sabato 7 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "QUANDO TUTTO E' PASSATO" (La bellezza del dopo)

 La Bellezza del Dopo

"Alla bellezza che arriva quando la vita ha già lasciato i suoi segni, e la luce viene da dentro."


*La bellezza non vive soltanto nei vent’anni, nei capelli raccolti o nei vestiti chiari delle foto in bianco e nero. C’è una bellezza che arriva dopo, quando la vita ha già inciso i suoi segni e la luce comincia a venire da dentro. È quella bellezza che un nipote scopre guardando sua nonna, in un pomeriggio d’inverno, mentre la neve cade lenta sui tetti di Milano.*

"QUANDO TUTTO E' PASSATO"

La donna anziana, con la pelle rugosa e gli occhi grigi vivaci - gli stessi del nipote seduto accanto a lei - sfoglia un vecchio album di fotografie. Ci sono immagini di quando era bambina, adolescente, giovane, poi donna.

«Com’eri bella qui, nonna!» esclama il ragazzino, osservando la foto in cui lei, a vent’anni, indossa un vestito chiaro e ha i capelli raccolti. 

È appoggiata a una colonna di un palazzo del centro di Milano, in un elegante bianco e nero.

«Ero bella, sì… ma ora sono più bella dentro» ride lei, chiudendo l’album e appoggiandolo sul tavolino davanti al divano. 

Il calore dei termosifoni avvolge i due dal freddo dell’inverno che si intravede dalla finestra: neve sui tetti, camini che fumano.

«Sei sempre bella anche adesso, nonna…» dice il piccolo, senza capire del tutto cosa intendesse dire. Poi abbassa la voce: «Però mi hanno detto che sei molto vecchia e io ho paura che tu possa… che tu possa…»

«Morire?» conclude lei, con un sorriso sereno. 

Il ragazzino si incupisce. Lei capisce quel dolore, lo conosce bene. Gli mette un braccio sulle spalle.

«Vedi, morire vuol dire solo andarsene con il corpo. Ma la mia anima sarebbe sempre qui con te, con tutti voi.»

«Ma non è la stessa cosa.»

«No, non lo è. Però, se ci pensi bene, è uguale… Lo so che non capisci, sei ancora piccolo. Ma è la legge naturale della vita, anche se a volte non funziona proprio così.»

Il ragazzino annuisce, senza afferrare davvero.

«Vedi, Ciccio, io sono arrivata quasi alla fine della meta. E sono felice. Sai perché?» Lui scuote la testa. «Perché è tutto passato.»

«Tutto passato?» ripete lui, stupito.

«Sì, tutto. Ti faccio un esempio: l’altra tua nonna, dove pensi sia ora?»

«Credo si stia preparando per andare a ballare con… con lo zio… beh, con il suo nuovo fidanzato…» dice, evitando di guardarla negli occhi.

«Ecco. Maria è molto più giovane di me. È vedova come me, ma ha ancora molti anni da vivere. E sai che fatica?»

«Fatica?»

«Certo, Ciccio. È una fatica vivere, anche se è bellissimo. Devi conquistare, difendere, crescere, lavorare… L’altra nonna si dà da fare: lavora, si è fidanzata, balla, vede gli amici. Ci mette tutta se stessa per vivere. Giusto?»

«Sì… è un po’ come mamma e papà. Lavorano, ci fanno crescere, e spesso dicono che sono stanchi. Anche se penso che a volte si divertano.»

«Bravo. Hai capito… forse.»

Lui sorride, ma non del tutto convinto.

«Io ho più di settant'anni, Ciccio. Mi ci vedi a fare le cose dell’altra nonna? A lavorare di nuovo, truccarmi, vestirmi da giovane, avere un nuovo marito con cui discutere? Uff… che fatica.»

«No, nonna, non ti ci vedo proprio» ride lui, abbracciandola. «Io ti voglio così come sei.»

Lei sospira piano, poi riprende:

«Amore, la mia vita è stata dura. Un matrimonio non sempre felice. Malattie. Una madre da curare. Una figlia morta. Il nonno che mi ha creato problemi che non sto a dire. 

Ho cresciuto altri tre figli, tra cui tua madre. Ho lavorato, mi sono ammalata e poi guarita. Poi siete arrivati voi nipoti. E siccome ero sola e in pensione, ho pensato a voi. 

Vi ho cresciuti insieme ai vostri genitori. Ho fatto le vacanze al mare con voi. Certo, ho avuto anche i miei spazi: ho letto, scritto, sono andata a teatro, uscita con le amiche. 

Ho riso e ho pianto.»

Il bambino la guarda a bocca aperta. Non immaginava tutto questo. Pensava che la nonna fosse sempre stata lì, immobile nel tempo.

«E avrò anche io una vita così?» chiede.

«Certo. Magari un po’ diversa. Dovrai fare scelte, occuparti di tante cose. Sarà bello, anche quando non ti sembrerà. È la tua via. Capirai tutto quando avrai la mia età.»

«Diventerò vecchio come te? Mi piacerebbe…»

«Certo che lo diventerai. E sarai saggio. E consolerai i tuoi nipoti. E racconterai storie, come faccio io con te.»

«Che bello!» esclama lui, stringendosi più forte.

Lei tace. Si lascia abbracciare. E guarda lontano: a quando era bambina, poi adolescente, poi giovane, poi donna, poi vecchia.

«Sì… per fortuna è tutto passato. La vita, le difficoltà, i dolori più forti dell’amore. Ho sopportato odio, diffidenza, cattiverie. 

Ma ho avuto anche cose belle. 

E già allora non vedevo l’ora che gli anni passassero. Che diventassi vecchia. Che i problemi finissero. Che tutto si compisse come il destino aveva stabilito alla mia nascita. 

Il mio compito è quasi finito. Anzi… è finito. Siamo quasi alla fine. E non vedo l’ora.»

Guarda la neve scendere fitta oltre i vetri.

«Nessuno può capire quanto sia bello dire: “Tutto è passato”. E davanti avere un futuro diverso, immenso, lontano da qui. Da dove tutto è cominciato tanto tempo fa. Sono davvero felice.»

Si china e bacia la fronte del nipote accanto a lei.

Epilogo:

"Ci sono persone che non se ne vanno davvero: restano nei gesti che abbiamo imparato da loro, nelle parole che ci hanno lasciato senza saperlo, nel modo in cui guardiamo il mondo quando nessuno ci vede. A volte basta un abbraccio, un album sul tavolino, una neve lenta oltre i vetri per capire che l’amore non finisce: cambia posto. E continua a vivere in noi, silenzioso e fedele, come una luce che non si spegne."

 Giampaolo Daccò Scaglione

 



giovedì 5 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: "LE STRADE DEL TEMPO" (Glicini sul muro)

 "Glicini sul muro"

*Quando Milano respira ancora i suoi giorni antichi, 

un profumo improvviso apre la porta del passato.*



"MILANO - LE STRADE DEL TEMPO"

Finalmente una giornata tiepida, anche se non troppo dopo tanti giorni di pioggia e vento quasi gelido proveniente dalle montagne lecchesi. 

Il sole riesce a scaldare il corpo sotto la giacca pesante dopo settimane di freddo. 

La mattina è impegnativa: banca, avvocato, INPS. Non so quanto tempo ci vorrà, ma l’idea di non essere rinchiuso in ufficio rende tutto più leggero. 

L’importante è uscire, vedere colori, camminare senza fretta e sentirsi vivo, in un'altra dimensione piena di colori pastello.

Dopo un’ottima colazione in una pasticceria molto in voga, attraverso il grande viale alberato dove i palazzi in stile primo Novecento incorniciano questa bella zona di Milano. 

Il semaforo diventa verde. 

Mi preparo ad attraversare quando, all’improvviso, un profumo intenso mi colpisce le narici.

Alzo lo sguardo: dal muro di cinta di uno splendido palazzo Liberty, decine di glicini violetto pendono verso la strada, intrecciati come una cascata. 

Nonostante il vento tiepido, mi fermo a guardarli. Quel colore, quel profumo… un piccolo capolavoro della natura che spicca nel bianco e grigio della città.

Sono lì, immobile, quando una voce mi riporta alla realtà:

«Mi scusi, dovrei passare…»

Mi rendo conto di essere fermo in mezzo al marciapiede. 

Sorrido, mi scuso. 

La signora anziana davanti a me ha gli occhi dello stesso colore dei fiori e un sorriso luminoso. La saluto mentre riprende la sua passeggiata. 

La osservo allontanarsi: quanti anni avrà? Sicuramente più di settanta… eppure è ancora bellissima, elegante, lascia una scia dolce di un profumo delicato che sa di passato.

E nella mia mente la vedo ringiovanire mentre la osservo camminare: la figura più snella, l’andatura sensuale, le gambe nascoste sotto una gonna lunga e stretta.

La città intorno cambia. 

I palazzi in stile Liberty ed Impero hanno colori più vivi, il cielo senza smog è di un azzurro intenso come lo era una volta, i giardini sono pieni di aiuole fiorite. 

Una Balilla nera passa veloce, suonando un clacson buffo in direzione della giovane donna, che si volta sorridendo. 

Nell’aria primaverile si respira il profumo dei glicini. Nuvole chiare ondeggiano sopra di noi. 

Alcuni bambini, per mano alla mamma, entrano educatamente nel portone di casa. Un signore con la pipa e il giornale si toglie il cappello entrando nel bar elegante all’angolo.

È la Milano di ottant’anni fa, quella dei miei nonni. 

Una città che non esiste più: affascinante, più sicura, meno inquinata, con i navigli ancora aperti e le periferie lontane, oltre le mura. Un attimo sospeso nel tempo.

Poi, all’improvviso, un trillo di campanello mi strappa alla visione:

"Ehi Giampy, hai messo le radici sul marciapiede o hai avuto una visione celestiale?"

"Probabilmente entrambe Stefano." rispondo ridendo al ragazzo poco distante.

"Sarà la primavera, agli altri fa venire sonno a te porta visioni celestiali. Occhio ai lampioni quando cammini ahahah."

Sorrido alla battuta, Stefano è troppo simpatico, lo guardo allontanarsi fischiettando sulla sua bicicletta blu e la giacca a vento gialla.

"Starò attento." quasi urlo, ma lui è già lontano in fondo al viale alberato

Ma la risata a squarciagola del postino abruzzese arriva fino alle mie orecchie, fa un cenno con la mano. 

Contraccambio il gesto e riprendo il cammino verso la banca. Mi volto un’ultima volta verso il muro di cinta. 

I glicini sono ancora lì, splendidi. Ma l’atmosfera dolce e romantica è svanita: il traffico, il rumore dei tram, le voci della città mi riportano al presente.

Eppure, per un momento, Milano aveva respirato come allora e lei la bellissima ragazza di ottant'anni fa sta ancora camminando con passo elegante sul viale alberato, illuminata da un sole tiepido primaverile.

*Il passo che resta*

"A volte basta un profumo per aprire una porta che credevamo chiusa per sempre. Le città cambiano, le persone passano, i giorni si consumano. Ma certi istanti - quelli che non cerchiamo, quelli che ci sorprendono - restano sospesi tra ciò che siamo e ciò che siamo stati."

I glicini sul muro non erano solo fiori: erano un passaggio. Un passo nel presente, uno nel passato. E per un attimo, Milano ha camminato con me in entrambe le direzioni.

 Giampaolo Daccò Scaglione

martedì 3 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA: “UNA STORIA AL CONTRARIO” - 3 capitoli in un racconto


“Questa non è una storia che procede in avanti.
È un viaggio al contrario, un ritorno verso l’origine. Si parte dalla fine, si attraversa il mezzo, e si arriva all’inizio. Perché a volte, per capire la vita, bisogna risalire il tempo come un fiume che torna alla sua sorgente.

“UNA STORIA AL CONTRARIO”

TITOLI DEI TRE CAPITOLI

*CAPITOLO III – L’ULTIMO ORIZZONTE*

(la vecchiaia, il mondo ricostruito, il futuro)

*CAPITOLO II – IL TEMPO DELLA PERDITA*

(la catastrofe, l’amore che si spegne, nel mezzo del viaggio)

*CAPITOLO I – LA PRIMA LUCE*

(Il giorno dell’errore, l’origine, l’inizio di tutto)



*CAPITOLO III – L’ULTIMO ORIZZONTE*

Il profumo di salsedine e l’aria fresca di primavera mi colpiscono il volto. Davanti a me il mare blu al tramonto, intenso, immenso, commovente.

I gabbiani gridano sopra la testa. Le onde lambiscono la rena. Le barche di legno colorate riposano sulla sabbia.

Il sole scende lento, allungando le ombre. Io sono seduto su una panchina, appoggiato al mio bastone.

Le prime luci si accendono nelle case moderne della nuova città. Liza, la mia infermiera, un giorno mi disse:

«Com’è cambiato tutto da quando è successa quella cosa…»

Le risposi indicando l’orizzonte:

«Qui sotto c’era una pianura. Ora c’è il mare. E laggiù, dove vedi quelle montagne… c’erano spiagge e cittadine.»

Lei abbassò lo sguardo. «E quanti morti ci sono stati… troppi.»

Già. Il mondo era cambiato. L’uomo era cambiato. Io ero cambiato.

Chi sono io? Il nome non importa. Ho ottantatré anni, occhi blu, capelli bianchi. Sono stato commesso, impiegato, studioso d’arte, viaggiatore, marito, padre adottivo, sopravvissuto.

Ora vivo in un appartamento luminoso, con una domestica, un’infermiera, un dottore che scuote la testa quando non seguo le regole.

Ogni tanto, con qualche amico vecchietto, andiamo al mare o in auto a vedere nuove costruzioni. Una vita semplice, una vita buona.

Questa è una storia a ritroso. Parte dalla vecchiaia e finirà quando venni alla luce, decenni fa.

Ma ora il sole è quasi tramontato. Mi aspettano per cena.

A presto. Vi lascio, per ora, con la mia storia al contrario.

 

*CAPITOLO II – IL TEMPO DELLA PERDITA*

Io e il mio amore avevamo sessantacinque anni quando la catastrofe finì. Il mondo era irriconoscibile: terre sprofondate, altre emerse, mari dove c’erano pianure, montagne dove c’erano spiagge.

Ci salvammo per caso, trovandoci in un Paese straniero, su una delle piattaforme rimaste in piedi. Tre quarti della popolazione mondiale era scomparsa tra onde, fuoco, malattie e crolli.

Quando i governi superstiti ripresero i contatti, la ricostruzione iniziò. Cinque anni per rimettere ordine. Tre anni per ridisegnare le mappe. Il mondo diventò un’unica grande federazione senza estremismi politici o religiosi.

Avevamo settantatré anni quando tutto ripartì davvero. Fummo assegnati a una zona costiera chiamata AzureBay16, una città nuova, moderna, luminosa.

Io ero diventato uno scrittore abbastanza noto. La mia metà aveva militato in politica. Così lei divenne sindaco della nuova città, mentre io fui nominato rettore dell’istituto scolastico, un complesso immerso nella vegetazione, dalle scuole elementari all’università.

La nostra casa era splendida: moderna, antisismica, con vetrate che davano su un mare che un tempo non esisteva. La mia metà soffriva per aver perso gli oggetti della sua famiglia. Io avevo salvato solo i miei libri.

L’unico dolore che non guariva era la scomparsa dei nostri due figli adottivi. Nessuna notizia. Nessuna traccia.

Il destino aveva deciso per tutti il 23 settembre 2028, alle 5:30 del mattino.

Eppure la vita riprese. La gente era più gentile, più attenta. I bambini tornavano a giocare nelle strade. La medicina avanzava. La spiritualità cambiava.

Ma quando raggiunsi gli ottantatré anni, la mia metà se ne andò nel sonno, in una mattina di primavera.

Rimasi solo. Circondato da affetto, sì — l’infermiera, la domestica, il giovane dottore, gli amici — ma solo.

Passai un’estate guardando tramonti che sembravano parlare. Ogni gabbiano nel cielo mi ricordava il suo volto. Sapevo che l’avrei raggiunta presto: le mie attitudini esoteriche me lo avevano sempre detto.

Ed eccomi qui, a raccontare la mia storia al contrario per la seconda volta. Presto narrerò ciò che accadde nei giorni tremendi che cambiarono il mondo.

 

*CAPITOLO I – LA PRIMA LUCE*

Ricordo che avevo appena compiuto cinquantasette anni quando il mondo cominciò a spezzarsi. Guerre, cataclismi, tensioni internazionali: sembrava di vivere dentro un film distopico, finché arrivò il giorno che cambiò tutto.

Era il 23 settembre 2028 quando, da un Paese dell’Estremo Oriente, partì una testata nucleare di massima potenza diretta verso Los Angeles. Per un destino crudele non arrivò mai così lontano: cadde sul Fujiama, in Giappone.

L’orrore che seguì fu indescrivibile. Il Giappone sprofondò per metà nel mare. Uno tsunami gigantesco devastò tutto dalla Cina all’Indonesia. Le Filippine sparirono tra i flutti. Terremoti si scatenarono ovunque. La controparte rispose con altri missili. Altre nazioni reagirono. Il mondo collassò in poche ore.

Io mi trovavo in Canada, in una zona montuosa non lontana dai palazzi del governo. Eravamo lì per un meeting importante. I bunker sotterranei furono la nostra salvezza. Da molti metri sotto terra seguivamo le notizie, finché trasmisero le immagini dell’Italia: ridotta a poche cime di montagne che emergevano dall’acqua.

Capimmo che la nostra civiltà era finita.

Con l’aiuto dei superstiti del governo canadese sopravvivemmo due anni nei rifugi. Poi, lentamente, uscimmo all’aperto. Il cielo era grigio, il freddo tagliente, la luce fioca. L’asse terrestre si era spostato di ventisei gradi: il sole non sorgeva e non tramontava più come prima.

Grazie ai satelliti ancora attivi, scoprimmo quali zone del pianeta erano sopravvissute: parte della Russia orientale, l’Africa centro-meridionale, il Brasile, il Canada, e due nuove terre emerse dagli abissi vicino all’Australia.

Incredibilmente, le nazioni rimaste - tutte pacifiche - unirono le forze. In cinque anni ristabilirono un ordine nuovo, collaborativo, quasi utopico.

Otto anni dopo la catastrofe eravamo pronti a ricominciare. Altri otto anni per ricostruire. Al mio settantatreesimo compleanno, il mondo era di nuovo in piedi.

La popolazione era scesa a poco meno tre miliardi. Non c’erano più confini. La fame era quasi scomparsa. Le malattie resistevano, ma la speranza era tornata.

Dalle mie finestre vedevo un cielo azzurro e un sole che percorreva il cielo al contrario. Eppure si stava bene.

DEDICA PER L’UMANITA’

“A chi ha vissuto abbastanza a lungo da capire che il tempo non scorre in una sola direzione. A chi sa che la vita, a volte, si comprende solo tornando indietro.

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 2 marzo 2026

SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA, la nuova serie di racconti: PREFAZIONE


 "Ci sono storie che non chiedono di essere capite: chiedono di essere sentite."


*SENTIMENTI ED EMOZIONI DELL'ANIMA*

PREFAZIONE:

I sentimenti non arrivano mai da soli. Portano con sé ricordi, immagini, voci, profumi, attese. A volte sono dolci come un ritorno, altre volte bruciano come una ferita che non si chiude. 

Ma sempre, in qualche modo, ci raccontano chi siamo stati e chi stiamo diventando.

Questa serie raccoglie sette storie diverse, sette modi in cui la vita si è presentata con la sua forza, la sua fragilità, la sua luce. 

Ci sono memorie che tornano da lontano, incontri che cambiano il respiro, luoghi che diventano rifugi, amori che sfiorano e poi svaniscono, addii che insegnano a restare. 

Ogni racconto è un frammento di verità, un’emozione che ha trovato la sua forma.

Non c’è un ordine giusto per sentire: c’è solo la disponibilità ad ascoltare ciò che si muove dentro. 

E allora queste pagine non vogliono spiegare, ma accompagnare. Perché i sentimenti, quando li lasciamo parlare, diventano la nostra storia più autentica.

I SETTE RACCONTI:

1. "Una storia al contrario" - lo smarrimento e la resilienza di chi ricostruisce la memoria dopo la fine.

2. "Milano, le strade del tempo" - la nostalgia luminosa che riporta indietro il cuore.

3. "Quando tutto è passato" - la dolcezza dei legami che restano anche quando la vita cambia.

4. "L’uomo dei miei sogni" - l’illusione dell’amore ideale e il silenzio dell’attesa.

5. "Malta, turchese ed oro" - la meraviglia di un incontro e la luce di un’isola che incanta.

6. "Quella soffitta" - il rimpianto e la possibilità sospesa tra due destini.

7. "Li guiderò verso la felicità" - l’amore assoluto di chi sceglie di donare luce prima dell’addio.

EPILOGO:

"Ogni emozione lascia un segno. A volte è lieve come un soffio, altre volte profondo come una cicatrice. Ma sempre ci ricorda che abbiamo vissuto. Queste storie non cercano risposte: cercano presenza. Perché sentire, davvero sentire, è il modo più umano che abbiamo di restare fedeli a noi stessi."

Giampaolo Daccò Scaglione

 

domenica 1 marzo 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "ANDARE VIA DA TE" (Ultima storia della serie)

"Ci sono addii che non si gridano: si sussurrano tra un respiro e l’altro, mentre il cuore capisce ciò che la mente rifiuta. E quando la persona che ami decide di andare via, l’unica cosa che puoi fare è restare fermo a guardare la sua ombra allontanarsi, finché non diventa buio."



"ANDARE VIA DA TE"

Vedo la tua figura allontanarsi. Sei scesa dall’auto pochi istanti fa e ora cammini davanti a me, i passi che si fanno sempre più piccoli, sempre più lontani.

La strada è bagnata dalla pioggia che ha smesso da poco. Le luci dei lampioni allungano la tua ombra, la deformano, la sbiadiscono, finché non diventi solo una sagoma scura che scompare dietro l’angolo.

Non è il tergicristallo appannato a impedirmi di vedere. Sono i miei occhi. Le lacrime.

Appoggio la fronte sul volante e lascio uscire il pianto. Aspetto che il dolore si calmi, che il cuore rallenti, che le mani smettano di tremare. Devo riuscire a guidare. Devo tornare a casa.

Eppure non sembrava dovesse finire così. Non sembrava dovesse finire adesso. Ma questa sera, anche se avrei dovuto capirlo, non riesco ancora a crederci.

- Mi dispiace. Non possiamo andare avanti così… -

- Non puoi farlo. Non puoi buttare tre anni così. Io ti amo ancora. Forse più di prima. -

- Io no. Ti amavo. Ti voglio bene, ma… non è più come prima. -

La mazzata arriva precisa, pulita, come lei voleva: colpire al cuore, senza trascinare nulla.

- Come puoi essere così crudele? -

- Crudele? Ti sto dicendo la verità. La poesia è finita. La passione anche. Non riesco più a vederti come la mia metà. Mi dispiace. -

- C’è un’altra persona. -

Non era una domanda. Era una certezza.

- Che importanza ha? Non ti amo più. Ti voglio bene, sì. E sto soffrendo anch’io. Non pensare che non ricordi tutto quello che siamo stati… Ma dentro di me è successo qualcosa. -

Le sue dita sfiorano le mie lacrime.

- Ti prego, non fare così. -

- Non toccarmi. E cosa dovrei fare? Ringraziarti? Come fai a essere così cattiva? -

- Non sono cattiva. Ma non posso continuare. Non è più ciò che voglio. -

- Dove ho sbagliato? -

Il silenzio cade tra noi. E dentro quel silenzio scorrono tre anni interi.

La libreria in Piazza del Duomo. Il teatro. La terrazza. Gli amici. Il bacio in auto. Le lenzuola bianche. Le colazioni. Le passeggiate. La vita.

Forse abbiamo vissuto troppo in troppo poco tempo. Forse lei si è stancata mentre io continuavo a sognare.

- Non hai sbagliato in nulla. Era tutto perfetto. Forse troppo. E questo… mi ha allontanato. - I suoi occhi sono lucidi, ma determinati. - Non posso mentirti. Ho conosciuto un’altra persona. È nato qualcosa. Ma non… non importa. Non mi crederai mai. -

- Ti crederò. -

E lo penso davvero.

- Non ti ho mai tradito. Solo qualche bacio. Ho aspettato di dirtelo. Non avrei fatto altro finché non fosse stato tutto chiaro. -

- Grazie. - La parola mi esce strozzata. - Ora vai. Non riesco più ad ascoltarti. Non voglio che mi vedi piangere. -

La sua mano sfiora i miei capelli. Sento che piange anche lei. Gli addii fanno male a tutti, anche a chi li provoca.

La sua bocca sfiora la mia guancia. Un ultimo bacio, appena un soffio.

- Mi hai dato molto. Resterai nel mio cuore. Non lo meritavi. Ma forse era destino. Sei una persona speciale. Non cambiare mai. -

Annuisco. Non riesco più a guardarla.

- Verrò a prendere le mie cose quando non ci sarai. Lascio le chiavi in portineria. Mi dispiace, amore… -

- Vai. Ti prego. Voglio andare a casa. -

Un’ultima carezza. L’ultimo regalo.

La portiera si chiude. E lei si allontana.

Ora sono qui, davanti alla strada bagnata. La sera è più scura, le luci più fioche. È ora di tornare a casa. Lontano da te. Per ricominciare.

Accendo il motore. Riparto.

E so che in quel parcheggio ho lasciato per sempre il ricordo di questa sera. Del tuo addio. Del tuo andare via da me.

Per sempre.

"Ci sono amori che non si salvano, ma che ci salvano comunque. Perché ci insegnano a cadere senza romperci, a piangere senza vergogna, a ricominciare senza paura. E quando la persona che amavamo se ne va, non porta via tutto: lascia uno spazio che un giorno diventerà un nuovo modo di vivere."


Epilogo finale della serie: “Quello che gli uomini sentono”

"Gli uomini non parlano spesso dei loro sentimenti. Non perché non li provino, ma perché non sanno dove metterli, come spiegarli, come farli uscire senza sentirsi fragili. Questa serie è un luogo sicuro: un posto dove le emozioni non devono essere nascoste, dove la vulnerabilità non è debolezza, dove il dolore non è vergogna."

*Se leggendo queste storie qualcuno si è riconosciuto, anche solo per un istante, allora tutto questo ha avuto senso. Perché gli uomini sentono. Sentono sempre. E quando trovano il coraggio di dirlo, anche solo in silenzio, qualcosa dentro di loro si libera.*

Giampaolo Daccò Scaglione

 

venerdì 27 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : “RIVELAZIONI DI NOVEMBRE”

 **Il proprio sé è ben nascosto da se stessi;

di tutte le miniere di tesori,

quella del sé è l’ultima ad essere scavata.**
(Friedrich Nietzsche)

“RIVELAZIONI DI NOVEMBRE”

“Guardarsi allo specchio e capire chi sei fino in fondo non è facile, a volte fingi di vedere un altro per non guardare la realtà. Eppure sei lì a osservare te stesso con l’anima di un altro.”

Novembre.

I miei passi, cadenzati dalla corsa mattutina, risuonavano leggeri sulla strada coperta di foglie. Era il percorso che dalla periferia della cittadina saliva fino alle colline basse, umide di pioggia.

L’aria era fredda, pungente, e gli alberi spogli sembravano più vivi nei loro colori caldi, ravvivati dall’acqua della notte.

Ero arrivato a un bivio quando sentii un’auto rallentare alle mie spalle. Mi spostai sul ciglio, ma la macchina continuò a seguirmi piano.

Mi voltai.

Il finestrino si abbassò e il volto di Oliviero, un amico di vecchia data, mi sorrise.

- Corsetta per tenerti in forma, eh? - disse con il suo solito tono allegro. Ricambiai il sorriso, sbuffando l’alito grigio nel freddo.

- Senti… ti ho visto da lontano e seguendoti mi è venuta in mente una cosa che vorrei dirti. -

La sua voce era allegra, ma gli occhi no. C’era una tristezza che non avevo mai visto.

- Oliviero, sono sudato. Se mi fermo con questo freddo mi prendo qualcosa. Ci vediamo dopo in città, ho la macchina vicino a Villa Favorita… -

- Sali. Ti do un passaggio. -

Avrei preferito continuare a correre, ma quell’espressione disperata mi fermò. Salii in auto. Lui rimase in silenzio per tutto il tragitto.

- Ti va se andiamo a Miradolo a fare colazione? - disse infine.

- Va bene. -

Il riscaldamento dell’auto mi aveva già asciugato la maglietta, mi sentivo meglio e finalmente un po’ di caldo.

Attraversammo Monteleone e arrivammo a Miradolo. Entrammo in un bar e ordinammo due cappuccini e due croissant.

Mentre lui era alla cassa, guardai fuori dalla finestra: il cielo si era fatto scuro, la pioggia imminente.

Oliviero tornò al tavolo, si sedette accanto a me.

- Non so da dove cominciare… Mi vergogno un po’, ma se non mi sfogo impazzisco. Sei un amico, sei una persona intelligente… forse puoi darmi un consiglio che altri non saprebbero darmi. -

- Comincia dal principio. Poi vediamo. -

Il barista ci portò la colazione. Io iniziai a mangiare, lui a parlare.

- Tra poco mi sposo… -

Sembrava un condannato. Non voleva farlo, era evidente.

- E? -

- Solo che… io non voglio. - quasi me l’aspettavo la frase.

- E allora non farlo. -

Mi guardò come se avessi detto qualcosa di impossibile.

- Fosse semplice, Bruno. È tutto pronto. - Poi abbassò lo sguardo. - Ho conosciuto un’altra persona. Ci siamo innamorati. Per me è una cosa nuova… Non ci posso credere. Sono disperato. -

- Amare non è disperazione. Dipende da come lo vivi. Se ti sposi amando un’altra, fai del male a te stesso e a loro due. -

Lui inspirò profondamente.

- Bruno… l’altra persona è un uomo. -

La brioche mi si fermò in gola.

- Cosa? Un uomo? Tu? - Mi era scappato.

Oliviero era sempre stato considerato uno sciupafemmine. La sua confessione mi colpì come un pugno.

- Sono… finocchio, capisci? -

- Che brutta parola hai detto. A me sembra che tu sia solo confuso e quella parola non usarla più. Non è questo il punto. Il punto è che ti sei trovato in una situazione che non avresti mai immaginato. - oppure lo sapeva fingendo di non sapere, ricordo che pensai questo.

Non mi lasciò finire.

Iniziò a raccontare tutto: come aveva conosciuto quell’uomo, come si era sentito, come aveva scoperto una parte di sé che non sapeva esistere.

La sua disperazione non era per la ragazza che stava per sposare, né per l’inizio di una nuova storia.

Era per se stesso. Per la sua identità. Per la paura di accettarla.

E viveva in un contesto dove certe cose non si dicevano. Mai.

Quando tornammo in auto, la pioggia batteva forte sui campi. L’umidità saliva dal terreno come un vapore bruno.

- Che farai? - gli chiesi.

- Non lo so. -

- Tu cosa faresti al mio posto? -

Bella domanda. Io non ero nella sua situazione.

- Non mi sposerei. E se amassi quell’uomo, andrei con lui. -

- Non so se ce la farò… -

- Lo conosco? - silenzio, si era messo a guardare fuori dalla finestra - Si ho capito lo conosco e non voglio sapere chi sia. -

Il giorno dopo, a casa, guardavo i tetti bagnati delle case e l'imponente castello davanti a casa mia.

Quel novembre mi sembrava più triste del solito. Pensavo a Oliviero, a cosa avrebbe fatto, cosa avrei fatto io.

Col tempo seppi la verità: aveva fatto la scelta peggiore.

Si era sposato. Aveva avuto figli. E continuava la sua vita segreta.

La moglie non sapeva nulla. Davanti a tutti, la sua vita era esattamente come gli altri volevano.

Stamattina l’ho incontrato per caso, in centro.

Mi ha raccontato tutto: la famiglia, i figli ormai grandi, la moglie serena, e un’altra relazione con un uomo di Piacenza.

Sorrideva, ma io ho sentito una tristezza profonda.

Era come una seconda confessione. Ma questa volta mi ha fatto male e pena. L’ho salutato e sono uscito dal bar camminando veloce.

Perché le persone rinunciano alla propria felicità? Perché preferiscono vivere fingendo, piuttosto che affrontare la realtà? Perché non hanno il coraggio di accettare l’amore e se stessi?

Eppure, nonostante tutto, guardando questo novembre luminoso e pieno di colori caldi, mi sono sentito grato della mia vita. Lontano dalle scelte sbagliate di Oliviero. Lontano dalla finzione.

“Il tormento di chi non vuole accettare una realtà si chiama: Vigliaccheria? Paura? Ipocrisia? O solo dolore per non riuscire ad amarsi?”

Giampaolo Daccò Scaglione


mercoledì 25 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "PIÙ FORTE DELL’ AMORE"

"Il conflitto tra sentimento e dovere, la scelta impossibile: un uomo diviso tra ciò che sente e ciò che deve fare. Il bivio è la scelta. Il tramonto è il tempo che scade."


"PIÙ FORTE DELL’ AMORE"

Il profumo di salsedine invade l’aria. Un vento leggero e tiepido accarezza la costa, mentre onde verdi e azzurre si rincorrono nel mare limpido. 

Il sole di tarda mattina riflette i suoi raggi su quell’immensa distesa, come se volesse illuminarla tutta.

Johannes non sa da quanto tempo è lì, fermo a guardare le barche all’orizzonte. Non gli importa. A casa non lo aspetta nessuno, se non i suoi cani e la signora Helga, che si occupa di lui da qualche anno.

Ha quasi novant’anni, eppure gli occhi sono ancora vispi, e il cuore è quello di un ragazzo. 

Sente la vita piena dentro di sé, anche se il corpo non risponde più ai suoi impulsi: correre, cantare a voce alta, giocare con i ragazzi del paese, uscire in barca da solo.

Quasi ogni giorno, da quando il sole torna a splendere su quel paese del Nord Europa, Johannes scende al mare. 

Oppure resta sul piccolo promontorio dove sorge la sua casa di legno, dipinta di azzurro e bianco, con aiuole di erica all’ingresso e un orto ordinato sul retro.

E ricorda.

Ricorda tutta la sua vita. Ogni giorno un frammento nuovo riaffiora. Tranne uno: quello è sempre lì, immobile, scolpito nel cuore. 

Bjorn. L’amico che ha perso solo pochi mesi prima.

Si erano conosciuti a quattro anni, nella scuola materna di Halvorfjord, un piccolo paese sul mare del Nord. 

Erano così simili che spesso li scambiavano per gemelli: biondi, occhi azzurri, lentiggini sul naso all’insù, la bocca carnosa che diventava rossa dopo aver corso.

Alle primarie, con il maestro Ulvajeson, combinavano guai insieme. Alle secondarie, poco prima della guerra, erano ancora inseparabili. Tutti li chiamavano “i gemelli”.

La loro amicizia era così intensa che qualcuno iniziò a insinuare malizie. Loro non ascoltarono mai. 

Era amicizia, sì, ma di quelle che oltrepassano l’amore fisico: una fratellanza, una comunione profonda che pochi avrebbero potuto comprendere.

Quando la guerra si avvicinò, la famiglia di Bjorn si trasferì a Norköpping, dove sembrava meno pericoloso. 

Johannes rimase nel paese natio, con un dolore che non riusciva a nascondere. La loro corrispondenza divenne così fitta che i genitori si preoccuparono davvero: quel legame sembrava più forte di qualsiasi altra cosa.

La guerra finì. Si ritrovarono anni dopo all’Università di Stockholm. Facoltà diverse, ma studiavano insieme.

Un giorno di aprile, sotto una pioggia sottile, Bjorn gli annunciò che si era fidanzato con Hannele. Johannes fu felice per lui. 

E quando la conobbe, capì subito che quella ragazza biondissima, dolce e intelligente, non avrebbe mai ostacolato la loro amicizia. Anzi, la incoraggiava.

Johannes ebbe diverse relazioni negli anni, ma ogni volta accadeva la stessa cosa: la donna di turno iniziava a ingelosirsi del legame tra i due uomini. Hannele cercava di spiegare, ma non bastava. E così tutto finiva.

Bjorn non capiva quella gelosia. Per lui, l’amicizia era un dono, non una minaccia.

Johannes, dopo vari tentativi, decise di allontanarsi. Per lavoro, sì, ma anche per cercare una strada sua. Eppure non smise mai di sentirsi con Bjorn: ogni giorno, al telefono.

Hanna, Dagmar, Helena, Suzanne, Gloria, Terese… Molte donne passarono nella sua vita. 

Come passarono Copenaghen, London, Berlin, Den Haag, e di nuovo Stockholm. La sua carriera di ricercatore di fauna marina cresceva, ma nel cuore c’era sempre Bjorn.

A cinquant’anni tornò definitivamente ad Halvorfjord, nella vecchia casa dei genitori. Con lui venne Helga, la governante dell’ultima sua abitazione. 

Una giovane donna molto religiosa ma aperta mentalmente, con un grande senso materno. Una ragazza allegra, che gli riempiva la casa di calore.

Il lavoro gli permetteva di viaggiare, ma soprattutto di restare vicino a Bjorn, ad Hannele e ai loro cinque figli ormai adulti. 

Partecipò ai loro matrimoni, alle nascite dei nipoti. Una vita quasi non sua, eppure gli bastava. Si era rassegnato a non avere una famiglia: la sua famiglia erano loro, fin da bambino.

Quindici anni prima, Hennele se n’era andata. Bjorn era rimasto solo, circondato dai figli e dai nipoti. Da quel momento, i due uomini erano tornati inseparabili, come all’asilo, tra fiori e profumi.

Passarono altri anni. Bjorn era ormai alla fine.

L’ultimo giorno, come se lo sentisse, chiese ai figli di lasciarlo solo con Johannes sul promontorio.

Sedevano nel giardino, su due poltrone comode, con un tavolino di legno tra loro. Bibite, cibo leggero, e il mare davanti. Helga osservava da lontano, senza disturbare. 

I gabbiani cantavano una sinfonia triste.

Johannes non parlava. Sapeva che quello era l’ultimo giorno.

- Che pensi? - sussurrò Bjorn. Johannes si voltò. Quegli occhi azzurri, così simili ai suoi, lo colpirono come sempre.

Penso che potremmo essere gemelli. Più ci penso, più mi sembra così. - 

- E…? -

E chissà… magari in un’altra vita lo eravamo davvero. -

 Bjorn sorrise.

- Non ci pensare. Vado solo un po’ prima di te. Forse per poco. - Johannes stava per parlare, ma Bjorn lo fermò. 

- Aspetta. Fammi dire una cosa. Jo… tu sei stato mio fratello. Da sempre. Ti ho voluto bene e ti amo come si ama un fratello. Non so se senza di te avrei superato tutto quello che la vita mi ha dato. -

Johannes gli prese la mano. Helga, da lontano, si commosse.

Bjorn… l’amicizia spesso supera l’amore. Noi ne siamo la prova. I tuoi figli sono miei figli. I tuoi nipoti sono miei nipoti. La mia vita è stata piena perché c’eri tu. - 

- Mi dispiace che tu non abbia avuto una donna intelligente e dei figli come i miei. La tua vita sarebbe stata più piena. -

Johannes sorrise. 

Forse. Ma se avessi avuto loro, avrei perso te. Era destino. E avendo avuto il mio fratello-amico… ho avuto tutto. -

Bjorn gli strinse la mano. 

- Grazie. Ti voglio bene. - 

- Anch’io, Bjorn. Ma guarda, dove ho vissuto e cercato di amare senza risultati, penso che… qualcuna mi avrà rimpianto di sicuro! -

Risero insieme. Poi Johannes aiutò Bjorn ad alzarsi. Lo accompagnò in casa. Si abbracciarono forte. Johannes sentì le lacrime scendere sul collo dell’amico.

Bjorn se ne andò nel sonno quella notte. Johannes fu certo che l’ultimo pensiero fosse per lui.

La voce dolce di Helga lo richiama al presente. Il pranzo è pronto.

Johannes guarda il mare blu. Poi torna verso casa.

Aspettami, Bjorn. Non mancherà molto. Ci rivedremo. -

La porta si chiude. 

Un gabbiano passa sopra la casa, stridendo. Sembra dire: “Sono qui. Ti aspetto.”

"Questa è una dedica personale a miei vecchi due amici, due ragazzi che sono fratelli da sempre, ognuno con la sua famiglia, con le loro mogli che li prendono in giro, dicendo che loro sono la vera copia dei quattro. Due dei loro figli si sono sposati come se il destino avesse deciso di non far finire mai quel legame splendido che è il tesoro dell’amicizia quella vera, che va oltre l’amore."

Giampaolo Daccò Scaglione