lunedì 13 aprile 2026

“IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE”: *CASE BIANCHE E FINESTRE AZZURRE SUL MARE*

 Prologo:

"Ci sono viaggi che scegliamo per fuggire, altri per guarire. E poi ci sono viaggi che ci mettono davanti a qualcuno che ci assomiglia così tanto da sembrare uno specchio: un fratello che non sapevamo di avere, un’anima che riconosce la nostra. La Grecia, quell’estate del 1982, è stata questo: un luogo di luce accecante, di mare infinito, di case bianche e finestre azzurre… e l’inizio di un legame che avrebbe attraversato gli anni."


*CASE BIANCHE E FINESTRE AZZURRE SUL MARE*



Grecia, giugno 1982.

L’aereo per Atene era ormai un ricordo lontano. 

Ora ero sul ponte di un traghetto affollato, seduto in disparte con la mia valigia e una sacca ai piedi, mentre il mare scuro e profondo si apriva davanti a me. 

Le isole apparivano e scomparivano come miraggi: rocce chiare, macchie di vegetazione, qualche ulivo solitario.

Poi, all’orizzonte, l’isola che mi aspettava.

Avvicinandoci al porto, le macchie bianche e verdi divennero case, fiori, persone, voci. 

Una piazzetta assolata, un taxi vecchiotto guidato da un uomo coi baffi e un sorriso smagliante. Parlava italiano. 

Mi portò alla mia casa in affitto: bianca, accecante, con persiane celesti e un tetto-terrazza per il solarium. Boungainvillee rosse, rampicanti bianchi, piante di cedro. Un piccolo paradiso.

La signora e proprietaria che si presentò con il suo nome: Irene, mi accolse gentilmente con fare materno, parlava un italiano strano ma affettuoso. Portava una treccia scura lunga fino alla schiena ed aveva due occhi neri, quasi magnetici.

Mi presentò la famiglia due figli maschi adulti che di mestiere facevano i pescatori, tre gatti, e suo marito Nesios, un uomo ancora attraente, nonostante l'età, occhi vivaci e sorriso bianco.

Irene, spostando sulla spalla sinistra la sua lunga treccia, mi accompagnò nella mia stanza al secondo piano. Accanto alla mia, disse, c’era un ragazzo francese: Louis. 

Le docce ad ogni piano erano in comune e la casa aveva come ospiti una famiglia danese al terzo e due ragazze tedesche ed un signore di Atene molto anziano, al primo.

La mia stanza era semplice e bellissima: letto matrimoniale con copriletto ricamato, un piccolo soggiorno, una grande finestra che si apriva sul mare. 

Il sole stava calando, le luci del paese si accendevano, una brezza fresca entrava dalla finestra. 

Era perfetto. Tranne me.

Decisi di farmi una doccia presi il necessario e andai verso il bagno del piano. La porta era aperta: pensai non ci fosse nessuno. Invece… 

Louis era lì, completamente nudo, che cantava sotto il getto d'acqua insaponandosi. Ci spaventammo entrambi: lui scivolò nella tazza, io feci cadere l’attaccapanni e il tavolino con sopra il suo asciugamano. 

Dopo un attimo di silenzio, scoppiammo a ridere come due bambini.

Quella sera cenammo vicini di tavolo. Avevo deciso di stare da solo, ma qualcosa mi spinse a non farlo, così mi ero seduto al tavolino vicino a Louis. 

E fu la scelta giusta.

Il giorno dopo ci ritrovammo per caso in una caletta. Il tardo pomeriggio dentro ad un negozio piccolo che vendeva lo yogurt greco e poi prima di cena sul terrazzo di quella grande casa bianca mentre guardavamo il paesaggio al tramonto.

Così iniziammo a parlare, prima di sciocchezze, poi delle nostre vite. E lì scoprimmo la verità: eravamo identici.

– Stessa età – stessi occhi azzurri - stesse grandi città alle spalle Milano e Parigi – una sorella ciascuno – genitori in procinto di separarsi – stessi hobby: astronomia e pittura – e soprattutto… una storia d’amore finita male, dolorosamente, nello stesso modo,

Era come guardarsi allo specchio.

Pensavo di fare una vacanza bohemienne, di piangere il mio amore perduto, di soffrire in solitudine. Invece… 

Louis ed io facemmo una vacanza indimenticabile: discoteche, risate, escursioni, bagni nel mare Egeo, case bianche e finestre azzurre ovunque.

Milano era lontanissima. Il dolore sembrava sospeso.

Poi arrivò la penultima sera.

Sul terrazzo del tetto, sotto un cielo pieno di stelle e nel mare scuro lampare, seduti vicini, bevendo bibite fresche, Louis iniziò a raccontare la sua storia. La voce gli tremava. Era la mia storia. Identica.

Quando finì, si voltò verso di me. Io avevo il volto di un fantasma sotto la luce della luna.

Allora toccò a me. Raccontai tutto. Louis rimase in silenzio, poi mi abbracciò. Piangemmo insieme, come due fratelli che si ritrovano dopo una vita.

Un aereo passò sopra di noi. E una voce calma ci fece voltare: il proprietario della casa era lì, nella penombra. Aveva ascoltato tutto, era rimasto in silenzio mentre Irene ed i loro figli guardavano la tv nella loro casa al pianterreno.

«A quanto pare è una bella serata per tutti.» disse con un sorriso dolce.

Ci voltammo senza staccarci dall'abbraccio, poi lui si mise seduto tra di noi mettendoci le sue forti braccia attorno alle nostre spalle.

«E' come abbracciare Eneas e Thanos i mei due figli.» sorrideva ma guardava diritto verso il mare.

«Non volevo spiarvi o ascoltare le vostre storie, ero come sempre nel mio angolo preferito dietro i vasi di limoni. Poi siete arrivati voi... Mi avete commosso e portato un ricordo di tanti anni, alla fine della guerra e prima di conoscere Irene.»

In quell'istante le stelle apparvero più luminose nel buio e la luna stava calando verso il mare, si sentiva un profumo di fiori su quel terrazzo illuminato dal firmamento.

Ci strinse a lui e raccontò il suo ricordo, la sua storia. Diversa, ma uguale nella sostanza alle nostre. 

Alla fine rimanemmo in silenzio ad ascoltare il cielo, l'aria profumata e note di canzoni lontane ed intanto la notte si allungava sempre di più

Un uomo saggio, Nesios. Ci accompagnò nelle nostre camere come un padre.

Due giorni dopo, all’aeroporto di Atene, Louis ed io ci salutammo con un abbraccio forte. Avevamo i nostri indirizzi e numeri di telefono e fatto tante promesse. 

Sapevo che ci saremmo rivisti presto. E così fu.

In aereo, mentre viravamo sul mar Ionio, chiusi gli occhi e rividi la casa bianca, le finestre azzurre, il mare infinito. E capii che quella vacanza mi aveva dato qualcosa che non avevo mai avuto: un fratello.

Louis.

Epilogo:

"Alcuni incontri non sono casuali: arrivano quando abbiamo più bisogno di riconoscerci in qualcuno. Louis è stato questo: uno specchio, un fratello, una cura. La Grecia, con le sue case bianche e le finestre azzurre, è stata il luogo in cui due dolori si sono incontrati e si sono trasformati in forza. E ogni volta che ripenso a quell’estate, sento ancora il vento del mare Egeo e la voce di Nesios che ci diceva, con dolcezza: «Guardate lontano.»"

Giampaolo Daccò Scaglione


venerdì 10 aprile 2026

“IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE”: *UNA VACANZA INDIMENTICABILE*

 Prologo:

“Ci sono viaggi che scegliamo per riposare, altri per scoprire il mondo. E poi ci sono viaggi che non sappiamo di aver scelto: sono loro a scegliere noi. Lo Yucatán è stato questo: un paradiso che si è rivelato anche un pugno nello stomaco, un luogo dove la bellezza e la povertà convivono senza toccarsi, e dove il turista felice può diventare, all’improvviso, un uomo che vede davvero.”


*UNA VACANZA INDIMENTICABILE*

Il tramonto davanti a me si staglia rosso come il fuoco verso sud-ovest e lo sto guardando dal mio attico nella città dove vivo da tanti anni - Roma - magnifica come sempre.

Ah dimenticavo: sono Francesco B., 38 anni, sportivo, occhi tendenti al verde-azzurro, biondiccio e di bell'aspetto, ma non è di questo che vorrei raccontarvi.

Mi ero trasferito da Cremona nella capitale dopo la mia laurea in architettura grazie alla fortuna di aver trovato, tramite in semplice invio di curriculum, un impiego interessante e creativo in un gruppo che realizza tutt’ora locali, edifici ed ambienti legati all’arte, alle abitazioni ecologiche.

Spesso viaggio per lavoro da solo, con qualche collega e conoscendo oltre l’inglese, lo spagnolo ed il tedesco, mi ritrovo spesso a lavorare nel nord Europa, in Spagna ed anche in sud America.

Bello molto bello tutto questo. 

Col mio lavoro e la posizione che ho ottenuto nel corso degli anni, confesso che guadagno molto bene e diversamente da come gestisco il lavoro, le mie sospirate vacanze, che posso prendere in ogni momento dell’anno, le passo come fossi un esploratore alla ricerca di avventure.

Non sono sposato fortunatamente, vivo tra relazioni brevi e i miei hobby, ho pochi ma fidati amici, un poco di sport per tenermi in forma  ed i miei viaggi. 

Adoro definirmi un vagabondo della Terra, dove non mi sollazzo nelle spiagge tropicali o vado in posti alla moda tipo Dubai o Goldcoast. 

Preferisco l’avventura, non allo stato brado ovviamente, ma mi piace quell’assaporare nuove terre, conoscenze, luoghi, usanze che escono dal tracciato delle agenzie viaggi, ma sempre fatto in modo organizzato con tanta libertà.

Sarà questo tramonto estivo sulla città eterna, sarà che mi sono seduto sulla mia poltrona preferita mentre attorno a me profumi di fiori nei vasi sul grande terrazzo e l’allegro vociare di persone nelle strade di sotto, mi hanno fatto ricordare un’avventura che non dimenticherò mai.

Un’avventura che è stata più una lezione di vita e da quel giorno sono cambiato, non potevo non diventare diverso dopo quello che ho visto e vissuto.

Tanti sono stati i viaggi che ho potuto fare nella mia vita, da studente, prima di diventare ciò che sono, viaggi pagati con sacrifici, rinunce, piccole privazioni quotidiane che non mi sono mai pesate, anzi.

La cultura, la conoscenza, il vedere il mondo con i miei occhi valevano più di qualsiasi comodità. Da bambino, quando non si poteva viaggiare, i miei cari mi compravano libri di geografia: erano finestre aperte su mondi lontani.

Ma come dicevo prima, c’è stato quel viaggio che ha trasformato un giovane uomo ambizioso che si era comprato con orgoglio questo attico sull’Appia Antica, in una figura più disponibile, leggera e comprensiva, come se una grande sensibilità si sia impadronita di me o almeno era sopita in chissà quale angolo del cuore.

Era un’estate calda, luminosa di qualche anno fa, e finalmente avevo ottenuto quel mese di ferie intero tanto desiderato.

Poi quell’occasione davvero imperdibile: venti giorni in Messico, che comprendeva un hotel a cinque stelle, lussuoso, con campi da golf, piscine hollywoodiane, grande spiaggia privata davanti ad un mare da sogno e quattro escursioni che aspettavo da anni di poter fare, da quando ragazzino leggevo libri di geografia.

La città maya di Chichén Itzà, le rovine di Tulum, la laguna paradisiaca di Xelha, il tour interno dello Yucatán. Un paradiso.

Playa del Carmen la città dove si trovava il nostro hotel, davanti alle vetrate della mia camera che avevo condiviso con il mio miglior amico, il mare aveva colori impossibili da descrivere, i fiori nei giardini sottostanti attorno alle piscine erano giganteschi.

Le case della zona più bella della città poco distante dal comprensorio degli Hotels, erano dipinte come caramelle, poi le visite: le rovine maya misteriose e inquietanti. Le lagune… non me ne sarei mai separato. Le musiche, i sorrisi, il cibo, le stelle enormi nel cielo notturno: mi sembrava di vivere in un eden fuori dal mondo.

Fino a quel giorno.

Stavamo tornando da Chichén Itzá, un po’ arrabbiati perché sia la nostra macchina fotografica che quella della coppia che si era unita a noi si erano guastate, bruciando le pellicole.

Dopo pochi chilometri, la guida decise di farci visitare Valladolid, immersa nella giungla, con il suo monastero francescano del 1508, il primo del Messico.

La cittadina era splendida: tranquilla, colorata, viva. Ci eravamo fermati in centro, che sembrava un piccolo gioiello spagnolo da restaurare, un ottimo aperitivo estivo in un locale dove finalmente tutta la comitiva aveva trovato un po' di fresco dai quaranta gradi umidissimi della foresta.

Poi tornati sull’autobus uscimmo dal centro.

Le case iniziarono a cambiare.

Ville dai colori vivaci.

Poi palazzine o case molto belle.

Poi abitazioni semplici.

Poi casupole povere.

Poi qualcosa di cemento davvero misere.

E infine… capanne.

Capanne come quelle dell'Africa selvaggia...

Nello Yucatan fatto di alberghi lussuosi a pochi chilometri da noi.

In Messico.

Capanne di lamiera, legno, cartone, tenute insieme da fili di ferro e fango. Case senza luce, senza acqua, senza nulla. E tanti, tantissimi, troppi bambini mezzi nudi, vestiti di stracci, che guardavano il nostro autobus passare come fosse un miraggio.

Mi si strinse il cuore.

Per la prima volta nella mia vita, pur avendo visto il mondo in vacanze avventurose ma tutto sommato stupende, mi sentii piccolo, stupido, arrogante nella mia vacanza perfetta.

Poi in mezzo a quella baraccopoli, un'oasi turistica: un bar-ristorante, un giardino tropicale piccolo e un percorso che ti faceva entrare ed uscire nel solito gigante negozio di finti souvenirs e fuori, tenuti a bada dalla polizia locare, decine di abitanti che mostravano la loro semplice merce, sperando di vendere e guadagnare qualcosa.

E scoprii una rabbia sorda, un qualcosa di oscuro proveniente dal cuore, dalla mente, mi salì quando vidi alcuni turisti fotografare tutto con il sorriso, facendo battute in inglese, in tedesco, come se tutto fosse un’attrazione da mostrare agli amici nei loro appartamenti, ville o attici lontani da quella realtà.

Leonardo il mio miglior amico e compagno di viaggio mi fissava, ma anche lui aveva lo stesso orrore negli occhi, quando due imbecilli con il pancione grosso, bermuda, macchine fotografiche da migliaia di dollari - ostentazione della loro ricchezza - lanciarono caramelle e della frutta candita che avevano con se a quelle piccole creature dai capelli sporchi e stopposi vicino ai venditori locali.

Avrei avuto voglia di spaccare la faccia a quei due, così io e Leonardo risalimmo sull’autobus dove stavano la nostra guida e l’autista.

Mi vergognai. 

Mi vergognai per loro, per me, per la nostra superficialità. 

La guida, seduta davanti a noi, osservava insieme all'autista quei turisti con occhi indecifrabili. Poi guardò me. Dovevo avere una faccia sconvolta. Sorrise, ma gli occhi erano seri.

«È così» disse piano «Ognuno è quello che è, e quello che possiede. Non si può far nulla. Non si rattristi. C’è molto peggio di ciò che vede là fuori.»

Annuii, ma dentro ero in tempesta.

«Non è colpa loro» aggiunse, indicando i turisti «Vivono questa cosa come un’esperienza da raccontare. Con finto dolore. Ne ho visti tanti. Ma lei… come anche il suo amico, lei non è così. L’ho capito subito.»

Poi si voltò verso l’autista e parlò in un idioma incomprensibile, forse un dialetto indios, ma avevo compreso che non fossero parole piacevoli. Poco dopo sono risaliti tutti e l’autobus prese la superstrada verso Playa del Carmen. Leonardo ed io non dicemmo una parola mentre la comitiva dietro rideva e schiamazzava.

In camera dopo cena, Leonardo ed io eravamo seduti in terrazza a guardare le bellissime luci dei dintorni e la luna enorme che si specchiava in quel mare tropicale, avevamo commentato la giornata passata ma sentivamo che qualcosa si era spezzato dentro.

Avevo pensato che quel tipo di miseria era prerogativa solo parte dell’Africa e dell’Asia, dall’alto della nostra ignoranza mai più avremmo pensato di trovarla in un posto, tutto sommato non del terzo mondo. E chissà quanti altri stati o regioni, “nascondono” involontariamente tutta questa crudeltà.

Nei i giorni seguenti della vacanza, non riuscii più a guardare quel paradiso con gli stessi occhi. Neanche le escursioni nella splendida Cancun, la città di Mérida e l’Isola di Cozumel erano riuscite a rasserenarmi, avevo deciso di fare qualcosa, trovare qualche associazione del posto per dare un aiuto, una volta tornati in Italia.

Da quel giorno, qualcosa dentro di me si era spezzato. O forse… si era aperto.

Epilogo:

“A volte un viaggio non serve a vedere il mondo, ma a vedere noi stessi. Lo Yucatán mi ha insegnato che la bellezza non cancella la sofferenza, che il paradiso può avere un’ombra, e che il privilegio non è un diritto, ma una responsabilità. Da quel giorno ho capito che viaggiare non significa solo scattare fotografie: significa lasciarsi cambiare. E io, in quel viaggio, sono cambiato.

Francesco B.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

 

mercoledì 8 aprile 2026

“IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE”: *GREEN HILLS* (Il mio primo libro) - L’INIZIO DI UN’AVVENTURA

 *GREEN HILLS - LE MIE VERDI COLLINE*

"L’INIZIO DI UN’AVVENTURA"


Prologo - Green Hills: il viaggio che accende una voce

Ci sono viaggi che si fanno per vedere il mondo, e viaggi che si fanno senza saperlo per vedere se stessi. A volte basta una strada che sale tra colline verdi, una musica antica che arriva da una radio, un temporale nella notte, un amico che ride, un odore di mare sconosciuto. E all’improvviso qualcosa si accende dentro: una scintilla, un’immagine, una frase. È così che nascono le storie. È così che nasce un libro. È così che, senza saperlo, nasce una parte nuova della nostra vita.


"WALES, UNA STRANA VACANZA.

 L'INIZIO DI UN'AVVENTURA"



WALES (Galles), Giugno 1983

Guardando questa fotografia, i miei ricordi vagano in un passato lontano, quando feci la mia prima vacanza in Gran Bretagna; l'anno precedente ero ospite dal mio amico Thomas con cui mi sono divertito tantissimo a Londra, la nostra giovane età ci aveva permesso di combinarne di ogni ed era stata una vacanza fantastica all'insegna del divertimento. 

Poi con un altro amico di Milano, decisi di tornare l'anno successivo, Thomas era da alcuni parenti in Australia, così abbiamo provato a cambiare il programma a pochi giorni dalla nostra partenza per le isole britanniche.

Non so perché programmando il viaggio con Marco, avevamo deciso solo di fare una tappa a Londra per due giorni e poi in Cornovaglia per altri tre giorni ed infine, incuriositi da un reportage sulla "misteriosa" ed un po' selvaggia regione del Galles ed un po' perché "sentivo" il desiderio di visitarla come un richiamo antico, avevamo optato per una settimana in quel posto.

Arrivati a Londra e poi visitata la Cornovaglia, avevamo preso in affitto una vecchia auto da un simpatico e lentigginoso signore proprietario di una concessionaria che si occupava dei turisti, e così da quella celtica e magica Terra di Avalon, in un bellissimo mattino di metà giugno eravamo partiti da Taunton alla volta di Bristol, passando poi da Newport  fino a raggiungere Swansea e poi su verso nord fino a Cardigan. 

Da Taunton, la Motorway n° 5 ci fece attraversare queste verdi terre solcate da paesini molto semplici e belli, passata poi Bridgewater, nel giro di un'oretta avevamo già superato Bristol ed immessi nella M4 che con un ponte enorme ci fece passare sul fiume Severn, che ormai era già alla fine del suo corso, sulla sinistra si poteva intravedere già il canale di Bristol, immenso come può essere un mare piccolo che divide due terre appartenenti allo stesso stato.

Ci siamo fermati a pranzare a Newport, città tipicamente anglosassone ma con edifici moderni, situata su un fiume chiamato Usk... Non ci siamo fermati molto e nel tardo pomeriggio avevamo già superato anche Cardiff finendo dopo poco Porthcawl, un paese sul canale di Bristol. Non so perché ma avevamo deciso di evitare le grandi città, come se una strana curiosità ci spingesse a trovare posti tranquilli e solitari, selvaggi ed antichi. 

La cittadina si era rivelata bellissima, con case bianche sul mare, dove onde altissime andavano ad infrangersi sui muretti che dividevano la strada dalla spiaggia. Un posto meraviglioso tant'è che avevamo deciso di fermarci a dormire non prima di aver visto un meraviglioso tramonto sul mare.


Nella notte ci fu un temporale forte che mi fece svegliare di soprassalto, sentendo a fianco Marco dormire con un leggero russare, mi rassicurai e in quel momento mi era venuta in mente una specie di storia che subito mi affrettai a scrivere su un foglio nelle pagine del mio diario di viaggio, finito di scrivere ritornai a dormire.

Il giorno dopo eravamo già un bel po' avanti, avevamo superato Swansea che credevo molto più piccola di quanto fosse realmente, Marco guidava quasi sempre lui, a me faceva impressione stare seduto sulla sinistra, ogni volta che incrociavamo un'auto mi sembrava di andarci a sbattere contro.

Marco mi disse che la M4 stava per finire e dovevamo decidere se proseguire all'interno con la A48 e poi immettendoci nella A40 per arrivare fino a Cardigan, altrimenti potevamo fare le strade alternative sulla costa, però ci si metteva molto più tempo, almeno due giorni, senza contare il fatto che non eravamo molto ricchi da permetterci benzina ogni volta e dormire almeno due altre volte in alberghi o viaggiare tutta la notte.

Allora avevamo preso le due Primary Route, la 48 e la 40 e nel giro di una giornata godendoci il meraviglioso panorama verde di quei posti, innamorandomi anche di due cittadine come la colorata Narberth e la romantica Haverfordwest dove poi ci siamo fermati passando davvero una serata stupenda, dove si cenò benissimo e dormito un po' meno bene, in un piccolo Hotel vicino al fiume dove sognai un mare blu e una tempesta. 

Il mattino dopo scendendo per primo mi misi a fare colazione senza aspettare Marco, sapevo che doveva curare il suo fisico dopo la doccia e ci avrebbe messo un sacco di tempo, infatti quando arrivò poco più tardi mi vide scrivere sul diario delle frasi.

"Che fai?" mi chiese,  gli risposi serio serio. 

"Ma forse scriverò un libro." e ci mettemmo a ridere.

Verso le dieci e trenta, avevamo ripreso il viaggio verso Cardigan, passata Fishguard, una cittadina dal nome buffo situata sul mare, immersa nella natura, da dove partivano i battelli per una gita di circa tre ore e mezza verso le coste a ovest. Ci siamo fermati per il pranzo e poi dopo poco più di due ore finalmente eravamo arrivati a Cardigan. 

Avevo paura che la cittadina non fosse bella o interessante invece il luogo era davvero piacevole, ameno, le sue case colorate erano in stile gallese, molto più semplice delle più elaborate "English-House" ma altrettanto magnifiche. 

L'Hotel che avevamo prenotato da Londra, era leggermente in alto rispetto al paese da cui si dominava nel verde il fiume che poi si immetteva quasi subito nella Cardigan Bay, un corso molto bello dove barche e motoscafi potevano viaggiare fino a Cardigan Island, una piccola isoletta fuori sul mare. 

Un mare verde-blu strano, con spiagge color oro al tramonto, ed un cielo che spesso cambiava tonalità. Avevamo passato quattro giorni a visitare i dintorni, finendo per innamorarmi di quel posto selvaggio e antico, avrei voluto vivere lì per sempre, Marco non era di quell'idea, però anche lui aveva ammesso poi di sentirsi meglio in quel luogo lontano da Milano.

Un pomeriggio grazie ad un consiglio di un signore che aveva una distilleria, ci aveva convinto di fare una visita veloce, a Newcastle Emlyn, una piccola cittadina all'interno tra le colline, ci sarebbe stata una bella sorpresa, disse a noi quell'uomo robusto  dagli occhi verdi, strizzando l'occhio.

Il giorno dopo eravamo lì... Rimasi a bocca aperta: le rovine di un castello mi affascinarono in modo particolare, vidi una tenuta dove c'erano molte pecore ed il paese con le sue tipiche case davvero suggestive, immerso nel verde tra le colline e un'ansa del fiume Afon Teifi che scendeva giù verso Cardigan, che qui tutti chiamavano Aberteifi, il vero nome gallese della città dove eravamo ospiti.

Dopo una passeggiata nel pomeriggio ci eravamo fermati in un pub, dire che  fosse il classico caratteristico pub inglese o gallese non era proprio esatto, era molto di più: respiravi aria antica, affascinante e d'atmosfera, sembrava un locale di altri tempi, sembrava tutto molto strano; ci siamo seduti sulle sedie trapuntate di stoffa rossa, attorno a noi, tavolacci, panche e altre sedie, i mobili di legno d'ebano pesanti e tanti quadri alle pareti. 

Arrivò sorridente il proprietario, avevamo ordinato da bere e due sandwich ben ripieni, poco dopo ci aveva servito una bella ragazza dai capelli lunghi e biondi, Isabel che conosceva un po' di italiano. 

Da una radio accesa, nell'aria si era sprigionata una musica celtica bellissima, quasi da sogno, guardai Marco che si sbafava quel panino con gusto poi sorridendo rivolsi lo sguardo verso la finestra aperta e delle colline verdi erano davanti ai miei occhi. 

Un impulso irrefrenabile mi aveva fatto aprire lo zainetto e prendendo in mano il diario, avevo iniziato nuovamente a scrivere qualcosa. Marco allibito, aveva strabuzzato gli occhi davanti a me.

"Anche qui davanti a questo ben di dio?" 

Aveva detto farfugliando mentre stava ingoiando quel sandwich. Avevo accennato un si con la testa e la penna scorreva tra le mie dita.

Dopo un po' la voce di Marco mi aveva distolto da ciò che stavo facendo.

"Il libro eh?"..." 

Lo avevo guardato contraccambiando una breve risata.

"E certo, quando un artista ha la vena ispiratrice mica deve smettere..."

Dopo aver bevuto un po' di birra, mi osservava in maniera strana, credo che sia rimasto impressionato dalla serietà con cui avevo risposto.

"Ma racconterai del nostro viaggio?"

"Non so... Non credo Marco, forse è qualcosa che andrà oltre ad un viaggio fatto da noi due." 

Marco aveva accennato ad un mezzo sorriso, gli occhi azzurri e i capelli neri lunghi incorniciavano il suo volto dai tratti duri, ma la sua espressione era sempre stata bonaria. Osservavo quella locanda, la bella ragazza bionda dal nome Isabel e quel paesaggio verde fuori dalla finestra, sentivo il bisogno di farlo.

La sera stessa a Cardigan, in camera mentre il mio amico stava leggendo un libro, mi voltai istintivamente ad osservarlo, era talmente preso dalla lettura che aveva uno sguardo strano, i suoi occhi sembravano fissi e gelidi su quelle pagine, mi era venuta in mente in quell'istante una cosa e l'annotai su un foglio bianco sempre sul mio diario.

 Altra ispirazione?" 

Marco si era accorto che l'avevo fissato.

"Certo e devo dire che tu mi hai aiutato molto in questo caso." 

Quello saltò in ginocchio sul letto.

"Wow se lo pubblichi e diventi famoso voglio i diritti..."

"Si come no..."  la mia risposta era sarcastica.

"Mmm... Visto che non è la nostra avventura nel Galles, di cosa parlerà questo fantomatico libro?"

In quel momento mi ero reso conto di essere in difficoltà, non sapevo cosa dirgli, avevo solo scritto delle pagine che non c'entravano nulla l'una con l'altra. Descrivevo dei paesaggi, due figure: una donna bionda e un ragazzo moro senza legami tra loro. Poi brevi frasi su una locanda e sul suo proprietario, un uomo grosso dagli occhi verdi. 

"Allora Paolino?" 

Aveva continuato Marco raggiungendo la mia postazione mettendomi la sua mano sulla mia spalla e con l'altra mi aveva dato un buffetto sui capelli che si arruffarono in piedi. 

"Ahahah sembri uno che abbia visto un fantasma coi quei capelli ritti!" 

Si era messo a ridere di gusto, mentre io stringendo gli occhi voltandomi verso il diario avevo preso nuovamente in mano la penna.

"E no eh? Non dirmi che la sberla ti ha dato un'altra ispirazione!"

Eppure qualcosa si era mosso dentro di me ed intanto che lui parlava e brontolava, io ormai non lo sentivo più e la penna tra le mie mani scorreva veloce su quei fogli bianchi. 

Poi fermandomi, mi ero voltato verso di lui che, quel momento era in mutande mentre stava "ballando" seguendo il ritmo di una musica da disco molto in voga allora proveniente dalla radio che aveva appena acceso nella camera.

"Se lo intitolassi Verdi Colline?"

Marco si era fermato di colpo, e girandosi verso di me aveva storto la bocca, sospirando e con gli occhi chiusi a fessura guardando i miei capelli ancora arruffati con voce lugubre aveva detto: 

"E perché non - Il fantasma delle colline del Galles?"

Era troppo stupido in quel momento, eppure a me suonava bene quel titolo "Le verdi colline" e scrivendo quelle tre parole all'inizio delle pagine scritte avevo pensato "Il resto verrà da se"

Il giorno dopo ci aspettava il ritorno, avevamo ancora una settimana di vacanza, ma non so il perché non avrei mai voluto lasciare quel posto, quasi sentivo che quei verdi colli volessero trattenermi per chissà quale motivo.

La mattina seguente eravamo già sulla A40 e guardavo le alture allontanarsi sempre di più, avevo nello zaino il diario e sembrava quasi che mi chiamasse, ma riuscii a resistere a quella tentazione. Pensavo ancora al titolo - Le verdi colline -

"Chissà se un giorno questo sogno si potrà realizzare." 

Pensavo continuamente mentre Marco accelerava la vettura aumentando velocità e passata una curva tra due alture, il mare era apparso improvvisamente di fianco a noi. 

"Tornerò qui ancora." ricordo di aver pensato. "Rivedrò di nuovo le verdi colline".

In lontananza la cittadina di Fishguard era all'orizzonte mentre un sole caldo ed un vento tiepido ci accompagnarono per tutto il viaggio.

E così nacque "GREEN HILLS LE MIE VERDI COLLINE" una storia ambientata tra il 1790 ed il 1881.


Epilogo: Le colline che non ti hanno più lasciato

"Quando un viaggio finisce, di solito si torna a casa. Ma ci sono luoghi che non ti lasciano tornare davvero: restano dentro, come un richiamo antico, come una promessa non detta. 

Il Galles, con le sue colline verdi, i pub di legno scuro, le strade strette, le rovine dei castelli, il vento che sa di mare e di storia, è stato questo per te: un luogo che ti ha riconosciuto prima ancora che tu riconoscessi lui.

Da quel viaggio è nato un libro. E da quel libro è nata una parte nuova della tua vita: la parte che scrive, che immagina, che crea mondi. Green Hills non è solo un titolo: è un’origine. È il punto esatto in cui il ragazzo che eri ha incontrato lo scrittore che saresti diventato.

E ogni volta che ripensi a quel viaggio, è come se quelle colline ti chiamassero ancora, con la stessa voce antica di allora."

Nota d’autore:

Green Hills è nato in un pomeriggio gallese, in un pub che profumava di legno antico e birra scura, mentre una musica celtica riempiva l’aria e le colline verdi brillavano fuori dalla finestra. Non sapevo ancora cosa stessi scrivendo, né perché. Sapevo solo che dovevo farlo. E così, da un viaggio nato per caso, è nato il mio primo libro. Un libro che non parla del Galles, ma che non sarebbe mai esistito senza il Galles.

Giampaolo Daccò Scaglione


 

martedì 7 aprile 2026

“IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE” (Nuova Serie): *PROLOGO*

 “IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE”

Prologo:

*Ci sono viaggi che non scegliamo: ci chiamano. A volte basta un profumo, un ricordo, un nome sussurrato dal vento per farci partire senza sapere dove stiamo andando. Ogni luogo diventa una tappa, ogni incontro una svolta, ogni silenzio una domanda che aspetta risposta.

Questa serie nasce così: come un cammino che attraversa colline verdi, spiagge bianche, città lontane, mari che profumano di estate e mistero. È un viaggio che non parla solo di strade e paesaggi, ma di ciò che cambia dentro di noi mentre li attraversiamo.

Ogni racconto è una porta aperta su un frammento di vita: un’avventura, un ricordo, un incontro, un segreto. E quando il viaggio finisce, non siamo più gli stessi.*



"Il viaggio tra misteri ed avventure” raccoglie dieci racconti che si muovono tra luoghi reali e luoghi dell’anima. Sono storie di partenze e ritorni, di attese e scoperte, di colline che custodiscono segreti, di case bianche affacciate sul mare, di tramonti che sembrano incantati.

LE DIECI STORIE:

1. GREEN HILLS - L’inizio di un’avventura

Un viaggio tra colline verdi, una musica antica e un’amicizia speciale che accende la scintilla di un libro.

2. UN VIAGGIO INDIMENTICABILE

Un paradiso che incanta, una realtà che colpisce, e un uomo che scopre di vedere il mondo con occhi nuovi.

3. CASE BIANCHE E FINESTRE AZZURRE SUL MARE

Un’estate di luce abbagliante, un mare che sembra infinito e un incontro che diventa un legame destinato a durare negli anni.

4. ASPETTANDOTI SULLA SPIAGGIA

Un’estate del ’68, un bambino che vede troppo, e una verità lasciata sulla riva come un sogno che non tornerà più.

5. IL FIORE DEL PRIMO TEMPO

Una notte a Nizza, un amore che profuma d’innocenza e una margherita che diventa il simbolo di ciò che si perde entrando nel mondo degli adulti.

6. IL PROFUMO DEL MARE

Un’estate a Barcellona, un amore breve come una scia sull’acqua e un profumo di salsedine che continua a tornare, anche quando tutto sembra finito.

7. GIRASOLI DI UN’ESTATE LONTANA

Una Provenza di luce e cicale, un campo di girasoli che diventa un simbolo, e la prima scoperta della bellezza che resta per tutta la vita.

8. NEL SILENZIO… IL VENTO

Un compleanno d’inverno, una solitudine troppo grande per un ragazzo, e un gesto inatteso che cambia il respiro di un’intera stagione.

9. TANTE VITE IN UN’ESISTENZA

La storia di un uomo che ha attraversato il dolore come un inverno e che, pur non avendo avuto nulla, ha saputo dare tutto.

10. MAGIA IN UN TRAMONTO DI SETA

Un’estate a Siracusa, una corsa improvvisa, una lambretta dimenticata e un amore che nasce lento e inevitabile, come un tramonto che incanta senza bisogno di miracoli.

 


Ogni episodio è una tappa diversa: 

Un inizio che profuma di erba e vento 

Un viaggio che lascia il segno

Una spiaggia dove qualcuno aspetta

Un fiore che parla del tempo

Un’estate lontana che torna a bussare

Un silenzio che rivela più di mille parole 

Una magia che si accende al tramonto

È una serie che unisce nostalgia e avventura, mistero e dolcezza, come un diario di viaggio scritto con la luce.

 Epilogo finale della serie: 

“Il viaggio tra misteri ed avventure” 

*Alla fine di ogni viaggio c’è sempre un momento in cui ci fermiamo, guardiamo indietro e capiamo che non sono stati i luoghi a cambiarci, ma ciò che abbiamo vissuto dentro di essi.

Le colline, il mare, il vento, le case bianche, i tramonti di seta… tutto ciò che abbiamo incontrato lungo la strada resta con noi, come una mappa invisibile che ci guida verso ciò che saremo.

Questa serie si chiude così: con la consapevolezza che ogni avventura, anche la più piccola, lascia una traccia. E che il vero mistero non è il mondo che attraversiamo, ma ciò che scopriamo di noi stessi mentre lo facciamo.*

Giampaolo Daccò Scaglione




domenica 5 aprile 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *UNA LETTERA DAL MARE* (Ultima storia della serie)

“A volte basta una fotografia per riportare alla luce un’estate lontana, un incontro inatteso, un sentimento che non ha mai avuto il coraggio di diventare storia. Alcune persone passano nella nostra vita come onde leggere: non restano, ma lasciano un segno che il tempo non cancella.”

ESTATE

DOLCE SETTEBRE

*UNA LETTERA DAL MARE*


Riccione, settembre 1997 

Era stato un anno difficile: cambio di casa, cambio di lavoro, abitudini stravolte, due tradimenti - un’amicizia e un amore - che mi avevano lasciato stanco e svuotato. 

Avevo bisogno di scappare da tutto, così scelsi settembre per partire, quando ormai tutti erano tornati dalle ferie.

L’Hotel Feldberg era un piccolo paradiso: cinque stelle, sauna, palestra, piscina riscaldata, serate al night, escursioni. Una vacanza pensata per stare da solo, in silenzio, lontano da tutto. 

La maggior parte degli ospiti erano tedeschi e inglesi, più un paio di famiglie pugliesi.

Dopo due giorni arrivò una telefonata indesiderata, l’ennesimo litigio. Sbattei il telefono e scesi a fare colazione con il volto rabbuiato. 

I signori tedeschi del tavolo accanto mi sorrisero: «Una giornata di sole così non merita la tua arrabbiatura». Per tre giorni pranzai con loro, finché non arrivarono i loro figli e tornai al mio tavolo.

Poi un telegramma - sempre dalla stessa persona - mi rovinò l’appetito. Decisi di andare in spiaggia.

Il mio ombrellone era accanto a una famiglia arrivata due giorni dopo di me: una coppia del nord Italia, Ingrid ed Elder, con la piccola Franziska di diciotto mesi. 

Bastarono poche parole, una colazione insieme, una cena allo stesso tavolo, e nacque una bella amicizia.

Ingrid sorrideva sempre. Elder era gentile, educato, affettuoso con la figlia. La piccola mi mandava bacini con la mano. 

Un mattino, arrivò solo Ingrid con la bambina. Mi chiese: 

«Ti va di tenerla un attimo? Vado a prendere la colazione». 

La presi in braccio. Era leggera, profumava di crema e biscotti. Mi sentii… padre.

Quando Ingrid tornò, mi guardò seria. 

«Mi spiace che tu non abbia figli, Alessandro. Con lei sembri un vero papà.» 

«Già…» risposi. 

«Mi è sempre mancato un figlio. Non era destino.» 

Lei abbassò lo sguardo. 

«Ti piacerebbe che Franziska fosse tua figlia?» 

«Certo. Una bimba così la vorrebbe chiunque.»

Stava per aggiungere qualcosa, ma Elder arrivò sorridente, e lei tacque.

Nei giorni seguenti sembrò voler riprendere quel discorso, ma non trovò mai il coraggio. Intanto la nostra amicizia cresceva: pranzi, risate, passeggiate. 

La sera uscivo con due ragazzi inglesi, ma di giorno ero sempre con loro.

Poi venne il momento della loro partenza. Ci scambiammo i numeri, ci abbracciammo. Ingrid aveva gli occhi lucidi.

Tornai dalle vacanze dopo un mese davvero bellissimo, era ciò che avevo desiderato prima di partire. Inoltre avevo stretto delle amicizie con cui, poco più avanti ci saremmo scritti o sentiti per telefono.

Ingrid ed Elder erano quelli con cui ebbi i contatti maggiori, mentre i due ragazzi inglesi e la coppia tedesca, piano piano le lettere e le telefonate sparirono del tutto. 

Poi anche Ingrid ed Elder per molti mesi, sembravano essere scomparsi nel nulla.

Passò ancora del tempo.

Una sera d’inverno mi chiamò lei: parlammo per più di un’ora del più e del meno ma sentivo che la sua voce strana un po’ agitata sembrava celare qualcosa. Sentivo Franziska ridere, Elder che passava e salutava a voce alta.

Capii che c’era qualcosa nella sua voce… una nota stonata molto di più dell’agitazione di prima, come fosse un’emozione trattenuta. Non riuscivo a capire, ma poi finì tutto lì.

Arrivarono gli auguri di Natale, di Pasqua, di Ferragosto. 

Poi, a ottobre, Elder mi telefonò: era nato un bambino. Ingrid era in ospedale. Provai una fitta di invidia, ma anche felicità sincera.

Tre settimane dopo arrivò una lettera. 

Una lettera dal mare. 

Sembrava uscita da una bottiglia trovata sulla spiaggia. 

Ma non era Riccione, era una città del nord Europa, dove si erano trasferiti da tempo.

Ingrid mi confessava tutto: si era innamorata di me da quella vacanza, da quando presi in braccio Franziska, quel mattino della colazione in cui Elder non c’era.

Sapeva che non poteva essere ricambiata, e aveva scelto il silenzio ed il nome del bambino: Alessandro - il mio nome

Con Elder le cose erano migliorate dopo un iniziale periodo di insofferenza che il marito non capiva, lui non si era accorto di nulla. 

Ingrid si sentiva in colpa, verso Elder, verso di me, e soprattutto verso se stessa e quando rimase incinta, il bambino che portava in grembo l’aveva aiutata a distogliere il pensiero.

Poi la frase che non ho mai dimenticato:

«Vorrei che questo bambino ti assomigliasse. Che fosse sensibile come te. E anche se non potrò mai averti, immaginerò che lui sia come tuo. Per non dimenticarti, l’ho chiamato come te.»

Mi commossi. Due lacrime scesero sul mio volto. Ripiegai la lettera e la misi nel cassetto dei ricordi.

Non ci sentimmo più. 

Qualche mese dopo, Elder mi scrisse: si erano di nuovo trasferiti dalla Germania in Svizzera, Ingrid lo aveva seguito dopo poche settimane con i bambini sperando di poter ritornare nuovamente in Italia più avanti. 

Non ne fui sorpreso. 

Lei avrebbe fatto di tutto per sistemare la sua vita. E quella era la strada giusta per tornare da dove era scappata per dimenticarmi. 

Non so a che punto, non so dove siano ora e che cosa provi ogni volta che ha di fronte suo figlio Alessandro...

Il nome che aveva deciso per non dimenticarmi, forse.

*Alcune persone entrano nella nostra vita per un attimo, ma quell’attimo basta a cambiare qualcosa per sempre. Non tornano, non restano, ma lasciano un nome, un ricordo, un sorriso che il tempo non cancella. E ogni tanto, guardando il mare, mi chiedo dove siano ora… e se quel ragazzo, che porta il mio nome, abbia ereditato almeno un frammento della mia sensibilità.*

Epilogo - STAGIONI E LUOGHI

“Le stagioni che ci attraversano”



“Ci sono vite che scorrono tranquille, come fiumi senza curve. E poi ci sono vite fatte di mare e di città, di treni bagnati dalla pioggia, di tetti assolati, di mattine caotiche, di amori acerbi, di incontri brevi che però restano per sempre.

Ogni racconto di questa serie è una stagione dell’anima. 

La pioggia di novembre: la memoria che torna a bussare. 

La speranza di ritrovarti: la ferita che non si chiude, ma insegna a sentire. 

Sopra i tetti della città: la leggerezza, il sorriso, il teatro quotidiano. 

Un mattino di pioggia benefica: la casa, gli animali, la normalità che cura. 

Primo amore: la vertigine, la timidezza, la purezza che non torna più. 

Lontano nel tempo: la maturità, la nostalgia buona, la pace conquistata. 

Una lettera dal mare: l’incontro inatteso, l’amore impossibile, il dono di un nome.

In ognuna di queste storie c’è un percorso fatto di sogni, lotte, affetti, partenze e ritorni. C’è il ragazzo che guarda avanti, l’adulto che resiste, il compagno che ama, l’amico che dà tutto, il viaggiatore che raccoglie attimi preziosi come conchiglie.

E soprattutto c’è una cosa che attraversa ogni pagina: la capacità di vedere la bellezza anche quando fa male.

Il destino, a volte, ferisce. Altre volte regala momenti incredibili: un sorriso inatteso, un bambino che manda un bacino, un nome che ritorna, un amore che non diventa storia ma rimane luce.

Questa serie non è un libro di ricordi. È un atlante emotivo: un viaggio attraverso i luoghi che formano e le stagioni che trasformano.

E arrivati alla fine, la sensazione non è di chiusura, ma di apertura. Perché ogni passo, ogni pioggia, ogni tetto, ogni mare lascia un segno. E quel segno, col tempo, diventa ciò che siamo.”

Giampaolo Daccò Scaglione