giovedì 12 febbraio 2026

"Quando le donne amano" : *LA PRIMA STELLA CHE HO VISTO*

 “Ci sono istanti che non appartengono al tempo, ma al cuore.

*LA PRIMA STELLA CHE HO VISTO*


Un vento leggero fresco arriva a lambire quel prato circondato da gelsi con le gemme appena spuntate che brillano rosse al tramonto del sole, nel cielo nuvole rosate corrono verso dove il signore della luce va a dormire.

Neanche uno stormo di colombe che passano veloci tra le nuvole e il prato, volando verso la cittadina poco distante si accorgono di quelle due figure colorate distese su una coperta nel prato, dove i primi fiori bianchi e gialli si stanno chinando per addormentarsi nella sera.

Due ragazzi, belli, giovani che pochi mesi prima il destino li aveva fatti incontrare per caso in una piazzetta vicino ad un colonnato e gli occhi verdi di lei si erano già stampati per sempre nei cerulei di lui, come i loro cuori.

Finalmente con la primavera, i sensi sopiti e spesso nascosti, tra carezze intime e baci prima leggeri e poi appassionati, li hanno fatti ritrovare su quella distesa verde puntellata di piccoli colori bianchi, gialli e azzurri poco lontano dall’abitato dopo il ponte del fiume.

Aurora è distesa sull’erba fresca di aprile, il profumo dei fiori e dell’erba si mescolano all’aria tiepida della sera. Tiene gli occhi chiusi, ascolta il battito del proprio cuore e quello di Mauro, così vicino al suo.

È il loro primo amore, quello che non si dimentica, quello che lascia un’impronta che nessun’altra storia potrà cancellare.

Quando apre gli occhi, incontra quelli di lui: chiari, sinceri, pieni di una dolcezza che la fa tremare. Mauro le sfiora il viso con una carezza timida, quasi impaurita dalla bellezza di quel momento.

 «Ti amo.» le sussurra.

E Aurora sente che quelle due parole le entrano dentro come una promessa.

 Da lontano, le campane del paese suonano le diciotto e trenta. Il cielo si sta scurendo, e le prime stelle cominciano a brillare sopra di loro. Una in particolare, rossa e luminosa, sembra osservare la scena come un piccolo segno del destino.

 «È tardi…» mormora Aurora, con un filo di voce. «Mamma mi aspetta.»

Mauro sorride mentre lei si sistema la camicetta sbottonata su quel seno magnifico e candido, ma nei suoi occhi c’è un’ombra di malinconia.

Vorrebbe trattenerla ancora, tenerla stretta, proteggerla da tutto. Ma la lascia andare, come si lascia andare qualcosa di prezioso che non si vuole rovinare.

Aurora pensa alla sua prima volta, al suo corpo che si è donato a lui senza nessuna paura, con amore, passione che neanche lei pensava di avere, aveva avuto paura di quell’attimo in cui avrebbe perso l’innocenza.

Aveva capito la felicità di lui quando si accorse che era stato il primo e l’unico che l’aveva fatta sua ed Aurora sentiva dentro al suo cuore di essere sua senza nessuna costrizione.

 Era amore puro.

«Non è stato un gioco, vero?» gli chiede lei, con un tremito nella voce. «Dimmi che non sono una delle tante. Dimmi che per te… conta.»

 Mauro le prende il viso tra le mani.

«Aurora… tu sei il mio primo amore, sei davvero la ragazza che avevo sempre desiderato, sognato nella mia mente e nel mio cuore. Senti come batte.”.

La ragazza poggia la sua mano calda sul petto di lui e come all’unisono anche il suo batteva veloce come quello del ragazzo che la stava guardando con amore nei suoi occhi verdi.

E sei quella donna che voglio portare con me nel futuro, insieme. Non l’hai capito ancora amore mio?» conclude lui baciandola sulle labbra che sapevano di lacrime di felicità.

Aurora chiude gli occhi un istante, poi li riapre verso il cielo. La stella rossa è ancora lì, più brillante di prima.

E in quel momento Aurora sente - con la certezza che solo i giovani sanno avere - che quella sera resterà per sempre dentro di lei. Come un marchio d’amore, un segno che sugella un sentimento infinito.

Lo sa, lo sente dentro che Marco sarà il suo grande e primo amore, qualunque cosa accada in futuro. Che i suoi sedici anni sono maturi per un sentimento così forte e grande.

Lo ha capito guardando poi negli occhi quel giovane ragazzo che un mattino le aveva offerto un fiore mentre appoggiata ad una colonna stava ad ascoltare la musica, che un’orchestrina aveva improvvisano nella piazza.

Guardando nuovamente nel cielo, Aurora sa che quella stella sarà il simbolo di un ricordo che non svanirà.

La prima stella che ha visto. La prima promessa del cuore.

 Questa storia nasce dal ricordo di ciò che resta della nostra prima volta: non i dettagli, ma la luce. La luce di un istante che ci cambia per sempre.” - Aurora.

 Giampaolo Daccò Scaglione

 

martedì 10 febbraio 2026

"Quando le donne amano": *IN ATTESA DEL TRENO*

“Ci sono treni che non portano lontano: portano altrove.”


*IN ATTESA DEL TRENO*

Che strano trovarmi qui, in questa piccola stazione, in un mattino tiepido di primavera. La rugiada illumina il paesaggio con una delicatezza che ricorda i dipinti di Monet: colori chiari, sfumati, quasi sospesi.

Guardo l’orologio: sono le dieci e trenta dell’undici aprile. Il treno dovrebbe arrivare a momenti, almeno così mi hanno detto.

Se penso a ciò che ho lasciato alle spalle, mi viene da piangere. Eppure, dentro di me, sento una serenità nuova, inattesa, quasi dolce.

È per lui che ho lasciato un marito adorabile, sposato più di vent’anni fa. È per lui che ho abbandonato due figli ormai vicini al diploma. È per lui che ho salutato due genitori che hanno dato tutto per me.

Quando l’ho incontrato, poco più di un anno fa, non immaginavo che quella conoscenza avrebbe cambiato ogni cosa. 

Ho sofferto, sì. 

Ho lottato, ho esitato, ho pianto. Ma alla fine ho capito che la vita, a volte, ti mette davanti a scelte che non puoi evitare. E lui è stata una di quelle scelte.

Non voglio pensare alla sofferenza dei miei cari, ma le due valigie accanto a me me la ricordano. Perché lasciare tutto ciò che avevo? 

Perché rinunciare a una felicità tranquilla per seguire un uomo che non mi ha dato tregua fino al mio cedimento?

Non lo so. Non lo so davvero. So solo che, quando ho detto “Me ne vado”, negli occhi dei miei ho visto una sofferenza indicibile. E il mio cuore si è spezzato. Ma ormai non potevo più tornare indietro.

Il treno non arriva. L’attesa è snervante. La mia nuova vita è lontana, eppure così vicina.

Una donna si avvicina. Finalmente non sono più sola.

«Buongiorno, signorina» dice sorridendo. È elegante, vestita di verde, con i capelli bianchi raccolti in uno chignon anni Sessanta. Ha occhi vispi, gentili.

«Buongiorno a lei…» rispondo. «Se aspetta il treno delle dieci e trenta, temo che saremo in ritardo.»

Lei sorride, e la sua risposta mi spiazza.

«Le importa davvero così tanto un piccolo ritardo? Ha un appuntamento importante? Io prendo spesso questo treno. Non mi sono mai turbata dei ritardi: prima o poi si arriva sempre alla meta.»

«Già… forse ha ragione.»

«E non si preoccupi per il posto. Su questo treno c’è sempre posto.»

C’è qualcosa nei suoi occhi: affetto, forse pena. Ma la sua presenza mi tranquillizza.

Apre la borsetta color paglia, estrae un foglio, lo legge. Poi alza lo sguardo e mi sorride di nuovo.

«È tutto a posto, signorina. Il treno sta arrivando. Anzi… eccolo.»

Mi alzo. Lei mi sfiora la spalla con un gesto affettuoso.

Un treno argenteo, moderno, pieno di persone, si ferma davanti a noi. Nessuno scende. Il capotreno si affaccia e saluta la signora con la mano: si conoscono, evidentemente.

«Prego, salga pure» mi dice lei. «Arrivederci, signorina Adriana.»

Mi volto di colpo. Come fa a sapere il mio nome? E le mie valigie? Sono rimaste accanto a lei.

Le porte si chiudono. Lei rimane sul binario, immobile, serena, e mi saluta con un cenno.

«Prego, signorina Silvana» dice il capotreno. «Il suo posto è il quarantasei, vicino al finestrino. Non si preoccupi per le valigie: arriveranno col prossimo treno.»

La sua voce è calma, rassicurante. Mi siedo. Fuori scorrono monti e vallate. Poi il treno entra in una galleria.

Bologna, 12 aprile

Alberto tiene per mano Luca e Antonio, i suoi figli. Dietro di loro, i genitori e i suoceri piangono in silenzio. 

Si sentono solo i passi sulla ghiaia del vialetto del piccolo cimitero di periferia.

«Povera Adriana…» pensa Alberto stringendo le mani dei ragazzi. «Sei andata via per sempre, lasciandomi solo con loro. Quel male terribile, quello che chiamavi Lui, il mio rivale, ha vinto la sua battaglia. Ti ha portata lontano, chissà dove, chissà su quale treno. Ti amerò sempre, piccola mia. Ovunque tu sia.»

Il cielo si fa più azzurro. Da qualche parte, un treno è arrivato a destinazione. Un treno che parte e ritorna da un luogo che nessuno conosce, se non chi lo prende una sola volta nella vita.

“Questa storia nasce da una domanda semplice: cosa succede nell’istante in cui lasciamo la vita che conosciamo? Ho immaginato una donna che crede di fuggire per amore, e invece sta compiendo il viaggio più misterioso di tutti.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

domenica 8 febbraio 2026

"Quando le donne amano": *ASPETTANDO CHE UN GIORNO ARRIVERAI*

 “Ci sono attese che non pesano: 

profumano di pioggia, di routine, di sogni che bussano piano.”


*ASPETTANDO CHE UN GIORNO ARRIVERAI*

"Mi guardo allo specchio appena alzata dal letto, vedo la solita immagine struccata, spettinata con la bocca imbronciata per un altro giorno da vivere. In questi attimi penso sempre di poter volare in qualche posto lontano, caldo, da vivere con gioia e serenità. Mi sembra di essere ancora una bambina che sogna ad occhi aperti, ma questo è un pensiero che faccio ancor prima di alzarmi da tepore delle coperte, il resto è come al solito, come ieri, come oggi e come sarà domani. La verità, la mia verità è solo questa":

Come ogni mattina, apro gli occhi ascoltando la pioggia sul tetto. Il tepore delle coperte mi trattiene ancora un istante, prima che la sveglia mi ricordi che è venerdì e che il mondo mi aspetta. 

Mi alzo, preparo il mio caffè latte e guardo il cielo grigio-blu dalla finestra: la pioggia scende sottile sulle case, sulle strade, sulle auto parcheggiate. E mentre sorseggio l’ultimo goccio, penso a te. A quando arriverai.

Il treno delle sette e quaranta è puntuale. C’è meno gente del solito, e posso leggere il giornale senza sgomitare tra chi spinge e borbotta. Fuori, la città scorre bagnata. Dentro, io continuo a immaginare il giorno in cui ti incontrerò.

In ufficio la luce è troppo forte, i colori troppo chiari. Il capo li ha voluti così, e noi ci siamo adattati. 

La posta da evadere è tanta, i miei collaboratori sono quasi tutti ammalati, e il solito gruppetto decide di andare a prendere il caffè nel momento meno opportuno. 

Io lavoro, rispondo, organizzo. E intanto, senza volerlo, penso a te.

A pranzo, sushi veloce con due colleghe simpatiche. Laura e Rita litigano sull’ultima canzone di Elisa - come sempre - e io le ascolto sorridendo. 

Poi, mentre mastico un pezzo di salmone, mi torna in mente una frase letta ieri sera in un libro: “A volte l’amore arriva quando smetti di cercarlo.” 

E mi chiedo se sarà così anche per noi.

Il pomeriggio scorre lento. La pioggia non smette. Consegno tutto al capo, che oggi - miracolo - sorride. Programmo il lavoro per lunedì, guardo l’orologio: sono le quindici e venti. 

Tra poco si chiude, e per tre giorni potrò respirare. Mi appoggio allo schienale della sedia, chiudo un attimo gli occhi. E ti immagino ancora.

Fuori piove più forte quando esco dal supermercato. 

Ho rifiutato un’uscita con le amiche: avevo voglia di stare al caldo, con una cenetta pronta e un episodio della mia vecchia serie preferita, Cold Case

Penso che, quando arriverai tu, i venerdì sera saranno diversi: abbracciati sul divano, a raccontarci i sogni e le paure.

Sono le venti e cinquanta. Il gatto dorme, la cucina è in ordine, la tv accesa. Sul più bello, squilla il telefono: mia madre, come sempre, nel momento meno adatto.

«Sì mamma… certo che ho cenato… sì, vengo domenica… sì, papà sta bene… sì, sì… ciao.»

Riattacco e mi accorgo che mi sono persa il colpevole dell’episodio. Penso che, quando ci sarai tu, me lo racconterai.

Nel cuore della notte un tuono mi sveglia. 

Vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Mi appoggio alla finestra: fuori la pioggia continua, i lampioni disegnano cerchi gialli sull’asfalto bagnato. E penso a te. 

A quando arriverai.

«Non so chi sei. Non so come sei. Non so quando entrerai nella mia vita. Ma so che un giorno accadrà. E quando accadrà, il tuo sorriso e i tuoi occhi mi faranno innamorare perdutamente. Ti aspetto.»

Torno a letto. Le coperte sono ancora calde. Mi rannicchio, sorridendo. Domani sarà un sabato tutto per me. E chissà… forse sarà il giorno in cui tu arriverai davvero.

So che ci sei da qualche parte nel mondo o forse vicino a me, alla mia vita. Lo so. Lo sento. Ci sei e continuerò ad aspettarti finché ti vedrò spuntare. E ti riconoscerò subito "Amore mio."

“Questa storia nasce da un pensiero semplice: l’attesa non è vuoto, è un luogo pieno di sogni. Ho immaginato una donna che vive la sua quotidianità con dolcezza, lasciando uno spazio nel cuore per qualcuno che ancora non conosce.”

Giampaolo Daccò Scaglione

venerdì 6 febbraio 2026

"Quando le donne amano": * LA NOSTRA ULTIMA ESTATE *

 “Ci sono estati che non finiscono: restano sospese tra Parigi, la memoria e un abbraccio che non invecchia.”

*LA NOSTRA ULTIMA ESTATE*


«Ricordo ancora la nostra ultima estate… 

le passeggiate lungo la Senna, 

le risate sotto la pioggia, 

i giorni che sembravano non finire mai.»


«La stai cantando ancora dopo tutti questi anni?» 

«Certo amore. Te l’avevo dedicata proprio qui, venticinque anni fa, il giorno del nostro matrimonio. Parigi lo sapeva già allora.»

Giulio abbraccia Martina mentre il sole scende dietro la Torre Eiffel. Si erano conosciuti alla Sorbona, appena laureati in architettura. 

Lei, bionda dagli occhi azzurri. Lui, moro, atletico, con lo sguardo intenso. 

Non era stato un colpo di fulmine: era stato un amore che cresce piano, come certe melodie che si capiscono solo dopo averle ascoltate molte volte.

Così dopo quattro di anni di fidanzamento ufficiale, si sono sposati nella chiesa di Saint-Sulpice di Rue-Palatine, in zona della loro università vicino a Saint-Germain-des-Près.

Avevano acquistato casa vicino a degli amici italiani, trasferiti come loro per lavoro nella Ville Lumière, la stupenda Parigi in Rue-Seguièr poco distante dalla Senna.

«Ci pensi, Martina? Venticinque anni di matrimonio e quattro di fidanzamento. E ti amo ancora come il primo giorno. E siamo qui, nel punto esatto in cui ti chiesi di stare con me.»

Lei si abbandona al suo abbraccio. Lui la stringe più forte.


«L’aria d’estate era morbida e calda… 

Parigi faceva di tutto per piacerci. 

Parlavamo di politica, di sogni, di futuro… 

e tu sorridevi come se il mondo fosse perfetto.»


Martina scoppia a piangere. Si asciuga le lacrime con una mano tremante. Giulio le porge un fazzoletto, preoccupato.

«Scusami… questa canzone mi commuove sempre. È la nostra. E ora mi sembra di rivivere tutto. Peccato che gli anni siano volati così in fretta…»

«Ma siamo ancora qui. L’anno prossimo, per i trent’anni insieme, ti porto a New York e ti canto "Summertime."»

«Dio mio, no…» Lei ride, e piano si incamminano verso il Trocadéro.

Martina sente Giulio vicino come sempre. Vicino quando erano giovani. Vicino quando erano diventati genitori di Luca, Alessandro e Mattia.

Mattia. Il nome le trafigge il cuore.

Mattia non è figlio di Giulio. E lei non ha mai trovato una spiegazione che non fosse dolore.

Antonio, il loro amico più caro, era malato di leucemia. Lei e altri amici si alternavano per assisterlo. 

Due notti - due sole notti - la pietà, la paura, la fragilità l’avevano trascinata in un gesto che non aveva mai saputo perdonarsi. 

Antonio era morto tre settimane dopo. Lei aveva scoperto di essere incinta. E poi la verità, arrivata come una condanna: Mattia era figlio suo.

Aveva pianto tutte le lacrime del mondo. Aveva temuto di distruggere Giulio. Così aveva scelto il silenzio.

E Giulio? 

Giulio aveva amato quel bambino come gli altri due. Senza mai fare differenze.


«Avevamo paura di perderci… 

paura di invecchiare, 

e proprio per questo ballavamo 

ogni istante come se fosse l’ultimo.»


Giulio smette di cantare. La guarda negli occhi. La bacia. Il mondo scompare.

«Ti amo, Giulio. Ti ho sempre amato.» 

«Lo so, amore. E ti sceglierei mille volte ancora.»

Lei piange di nuovo. Lui la stringe.

«La nostra estate di allora non era l’ultima. Era la prima di tante. Siamo ancora qui. Noi due.»

Un bacio dorato li avvolge. Poi i loro passi risuonano sul marciapiede, verso casa.

C'è una cosa che Martina non sa:

*Amore mio, - pensa Giulio, - so quanto hai sofferto. Antonio me lo disse due giorni prima di morire. Mi disse che quella notte avevi chiamato lui con il mio nome. Mi disse che ti amava dal giorno in cui te l’avevo presentato. E io… io ho pianto. Per lui. Per te. Per noi. Quando è nato Mattia, avevo dei dubbi. Ho trovato le tue analisi. Le ho lette. So tutto. E non importa. Mattia è nostro. E lo sarà sempre.*

«Amore, guarda… ricordi quel bistrot? Ceniamo lì? Era la sera della parata militare…»

Martina sorride, lo ricorda benissimo. Annuisce. Corrono verso il locale che li aveva visti ventenni, innamorati, vivi.

Parigi città dell'amore:

“Questa storia nasce pensando a ciò che resta dopo venticinque anni d’amore: le verità taciute, le ferite guarite, i perdoni silenziosi. Parigi è solo lo sfondo: il cuore è tutto umano.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

 


mercoledì 4 febbraio 2026

"Quanto le Donne amano": *DOVE VOLANO GLI AIRONI*

 “Ci sono amori che non finiscono mai: 

migrano, come gli aironi, e tornano quando il cuore è pronto.”

*DOVE VOLANO GLI AIRONI*

Il vento freddo dell’autunno mi scompiglia i capelli lunghi. Seduta sulla spiaggia, riparata tra le rocce in riva al mare, guardo uno stormo di aironi volare verso sud, verso i mari caldi. Verso dove sei andato tu.

Ricordo quando venivamo qui a guardare il mare, le navi, le barche dei pescatori. Contavamo i gabbiani, le nuvole, i sogni. Era bello allora. 

Lo capisco solo adesso che non ci sei più, che non sono più tra le tue braccia mentre mi accarezzavi i capelli neri e mi baciavi dolcemente.

Chissà dove stanno volando quegli aironi lassù.

Eri dolce, buono, premuroso. In paese ti volevano bene tutti… anche io. Ma forse allora non capivo quanto ti amavo, quanto avrei potuto darti di più. Eri tu il passionale, l’amante, il saggio. 

Tu mi guidavi, tu avevi pazienza dei miei silenzi, dei miei sbalzi d’umore, dei miei capricci. Facevi di tutto per me. 

E io? 

Credo di averti dato molto meno di quanto meritassi, anche se dentro di me sapevo di amarti.

Gli aironi volano sempre più in alto, verso le terre calde. Verso quel giorno in cui te ne sei andato via.

Me lo diceva mia madre: “Quel ragazzo ti ama troppo. Tu sei come una bambolina da accudire. Un giorno si stancherà.” 

Mio padre ti voleva come genero, ma io tergiversavo, incapace di decidere cosa fare del nostro futuro, mentre tu — amore mio — ogni tanto insistevi per sposarci.

Le mie amiche? 

“Sei pazza, Eleonora. Ti sta mettendo ai piedi la sua vita. Sei fredda, non lo ami. L’avessi io uno così…” 

Parole che ora rimbombano nella mia testa mentre piango davanti a questo mare grigio, con il vento che mi entra nella pelle.

Amore mio, dove sei? Sono qui che ti aspetto. Non mi stancherò mai di tornare nel nostro posto. Dentro di me sono sicura che tornerai. Tornerai?

Gli aironi ritornano quando arriva la bella stagione. Le rondini tornano ai loro nidi dopo l’inverno. E tu?

Che belli quei tramonti osservati giocando con la sabbia. Sorrido ricordando le corse tra le barche colorate, piene di reti che sapevano di salsedine. 

“Ti prendo!” 

Non ci riuscirai!” 

E ogni volta finivo sotto di te, sporca di sabbia, con i tuoi baci salati sulla bocca.

Un altro stormo vola via. Che eleganza nei movimenti. Chissà dove andranno. Forse dove sei tu ora.

Poi arrivò quel giorno, dopo una delle nostre litigate. Per te fu uno schiaffo quando ti dissi di aspettare ancora un po’, che non ero sicura, che un matrimonio non si prende alla leggera. 

Non dimenticherò mai il tuo sguardo pieno di dolore: “Non mi ami. Non mi ami come dovresti. Guardati dentro, Eleonora. Io sto soffrendo da troppo tempo. Se tu non sei sicura, forse è meglio che io me ne vada per un po’.”

Mi ero raggelata. Il cuore mi scoppiava. Ma non ero riuscita a dire nulla. E tu avevi scambiato il mio silenzio per un assenso.

Eri uscito di casa.

Tre giorni dopo eri alla stazione, su quel treno. Avevo corso come una pazza per raggiungerti. Avevo capito di amarti follemente, come tu avevi sempre saputo. Davanti al treno in partenza avrei dovuto salire, ma…

Gli aironi stanno sparendo all’orizzonte. Chissà quando li rivedrò tornare. Chissà quando tornerai tu.

Dal finestrino, mentre ti urlavo “Scendi, ti prego! Ho sbagliato!”. 

Tu mi avevi gridato: “Lascia fare al tempo. Lascia che io possa capire. Lasciami andare, come gli aironi che vediamo nei cieli sul mare. Aspettami, se vuoi. Forse… se qualcuno da lassù lo vorrà, ritornerò.”

Poi più nulla. Guardavo quel treno allontanarsi, sparire nella galleria. E in quel momento ho pianto tutte le lacrime che avevo.

Amore mio, dove sei? Sono ancora qui ad aspettarti.

Ti ricordano tutti, sai? E negli sguardi dei miei, dei miei fratelli, degli amici, c’è sempre un’ombra di rimprovero. Questo per dirti quanto ti volevano bene. E quanto mi accusano ancora.

Ed ora, di me, cos’è rimasto? Una donna sola che aspetta ogni giorno, che spera, che sogna di vederti tornare.

Ho imparato a capire il mio cuore. Non so se la lettera che ho spedito a tuo padre ti sia arrivata. Non so se ti abbia raggiunto, soprattutto nel cuore. È passato tanto tempo.

Ma io sono qui. E so che un giorno tornerai. Come ritornano gli aironi con il vento caldo del sud.

 “Questa storia nasce osservando un volo di aironi sul mare. Mi sono chiesto cosa significhi aspettare qualcuno che non torna, e come l’amore continui a vivere nei luoghi che abbiamo condiviso.”

 Giampaolo Daccò Scaglione

 

lunedì 2 febbraio 2026

"Quando le donne amano": *LA SPIAGGIA DEI RICORDI ETERNI*

 “La Spiaggia dei Ricordi Eterni”

“Ci sono luoghi che trattengono gli amori di una vita, 

e ogni estate li restituiscono a chi sa ascoltare.”


La donna - bella, non più giovane, con gli occhi del colore del cielo mattutino e il viso segnato da lievi tracce d’età - cammina sulla spiaggia dorata del sud della Francia. 

I suoi lunghi capelli bianchi si muovono nel vento tiepido di inizio estate. Indossa un vestito leggero e tiene in mano un cappello di canapa con una fascia di seta lilla che danza intorno alla tesa.

Le sue impronte scalze disegnano una scia sulla sabbia, mentre le onde, leggere come un respiro, sfiorano la riva illuminata dal sole appena sorto.

Un sole che l'aveva vista molto tempo prima come una bellissima dea, dai capelli lunghissimi color del grano maturo che volavano tra gli aliti del vento caldo proveniente da sud.

I suoi bellissimi occhi si confondevano col colore del cielo e del mare ma a quel tempo spesso, parevano tristi nonostante il sorriso sul volto di chi non faceva trapelare il dolore nel suo cuore.

È sola, ma non triste. Sorride ai suoi pensieri: è serena, è felice. Ogni tanto una lacrima di nostalgia le scivola dagli occhi, ma non è dolore: è memoria. 

Un passato vissuto pienamente, fatto di volti, di estati, di amori che non si cancellano.

Non vuole rimpianti. 

Vuole solo vedere nei suoi cinque nipoti - Lucien, Étienne, Jean‑Claude, Yvette e Marie — e nei suoi tre figli, Julian, Margot e Vincent, la certezza di essere cresciuti con un padre e una madre che li hanno amati davvero.

Nonostante le difficoltà, nonostante le tempeste, la loro famiglia ha avuto momenti indimenticabili. 

Come indimenticabile era stata Yvette, la suocera, che viveva proprio qui e che le aveva lasciato in eredità la grande villa bianca affacciata sul mare, con le tende di lino che svolazzano al vento.

Accanto a lei, da trentacinque anni, c’è Malinda: più un’amica che una domestica. 

Arrivata dalle Comore quando Margot era appena nata, è diventata la tata di tutti, la custode delle due case, la presenza silenziosa che tiene insieme la famiglia. 

La donna dai capelli bianchi le vuole bene come a una sorella: Malinda, con la pelle scura e gli occhi colore dell'ambra che leggono dentro.

Alix - così si chiama - si siede sulla sabbia accanto ad una piccola roccia davanti al mare, non lontano dal paesino colorato che lei e Philip chiamavano “il loro posto”.

Philip. L’uomo che aveva amato per tutta la vita. 

Biondo, dagli occhi blu, conosciuto per caso alla Sorbonne quando lei era una giovane stagista di architettura e lui un giovane professore che sostituiva un collega. 

Si erano innamorati in poche settimane, sposati dopo la laurea di Alix, trasferiti a Lione, cresciuto tre figli, affrontato tutto insieme. 

"Lyon" come la chiamava lui, con l'accento della Borgogna da cui proveniva. Il suo scrigno prezioso dove aveva portato avanti la vita sua e di tutta la famiglia in quella bellissima casa nel quartiere Saint Jean, con quelle finestre che si affacciavano sul Rodano che scorreva lento verso sud.

Philip se n’era andato due anni prima, con un ultimo abbraccio che lei sente ancora sulla pelle.

Non vuole piangere. Sa che un giorno lo raggiungerà. Sa che la vita le ha dato molto, e che ora può permettersi la pace.

Si sistema i capelli, si mette il cappello, quando una voce la richiama:

“Bonjour, Alix.” lei tenendo fermo il cappello in testa per l'aria si gira a guardare quella figura che le sta passando accanto.

È il professor Mulas, con il suo educato Golden Retriever, Borbon.

"Bonjour Alexandre, bella giornata oggi vero?"

Scambiano poi qualche battuta, un sorriso, un invito al circolo per un caffè. Poi lui prosegue, elegante nel suo lino grezzo, e Alix riprende il cammino verso casa.

La spiaggia si anima: bambini, giovani, madri, qualche coetaneo. Il mondo si risveglia.

E mentre cammina, nella sua mente torna una canzone che ascoltava quando era fidanzata con Philip. 

Una melodia dolce, estiva, che parlava di amori nati sulla spiaggia, di giorni luminosi, di ricordi che il tempo non cancella del tutto. 

Una canzone che diceva che, anche quando le onde sembrano portare via tutto, il sole ritorna sempre, e con lui la possibilità di ritrovare ciò che si credeva perduto.

Alix la canticchia sottovoce, sorridendo. È felice. È serena. E si sente ancora amata. 

Mentre torna verso il lungo mare, le sue impronte restano su quella sabbia dorata ed invisibili, luminose accanto ad esse quelle di Philip che la seguirà per sempre.

“Questa storia nasce osservando una donna sulla spiaggia, una sconosciuta che portava nei gesti la grazia di chi ha amato profondamente. Ho immaginato la sua vita, i suoi ricordi, e la serenità che solo gli amori veri sanno lasciare.

Giampaolo Daccò Scaglione

 


domenica 1 febbraio 2026

QUANDO LE DONNE AMANO: *LE DONNE*- PREFAZIONE

 

QUANDO LE DONNE AMANO:

Questa è la nuova serie di racconti dedicati alle Donne, sette storie intense, dove l'amore, la sensibilità e il senso di sacrificio sono protagonisti delle loro vite.

Donna la cui immagine spesso è stata travisata, violentata, messa in disparte, sacrificata e schiavizzata.

Donna che, invece è uno spirito, un'anima superiore che è generatrice di vita, portatrice di amore, di sentimenti, di insegnamento, di cura e di saggezza di cui l'uomo, o almeno una parte del regno maschile che per paura o per tradizioni arcaiche, ha dimenticato che, chi è stato adorato e pregato per millenni è stata la DEA MADRE, chiamata dall'antica umanità, dove non esisteva nessun dio maschile o patriarcato e il mondo viveva l'era dorata: GAIA - REA - NINHURSAG - CIBELE - ISHTAR - PACHAMAMA - KUNAPIPI e altre in tutte le popolazioni più lontane viventi sulla terra.

Non si può descrivere in poche frasi chi è, cos'è, com'è la Donna, perché è tutto, questo tutto lo incontriamo tutti i giorni, a casa, in ufficio, nelle scuole, negli ospedali, nei negozi, a passeggio per strada o seduta su una panchina in qualche bellissimo giardino fiorito. 

Donna di cui l'immagine è la rosa: amore, passione, vitalità, intelligenza e bellezza. La prima che si ama è sempre la madre colei che ci ha donato la vita tramite il seme genitoriale maschile, la donna che ci guida e guiderà nella vita donando amore senza chiedere in cambio nulla se non l'amore stesso.

Poi tutte quelle che fin da bambine si incontrano nel corso della vita e che potranno  o meno segnare il destino di noi uomini e anche di altre donne, il filo rosso della vita che ci lega non si spezza mai neanche dopo la fine.

Ci sono donne che non si incontrano: si attraversano. Alcune arrivano come vento leggero, altre come tempeste improvvise. Alcune restano, altre passano, ma tutte - in un modo o nell’altro - lasciano un segno che continua a vibrare nel tempo.

Le donne di queste storie non sono muse, né simboli perfetti. Sono presenze reali, imperfette, luminose, contraddittorie. Sono incontri che hanno insegnato qualcosa senza volerlo, che hanno aperto porte, che hanno lasciato tracce sottili o profonde. 

Sono figure che hanno mostrato un modo diverso di stare nel mondo: un gesto, un’intuizione, una forza silenziosa, una fragilità che diventava coraggio.

Non è un omaggio, né un ricordo. È un cammino. E ogni storia è come un portale verso l'amore.

Entriamo:

“Le donne che ho incontrato hanno lasciato tracce: alcune leggere come polvere, altre profonde come radici, e tutte continuano a vivere nei gesti che mi hanno insegnato.”


Le sette storie dedicate a: *QUANDO LE DONNE AMANO*

1. LA SPIAGGIA DEI RICORDI ETERNI

2. DOVE VOLANO GLI AIRONI

3. LA NOSTRA ULTIMA ESTATE

4. ASPETTANDO CHE UN GIORNO ARRIVERAI

5. IN ATTESA DEL TRENO

6. LA PRIMA STELLA CHE HO VISTO

7. GIULIA

Queste storie vi porteranno in realtà diverse fatte di sentimenti contrastanti, intensi che toccheranno il cuore.

Giampaolo Daccò Scaglione

venerdì 30 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *LA VALLE DELLE FARFALLE -PETALOUDES*


* LA VALLE DELLE FARFALLE -

P E T A L O U D E S*

L'ultimo racconto della miniserie di Milano, Le Ombre, Le Scelte. E questa è una Scelta.








LE STRADE DEL TEMPO

"Quando una scelta di viaggio diventa un viaggio verso un’estate indimenticabile."

Via Meravigli, Milano — 15 maggio 2005. 

Una giornata di sole caldo, le vie piene di gente, i balconi e gli attici del centro esplodono di fiori vivaci.

Entrammo nell’agenzia di viaggi. 

La ragazza bruna, occhi verdi e rossetto rosso, ci accolse con un sorriso professionale ma con uno sguardo sensuale, felice della nostra scelta: un itinerario costoso, una vacanza lunga, venti giorni nelle prime settimane di settembre.

Io, che amavo la geografia in modo viscerale, cercavo di fare la faccia stupita e contenta mentre lei spiegava cose che sapevo già dai tempi della scuola: sei, a volte sette in matematica, ma nove e dieci in geografia, lettere, storia… la media dell’otto salvata dalla passione.

Mi divertiva osservare il mio compagno di viaggio Gianluca, intento ad ascoltarla mentre guardava le foto meravigliose della nostra meta: Rodi, la splendida Rodi egea, a un soffio dalla Turchia.

La voce della ragazza, per me, era lontana. I miei occhi correvano agli opuscoli poco distanti: Polinesia, Maldive, Comore, Mauritius, Antille… trattenni un sospiro malinconico. Potessimo andare là.

Il telefono squillò. Lei si scusò e rispose. Subito arrivò il direttore dell’agenzia, che prese in mano la situazione.

Non aveva nulla da fare, e si vedeva. Il suo sguardo era fisso sul mio compagno di viaggio. Gli occhi gli lampeggiavano. Io mi trattenni dal ridere: come sempre, l’altro non si accorgeva di nulla.

Il direttore - un bell’uomo sui quaranta, occhi verdi, capelli biondo scuro ondulati, fisico atletico, completo blu - continuava a parlare senza mai guardarmi. Sciorinava qualità, bellezze, incanti della meta prescelta.

Avevamo ottenuto un albergo stupendo, sconti per le escursioni e soprattutto la proposta che aspettavo da anni: la Valle delle Farfalle, Petaloudes.

Il mio amico alzò gli occhi.

- La Valle delle Farfalle? - chiese, mentre il direttore diventava paonazzo guardando i suoi occhi neri.

- Ma sì, te lo avevo detto Gianluca - risposi sorridendo. Il direttore, solo allora, sembrò accorgersi che anche io ero un uomo. O forse no. Scherzo… forse.

- Oh sì, avete ragione! - disse. — È una valle stupenda, tutti vogliono visitarla quando vanno a Rodi. Vedrà, signor Gianluca, sarà entusiasta.

Aveva dimenticato che i signori erano due.

- Beh Giampy, sarà divertente - disse il mio amico.

- Te ne parlai tanto tempo fa, ricordi? -

-  Ah sì, è vero… -

Il direttore impallidì. Sicuramente pensò che…

- Partite voi due? Cioè… solo voi? O in comitiva? -

- Noi due - risposi, gentile, fissandolo negli occhi. Mi veniva da ridere.

- Capisco… un po’ di riposo dal lavoro. Siete parenti? -

- Sì, cugini di primo grado. - rispose il mio amico, che finalmente aveva capito la situazione. - Però letti separati: lui vive di notte, io no. -

Il direttore tirò un sospiro di sollievo.

- Sì, infatti tra voi c’è una certa somiglianza… (io biondo, lui moro; io occhi azzurri, lui neri; io pelle chiara e lentiggini, lui olivastro… praticamente identici). - Bene, camera doppia affacciata sul mare? -

- Fantastico - dissi.

Poi iniziò la lezione di geografia, quella vera:

- La Valle delle Farfalle, Petaloudes, è un comune della Grecia… -

E giù dati, numeri, descrizioni, ruscelli, fiume Pelecano, miracoli naturali, farfalle come in un film.

Bla bla bla bla bla.

I miei occhi incrociarono quelli della ragazza. Entrambi trattenemmo una risata. Le dissi a labbra mute:

“Il mio amico non è paziente. Se non la smette, il viaggio salta.”

Lei capì al volo. 

Chiuse la telefonata, prese in mano la situazione e in pochi minuti firmammo il contratto. Il direttore, con la memoria piena dei nostri indirizzi, ci salutò cordialmente. 

Pagammo. Finalmente si partiva.

Alla porta, ci accompagnò con un ultimo fiume di parole rivolto quasi solo al mio amico. A me diede una stretta di mano brevissima. A lui una lunga, con ringraziamenti infiniti.

(Ehi, metà della vacanza l’avevo pagata anch’io.)

- Vi aspetto per il prossimo viaggio - disse mentre uscivamo.

In un bar di corso Vittorio Emanuele, davanti a un aperitivo:

- Secondo te ce l’aveva con me? - chiese Gianluca.

 - Ma no dai... Perché dici così? - lo guardavo con un sorriso ambiguo.

- Sembrava volesse rompermi le scatole apposta. La ragazza era più simpatica. -

- Ma no… pensava che viaggiassi solo tu. Hai un’aria distinta, avrà pensato che fossi un ingegnere, un architetto, un professore in vacanza con un parente… e visto quanto ci è costata… -

- Dici? -

- Certo, mica lo faceva per i tuoi bicipiti strepitosi. - risposi, trattenendo una risata.

- L’importante è che abbiamo fatto una bella scelta. E ci ha dato buone opportunità. -

Stavo bevendo quando lui disse:

- Da come si comportava sembrava volesse venire con noi. Mica ce lo troveremo nei letti? -

- Ma noi dai che dici. No penso che... -

- Va là, furbacchiotto. Mi credi ingenuo? Ho visto te e la ragazza che quasi sghignazzavate. Ho sfruttato l’occasione. Senza dare nulla in cambio, abbiamo avuto i vantaggi. -

Rimasi stupito. Di solito sembrava non accorgersi di nulla. E invece…

- In gamba il professore Gianluca Grossi - dissi, e scoppiammo a ridere.

Petaloudes, aspettaci. Arriviamo nel tuo mondo fantastico, pensai uscendo dal bar.

La vacanza fu stupenda, degna della descrizione. E per fortuna… il direttore non lo trovammo nei nostri letti.

"Le scelte finiscono molto spesso come un viaggio in un luogo da favola, tra farfalle e rovine antiche, senza che nessuno tocchi il tuo letto di nascosto"

Giampaolo Daccò Scaglione

 


giovedì 29 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *VIALE DEI TIGLI... UN INCONTRO*

 "Ci sono incontri che lasciano un segno nel cuore, altri restano solo ricordi. A volte si crede di amare qualcuno, spesso manca il coraggio di fare la scelta giusta di non lasciarlo andare."


*VIALE DEI TIGLI... UN INCONTRO*

"Un viale del passato e una figura che ritorna,

la scelta di non averla trattenuta quando il cuore amava"

Milano, primavera. 

Gli alti alberi del grande viale si stanno riempiendo di foglie verdi e di gemme. Un vento fresco sceso dalle vallate lecchesi ha ripulito l’aria, rendendo visibili la Grigna e il Resegone dietro i nuovi, altissimi grattacieli della metropoli.

Milano ha cambiato in fretta il suo volto, lasciandosi alle spalle storie, persone, case, palazzi, strade, parchi, automobili… e il tempo. 

Il bar vicino all’università, un tempo fumoso e pieno di ragazzi in jeans, maglioni e giacche a vento, risonante di risate, discussioni, baci e politica, ora è diventato un elegante pub moderno. 

Gli studenti si mescolano a coppie di anziani e giovani laureati; sparite le chiacchiere a voce alta, le risate a squarciagola, i camerieri con i vassoi di metallo. 

Ora tutto è ordinato: camerieri vestiti di nero servono colazioni e aperitivi su vassoi d’argento, con tazze di porcellana e il conto su un piattino da pagare subito.

È cambiato in meglio o in peggio? Dipende da come si guardano le cose.

E quel giorno Emanuela Ferrari, dottoressa in psichiatria infantile all’Humanitas, in un raro giorno libero, dopo un po’ di shopping nei negozi eleganti, decide di fare una capatina proprio in quel bar. 

Lì, ventenne, veniva con Gemma, Susanna e Laura, insieme alla compagnia di Dodo e Marco, studenti di filosofia. E soprattutto… lì si era innamorata di Alessandro, due anni più grande, al quarto anno di ingegneria.

Si siede nell'angolo che un tempo li vedeva giovani, il solito tavolo vicino alla finestra dove si poteva vedere quel viale alberato stupendo ma con i fusti ancora piccoli al confronto di quelli che stava osservando.

Ora c'è una grande vetrata luminosa che spazia su tutto il viale con le sue auto che frecciano veloci come le biciclette o i monopattini sulle nuove piste ciclabili e nuovi negozi al posto delle vecchie botteghe alimentari.

Il pensiero si è rivolto a lui, a quel ragazzo del suo passato: Alessandro.

Com’era bello Alessandro, con gli occhi color del mare, i capelli lunghi e quel sorriso gentile e la sua voce calda. E com’era bella lei, con i capelli biondi diritti lungo la schiena, la minigonna e il maglione rosa in tinta con il rossetto. 

La loro era stata una storia leggera, durata poco, ma talmente intensa che, pur prendendo strade diverse, non si erano mai davvero dimenticati. Negli anni, nei loro pensieri, erano rimasti i visi e i baci dell’altro.

Emanuela oggi è una donna realizzata: sposata con Giulio, cardiologo, quattro figli — due già laureati, uno sposato — vive nei nuovi quartieri dell’ex Fiera. 

Alessandro, ingegnere, sposato due volte, ora single con tre figli, vive una storia con una signora inglese trapiantata a Milano da vent’anni nella zona nuova ristrutturata del Naviglio Grande. 

Chissà cosa lo ha portato proprio oggi davanti a quel bar dove, da ragazzo, si incontrava con gli amici… e con lei, è stato un istinto? Una nostalgia di un passato lontano o sperava di rivedere lei?

All’improvviso, entrando, si ritrova davanti Emanuela, seduta vicino alla vetrina. 

I due restano sorpresi. Si fissano negli occhi. 

Alessandro ordina qualcosa in fretta e si siede di fronte a lei, senza dire nulla. Le prende la mano destra - che sente tremare - e vi posa un leggero bacio. Sorridono entrambi. Il mondo scompare.

"Ciao Alessandro, che sorpresa… come va?"

"Bene. E tu? Una sorpresa anche per me."

"È passato tanto tempo, ma davvero… non sei cambiato. Sei sempre tu, con quel ciuffo ribelle e gli occhi di mare."

La voce di lei tradisce emozione e imbarazzo. 

Ora anche lui ha le mani che tremano. Il cuore batte forte, ma riesce a controllarsi. Lei si tocca un orecchino, arrossendo un poco.

"Emanuela… dopo l’università, e le poche volte in cui ci siamo rivisti, come mai non ti ho più vista da queste parti?"

"Io e mio marito ci eravamo trasferiti a Torino per qualche anno. Poi siamo tornati a Milano. Lavoriamo insieme all’Humanitas."

"Senti… spero tu non abbia fretta. Mi piacerebbe parlare, se vuoi, di tante cose. Sei sempre bellissima."

Nella voce di Alessandro c’è ancora l’emozione di quel giorno di nebbia, a fine novembre, quando lei gli disse di sì. 

I loro occhi, mentre parlano, osservano il paesaggio fuori: il grande viale alberato, come allora. Non c’è più l’autobus che si fermava dall’altro lato della strada.

Lei lo guarda. Ricorda di cosa parlavano? Sì: di politica - era inevitabile allora - degli amici, delle scorribande nelle aule dell’università per protestare… per cosa? Non lo ricorda più.

Emanuela gli sorride, arrossendo sotto il trucco perfetto. Cosa starà pensando Alessandro mentre la fissa così?

Alessandro, tenendole di nuovo la mano, pensa a quel viale frondoso, alle loro passeggiate, alle risate, ai baci… 

Al loro amore, finito in una mattina di tarda primavera, quando lui sarebbe dovuto partire con i suoi per gli Stati Uniti. 

Finito quell’incanto, almeno in apparenza. Avrebbe voluto baciarla prima di salire in auto e allontanarsi per sempre, ma gli mancò il coraggio. O forse… non era amore. O forse sì.

"Ricordi che volevo fare la biologa? E tu mi avevi convinto a entrare in psichiatria infantile? Avevi ragione. Mi conoscevi bene. E ora sì, posso dire di essere una donna felice. Tu invece, che ti sentivi poeta nel cuore ma matematico nella mente, mi avevi scritto solo una dolce poesia d’amore."

I minuti sono passati veloci e lui ha voluto offrire ad Emanuela i loro caffè, la donna gli da un abbraccio leggero uscendo insieme da quel locale che un tempo li vide giovani e bellissimi. 

Ora lei è già lontana, dall’altro lato del marciapiede. Alessandro la osserva camminare verso il centro. 

Quando erano usciti, le aveva baciato ancora la mano, ma non era quello che avrebbe voluto fare. Avrebbe voluto assaporare di nuovo le sue labbra. Qualcosa lo aveva trattenuto.

Con una scusa Emanuela aveva tolto la sua mano tradendo negli occhi qualcosa di nostalgico che non era sfuggito ad Alessandro, forse lo stesso pensiero.

Aveva visto negli occhi di lei, lo stesso sguardo di quando l’aveva lasciata, anni fa, salendo sull’auto del padre. Gli era mancato il coraggio allora. Gli è mancato anche oggi.

Forse non era amore. Neanche ora. Forse.

"Grande strada alberata di città, dove l'autobus si fermava poco più in là. Ora non resta che un viale frondoso e moderno e gli occhi di lei nella mente."

Giampaolo Daccò Scaglione