazione… Tra dieci minuti sarò ufficialmente pronta per uscire, ma…»

«Ma io ti immagino già adesso, bellissima, avvolta nella tua vestaglia di seta, con gli occhi verdi rivolti verso l'alto mentre pensi: Ecco, ha già incominciato a rompere le scatole fin dal mattino presto questo qui! »

La risata di Angelica era stata cristallina, spontanea e divertita, e lui aveva sorriso di rimando dall’altro capo del filo, felice di aver fatto centro.

«Sciocco che non sei altro! Non avevo affatto alzato gli occhi al cielo, ho solo fatto un gesto spazientito con le mani come per dire uff… ahaha!».

Quella risata mattutina le aveva messo addosso un'allegria contagiosa per tutto il resto del giorno.

«Bellissimo angelo biondo, ti aspetto tra un’ora qui in redazione. Ciao».

«Ciao!», aveva risposto lei, con il sorriso ancora stampato sulle labbra morbide.



«No, ero felice questa mattina», riflette Angelica tra sé, stringendosi nelle spalle. 

«Alberto non c’entra, o forse sì, in qualche modo... ma devo assolutamente andare avanti con la mente per capire cosa sia successo di strano. Mi sono vestita con cura, indossando questo abito di Chanel, i tacchi alti e tutti gli accessori perfettamente in tinta. Certo, lo confesso, mi piace essere in armonia con me stessa e sentirmi bella. Un po’ vanitosa, forse, ma mai superba. Vero, fatina mia?».

Il volto di quell'essere etereo, così vividamente scolpito nella sua mente fin da quando era bambina, sembrava approvare quelle parole, rispondendole con un sorriso silenzioso e rassicurante.

«Sono scesa in strada e ho preso regolarmente la metropolitana fino alla fermata di Piazzale Augusto», continua a ricapitolare, riavvolgendo il nastro delle ore passate. 

«Sono risalita in superficie e non c’era stato nessun tipo di problema: nessuno scippo, nessun borseggio, non ho perso la borsa, il portafoglio o i biglietti... eppure, sento che c'è qualcosa».

L’improvviso suono di un clacson proveniente dalla strada sottostante interruppe bruscamente il filo dei suoi pensieri, e nuovamente Angelica si voltò verso l'interno, spingendo lo sguardo nel salotto illuminato.



«Prima di entrare in redazione mi sono fermata all’edicola per comprare i due quotidiani, sentendo anche il paio di fischi d'ammirazione di qualche ragazzotto che passava in bicicletta. Alla fine, attraversando la strada sulle strisce pedonali, ero arrivata davanti al portone del palazzo della mia redazione. Sono salita in ascensore insieme a quella famosa giornalista dal sorriso sempre troppo tirato e finto; c’era anche il dottor Galimberti dell’ufficio contabilità. Arrivata al mio piano, sono andata diretta verso il mio ufficio. Sulla scrivania, un bellissimo vaso di gardenie fresche sfoggiava la sua eleganza proprio tra il computer, le riviste di moda, il portapenne e l’agenda. Poi, Alberto era entrato all’improvviso nella stanza, tanto che per la sorpresa quasi trasalii».

I ricordi della mattina si materializzano nitidi nella sua mente, con le parole esatte che si erano scambiati:

«Buongiorno, dolcezza», le aveva detto lui avvicinandosi, prima di prenderle delicatamente la mano e stamparle un bacio leggero sulla guancia. «Questi magnifici fiori sono un piccolo omaggio per l’angelo biondo più bello che io conosca».

«Grazie, Alberto... sei davvero troppo gentile», aveva risposto lei, sentendosi lusingata.

«Ed estremamente innamorato», aveva aggiunto lui, facendola arrossire leggermente.

Subito dopo Alberto le aveva dato un bacio veloce sulla fronte e Angelica, d'istinto, aveva ricambiato il gesto affettuoso mettendo un braccio intorno alla vita dell’uomo.

«Pranziamo insieme oggi, ti va?», le aveva domandato lei speranzosa.

«Cara...», aveva risposto lui, con gli occhi che si erano fatti improvvisamente un po’ tristi, «oggi purtroppo non posso proprio. Anzi, tra neanche mezz’ora mi spediscono d'urgenza a Viterbo per un’intervista importante e sarò di ritorno a Milano solo verso le diciassette, quando tu sarai probabilmente già uscita dall'ufficio».

«Oh, che peccato, Alberto, mi dispiace davvero».

«Però, se ti va, posso passare questa sera direttamente a casa tua. Magari andiamo a mangiare qualcosa in quel ristorantino delizioso che c'è proprio sotto casa tua; si mangia divinamente ed è un piccolo gioiello... esattamente come te».

«Adulatore... Va bene, allora fammi sapere con un messaggio quando arrivi nei paraggi».

«Sarà fatto, Angelica. Un bacio e a dopo!», e con un sorriso era già scomparso frettolosamente lungo il corridoio della redazione.


«Dunque, non è nemmeno questo il motivo per cui sento che qualcosa in casa non quadra», riflette Angelica, stringendo le dita attorno alla tazza. 

«Alberto poi è un uomo così gentile, carino, incredibilmente protettivo... No, non può essere questo il problema. E poi, cos'altro avevo fatto oggi pomeriggio?».

In lontananza risuonò il fischio di una sirena, mentre poco più in là si avvertì il rumore sordo di una persiana che si chiudeva. Lei rimase lì, immobile tra i profumi dei suoi fiori sul terrazzo, continuando a parlare a se stessa a bassa voce.

«Dunque, cerchiamo di ricordare bene. Alle dieci in punto avevo bevuto un caffè nell'ufficio principale, mentre discutevo animatamente con la direttrice e la capo redattrice su quali contenuti inserire nella parte centrale del numero della rivista di agosto. Alla fine, dopo una buona mezz’ora di riunione, era stato deciso di inserire un inserto speciale dedicato interamente alla cucina vietnamita, pensato per chi viaggia. 

Una scelta un po' banale, a dire il vero. Subito dopo sono sicura di aver letto alcuni articoli dei due quotidiani e di aver preso nota di qualche notizia interessante da inserire in un paio di pezzi che scriverò per la nuova testata; nel frattempo avevo anche telefonato a Filippo, il grafico, per sollecitare le immagini da inserire nell'impaginato.

Poi ho pranzato in allegria con Manuela, Corinne, Didier e Laura, la famosa attrice di fiction che era venuta a trovarci in redazione per un’intervista esclusiva. È stato davvero un bel momento da ricordare, sereno, quindi non è certamente questo ciò che mi dà pensiero stasera e mi mette ansia. 

Alle tredici e quaranta ho firmato alcuni documenti importanti sulla mia scrivania; subito dopo è venuto da me il segretario della direttrice per informarmi ufficialmente che la settimana prossima mi manderanno in trasferta a Napoli per tre giorni, per seguire un grande evento di moda insieme a Charles, il fotografo.

Poi un altro caffè. E infine la telefonata pomeridiana di Alberto, che mi aveva promesso che sarebbe stato a casa mia verso le diciannove per la cena, ma mi aveva anche avvertito che alle ventidue in punto sarebbe dovuto tassativamente rientrare a casa sua: stava arrivando suo figlio da Londra con l’aereo delle ventuno, spedito dalla sua ex moglie per trascorrere una settimana di vacanza con il padre... Va bene, dopotutto è giusto così».



Angelica abbassò lo sguardo per guardare il quadrante dell'orologio da polso: mezzanotte in punto. Alberto a quell'ora sarà sicuramente già arrivato in aeroporto a Malpensa per prendere il figlio e tornare a casa; al massimo si sarebbero rivisti l'indomani nel pomeriggio.

«No, non è stato l'orario di Alberto quello che mi sta disturbando e mi tormenta ora. Vediamo... poi alle diciassette in punto sono uscita dalla redazione insieme ad altre colleghe, abbiamo bevuto un leggero aperitivo al bar all'angolo e, come sempre dopo il lavoro, sono rientrata a casa. Erano le diciotto e trenta spaccate, avevo solo trenta minuti esatti per prepararmi e cambiarmi d'abito ma, non appena ho varcato la soglia d'ingresso, il campanello del citofono ha squillato all'improvviso».

La voce di Alberto era risuonata gracchiante attraverso l'apparecchio:

«Angelica, sono io, Alberto! Scusami tanto, sono arrivato con un po' di anticipo rispetto a quanto ci eravamo detti».

«Sali pure, Alberto, ti apro!» .

«Era entrato in casa con il suo solito sorriso radioso», ricorda Angelica, visualizzando la scena nel salotto. 

«Mi aveva baciato profondamente sulla bocca e mi aveva stretta forte a lui. Io, a dire il vero, in quel momento non mi sentivo del tutto a posto: indossavo ancora il vestito pesante di stamattina e non avevo avuto nemmeno il tempo di farmi una doccia veloce per rinfrescarmi. Del resto, però, anche lui era conciato nello stesso identico modo di stamane... 

L’amore vero non guarda mica queste piccolezze. E visto il suo grande entusiasmo all'idea di cenare sotto casa con me, non dissi nulla; senza nemmeno rifarmi il trucco o darmi un velo di cipria, siamo scesi ridendo come due bambini».

Angelica sorride dolcemente al ricordo. Gli occhi verdi le brillano nella penombra del terrazzo e si sente improvvisamente più leggera. Ancora dieci minuti di aria fresca e poi sarebbe andata finalmente a dormire. Mezzanotte era ormai passata da un pezzo, e la sua immaginaria fatina protettrice era ancora lassù, immobile tra i suoi pensieri e le stelle della notte.



«Non ho mai mangiato così bene come questa sera», mormora tra sé, ripensando ai tavoli del locale. 

«E non era soltanto per la presenza bellissima di Alberto, ma era proprio l'intera situazione a essere perfetta. Lui è stato gentilissimo, bello, estremamente educato, e io sorridevo sinceramente a ogni sua battuta di spirito. Il proprietario del ristorante e suo figlio sono stati come sempre deliziosi con noi, applicandoci persino il solito sconto finale sul conto. 

Ricordo perfettamente che io e Alberto ci siamo lasciati sotto il portone di casa con un bacio appassionato, e poi lui è ripartito a bordo della sua auto, non prima di avermi augurato la buonanotte dal finestrino e avermi mandato un ultimo bacio con la punta delle dita. 

È l’uomo giusto per me, lo sento fin dentro lo stomaco... 

È lui. 

Non ha mai forzato le tappe per farmi finire a letto con lui a tutti i costi; è sempre delicato nello stringermi e nel baciarmi, ma sento chiaramente dentro di lui la fiamma della passione. Sono assolutamente sicura che il mio futuro sia accanto a lui. Ora vado a dormire, anche se stranamente mi sento rilassata e leggera come non mai».



Si è alzata dalla poltrona del terrazzo con un movimento aggraziato, rivolgendo un ultimo sguardo alle stelle prima di rientrare nel salotto. 

Ma non appena ebbe varcato la soglia d'ingresso, una voce improvvisa squarciò il silenzio della stanza; un suono che, sul momento, la spaventò a morte. 

Forse era proprio quello il motivo profondo che da ore la faceva restare così inquieta, dubbiosa e tormentata: qualcuno si era introdotto di nascosto all'interno della casa. Ma chi poteva mai essere?

«Tesoro, entra piano... perché ti assicuro che non sarà affatto facile per te vedere e accettare ciò che tra pochi istanti sarà sotto i tuoi occhi».

«Chi sei? Dove ti nascondi?», gridò allarmata Angelica, allungando freneticamente le mani sul mobile per cercare il cellulare appoggiato da qualche parte, pronta a chiamare aiuto.

«Sono sempre stata qui, vicinissima a te, Angelica».

«Ma chi parla? È uno scherzo di cattivo gusto? Vi avverto che chiamo la polizia!»

«No, tesoro mio, non lo è affatto... Non aver paura. Quei timori infondati che senti dentro, questo continuo ripasso mentale di ogni singolo istante della tua giornata... è un comportamento del tutto comune nelle persone che si trovano ad affrontare una sera come questa».

«Una sera… come questa? Ma che cosa vai dicendo! Chi sei, insomma? Mostrati!»

«Davvero non riesci a riconoscere la mia voce? Eppure la senti sussurrare dentro di te da tantissimi anni».

Angelica sente il sangue gelarsi nelle vene: «Non... non è possibile, mio Dio, sto impazzendo. Tutto questo non è reale, sto sognando... non puoi essere tu!»

«Sì, cara, invece sono proprio io. Sono la tua fatina».

Angelica aprì la bocca, sul punto di mettersi a urlare con tutto il fiato che aveva in gola, quando i suoi occhi verdi caddero sulla poltrona principale disposta di fronte alla TV. 

Lì, davanti a lei, vide se stessa. Era seduta in una posizione scomposta, bizzarra, che in qualunque altra situazione le avrebbe fatto scoppiare una fragorosa risata, se non si fosse trattato di una scena reale.

«Dio mio… ma che cosa sta succedendo? Io non capisco… cosa mi sta accadendo? »

All’improvviso, accanto a quel corpo immobile, appare la figura luminosa della sua "fatina". 

La creatura eterea allunga una mano che attraversò fluidamente il corpo spirituale di Angelica; quell’essere di pura luce, così incredibilmente uguale a lei nelle sembianze seppur caratterizzato da colori diametralmente opposti, le prende la mano. 

Angelica si accorge con stupore di poter sentire la consistenza di quella stretta ultraterrena. Nel frattempo, con l'altra mano libera, cerca disperatamente di toccare l’Angelica rimasta seduta sulla poltrona, mentre la TV di fronte resta accesa ma completamente priva di volume, e il terzo CD di Ornella Vanoni aveva ormai smesso di girare nel lettore.

Le dita di Angelica attraversarono lo spazio vuoto sopra la donna sulla poltrona . D’improvviso, le lacrime iniziarono a scorrere copiose sul suo viso, e l’altra la stringeva forte a sé, avvolgendola in un caldo abbraccio.

«Quando eri risalita in casa dopo che Alberto era andato via, hai acceso la televisione», le spiega dolcemente la fata, la voce che sembra un canto. «Subito dopo ti era venuto un forte, improvviso capogiro; allora avevi abbassato completamente il volume dell'apparecchio e ti eri diretta in cucina. Hai aperto il cassetto dei medicinali e hai preso una pastiglia per calmare il malessere, poi sei tornata in salotto, ma la testa continuava a girarti violentemente. Avevi pensato intensamente a me, alla tua protezione, e io sono arrivata al tuo fianco. Ma quando hai acceso il compact disk ed è partita la prima canzone... il tuo cuore si è fermato di colpo».

«Il mio cuore... si è fermato?», ripe Angelica, sbalordita, gli occhi sgranati. Strano a dirsi, in quel preciso istante non prova più alcun tipo di dolore fisico, i giramenti di testa sono completamente spariti e anche le lacrime sono svanite dal volto. 

Le sembra quasi assurdo osservare la propria figura immobile lì, su quella bella poltrona del suo salotto. Quasi le viene da ridere per l'assurdità della situazione, poi si volta a guardare quella presenza luminosa al suo fianco.

«Ti sei addormentata per sempre nel mondo terreno, Angelica. E ora sei qui, libera, insieme a me».

«Mio Signore… e adesso che cosa succederà? Che cosa farò? E Alberto? E i miei genitori… io devo…»

Si interrompe, rendendosi conto da sola che stava pronunciando frasi senza un reale senso logico, mentre la figura eterea continua a sorriderle con infinita dolcezza.

«Vieni, Angelica, adesso dobbiamo andare… Non ti preoccupare per loro… ti troveranno, non temere…».



Mentre la fata parla con dolcezza, Angelica si accorge che si stavano sollevando verso l'alto, fluttuando nel cielo sopra la città. La sua casa fiorita e il suo terrazzo diventavano un punto sempre più piccolo e lontano, laggiù in basso.

«Domani chiameranno l’ambulanza, arriverà la polizia. Piangeranno la tua scomparsa… Insomma, si svolgerà la solita prassi burocratica e dolorosa di chi perde qualcuno fisicamente, sulla Terra».

Angelica la fissa con un misto di stupore e totale serenità. Davanti a loro, nel nero della notte, una luce immensa, calda e accogliente si stava spalancando, e tutto il resto del mondo che si lasciava alle spalle pareva non avere più alcuna importanza.

«Vedi, Angelica? Già ti senti meglio, il peso è sparito. Andiamo, dai, ci sono persone care che ti stanno aspettando da tempo dall'altra parte. E se il tuo pensiero torna ad Alberto, non temere per lui: è ancora un uomo giovane. Forse il destino avrà in serbo per lui altre vite, altri incontri e altre occasioni felici. Ma quella che si prospetta davanti a te in questo momento è un'esistenza insuperabile, magnifica ed eterna. Andiamo.»

La notte estiva, con il suo corteo di stelle lucenti e la luna alta nel cielo, sembrò inghiottire e cancellare quella luce eterea e invisibile, dove nessuno dal basso si era accorto di nulla.

All'interno del salotto ormai silenzioso di Angelica, sul tavolino accanto al suo corpo seduto per sempre sulla poltrona, lo schermo del telefono cellulare si illumina all'improvviso nella penombra. Sul display appare, lampeggiante, il numero di Alberto.

Fuori, lungo i viali illuminati, la vita della città continua a scorrere frenetica, senza sapere.

Giampaolo Daccò Scaglione

 

















 

mercoledì 5 agosto 2026

"IL SILENZIO DI UN’ ALBA LONTANA" - *L'amore di una madre oltre ogni tempo*

 


"IL SILENZIO DI UN’ALBA LONTANA"

*L'amore di una madre oltre ogni tempo*


Anno 1947 – Una notte d'inverno sul limitare del mattino

Il buio della stanza era denso, spezzato solo dai bagliori morenti del camino.

«Vittoria… Vittoria, presto! Scendi, ti prego!».

La voce concitata di suo fratello Alessandro squarciò il silenzio della casa di paese. Vittoria si era appisolata solo da un’ora sul letto al piano di sopra, dopo avergli dato il cambio per la veglia. 

Non voleva che Antonia rimanesse sola nemmeno per un istante su quel letto improvvisato in soggiorno, sistemato vicino al fuoco per proteggerla dai morsi del gelo. 

Con il cuore in gola, Vittoria si gettò sulle spalle una vestaglia di lana pesante e corse giù lungo le scale di legno. I gradini scricchiolavano sotto i suoi passi frettolosi; rischiò di cadere due volte, tradita dalla fretta e da quel presentimento scuro che le artigliava il petto. 

Dentro di sé, con la spietata certezza che solo una madre possiede, sapeva che il tempo era scaduto.



Al piano di sopra, la vecchia madre Marta si ridestò di colpo, chiamandola con un filo di voce tremante. 

Ma Vittoria era già giù, inginocchiata accanto a quel letto di dolore. Alessandro fece per risalire i gradini per sorreggere l’anziana madre, ma a metà della rampa vide che Marta stava già scendendo, sorretta dall'altra figlia, Francesca.

«Sandrino, ti prego», gli sussurrò Francesca con gli occhi lucidi, fermandolo. «Va' di sopra a controllare le bambine. Credo che stiano dormendo e non voglio assolutamente che si sveglino adesso. Non devono sentire. Non devono vedere questo orrore, sono troppo piccole».

Alessandro annuì in silenzio. 

A passo lento, per non fare rumore, raggiunse la camera dove Domenica ed Angela, di tredici e sei anni, riposavano rannicchiate sotto le coperte, ignare di tutto, sospese in un mondo di fiaba che stava per infrangersi. 

L'uomo le guardò per un istante, inghiottì il pianto, poi girò sui tacchi e ridiscese per unirsi alle sorelle e alla madre. 

Alessandro e Francesca vivevano già da qualche anno sotto lo stesso tetto con Vittoria e con Marta, l’amata madre rimasta vedova tempo prima; la casa era grande, spaziosa, e c'era posto per tutti. 

Loro due erano gli unici fratelli rimasti non sposati, anche se l'anno successivo Alessandro sarebbe finalmente convolato a nozze con Gina, una donna molto più giovane di lui.

Marta si avvicinò al letto, lo sguardo fisso sulla figlia Vittoria che accarezzava disperatamente il volto di Antonia. 

Marta sapeva cosa significasse quel silenzio: stava guardando morire sua nipote, nello stesso identico modo in cui la vita le aveva strappato quattro dei suoi nove figli. 

In quel momento le sembrò di sprofondare all'indietro nel tempo, a quel maledetto 1918 in cui Monica, la sua primogenita, era stata stroncata dal morbo terribile della Spagnola, l'apocalisse che subito dopo la prima guerra mondiale aveva ucciso milioni di persone in tutto il mondo. 

Marta iniziò a piangere in silenzio, stringendosi debolmente a Francesca. 

La Grande Guerra le aveva portato via quella primogenita e aveva spedito al fronte tre dei suoi figli maschi; erano tornati tutti vivi, è vero, ma sia suo marito sia due di quei ragazzi erano morti anni dopo, risparmiati dal fronte solo per non vedere la seconda, immensa tragedia che avrebbe devastato l'Europa.



Vittoria, intanto, aveva premuto le mani contro le guance pallide di Antonia. 

A soli sedici anni, la tubercolosi se la stava portando via un respiro alla volta. Gli occhi azzurri della ragazza erano ormai persi, fissi su un punto invisibile in un mondo lontano, enormi sopra un viso pallido come la luna. 

Eppure, da quelle labbra esangui usciva ancora, debolissima, un'unica parola: «Mamma…».

Vittoria sollevò lo sguardo implorante verso le pareti della stanza. Lì erano appesi due ritratti: quello di suo marito Paolo, ucciso anche lui dalla tisi tre anni prima, e quello del piccolo Pietro, un figlio di pochi mesi perso ancora prima che nascesse Angela.

Con la mente in fiamme, Vittoria si rivolse a quell'uomo, l'unico che avesse mai amato e che avrebbe amato fino alla fine dei suoi giorni: 

«Paolo, ti prego… non farti portare via anche lei. Dillo a Chi è lassù… ti scongiuro. Mi si sta spezzando il cuore». 

Le lacrime le inondarono il viso e abbassò la testa, disperata.

Antonia, con un ultimo barlume di forza, sollevò una mano tremante e sfiorò la guancia della madre. Il lampadario a olio appeso al soffitto proiettava una luce spettrale, disegnando sulle pareti ombre ingigantite che sembravano spettri in attesa. 

Vittoria si chinò sul letto e si strinse al petto quella bellissima figlia, tornando con la mente a tre anni prima, a quel maledetto pomeriggio d'estate in cui tutto era cominciato.



Nel 1944, subito dopo la morte del padre, Antonia aveva voluto a tutti i costi aiutare la madre. Insieme ad alcune amiche era andata a lavorare nei campi, raccogliendo grano e avena nelle grandi fattorie dei signori del paese. 

Ragazzi non ce n'erano; gli uomini erano quasi tutti al fronte a combattere.

In quel caldissimo pomeriggio di luglio, i lavoranti si erano concessi un po' di riposo dopo il pranzo, sdraiandosi all'ombra di due grandi alberi poco fuori dall'abitato. 

Alcuni si bagnavano le gambe nei canali d'irrigazione per trovare sollievo dall'afa. Antonia si era alzata da sola per andare a rinfrescarsi il viso a un ruscello poco distante, ma era stata raggiunta da un parente della famiglia. 

L’uomo l'aveva guardata con occhi torbidi: era così bella, alta, con i lunghi capelli rossi che le danzavano nel vento, gli occhi color del cielo e quel vestito leggero che le accarezzava il corpo da adolescente. 

Senza dire una parola, l'uomo le era balzato addosso tentando di baciarla sulla bocca.

Antonia aveva reagito con una forza feroce, spingendolo via con violenza. L’uomo era ruzzolato nel fango del ruscello, rialzandosi tra le bestemmie. 

«Piccola streghetta, adesso ti faccio vedere io…», aveva ringhiato, ma un urlo terrificante proveniente dal campo li aveva fatti voltare di scatto.

«Gli aerei! Gli aerei da guerra! Stanno arrivando, scappate! Via, via!».

Donne, ragazze e i pochi anziani rimasti iniziarono a correre alla rinfusa verso le cascine in cerca di un riparo. 

Due caccia militari, dopo aver mitragliato il centro del paese, stavano scendendo in picchiata proprio verso di loro, radendo il terreno. 

Antonia venne presa per mano da due amiche, mentre un uomo correva davanti a loro incitandole a spingere sulle gambe. Le mura dei cascinali sembravano lontanissime, mentre il terrore paralizzava i cuori.

Il rombo assordante di quei mostri d’acciaio nel cielo portò con sé un vento di ghiaccio sulla loro pelle. Il primo aereo iniziò a sparare sulla folla disarmata. 

Qualcuno cadde a terra ferito, altri si gettarono nei fossi protetti dagli alberi. Le tre ragazze e l'uomo avevano quasi raggiunto la salvezza di un portone quando, all'improvviso, una sventagliata di mitragliatrice centrò in pieno quel signore, squartandolo letteralmente davanti ai loro occhi. 

Il sangue caldo schizzò sui vestiti delle ragazze. Una delle amiche svenne all'istante, mentre Antonia e l'altra iniziarono a urlare con tutto il fiato che avevano in gola, abbracciandosi strette contro il muro. 

L’aereo virò per tornare a colpire. Fortunatamente, le braccia forti di due contadini sbucati dal nulla le afferrarono di peso, trascinandole dentro il cascinale e giù, nel buio delle cantine.

Da quel giorno maledetto, Antonia non era più stata la stessa. 

Quello shock le causò una febbre altissima che non accennava a scendere; smise di mangiare, si chiuse in un silenzio impenetrabile e, in pochissimo tempo, la stessa malattia polmonare che aveva ucciso suo padre si impossessò del suo corpo indebolito.



Nel soggiorno della casa di paese, Vittoria sentì il corpo di sua figlia farsi improvvisamente leggero tra le sue braccia, abbandonandosi del tutto. Le diede un ultimo bacio sulla fronte, che era già fredda.

«Mamma…», fu l'ultimo sussurro di Antonia.

Poi, un urlo lacerante spezzò la notte, mentre una morsa d'acciaio stringeva il petto di Vittoria. La donna strinse a sé quel corpo inerme, iniziando a cullarlo lentamente, come se stesse stringendo una bambina appena nata.

Il silenzio tornò a regnare sovrano nella stanza, un silenzio così profondo che la casa parve svuotarsi di colpo di ogni oggetto, di ogni presenza. 

Alessandro si alzò lentamente dalla sedia, si avvicinò a Vittoria e con delicatezza la costrinse ad alzarsi, mentre Francesca, asciugandosi le lacrime, sistemava il corpo della nipote su quel letto vicino al calore del camino.

«Alessandro, va' a chiamare il dottore e il parroco», ordinò Francesca al fratello, guardando il pendolo sulla parete che segnava le quattro del mattino. «Anche se è troppo presto, vai».

L’uomo uscì di corsa, scomparendo nelle strade buie e deserte. Francesca prese Vittoria per mano; la sorella era spettrale, immobile, sembrava sul punto di svenire. La accompagnò a sedersi su una sedia vicino al fuoco.

«Ora cosa farò? Cosa faremo, Francesca?», sussurrò Vittoria con gli occhi vacui. «Mi è morto il cuore… la mia Antonia…».

«Non dire nulla, Vittoria. Ci siamo noi qui, adesso penseremo a tutto noi», rispose la sorella, fingendo una forza che non possedeva, mentre le accarezzava la fronte e la vecchia madre si inginocchiava ai piedi del letto, pregando a mani giunte.

Vittoria avrebbe voluto morire in quel preciso istante, spegnersi per raggiungere il suo Paolo e la sua bambina, sentiva che la vita non aveva più alcun senso. Ma proprio in quel momento, un singhiozzo sommesso attirò lo sguardo delle tre donne verso la scala di legno.

Domenica ed Angela erano sedute sui gradini, strette l'una all'altra nell'oscurità. Osservavano la scena con i visetti completamente rigati dalle lacrime. 

Vittoria si alzò di scatto e, quasi correndo, raggiunse le sue bambine. Si sedette sui gradini in mezzo a loro, tirandole a sé e stringendole in un abbraccio disperato.

«Continuerò a vivere per loro», pensò Vittoria, sentendo il calore dei loro piccoli corpi. «Dovrò farcela. In loro vedrò il riflesso di Antonia. Farò tutto ciò che è in mio potere per vederle crescere sane e non far mancare loro mai nulla. Saranno loro la mia unica forza».

Pianse insieme alle sue piccole tutte le lacrime che aveva in corpo, sopravvivendo a un dolore dilaniante che non si sarebbe placato mai più per il resto dei suoi giorni. 

Ma stringendo le sue bambine, le sue uniche ragioni di vita rimaste al mondo, Vittoria ebbe la certezza che avrebbe ricominciato a lottare.

Fuori, il buio della notte nascondeva ancora le macerie della guerra appena passata. 

Ma per Vittoria, in quella fredda alba del 1947, era appena iniziata la sua personale guerra da combattere e da vincere: la più dura di tutte, la battaglia per la vita.

Giampaolo Daccò Scaglione