domenica 5 aprile 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *UNA LETTERA DAL MARE* (Ultima storia della serie)

“A volte basta una fotografia per riportare alla luce un’estate lontana, un incontro inatteso, un sentimento che non ha mai avuto il coraggio di diventare storia. Alcune persone passano nella nostra vita come onde leggere: non restano, ma lasciano un segno che il tempo non cancella.”

ESTATE

DOLCE SETTEBRE

*UNA LETTERA DAL MARE*


Riccione, settembre 1997 

Era stato un anno difficile: cambio di casa, cambio di lavoro, abitudini stravolte, due tradimenti - un’amicizia e un amore - che mi avevano lasciato stanco e svuotato. 

Avevo bisogno di scappare da tutto, così scelsi settembre per partire, quando ormai tutti erano tornati dalle ferie.

L’Hotel Feldberg era un piccolo paradiso: cinque stelle, sauna, palestra, piscina riscaldata, serate al night, escursioni. Una vacanza pensata per stare da solo, in silenzio, lontano da tutto. 

La maggior parte degli ospiti erano tedeschi e inglesi, più un paio di famiglie pugliesi.

Dopo due giorni arrivò una telefonata indesiderata, l’ennesimo litigio. Sbattei il telefono e scesi a fare colazione con il volto rabbuiato. 

I signori tedeschi del tavolo accanto mi sorrisero: «Una giornata di sole così non merita la tua arrabbiatura». Per tre giorni pranzai con loro, finché non arrivarono i loro figli e tornai al mio tavolo.

Poi un telegramma - sempre dalla stessa persona - mi rovinò l’appetito. Decisi di andare in spiaggia.

Il mio ombrellone era accanto a una famiglia arrivata due giorni dopo di me: una coppia del nord Italia, Ingrid ed Elder, con la piccola Franziska di diciotto mesi. 

Bastarono poche parole, una colazione insieme, una cena allo stesso tavolo, e nacque una bella amicizia.

Ingrid sorrideva sempre. Elder era gentile, educato, affettuoso con la figlia. La piccola mi mandava bacini con la mano. 

Un mattino, arrivò solo Ingrid con la bambina. Mi chiese: 

«Ti va di tenerla un attimo? Vado a prendere la colazione». 

La presi in braccio. Era leggera, profumava di crema e biscotti. Mi sentii… padre.

Quando Ingrid tornò, mi guardò seria. 

«Mi spiace che tu non abbia figli, Alessandro. Con lei sembri un vero papà.» 

«Già…» risposi. 

«Mi è sempre mancato un figlio. Non era destino.» 

Lei abbassò lo sguardo. 

«Ti piacerebbe che Franziska fosse tua figlia?» 

«Certo. Una bimba così la vorrebbe chiunque.»

Stava per aggiungere qualcosa, ma Elder arrivò sorridente, e lei tacque.

Nei giorni seguenti sembrò voler riprendere quel discorso, ma non trovò mai il coraggio. Intanto la nostra amicizia cresceva: pranzi, risate, passeggiate. 

La sera uscivo con due ragazzi inglesi, ma di giorno ero sempre con loro.

Poi venne il momento della loro partenza. Ci scambiammo i numeri, ci abbracciammo. Ingrid aveva gli occhi lucidi.

Tornai dalle vacanze dopo un mese davvero bellissimo, era ciò che avevo desiderato prima di partire. Inoltre avevo stretto delle amicizie con cui, poco più avanti ci saremmo scritti o sentiti per telefono.

Ingrid ed Elder erano quelli con cui ebbi i contatti maggiori, mentre i due ragazzi inglesi e la coppia tedesca, piano piano le lettere e le telefonate sparirono del tutto. 

Poi anche Ingrid ed Elder per molti mesi, sembravano essere scomparsi nel nulla.

Passò ancora del tempo.

Una sera d’inverno mi chiamò lei: parlammo per più di un’ora del più e del meno ma sentivo che la sua voce strana un po’ agitata sembrava celare qualcosa. Sentivo Franziska ridere, Elder che passava e salutava a voce alta.

Capii che c’era qualcosa nella sua voce… una nota stonata molto di più dell’agitazione di prima, come fosse un’emozione trattenuta. Non riuscivo a capire, ma poi finì tutto lì.

Arrivarono gli auguri di Natale, di Pasqua, di Ferragosto. 

Poi, a ottobre, Elder mi telefonò: era nato un bambino. Ingrid era in ospedale. Provai una fitta di invidia, ma anche felicità sincera.

Tre settimane dopo arrivò una lettera. 

Una lettera dal mare. 

Sembrava uscita da una bottiglia trovata sulla spiaggia. 

Ma non era Riccione, era una città del nord Europa, dove si erano trasferiti da tempo.

Ingrid mi confessava tutto: si era innamorata di me da quella vacanza, da quando presi in braccio Franziska, quel mattino della colazione in cui Elder non c’era.

Sapeva che non poteva essere ricambiata, e aveva scelto il silenzio ed il nome del bambino: Alessandro - il mio nome

Con Elder le cose erano migliorate dopo un iniziale periodo di insofferenza che il marito non capiva, lui non si era accorto di nulla. 

Ingrid si sentiva in colpa, verso Elder, verso di me, e soprattutto verso se stessa e quando rimase incinta, il bambino che portava in grembo l’aveva aiutata a distogliere il pensiero.

Poi la frase che non ho mai dimenticato:

«Vorrei che questo bambino ti assomigliasse. Che fosse sensibile come te. E anche se non potrò mai averti, immaginerò che lui sia come tuo. Per non dimenticarti, l’ho chiamato come te.»

Mi commossi. Due lacrime scesero sul mio volto. Ripiegai la lettera e la misi nel cassetto dei ricordi.

Non ci sentimmo più. 

Qualche mese dopo, Elder mi scrisse: si erano di nuovo trasferiti dalla Germania in Svizzera, Ingrid lo aveva seguito dopo poche settimane con i bambini sperando di poter ritornare nuovamente in Italia più avanti. 

Non ne fui sorpreso. 

Lei avrebbe fatto di tutto per sistemare la sua vita. E quella era la strada giusta per tornare da dove era scappata per dimenticarmi. 

Non so a che punto, non so dove siano ora e che cosa provi ogni volta che ha di fronte suo figlio Alessandro...

Il nome che aveva deciso per non dimenticarmi, forse.

*Alcune persone entrano nella nostra vita per un attimo, ma quell’attimo basta a cambiare qualcosa per sempre. Non tornano, non restano, ma lasciano un nome, un ricordo, un sorriso che il tempo non cancella. E ogni tanto, guardando il mare, mi chiedo dove siano ora… e se quel ragazzo, che porta il mio nome, abbia ereditato almeno un frammento della mia sensibilità.*

Epilogo - STAGIONI E LUOGHI

“Le stagioni che ci attraversano”



“Ci sono vite che scorrono tranquille, come fiumi senza curve. E poi ci sono vite fatte di mare e di città, di treni bagnati dalla pioggia, di tetti assolati, di mattine caotiche, di amori acerbi, di incontri brevi che però restano per sempre.

Ogni racconto di questa serie è una stagione dell’anima. 

La pioggia di novembre: la memoria che torna a bussare. 

La speranza di ritrovarti: la ferita che non si chiude, ma insegna a sentire. 

Sopra i tetti della città: la leggerezza, il sorriso, il teatro quotidiano. 

Un mattino di pioggia benefica: la casa, gli animali, la normalità che cura. 

Primo amore: la vertigine, la timidezza, la purezza che non torna più. 

Lontano nel tempo: la maturità, la nostalgia buona, la pace conquistata. 

Una lettera dal mare: l’incontro inatteso, l’amore impossibile, il dono di un nome.

In ognuna di queste storie c’è un percorso fatto di sogni, lotte, affetti, partenze e ritorni. C’è il ragazzo che guarda avanti, l’adulto che resiste, il compagno che ama, l’amico che dà tutto, il viaggiatore che raccoglie attimi preziosi come conchiglie.

E soprattutto c’è una cosa che attraversa ogni pagina: la capacità di vedere la bellezza anche quando fa male.

Il destino, a volte, ferisce. Altre volte regala momenti incredibili: un sorriso inatteso, un bambino che manda un bacino, un nome che ritorna, un amore che non diventa storia ma rimane luce.

Questa serie non è un libro di ricordi. È un atlante emotivo: un viaggio attraverso i luoghi che formano e le stagioni che trasformano.

E arrivati alla fine, la sensazione non è di chiusura, ma di apertura. Perché ogni passo, ogni pioggia, ogni tetto, ogni mare lascia un segno. E quel segno, col tempo, diventa ciò che siamo.”

Giampaolo Daccò Scaglione





venerdì 3 aprile 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *LONTANO NEL TEMPO*

“Ci sono momenti in cui il presente si apre come una finestra, e da quella finestra entra tutto il passato: i dolori, le attese, le speranze, gli amori che ci hanno costruiti. A volte basta un tramonto sul mare per capire quanto siamo cambiati, e quanto siamo rimasti gli stessi.”

ESTATE - FANO (MARCHE)

*LONTANO NEL TEMPO*

Fano, un’estate colorata di azzurro e bianco.

Il ciuffo bianco dei miei capelli vola sulla fronte mentre un vento caldo attraversa il cielo ormai volto al tramonto. 

Le mie mani, segnate appena dall’età, stringono un bicchiere colmo di una bibita fresca alla frutta. 

Davanti a me il mare, calmo, ha iniziato a scurirsi, assumendo un blu profondo; le onde, illuminate dal rosso del sole all’orizzonte, sembrano piccole silfidi danzanti in attesa delle prime stelle.

I miei occhi grigio chiaro seguono una nave lontana, poi le luci di un aereo che scende verso l’aeroporto della grande città poco distante. 

Dal mio terrazzo osservo la via sottostante: una strada piena di luci, fiancheggiata da palme, attraversata da persone che passeggiano lente. 

Un profumo di fiori, spinto dal vento, mi sfiora le narici.

Mi chiedo se questa sia davvero la serenità che speravo di trovare: sedermi davanti al mare, assaporare il dolce far niente di un’estate calda e vivace. 

Ricordo gli anni della mia gioventù, quando avevo conosciuto più dolori che felicità, quando ogni volta che pensavo di toccare il cielo con un dito arrivava puntuale la mazzata a riportarmi a terra.

Mi chiedevo sempre quando sarebbe arrivato il momento in cui il dolore si sarebbe dissolto, lasciando spazio alla gioia delle piccole cose quotidiane. 

È vero, ci sono stati viaggi, amicizie, soddisfazioni… ma spesso la sofferenza era dietro la porta.

Anni passati ad aiutare la famiglia, anni di lavoro per sopravvivere in una società che non lasciava spazio a chi era troppo sensibile e troppo vero. 

Anni a guardare negli occhi persone a cui avresti dato la vita, per poi vederle andarsene per sempre, pur sapendo che un giorno lontano le avresti ritrovate.

Periodi in cui avresti voluto che qualcuno ti abbracciasse e dicesse: 

“Ora penso io a te”. 

E invece ti ritrovavi a fare da spalla, a proteggere, ad aiutare, a seguire, a curare, a farti da parte per tutti, mentre dentro il cuore urlava: 

“Ci sono anch’io”. 

E nell’animo, sempre quel senso di abbandono che non ti lasciava mai.

Quando si è giovani, tutto sembra ruotare intorno a te, tutto sembra contro di te. 

Molte porte si aprono, altre si chiudono in faccia senza darti il tempo di dire una parola. “Aiuto”: una parola enorme, spesso formulata nella mente, quasi mai percepita dagli altri.

“Tu sei forte.” 

“Tu sei in gamba.” 

“Vorrei essere come te.”

Quante volte le ho sentite. E ogni volta dentro di me nasceva un sorriso amaro per la cecità degli altri.

Eppure nulla in me è cambiato, neanche ora che sul volto si vedono i segni dell’età, né nel bastone che uso per camminare, né nella solitudine che mi ha raggiunto quando la persona con cui ho diviso più della metà della mia vita ha iniziato ad aspettarmi dall’altra parte. 

So che manca poco anche alla mia partenza.

Nessun odio, nessun rancore, nessuna vendetta hanno scalfito ciò che ora porto dentro. 

Dopo anni di lotta e di silenzi interiori, mi ritrovo ancora a sorridere, a sognare, a desiderare momenti di pace e tranquillità, seduto davanti al mare, godendomi le sere fresche dopo le giornate di calura estiva.

Sogno un mondo verde, dove ansia e paura siano solo ricordi lontani. 

Una musica proveniente da un locale vicino mi riporta ai miei vent’anni, e senza accorgermene batto il piede seguendo il ritmo di quella melodia passata.

Respiro profondamente, chiudo gli occhi e rivedo il volto di chi ho amato per più di quarant’anni. I suoi occhi scuri su di me, e una nostalgia improvvisa mi invade l’anima.

All’improvviso apro gli occhi: davanti a me c’è una fotografia che ritrae un mare azzurro e lontano. 

Le mie mani scorrono veloci sulla tastiera del computer, mentre un ciuffo biondo mi cade sulla fronte abbassata.

Era un sogno. Solo un sogno… o un desiderio? Se tutto questo fosse una futura realtà, e io avessi avuto la fortuna di viverla per un istante?

Smetto di scrivere e mi affaccio alla finestra. 

I grattacieli di Milano sono davanti a me, alti, imponenti, freddi. La sera è giunta, e una prima stella si affaccia nella volta blu del cielo. Un alito fresco di vento mi colpisce il volto. 

Chiudo gli occhi.

E davanti a me, ancora una volta, un mare caldo sotto un tramonto dolcissimo.

“La vita non ci restituisce ciò che abbiamo perso, ma ci regala la capacità di guardarlo senza più paura. E mentre la sera scende e una stella si accende nel cielo, capisco che il tempo non porta via tutto: ciò che abbiamo amato davvero resta, come un mare lontano che continua a chiamarci.”

Giampaolo Daccò Scaglione



mercoledì 1 aprile 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *PRIMO AMORE*

“Ci sono amori che non diventano storie, ma restano sospesi nel tempo come una fotografia sbiadita. Sono gli amori che arrivano quando siamo troppo giovani per capirli e troppo puri per difenderci. Il primo amore non si vive: si subisce. E lascia un segno che nessun altro cancellerà mai.”

FINE PRIMAVERA

IL TEMPO CHE PASSA

*PRIMO AMORE*





Bologna, 2 giugno - molti anni fa

Faceva caldo quella sera.

Neanche il vento tiepido riusciva a calmare il sudore di quella lunga giornata di giugno.

Ci stavamo preparando per uscire: al mattino c’erano stati i festeggiamenti per l’anniversario della Repubblica Italiana, nel pomeriggio il compleanno di mia sorella Eleonora, e la sera si sarebbe ballato in Piazza Maggiore.

Ero già annoiato al pensiero di stare con i miei, mentre i miei amici andavano in pizzeria con il fratello maggiore di uno di loro. Che rabbia. Ma papà aveva voluto così, e ubbidii, tenendo il muso.

Raggiunti dagli zii, ci fermammo al Bar Billi, sotto l’arco del Meloncello per un gelato.

Cercavo di sopportare i dispetti continui tra Eleonora e mio cugino, quando li vidi passare: i miei amici, con altri ragazzi e ragazze, diretti verso la piazza dove la musica già si sentiva.

Che rabbia. E non mi accorsi nemmeno che tra loro c’era anche Erica, che allora non sopportavo: la trovavo vanitosa, antipatica.

Finito il gelato, dopo due sgridate ai bambini, ci avviammo verso i balli. La piazza era piena, la musica avvolgeva tutto. 

Ornella e Silvia erano lì vicino; poco più in là Elisabetta, Enrica e Maria parlavano con dei ragazzi. Feci loro un cenno e Ornella, sorridendo, mi fece capire che voleva ballare.

Scendemmo in pista. Pur di allontanarmi dai miei, avrei scalato a piedi nudi il monumento ai caduti.

Dopo parecchi balli, andai da mia madre per dirle che sarei rimasto ancora mezz’ora con le amiche. E fu allora che mi trovai davanti Erica.

Non so cosa successe. La musica sparì. Sentii solo un brusio indistinto, un caldo opprimente. Barcollai. Due mani mi afferrarono. 

«Che hai, Bruno? Stai male?» 

Era la voce di Claudio. Lui, Marco e Maurizio erano poco distanti. Mi sembravano lontanissimi. Mi aiutarono a sedermi sui gradini di una casa e chiamarono mio padre.

Erica era lì, vicina, e mi guardava in modo strano. Poi mi fece un sorriso leggero. E io sentii un tuffo al cuore.

Claudio tornò con le chiavi di casa: mio padre gliele aveva date per riportarmi su.

«Stai meglio?» mi chiese Erica con gentilezza. 

Annuii. 

Marco, il più alto, mi aiutò ad alzarmi e mi accompagnarono fino a casa.

Quando il campanile suonò l’una, ero nella mia cameretta immersa nel silenzio. La luna entrava dalla finestra, azzurra, intensa. Chiusi gli occhi e vidi il suo volto, i suoi occhi verdi, i capelli lunghi. 

E capii. Mi ero innamorato per la prima volta.

Un dolore dolce e violento insieme. La mente iniziò a vagare tra sogni e progetti. Quanto mi stavo illudendo. Mi addormentai in quella luce azzurra.

Il mattino dopo, il profumo del caffè-latte preparato da mia madre mi svegliò. Dovevo portare mia sorella a scuola e poi andare alla mia poco lontano.

Uscimmo alle otto. Dopo aver lasciato Eleonora, mi avviai lungo il viale alberato. Erica apparve davanti a me, con un’amica.

La salutai, diventando rosso.

Lei rispose con un «Ciao» freddo.

Mi sentii crollare.

In classe, la professoressa Romano insegnate d’inglese, mi riprese due volte: fissavo la finestra senza vedere nulla.

«Bruno, qualcosa non va?» mi chiese Angela. Scossi la testa. Ma non andava niente.

I giorni passarono. La scuola finì. L’estate esplose. Facevo avanti e indietro davanti a casa di Erica, a piedi, in bici, in motorino. Niente.

Finché un pomeriggio, andando alla piscina comunale in bicicletta, me la ritrovai accanto.

«Non è che consumerai troppo la strada passando dalle mie parti?»

Avrei voluto sprofondare.

«Ci abitano i miei zii, lì vicino.»

«Davvero? Non lo sapevo.» Sorrise in modo strano. «Ah già, ti ho visto sul loro balcone più di una volta.»

Pedalai piano. Lei mi seguiva.

«Una di queste sere andiamo tutti al cinema. Se vuoi venire…» 

Accettai subito, fingendo calma mentre il cuore impazziva.

Poi aggiunse: «Anche se per me sei ancora troppo piccolo… però ti trovo carino e simpatico.»

Troppo piccolo. Avrei voluto avere vent’anni.

Quella sera Al cinema non avrei mai dovuto andarci. Erica stava con un altro. Non mi guardò quasi mai. Mi sentii stupido.

Per tre anni fu così: un amore vissuto solo da me. E col tempo seppi che lei lo sapeva. Ma non fece mai nulla.

Poi le nostre strade si divisero. Per anni non ci vedemmo più: le scuole superiori di entrambi, io il militare, lei aveva cambiato casa, io mi ero trasferito a Milano con la mia ragazza con cui mi lasciai dopo un anno.

Erano settimane che avevo preso un appartamento in affitto nella zona nuova di Bologna, cambiato lavoro vivevo tra l’azienda, casa, palestra e amici finché… Un pomeriggio d’estate, dieci anni dopo, ci ritrovammo in tabaccheria a Bologna, ero uscito da casa dei miei.

«Bruno.... Ma che sorpresa, dopo tutti questi anni!» disse sorridendo riconoscendomi subito. 

Erica era diventata una splendida e bellissima donna, sempre con quegli occhi verdi freddi dalle ciglia lunghe che un tempo mi avevano fatto impazzire d’amore.

Parlammo a lungo. Ci rivedemmo il giorno seguente in una pasticceria per colazione e due sere dopo eravamo in auto, vicino a casa sua.

Parlammo delle nostre vite: io della convivenza a Milano e del ritorno dopo la separazione; lei delle sue poche e negative esperienze in amore con uomini egoisti o senza carattere.

*Forse sei tu a non riuscire a stabilire un rapporto continuo*

Mi era balenato improvvisamente questo pensiero mentre la fissavo, mi ero stupito di questo, di come le avessi letto dentro al cuore.

A un certo punto i suoi occhi brillarono. Eravamo vicini. Molto vicini. Sentii che mi avrebbe baciato.

E non so perché, mi scostai appena.

Sorrise.

«Sai che a quel tempo, forse…» Silenzio. «Eravamo piccoli, vero? Perché le cose, dopo tanti anni, si vedono diversamente?»

«Esperienza. Maturità.»

«È troppo tardi, vero?»

«Penso di sì Erica.» pronunciai la frase dolcemente, senza rancore.

Rimanemmo lì, tranquilli. Avrei dovuto dire qualcosa. Fare qualcosa. Non lo feci.

Quella notte, disteso sul letto, la luna entrò di nuovo dalla finestra. E capii.

Erica era stata, è e sarà per sempre il primo amore. Quello che rimane per tutta la vita un ricordo Puro. Intatto. Da tenere nel cuore, non da vivere.

Doveva restare così. Se fosse diventato reale, se l’avessi baciata, avrebbe perso qualcosa: l’ingenuità, il candore, la magia.

Non l’ho più rivista. E non vorrei rivederla, preferisco così. Ma quella dolcezza resterà sempre. 

E oggi, mentre guardo con tenerezza mia moglie vicino ai nostri due figli maschi, dei ragazzoni rimasti un po’ bambini, mi chiedo cosa sarebbe accaduto, quella sera, se non mi fossi fermato.

Caterina mi sorride schiacciandomi l’occhio facendo segno verso Marco che esultava per la riuscita di un compito banale di matematica.

E’ stato davvero meglio così altrimenti, forse, non avrei trovato questi gioielli che girano per casa come matti, mi alzo e li raggiungo.

Che felicità.

“Gli anni passano, le strade si dividono, le vite cambiano. Eppure il primo amore resta lì, intatto, come lo abbiamo lasciato: un ricordo che non ha bisogno di futuro per continuare a farci tremare. Non torna, non si compie, non si spiega. Si custodisce. E basta.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 


lunedì 30 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *UN MATTINO DI PIOGGIA BENEFICA*

“Ci sono mattine in cui la pioggia non porta tristezza, ma un senso di pace. È una pioggia che lava via il caldo dell’estate, che profuma di caffè, di casa, di animali che ti corrono incontro, di voci familiari che riempiono le stanze. Sono quei mattini semplici, imperfetti, pieni di piccole cose che fanno bene all’anima.”

ESTATE

*UN MATTINO DI PIOGGIA BENEFICA*


Firenze, 1° settembre

Un mattino d'estate, uno di quelli che iniziano con un'alba rosata e poco dopo con il sole che nasce dall'orizzonte, il cielo si tinge di un celeste tenue, lasciando arrivare un soffio di aria tiepida e dolce per risvegliare dal torpore del sonno nelle notti d'estate.

E voi ci credete ancora a queste palle? Guardate un po' cosa capita a Mauro nel suo primo giorno di vacanza, tornato a casa dopo settimane in trasferta a Dubai.

Mauro Dragoncelli, ingegnere cibernetico, trentadue anni, alto, bello, fisico bestiale che fa girare la testa a donne, uomini e perché no? Anche a cani e gatti (non saprei le mucche).

E tremendamente fedele a Silvia De Roderi, altra bella ragazza, designer in un famoso studio in centro a Firenze. Nota non solo per le belle gambe ed altro ma soprattutto per la sua pungente ironia.

Mauro Dragoncelli, si sveglia di buon mattino con le sue convinzioni:

*Ah che bello svegliarsi pensando a questa giornata dove finalmente posso godermi il primo giorno di ferie, che continuerà fino a fine mese dopo un anno di lavoro impegnativo.*

Uno spiraglio di luce attraversa la persiana e disegna un fascio chiaro sul muro accanto al letto. 

Apre gli occhi, ancora immerso in quel torpore caldo che lo avvolge appena sveglio dopo una notte di sonno profondo. 

*Bestia! Finalmente un po' di verde, di arietta fresca e non più grattacieli e deserto ovunque... beh a parte il mare!* argomenta tra se e se mentre si stiracchia i muscoli delle braccia e cosce allungandosi nel letto.

Subito l’aroma del caffè che sale dalla cucina al piano terra lo raggiunge, e già pregusta il piacere di berlo in giardino, all’ombra, prima che spunti definitivamente il sole. 

Ma una voce dolce proveniente dal salotto di sotto, con tono di comando lo riporta alla realtà.

«Ehi trappolone gigante, scendi! O il tuo caffè lo do alla vicina ficcanaso che ti guarda sempre il cu... ehm il fondoschiena! Muoviti! Tra un po’ dobbiamo uscire. Hanno telefonato i nostri amici, ci aspettano per la colazione in città!» 

«Scendo subito! Tesoro» risponde allegro pensando *Maremma... che grinta oggi la mia pupattola!*. 

«Ah… a proposito: piove a dirotto!»

Mauro non vede il risolino malefico sulle labbra di lei - *Altro che metterti i pantaloni e la maglia di lino bianco quasi trasparenti per farti notare amoruccio mio!*

*Ma come?... Oh no! Ma porcaccia la mis... Proprio oggi!*

Piove? 

E fa pure freschetto. 

Mauro in boxer, a petto nudo con tutti i muscoli in evidenza e la pelle d'oca (e si anche ai Superman viene la pelle d'oca quando fa freschetto, che credevate?), si infila ciabatte e maglietta di cotone pesante e scende in cucina per versarsi il caffè.

"Arriva il babbo ragazzi!" sogghigna Silvia mentre inzuppa nel caffè un biscottino.

Mauro scende gli ultimi due gradini della scala che viene travolto da una massa di pelo chiaro di almeno sessanta chili: due zampate sul petto, pardon sui pettorali magnifici, due *bau bau.!* piuttosto cavernicoli.

*Accidenti quanto pesi Bartolomeo* pensa Mauro cercando di accarezzare il grossissimo pastore maremmano convinto di avere il peso di un cocker, mentre sbava felice su Mauro o meglio su i suoi muscoli.

Silvia a momenti si ingozza per ridere quando li vede rotolare per terra. Ovviamente è stato il cane a far cadere Mauro, sapendo che lui fingerà di averlo steso per giocarci e lei fingerà di crederci, ovvio.

Fuori, sul davanzale fiorito, la gatta guarda sorniona l'uomo che dopo essersi lavato le mani e dato un bacio a Silvia si  gira a guardarla.

Minou grande attrice come sanno di esserlo tutti i gatti, lo aspetta per la pappa mattutina, miagolando come se non mangiasse da tre giorni... O forse di più secondo lei.

Tra cane, gatto e moka riesce comunque il povero e muscoloso Mauro ad abbracciare di nuovo il suo amore.

*Però che muscoli s'è fatta la mia bimba* pensa guardando il bellissimo volto e poi le tornite gambe accavallate con grazia della moglie 

«Buongiorno, tesoro.» 

«Mmmm… giorno.» 

La voce di Silvia De Roderi, solitamente sensuale, ora è impastata da un biscotto al cioccolato. 

Fuori continua a piovere forte.

Mauro sorseggia in piedi la sua tazza profumata di quel caffè nero bollente, mentre lo fa, una saetta occupa il bagno prima di lui.

«Fregato!» pensa evitando parolacce toscane imparate dal nonno materno, Riccardo Benzori Faldini Cavaliere della Repubblica Italiana dal 1968, donnaiolo ovviamente. 

Allora visto che Silvia è scomparsa in bagno per almeno mezz'ora, Bartolomeo sta rosicchiando un osso di bufalo, Mauro decide a dare la pappa ad una Minou talmente miagolante da far scappare dal bosco anche Biancaneve.

Minou, la "povera" gatta affamata da *quattro giorni* che gli si affianca ancheggiando, miagolando senza sosta. 

«Oggi bocconcini di pesce… ti vanno bene?» 

«Gu!» 

*Gu? Allora va bene. La conosco: è il suo sì.*

La furia pelosa bionda - il cane - gli sfreccia accanto con la pallina in bocca, mentre un’altra palla blu viene sorvegliata a vista. 

*Ma non stava rosicchiando il suo osso di bufalo?*

«Bau!» con rimbombo nella sala da pranzo.

«Ho capito, hai voglia di giocare…»

I cinque minuti successivi lasciano senza fiato il super eroe, correndo dietro a quella peste e alle sue due palline. Dal balcone di fronte la vicina, che lo spiava da qualche minuto saluta:

«Buongiorno signor Mauro! Come va signor Mauro? Ho visto che è tornato ieri sera, signor Mauro!» 

Con quella voce da bambina scema nonostante i cinquant'anni e passa, convinta di esser seducente.

Mauro trattiene un *te ce mando io e ce vai tu da sola?* e sono almeno tre anni da quando abitano lì, l'uomo si chiede perché lo chiama sempre così: *signor Mauro* ogni due secondi in una frase. 

Poi ricorda che… non ricorda mai il nome della tardona dai capelli rosso fiamma appesa alla finestra dall'altra parte del muro di cinta che divide le due proprietà.

«Buongiorno anche a lei signora... ehm, tutto bene grazie. Lei?» 

E prima che la rossa dalla vocina infantile dica qualcosa, il marito per fortuna la richiama con una voce terribile e lei scompare dietro i vetri non prima di aver salutato il bel manzo con la manina cicciosa.

«Trappolo, sei ancora fuori col cane?» dalle scale la voce di Silvia lo richiama e Mauro rientra.

«Sì tesoro, ora mi preparo!» risponde verso la figura di lei in cima al ballatoio.

Rientra. chiude la porta finestra, sale in camera e si infila nel bagno padronale. 

Fischiettando si rade la barba, poi entra in doccia dove, ovviamente con la spugna massaggia i torniti muscoli, si sente talmente in forma e bello che farebbe l'amore da solo.

*Ma che vado a pensare visto che ho una moglie da mille e una notte di là che mi aspetta???*

Finalmente Mauro si veste. Velocissimo.

*Ma chi è Superman???* pensa guardandosi allo specchio in pantaloni  blu e camicia bianca sul volto abbronzato e quegli occhi verdi da assassino che stendono decine di donne.

«Ti sei già messo due litri di profumo?» 

Dice in modo spiritoso Silvia mentre i suoi occhi scuri ridono intanto si infila la cintura  nei pantaloni bianchi ed i capelli lunghi le coprono il bel viso leggermente truccato. 

«Sì, mi sa di sì. Neanche  fosse la Bellucci!» continua mentre alta la testa facendo svolazzare ile onde dei suoi meravigliosi capelli

«Ma no, è il deodorante Silvia. Tra poco metto il profumo, ma solo due gocce.» 

«Mezzo litro come sempre.» ridacchia lei, mentre Mauro fa una mossa come inseguirla di colpo.

Lei scappa giù per le scale chiedendo aiuto. 

Mauro si guarda allo specchio sistemandosi i capelli biondo scuro: *Vi pare possibile che i weekend siano sempre così?*

I due piccioncini finalmente salgono in auto uscendo dal garage a fianco alla loro villetta, Bartolomeo e Minou sono affacciati tra le fessure della recinzione. 

Minou guarda Silvia e Mauro e volta gli occhi verso il cane.

*Pensi che ce la faranno ad arrivare senza incidenti?*

*Se lui non si guarda continuamente allo specchietto retrovisore rimirandosi gli occhi verdi e lei non sta al cellulare con le amiche a testa bassa, hanno molte probabilità di arrivare a Firenze senza danni.*

*Hai ragione Meo, speriamo che tornino per il pranzo, ho già fame.*

*Speriamo carina.*

Più tardi, in macchina, osservano le colline verdi sotto un cielo plumbeo. La pioggia ha smesso e il panorama è limpido. 

Silvia e Mauro in silenzio, mentre la strada corre dritta verso quelle alture morbide, si sorridono e si sentono rilassare sempre di più. Le loro mani si incontrano con dolcezza.

Un vento forte fa ondeggiare robinie e pioppi ai bordi della strada. Le nuvole scure viaggiano veloci sopra di loro. 

Ben presto la città appare: tranquilla, quasi addormentata.

Alcuni stormi di uccelli volare alti. 

Mauro pensa: *Capisco che l’estate sta andando verso la fine, altro che albe rosate, sole e cieli azzurri, come il pensiero che ho avuto questa mattina appena sveglio.*

«Il sapore dell’autunno è ormai alle porte.» dice ad alta voce Silvia, appoggiando la mano sulla coscia di lui.

Mauro mette la freccia a destra, imbocca l’uscita della tangenziale, e la città li inghiotte tra le sue case, facendo scomparire quel paesaggio naturale e bellissimo.

Intanto da lontano verso i colli, il cielo si apre lasciando passare l'azzurro, il sole dietro sembra dire: *Col cavolo che farò arrivare presto l'autunno, dovrete sudare ancora un po'. Promesso.*

Un vento forte da nord incomincia a spazzare le nubi scure, eh già l'estate non finirà così presto.

"Quando la pioggia smette e il cielo si apre, resta solo la sensazione di aver vissuto un mattino buono, di quelli che non fanno rumore ma ti restano addosso. E mentre la città ci inghiotte tra le sue strade, porto con me il profumo del caffè, il gioco di Bartolomeo, il miagolio di Minou, e quella quiete che solo la pioggia sa regalare.”

Mauro.

Giampaolo Daccò Scaglione

 

sabato 28 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *SOPRA I TETTI DELLA CITTA’*

 “Sui tetti, la città cambia volto. Diventa un piccolo teatro sospeso tra comignoli, antenne e tegole calde di sole. E in quel teatro, i veri protagonisti non sono gli uomini, ma i gatti: eleganti, vanitosi, litigiosi, liberi. Da quassù, ogni storia sembra più leggera, e ogni miagolio diventa un racconto.”

FINE ESTATE

*SOPRA I TETTI DELLA CITTA’*


Settembre 2012 - Valle San Bartolomeo (Alessandria) Colline Monferrato, Piemonte

Oggi c’è troppo movimento qui attorno.

Volevo leccarmi in santa pace le mie adorabili zampette crogiolandomi al sole e godermi le colline poco distanti prima che l’autunno arrivi.

Volevo stare un po’ da sola, ma a quanto pare la "Fiera del Gatto" ha deciso di riunirsi proprio qui, sul tetto sopra la mia casa.

Be’, la casa di Paolo, il mio papà umano.

Eccolo che arriva facendo finta di niente.

Viene qui ogni fine settimana, e io vorrei che tutti questi mici smettessero di gironzolare sul mio tetto, non ne hanno uno loro da starci? 

“Uffa, Meu-meu…”

E infatti eccolo, il primo scocciatore dal pelo rosso come una carota.

«Miao Micha, come va?»

Dio, quanto mi sta antipatico.

«Oh, miao Muschio!» - (Che razza di nome gli hanno appiccicato i suoi umani?)

«Che ci fai qui sopra?»

Lo guardo come si guarda una rana spiaccicata sui fari di una macchina. Che ci faccio? È il "MIO" tetto, sciocco.

«Niente, mi godo il panorama.» rispondo elegante.

Perché oltre che bella, sono anche tremendamente chic. Lui scuote la testa, fa tintinnare il campanellino del suo collare rosso e mi sorride.

Patetico.

«Una miciona come te dovrebbe stare nel suo giardino… Verresti a bere un po’ di latte nel mio cortile?»

Miciona a me? Ma come si permette? Ma manco morta avvelenata.

«No grazie, ho appena fatto una buonissima colazione.»

Eppure resta lì. Non se ne va.

E come se non bastasse, arrivano anche quei due: Bibì e Bibò.

La loro padroncina li chiama Ettore e Achille - che fantasia, davvero - ma per me restano due soriani convinti di aver vinto "Mister Micio 2012."

«Ehi piccioncini!» fa quello più cretino.

«Cos’è, una nuova storia d’amore sui tetti?» subito fa eco l’altro. Tant'è che mi torna in mente la sigla musicale di  "Stanlio ed Ollio".

«Magari!» aggiunge Muschio con un fare speranzoso che mi vien voglia di dargli uno spintone e farlo cadere giù.

«Micha è così carina che non oso farmi avanti…»

E scoppiano a ridere tutti e tre. Che stupidi. Se solo osasse, gli darei una zampata da ricordare.

Sto per sbadigliare quando una miagolata sciocca ci fa voltare tutti. È lei. Selene.

«State facendo annoiare Micha, discolacci… O forse ha mangiato troppo e ingrassa sotto il sole? Ciao  cara.» Le faccio una smorfia.

Quella non si è mai guardata allo specchio: una pantera spelacchiata che miagola come una in calore a tutti i maschi della zona. Con quel pelo giallo sembra Maga Magò.

«Ma no cara Selene.» miagolo dolcemente «Sono solo rilassata al sole. Anzi, penso proprio che mi metterò a dormire…»

«Beh certo, alla tua età ci si stanca presto.»

Alla mia…? Ah, gelosa com’è, questa gliela servo.

«Può darsi CARA! Però non corro più dietro alle palline di gomma lanciate e poi a rincorrerle come una povera defic... Ehm una lattante per far ridere i  tuoi... volevo dire i padroncini... Intendevo in generale.»

Intanto mi lecco lentamente con fare signorile una zampa, mentre lei mi guarda come se volesse fulminarmi.

Bibì, Bibò e Cucù, i tre idioti scoppiano a ridere rotolandosi sulle tegole. Selene emette un soffio isterico. Io spero che cadano finalmente tutti dal tetto - ma tanto con le nostre sette vite non schiatta nessuno.

Meglio chiudere gli occhi e fingere di dormire. Lei intanto rimiagola in calore.

«Ragazzi, venite da me! Ho una ciotola piena di crocchette e una scodellina di latte. Lasciamo in pace quella zitellona!»

A me zitellona? Meglio così che gattamorta in calore come lei.

Dopo cinque minuti, dal cortile di Selene volano due scarpe e una voce maschile urla:

«Idiota di una micia in calore! Mi porti tutti i maschi del vicinato e devo pure mantenerli? Disgraziata! E non prendi neanche un topo! Via di qui, bestiacce! E tu in cantina!»

Che macello. Che fughe. Li guardo scappare e rido soddisfatta.

Finalmente sola. Mi stendo sulle tegole, pigra e tranquilla. Con un occhio aperto guardo la finestra della camera dei miei genitori. 

Oggi mi hanno portato una pappa buonissima: pesce e fegato. Mi sono leccata i baffi.

Vedo Paolo alla finestra. Alzo la testa per farmi vedere.

«Miao.»

Non mi nota. Poco importa. So che mi vuole bene. E soprattutto so che non sono al posto di Selene e dei tre stupidi vicini.

«Miao.» 

Ah, che relax. E poi la chiamano vita da gatti.

"Quando il sole scende e i tetti si tingono d’oro, tutto torna al suo posto: i gatti spariscono nei cortili, le finestre si chiudono, il silenzio riprende il suo spazio. E resta solo una gatta distesa sulle tegole, sorniona e soddisfatta, certa che - almeno per oggi - il suo regno è salvo."

Giampaolo Daccò Scaglione