mercoledì 25 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "PIÙ FORTE DELL’ AMORE"

"Il conflitto tra sentimento e dovere, la scelta impossibile: un uomo diviso tra ciò che sente e ciò che deve fare. Il bivio è la scelta. Il tramonto è il tempo che scade."


"PIÙ FORTE DELL’ AMORE"

Il profumo di salsedine invade l’aria. Un vento leggero e tiepido accarezza la costa, mentre onde verdi e azzurre si rincorrono nel mare limpido. 

Il sole di tarda mattina riflette i suoi raggi su quell’immensa distesa, come se volesse illuminarla tutta.

Johannes non sa da quanto tempo è lì, fermo a guardare le barche all’orizzonte. Non gli importa. A casa non lo aspetta nessuno, se non i suoi cani e la signora Helga, che si occupa di lui da qualche anno.

Ha quasi novant’anni, eppure gli occhi sono ancora vispi, e il cuore è quello di un ragazzo. 

Sente la vita piena dentro di sé, anche se il corpo non risponde più ai suoi impulsi: correre, cantare a voce alta, giocare con i ragazzi del paese, uscire in barca da solo.

Quasi ogni giorno, da quando il sole torna a splendere su quel paese del Nord Europa, Johannes scende al mare. 

Oppure resta sul piccolo promontorio dove sorge la sua casa di legno, dipinta di azzurro e bianco, con aiuole di erica all’ingresso e un orto ordinato sul retro.

E ricorda.

Ricorda tutta la sua vita. Ogni giorno un frammento nuovo riaffiora. Tranne uno: quello è sempre lì, immobile, scolpito nel cuore. 

Bjorn. L’amico che ha perso solo pochi mesi prima.

Si erano conosciuti a quattro anni, nella scuola materna di Halvorfjord, un piccolo paese sul mare del Nord. 

Erano così simili che spesso li scambiavano per gemelli: biondi, occhi azzurri, lentiggini sul naso all’insù, la bocca carnosa che diventava rossa dopo aver corso.

Alle primarie, con il maestro Ulvajeson, combinavano guai insieme. Alle secondarie, poco prima della guerra, erano ancora inseparabili. Tutti li chiamavano “i gemelli”.

La loro amicizia era così intensa che qualcuno iniziò a insinuare malizie. Loro non ascoltarono mai. 

Era amicizia, sì, ma di quelle che oltrepassano l’amore fisico: una fratellanza, una comunione profonda che pochi avrebbero potuto comprendere.

Quando la guerra si avvicinò, la famiglia di Bjorn si trasferì a Norköpping, dove sembrava meno pericoloso. 

Johannes rimase nel paese natio, con un dolore che non riusciva a nascondere. La loro corrispondenza divenne così fitta che i genitori si preoccuparono davvero: quel legame sembrava più forte di qualsiasi altra cosa.

La guerra finì. Si ritrovarono anni dopo all’Università di Stockholm. Facoltà diverse, ma studiavano insieme.

Un giorno di aprile, sotto una pioggia sottile, Bjorn gli annunciò che si era fidanzato con Hannele. Johannes fu felice per lui. 

E quando la conobbe, capì subito che quella ragazza biondissima, dolce e intelligente, non avrebbe mai ostacolato la loro amicizia. Anzi, la incoraggiava.

Johannes ebbe diverse relazioni negli anni, ma ogni volta accadeva la stessa cosa: la donna di turno iniziava a ingelosirsi del legame tra i due uomini. Hannele cercava di spiegare, ma non bastava. E così tutto finiva.

Bjorn non capiva quella gelosia. Per lui, l’amicizia era un dono, non una minaccia.

Johannes, dopo vari tentativi, decise di allontanarsi. Per lavoro, sì, ma anche per cercare una strada sua. Eppure non smise mai di sentirsi con Bjorn: ogni giorno, al telefono.

Hanna, Dagmar, Helena, Suzanne, Gloria, Terese… Molte donne passarono nella sua vita. 

Come passarono Copenaghen, London, Berlin, Den Haag, e di nuovo Stockholm. La sua carriera di ricercatore di fauna marina cresceva, ma nel cuore c’era sempre Bjorn.

A cinquant’anni tornò definitivamente ad Halvorfjord, nella vecchia casa dei genitori. Con lui venne Helga, la governante dell’ultima sua abitazione. 

Una giovane donna molto religiosa ma aperta mentalmente, con un grande senso materno. Una ragazza allegra, che gli riempiva la casa di calore.

Il lavoro gli permetteva di viaggiare, ma soprattutto di restare vicino a Bjorn, ad Hannele e ai loro cinque figli ormai adulti. 

Partecipò ai loro matrimoni, alle nascite dei nipoti. Una vita quasi non sua, eppure gli bastava. Si era rassegnato a non avere una famiglia: la sua famiglia erano loro, fin da bambino.

Quindici anni prima, Hennele se n’era andata. Bjorn era rimasto solo, circondato dai figli e dai nipoti. Da quel momento, i due uomini erano tornati inseparabili, come all’asilo, tra fiori e profumi.

Passarono altri anni. Bjorn era ormai alla fine.

L’ultimo giorno, come se lo sentisse, chiese ai figli di lasciarlo solo con Johannes sul promontorio.

Sedevano nel giardino, su due poltrone comode, con un tavolino di legno tra loro. Bibite, cibo leggero, e il mare davanti. Helga osservava da lontano, senza disturbare. 

I gabbiani cantavano una sinfonia triste.

Johannes non parlava. Sapeva che quello era l’ultimo giorno.

- Che pensi? - sussurrò Bjorn. Johannes si voltò. Quegli occhi azzurri, così simili ai suoi, lo colpirono come sempre.

Penso che potremmo essere gemelli. Più ci penso, più mi sembra così. - 

- E…? -

E chissà… magari in un’altra vita lo eravamo davvero. -

 Bjorn sorrise.

- Non ci pensare. Vado solo un po’ prima di te. Forse per poco. - Johannes stava per parlare, ma Bjorn lo fermò. 

- Aspetta. Fammi dire una cosa. Jo… tu sei stato mio fratello. Da sempre. Ti ho voluto bene e ti amo come si ama un fratello. Non so se senza di te avrei superato tutto quello che la vita mi ha dato. -

Johannes gli prese la mano. Helga, da lontano, si commosse.

Bjorn… l’amicizia spesso supera l’amore. Noi ne siamo la prova. I tuoi figli sono miei figli. I tuoi nipoti sono miei nipoti. La mia vita è stata piena perché c’eri tu. - 

- Mi dispiace che tu non abbia avuto una donna intelligente e dei figli come i miei. La tua vita sarebbe stata più piena. -

Johannes sorrise. 

Forse. Ma se avessi avuto loro, avrei perso te. Era destino. E avendo avuto il mio fratello-amico… ho avuto tutto. -

Bjorn gli strinse la mano. 

- Grazie. Ti voglio bene. - 

- Anch’io, Bjorn. Ma guarda, dove ho vissuto e cercato di amare senza risultati, penso che… qualcuna mi avrà rimpianto di sicuro! -

Risero insieme. Poi Johannes aiutò Bjorn ad alzarsi. Lo accompagnò in casa. Si abbracciarono forte. Johannes sentì le lacrime scendere sul collo dell’amico.

Bjorn se ne andò nel sonno quella notte. Johannes fu certo che l’ultimo pensiero fosse per lui.

La voce dolce di Helga lo richiama al presente. Il pranzo è pronto.

Johannes guarda il mare blu. Poi torna verso casa.

Aspettami, Bjorn. Non mancherà molto. Ci rivedremo. -

La porta si chiude. 

Un gabbiano passa sopra la casa, stridendo. Sembra dire: “Sono qui. Ti aspetto.”

"Questa è una dedica personale a miei vecchi due amici, due ragazzi che sono fratelli da sempre, ognuno con la sua famiglia, con le loro mogli che li prendono in giro, dicendo che loro sono la vera copia dei quattro. Due dei loro figli si sono sposati come se il destino avesse deciso di non far finire mai quel legame splendido che è il tesoro dell’amicizia quella vera, che va oltre l’amore."

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 23 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "UN UOMO SOLO"

 La solitudine maschile, il silenzio, il peso della propria vita che si porta sulle spalle, questo è il dolore degli uomini feriti dagli sbagli commessi. Non è facile per un uomo vivere una vita che non è più la sua, deve solo trovare il coraggio per andare avanti con dignità.”


"UN UOMO SOLO"

Il mio treno aveva venti minuti di ritardo. Avevo evitato di dire parolacce e imprecazioni, ma l’umore non era dei migliori. 

Per ingannare l’attesa ero entrato nel bar della stazione di Rogoredo: pieno di gente, rumori di tazze, voci come echi fastidiosi che rimbalzavano ovunque. Dopo un caffè e una brioche ero scappato fuori quasi subito. 

Troppo caos.

Camminavo sulla banchina del mio binario. Era mattino presto, pochi viaggiatori, una nebbiolina leggera che avvolgeva i palazzi sullo sfondo. Mi stavo innervosendo quando vidi una panchina. 

E un uomo seduto.

Di solito preferisco stare in piedi, ma quella mattina la stanchezza aveva vinto. Mi sedetti a poco distante da lui. Non sapevo se fosse un normale viaggiatore o uno dei tanti senzatetto che ormai popolano le stazioni.

Non sbagliavo: sembrava proprio un senzatetto. Presi un libro dalla borsa e iniziai a leggere, anche se ogni tanto lo osservavo di sottecchi.

Dopo due minuti, una voce accanto a me.

- Che legge di bello? -

Mi voltai. 

Un sorriso. 

Un volto giovane ma segnato. Due occhi verdi profondi, difficili da decifrare. Vestiti malmessi, un cappello di lana che copriva capelli lunghi e sporchi.

Sorrisi, convinto che da lì a poco mi avrebbe chiesto soldi per drogarsi o per mangiare.

Sto leggendo “Il ponte sulla Drina” di… - 

- Ah sì, di Andrić. L’ho letto. Come altri suoi libri. Ottimo autore: fa rivivere le sensazioni dei luoghi, sempre un po’ tristi, come chi vive nell’Est Europa. -

Rimasi interdetto.

Come? - 

- Sì… gli scrittori e i musicisti dell’Est hanno sempre quella vena di malinconia nelle loro opere. Io ci sono stato mille volte. E lei? -

Appoggiai il libro sulla panchina, incuriosito. 

Quell’uomo che avevo scambiato per un barbone mi stava parlando di cultura, di musica, di viaggi.

- Conosce “La Moldava” di Smetana? Musica sublime. - 

- È una delle mie preferite. - risposi sempre più stupito.

L’altoparlante annunciò un ulteriore ritardo: altri cinque minuti.

Lui guardava la nebbia tra i binari, come se vedesse oltre.

- Il suo treno ora ha quindici minuti di ritardo. Brutto aspettare, vero? -  Poi mi fissò con quegli occhi che mi fecero rabbrividire. - So cosa sta pensando. -

Veramente… - 

- Ha pensato che fossi un barbone, un extracomunitario, uno che le avrebbe chiesto soldi. Magari non voleva neanche sedersi vicino a uno come me. -

Le assicuro che… - 

- Sono italiano. Della bassa padana. Sto aspettando padre Alberto dei frati vicino a Porta Vittoria. -

Mi si aprì un sorriso spontaneo: conoscevo padre Alberto. Un frate alto, rossiccio, con una voce limpida e una presenza che scaldava.

- Conosco padre Alberto. - risposi con un sorriso non più diffidente.

- Il mondo è piccolo, eh? - 

Annuii.

- Ah, non ci fosse stato lui… Ora dormo e mangio da loro. E lei, visto che lo conosce, abiterà in zona o avrà fatto volontariato. -

Annuii di nuovo.

- Lei è un uomo di poche parole, lo vedo dagli occhi. E scommetto che è curioso della mia storia. Gliela racconto in pochi minuti, prima che arrivi il suo treno. -

Arrossii.

- La vita ti porta su strade impreviste. A volte sbagli un bivio e ti ritrovi nel fango invece che in un viale luminoso. -

Due treni passarono veloci, coprendo la sua voce. Il vento fece svolazzare le pagine del mio libro. Lo rimisi nella borsa.

- Ho perso tutto: moglie, figli, lavoro, amici. Errori stupidi, dettati dall’ambizione e dall’egoismo. E ora pago. Ma non scappo: se hai responsabilità, devi affrontarle. -

Rise amaramente.

- Ora aiuto i frati. Mi hanno dato un lavoro in una officina. Sono qui perché ho incontrato due dei miei figli, quelli che vivono a Genova. Gli unici che accettano di vedermi. Mia ex moglie e mia figlia maggiore… mi hanno rifiutato. Un domani, forse… -

Guardò in lontananza. Un uomo vestito di scuro stava arrivando dal bar.

- Oh, credo sia padre Alberto. -

Lo riconobbi anch’io. Ma una signora con un cane lo fermò.

Il mio treno stava entrando in stazione. Ci alzammo entrambi.

- Mi ha fatto piacere conoscerla. Anche se ho parlato solo io. -

Sorridemmo. Allungai la mano. Lui esitò, poi diede solo una pacca sulla mia spalla.

- Le mie mani non sono molto pulite. Ma ora salga: le porte non aspetteranno molto prima di chiudersi e perdere il treno. -

Corsi verso il vagone. Mi voltai un attimo prima che le porte si chiudessero.

Lui mi salutò con la mano.

E disse, con una voce alta che mi colpì allo stomaco:

- Ciao "Lupetto"… chissà se ti rivedrò ancora. -

Le porte si chiusero. Il treno partì.

Rimasi immobile, con il cuore che batteva forte. Come faceva a sapere il mio soprannome di quando giocavamo a Volley alle superiori?

Per mezz’ora cercai nei ricordi. Le gare del nostro sport praticate a livello agonistico contro altre squadre regionali della Bassa: Lodi, Crema, Vigevano, Pavia.

Niente.

Poi il treno si fermò a Pavia. Guardai la banchina del primo binario. "Pavia!"

E un volto, più giovane di trent’anni, mi esplose nella memoria: Ludovico.

Uno dei ragazzi della mia vecchia compagnia. Bello, ricco, pieno di vizi. Destinato a un futuro brillante. Il sesso come unica droga, mentre gli altri si perdevano in eroina e cocaina.

Ludovico, il ragazzo d'oro che tutti invidiavano e che faceva impazzire d'amore le ragazze.

E ora?

Il treno ripartì verso Genova. Ma io avevo già deciso: avrei parlato con padre Alberto.

La nebbia si stava diradando. Un tenue sole illuminava la campagna.

E nella mia mente c’era solo un nome:

Ludovico.

"La solitudine maschile non è urlata: è una stanza illuminata vista da fuori, dove nessuno entra."

Giampaolo Daccò Scaglione



sabato 21 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "NON PUO' FINIRE COSI'"

 Ho cambiato nomi e dettagli per non far riconoscere le persone. Ma la storia è vera. E spero che Nigel sia ancora tra noi per molto tempo. Soprattutto per Jaan.

L’ho scritta perché lo meritano. Perché è giusto far sapere che esistono amori diversi, amicizie diverse, vite diverse… ma tutte vere. E che si possono vivere avventure magnifiche, anche virtuali, senza perdere il contatto con la realtà.

Il mio abbraccio è per loro. Perché sono persone speciali.

"NON PUÒ FINIRE COSÌ"



Chi sono io? Forse un uomo come tanti. Oh, può anche essere. 

Ma quando trascorri settantasei anni della tua vita lucidamente su una sedia a rotelle, in un istituto dove ti vogliono bene, ti curano con attenzione, ti mettono a letto e a volte ti imboccano… allora no, non sei proprio come tutti. 

Lo sei solo con la mente. E con il cuore.

Mi chiamo Jaan. Vivo in un paese del Nord Europa, un posto verde e bellissimo, dove la natura respira ancora.

Sono stato abbandonato alla nascita perché non avevo tutti gli arti “nel modo giusto”. 

La mia famiglia, ricca ma fragile, non ha sentito il dovere di crescermi come milioni di bambini. Meglio un istituto di lusso, avranno pensato. 

Che colpa ne hanno? Forse nessuna. Forse solo quella di non capire. O di vergognarsi.

E poi, come se non bastasse, ho avuto anche la “sfortuna” di essere omosessuale. Di amare con la mente e con il cuore, ma non con un corpo che non risponde agli stimoli. 

A volte mi viene da ridere.

Eppure, in questi lunghi decenni, ho studiato, ho fatto cose utili, ho aiutato altri come me ad accettare la nostra condizione. 

E poi… ho conosciuto persone splendide tramite un gioco online. 

Personaggi inventati, avventure impossibili, risate vere. E quelle persone, dopo mesi di gioco, sono venute a trovarmi davvero. 

È nato un gruppo di amici affiatati, di tutte le età, alcuni come me, altri “normali”, che corrono, ballano, lavorano.

E poi… lui. Nigel.

Nigel, arrivato nel mio stesso istituto molti anni fa. Uguale a me, in tutto e per tutto. Con lui ho vissuto tutto l’amore possibile, tranne quello fisico. 

Ma era amore. Ero finalmente meno solo.

Compagni di giochi, di vita, di complicità. Un giorno adulti, un giorno bambini, un giorno pirati, un giorno antichi romani. Sognavamo porti lontani, città magnifiche, mondi che non avremmo mai potuto visitare davvero. Eppure li vivevamo.

Fino a ieri. Perché ieri è successo qualcosa.

L’infermiere è entrato con un’espressione scura. Ho capito subito che non era una cosa da poco.

- Jaan… devo dirti una cosa. Cerca di stare tranquillo. - "Tranquillo? Con quella faccia? Abbiamo fatto il check-up pochi giorni fa…" - Non riguarda te.

Il cuore mi è caduto nello stomaco.

- Nigel è stato ricoverato d’urgenza al St. Albaart Hospital. - "No… no, no, no… non lui."

Sono scoppiato a piangere. Karl mi ha abbracciato forte.

— È un carcinoma avanzato. Forse… qualche mese. — "Dio mio… come faremo?"

Ed eccomi qui. 

Davanti a lui. Seduto su quel letto bianco, in una stanza asettica che odora di disinfettante e di paura. 

Lui sorride. Ma gli occhi… gli occhi dicono quello che penso anch’io: “Che faremo ora?”

Gli amici ci scrivono, ci chiamano, ci abbracciano da lontano. Johnny, il più caro, come un fratello. E tra poco saremo tutti insieme nel nostro mondo virtuale, finché Nigel ce la farà.

Ci hanno permesso di usare i portatili qui. E così eccoci: la nostra casa virtuale, il lago, gli amici che ci aspettano.

- Ehi Nigel, Jaan! Finalmente! - ci saluta Johnny. - C’è anche Elois e mio fratello Lee. Vi va di andare sull’Everest con una seggiovia di cristallo? - 

- Ma attenzione alla pioggia di lucciole montane! - ci grida Elois, il figlio virtuale di Nigel, ma persona vera nella vita reale.

- Come no! - ride Nigel. - Speriamo solo che qualche caprone non ci dia una cornata sul sedere! -

Ridiamo tutti. Una nuova avventura è iniziata. E io voglio viverla con lui. 

Finché durerà.

Jaan

“Anche quando la pioggia cade, una luce resta accesa, forse non solo della speranza ma della vita qualunque forma abbia.

 Giampaolo Daccò Scaglione


giovedì 19 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : “QUELLO CHE NON C’È MAI STATO”

 “Qui c’è stato dolore, ma qui c’è anche chi resta. 

E chi resta ha ancora una strada davanti.”


“QUELLO CHE NON C’È MAI STATO”

Il presente consapevole:

Ecco, sono qui davanti a te. 

Ti guardo in quella cassa di legno di noce mentre i tuoi occhi sono chiusi e senza respiro, il tuo corpo sembra un manichino vestito da festa. 

Ti guardo e non provo nulla, niente… Eppure ho cercato nel mio cuore un filo di emozione, un sentimento che non riesco a trovare.

Sento persone vicino ma non so chi c’è attorno a noi. 

Distrattamente ascolto ogni tanto un bisbiglio, forse qualcuno ha notato che non ho fatto neanche una mossa per poterti dare una carezza o un tocco alle tue mani incrociate e gelide. 

Non sento nulla dentro e mi dispiace dopo anni di pianti, di domande, di odio e poi l’indifferenza perché il tempo e l’età portano indifferenza o la coscienza che non puoi rimediare a nulla.

Tu sei invecchiato da solo e quasi tutti ti hanno voltato le spalle mentre recitavi la parte della vittima. 

Tu avevi lasciato soli chi ti voleva bene e li hai gettati via dalla tua vita come degli stracci inutili. 

Che peccato. 

Quante cose ti sei perso, non hai goduto, non hai vissuto, ma dalla tua torre d’avorio, dal tuo piedistallo, dal tuo egoismo, tutti dovevano stare ai tuoi piedi. 

Esistevi solo tu.

Nella mia mente vengono cacciate via le frasi cattive che in un passato lontano mi dicevi prima che te ne andassi via con l’altra. 

Cerco di farlo anche se prepotentemente, seppur davanti al tuo capezzale, arrivano come frustate indelebili.

Quante volte ho cercato di farmi amare, di venirti incontro? 

Troppe, tante o troppo poche? 

Ma quando davanti a te c’è un muro impenetrabile, alla fine ti arrendi, alla fine non ti senti più in colpa di qualcosa che non hai mai fatto tranne di nascere e di non essere voluto.

Sto diventando vecchio anche io piano piano, non ho perdonato in un certo senso, posso solo dire che ti ho condonato tutto il male che hai fatto comprendendo la tua incapacità di essere quello che avresti dovuto essere: un padre.

 Il presente emotivo:

Attorno a me si muovono come ombre. 

Mani che si allungano, sguardi che cercano il mio, frasi sussurrate tutte uguali. Nessuno sa davvero chi fossi tu per me. 

Nessuno immagina che sto recitando anch’io, come ho fatto per tutta la vita: il figlio che non sei mai riuscito a vedere, quello che non hai mai voluto conoscere.

Guardo il legno lucido della cassa, il riflesso delle luci, il prete che parla di misericordia. E penso che non c’è niente di più ironico di un funerale pieno di parole per un uomo che non ne ha mai avute per suo figlio.

“Mio figlio è un idiota!”

 “Mi vergogno di te, gli altri a scuola sono più bravi.” 

“Che ho fatto di male per meritarmi un cretino come figlio?” 

“Tua sorella sì che è mia figlia, più bella e intelligente.” 

“Vai da tua nonna di sotto, mi dai fastidio!” 

“Sei uguale a tua madre.”

Sono uguale a mia madre. 

Invece di odiarti, quel giorno ho capito di essere fiero di essere come lei… Fiero ed orgoglioso di avere un cuore che palpita, di avere un’anima con dentro tante cose. 

E tu? 

Sei andato via un giorno, finalmente, lontano con un’altra, anche se ormai era troppo tardi per noi, per trovare una serenità e dimenticare.

Ti sto guardando e non provo niente. 

Una mano stringe la mia e sento dire qualcosa, sorrido mestamente, come di prassi nei funerali, come una recita ridicola mentre avrei voglia di mandarli a quel paese. 

Condoglianze… 

Mi vien da ridere ma non posso, alla mia età non posso proprio.

“Vorrei che tu non fossi mai stato mio figlio!”

Giro le spalle al tuo feretro, non sento nulla e non vedo i volti di chi è presente alla farsa di una benedizione ad un ateo che mai ha voluto pregare.

Il passato mancato:

A volte mi chiedo come sarebbe stato averti accanto almeno una volta. Una sola.

Immagino una scena che non è mai esistita: io bambino che ti corro incontro con un disegno in mano, tu che ti abbassi, mi prendi per le spalle e mi dici “Bravo”.

Una parola semplice, una parola che non ho mai sentito.

Oppure una domenica al parco, io che provo a salire su un albero e tu che ridi, non per deridermi, ma per incoraggiarmi.

Non è mai successo. Eppure questi ricordi inventati fanno più male di quelli veri.

Dopotutto devo fare la parte del figlio buono che ha perdonato il padre e che con la mia presenza ha alleviato l’angoscia dei parenti che speravano.

 Speravano cosa, mi chiedo.

Quello che mi fa triste è pensare che avremmo potuto essere un padre e figlio che si amavano tanto, che mi avresti portato in spalla, seguito nella vita, giocato con me.

Mi avresti insegnato tante cose, come fanno molti genitori con i propri figli. Vivere tutto quello che non c’è mai stato.

Ormai non importa più. 

Seduto su una panca fredda ed anonima sento la mano di chi mi sta accanto da una vita stringere la mia, un calore che mi fa star bene in questo momento.

**“Addio sconosciuto che non ha saputo assaporare e cogliere l’amore che lo circondava. 

Colui che non ha capito di poter essere felice con le persone che aveva accanto e che ha detestato sentendosi in prigione. 

Addio a quest’uomo che ha lasciato il nulla, un qualcosa per cui piangere, per sentirne una mancanza, per un dolore che non esiste. 

Addio a tutto quello che non c’è mai stato. Addio.”**

Il momento dell'addio

Mi alzo, stringo la mano che mi accompagna da una vita, e capisco che la mia storia non comincia né finisce con te. Io sono ciò che ho scelto di diventare, non ciò che tu non sei mai stato.

 “La vita è come una panchina vuota che rappresenta il passato, la candela accesa è il futuro. L’uomo che sta nel mezzo, è nel punto di passaggio dove si lascia andare ciò che non c’è mai stato e si apre a ciò che può ancora essere.”

Giampaolo Daccò Scaglione

martedì 17 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "LA RECITA"

"Non tutti hanno il coraggio di essere se stessi fino in fondo, 

ma esserlo è il solo modo di vivere la propria vita."

*LA RECITA*


"Il primo racconto forse, non è per tutti, il tema può apparire fastidioso per alcuni, incomprensibile per altri. Una storia che parla di un amore non stabilito da chi crede che la normalità sia una sola. Eppure in questa c’è tanta sensibilità ed emozione da far comprendere che l’amore è universale e spesso, molti recitano una parte che si addice loro, rifiutando la propria natura per paura. Ecco a volte gli uomini sono così, la paura di mostrarsi per quello che sono o il timore di esprimere ciò che nascondono dentro di sé e questo vale per ogni uomo, per ogni tipo di uomo."

*A volte basta poco e aprire le proprie emozioni a chi ci ama.*

L'insegnante volta le spalle alla platea vuota, il suo sguardo è sugli allievi seduti per terra davanti a lui, poi alza leggermente il capo verso lo sfondo nero, chiuso da tendaggi rossi e pesanti.

In silenzio scruta i suoi giovani studenti, uno ad uno negli occhi, sta osservando i loro invisibili gesti delle mani, della bocca, delle posizioni del corpo, rivelando di ognuno, il proprio carattere, la sensazione d'attesa, il sentimento suscitato in quell'istante dai suoi occhi azzurri, quasi magici puntati su di loro.

L'insegnate, alto bello, dai capelli ricci e brizzolati, grande doppiatore, attore e soggettista questa volta sorride loro, nell'aria si respira già un clima più disteso ed i gesti o i segni che gli allievi mostrano ora, sono di rilassamento e di curiosità, mentre sente la sua voce quasi baritonale rimbombare nel teatro vuoto, prossimo per un loro esperimento di recitazione:


"Nella vita la maggior parte delle persone
recita un ruolo, un personaggio.
Un po' come voi che siete qui per imparare
la difficile arte dell'interpretazione
di personaggi teatrali caratterialmente
più o meno particolari.
Ogni essere umano, noi compresi ovviamente,
si sono creati un personaggio
nella propria esistenza
convincendosi che sia reale per tanti motivi
che possono arrivare sia dal subconscio
sia dall'esperienze della propria vita."

Ora lo sguardo dell'insegnante si posa su quello di un ragazzo seduto alla sua destra, un giovane bellissimo dagli occhi verdi, intelligenti e dal ciuffo ribelle, il ragazzo che aveva avuto già plausi durante alcune prove nel corso dell'anno e che, indubbiamente era quello più dotato come attore. Dentro di se, il professore prova un brivido, si è rivisto in quel giovane, se stesso vent'anni prima e per lui era scattata l'attrazione mai esibita verso quegli occhi verdi.

Un piccolo segreto, un'altra recita.

"Chi diventa carnefice o sadico in famiglia,
con il prossimo, con i sottoposti,
chi recita il ruolo della casalinga
vittima sacrificale dei propri cari,
chi si lamenta dei propri malanni
e ammorba il prossimo allontanandolo,
pur sapendo che le sue malattie
sono solo fisime per attirare l'attenzione.
C'è chi si sente maestro di vita
bacchettando chi gli è vicino
con rimproveri saccenti ed inutili,
chi invece assume il ruolo della donna fatale
e molto altro."

Il professore guarda l'allieva biondina seduta accanto ad un giovane barbuto, la ragazza sente un brivido e pensa già che le domanderà qualcosa.

Infatti lui le rivolge lo sguardo e con un sorriso impercettibile le chiede qual è la sua finzione, se c'è, nella sua giovane vita.


"Professore, io veramente non saprei..."
gli risponde alzandosi in piedi
"Forse... a volte... Io..."

"Forse a volte o sempre?"

chiede lui abbassando gli occhi su un libro appoggiato nel leggio davanti a se.


"Ha ragione professore, ragionando,
per un attimo, ho voluto sempre
fare la dolce e buona bambina,
a volte e lo riconosco quasi melensa
con i miei famigliari, amici,
a scuola e mi sono sentita definire poi:
gatta morta o la biondina timida che invece
nasconde chissà quali segreti.
Ecco forse anzi certamente
questo è il ruolo che reci...
Che ho recitato."

L'insegnante sorride guardando tutti anche immaginando anche se stesso, percepisce quello del giovane dagli occhi verdi.


"Vedete ragazzi, a volte la mancanza di affetto,
una vita solitaria che sia volontaria
o creata dagli altri, poco importa
ma questo è un discorso difficile da affrontare.
Un complesso d'inferiorità nei confronti
degli amici o colleghi,
un difetto fisico più o meno evidente,
possono far si che la nostra mente,
crei un ruolo di difesa
e da qui nasce la nostra recita pubblica
ed il confronto degli altri e partendo da questo
la nostra immagine ed il nostro io
assumono ciò che vorremmo essere."

Brusii di approvazione, lui intanto domanda le stesse cose a vari studenti, ma la sua intenzione è poi di chiedere al ragazzo dagli occhi verdi qual è il suo ruolo, sente che quel giovane abbia dentro di più di quel che espone verso gli altri, finalmente la domanda di turno arriva allo studente seduto alla sua destra.

Il giovane si alza ed osserva tutti i suoi colleghi che lo fissano incuriositi, Bruno è davvero un bel ragazzo, è diventato un ottimo interprete di vari ruoli affidatigli in questi tre anni di studio.

Alza il volto verso l'insegnante, i suoi occhi di mare incontrano quelli dell'altro, impercettibilmente arrossisce ed il cuore incomincia a battergli più forte.


"Professore potrei dire molte cose,
forse non saprei da che parte cominciare.
Da piccolo ero un bambino chiuso e
come forse pensa lei
recitavo il ruolo dell'incompreso.
Poi col tempo crescendo, avevo capito
che per me tutto questo era un rifugio,
un riparo da tutto ciò che non mi piaceva.
Dove vivevo allora con la mia famiglia,
le regole di quel paesino di campagna
erano ancora legate ai ruoli tipici dove
il padre era il padre che lavorava
e a cui non si doveva dar fastidio
al suo ritorno perché stanco.
La madre era la regina e schiava della casa,
se non giocavi al pallone eri una femminuccia,
il parroco si intrufolava nelle case di tutti
per conoscere ogni cosa,
i bambini di ceto inferiore dovevano
stare con i propri simili e via dicendo."

L'insegnate sorride di nascosto mettendo la mano davanti alla bocca, ha capito che stava confessando la sua vita ma recitandola in modo quasi drammatico e sofferto, ne era sicuro, lo era sempre stato su quel giovane: sarebbe stato in futuro, un grande attore di successo grazie alle sua capacità interpretative e grazie ai suoi sentimenti interiori vissuti con passione.


"Fino al giorno in cui, dopo il liceo classico
decisi di iscrivermi al vostro corso di recitazione.
Avevo imparato nelle commediole a scuola,
poi nel teatro del paese quando organizzavano
recite o spettacoli d'intrattenimento,
ad assumere vari ruoli, da allora
avevo capito che la mia strada poteva...
(un attimo di silenzio carico di passione)
Anzi no, la mia strada è questa,
era quella che volevo da sempre.
Ecco forse il mio personaggio
che ho creato sin dall'infanzia
quello dell'attore,
attore di vari ruoli di cui uno,
non è ancora uscito dalla mia anima.
Ma so che si tratta di amore...
Sotto ogni forma."

Un applauso dai suoi colleghi, lui si siede arrossendo un poco ma con lo sguardo di nuovo posato sul professore. L'insegnante non lo sta guardando in quel momento, ma qualcosa di magico, un filo invisibile si è creato tra loro ed entrambi ne sono ormai consapevoli.

Bruno ha confessato inconsciamente qualcosa che ancora non lo aveva fatto con se stesso.

L'amore.

L'insegnante ha percepito questo verso di lui, lo sentiva già da tanto tempo, ma non era ancora il momento adatto per le confessioni fino ad oggi.

Provenienti dal suo cuore, pronuncia lentamente ora, le parole gli escono dalla bocca con un tono pacato quasi dolce.


"Non è mai facile guardare dentro se stessi,
far emergere ciò che si è e si prova
ed è per questo, forse,
che recitiamo le nostre parti,
i nostri ruoli adattandoli agli altri
ed alla vita che in teoria viviamo
ma che in pratica non è la nostra.
Accettare i propri limiti,
i propri sentimenti,
spesso ci vuole coraggio,
come pure ci vuol coraggio
accettarne sia le conseguenze,
sia ciò che di bello o brutto ci offrono."

Per un attimo l'insegnante fissa il volto di Bruno e con un sorriso si rivolge poi a tutti i presenti che in quell'attimo, nessuno di loro ha colto quella scia di sentimenti che è balenata tra di loro due.


"Oltre a questo sipario,
oltre ai nostri ruoli personali e di lavoro,
oltre ai "camerini" dove da soli
ci cambiano togliendo varie maschere,
c'è l'uscita, quella che serve per rinunciare
alle parti che ci siamo costruiti.
Dove finalmente con coraggio,
possiamo essere noi stessi.
Basta una corsa fuori dall'ultima
parte del corridoio per ritrovarci
sulla vera strada delle nostre vite,
dove spesso ci aspetta l'amore e tanto altro.
Questo amore poi oltre che dividerlo
con la persona che c'è o ci sarà accanto,
lo si dovrà portare su questi palcoscenici
per farlo vivere agli altri, agli spettatori
che non aspettano nient'altro che questo.
Aprite, apriamo la porta del nostro cuore
e solo così noi saremo veri attori in teatro
e protagonisti della nostra vita.
Bruno ha confessato ciò che tutti noi
dovremmo fare, aprirsi all'amore."

Le stelle viste da quel terrazzo sembrano immense nel blu del cielo, sotto le luci di auto e lampioni della metropoli, disegnano una scacchiera sfavillante, mentre da quell'attico il rumore della città arriva ovattato quasi cullando le persone.

Bruno e l'insegnate sono seduti su un divano tra i fiori del terrazzo della casa di quest'ultimo, uniti con le mani e gli occhi rivolti verso le stelle.

Finalmente la recita di oggi è finita e quel sentimento importante che è l'Amore è uscito dai loro cuori.


LA PORTA VERSO LA SECONDA STORIA:

Il silenzio del terrazzo avvolge Bruno e l’insegnante come un sipario che si chiude lentamente. Le loro mani intrecciate non tremano più, e il cielo sopra di loro sembra più vicino, come se le stelle avessero ascoltato ogni parola detta e non detta.

La città continua a muoversi sotto di loro, ignara, ma in quell’attico sospeso tra il buio e la luce qualcosa è cambiato. La recita è finita. Le maschere sono cadute. E ciò che resta è un sentimento che non ha bisogno di applausi.

Ma mentre il professore osserva il giovane accanto a sé, sente che questa storia - la loro storia - non è l’unica che merita di essere raccontata. Perché dietro ogni uomo che trova il coraggio di mostrarsi, ce n’è un altro che ancora si nasconde. Un altro che aspetta. Un altro che teme. Un altro che sente, ma non sa come dirlo.

E così, mentre la notte avanza e il vento muove appena le foglie del terrazzo, l’insegnante capisce che questo è solo l’inizio. Che oltre quella porta, oltre quel sipario, ci sono altre vite, altri cuori, altri uomini che recitano ruoli che non gli appartengono.

E che uno di loro - il prossimo - sta già bussando.

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 16 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : PREFAZIONE

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO*

"Sette storie sulla fragilità maschile, sulle verità taciute e sui sentimenti che non trovano voce."




Prefazione:

Quello che gli uomini sentono non lo dicono quasi mai. Non per mancanza di coraggio, e nemmeno per orgoglio. Non perché non vogliano, ma perché non hanno imparato a farlo.

A volte è perché non sanno dove metterle le verità. A volte è perché temono che, una volta dette, quelle parole possano cambiare tutto. 

Crescono con tasche piene di emozioni che nessuno ha insegnato loro a nominare: la paura di non essere abbastanza, la forza che non sanno dove mettere, la dolcezza che tengono nascosta, le lacrime che trattengono per pudore.

Gli uomini sentono la paura, la solitudine, il desiderio, la vergogna, la nostalgia. 

Sentono il peso delle scelte, il rimpianto delle occasioni perdute, la dolcezza dei ricordi che non tornano. Sentono l’amore, anche quando non sanno riconoscerlo. Sentono la fine, anche quando non vogliono accettarla.

Eppure sentono. Sentono tutto. A volte troppo.

Queste sono le loro storie. Parlano di loro. Di noi. Di ciò che accade quando un uomo si trova davanti alla verità - la sua, quella degli altri, quella che non può più ignorare.

Non sono storie eroiche. Non sono storie rumorose. Sono storie che camminano piano, come passi nella nebbia. 

Storie che si appoggiano sul cuore senza chiedere permesso. Storie che mostrano ciò che gli uomini provano quando nessuno li guarda.

Perché quello che gli uomini sentono, spesso, è proprio ciò che non riescono a dire.

 *Non di eroi, non di giganti, non di uomini perfetti. Ma di uomini veri. Quelli che tremano, che restano, che cadono, che amano, che si aprono. Quelli che, anche quando non parlano, hanno un cuore che fa rumore.*

**Qui non ci sono etero o omosessuali, ci sono uomini veri.

Perché gli uomini veri non sono quelli che non sentono,

ma quelli che finalmente trovano il coraggio di dirlo.**


LE SETTE STORIE:


1. LA RECITA

L’uomo che vive dietro un ruolo, finché il ruolo gli si incolla addosso.


2. QUELLO CHE NON C’È MAI STATO

L’amore immaginato, desiderato, mai nato davvero.


3. NON PUÒ FINIRE COSÌ

La lotta disperata contro la fine.


4. UN UOMO SOLO

La solitudine maschile che non si dice.


5. PIÙ FORTE DELL’AMORE

Il conflitto tra ciò che si sente e ciò che si deve fare.


6. RIVELAZIONI DI NOVEMBRE

La confessione che arriva quando non può più essere trattenuta.


7. ANDARE VIA DA TE

L’addio che spezza, la dignità di chi resta.


Epilogo

**Perché gli uomini veri non sono quelli che non sentono,

ma quelli che finalmente trovano il coraggio di dirlo.**

 

Questo ciclo è un viaggio dentro ciò che gli uomini sentono quando nessuno li guarda. Un viaggio che non giudica, non accusa, non assolve. Semplicemente racconta.

Giampaolo Daccò Scaglione