**Il proprio sé è ben nascosto da se stessi;
di tutte le miniere di tesori,
quella del sé è l’ultima ad essere scavata.**(Friedrich Nietzsche)
“RIVELAZIONI DI NOVEMBRE”
“Guardarsi allo specchio e capire chi sei fino in fondo non è facile, a volte fingi di vedere un altro per non guardare la realtà. Eppure sei lì a osservare te stesso con l’anima di un altro.”
Novembre.
I miei passi, cadenzati dalla corsa mattutina, risuonavano leggeri sulla strada coperta di foglie. Era il percorso che dalla periferia della cittadina saliva fino alle colline basse,
umide di pioggia.
L’aria era fredda, pungente, e gli alberi spogli sembravano più vivi nei loro colori caldi, ravvivati dall’acqua della notte.
Ero arrivato a un bivio quando sentii un’auto rallentare alle mie spalle. Mi spostai sul ciglio, ma la macchina continuò a seguirmi piano.
Mi voltai.
Il finestrino si abbassò e il volto di Oliviero, un amico di vecchia data, mi sorrise.
- Corsetta per tenerti in forma, eh? - disse con il suo solito tono allegro. Ricambiai il sorriso, sbuffando l’alito grigio nel freddo.
- Senti… ti ho visto da lontano e seguendoti mi è venuta in mente una cosa che vorrei dirti. -
La sua voce era allegra, ma gli occhi no. C’era una tristezza che non avevo mai visto.
- Oliviero, sono sudato. Se mi fermo con questo freddo mi prendo qualcosa. Ci vediamo dopo in città, ho la macchina vicino a Villa Favorita… -
- Sali. Ti do un passaggio. -
Avrei preferito continuare a correre, ma quell’espressione disperata mi fermò. Salii in auto. Lui rimase in silenzio per tutto il tragitto.
- Ti va se andiamo a Miradolo a fare colazione? - disse infine.
- Va bene. -
Il riscaldamento dell’auto mi aveva già asciugato la maglietta, mi sentivo meglio e finalmente un po’ di caldo.
Attraversammo Monteleone e arrivammo a Miradolo. Entrammo in un bar e ordinammo due cappuccini e due croissant.
Mentre lui era alla cassa, guardai fuori dalla finestra: il cielo si era fatto scuro, la pioggia imminente.
Oliviero tornò al tavolo, si sedette accanto a me.
- Non so da dove cominciare… Mi vergogno un po’, ma se non mi sfogo impazzisco. Sei un amico, sei una persona intelligente… forse puoi
darmi un consiglio che altri non saprebbero darmi. -
- Comincia dal principio. Poi vediamo. -
Il barista ci portò la colazione. Io iniziai a mangiare, lui a parlare.
- Tra poco mi sposo… -
Sembrava un condannato. Non voleva farlo, era evidente.
- E? -
- Solo che… io non voglio. - quasi me l’aspettavo la frase.
- E allora non farlo. -
Mi guardò come se avessi detto qualcosa di impossibile.
- Fosse semplice, Bruno. È tutto pronto. - Poi abbassò lo sguardo. - Ho conosciuto un’altra persona. Ci siamo innamorati. Per me è una cosa nuova… Non ci posso credere. Sono disperato. -
- Amare non è disperazione. Dipende da come lo vivi. Se ti sposi amando un’altra, fai del male a te stesso e a loro due. -
Lui inspirò profondamente.
- Bruno… l’altra persona è un uomo. -
La brioche mi si fermò in gola.
- Cosa? Un uomo? Tu? - Mi era scappato.
Oliviero era sempre stato considerato uno sciupafemmine. La sua confessione mi colpì come un pugno.
- Sono… finocchio, capisci? -
- Che brutta parola hai detto. A me sembra che tu sia solo confuso e quella parola non usarla più. Non è questo il punto. Il punto è che ti sei trovato in una situazione che non avresti mai immaginato. - oppure lo sapeva fingendo di non sapere, ricordo che pensai questo.
Non mi lasciò finire.
Iniziò a raccontare tutto: come aveva conosciuto quell’uomo, come si era sentito, come aveva scoperto una parte di sé che non sapeva esistere.
La sua disperazione non era per la ragazza che stava per sposare, né per l’inizio di una nuova storia.
Era per se stesso. Per la sua identità. Per la paura di accettarla.
E viveva in un contesto dove certe cose non si dicevano. Mai.
Quando tornammo in auto, la pioggia batteva forte sui campi. L’umidità saliva dal terreno come un vapore bruno.
- Che farai? - gli chiesi.
- Non lo so. -
- Tu cosa faresti al mio posto? -
Bella domanda. Io non ero nella sua situazione.
- Non mi sposerei. E se amassi quell’uomo, andrei con lui. -
- Non so se ce la farò… -
- Lo conosco? - silenzio, si era messo a guardare fuori dalla finestra - Si ho capito lo conosco e non voglio sapere chi sia. -
Il giorno dopo, a casa, guardavo i tetti bagnati delle case e l'imponente castello davanti a casa mia.
Quel novembre mi sembrava più triste del solito. Pensavo a Oliviero, a cosa avrebbe fatto, cosa avrei fatto io.
Col tempo seppi la verità: aveva fatto la scelta peggiore.
Si era sposato. Aveva avuto figli. E continuava la sua vita segreta.
La moglie non sapeva nulla. Davanti a tutti, la sua vita era esattamente come gli altri volevano.
Stamattina l’ho incontrato per caso, in centro.
Mi ha raccontato tutto: la famiglia, i figli ormai grandi, la moglie serena, e un’altra relazione con un uomo di Piacenza.
Sorrideva, ma io ho sentito una tristezza profonda.
Era come una seconda confessione. Ma questa volta mi ha fatto male e pena. L’ho salutato e sono uscito dal bar camminando veloce.
Perché le persone rinunciano alla propria felicità? Perché preferiscono vivere fingendo, piuttosto che affrontare la realtà? Perché non hanno il
coraggio di accettare l’amore e se stessi?
Eppure, nonostante tutto, guardando questo novembre luminoso e pieno di colori caldi, mi sono sentito grato della mia vita. Lontano dalle scelte sbagliate di Oliviero. Lontano dalla
finzione.
“Il tormento di chi non vuole accettare una realtà si chiama: Vigliaccheria? Paura? Ipocrisia? O solo dolore per non riuscire ad amarsi?”
Giampaolo Daccò Scaglione
Novembre.
I miei passi, cadenzati dalla corsa mattutina, risuonavano leggeri sulla strada coperta di foglie. Era il percorso che dalla periferia della cittadina saliva fino alle colline basse, umide di pioggia.
L’aria era fredda, pungente, e gli alberi spogli sembravano più vivi nei loro colori caldi, ravvivati dall’acqua della notte.
Ero arrivato a un bivio quando sentii un’auto rallentare alle mie spalle. Mi spostai sul ciglio, ma la macchina continuò a seguirmi piano.
Mi voltai.
Il finestrino si abbassò e il volto di Oliviero, un amico di vecchia data, mi sorrise.
- Corsetta per tenerti in forma, eh? - disse con il suo solito tono allegro. Ricambiai il sorriso, sbuffando l’alito grigio nel freddo.
- Senti… ti ho visto da lontano e seguendoti mi è venuta in mente una cosa che vorrei dirti. -
La sua voce era allegra, ma gli occhi no. C’era una tristezza che non avevo mai visto.
- Oliviero, sono sudato. Se mi fermo con questo freddo mi prendo qualcosa. Ci vediamo dopo in città, ho la macchina vicino a Villa Favorita… -
- Sali. Ti do un passaggio. -
Avrei preferito continuare a correre, ma quell’espressione disperata mi fermò. Salii in auto. Lui rimase in silenzio per tutto il tragitto.
- Ti va se andiamo a Miradolo a fare colazione? - disse infine.
- Va bene. -
Il riscaldamento dell’auto mi aveva già asciugato la maglietta, mi sentivo meglio e finalmente un po’ di caldo.
Attraversammo Monteleone e arrivammo a Miradolo. Entrammo in un bar e ordinammo due cappuccini e due croissant.
Mentre lui era alla cassa, guardai fuori dalla finestra: il cielo si era fatto scuro, la pioggia imminente.
Oliviero tornò al tavolo, si sedette accanto a me.
- Non so da dove cominciare… Mi vergogno un po’, ma se non mi sfogo impazzisco. Sei un amico, sei una persona intelligente… forse puoi darmi un consiglio che altri non saprebbero darmi. -
- Comincia dal principio. Poi vediamo. -
Il barista ci portò la colazione. Io iniziai a mangiare, lui a parlare.
- Tra poco mi sposo… -
Sembrava un condannato. Non voleva farlo, era evidente.
- E? -
- Solo che… io non voglio. - quasi me l’aspettavo la frase.
- E allora non farlo. -
Mi guardò come se avessi detto qualcosa di impossibile.
- Fosse semplice, Bruno. È tutto pronto. - Poi abbassò lo sguardo. - Ho conosciuto un’altra persona. Ci siamo innamorati. Per me è una cosa nuova… Non ci posso credere. Sono disperato. -
- Amare non è disperazione. Dipende da come lo vivi. Se ti sposi amando un’altra, fai del male a te stesso e a loro due. -
Lui inspirò profondamente.
- Bruno… l’altra persona è un uomo. -
La brioche mi si fermò in gola.
- Cosa? Un uomo? Tu? - Mi era scappato.
Oliviero era sempre stato considerato uno sciupafemmine. La sua confessione mi colpì come un pugno.
- Sono… finocchio, capisci? -
- Che brutta parola hai detto. A me sembra che tu sia solo confuso e quella parola non usarla più. Non è questo il punto. Il punto è che ti sei trovato in una situazione che non avresti mai immaginato. - oppure lo sapeva fingendo di non sapere, ricordo che pensai questo.
Non mi lasciò finire.
Iniziò a raccontare tutto: come aveva conosciuto quell’uomo, come si era sentito, come aveva scoperto una parte di sé che non sapeva esistere.
La sua disperazione non era per la ragazza che stava per sposare, né per l’inizio di una nuova storia.
Era per se stesso. Per la sua identità. Per la paura di accettarla.
E viveva in un contesto dove certe cose non si dicevano. Mai.
Quando tornammo in auto, la pioggia batteva forte sui campi. L’umidità saliva dal terreno come un vapore bruno.
- Che farai? - gli chiesi.
- Non lo so. -
- Tu cosa faresti al mio posto? -
Bella domanda. Io non ero nella sua situazione.
- Non mi sposerei. E se amassi quell’uomo, andrei con lui. -
- Non so se ce la farò… -
- Lo conosco? - silenzio, si era messo a guardare fuori dalla finestra - Si ho capito lo conosco e non voglio sapere chi sia. -
Il giorno dopo, a casa, guardavo i tetti bagnati delle case e l'imponente castello davanti a casa mia.
Quel novembre mi sembrava più triste del solito. Pensavo a Oliviero, a cosa avrebbe fatto, cosa avrei fatto io.
Col tempo seppi la verità: aveva fatto la scelta peggiore.
Si era sposato. Aveva avuto figli. E continuava la sua vita segreta.
La moglie non sapeva nulla. Davanti a tutti, la sua vita era esattamente come gli altri volevano.
Stamattina l’ho incontrato per caso, in centro.
Mi ha raccontato tutto: la famiglia, i figli ormai grandi, la moglie serena, e un’altra relazione con un uomo di Piacenza.
Sorrideva, ma io ho sentito una tristezza profonda.
Era come una seconda confessione. Ma questa volta mi ha fatto male e pena. L’ho salutato e sono uscito dal bar camminando veloce.
Perché le persone rinunciano alla propria felicità? Perché preferiscono vivere fingendo, piuttosto che affrontare la realtà? Perché non hanno il coraggio di accettare l’amore e se stessi?
Eppure, nonostante tutto, guardando questo novembre luminoso e pieno di colori caldi, mi sono sentito grato della mia vita. Lontano dalle scelte sbagliate di Oliviero. Lontano dalla finzione.
“Il tormento di chi non vuole accettare una realtà si chiama: Vigliaccheria? Paura? Ipocrisia? O solo dolore per non riuscire ad amarsi?”
Giampaolo Daccò Scaglione





