sabato 30 maggio 2026

“IL VIAGGIATORE DEL CREPUSCOLO”

 *Alcune storie non nascono da un luogo, né da un tempo preciso. Nascono da una luogo senza tempo o all’interno di noi stessi. Da quel momento fragile in cui la luce cambia e il mondo sembra trattenere il fiato.

“Il Viaggiatore del Crepuscolo” è una di quelle storie. Non parla di partenze né di arrivi, ma di ciò che accade dentro quando smettiamo di fuggire e iniziamo ad ascoltare.

È il ritratto di un uomo che vive tra ciò che lascia e ciò che non ha ancora trovato, un uomo che porta con sé una valigia che non si chiude mai del tutto, una fotografia che non appartiene al passato, una lettera che non ha mai avuto un destinatario, e una chiave che non apre nessuna porta del mondo - ma forse apre la sua.

Questa storia non vuole spiegare qualcosa. Vuole accompagnare il lettore ad ina introspezione.

È un viaggio lento, crepuscolare, fatto di gesti piccoli e scelte silenziose. Un viaggio che parla di riconoscimento, di possibilità, di quel momento in cui smettiamo di essere solo passanti e diventiamo presenza.

Se vorrai seguirlo, il Viaggiatore ti porterà in un luogo che non è geografico, ma interiore. Un luogo dove non serve bussare.*



PROLOGO:

“Arriva sempre quando la luce cambia. Non prima, non dopo. Nel momento esatto in cui il giorno smette di essere giorno e la notte non ha ancora trovato il coraggio di cominciare.

È un istante che quasi nessuno nota, un respiro trattenuto dal mondo. Ma lui sì. Lui lo sente come un richiamo.

Il cielo si piega verso il rame, le ombre si allungano come animali stanchi, e in quel silenzio che non appartiene a nessuno, il Viaggiatore del Crepuscolo appare. Non fa rumore. Non cerca attenzione. Semplicemente esiste, come se fosse sempre stato lì, in attesa che qualcuno lo vedesse.

La valigia gli pende accanto, mai del tutto chiusa, come se dentro ci fosse un vento che non vuole essere trattenuto. E nei suoi occhi c’è una luce strana, una luce che non appartiene al giorno né alla notte: una promessa, o forse un ricordo che non ha mai avuto il coraggio di raccontare.

Nessuno sa da dove venga. Nessuno sa dove andrà. Ma chi lo incrocia, anche solo per un istante, sente una cosa inspiegabile: che quell’uomo non attraversa i luoghi. Li ascolta.

E ogni volta che arriva, qualcosa cambia. Non fuori. Dentro.

Perché il crepuscolo non è un’ora. È una soglia. E lui è l’unico che sa come attraversarla senza perdere sé stesso.”



“IL VIAGGIATORE DEL CREPUSCOLO” 

Non sei un uomo che arriva presto. Non sei nemmeno uno che arriva tardi. Tu arrivi quando la luce cambia, quando il mondo sembra trattenere il fiato e il giorno si piega verso qualcosa che non è più luce e non è ancora buio.

Il cielo, in quel momento, ha un colore che nessun pittore ha mai davvero catturato: un azzurro che si arrende lentamente al rame, come se il sole, prima di scomparire, volesse lasciare un ultimo tocco caldo sulle cose. Le ombre si allungano, si stirano come animali stanchi che cercano un posto dove accoccolarsi per la notte.

Ed è lì, in quell’istante sospeso, che tu compari.

La tua valigia - quella valigia che non è mai del tutto chiusa - sembra respirare con te. A volte pare che dentro ci sia un vento che vuole uscire, un soffio di passato o di possibilità che spinge contro la stoffa consumata. La porti con naturalezza, come si porta un ricordo che non pesa più ma che non si può lasciare indietro.

Hai un modo di camminare che non appartiene a nessuna categoria semplice. Non è fretta. Non è calma. È una decisione morbida, un passo che conosce la strada senza bisogno di dimostrarlo. Cammini come chi ha imparato a non sprecare energia, come chi ha capito che ogni arrivo è solo un altro punto di partenza.

La gente ti guarda. Sempre. Non perché tu sia appariscente, ma perché c’è qualcosa in te che stona e si armonizza allo stesso tempo. Qualcuno pensa: “Da dove arriva?” Ma nessuno lo chiede davvero. Forse perché nei tuoi occhi c’è un riflesso azzurro - o forse solo un ricordo che non hai mai raccontato - che sembra dire:

“Non importa da dove vengo. Importa che sono arrivato.”

Ti siedi sempre vicino a una finestra. Non importa il luogo: un bar, una stazione, una sala d’attesa, un portico. Ordini qualcosa di semplice, quasi sempre la stessa cosa, come se il gesto fosse più importante del sapore. E poi osservi. Non per giudicare, non per curiosità invadente, ma per capire come si muove il mondo quando nessuno lo guarda davvero.

Hai una gentilezza che non ostenti. Una malinconia che non pesa. Una forza che non fa rumore.



E quando riparti - perché riparti sempre, come se il tuo corpo avesse un orologio interno che suona solo per te - lasci dietro di te una sensazione strana. È come chiudere un libro che non aveva un vero finale, uno di quelli che ti costringono a restare un attimo fermo, con il dito tra le pagine, a chiederti se hai perso qualcosa o se semplicemente non era destinato a essere detto.

Non è tristezza. Non è nostalgia. È una domanda sospesa nell’aria, leggera come polvere illuminata dal tramonto:

“Chissà dove andrà adesso.”

Non succede perché arriva qualcuno. Non succede perché il destino decide di bussare alla sua porta. Succede perché qualcosa, dentro di lui, smette finalmente di opporsi. Il Viaggiatore del Crepuscolo vive da anni in un equilibrio mobile, una danza silenziosa tra ciò che lascia e ciò che non vuole più prendere. Sempre in cammino, sempre in osservazione, sempre un passo avanti rispetto a ciò che potrebbe ferirlo. È un uomo che ha imparato a muoversi come l’acqua: scivola, evita, aggira, non si ferma mai abbastanza da diventare bersaglio.

E poi, un giorno qualunque, in un luogo qualunque, accade una cosa minuscola. Una cosa che chiunque altro ignorerebbe. Ma non lui. Vede qualcosa che riconosce: un gesto, un sorriso, una frase detta a mezza voce, un odore che gli attraversa il petto come un ricordo improvviso. Forse è la luce che cade su un volto, o il modo in cui qualcuno si sistema i capelli, o il rumore di una porta che si chiude piano. Qualcosa che gli ricorda una parte di sé che aveva dimenticato, una parte che non sapeva più come chiamare.

Si accorge che non è più in fuga. Non perché ha smesso di camminare - il cammino è la sua natura, il suo respiro - ma perché, per la prima volta, non sente il bisogno di ripartire subito. Non sente quella spinta sottile, quella tensione invisibile che lo ha sempre accompagnato come un’ombra fedele. È come se il mondo, per un istante, gli dicesse che può restare. E lui sente che può essere visto. Non come un enigma, non come un passante, non come un uomo di passaggio. Ma come qualcuno che esiste davvero, qui, ora, in questo preciso frammento di tempo. È una sensazione nuova, quasi vertiginosa: essere visto senza essere decifrato, essere presente senza dover spiegare.

Così si concede una cosa che non si era mai concesso: una pausa. Un respiro. Un “resto un po’”. Una permanenza minuscola, fragile, ma reale. È un gesto semplice, quasi invisibile, eppure è il gesto che cambia tutto. Perché in quell’istante, senza rumore, lo spazio vuoto nella valigia si riempie. Non di un oggetto, non di una persona, ma di una scelta. La scelta di non essere più solo un uomo che attraversa. La scelta di essere un uomo che appartiene - anche solo per un istante - a qualcosa. A un luogo. A un tempo. A sé stesso.

La verità è semplice: si sente finalmente a casa dentro di sé. Non in un luogo, non con qualcuno. Dentro. E quando succede, non c’è più bisogno di lasciare spazio al futuro, perché il futuro è già arrivato, in forma di presenza.



La fotografia, quella piegata in quattro, non è un ricordo d’amore, né un rimpianto, né una ferita. La persona nella fotografia è la versione di lui che non è mai diventata reale. Non un altro: lui. È un’immagine di quando era più giovane, più impulsivo, più luminoso, più ingenuo. Un sé che aveva promesso cose che poi la vita non ha mantenuto. Un sé che credeva di poter essere tutto, ovunque, sempre. Un sé che non conosceva ancora il peso delle partenze.

Quella fotografia - consumata, quasi illeggibile - è l’unico oggetto che non ha mai avuto il coraggio di buttare. Perché rappresenta la vita che avrebbe potuto vivere se non avesse scelto il cammino, il crepuscolo, le soglie. E lo spazio vuoto nella valigia è sempre stato il posto che teneva libero per la possibilità di diventare, un giorno, quella persona della fotografia. Non identica, non giovane, non illusa. Ma integra. La fotografia è il passato che non è mai stato. Lo spazio vuoto è il futuro che potrebbe ancora essere.

E il momento in cui lo spazio si riempie è l’istante in cui lui smette di guardare quella fotografia come un rimpianto e la guarda come un seme. Non più “quello che non sono stato”, ma “quello che posso ancora essere, in un altro modo”.

Così la prende tra le dita, con quella cura che si ha per le cose che hanno fatto male ma che non si odiano. La guarda non per nostalgia, non per rimpianto, ma per riconoscimento. Poi la piega un’ultima volta. Non per nasconderla, ma per chiuderla. Come si chiude un capitolo che non ha bisogno di essere riscritto. La rimette nella valigia, ma non più nello spazio vuoto: la mette in un angolo, insieme alle altre cose che fanno parte del suo passato. E quando la ripone, la fotografia non pesa più. Non tira. Non punge. Non chiede. È diventata leggera, come diventano leggere le cose che abbiamo finalmente accettato.




Non è in una casa, né in un albergo, né in un luogo “suo”. È in una stazione piccola, quasi dimenticata, di quelle che non compaiono sulle mappe importanti. Due binari, una panchina di ferro, un orologio che sembra andare un po’ più lento del resto del mondo. È sera. Non notte. Il crepuscolo è appena finito, ma la notte non ha ancora preso possesso di tutto. Le luci sono gialle, morbide, tremolanti. C’è odore di ferro, di pioggia lontana, di rotaie calde che si stanno raffreddando.

Il Viaggiatore del Crepuscolo è seduto sulla panchina. La valigia è accanto a lui, aperta quel tanto che basta. Non c’è nessuno intorno. Solo il rumore di un treno che si allontana, sempre più piccolo. E lì, in quella solitudine che non è tristezza ma spazio, succede. Si rende conto che non deve prendere quel treno. Per la prima volta da anni, non sente la spinta a salire, a partire, a muoversi. Si accorge che può restare. Non per sempre. Non per obbligo. Per scelta.

La lettera è lì, nella valigia, da anni. Non l’ha mai spedita perché non sapeva a chi indirizzarla. O forse lo sapeva, ma non aveva il coraggio di ammetterlo. La prende. La apre. La rilegge. Non tutta. Solo qualche riga, quelle che gli fanno ancora tremare un po’ il respiro. Poi la piega con cura. Si alza. Cammina verso il binario vuoto. Appoggia la lettera tra le traversine. Non per lasciarla al vento, ma per lasciarla al tempo. È un gesto di restituzione. Un gesto adulto. Un gesto vero.

E per la prima volta da anni, la valigia è più leggera. Non perché ha perso qualcosa, ma perché ha smesso di portare un peso che non era più suo.




La chiave è piccola, di ottone, consumata. Non apre nulla che esista nel mondo: non porte, non cassetti, non case, non ricordi concreti. Eppure lui la tiene come si tiene un talismano. Per anni non ha saputo perché. O forse lo sapeva, ma non aveva le parole. La verità è che quella chiave non è il ricordo di una porta: è la promessa di una porta che ancora non ha trovato. Non appartiene al passato. Appartiene al futuro. È l’unico oggetto della valigia che non parla di ciò che è stato, ma di ciò che potrebbe essere.

Ora che la fotografia è stata accolta e la lettera è stata liberata, la chiave sembra più pesante, più luminosa, più viva. È rimasta sola, ed è l’unica cosa che non ha ancora avuto il suo momento. È il simbolo di una cosa che il Viaggiatore del Crepuscolo non ha mai ammesso: il desiderio di avere un luogo che sia suo. Non un luogo geografico, non una casa, non un indirizzo. Un luogo interiore. Un luogo relazionale. Un luogo emotivo. La chiave è la forma fisica di una domanda che lui non ha mai osato fare: “Ci sarà mai un posto dove posso entrare senza dover bussare?”

Ora che la valigia è più leggera, ora che non porta più rimpianti né parole sospese, la chiave diventa l’oggetto più importante che possiede. È l’unico che non ha ancora trovato il suo destino. E succede una cosa nuova, mai accaduta prima: per la prima volta, lui non guarda la chiave come un enigma. La guarda come una possibilità. Per la prima volta non la tiene per abitudine, ma per scelta. Per la prima volta non la porta per ricordare, ma per andare incontro. A cosa? A chi? A quale porta? Questo ancora non lo sa. E non deve saperlo. Perché la chiave non è la fine del viaggio. È l’inizio di un altro.

Il Viaggiatore del Crepuscolo ha sempre portato quella chiave come se fosse un frammento di un luogo perduto. Ma non era un luogo. Era lui. La chiave è la forma fisica della sua disponibilità ad aprirsi, ma non è lui che deve girarla nella serratura. Il suo cuore non è una porta che si apre dall’interno: è una porta che si apre quando qualcuno dall’esterno bussa nel modo giusto. La chiave è destinata a qualcuno, ma non nel senso romantico o predestinato. È destinata alla persona che saprà riconoscerlo. Non chi lo salva, non chi lo completa, non chi lo cambia. Chi lo vede. Chi vede la sua luce crepuscolare, la sua calma che non è fuga, la sua malinconia che non pesa, la sua gentilezza che non chiede nulla, la sua capacità di restare, finalmente.

La chiave è destinata a chi saprà dire, senza parole: “Puoi entrare. Non devi spiegarti. Non devi essere altro.” E quando quella persona arriverà - non importa quando, non importa come - lui non dovrà più proteggersi, né trattenersi, né camminare via. Perché la chiave non serve ad aprire il suo cuore: serve a permettere a qualcuno di entrarci senza forzare nulla. Lui ha fatto tutto il lavoro interiore, ha liberato il passato, ha accettato chi è, ha smesso di fuggire, ha riempito lo spazio vuoto con sé stesso. Ora la chiave è pronta. Non per aprire. Per accogliere. È un invito. Un segnale. Un “quando sarai tu, lo saprò”. La chiave non è un simbolo di mancanza. È un simbolo di maturità. Non dice: “Ho bisogno di qualcuno.” Dice: “Sono pronto per qualcuno.” E questo cambia tutto. 

La persona che riconosce la chiave non è qualcuno che appare all’improvviso. Non è un incontro folgorante. Non è un colpo di scena. È qualcuno che, quando arriva, non sembra nemmeno un arrivo. Sembra una continuità. È una persona che non ha paura del silenzio: non lo riempie, non lo interpreta, non lo teme. Lo abita. E il Viaggiatore del Crepuscolo, che ha vissuto anni tra silenzi e crepuscoli, lo sente subito: questa persona non scappa dal vuoto, ci respira dentro. È una persona che vede le sfumature, che non si ferma alla superficie, che non cerca definizioni, che non chiede spiegazioni. Riconosce la luce crepuscolare che lui porta addosso e non la scambia per malinconia o indecisione. La vede per quello che è: una forma di profondità.

È una persona che non forza le porte. Non chiede accesso, non pretende confidenze, non vuole entrare. Ma quando vede la chiave - non fisicamente, ma nel modo in cui lui si muove, parla, tace - capisce che quella chiave non è un enigma: è un invito. E allora aspetta, con calma, con rispetto, con quella pazienza che non pesa. È una persona che non vuole cambiarlo: non lo vuole più luminoso, più stabile, più semplice. Lo vuole così com’è: con la sua luce obliqua, con la sua storia piegata come la fotografia, con la sua valigia che non è più un peso ma un compagno di viaggio. È una persona che non gli chiede di restare. E proprio per questo, lui resta. Non perché deve, non perché è il momento giusto, non perché è arrivato il destino. Resta perché, per la prima volta, sente che può farlo senza perdere sé stesso.

E come la riconosce lui? Non dal volto, non dalla voce, non da un gesto. La riconosce da una cosa sola: quando è con lei, non sente più il bisogno di partire. Non è magia, non è incanto. È pace. Una pace che non immobilizza, ma che accompagna. La persona che riconosce la chiave non è “quella giusta”: è quella che non ha bisogno che lui sia diverso. E quando arriva - quando si siede accanto a lui, o gli parla, o semplicemente lo guarda senza chiedere nulla - la chiave smette di essere un simbolo. Diventa un gesto. Un’apertura. Una porta che finalmente trova la sua serratura.




Il primo riconoscimento non avviene in un luogo straordinario. Non è un momento epico. Non è un incontro che cambia tutto in un istante. È un posto di passaggio, come lui. Una piccola libreria, non una di quelle perfette e luminose, ma una libreria un po’ storta, con scaffali diseguali, libri usati, odore di carta vecchia e finestre che lasciano entrare una luce obliqua. Lui entra perché piove. Lei è già lì. Non si guardano, non si parlano, non si sfiorano. Ma succede una cosa minuscola: entrambi si fermano davanti allo stesso libro. Non lo stesso titolo: lo stesso esatto volume, con la stessa copertina consumata. E nessuno dei due lo prende. Non per cortesia. Perché entrambi capiscono che quel libro non è da comprare. È da riconoscere. È un gesto minuscolo, ma è il primo momento in cui la chiave - quella vera, quella simbolica - fa un piccolo scatto nella serratura. Non si apre nulla. Ma qualcosa si allinea.

L’incontro vero avviene altrove. In un luogo che non è suo, ma che potrebbe diventarlo. Una caffetteria piccola, con tavolini di legno e una luce calda. Una di quelle che non fanno rumore, dove la gente legge, o scrive, o semplicemente respira. Lui entra per caso. Lei è seduta vicino alla finestra, con una tazza mezza vuota e un libro aperto - lo stesso libro della libreria. Non lo nota. Non lo aspetta. Non lo cerca. E proprio per questo, lui si ferma. Non per parlarle, non per sedersi, non per iniziare qualcosa. Si ferma perché sente una cosa che non provava da anni: non ha bisogno di ripartire. Non è attrazione, non è destino, non è colpo di fulmine. È pace. Una pace che non chiede nulla, che non pesa, che non lo spaventa. E allora succede la cosa più semplice e più importante: lui resta in piedi, a pochi passi, senza fuggire. E in quel momento, senza che lei lo sappia, senza che lui lo capisca del tutto, la chiave nella sua valigia trova la sua direzione. Non la serratura. La direzione.

Il primo incontro vero avviene quando nessuno dei due sta cercando niente. È sera, di nuovo. Non crepuscolo: sera piena. Una piazza piccola, quasi vuota, con una fontana che fa un rumore sottile. Il Viaggiatore del Crepuscolo è lì, seduto sul bordo della fontana. Non aspetta. Non pensa. Respira. La valigia è chiusa. La chiave è nella tasca del mantello. Lei attraversa la piazza, non verso di lui, non per lui, ma passando. E succede una cosa minuscola, quasi invisibile: lei rallenta. Non perché lo riconosce, non perché lo nota, ma perché sente - senza capirlo - che lì c’è qualcuno che non pesa.

E lui, per la prima volta da anni, non abbassa lo sguardo. Non si chiude. Non si ritrae. Semplicemente resta. E in quel restare, succede il riconoscimento: lei vede la chiave. Non fisicamente. La vede nel modo in cui lui è presente, nel modo in cui non invade, nel modo in cui non chiede. E lui vede che lei non ha paura del suo silenzio. È un istante. Un battito. Un “ah”. Non parlano. Non si avvicinano. Non succede nulla di narrativamente eclatante. Ma succede tutto. Perché quello è il momento in cui la chiave - quella simbolica - trova la persona che potrebbe usarla. Non la usa. Non ancora. Ma la riconosce. E questo basta per cambiare la direzione del viaggio.

Quando la chiave “gira”, non è un gesto fisico. Non è una porta che si apre. È un momento in cui il Viaggiatore sente che può lasciare cadere la difesa. La chiave gira quando lui si lascia vedere davvero, quando non si vergogna della sua storia, quando non sente il bisogno di scappare, quando non teme di essere troppo o troppo poco. È un’apertura silenziosa, ma definitiva. Non un “ti amo”. Un “sono qui”.

Dopo questo incontro, non diventa un altro. Non si trasforma. Non si aggiusta. Semplicemente smette di essere un uomo in transito. Non vive più come se ogni luogo fosse provvisorio. Non porta più la valigia come un’armatura. Non teme più il crepuscolo, perché non è più un confine. Diventa qualcuno che può restare, anche solo per un po’. E questo, per lui, è rivoluzionario.

La storia non finisce con un bacio, né con una partenza, né con una promessa. Finisce con una scena semplice: il Viaggiatore del Crepuscolo è seduto accanto a quella persona - lui o lei - in un luogo che non è speciale, ma è giusto. La valigia è chiusa. La chiave è sul tavolo. Non serve più a proteggere. Non serve più a cercare. Serve solo a ricordargli che ha trovato un posto dove può entrare senza bussare. E la storia si chiude così: non con un finale, ma con un inizio.




EPILOGO:

“La notte è scesa da un pezzo, ma non è una notte pesante. È una notte che respira piano, come se avesse imparato da lui a non fare rumore. La piazza è quasi vuota, la fontana continua il suo mormorio sottile, e il Viaggiatore del Crepuscolo è ancora lì, seduto accanto a quella presenza che non gli chiede nulla.

La valigia è chiusa ai suoi piedi. La chiave è sul tavolo, tra le loro mani, come un oggetto che ha finalmente trovato il coraggio di riposare. Non brilla. Non pesa. Semplicemente sta.

Lui guarda la notte senza più cercare una direzione. Non sente la spinta a partire, né la paura di restare. È un momento piccolo, quasi invisibile, ma è il primo in cui il mondo non gli sembra un luogo da attraversare: gli sembra un luogo che può abitare.

Lei - o lui - non parla. Non serve. Il silenzio tra loro non è un vuoto: è un luogo. Un luogo che non ha porte, né serrature, né confini.

Il Viaggiatore inspira lentamente, come se assaggiasse l’aria per la prima volta. E in quell’istante, senza che nessuno lo veda davvero, accade la cosa più semplice e più importante:

"resta."

Non per sempre. Non per obbligo. Per scelta.

La chiave rimane sul tavolo, immobile, come un piccolo sole spento. Non deve aprire nulla. Ha già fatto il suo lavoro.

E mentre la notte si addolcisce attorno a loro, il Viaggiatore del Crepuscolo capisce che il viaggio non è finito. Ha solo cambiato forma.

Non è più un uomo che cerca una porta. È un uomo che ha trovato un posto dove non serve bussare.

E questo, per lui, è l’inizio più grande di tutti.”



NOTA DELL'AUTORE - “Il Viaggiatore del Crepuscolo”

Le storie arrivano quando vogliono, non quando le cerchiamo. Questa è arrivata in un momento di passaggio, in uno di quei giorni in cui il mondo sembra chiedere più di quanto possiamo dare.

Il Viaggiatore del Crepuscolo non è un eroe, non è un simbolo, non è un alter ego. È una possibilità.

È ciò che potremmo diventare quando smettiamo di correre e iniziamo a guardare davvero ciò che abbiamo tra le mani: una valigia che non si chiude, una fotografia che non combacia con il passato, una lettera che non abbiamo mai avuto il coraggio di spedire, una chiave che non apre nessuna porta del mondo ma forse apre la nostra.

Ho scritto questa storia per ricordarmi - e forse per ricordare anche a chi la leggerà - che non sempre serve un grande gesto per cambiare direzione. A volte basta fermarsi. A volte basta riconoscere qualcuno. A volte basta una chiave lasciata sul tavolo.

Il resto lo fa il crepuscolo.


Giampaolo Daccò Scaglione



 


 





 



 









giovedì 28 maggio 2026

"LA CASA DELLE DONNE"

  PROLOGO:

“Ci sono storie che non appartengono ai libri, ma alle famiglie. Storie che restano in silenzio per anni, custodite nei ricordi di chi le ha vissute e nei sogni di chi non c’è più.

Questa è una di quelle storie.

Non è un documento, non è una biografia: è un filo di luce che torna a brillare, un gesto d’amore verso una donna che ha camminato nella vita con dolcezza, coraggio e pudore.

La racconto così com’è arrivata a me: semplice, vera, piena di cuore. Come un dono che attraversa il tempo.”



"LA CASA DELLE DONNE"



Il prato era appena fiorito, e l’erba profumava di primavera giovane. Mariangela era distesa su una coperta leggera, gli occhi chiusi, il respiro ancora caldo sul petto. Sopra di lei sentiva il fiato affannato di Marco che lentamente si calmava, come un’onda che si ritira dopo aver toccato la riva.

Il suo corpo caldo la avvolgeva, le braccia forti la stringevano con una dolcezza che non aveva mai conosciuto prima. Mariangela si abbandonò a quell’abbraccio, al piacere nuovo che le attraversava la pelle, e si strinse ancora di più a lui, come per imprimere quel momento nella memoria.

Quando aprì gli occhi, trovò quelli azzurri di Marco che la guardavano con un’intensità che le fece tremare il cuore. Era il suo primo ragazzo, il suo primo uomo, e lei - ne era certa - aveva appena dato il suo amore all’uomo che avrebbe voluto per tutta la vita.

«Ti amo…» mormorò lui, accarezzandole il viso giovane, punteggiato da quelle buffe efelidi che lui adorava. Le passò una mano tra i capelli rossi, folti, luminosi. «…e ora sei mia.»

Da lontano, il campanile del paese suonò le otto e mezza. Le prime stelle cominciavano a brillare nel cielo blu della sera di aprile. Marco si chinò e la baciò ancora, con una passione che le fece dimenticare tutto il resto.

«È tardi, amore…» sussurrò lei, cercando di svincolarsi piano dal suo abbraccio mentre frugava nell’erba alla ricerca del reggiseno. «Mamma vuole che rientri entro le nove. Crede che io sia con Monica… e sai che lei mi aspetta al bivio di Santa Marta.»

Marco le posò una mano sulla bocca, poi le sfiorò le labbra con un gesto che la fece rabbrividire. Lei chiuse gli occhi un istante, poi li riaprì, cercando il suo sguardo.

«Non… non è stato un gioco, vero?» chiese con voce tremante. «Dimmi che non lo è stato, Marco. Per me è… è stato importante. Tu sei stato il primo.»

«Sssst…» la interruppe lui, posando un dito sulle sue labbra. «Non pensarla così, Mariangela. Sei la mia vita. Sei la mia donna, ora. Voglio dividere tutto con te. Non l’hai ancora capito?»

Lei l’aveva capito, sì. Ma aveva bisogno di sentirlo dire. Mariangela era giovane, ingenua, pura fino al candore. Aveva sempre paura che Marco non la prendesse sul serio, anche se mesi prima lui si era presentato alla sua famiglia: una casa piena di donne, guidata da una madre vedova.

Vittoria, la madre di Mariangela, era una donna forte, temprata da lutti e fatiche. Con lei vivevano le figlie e la sorella Francesca, devota, un po’ rigida, ma buona come il pane.

Marco ricordava bene quella sera. Ricordava la casa linda, la tavola imbandita, gli sguardi delle donne: gli occhi verdi e sognanti di Mariangela, quelli ironici di Monica, quelli dolci e un po’ smarriti di Francesca, e infine quelli di Vittoria - due occhi grigio-azzurri freddi che invece sembravano fiamme.

E ricordava anche la sua casa: il grigiore, la madre che piangeva, il padre ubriaco, i piatti rotti, le sere in osteria per sfuggire alla miseria. Ricordava la festa dei Coscritti, quando aveva visto Mariangela per la prima volta: gli occhi verdi, la timidezza, quel sorriso che gli aveva cambiato la vita.

Ora era lì con lei, su quel prato al calare della sera. Il prato dove lei gli aveva dato il fiore più segreto del suo amore. Dove finalmente era stata sua.

«Su, alzati Mariangela» disse Marco, prendendole la mano e tirandola su con delicatezza. «Ti riporto a casa prima che tua madre si arrabbi.»

Lei sospirò. «Domani devo accompagnarti alla stazione con tua madre… e non voglio essere stanca. Ma starai lontano ancora per tanto…»

«Sciocchina» sorrise lui. «Lo sai che la naja dura due anni. E i permessi sono pochi. Ma questi dieci giorni… ci hanno fatto stare più vicini che mai. In caserma ho la tua foto nell’armadietto. La guarderò ogni volta che potrò. Sarà come averti lì.»

«Non è la stessa cosa… io…»

«Amore» la interruppe, stringendola forte. «Non rendere tutto più difficile. Ti amo. Questa sera è stata importante per entrambi. Appena finisco il militare… ti sposo.»

Le loro labbra si unirono in un bacio lungo, profondo, mentre la luna piena saliva all’orizzonte e la prima stella della sera brillava sopra di loro.

 

«Accidenti che luce…» borbottò Monica quando la madre, con un gesto secco, spalancò le tende e aprì le persiane della grande camera dove dormivano tutte le donne della famiglia, divise in due pesanti letti di noce. «…ma che ore sono?»

«È l’ora di alzarsi, lavarsi, vestirsi e andare a Messa. Sono le sette e mezza, ragazze! Forza, su… su…» rispose Vittoria, con quella voce che non ammetteva repliche.

«Mamma, ho lavorato tutta la settimana… e il viaggio fino a Milano è lungo e faticoso…» protestò Monica, tirandosi la coperta sulla testa.

«Monica, non te l’ho detto io di trovarti un lavoro fino là. Però visto che ci aiuta a tirare avanti, e che anch’io prima della pensione facevo la spola avanti e indietro per vendere quattro stracci, non vedo di cosa tu possa lamentarti! Lavori in un’ottima fabbrica, e non muori certo di fatica a imballare medicinali nelle scatolette. E dato che conosco bene le tue amiche, so che vi divertite più del dovuto durante la pausa… e anche dopo. E al ritorno trovi tutto pronto, vero?»

«Sì, però il sabato devo fare tutti i mestieri e…»

«Li fa anche tua sorella e non si è mai lamentata, anche se ultimamente mi sembra stia battendo la fiacca… Mariangela! Alzati da quel letto che dobbiamo disfare le lenzuola… Mariangela! Mi ascolti?»

Vittoria si avvicinò alla figlia più giovane, che si girò lentamente verso di lei.

«Mamma… non mi sento bene. Mi gira la testa… non riesco ad alzarmi.»

Le posò una mano sulla fronte: era fresca. Convinta che la figlia stesse facendo la pigra, Vittoria le diede una piccola spinta scherzosa, facendola scivolare dolcemente sul tappeto. Monica rise, la madre rise… ma quando Monica la prese per un braccio e questo cadde pesantemente a terra, il sorriso le si spense.

«Mariangela! Mariangela!» gridò.

Vittoria si chinò, le tastò il polso. Francesca, attirata dalle urla, salì di corsa le scale. Vide la scena, impallidì e scappò giù urlando:

«Vado da Maddalena, l’infermiera! È l’unica che ha il telefono per chiamare il dottore!»

La sua voce si perse nel cortile.

«Oh mamma… non sarà mica morta, vero?» sussurrò Monica, tremante.

«Non dire sciocchezze. È solo svenuta. Forse non ha digerito ieri sera, o uno sbalzo di pressione…» disse Vittoria, cercando di mantenere la calma. Poi, vedendo la figlia agitata, le prese le mani. «Vai giù a prendere una bacinella con acqua fredda e un panno pulito. Su, vai…»

Monica corse giù per le scale. Vittoria accarezzò il volto di Mariangela, la sua figlia più piccola, quella che assomigliava di più al marito perduto troppo presto. I ricordi la attraversarono come un lampo: Mauro, l’uomo passionale, brusco ma pieno d’amore, che la faceva sentire viva. Morto a quarantatré anni, cinque anni dopo la perdita del loro unico figlio maschio Alessandro.

Monica tornò con la bacinella. Rinfrescarono la fronte, il collo, il viso di Mariangela. La ragazza si risvegliò lentamente.

Dal basso arrivarono voci concitate: Francesca e Maddalena avevano incontrato il dottor Belcori, che stava passando in bicicletta.

«Allora, donne, cos’è successo a questa bella figliola?» chiese il dottore, gioviale come sempre. «Che ha mangiato ieri sera? Polenta e merluzzo?»

Poi si fece serio. «Fuori tutte, tranne la mamma.»

Le donne scesero in cucina. Francesca preparò il caffè. Maddalena, con il suo rossetto scarlatto e gli orecchini enormi, sorrise per rassicurare.

«Vedrete che non è niente.»

Ma Monica era davvero preoccupata.

«Maddalena… pensi che abbia qualcosa di grave? Non è mai svenuta… ultimamente era strana, stanca…»

«Potrebbe essere che…» iniziò l’infermiera, ma fu interrotta dalla discesa del dottore.

«Allora, Vittoria» disse l’uomo, «hai capito cosa devi fare? Non c’è niente di male. Sono cose che capitano. Meglio queste che altre peggiori, e tu lo sai.» Si rimise il cappello. «Signore, io continuo la mia passeggiata. Mi aspetta un ottimo gelato da Campanelli.»

«Dottore!» esclamò Francesca. «Ma le farà male alla pancia, a quest’ora!»

«Meglio un po’ di mal di pancia che il fegato rovinato dal vino!» rise lui. «Buona domenica. E ricordati, Vittoria: voglio vedere tua figlia nel mio studio in settimana.»

Maddalena si alzò. «Bene, io vado. Se avete bisogno, sapete dove trovarmi.» Lanciò uno sguardo a Vittoria, che abbassò gli occhi.

«Allora, Vittoria?» chiese Francesca. «Che ti ha detto il dottore?»

Vittoria si sedette, stanca. Monica era uscita nell’orto.

«Sto aspettando una risposta…» insistette Francesca. «Alle dieci c’è la Messa solenne per il Corpus Domini…»

Vittoria si alzò di scatto. «Chiesa, sempre Chiesa e messe! Hai in mente solo quello!»

«Ma… cosa ho detto?» balbettò Francesca, vedendola scoppiare a piangere.

Monica rientrò e vide la madre in lacrime.

«Mamma… cosa succede?»

«Niente! È che… è che Mariangela è incinta. E io non so che fare. Sono felice, ma ho paura… La gente… Marco è a militare… suo padre…»

«O Signore… bisogna farli sposare!» esclamò Francesca.

«Basta!» intervenne Monica. «La gente non deve interessare. Mariangela aspetta un bambino, e noi dobbiamo occuparcene. Sono scioccata, sì… ma felice. E preoccupata. Ha solo diciotto anni… da sola non ce la farà.»

Dall’alto si sentì la voce di Mariangela.

Vittoria salì. Francesca la trattenne un attimo: «Non sgridarla. Non picchiarla.»

«Non vi preoccupate.» rispose lei. «Parleremo.»

Mariangela era raggomitolata sul letto, in lacrime. Appena vide la madre, le si gettò addosso.

«Mamma… perdonami… non volevo… se non mi vuoi più…»

Vittoria la strinse forte. «No, non ti scaccio. Sei mia figlia. Ti voglio bene, anche se non ve lo dico mai. Faremo qualcosa. Questa sera andremo da Maria e diremo tutto. Poi si vedrà.»

«Davvero non sei arrabbiata?»

«Un po’ sì… ma ormai è fatta. E comunque è anche un dono dal cielo, magari non in questo momento. Hai solo diciotto anni Mariangela e quando nascerà il bambino o la bambina ne avrai solo uno in più. E sono troppo pochi.» poi strinse più forte a se e con affetto sua figlia minore «Ma ricordati ci sono qui io la tua mamma per aiutarti.»

Mariangela si asciugò le lacrime. «Mamma… devo raccontarti un sogno. Due settimane fa. Solo Monica lo sa…»

E raccontò dell’uomo sul dosso che portava al cortile dove abitavano, con il fagotto bianco, la camicia, il gilet. 

Dell’uomo che le diceva: “Non mi riconosci?” 

Del biglietto da consegnare alla madre e a Monica. Della paura nei loro occhi. Del sorriso dell’uomo. Del suo saluto: “Ci rivedremo fra tanto, tanto tempo.”

«Quando è sparito… ho capito che era papà.»

Vittoria scoppiò a piangere. Mariangela le si aggrappò.

«Era lui, vero? È venuto a dirmi che avrò un bambino… e che devo chiamarlo come lui… vero?»

«Sì, tesoro. Era il tuo papà. È venuto a dirci che andrà tutto bene.»

Sul comodino, la foto di Mauro in divisa sembrò sorridere nel riflesso del sole.

Sicuramente andrà così.

EPILOGO:

“Gli anni passarono come passano le stagioni: senza fare rumore. La casa di Vittoria rimase sempre piena di voci femminili, di passi veloci, di lenzuola stese al sole, di caffè preparati all’alba e di porte che sbattevano quando il vento del paese si alzava.

Mariangela crebbe in fretta, più in fretta di quanto avrebbe voluto. La maternità arrivò come un dono inatteso, come una responsabilità che all’inizio la spaventò e poi la rese più forte di quanto lei stessa immaginasse. Ogni volta che guardava il suo bambino dormire, rivedeva il sogno: l’uomo sul dosso, il fagotto bianco, il sorriso che non aveva dimenticato.

«Ci rivedremo fra tanto, tanto tempo», le aveva detto. E lei ci aveva creduto.

Vittoria, pur con il suo carattere duro, non lasciò mai sola la figlia. La aiutò come poteva, con le mani, con il cuore, con quella forza antica che solo le donne temprate dalla vita possiedono. Monica, con la sua ironia e la sua energia, riempiva la casa di risate e di storie di fabbrica. Francesca pregava per tutti, come se la fede potesse cucire gli strappi che la vita lasciava.

Marco tornò dalla naja più uomo di quando era partito. Trovò Mariangela diversa, più fragile e più luminosa allo stesso tempo. Non fu facile, non fu immediato, non fu perfetto. Ma certe storie non hanno bisogno di perfezione: hanno bisogno di verità.

E la verità era che si amavano. E che quel bambino aveva già scelto il suo nome.

"Mauro".

Come un cerchio che si chiude. Come una promessa mantenuta. Come una presenza che non se n’era mai davvero andata.

Col passare degli anni, Mariangela imparò che ci sono cose che non si spiegano, ma si sentono. Che i sogni non sono solo sogni. Che i morti non se ne vanno: cambiano stanza. Che le famiglie non sono fatte solo di sangue, ma di gesti, di silenzi, di mani che si stringono quando la vita fa paura.

E ogni volta che guardava suo figlio correre nel prato dietro casa, con la luce negli occhi e il vento nei capelli, Mariangela sorrideva. Perché sapeva che da qualche parte, su un dosso lontano, un uomo con una camicia e un gilet la stava guardando.

E sorrideva anche lui.”

Certe storie non finiscono davvero: restano nei gesti, nei nomi, nei silenzi che sanno di casa, come un filo sottile che nessuno vede ma che tiene insieme tutto. Ciò che amiamo non se ne va: cambia forma, cambia voce, ma resta. Sempre.

Giampaolo Daccò Scaglione

 



martedì 26 maggio 2026

"UN BAMBINO IN ATTESA"

 PROLOGO:

“Ci sono sere in cui il cielo sembra trattenere il respiro. Sere in cui la luce non vuole spegnersi, come se sapesse che qualcosa sta per cambiare per sempre. In quei momenti, anche un bambino può sentire il mondo diventare più grande di lui, più grande dei suoi undici anni, più grande delle parole che conosce.

È in quelle ore sospese che si impara cosa significa aspettare. Aspettare una notizia che non vuoi ricevere. Aspettare un saluto che non potrai dare. Aspettare che il cielo ti dica qualcosa che gli adulti non riescono a dire.

Questo è il racconto di un bambino che guarda il castello, le rondini, il cielo… e capisce, senza che nessuno glielo dica, che l’amore a volte vola via in silenzio.”

"UN BAMBINO IN ATTESA"



07 giugno 1972, ore 18.30.

Una cittadina in mezzo alla pianura della bassa padana.

Vittorio stava seduto sui gradini di casa, le ginocchia magre strette tra le braccia, e con gli occhi chiari fissava il castello oltre le mura, a pochi metri da lui.

Il grande maniero sembrava più silenzioso del solito, come se anche le pietre stessero trattenendo il fiato.

Nel cielo, le rondini tagliavano l’aria con voli rapidi e nervosi, come se sapessero qualcosa che lui non sapeva ancora. Qualche piccione si posava sui tetti caldi del castello, mentre poche nuvole bianche, quasi immobili, galleggiavano sopra la cittadina di campagna.

Il caldo del giorno si stava attenuando, ma la luce non voleva ancora cedere alla sera: era un’ora sospesa, un confine sottile tra ciò che è e ciò che sta per cambiare.

Vittorio aspettava.

Aspettava una notizia.

Una delle prime, una delle più brutte della sua vita.

Era da solo in casa.

Per aiutare i suoi, aveva messo a bollire una pentola d’acqua: pensava che, quando sarebbero tornati, almeno un piatto di pasta lo avrebbero trovato già pronto.

A undici anni sapeva già come fare, e intanto si era seduto sui gradini, con lo sguardo perso nel cielo.

Sapeva che i suoi erano al capezzale della nonna, ormai pronta per il suo ultimo viaggio. La nonna che abitava a neanche trenta metri da casa sua.

Non lo avevano voluto con loro: il giorno prima si era spaventato troppo, nel vedere la sofferenza della nonna tanto amata. Aveva pianto tutta la sera.

Vittorio non voleva che la sua nonna morisse.

Lei gli aveva insegnato il significato delle erbe, come creare unguenti, come usare le pietre durante le fasi lunari. E poi c’era quella frase, detta mentre tornavano dal fiume, lungo la strada piena di alberi di sambuco:

«La tua nonna se ne andrà presto, lo sento… ma ti dovrò lasciare un segno prima. Sei l’unico che lo potrà avere ed usare.»

Allora non aveva capito.

Lo comprese solo pochi mesi prima, quando in un ospedale lontano le dissero quelle brutte parole.

Aveva ricevuto il segno, e da quel giorno il ragazzino di undici anni era cresciuto in modo diverso, con una consapevolezza che i suoi amichetti non potevano nemmeno immaginare.

I minuti passavano.

Il cielo cambiava colore, sfumando in un azzurro più pallido.

Le rondini volavano più basse, come se stessero cercando un posto dove posarsi.

E Vittorio non si accorse che l’acqua sul fuoco non c’era più.

L’odore di bruciato lo scosse dai pensieri. Entrò di corsa in casa, spense il fornello, ma la pentola era ormai nera sul fondo. Dal centro saliva un fumo leggero, a forma di spirale.

Si voltò verso l’orologio sul mobile: 18.46.

Un pensiero gli attraversò la mente, limpido come una voce: «È andata via ora. La spirale del fumo me lo ha segnato.»

Corse fuori in strada.

Vide l’altra nonna e la mamma uscire dal portone del cortile vicino dove viveva l’altra nonna, con i volti tristi.

Si fermò.

Aspettò che si avvicinassero.

Quando furono accanto a lui, la mamma gli accarezzò la testa.

«È andata, vero?» chiese Vittorio, guardandola negli occhi.

Lei annuì. E in quel momento qualcosa dentro di lui si aprì e si chiuse allo stesso tempo.

Le due donne, attirate dall’odore del fumo, entrarono di corsa in casa. Vittorio non le ascoltò quando gli chiesero cosa fosse successo. Lui guardava il cielo.

Una piccola nuvola, dipinta di rosa dal sole che stava scendendo a ovest, si muoveva veloce, come se avesse fretta. Si sciolse in pochi istanti, svanendo nel nulla.

«Ciao, nonna Lucia» pensò.

Sentiva — con quella certezza che solo i bambini hanno — che forse quella nube era il suo saluto.

L’ultimo.

Il più dolce.

Il più silenzioso.

Si sedette di nuovo sui gradini di casa.

E i suoi pensieri fuggirono lontano, lungo la strada che costeggiava il fiume, piena di alberi di sambuco. Lì dove lei gli aveva insegnato tante cose belle e strane. Lì dove, senza saperlo, gli aveva lasciato il suo segno.

EPILOGO:

“Ci sono addii che non fanno rumore. Addii che non passano dalle parole, ma da un gesto, da un vento leggero, da una nuvola che si scioglie nel cielo. Quel bambino, seduto sui gradini, non sapeva ancora che quel momento lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Non sapeva che il segno ricevuto non era solo un dono magico, ma un’eredità invisibile: la capacità di vedere oltre, di sentire oltre, di ricordare oltre.

E mentre la sera finalmente scendeva, lenta, morbida, Vittorio capì che non era solo. Che una parte di lei sarebbe rimasta per sempre nei suoi occhi chiari, nelle rondini che volavano basse, nei sambuchi lungo il fiume, in ogni spirale di fumo che la vita gli avrebbe mostrato.

Perché alcuni amori non finiscono. Cambiano forma. Diventano cielo.” 


Giampaolo Daccò Scaglione



domenica 24 maggio 2026

"IN UN LIVIDO TRAMONTO"

"Ci sono tramonti che non scaldano, anche quando il cielo è rosso come brace. Tramonti che sembrano trattenere un presagio, un’inquietudine sottile che si infila tra le nuvole e arriva dritta al cuore. Quella sera d’agosto, mentre pedalavo verso il mare, sentivo già che qualcosa dentro di me stava cambiando forma, come se il giorno stesse morendo più del solito. Non sapevo ancora che quel colore livido del cielo avrebbe avuto un nome, un volto, un ricordo che non mi avrebbe più lasciato.”



“IN UN LIVIDO TRAMONTO”

Agosto.

Il tramonto alle nove di quella sera, al contrario di quelli precedenti, aveva un che di livido, di malato, di oscuro, nonostante il rosso si stagliasse all'orizzonte occidentale verso la campagna, al di là della cittadina di mare dove mi ero trasferito per qualche tempo causa un lavoro.

Dopo tutto mi ci trovavo bene, niente traffico che blocca la viaiblità, niente smog, niente rumore fino a tarda notte. Certo non c’era una vita notturna pazzesca come Milano o Roma, però la sera fino a tardi molti locali erano aperti, anche d’inverno.

Avevo imparato a non usare l’auto e muovermi con i mezzi che erano sempre puntuali oppure lunghe passeggiate fino al lavoro, alzandomi un’ora prima e facendo colazione in qualche pasticceria con ottimi cappuccini.

E poi le nuove amicizie con colleghi e gente del posto e soprattutto con lui: Maurizio diventato poi il mio più caro confidente.

Ma quella sera era tutto diverso, il tramonto era davvero triste nonostante i colori stupendi di mezza estate.

Andavo veloce con la bicicletta su quella strada sterrata tra i canneti che portavano verso il mare, verso quella spiaggia deserta dove non ci andava mai nessuno, se non qualche vecchietto o persone con il cane appresso.

Poi, appoggiando la bicicletta sulla sabbia, mi ero seduto su un sasso a guardare quel livido tramonto e da quel momento incominciavo a piangere in silenzio.

Le nuvole attorno al sole che stava scomparendo erano violacee, fredde, quasi gelide come quella sensazione che avevo nel cuore quella sera.

Eppure… eppure solo nel pomeriggio, quando il sole era forte e nella pausa di lavoro ci eravamo recati quasi tutti al mare per un bagno veloce in attesa di ricominciare, eravamo felici.

Si rideva, si scherzava, ci si tuffava nel blu di quell'acqua fresca; due o tre coppie in compagnia si baciavano, alcune ragazze prendevano il sole come lucertole, ferme come fossero pietre colorate su polvere d'oro.

Maurizio si distese con il suo “salviettone” di lato dov’ero io, appoggiandosi su un fianco. Sentivo i suoi occhi verdi fissi su di me. Mi ero alzato appoggiandomi sui gomiti.

“Che c’è?” lo avevo fissato voltando lo sguardo su di lui.

Mi aveva fatto un sorriso strano e mi strofinò poi con la mano i capelli.

“Oggi è il giorno… Mi ha detto sì, mi ha detto sì: più tardi esco con te…”

“Eh? Dopo tutto questo tempo? Lavinia ti ha detto sì?” lo fissavo sbalordito, pensando a quella preda bionda tanto ambita da tutti. Finalmente Maurizio ce l’aveva fatta.

“Non ritorno al lavoro, ho preso tre ore di permesso e così andremo a fare un giro verso le colline e poi un aperitivo e… lasceremo fare tutto al destino.” Sorrideva con i suoi denti bianchi sul volto abbronzato, bello, incorniciato da lunghi capelli ricci.

“E così ce l’ha fatta il latin-lover della compagnia.” pensavo mentre lo vedevo sorridere, distendendosi sulla sabbia, bagnandosi di sole.

Maurizio era bellissimo, occhi verdi, naso alla greca, bocca leggermente tumida ed imbronciata, quella massa di capelli ricchi e neri incorniciavano quel volto virile e poi il fisico, scolpito da anni di spot, il suo: “Beach Volley”.

Lavinia era altrettanto stupenda e se le cose fossero andate bene, sarebbero stati la coppia più bella della città.

Un’oretta dopo, Maurizio mi aveva abbracciato mentre io gli dissi sorridendo un in bocca al lupo caloroso, ero felice per lui, e mentre si avviava verso la sua moto mettendosi il casco, noi tutti eravamo già in auto per far ritorno in azienda.

Erano quasi la sedici e avevamo un paio d’ore di lavoro e mancavano due giorni per le ferie e la chiusura dei nostri uffici.

Due ore dopo, alla fine dell’orario di lavoro su richiesta di una delle segretarie del capo, ci eravamo trovati attorno al tavolo delle riunioni dei superiori, nella stanza a fianco dell’ufficio del direttore.

Il quale l’espressione del suo viso non prometteva nulla di buono, viso scuro, occhi bassi e noi preoccupati che ci fosse qualche grande problema in azienda, ci siamo seduti attorno a quell’enorme tavolo mentre altri restarono in piedi.

Quando il direttore di fronte a noi alzò lo sguardo, emise un lungo respiro e con gli occhi lucidi ci diede quella notizia terribile.

Maurizio era felice e con la sua moto stava andando dal suo futuro amore, ma un’auto, uscita all’improvviso da uno stop, aveva messo fine ai suoi sogni, alla sua voglia di vivere, alla sua bellezza e ai suoi futuri progetti.

Ero scappato subito fuori da quel posto, da tutti i miei colleghi non appena avevo udito tutto questo. Avevo preso la mia bicicletta e corsi veloce verso il mare, l’unico posto che ogni volta mi faceva e mi fa star bene o mi cullava nel dolore.

Piansi tutte le lacrime possibili davanti a quel tramonto rosso, caldo ma livido come una notte di ghiaccio e restai lì non so per quanto tempo, mi ero accorto della luna solo quando avevo alzato il volto verso il mare.

Tornai a casa a piedi con a fianco la mia bicicletta, con il cuore infranto.

Oggi, 5 agosto, sono ormai trentacinque anni che sei volato in cielo, ma ancora ricordo i tuoi occhi chiari di quel giorno quando ti avevo visto per l’ultima volta.

Questa sera non guarderò il tramonto per non vedere nuovamente il livido viola delle nuvole attorno al rosso del cielo.

Non permetterò che il dolore o il ricordo si faccia strada nella mia mente.

Forse riuscirò a non pensare a quel giorno lontano…

Forse.

“Ci sono ricordi che non chiedono il permesso per tornare: arrivano con il colore del cielo, con un odore di sale, con un silenzio troppo simile a quello di allora. Eppure, mentre chiudo questa pagina della memoria, sento che il dolore non è più lo stesso: non brucia, non graffia. Rimane, ma come una fotografia sbiadita che il tempo ha reso più gentile.

Maurizio continua a vivere in quel pomeriggio d’estate, nel suo sorriso abbronzato, nella corsa verso un amore che non ha fatto in tempo a incontrare. E forse è giusto così: alcuni destini non si compiono, ma lasciano una luce che non si spegne.”

Giampaolo Daccò Scaglione