«Sei come un angelo, Paolo. Sei una persona sensibile che merita davvero tanto amore… Io...».
In quel preciso momento di intimità, i rintocchi della campana della chiesa del paese iniziarono a suonare a distanza i colpi della mezzanotte, rompendo il silenzio.
«Dobbiamo andare, si è fatto davvero molto tardi stasera, Claudio.», disse dolcemente Paolo, staccandosi a malincuore dall'abbraccio dell'uomo.
«Ti accompagno io in auto, non voglio assolutamente che tu faccia tutta quella strada sterrata a piedi da solo al buio».
Quando, poco dopo, la macchina arrivò davanti alla casa dei pescatori, tutte le luci delle stanze erano ormai completamente spente. I due si scambiarono alcune calde parole di saluto
vicino alla portiera, e la buonanotte arrivò con un altro bacio intenso sulla bocca che Claudio rubò improvvisamente al ragazzo, bloccandolo sul sedile.
Solo che, proprio in quell’esatto istante, il rombo furioso e inconfondibile di un motore irruppe poco lontano nel silenzio della notte: la moto, sgommando violentemente sulla statale,
passò vicinissimo alla macchina e sparì come un fulmine nel buio della via costiera.
“Carmine!”, pensò immediatamente Paolo con un colpo violento al cuore e una morsa nello stomaco.
«Era lui, vero?», domandò Claudio, fattosi improvvisamente serio in volto.
«Sì... ma...».
«Paolo, posso capire la situazione, non ti preoccupare e non pensarci troppo adesso stasera. Domani, quando vi incontrerete come d'accordo, vi parlerete con calma e chiarirete...
Mi dispiace davvero moltissimo aver creato questa brutta situazione di gelosia tra di voi.».
«No, non è affatto colpa tua, Claudio», lo interruppe Paolo con lo sguardo triste e velato di stanchezza. «Non credo sia colpa di nessuno. Carmine è un bravissimo
ragazzo, pulito, ma come tutti quelli nati di queste parti ha la testa dura ed è orgoglioso. Domani gli parlerò a quattrocchi e gli spiegherò tutto».
Paolo scese dall’auto sulla ghiaia, ma Claudio gli trattenne ancora dolcemente la mano per un istante attraverso il finestrino abbassato della portiera. L'architetto non si accorse
affatto che, in quel preciso momento, gli occhi azzurri di Paolo caddero inevitabilmente sulla maglia del suo braccialetto d’oro al polso: alla luce fioca e giallastra del lampione della stradina, l'incisione
sulla targa svelò chiaramente due nomi divisi da un piccolo cuore inciso a bulino: “Claudio - Francesco”.
«Vorrei vederti ancora domani, ti prego…», insistette Claudio tenendogli le dita.
«Ci vedremo sicuramente Claudio, ma ora devo davvero andare a dormire... E' molto tardi.», rispose Paolo sentendosi improvvisamente vuoto.
«Ciao, piccolo!».
Paolo si avvicinò a passi rapidi al cancelletto di ferro del giardino, mentre l’altro aspettò pazientemente a bordo dell'auto che aprisse il portone principale della
casa.
Quando Paolo aprì la porta di legno, si girò un'ultima volta nella penombra e mandò un timido, silenzioso saluto con la mano; i due fari della macchina si spensero e si accesero subito come
un segnale d'intesa, poi l’auto, con una rapida inversione di marcia corse sulla statale, ritornò indietro verso San Vincenzo, sparendo definitivamente dalla vista nel buio della costa.
Paolo chiuse la porta di legno alle sue spalle con un colpo sordo, vi si appoggiò convulsamente con la schiena nel buio pesto dell'ingresso e, stringendo i pugni, scoppiò
a piangere silenziosamente nella notte di Roccavilla.
Carmine, il giorno successivo, lo stava già aspettando impaziente in sella alla sua motocicletta proprio fuori dal cancello di casa.
Non era sceso dal mezzo per entrare nel cortile a
salutare zia Rosa, ma era venuto comunque all'appuntamento a prendere Paolo per consumare quel famoso gelato a Riviatico.
Quando Paolo salì dietro di lui sul sellino posteriore mettendosi il casco sulla testa,
Carmine partì quasi di colpo, con una fiammata rabbiosa dello scarico; le mani del giovane maestro si strinsero istintivamente, per riflesso, al torace forte e solido di Carmine prima che potesse cadere pericolosamente
all'indietro sull'asfalto.
Paolo sapeva bene che il ragazzo era arrabbiato nero, lo sentiva distintamente da ogni suo movimento brusco sulla sella, ma in quel preciso momento avvertiva nel cuore anche una sorda, immensa
paura delle sue parole.
Il gelato nel locale era ormai finito da tempo, il sole di giugno era ancora molto alto e rovente nel cielo, ma il silenzio ostinato che si era creato tra loro due in quella piazzetta isolata
era diventato pesante, opprimente come un macigno.
Paolo aveva cercato in tutti i modi e a più riprese di avviare un discorso normale, ma i secchi, gelidi monosillabi dell’altro lo fecero ben presto desistere
dal tentativo. Paolo fece allora l'atto di alzarsi spazientito dalla sedia di metallo, ma la mano forte, calda e nodosa di Carmine lo afferrò all'improvviso per il polso, rimettendolo seduto di colpo sul posto.
Gli occhi scuri di Carmine, incorniciati dai ricci lunghi, erano diventati in un attimo due lame affilate e taglienti.
«Scusa! Ti chiedo sinceramente scusa, va bene? Che cosa devo dirti ancora per farti aprire bocca e parlare?», sbottò infine Paolo, non reggendo più quella tensione.
Ancora silenzio.
«Carmine, per favore, ti supplico... non siamo mica dei bambini all'asilo. Posso spiegarti chiaramente tutto quello che è successo ieri sera sulla strada…».
Sentendo quelle parole di giustificazione, Carmine si alzò di scatto dalla sedia del bar, lo prese con decisione e forza per un braccio — del tutto incurante degli sguardi indiscreti
di molte delle persone sedute ai tavoli vicini, che li guardarono in modo strano e incuriosito — e, quasi correndo sulla pietra, lo trascinò verso la grande scalinata che portava alla chiesa di Santa Cecilia,
la cui piazza sopraelevata dava direttamente a picco sul mare aperto.
Paolo camminava veloce accanto a lui, quasi correndo per riuscire a stargli dietro senza inciampare; il sudore della fatica gli colava lungo la schiena per lo sforzo, mentre l’altro manteneva
il viso teso, contratto e madido per via del gran caldo pomeridiano.
Si fermarono infine in un punto del tutto isolato e riparato dal passaggio, vicino alla terrazza in pietra che dava direttamente sulla scogliera selvaggia.
«Che cosa vuoi fare adesso con me? Mi vuoi forse buttare di sotto sulle rocce? Fallo... su, se hai il coraggio, fallo!», disse Paolo con la voce che gli tremava vistosamente in
gola, divisa a metà tra la rabbia e un pianto dirotto pronto a esplodere.
«Lo meriteresti davvero per quello che hai fatto… Lo hai baciato ieri sera nell'auto, e chissà quante altre volte lo hai fatto prima d'ora in segreto
alla villa!».
«Mi ha baciato lui all'improvviso! È stata una dinamica completamente diversa, Carmine!», cercò disperatamente di difendersi Paolo, stringendo
i pugni.
«Non raccontare palle a me, Paolo! Ti sei fatto baciare sulla bocca e non ti sei staccato da lui nemmeno per un solo istante, e non hai neanche minimamente tentato di farlo! Ti
andava bene!».
«Carmine, io… ti prego, ascoltami…».
«Adesso invece stai zitto e fammi parlare! Sono mesi e mesi interi che impazzisco letteralmente per te, mesi che ti rincorro ovunque per Roccavilla, mesi che aspetto un tuo benedetto
sì... Ma tu guardi solo alla nostra differenza di età, mentre potrei avere il mondo intero tra le mie mani!», esclamò Carmine con passione ferale.
Si avvicinò ancora di più a lui sulla terrazza, abbassando
la voce fin quasi a un sussurro roco e ravvicinato: «Lo sai bene quante persone vorrebbero venire a letto con me oggi stesso? Lo sai?».
Poi si staccò bruscamente dal suo corpo, incrociò le braccia sul petto e abbassò la testa riccia, fissando la pietra. Paolo lo guardò in quel totale silenzio e si
sentì morire dentro, con una morsa di dolore al cuore: vedeva davanti a sé un ragazzo profondamente ferito nell'orgoglio, forse ancora un po’ infantile e impetuoso nei modi, ma che lo amava sul serio
con tutto se stesso, in modo pulito.
Capiva solo ora, davanti a quel mare, gli sbagli enormi e la leggerezza che aveva commesso nei suoi confronti, ma come poteva adesso tornare indietro? E come poteva comprendere quello che gli
stava succedendo dentro l'anima da quando aveva conosciuto l’architetto milanese?
Già si sentiva terribilmente insicuro con Carmine… o forse era lui stesso a essere insicuro della vita e del proprio
destino.
«Dai, muoviti, andiamo via di qui. Mettiti subito questo casco che ti riporto a casa…», tagliò corto Carmine con voce fredda, interrompendo bruscamente quel silenzio
pesante.
«No, Carmine, aspetta, ti prego! Parliamo ancora cinque minuti, ti supplico!».
«E di che cosa diavolo dobbiamo parlare ancora, Paolo? Di quel riccone di Milano che magari è sceso qui al Sud solo per divertirsi finché gli va la vacanza, e magari con
te che…».
«Che cosa? Parla! Che cosa sarei io per lui secondo te?».
«Un ingenuo! Un emerito ingenuo che non conosce e non sa nemmeno cosa voglia dire amare davvero qualcuno... No, ho capito... Ho capito tutto quanto perfettamente solo ora, in questo momento.»,
disse Carmine con rabbia, mentre Paolo faceva un passo indietro sulla pietra, andando ad appoggiarsi con la schiena alla grande pianta ornamentale che delimitava la ringhiera della scogliera a picco sul mare.
«Tu hai
paura, sì! Hai una maledetta, immensa paura di amare le persone sul serio, hai paura di qualcosa che... è per via di tua madre Lucia!».
«Non nominarla neanche, Carmine! Non ti azzardare! Tu non sai assolutamente nulla di lei e del nostro dolore!», urlò Paolo con il viso improvvisamente bianco come la calce.
«So tutto quello che serve, invece! Mi rifiuti continuamente solo per pura paura, e forse non lo fai solo con me, ma con il mondo intero. Accetti il bacio sul lungomare e il filo invisibile
che ti fa quello ricco di Milano solo perché, dentro di te, sai benissimo che lui non ti sceglierebbe mai per la vita vera. Chissà a Milano... magari in città ha già un altro compagno stabile, e
tu sei qui solo per consolarlo e fargli compagnia nel tempo libero finché non ritorna a casa sua al Nord, oppure finché quello non arriva qui da lui a Villa Azzurra, prima o poi!».
L’istinto primordiale di Paolo, per la prima volta nella vita, fu quello di scattare in avanti e tirargli uno schiaffo violento o un pugno dritto in pieno faccia per farlo tacere; ma
una parte profonda di sé, spietata, gli sussurrava che forse quel colpo se lo meritava lui stesso. Era per caso maledettamente, drammaticamente vero ed esatto tutto quello che Carmine gli stava urlando in faccia sotto
il sole?
«Dai, muoviti, non perdere tempo, metti questo casco che ti riporto subito a casa».
La motocicletta partì in fretta con un rombo cupo, sfrecciando ad alta velocità sull'asfalto della statale. Dopo appena un quarto d'ora di corsa silenziosa erano già
davanti al cancelletto di ferro della casa di Paolo.
Nel giardino fiorito si trovava Mauro il quale, sentendo da lontano il rumore familiare del motore, stava per andare felice a salutare Carmine sulla ghiaia; ma, vedendo
i due ragazzi fermi sulla moto con quel volto teso, pallido e contratto, si bloccò d'istante, spiando la scena di nascosto dietro l'angolo del muro imbiancato.
«Scendi, ti prego. Scendi subito dal sellino, Paolo.», disse Carmine senza voltarsi.
Paolo scese lentamente dalla sella d'un balzo e si tolse il casco. Anche Carmine si sfilò il suo con un gesto brusco, e solo in quel momento Paolo si accorse con un tuffo al cuore
che il ragazzo aveva iniziato a piangere in totale silenzio, con le lacrime che gli rigavano il volto madido.
Cercò istintivamente di allungare una mano delicata per toccargli la spalla e consolarlo, ma Carmine, con
un movimento secco e deciso del braccio, gli allontanò la mano, rifiutando il contatto.
«Carmine… ti prego…».
«Buona fortuna per tutto, Paolo. Mi farò vivo io quando mi sarà passata del tutto questa rabbia... se mai in tutta la mia vita mi passerà».
Si rimise il casco di colpo sul capo, ingranò la marcia e, con una sgommata furiosa e rabbiosa che sollevò una densa nuvola di polvere nel cortile, si lanciò fuori sulla
strada statale, scomparendo in un baleno dietro la curva dell'orizzonte.

Paolo entrò nel vialetto di pietra a passi corti, lenti, esibendo un viso visibilmente stanco, pallido e completamente svuotato di ogni energia vitale.
All’improvviso, prima che
potesse raggiungere la soglia, due braccia enormi, muscolose e forti lo afferrarono con decisione da dietro, stringendolo forte a sé in un abbraccio solido e fraterno: fu esattamente in quel millesimo di secondo, sentendo
il calore del suo sangue, che Paolo crollò definitivamente, scoppiando in un pianto dirotto, convulso e finalmente liberatorio.
Mauro lo accompagnò con estrema dolcezza e cura dentro casa, sorreggendolo per i fianchi, e lo fece entrare subito in camera sua lontano da sguardi indiscreti.
Il minore non avrebbe
detto assolutamente niente al padre Gerolamo per non agitarlo, non avrebbe detto niente a nessuno in paese, ma una cosa era assolutamente certa nel suo cuore: con Carmine ci avrebbe parlato lui di persona nei prossimi giorni,
faccia a faccia, come da fratello a fratello.
Nei giorni seguenti, mentre tra le mura di casa papà Gerolamo annunciava ufficialmente alla famiglia il fidanzamento con Manuela — spiegando ai tre figli con gli occhi lucidi che,
se tutto fosse andato bene con le carte, si sarebbero sposati l'anno prossimo e lei si sarebbe trasferita definitivamente da Venezia a Roccavilla —, Claudio era sempre costantemente alle calcagna di Paolo.
L'architetto
milanese non riusciva proprio a comprendere o ad accettare il motivo per cui il ragazzo, da diversi giorni a quella parte, lo evitasse continuamente non rispondendo ai suoi inviti.
Aveva saputo per vie traverse da suo fratello
Valerio di quello che era drammaticamente successo tra Paolo e Carmine; non ne era affatto felice per via della sofferenza del giovane maestro, ma dentro di sé sapeva che ora, vedendolo finalmente libero
da quel legame opprimente, avrebbe potuto conquistarlo molto più facilmente.
Gli piaceva davvero troppo quel ragazzo del Sud dai capelli lunghi e dagli occhi azzurri, anche se sua sorella Augusta gli aveva esplicitamente detto di non farlo, consigliandogli con fermezza
di non immischiarsi in alcun modo con persone come lui.
Ma Augusta non lo aveva affatto detto nel senso di persone modeste o di classe sociale inferiore; intendeva dire, con lungimiranza, che Paolo era un ragazzo fin troppo
sensibile, puro e profondo per i ritmi mondani di Milano. Claudio le aveva risposto secco che le cose nella vita cambiano, e che l'incontro ravvicinato con Paolo avrebbe potuto dare una svolta definitiva e pulita alla
sua intera esistenza.
Un mattino di luglio, Paolo stava andando a piedi per sbrigare una commissione verso la vicina cittadina di San Vincenzo a Mare.
Era ormai da tanto tempo che non sentiva più la voce
di Carmine; si erano visti soltanto un paio di volte di sfuggita in piazza in mezzo alla gente, gli aveva telefonato a casa più volte ma non aveva mai ricevuto risposta diretta dall'apparecchio, se non quella della
madre del ragazzo che, con voce incerta, timorosa e imbarazzata, diceva sempre la stessa identica frase: «Non è in casa, Paolo, mi dispiace».
Paolo sentiva benissimo dalla cadenza insicura della donna che
il ragazzo, in realtà, era proprio lì dentro, chiuso in camera sua a soffrire dietro le persiane.
Sentiva profondamente, visceralmente la sua mancanza: quella presenza costante, impetuosa e vulcanica che a volte lo irritava durante le lezioni, adesso si era trasformata nella mente nella
voglia matta di averlo di nuovo accanto a sé sulla panchina.
Per Paolo, ormai, nel silenzio dei suoi pensieri tutto era diventato limpido e spietato: non sapeva amare, non sapeva come dimostrare i propri sentimenti
senza farsi scudo con la paura del passato. Immerso com'era in quei pensieri cupi e dolorosi lungo la via, non si accorse minimamente del giovane che, all'improvviso con un passo deciso, gli si parò di fronte
sul marciapiede della statale, sbarrandogli la strada sotto il sole.
«Carmine!», esclamò Paolo, arrestando di colpo i suoi passi sul marciapiede, colto da un sussulto al cuore.
«Dovrei parlarti, Paolo... E chiederti sinceramente scusa per tutte le cose brutte e cattive che ti ho urlato con rabbia in faccia l'ultima volta nel cortile ed inpiazza».
«Va bene… ti ascolto.», rispose Paolo provando a calmare il respiro. «Ti ho cercato davvero moltissimo in queste settimane al telefono, ero in pensiero».
«Lo so... mi dispiace molto di aver coinvolto anche mia madre in questa brutta storia per negarmi a te, ma ora devo parlarti a quattrocchi, e molto, molto seriamente».
Un brivido freddo e improvviso scorse lungo tutta la schiena di Paolo; sentì immediatamente dentro di sé, con spietata certezza, che le cose che Carmine stava per dirgli sotto
il sole non sarebbero state affatto piacevoli o facili da digerire.
Si sedettero vicini ai tavolini di un bar all'aperto sul viale; c’era un piacevole fresco all'ombra della veranda e ordinarono due succhi d’arancia per ingannare il tempo.
All'inizio del loro incontro nessuno dei due diceva una sola parola, il silenzio tra i bicchieri era totale e opprimente. Poi Carmine fece un respiro profondo, tese le braccia e gli prese con estrema delicatezza le mani
tra le sue; accorgendosi che Paolo aveva iniziato vistosamente a tremare per l'emozione, parlò con voce ferma e matura:
«Questa che stiamo vivendo, Paolo, forse è l’ultima volta in cui ci vediamo davvero. Me ne vado via per sempre da San Vincenzo».
«Te ne vai?! Dove?!», sussurrò Paolo con il fiato completamente sospeso in gola e gli occhi sgranati.
«Lasciami finire di parlare, ti prego, non mi interrompere. Ho aspettato tanto tempo questo momento e ti assicuro che non è stato per niente facile per me prendere questa decisione
radicale. Me ne vado a vivere a Roma, ho trovato un lavoro fisso e una sistemazione in una casa. So perfettamente che i primi tempi in una grande città saranno durissimi e solitari, ma lo devo fare per forza, per il
mio bene… Altrimenti qui a Roccavilla io impazzisco giorno dopo giorno. Ti penso sempre, in ogni istante, sei radicato in ogni singola parte della mia vita».
Paolo chiuse gli occhi di scatto e abbassò lo sguardo sul tavolo di metallo, sentendosi morire dentro dal dolore.
«Guardami in faccia, ti prego, Paolo. Guardami dritto negli occhi...», lo supplicò Carmine avvicinando il viso. «Forse è l’ultima volta che potrò
fissare i tuoi occhi color mare e, anche se so che da domani dovrò fare di tutto per dimenticarti e andare avanti, almeno il ricordo nitido del tuo sguardo lo terrò per sempre chiuso con me nel cuore. Spero solo
con tutto me stesso che un giorno tu non debba mai soffrire come sto disperatamente soffrendo io in questo preciso momento».
Il cuore di Paolo batteva ormai all’impazzata nel petto, come un tamburo impazzito; avrebbe avuto una voglia matta di gridare in mezzo alla via, di dirgli di non andare via a Roma, di
stringerlo forte tra le braccia per fermare quel treno; invece, bloccato dalla solita paura, riuscì solo ad accennare un sorriso triste e spento, mentre la mano calda di Carmine si posava con dolcezza ad accarezzargli
il volto pallido.
E lo uccise definitivamente nell'anima con queste parole:
«Ricordi bene le volte, anche se purtroppo sono state pochissime, in cui ti avevo portato di notte fin sopra la rupe dell’Arco dell’Amore? Mentre sotto di noi le onde si infrangevano
furiose e schiumose sulla spiaggia solitaria, io ti stringevo forte a me e ti sentivo abbandonarti dolcemente tra le mie braccia... Ma, nel profondo del mio cuore, avevo sempre la sorda, terribile paura che tu, in realtà,
con la mente te ne fossi già andato via lontano da me, verso altri pensieri».
Carmine ricacciò indietro con orgoglio l’emozione e il pianto dirotto che gli stringevano dolorosamente la gola. Paolo era diventato bianco in volto come uno straccio lavato; ricordava
benissimo, con precisione millimetrica, ogni singolo istante di quelle sere magiche.
«Un giorno, stando lassù al vento, ti dissi: — Senti il rumore delle onde? Non ti sembrano le note di una bellissima musica? — E tu, guardandomi, mi dicesti di sì.
Per me quel suono era come una sinfonia, la sinfonia che i due giovani amanti della leggenda regalano a tutti gli innamorati che vengono qui su questa roccia a giurarsi fedeltà…
Ti avevo detto chiaramente che
per me quella musica è La sinfonia del mare, e ti chiesi sussurrando se la sentivi anche tu dentro l'anima, e ogni volta mi rispondevi di sì con
gli occhi che brillavano lucenti... Ma io, dentro di me, conservavo sempre il terribile, lacerante dubbio che quella non fosse la verità, e che tu stessi solo fingendo per farmi contento».
«La sentivo, Carmine! Ti giuro che la sentivo anche io quella sinfonia, te lo giuro con tutto il cuore...», sussurrò Paolo con un filo di voce tremante, stringendo le dita
del ragazzo.
Ma quel giuramento disperato e tardivo non era affatto bastato a colmare il vuoto dei mesi passati e a trattenere tutto il suo amore.
«Piccolo mio, ti amo tanto, come non ho mai amato nessuno, ma non posso più restare a morire qui…», gli rispose Carmine con gli occhi lucidi. «Ti prego solo di
una cosa d'ora in avanti: guardati dentro d'ora in poi, smetti di avere paura. Impara ad amarti e ad amare gli altri nella maniera giusta, senza difese, e poi, chissà...
Un giorno lontano potrei anche tornare
da Roma, forse. E forse potrei persino venire di nuovo a cercarti, se sarai ancora qui fermo a Roccavilla. Ora però devo andare per forza. Non ti alzare dalla sedia, ti prego, non seguirmi e non uscire con me fuori
dal bar. Non ce la farei a staccarmi da te. Ti amo, piccolo».
Prima che Paolo potesse trovare la forza fisica di emettere una sola parola di richiamo, vide Carmine posare in fretta i soldi sul tavolo per pagare il conto dei succhi, girarsi senza voltarsi
e uscire di fretta dal locale, svanendo in un secondo tra la folla della via.
Paolo rimase seduto immobile su quella sedia del bar, senza sapere nemmeno lui per quanto tempo, fissando il vuoto; poi, come un automa privo di
volontà, completamente svuotato di ogni energia vitale, si alzò e riprese a passi lenti la strada verso casa sotto il sole abbacinante.
Nelle settimane sucessive, Paolo incominciò a frequentare sempre più spesso le stanze di Villa Azzurra e la comitiva dei giovani milanesi.
Claudio, esibendo un'infinita pazienza e una dolcezza protettiva, cercava in tutti i modi di distoglierlo dai suoi tristi e malinconici pensieri fissi: lo faceva ridere di cuore, lo faceva stare bene con la sua cultura e lo portava spesso a fare delle splendide escursioni naturalistiche lungo la costa rocciosa.
Ma Paolo conservava dentro una domanda precisa, un dubbio tarlo che gli tormentava costantemente l'anima, e sapeva perfettamente che, fino a quando non avesse ricevuto una risposta sincera, non avrebbe mai potuto cedere del tutto al suo amore.
Sì, perché la pazienza di Claudio, il suo saper aspettare rispettoso i tempi del ragazzo, il modo protettivo di trattarlo in pubblico e quei pochi baci rubati sul divano, per l’ingenuità e la fame di tenerezza di Paolo erano diventati amore.
E una sera di fine estate, mentre si trovavano da soli proprio sopra la rupe dell’Arco dell’Amore — lo stesso identico luogo sacro in cui un tempo Carmine lo stringeva forte a sé per ascoltare insieme la musica delle onde —, Paolo trovò finalmente il coraggio e si decise. Guardò Claudio dritto nei suoi grandi, magnetici occhi verdi che riflettevano la notte:
«Chi è Francesco? Ho visto chiaramente tempo fa il tuo braccialetto d’oro con il cuore inciso che univa i vostri nomi».
Seguì un lungo, interminabile istante di silenzio assoluto sulla roccia. Claudio distolse bruscamente lo sguardo chiaro, mettendosi a fissare la distesa scura e liquida del mare aperto; Paolo, nel silenzio della notte, sentiva solo il rumore sordo e profondo delle onde che si infrangevano regolarmente sotto la curva dell’arco.
«È una storia molto complessa e lunga da raccontare, Paolo…», rispose infine Claudio con voce seria, quasi fredda. «Posso solo dirti che appartiene a un passato non tanto lontano, un legame milanese che ha avuto moltissima importanza per la mia giovinezza. Quel bracciale ha un valore puramente affettivo di ricordo, non è più una reale promessa per il nostro futuro. Ora le cose nella mia vita sono… completamente diverse da allora».
«Diverse quanto, Claudio? Spiegati».
«Quanto il fatto che in questo preciso momento di notte ci siamo qui io e te, da soli su questa rupe, e non c’è nessun altro fantasma a dividerci…».
Claudio si avvicinò lentamente a lui tentando di baciarlo sulla bocca, ma Paolo si scostò d'un tratto di un solo millimetro, fermandolo dolcemente con una mano aperta appoggiata sul petto, sopra la camicia: «Devo chiederti una cosa improvvisa, una cosa che forse ti sembrerà stupida… Ma tu, che cosa senti esattamente in questo preciso momento? E non parlo di noi due, di me e di te. Io… io sento come una musica limpida nell'aria».
Claudio lo guardò con infinita tenerezza, gli accarezzò i capelli mossi e sorrise con dolcezza: «Paolo, mio caro, che pensiero incredibilmente dolce… È semplicemente la musica dei nostri cuori che, in questo magico istante, sono finalmente uniti sotto le stelle».
E si chinò con trasporto a baciarlo, prima piano e con delicatezza sulle labbra fredde, poi in modo sempre più appassionato, profondo e travolgente nel buio della rupe.
Non era affatto, purtroppo, la risposta che Paolo si aspettava o desiderava ricevere nel profondo del proprio cuore tormentato. Avrebbe voluto con tutto se stesso sentirsi dire in un sussurro: “Sento una sinfonia... la sinfonia del mare”.
Ma forse, in quel difficile momento di totale solitudine interiore, gli bastava quella risposta romantica e lineare per lasciarsi andare del tutto tra le sue braccia, per non pensare più a Carmine, al suo doloroso d'addio e a quella musica divina che sentiva dentro e che non avrebbe ascoltato mai più con nessun altro uomo, se non nel perenne ricordo di lui.
La fine di settembre era ormai tristemente arrivata a Roccavilla. Paolo doveva a giorni tornare a insegnare stabilmente tra i banchi della scuola Marconi, mentre Claudio e i suoi fratelli dovevano fare definitivo rientro a Milano per riprendere la vita e gli affari in città; sarebbero sicuramente tornati al borgo per le vacanze di Natale, avevano promesso solennemente a tutti prima di chiudere le valigie e salutarsi.
Claudio abbracciò forte, a lungo, Paolo prima di salire sul mezzo e andare via. Sua sorella Augusta ed i figli piccoli, insieme a Lauretta, se n’erano già andati comodamente in treno il giorno precedente; Manuela, invece, era rimasta stabilmente a Roccavilla a occuparsi della casa, e Claudio sarebbe partito per il Nord in automobile insieme a Valerio.
Si salutarono tutti quanti con vistosi, prolungati cenni delle mani mentre l’auto girava decisa verso la statale, la vecchia strada asfaltata che l’avrebbe portata dritta verso l'imbocco dell’autostrada del Sole.
Natale, in fondo, non era poi così lontano sul calendario.
Quando Paolo si girò lentamente verso suo padre Gerolamo, il quale teneva teneramente per mano il piccolo Ninetto sulla ghiaia, incontrò all'improvviso lo sguardo fisso di Manuela: uno sguardo intenso, profondo, che a Paolo fece quasi rabbrividire la pelle per l'imbarazzo improvviso.
Che cosa aveva letto nello sguardo di lei, in fondo a quelle pupille mature? Semplice tenerezza materna o una pura, dolorosa pietà per la sua immensa e silenziosa solitudine?
l Natale passò nel silenzio dell'inverno, scandito soltanto da una lunga e affettuosa telefonata interurbana arrivata da Milano; poi, sul calendario, arrivò anche la Pasqua
con le sue piogge leggere, e infine il mese di maggio con la sua esplosione di luce.
Fuori dalla chiesa di Santa Cecilia, abbarbicata sulla roccia, una gran folla di persone del borgo era in trepidante e festosa attesa di vedere uscire finalmente sul sagrato gli sposi.
La giornata
era calda, limpidissima, e un intenso, avvolgente profumo di fiori selvatici invadeva la piazza e l'intero paese; il mare di fronte, immobile e calmo a perdita d'occhio, sembrava un velo di seta azzurro disteso sotto
il sole.
Uscì per primo sul portone il piccolo Ninetto, tenendo per mano la nipote di Manuela: entrambi i bambini stringevano con cura dei mazzolini fioriti di boccioli bianchi.
Subito dietro
di loro uscirono raggianti, commossi e felici Gerolamo e Manuela: quel 15 maggio si erano uniti in matrimonio, coronando finalmente un grande, meritato sogno d’amore per entrambi.
Dietro la coppia camminavano fieri,
nei loro abiti eleganti, i figli di lui, Paolo e Mauro, seguiti a ruota da tutti gli altri invitati e dai parenti venuti dalla costa e quelli della sposa dal Veneto.
Era stata una giornata pazzesca, bellissima e perfetta sotto ogni punto di vista. Ninetto era felice e in Manuela aveva trovato finalmente, con dolcezza, quella figura materna che gli era sempre
dolorosamente mancata nell'infanzia, e che nemmeno l'affetto premuroso di zia Rosa o di altre parenti del borgo erano mai riuscite a consolare del tutto.
Poi, dopo il grande pranzo con la comitiva dei pescatori e degli
amici, Gerolamo e Manuela partirono felici per la Sicilia, un viaggio di nozze desiderato e sognato per una vita intera.
La sera stessa del matrimonio, i tre fratelli si ritrovarono finalmente da soli nella quiete della propria casa, dopo che zia Rosa e un’altra parente anziana avevano fatto definitivo
rientro alle loro rispettive abitazioni alla periferia del paese.
Il piccolo Ninetto si era addormentato come un sasso sul divano del salotto, completamente stremato dalla lunga giornata di festa; Mauro lo prese delicatamente
in braccio con la sua solita forza e lo portò a letto in camera sua, coprendogli le spalle. Poi tornò in salotto, raggiunse Paolo e si sedette stanco accanto a lui sulla stoffa del divano.
Paolo non parlava, teneva lo sguardo chiaro fisso nel vuoto e il viso era serio, quasi cupo, appesantito dai pensieri. Allora Mauro lo abbracciò forte, stringendolo a sé con le
sue braccia grandi e muscolose: «Torneranno presto, vedrai».
«Sì, lo so... tra due sole settimane papà e Manuela tornano a casa a Roccavilla», rispose Paolo con un filo di voce sottile, quasi assente.
«Paolo, non facciamo finta di nulla tra di noi, ti prego... Io non parlo mica del viaggio in Sicilia. Io parlo di Claudio e degli altri milanesi. A me manca tantissimo Valerio, ne abbiamo
fatte di conquiste e di giri in moto insieme in paese in questi mesi... E tu con Claudio, ne sono sicuro, vedrai che avrete tante belle cose davanti nel futuro. Devi solo dare tempo al tempo».
«Da quando in qua sei diventato così saggio, Maurone?», scherzò Paolo voltandosi a guardarlo e accennando un mezzo sorriso per mascherare l'emozione.
«Da quando è arrivata questa qui!», disse Mauro con un sorriso amaro stampato sulle labbra, tirando fuori con mossa secca dalla tasca dei pantaloni e mostrandogli una cartolina
ufficiale di partenza per il servizio militare di leva.
«Dio mio, no!», esclamò Paolo portandosi una mano al petto, sentendosi stringere il cuore da una morsa improvvisa. «Ma quando?».
«Quando è arrivata a casa, o quando dovrò partire sul serio?».
«Scemo, entrambe le cose! Rispondi!».
«Ah! Prima che tu faccia disastri e glielo dica per sbaglio, ti avviso che papà e Manuela non ne sanno ancora assolutamente nulla. La cartolina è arrivata a casa il giorno
prima del matrimonio e partirò ufficialmente il 10 gennaio dell’anno prossimo. Due mesi precisi dopo il mio diciannovesimo compleanno, caro mio».
A quelle inaspettate e travolgenti parole di Mauro, Paolo incominciò a ridere forte nella penombra del salotto: una risata nervosa, mista a una profonda commozione, e si strinse così
tanto a lui in un abbraccio disperato e viscerale che Mauro lo dovette staccare con forza per farlo respirare.
Era una stretta solida, affettuosa, che veniva dritta dal cuore della loro fratellanza; e Mauro, sentendola fin
dentro al petto, lasciò uscire dalle labbra delle parole che forse, in un altro momento della sua vita, per puro orgoglio da uomo del Sud non avrebbe mai confessato: «Mi puoi accompagnare tu in treno fino al Nord,
se ti va».
«Accompagnare? Ma dove di preciso, Mauro?».
«A Milano, Paolino! È proprio lì che farò il C.A.R., l'addestramento reclute, e chissà che, grazie all'aiuto e all'interessamento del padre di
Valerio, io non possa restare fisso lì in città a prestare l'intero servizio di leva... senza finire punito in qualche brutto buco sperduto di caserma del Nord-Est ai confini con la Jugoslavia».
«Il padre di Claudio e Valerio ha fatto davvero questo favore per te? Ti ha raccomandato alle autorità?», domandò Paolo sgranando incredulo i grandi occhi azzurri.
«Ebbene sì, caro mio! Anche noi piccoli e poveri pescatori di Roccavilla abbiamo finalmente i nostri santi e i nostri angeli custodi in Paradiso. E se a Natale i milanesi non verranno
giù al borgo per le vacanze — come d'altronde non sono potuti scendere al matrimonio del papà, ma questo dopotutto è comprensibile per via dei loro impegni di lavoro —, allora a gennaio
andrai tu direttamente da Claudio a Milano… finalmente! Troverai il coraggio di salire sul treno».
«Non ci posso assolutamente credere, Mauro! Siete tutti pazzi, avete organizzato tutto alle mie spalle!».
«Credici eccome, invece!», continuò Mauro ridendo. «E dimmi un po', l’ultima volta quando vi siete sentiti voi due al telefono per l'interurbana?».
«Stamattina presto, subito prima che uscissi per fare gli auguri di nozze a papà e Manuela al municipio».
«Senti bene, facciamo adesso un patto di ferro tra di noi, un segreto inviolabile: non diciamo assolutamente a Claudio che vieni su a Milano insieme a me in treno. Deve essere una sorpresa
totale, un colpo di scena! Lo sapranno unicamente il papà e Manuela al loro ritorno dalla Sicilia, e pregheremo anche loro di non avvisarli per telefono durante le chiamate di rito.
Così, mentre io vado la mattina
a presentarmi con lo zaino in caserma per la leva, tu potrai andare dritto a piedi a casa sua a fargli la sorpresa alla porta. L’indirizzo di Milano scritto sulla lettera ce l’hai già... se poi per caso
non possono ospitarti per la notte in casa De Vecchi, vedrai che una sistemazione in un albergo o una stanza si troverà di sicuro!».
«Fratellone, sei un genio assoluto! Ti adoro!», esclamò Paolo stringendolo di nuovo, spiazzato da tanta generosità.
Alzando un sopracciglio scuro in segno di finta importanza e superiorità, Mauro disse con voce flautata, ironica e teatrale per farlo ridere: «Lo so, lo so bene, Paolino... un
vero genio in famiglia serve sempre a far quadrare le cose quando gli altri si perdono nei libri».
Arrivò rapidamente la nuova estate e Paolo, vedendo Claudio tornare a Roccavilla per i mesi caldi, non disse assolutamente nulla del piano segreto ordito con il fratello minore; il viaggio
al Nord doveva rimanere una sorpresa totale per il mese di gennaio.
Ma quell’anno Claudio rimase al Sud soltanto venti giorni: un importante e urgente lavoro di architettura all’estero lo aspettava a Milano. Paolo
ne fu in fondo contento lo stesso, senza egoismi: sapeva bene che lo avrebbe rivisto se non a Natale, almeno il mese successivo direttamente a Milano a casa sua.
Non sapeva spiegarsi il perché, ma proprio in quell’istante di solitudine il volto dolce, innamorato e ferito di Carmine gli apparve nitido, prepotente nella mente; si rivide seduto
in quel bar all'aperto della piazza, nel momento esatto in cui il ragazzo gli parlava con le lacrime agli occhi della sinfonia del mare.
I suoi occhi azzurri cambiarono improvvisamente espressione, velandosi di una profonda
tristezza. Mauro, che si trovava accanto a lui in cortile insieme a Sandra — la sua giovane e dolce ragazza che aveva da poco incominciato a portare a casa per presentarla ufficialmente alla famiglia —, lo guardò
serio e dritto, come a chiedergli in un silenzio carico di apprensione: “Che cosa ti sta accadendo dentro, fratello?”.
Paolo accennò un sorriso un po’ triste per rassicurarli, si alzò stanco dalla panchina e andò dentro casa. Prese da un cassetto segreto della camera da letto la vecchia
foto di lui e Carmine, scattata mesi prima con l’autoscatto sopra la scogliera selvaggia, proprio sull'Arco dell’Amore.
Stringendo quel prezioso foglio di carta fotografica tra le dita e prendendo la bicicletta
dal muretto, si avviò a colpi rapidi di pedale verso quel posto solitario e ventoso. Non lo sapeva neanche lui il perché, ma quella sera d'estate Paolo aveva una voglia matta, viscerale e disperata di tornare
a sentire quella musica divina.
Paolo non si accorse minimamente, mentre era seduto immobile su un masso della scogliera con la foto stretta in mano, che Mauro e Sandra lo stavano guardando preoccupati da lontano, nascosti
tra i cespugli; poi i due si allontanarono in silenzio lungo il sentiero. Paolo non seppe mai che lo avevano seguito fin lassù per proteggerlo, né il perché profondo di quel gesto fraterno.
Quando i due fecero rientro a casa a passi rapidi, Sandra guardò Mauro con infinita dolcezza e serietà: «Credo che tu debba fare assolutamente qualcosa di concreto per Paolo,
non puoi lasciarlo soffrire così».
«Ne sei davvero sicura, tesoro mio? Non rischio di fare un pasticcio?», domandò Mauro tormentandosi le mani.
«Sì, sono sicura… Ho parlato a lungo con Manuela e anche lei mi ha detto che forse non è affatto una buona idea portare Paolo a Milano all'improvviso, di punto
in bianco, senza dire nulla prima ai De Vecchi. Rischia di rimanere deluso».
Mauro guardò la sua ragazza con fare serio, stringendo gli occhi scuri: «Cosa dovrei fare allora adesso, tesoro mio?».
«Fai esattamente quello che ti guida il cuore, Mauro… Lo sai bene cosa è giusto, altrimenti non mi sarei mai innamorata di te e della tua bontà».
Lui le sorrise radioso, grato di quelle parole, e la baciò con trasporto sotto il portico.
In quell’esatto istante passò accanto a loro Paolo, di ritorno dalla scogliera, che
si scusò subito con un filo di voce per aver interrotto quel momento intimo tra fidanzati.
Sandra rise di cuore per smorzare l'imbarazzo, lo prese affettuosamente sotto braccio e lo portò fuori in giardino
a chiacchierare per distrarlo dai pensieri cupi; Mauro capì al volo l'antifona e l'intesa, andò dritto al telefono fisso di casa appeso alla parete e, con mano ferma, compose un numero.
Arrivò infine il fatidico 9 gennaio, il giorno della grande partenza. Il treno notturno con le carrozze cuccette era finalmente partito dalla stazione, sferragliando sui binari.
Paolo
e Mauro — quest'ultimo ormai con i capelli cortissimi e rasati regolamentari per la leva militare — avevano lasciato sulla banchina di San Vincenzo a Mare quattro persone care con le lacrime agli occhi a salutarli
sventolando le mani dal marciapiede: la giovane Sandra, il piccolo Ninetto, Manuela e papà Gerolamo.
I due fratelli, distrutti dall'emozione del distacco, dormirono profondamente per tutta la notte cullati dal movimento del vagone; quando videro la prima luce dell'alba spuntare dal
finestrino tagliando la penombra, illuminando l'interno delle cuccette, il treno in corsa era già all'altezza della pianura di Bologna. Ancora un paio di ore scarse di viaggio e sarebbero finalmente arrivati
a destinazione nella nebbia di Milano.
Si prepararono con molta calma nei loro scompartimenti, passò il controllore in divisa per verificare che andasse tutto bene con i biglietti e poi i due fratelli andarono insieme verso
la carrozza bar per fare una buona, rigenerante colazione calda con cappuccino e brioche. Infine, i palazzoni della periferia di Milano si mostrarono già alle porte oltre i vetri del treno.
Fuori dalla monumentale Stazione Centrale, il freddo pungente, gelido del Nord fece improvvisamente rabbrividire i due ragazzi abituati al clima del Sud. Erano già le dodici passate
sul quadrante dell'orologio e Mauro avrebbe dovuto presentarsi tassativamente al distretto in caserma per le quattordici in punto.
Davanti al flusso continuo dei passanti milanesi imbacuccati, i due fratelli si abbracciarono forte sulla strada, stringendosi il cuore: Mauro gli disse a bassa voce di stare molto attento
a muoversi in città, di avvertire subito il papà per telefono con un gettone se le cose fossero andate bene e, soprattutto, gli raccomandò calorosamente di mandare un bacio grande a Sandra per dirle che
lui era al sicuro dentro le mura della caserma.
Paolo osservò in silenzio il profilo del taxi allontanarsi velocemente nel traffico caotico della metropoli, con Mauro dietro che si girava un'ultima volta dal lunotto posteriore
a salutarlo sventolando la mano; poi prese un respiro profondo, sollevò la sua valigia e salì sul primo taxi libero rimasto in fila indiana.
«Buongiorno signore, dove la porto di bello?», disse gentilmente l’autista, un uomo sulla quarantina con un marcato e tipico accento milanese.
«Dovrei andare in via Serbelloni, al civico 10, grazie», rispose Paolo stringendosi nel cappotto.
L’automobile arrivò a destinazione in appena un quarto d'ora di corsa; fortunatamente non c’era molto traffico nel cuore del centro storico e Paolo, che si immaginava
una città sterminata e impossibile da girare, pensava sinceramente che quella via fosse molto più lontana.
Pagò con garbo la corsa, scese dal taxi sul marciapiede e rimase per qualche istante immobile
a guardare la facciata dell'elegante palazzo signorile, quando una voce cordiale e distinta lo fece voltare di scatto.
«Cerca qualcuno in particolare, signore?», domandò l'uomo.
Il portinaio dello stabile, vestito con un'elegante e stirata divisa d'ordinanza di colore grigio, gli sorrideva gentile dall'ingresso nell'androne.
«Sì... Cerco l’appartamento del dottor Claudio De Vecchi», rispose Paolo stringendo forte il manico della valigia per l'emozione. «Sono un suo caro amico...
a dire il vero non mi aspettava affatto oggi in città, vorrei fargli una sorpresa improvvisa. Spero proprio con tutto il cuore che sia in casa».
«Il dottore è uscito stamattina presto per degli impegni di lavoro in studio, penso che ritorni nel giro di una mezz’ora al massimo per il pranzo. Ma lei può tranquillamente
salire ad aspettarlo di sopra al caldo: c’è il domestico fisso nell'appartamento che le aprirà la porta senza problemi. Sicuramente in casa adesso troverà l’architetto Germani. Prego, vada
pure avanti al quarto piano, l’ascensore è lì sulla destra pronto per lei».
«Grazie mille, è stato davvero molto gentile. Arrivederci.», mormorò Paolo accennando un sorriso timido.
«Prego, ci mancherebbe altro, e le auguro una buona giornata!», concluse cordiale il portinaio, ritirandosi nella sua guardiola.
Sull’ascensore d'epoca che saliva lento e silenzioso verso il quarto piano, Paolo aprì con mani tremanti la valigia pesante e tolse con cura estrema il regalo impacchettato
che aveva preparato con tanto affetto e dedizione per fare una sorpresa a Claudio; si sistemò alla meglio i capelli lunghi davanti allo specchio della cabina di legno, sentendosi il cuore battere all'impazzata
nel petto e le dita che gli tremavano vistosamente per l'agitazione.
Ben presto l’ascensore arrivò al piano stabilito; fortunatamente c'erano soltanto due appartamenti padronali in quel bellissimo e signorile palazzo storico del centro di Milano.
Paolo camminò a passi felpati sul tappeto scuro del lungo corridoio e si arrestò di colpo davanti alla grande porta di legno massiccio, dove spiccava una lucida, fredda targa d’ottone con i due cognomi
incisi uno accanto all'altro: De Vecchi - Germani.
Paolo vide le proprie dita tremare vistosamente per lo shock dell'emozione e del dubbio, mentre allungava faticosamente la mano e suonava il campanello alla porta, trattenendo il fiato.
Dei passi felpati risuonarono subito all'interno e una voce maschile disse ad alta voce dall'appartamento, rivolgendosi al personale: «Non si preoccupi affatto, Raymond, apro
io…».
La porta si aprì di scatto e davanti agli occhi di Paolo apparve un giovane uomo sui trent’anni, bellissimo, caratterizzato da capelli lunghi e neri come la pece e occhi scuri
e penetranti. Era elegantemente vestito con una camicia bianca stirata, un pullover di pregiato cachemire blu e pantaloni scuri da città, mentre teneva un telefono cordless nella mano destra.
«Desidera qualcosa, signore?», domandò cordiale lo sconosciuto, squadrandolo.
“Desidera… Desidera… Desidera…”, il termine rimbombò velocemente nella mente di Paolo, sentendosi mancare di colpo la terra sotto i piedi sul pianerottolo. Poi, non sa nemmeno lui come per via del panico, riuscì a stamparsi in
viso un sorriso di pura circostanza: «Cerco l’appartamento del dottor Claudio De Vecchi».
«E lei chi è, se posso chiederglielo?», domandò l’altro gentilmente, ma con gli occhi neri fattisi leggermente sospettosi; non aveva mai visto prima di allora
quel giovane ragazzo dall’accento chiaramente meridionale.
«Sono Paolo Mazzari, vengo da Roccavilla... il borgo del Sud dove c’è Villa Azzurra».
«Ah, certo! I ragazzi del mare di cui parla sempre Claudio! Ma prego, entri pure in casa e mi scusi, in questo momento sono al telefono con un cliente importante… Raymond...»,
chiamò poi l'uomo rivolgendosi al cameriere in livrea, «aiuta il signore con la valigia, per favore».
E il bellissimo uomo si allontanò a passi rapidi, continuando a parlare al cordless nella stanza attigua.
Paolo rimase letteralmente sbalordito, allibito dal lusso sfrenato e dalla sfarzosità della casa, e decise di far finta di nulla per non tradire l'emozione da provinciale.
Il cameriere
Raymond prese con garbo il cappotto del ragazzo e lo ripose con ordine nel grande guardaroba dell'ingresso; poi chiamò a voce bassa sua moglie Adelaide, la governante, dicendole di preparare subito
un caffè caldo per il giovane signore, ospite del dottore.
Raymond lo fece accomodare cortesemente nel grande e sontuoso salotto. Mentre Paolo si guardava attorno smarrito, comprendendo di non essersi mai aspettato una simile sfarzosità ed eleganza,
la domanda più ovvia, dolorosa e lacerante che continuava a rimbombargli in testa come un martello era chi fosse in realtà quel giovane uomo in casa di Claudio.
Poco dopo, l’uomo dai capelli neri ritornò nella stanza senza più il telefono cordless; sorrise a Paolo con cortesia, ordinò una tazzina di caffè
anche per sé alla governante e si sedette di fronte al giovane sul divano di pelle scura.
All’improvviso, Paolo vide alla sua destra, sopra un tavolino basso di cristallo, una grande cornice d’argento lavorata che custodiva la fotografia nitida di Claudio e di quell’uomo
dai capelli scuri, teneramente, intimamente abbracciati a bordo di una barca in mezzo a un mare tropicale. Sentì distintamente di stare per svenire sul posto, ma cercò con tutte le forze residue di darsi un contegno
fiero e dignitoso.
«Che splendida, inaspettata sorpresa!», disse l’uomo dai capelli scuri rompendo il ghiaccio. «Claudio al suo rientro sarà davvero felicissimo di vederla qui…
Oh, accidenti, che maleducato che sono, non mi sono nemmeno presentato ancora! Mi chiamo Francesco Germani, piacere».
La mano di Paolo, nello stringere quella calda dell'altro per il saluto, era quasi completamente congelata. Aveva dentro una voglia matta e disperata di scappare via di corsa, di correre
verso la porta e premere il pulsante dell'ascensore: Francesco non apparteneva affatto a un passato lontano o sbiadito, come Claudio gli aveva mentito spudoratamente quella notte di fine estate sopra l’Arco dell’Amore,
ma a un presente vivo, solido, un presente decisamente più gelido e tagliente dell’inverno di Milano.
«Come mai si trova da queste parti a Milano, Paolo?», domandò Francesco con un sorriso aperto, del tutto ignaro del dramma sottile che si stava consumando sul divano di pelle.
«Ho... ho accompagnato stamane in treno mio fratello minore Mauro in caserma per il suo primo, ufficiale giorno di servizio militare di leva.», rispose Paolo, stringendo i denti per
non far tremare la voce.
«Ahia, che brutta e noiosa cosa la leva… E lei è passato da noi in centro solo per un rapido saluto?».
Seguì un lunghissimo, pesante istante di assoluto silenzio nel salotto raffinato.
«Sì, esatto, solo per un saluto veloce di cortesia. Stavo proprio andando a registrarmi in un albergo qui vicino, poi nel pomeriggio dovrò tassativamente incontrare un paio
di zii che vivono qui al Nord e domani mattina farò subito definitivo ritorno a Roccavilla».
Paolo vide distintamente che lo sguardo scuro di Francesco era caduto con curiosità sul pacchetto regalo che
teneva ancora stretto tra le mani fredde.
«Ah, ecco... a dire il vero ero passato principalmente per salutare Claudio e consegnargli questo pacco: è una cosa che avevano inavvertitamente dimenticato sua sorella
Augusta e i bambini a Villa Azzurra quest'estate prima di ripartire. Magari, se gliela consegna lei di persona quando torna a casa, mi farebbe davvero un grande piacere».
«Non ne dubitare affatto, Paolo… Possiamo tranquillamente darci del tu, se ti va?», propose l'altro con assoluta cordialità.
Dio mio, Paolo sentiva che lo avrebbe ammazzato con le sue stesse mani quel poveretto che non sapeva assolutamente nulla della verità! Francesco non sapeva niente di lui e di Claudio,
niente delle sere magiche a Roccavilla, niente di quei baci appassionati rubati sulla rupe dell’Arco dell'Amore. Tutti avevano mentito alle sue spalle.
«Certamente, diamoci del tu. Ma vedo che si sta facendo decisamente tardi e io dovrei proprio andare all'appuntamento.», disse Paolo facendo l'atto di alzarsi fermamente
dal divano.
«Aspetta ancora un attimo, Paolo! Claudio sarà qui a momenti, è questione di minuti, il suo studio è vicino…».
«Credo che i miei zii mi stiano già aspettando sul viale...», rispose il ragazzo del Sud, fingendo di guardare con fretta l’orologio da polso; ma proprio in quel preciso
momento il campanello di casa suonò nitido, acuto nell'ingresso dell'appartamento.
«Ecco, vedi? È proprio Claudio! È arrivato adesso, così lo potrai finalmente salutare dopo tanto tempo che non vi vedete.», esclamò felice Francesco.
Paolo avrebbe voluto avere la forza disperata di fuggire via persino saltando dalla finestra del quarto piano, ma Francesco era già corso all'ingresso ad aprire la porta di legno.
Il giovane dai capelli neri abbracciò calorosamente Claudio sulla soglia, dandogli un bacio affettuoso sulla guancia per il rientro, mentre l'architetto biondo si girava a passi lenti verso il salotto, posando d'un
tratto lo sguardo incredulo su Paolo.
Claudio era letteralmente sbiancato in volto, perdendo ogni colore; sentiva le gambe improvvisamente molli, vuote e prive di forza, mentre Francesco lo conduceva orgoglioso per mano davanti
al ragazzo del Sud. Non poteva sapere, non poteva minimamente capire o concepire come Paolo si trovasse lì, in quel salotto di Milano, a metà gennaio.
«Paolo… Ma che… che incredibile sorpresa vederti qui», disse Claudio con un filo di voce tremante, visibilmente scosso e terrorizzato dall'incontro. «Scusate
la mia voce rauca, ma fa davvero un gran freddo pungente fuori sulle strade».
«Ciao, Claudio. Perdonami se sono venuto fin qui nel vostro appartamento senza avvertire prima per telefono del mio arrivo, ma ho accompagnato Mauro in caserma per il militare
e…».
«Oh, allora il mio papà è riuscito alla fine con le sue conoscenze! Vedrai che tuo fratello si troverà benissimo a prestare servizio a Milano…», lo
interruppe bruscamente Claudio, provando a fare un passo avanti e ad abbracciarlo calorosamente come si fa con un vecchio, caro amico d'infanzia; ma tra le sue braccia l'architetto sentì distintamente una barriera
rigida, gelida, un vero e proprio muro di cemento armato che lo rifiutava.
«Lo spero vivamente per lui, Claudio… Ecco, questo pacco è per tua sorella Augusta, lo aveva dimenticato a Villa Azzurra a settembre e ne ho approfittato per consegnartelo di
persona, così eviti di cercarlo».
«Grazie, glielo farò avere sicuramente alla prima occasione, non ti preoccupare di nulla.», mormorò Claudio abbassando gli occhi verdi, incapace di sostenere lo sguardo
azzurro e fiero del giovane maestro.
«Caro, Paolo purtroppo non può fermarsi a pranzo qui oggi con noi», intervenne prontamente Francesco, rivolgendosi a Claudio con un sorriso del tutto ingenuo e pulito. «Volevo
a tutti i costi invitarlo a restare a tavola con noi due, così ci raccontava un po’ delle vostre belle vacanze estive al Sud mentre io ero bloccato all’estero per affari in questi ultimi due anni... Ma mi
ha appena spiegato che deve tassativamente incontrare i suoi zii tra pochissimo per un impegno improrogabile».
«Oh, capisco perfettamente... mi dispiace davvero molto», disse Claudio a bassa voce, incrociando per un istante gli occhi azzurri tristi, fieri e duri come pietre di Paolo.
«Purtroppo la mia a Milano è una toccata e fuga obbligata. E purtroppo sono già in grande, grandissimo ritardo sull'orario dell'appuntamento. Devo andare subito».
«Ti... ti accompagno io giù in strada? O magari direttamente in macchina dai tuoi zii?», si offrì Claudio, cercando di salvare la faccia.
Ipocrita! Pensò Paolo stringendo i denti. Sapeva benissimo anche lui che non esisteva nessunissimo zio in quella fredda città del Nord, ma solo un cuore meridionale completamente
spezzato in due dall'inganno; Paolo, però, non voleva affatto sentire né altre squallide bugie né storie inventate lì per lì per salvare le apparenze borghesi davanti al convivente.
«No, ti prego con tutto il cuore, non ti disturbare affatto per me», rispose Paolo, stupendosi lui stesso della fermezza, del distacco e della sicurezza assoluta della propria voce.
«Fa davvero un freddo cane fuori sulle strade e avete il pranzo caldo che vi aspetta in tavola tra poco. Francesco», disse poi girandosi con garbo verso l’altro giovane uomo, che continuava a sorridere sereno
del tutto ignaro di quel dramma silenzioso, «è stato un vero, sincero piacere averti conosciuto di persona. E speriamo davvero con tutto il cuore che tu possa venire giù con Claudio a Villa Azzurra quest'estate
a trovarci».
«Lo spero tanto anche io, Paolo! Mi farebbe un immenso piacere vedere le vostre zone, non ci sono mai stato purtroppo! Allora arrivederci e buon viaggio di rientro!», rispose Francesco stringendogli la mano.
Un ultimo, forzato sorriso di pura circostanza e Paolo venne accompagnato lentamente alla porta d'ingresso dell'appartamento da Claudio.
Sulla soglia del pianerottolo, Claudio allungò
il braccio e gli porse la mano tremante; per un brevissimo, furioso istante Paolo avrebbe voluto con tutte le sue forze stampargli un pugno dritto in pieno viso per punire il tradimento, ma si impose la calma dell'orgoglio,
sorrise amaro e gli porse fermamente la sua.
«Arrivederci, Claudio. Ricordati bene il pacco regalo per tua sorella Augusta... e buona fortuna per la tua vita… almeno a te…».
«Ciao, piccolo.», sussurrò a bassa voce e con un groppo in gola Claudio, mentre Paolo apriva rapidamente con uno scatto la porta d’acciaio dell’ascensore del palazzo,
sparendo per sempre dalla sua vista dietro le inferriate.
Claudio si era appena girato verso l'oscurità del corridoio interno, ma in quel preciso momento, sentendosi tragicamente solo con la propria coscienza sporca, diede un pugno violentissimo,
secco, contro un mobile di legno massiccio dell'ingresso, facendo tremare i ninnoli.
Sapeva perfettamente, con certezza millimetrica, cosa ci fosse dentro quel pacchetto regalo impacchettato con il cuore che Paolo teneva
in mano, ma sapeva soprattutto il male immenso, gratuito e profondo che aveva appena fatto a quel ragazzo puro del Sud.
“Carogna... carogna... carogna!”, continuava a ripetersi mentalmente con feroce disprezzo e disgusto per se stesso, mentre Francesco si riavvicinava a lui da dietro, cingendogli i fianchi per stringerlo in un abbraccio affettuoso di benvenuto.
Intanto, Paolo chiuse la porta metallica dell'ascensore alle sue spalle, vi si appoggiò convulsamente con tutta la schiena nel vuoto della cabina che scendeva lenta verso il piano
terra e uscito da quel bellissimo palazzo, scoppiò a piangere silenziosamente sul marciapiede di via Serbelloni.
Il borgo di Roccavilla era interamente, cupamente immerso in un'alba grigia, umida e nebbiosa.
Da due interi giorni Paolo non riusciva ad alzarsi dal proprio letto nella stanza dei ragazzi,
stroncato da una febbre altissima e spossante.
Quando era fuggito sconvolto da quell'appartamento signorile di via Serbelloni, era arrivato alla Stazione Centrale unicamente a piedi, camminando da solo per ore in mezzo
al gelo pungente della metropoli; due ore dopo, intirizzito dal freddo, era salito sul primo treno utile diretto al Sud, uno di quei vecchi, lenti convogli ferroviari di terza classe che effettuavano tutte le fermate della
linea ferroviaria.
Era arrivato a destinazione a Roccavilla soltanto dopo un giorno e mezzo di viaggio estenuante e solitario, consumato tra continui cambi di binario e infinite attese nelle stazioni intermedie,
finché, giunto finalmente stremato davanti alla porta di legno di casa, era svenuto di schianto sul pavimento del pianerottolo.
Suo padre Gerolamo e Manuela si spaventarono tantissimo nel trovarlo disteso lì in quelle drammatiche condizioni. Chiamarono d'urgenza il dottore condotto del paese, il quale fortunatamente
diagnosticò soltanto una brutta bronchite acuta e un forte stato di disidratazione dovuta ai disagi del viaggio invernale.
Quando si svegliò completamente due giorni dopo, riprendendosi dal torpore e dai deliri
della malattia, Paolo aveva trovato la forza di raccontare tutta la dolorosa verità a suo padre e a Manuela.
I due coniugi non sapevano assolutamente nulla del piano segreto e del patto d'ferro organizzato in salotto
da Paolo e Mauro prima della partenza; se solo avessero minimamente sospettato che il ragazzo stesse andando a Milano a casa dei De Vecchi, lo avrebbero fermato immediatamente con la forza per proteggerlo dall'inganno.
Arrivò infine la primavera con i suoi profumi e Paolo sembrava finalmente guarito dal punto di vista fisico, ma quel dolore sordo continuava a tormentargli il cuore a ogni battito.
Pensava
spessissimo, costantemente a Carmine, comprendendo con lucidità il grande, immenso errore di valutazione che aveva commesso nei suoi confronti per via dell'orgoglio; andava ogni singolo giorno a colpi di pedale
con la bicicletta fino alla rupe dell’Arco dell’Amore e, seduto immobile sulla roccia fiorita, aspettava in totale silenzio chissà che cosa…
Un miracolo improvviso del destino, o che il profilo di
qualcuno apparisse all’improvviso da dietro la curva del sentiero.
Un mese più tardi, a maggio, Mauro tornò finalmente a Roccavilla in licenza straordinaria dal servizio militare di Milano e a casa fu organizzata una festa grandissima
per l'evento.
Si spaventarono molto, però, quando nel corso del pomeriggio si accorsero che il piccolo Ninetto era improvvisamente sparito dal cortile senza lasciare tracce.
Lo avevano cercato ovunque e con ansia
in tutto il paese: nella piazza principale, vicino all’Arco di roccia, fin su alle mura del castello feudale della Proloco; alla fine Mauro lo aveva felicemente ritrovato seduto da solo sulla terra, con le lacrime agli
occhi e le ginocchia al petto, proprio davanti ai cancelli di ferro chiusi di Villa Azzurra.
Qualcuno nel borgo gli aveva accennato la mattina che la splendida dimora ottocentesca era di nuovo ufficialmente in
vendita, e il bambino, nella sua ingenuità, aveva capito d'un colpo che non avrebbe mai più potuto rivedere Claudio né giocare con lui sul divano a costruire i modellini di case in miniatura.
Mauro lo riportò a casa a passi rapidi, tenendolo stretto al petto per consolarlo. Sulla soglia guardò Paolo dritto negli occhi azzurri e seppe immediatamente, dal silenzio, che
cosa stesse pensando il fratello maggiore in quel preciso istante: Claudio con il suo egoismo era stato capace di fare del male gratuito persino a un bambino innocente.
«Non ci pensare nemmeno più a lui, Paolo», gli disse poi Mauro più tardi, rimasto da solo con lui a parlare in giardino all'ombra della tenda. «Quando sono
tornato a Milano in caserma sono andato di persona a cercare Claudio nel suo studio e gli ho detto chiaramente in faccia tutto quello che pensavo sul conto suo e della sua ipocrisia... ma mi sono fermato dall'andare oltre
non appena è arrivato Francesco nell'ingresso. Non volevo affatto fare altre vittime innocenti nella loro casa, né far soffrire un'altra persona buona e ignara come è successo a te per
colpa sua».
«Grazie, Mauro... grazie di vero cuore per avermi difeso.», rispose Paolo con un filo di voce sottile, stringendogli la mano calda.
Poi il fratello lo fissò serio negli occhi: «Rispondimi a una cosa, Paolo: perché conservi ancora la foto di Carmine nascosta nel cassetto segreto della camera?».
«Hai guardato di nascosto tra le mie cose personali allora!», disse Paolo, fingendosi scherzosamente arrabbiato con il fratello minore per mascherare il turbamento.
«Dai, sciocco che non sei altro, non fare così con me! Cercavo solo una cosa mia e, aprendo un po' di cassetti di legno, ho trovato quella vecchia fotografia dell'autoscatto.
Hai per caso saputo più nulla di Carmine in questi lunghi mesi da Roma? Ti ha scritto?».
«No, purtroppo niente... nessuna lettera e nessuna chiamata... e...», le lacrime calde ricominciarono a scendergli copiose lungo le guance pallide. Mauro lo guardava con un affetto
immenso, solido, protettivo.
«Ho commesso un errore gigantesco e imperdonabile, Mauro», confessò Paolo asciugandosi il viso con il dorso della mano. «Avevo il cuore completamente confuso e spaventato
dai fantasmi del passato. Avevo l’amore vero, puro e sincero proprio qui accanto a me, a Roccavilla, sui nostri scogli, e sono fuggito disperatamente dalla parte sbagliata, inseguendo un'illusione d'oro che non
mi apparteneva».
«Non ci pensare più al passato, Paolo...», disse Mauro stringendolo forte a sé contro il petto robusto. «Non ci pensare più, fratellino mio, adesso tutto
è passato».
Il giorno successivo, come faceva ormai quasi sempre per abitudine e necessità dell'anima, Paolo prese la sua vecchia bicicletta dal muretto e si avviò a colpi di pedale lungo
il sentiero sterrato che conduceva verso la rupe dell’Arco dell’Amore.
Nel frattempo, rimasto finalmente solo tra le mura di casa, Mauro andò dritto al telefono fisso della parete, compose con mano decisa
il numero sulla tastiera e chiamò qualcuno a distanza nel silenzio della stanza.
Paolo arrivò sulla scogliera selvaggia quando il sole di maggio era ormai già alto e caldo nel cielo, ma la roccia monumentale dell’Arco era piacevolmente riparata dall'afa
grazie all'ombra dei grandi costoni di pietra retrostanti.
Lungo la strada, il giovane maestro aveva preparato con cura e pazienza un mazzo fiorito di boccioli selvatici bianchi e azzurri, trovati tra l'erba dei campi,
e li aveva legati stretti con un semplice filo d’erba fresca.
Era sempre stata quella, fin dal dopoguerra, la tradizione sacra e inviolabile del borgo di Roccavilla: gli innamorati lanciavano i mazzi da lassù,
nel punto esatto del sacrificio dei due giovani, e il mare in cambio regalava loro l'amore eterno contro le tempeste del mondo.
Intanto che si trovava del tutto da solo al centro esatto dell’arco di roccia, sospeso tra il cielo e la risacca, Paolo disse ad alta voce con le lacrime agli occhi, guardando fisso la
linea azzurra dell'orizzonte:
«Ti prego, mare, fallo tornare da me... Perdonami se il mio cuore, all'inizio, era spaventato e non aveva capito nulla dell'amore. Sento la tua sinfonia adesso, caro mare mio...
è tutto quello che mi è rimasto di lui, di noi due insieme sulla sabbia. Se la tua musica divina può davvero far tornare chi se n’è andato via lontano, ti prego con tutto il cuore... esaudisci
questo mio disperato desiderio».
E dicendo quelle parole, Paolo gettò con speranza il mazzo di fiori selvatici di sotto, nel vuoto del mare. Insieme al suo, però, con immenso stupore, Paolo vide precipitare tra
le onde schiumose, a pochissima distanza di volo, un altro mazzo di fiori del tutto identico al suo.
Il cuore gli balzò violentemente in gola e Paolo si girò di scatto su se stesso, con il fiato sospeso: Carmine era lì, in piedi sul sentiero di
terra, proprio davanti a lui con gli occhi lucidi.
L’abbraccio tra i due ragazzi sulla rupe fu immediato, travolgente, fortissimo e stretto. I corpi si cercarono con disperata fame di tenerezza, e mentre si stringevano forte sulla roccia
fiorita, scacciando via per sempre tutto il freddo dell'inverno di Milano e le paure del passato, il mare aperto sotto di loro aprì la sua musica divina, facendo risuonare alta, potente e solenne nel vento: “La
Sinfonia del Mare”.
Giampaolo Daccò Scaglione
(Sant'Angelo Lodigiano, Giugno1974/Milano, Settembre 2026)