Tutto in una sera: il grande cortocircuito di Viale Majno
Da quel giorno, il delirio si trasferì stabilmente nell'attico di viale Majno.
Giampaolo non riusciva più a seguire l’andamento della casa: il conte Alberico,
in preda a un’euforia incontrollabile per le imminenti nozze, si comportava già come la "moglie" ansiosa dell’architetto, assillandolo con mille fisime quotidiane.
Dal canto suo, Lorenzo Palmer Ricci continuava a far sfilare nell'appartamento un esercito di progettisti e collaboratori; stavano pianificando il trasloco nella nuova, monumentale
dimora di Piazza Duse: settecento metri quadrati di casa, duecento di terrazzo e altri cento di sopraelevata dove sarebbe stata ricostruita una piscina da sogno.
Come se non bastasse, Margherita Regina non lasciava in pace Giampaolo nemmeno per un secondo, mentre sua figlia Beatrice Anna faceva lo stesso con Tiziano.
Stremati da quel doppio
assedio ravvicinato, padre e figlio si erano rivolti all'architetto Palmer Ricci implorando aiuto e comprensione, ma Lorenzo rispondeva sbrigativo: «Caro mio, ne parliamo dopo, ci pensiamo dopo... l'importante
è che per ora Tiziano si trovi bene qui, poi sistemiamo tutto!».
In cucina, intanto, i commenti della servitù si sprecavano. Silvia sospirava sconsolata: osservando tutto quel caos sentimentale, si era resa conto con un pizzico di amarezza
di essere arrivata a trentacinque anni ancora zitella.
Maya, invece, a soli ventotto anni vantava già tre figli nati da due uomini diversi, entrambi filippini, i quali a loro volta avevano altre famiglie e altri figli sparsi con
altre donne. Un groviglio umano impenetrabile.
Giù in cortile, l'inferno non era da meno. Luisa, la portinaia di viale Piave, Gregory, il custode di viale Majno, il panettiere, il salumaio con le rispettive consorti
e persino il parrucchiere del rione continuavano a inventare storie assurde su quello che accadeva nell'attico.
Sostenevano che tra cene, feste private e sfilate, i signori di sopra stessero preparando "i festini". Enrico, il marito della portinaia Luisa, si era lasciato sfuggire con
il sarto cinese del quartiere che gli sarebbe piaciuto molto partecipare a quelle serate.
Il sarto lo aveva riferito alla portinaia Maria del palazzo accanto, che lo aveva spifferato alla moglie del panettiere, la quale lo aveva detto a Chiara. Quest'ultima, infine,
era corsa da Luisa avvertendola di stare molto attenta al marito.
Il risultato di quel passaparola esplose nel pomeriggio.
Dall'alto del grande terrazzo dell'attico, sotto gli occhi sbigottiti di Giampaolo, Margherita, Lorenzo, Tiziano, Beatrice e Alberico, si consumò una scena madre:
Enrico
sbucò nel cortile correndo all'impazzata, inseguito da una furiosa Luisa con una scopa sollevata in aria. Dietro a loro correva il figlio Giuseppe nel disperato tentativo di fermare la madre, tallonato a sua volta
da Chiara, la figlia del panettiere, segretamente innamorata di lui. Il vicinato si affacciò alle finestre con gli occhi sbarrati.
«Sporcaccione d’un uno sporcaccione! Vuoi andare a fare i festini di sopra anche tu, eh? Prendi questo!», urlò Luisa lanciando la scopa.
L’arma volante, però, mancò Enrico e colpì in pieno petto la moglie del salumaio, che con un tonfo memorabile cadde all'indietro dritta dentro un enorme
vaso condominiale di begonie.
Luisa, vedendo il disastro, cambiò subito obiettivo e strillò: «Oddio, mi avete distrutto le begonie del palazzo!».
I sei spettatori sul terrazzo si ritirarono precipitosamente in casa per non farsi vedere.
Margherita e Beatrice commentarono schizzinose: «Che scena tipicamente da portineria,
che squallore!».
Alberico, ridendo a crepapelle, si voltò verso il fidanzato: «Ma caro Lorenzo, qui c’è da divertirsi un mondo! Perché non restiamo in questo appartamento invece di andare
in Piazza Duse?».
Lorenzo guardò Giampaolo e Tiziano con aria rassegnata: «Io me li porto via entrambi e andiamo a vivere in Patagonia, dove non c’è anima viva».
Silvia osservava la scena allibita, mentre Maya rideva di gusto: «Tutti taliani pacci!».
«Pazzi intendi?», la corresse Silvia.
«Sì, pacci!», confermò Maya, facendole segno con il dito indice che ruotava vicino alla tempia.
Quando tutto sembrò finalmente calmato, arrivò l’ora del tè pomeridiano. Giampaolo lo stava servendo in salotto con la consueta, aristocratica classe.
Al suo fianco, Beatrice Anna cercava di fare conversazione con Tiziano, buttandola lì in modo tutt'altro che sottile: «Sai, Tiziano... secondo me noi due faremmo proprio
una bella coppia».
Tiziano, pur essendo molto attratto da quella ragazza alta e stupenda, fece finta di non capire per non creare complicazioni.
Dall'altro lato del divano, Alberico e Lorenzo sfogliavano una rivista d'alta moda, soffermandosi sui modelli di Valentino per l'abito da matrimonio.
Silvia era in un angolo,
un po' giù di morale, sentendosi l’unica single della casa.
Margherita Regina, intanto, continuava a fare cenni insistenti a Giampaolo affinché si sedesse accanto a lei; il maggiordomo declinò con un cortese cenno del capo. La
contessa insistette, indicando di nuovo il posto, e lui rimase immobile al suo dovere.
Dopo ben dieci scambi di sguardi di quel tenore, Beatrice perse la pazienza e, sorprendendo la madre e gli zii, sbottò: «Mamma, cavolo, e stai zitta una buona volta e
lascia stare il povero signor Giampaolo!».
Margherita, scioccata dall'insolenza della figlia, replicò piccata: «Ora basta, mi sto innervosendo!».
Chiamò a gran voce la sua cameriera personale,
che uscì dalla stanza insieme a quella di Beatrice. Margherita diede un ordine secco: «Andate subito in albergo e telefonate al mio autista Frankie. Ditegli di venire qui con la macchina: vado a fare shopping
e mi porto dietro Silvia. Voi due avete due giorni liberi».
Silvia fu colta da un entusiasmo improvviso: fare shopping con la contessa Margherita poteva significare una lauta mancia o, meglio ancora, un regalo in abiti firmati. Quando Frankie
arrivò e suonò al portone, Silvia corse ad aprire.
Non appena lo vide, paf, cadde svenuta per terra.
L'autista, che parlava un perfetto italiano sebbene condito da un
forte accento americano (i suoi avi materni erano originari di Canicattì), la guardò dall'alto: «Oh, povera fanciulla... Ha visto i miei occhi ed è svenuta». Frankie, del resto, era celebre
per la sua totale modestia.
Tutti accorsero in corridoio, sollevarono Silvia e la adagiarono sul divano del soggiorno. Lorenzo si sporse verso il maggiordomo sussurrando: «Ma Giampaolo... non le sembra
di aver già visto questa scena?».
«Sì, architetto. Almeno tre volte negli ultimi giorni», rispose Giampaolo impassibile.
Alla fine, non appena Silvia riaprì gli occhi e incrociò
lo sguardo di Frankie, l'autista capitolò a sua volta: paf, si era innamorato perdutamente di lei.
Quella sera a tavola, Lorenzo pretese che cenassero tutti insieme per festeggiare.
Margherita era al settimo cielo per gli acquisti fatti, Alberico era in brodo di giuggiole per un
bracciale di Damiani tempestato di diamanti ricevuto in regalo dal fidanzato, e Beatrice rideva come un'oca felice; poco prima, infatti, si era scambiata un bacio di nascosto in corridoio ed un altro ancora prima sul terrazzo
con Tiziano, e i due avevano capito di voler essere una coppia a tutti gli effetti.
Nel frattempo, in cucina, Silvia e Frankie si tenevano teneramente per mano; lui le sussurrava dolci poesie in lingua californiana e lei, pur non capendo una sola parola di inglese,
sorrideva estasiata, tanto che i muscoli della mascella iniziavano a farle male per lo sforzo.
Giù in cortile, avvolte dall'oscurità della notte, Luisa, la portinaia del palazzo accanto e la moglie del salumaio spiavano nascoste dietro le piante. Avevano le
teste all'insù, fissando le luci sfavillanti dell'attico.
Pochi minuti prima avevano intravisto sul terrazzo l'ombra di Tiziano e Beatrice che si baciavano, e ora si aspettavano chissà quale altro scandalo. Alla fine, sfinite dall'attesa
e dal caldo, si addormentarono su una panchina verso mezzanotte, con la testa appoggiata l’una sulla spalla dell’altra.
Nel frattempo, nell'attico, stava per esplodere la bomba più incredibile.
In salotto la televisione era accesa sul telegiornale delle 23:30. Alberico sedeva accanto a Lorenzo tenendogli la mano.
Beatrice occupava una poltrona con Tiziano seduto sul bracciolo
accanto a lei, mentre Margherita si era posizionata vicinissima a Giampaolo, tentando di tanto in tanto di sfiorargli le dita.
Silvia e Frankie stavano rientrando dalla cucina, portando sul vassoio le tazzine del caffè
per tutti.
Fu in quel momento che Margherita sganciò la provocazione: «Ma caro Giampaolo... ma io proprio non le piaccio?».
«Margherita, lei è una donna stupenda, ma…», tentò di barcamenarsi il maggiordomo.
«Si trucca troppo per essere così bella!», s'intromise Alberico acido, fingendo di non vedere il gestaccio che la contessa gli rivolse subito dopo in nome
della noblesse oblige.
Beatrice decise di dare manforte alla madre, guardando il maggiordomo: «Ma signor Giampaolo... non le piace la mamma? Lei è un maggiordomo, d'accordo, ma sappiamo
tutti che è un nobile ed è bello come... come Tiziano».
A quel punto Tiziano, per tutta risposta, prese la mano di Beatrice e la baciò davanti a tutti, lasciando i presenti di stucco.
Giampaolo, pressato da giorni dalle avance della contessa, esasperato dai capricci di Alberico e sconvolto nello scoprire che suo figlio stava baciando la nipote del padrone di casa,
andò in totale cortocircuito e si inventò la prima balla che gli passò per la mente:
«Mi spiace, contessa... Sono gay!».
Cadde un silenzio di tomba. La televisione, per un bizzarro caso del destino, si spense da sola. Gli occhi di Alberico, Lorenzo, Beatrice, Tiziano, Silvia e Frankie si inchiodarono
su di lui.
«Sei gay?», chiese Lorenzo sbarrando gli occhi.
«Ma come, lei è gay?», rincarò Alberico.
«Ma non è possibile, lei gay?!», gridò Margherita sconvolta.
«Papà... sei gay e non mi hai mai detto nulla?», commentò Tiziano a bocca aperta.
«Giuro che non avevo proprio capito che fosse gay, signor Giampaolo», intervenne con voce sommessa Silvia dalla soglia, sostenuta da Frankie che le stava accanto.
«Dio mio, cosa ho combinato...», pensò Giampaolo nel panico.
E mentre nel salotto partiva un coro di commenti concitati, il maggiordomo iniziò a fare dei segni disperati con gli occhi e con le mani verso Lorenzo, come a voler
dire: Non è vero, non lo sono! L'ho detto solo per tenerla lontana!
L'architetto, divertito, gli rispose a cenni mimando con le labbra: Si vede troppo che stai mentendo, se fai così con gli occhi e le mani è pure peggio...
Ma non era finita. Tiziano fece un passo avanti e sganciò la seconda bomba: «Papà, ti voglio bene da morire e ti capisco perfettamente... Anche io ho avuto delle
esperienze gay in passato!».
Tutti si voltarono a fissare il bellissimo modello.
«Ma come? Sei gay anche tu?!», trasalì Giampaolo, sentendosi mancare.
«Oddio, Tizzy, sul serio sei gay?», lo guardò sorpresa Beatrice, che tuttavia non sembrava affatto sconvolta, anzi.
«Ma anche tu?!», esclamarono all'unisono Alberico, Lorenzo e Silvia.
Margherita Regina si alzò in piedi imperiosa, portandosi le mani alla testa: «Mio Dio, ma dove sono capitata?! Giampaolo, mi dica che è una bugia per tenermi lontana...
non posso crederci...».
Prima che Giampaolo potesse aprire bocca per rimediare, Beatrice si alzò a sua volta, affrontando la madre: «Mamma, piantala! Con tutti gli amici gay che frequenti in
America e con un fratello come lo zio, adesso fai la scandalizzata? Ebbene, se proprio lo vuoi sapere, anche io ho avuto dei rapporti con delle mie amiche intime a New York... e mi è pure piaciuto!».
«Sei gay anche tu, Bea?!», esclamarono Lorenzo e Alberico, ormai incapaci di gestire la situazione.
«Ma che bella notizia, Bea! Siamo molto più simili di quanto pensassi!», esclamò Tiziano entusiasta, facendosi avanti per abbracciarla e stamparle un
bacio appassionato sulle labbra.
«Oh, caro, sì!», rispose lei stringendosi a lui.
Silvia guardò Frankie, poi Giampaolo, poi i due signori e infine Margherita, che era rimasta immobile in mezzo al salone, completamente pietrificata dallo shock.
Silvia si voltò
verso il futuro fidanzato americano: «Ma... ma sono tutti gay qui dentro?».
Margherita Regina, con lo sguardo perso nel vuoto, sussurrò l'ultima frase prima che le forze la abbandonassero pensando al film “In & Out”: «Ma cos'è...
un film di fantascienza?!».
Plaf.
La contessa svenne di schianto, crollando morbida sui cuscini del tappeto.
Quattro matrimoni e un’invasione
Milano, maggio 2026, un anno dopo.
Chiesa di San Francesco di Paola, via Manzoni
La chiesa era letteralmente gremita di persone per il matrimonio di Chiara, la figlia del panettiere di viale Piave, e Giuseppe, il figlio della portinaia Luisa ed Enrico. I genitori
degli sposi erano in brodo di giuggiole.
La cerimonia, officiata con calore da don Marco, era stata bellissima e l’orario esatto delle dieci del mattino era stato rigorosamente rispettato, così alle 11:30 tutti
gli invitati erano già stipati in macchina, diretti verso la zona di Abbiategrasso per il pranzo in agriturismo.
In una delle automobili che seguivano il corteo degli sposi e dei parenti stretti, l'atmosfera era decisamente vivace.
Piera – la custode del palazzo accanto a quello di
Luisa – sua figlia, il genero, e il salumiere Maurizio con la moglie Annarita stavano commentando accanitamente la mattinata, meravigliandosi di come Orlando, il panettiere, avesse accettato così di buon grado
come genero il figlio di una semplice portinaia.
«Beh, mica sono dei barboni i portinai!», sentenziò Piera con orgoglio professionale.
«No, certo che no, mamma», rispose la figlia dal sedile anteriore,
«però, insomma, con la bottega che si ritrova, Chiara avrebbe anche potuto scegliersi un dottore».
«Sì, un ginecologo magari!», ironizzò di rimando il salumiere Maurizio, facendo
scoppiare a ridere tutti gli occupanti dell'abitacolo.
Poi Maurizio tornò serio e continuò guardando le donne:
«Dite la verità... voi due eravate sempre lì a spiare il conte e l’architetto dal mattino
alla sera. Da quando hanno venduto l'appartamento di viale Majno e si sono trasferiti in quel super attico in Piazza Duse vi mancano da morire, vero? Vi mancano le loro mance generose e soprattutto il bel Giampaolo, ammettetelo!».
«Scemo!», rispose la moglie, dandogli una gomitata scherzosa.
«Beh, però dopotutto è la verità», intervenne Piera sospirando. «Erano
bravi, educati, davano sempre ottime mance ed erano di una gentilezza d'altri tempi. Vabbè che poi di sopra facevano i festini…».
«Mamma, ma non è vero niente!», la interruppe
la figlia, girandosi sul sedile. «Tu, Luisa, Gregory e l’idraulico avevate decisamente troppa fantasia!».
«Però c’era un via vai in quell'attico che, lasciamelo dire…»,
insistette Annarita, la moglie del salumiere.
«Un via vai che vi faceva morire d'invidia, vero cara?», la punzecchiò il marito salumiere, guardandola sornione.
Cadde un attimo di silenzio. L'uomo aveva colto perfettamente nel segno: era pura invidia per quelle persone allegre, piene di vita e, soprattutto, sfacciatamente ricche, ma al
contempo incredibilmente generose con il personale.
E ora?
«Povero Gregory, il portinaio filippino», riprese a dire Piera con un lungo sospiro malinconico «Adesso su nell’attico ci abitano dei taccagni… volevo
dire, dei milionari americani che manco se viene giù il Padreterno si sognano di sganciare un euro di mancia».
«Già…», le diede manforte Annarita. «Non vi dico quando vengono
a fare la spesa da noi in salumeria. Guardano il centesimo sul prezzo del prosciutto! E poi, mio Dio, che gusti nel vestire… Lui, la moglie e i cinque figli vanno in giro conciati in un modo che sembra di stare negli
allevamenti di vacche di Dallas, insieme a J.R.!».
A quella descrizione scoppiò una risata così fragorosa dentro l'abitacolo che il marito della figlia di Piera, che si trovava alla guida, dovette dare una brusca
correzione al volante e rallentare per non rischiare di uscire di strada.
Fu a quel punto che Maurizio il salumiere domandò: «Ma quegli squinternati milionari del conte e dell’architetto, alla fine, quando si sposano?».
Piera
abbassò gli occhi sul quadrante del suo orologio da polso. «In questo preciso momento, vicino al Lago Maggiore, nella villa di famiglia dell’architetto».
«Oggi?»
«Sì,
anzi, proprio ora… e non sono mica da soli. Fanno un matrimonio triplo, pensate un po'! Esatto, tre coppie insieme. Sapete, loro sono sempre stati dei grandi progressisti».
«Ma guarda come parli
bene, mamma! Si vede che la frequentazione di quei signori prima che andassero via ha fatto bene a tutti voi di viale Majno».
«Cara la mia figlia», concluse Piera stampandosi un sonoro broncio in faccia
tra le risate generali, «dopo la morte di Caterina, la portinaia di via Nino Bixio che a Milano era considerata la più scema di tutte, adesso al primo posto in classifica ci sei ufficialmente tu!».
Mentre in auto tutti continuavano a ridere, la figlia di Piera ricapitolò la situazione a mente alta: «Quindi si sposano l’architetto e il conte, il figlio di Giampaolo
con la figlia della contessa Margherita, e la bella Silvia con l'autista Frankie… Wow! Tre matrimoni in un colpo solo, più questo di Chiara a Milano… Meglio di Dynasty!»
«E che è Dynasty?», domandò il genero alla guida, concentrato sulla strada.
«Te lo spiegheremo strada facendo, adesso schiaccia quel pedale che stiamo perdendo il corteo degli sposi!»
Ispra, Lago Maggiore
Villa Palmer Ricci de Dominicis, Cappella di San Martino
Nel frattempo, la splendida dimora dell’architetto Lorenzo Palmer Ricci si ergeva come un prezioso gioiello d'architettura ai limiti del Parco del Golfo della Quassa.
La
villa godeva di una veduta meravigliosa sul Lago Maggiore, offrendo agli invitati un panorama da mozzafiato sospeso tra l'abbraccio maestoso dei monti, il blu cobalto dello specchio d’acqua e i piccoli paesi arroccati
sulla riva opposta.
Per l'occasione, il giardino delle rose maltesi era stato allestito alla perfezione. I fiori invadevano sontuosamente ogni angolo, declinati nelle sfumature delicate del bianco,
dell'azzurro e del rosa, con qualche vivace rosellina gialla qua e là a fare da contrappunto cromatico al viale principale, pavimentato con sanpietrini dalle tonalità rossicce.
Il prato all'inglese, rasato di fresco, mostrava un verde così brillante che pareva dipinto. Le panchine bianche, arricchite da cuscini di una delicata tinta perla, erano
disposte in file impeccabili.
L’altare, coperto da una preziosa tovaglia in pizzo di San Gallo, era in legno massiccio finemente intarsiato; davanti a esso, sei sedie imbottite ed eleganti, con piccoli mazzi di fiori
legati allo schienale, erano allineate perfettamente a due a due.
Da un lato del parco, un gazebo elegantissimo ospitava i camerieri in livrea, con i frigoriferi già colmi di aperitivi e stuzzichini pronti per il post-cerimonia.
Dall'altro
lato, un secondo gazebo custodiva le bomboniere e il libro dei ricordi, presidiato da due graziose ragazze vestite di giallo pallido, pronte ad accogliere gli invitati.
Gli sposi avevano tassativamente evitato esagerazioni: niente folle oceaniche di parenti, amici dell'ultima ora o sfilate pacchiane di VIP.
Si erano limitati a invitare gli affetti
più stretti, gli amici intimi e pochissime celebrità selezionate: la simpaticissima cantante americana dalla voce tonante, una vecchia gloria della musica inglese accompagnata dalla sua splendida quinta moglie,
due celebri attori cinematografici italiani molto alla mano, l’unico stilista di fama mondiale rimasto ancora in vita – colui che ha vestito le donne più affascinanti del pianeta – e un paio di storiche
cantanti italiane, avanti con gli anni ma ancora stupende.
Insieme a loro sedevano i genitori anziani di Silvia, quelli di Frankie, e il padre del maggiordomo Giampaolo, che era la fotocopia speculare e invecchiata del figlio e del nipote.
Non mancavano gli zii materni del conte Alberico e della contessa Margherita, e la madre ottuagenaria dell’architetto, celebre in tutta Milano per i suoi nove lifting alle spalle (e non solo).
A completare la platea,
vari amici intimi arrivati da Londra, Roma, Milano, Parigi e un paio persino da Los Angeles.
In totale si contavano una quarantina di persone. I parenti erano tutti alloggiati nelle stanze della villa e nessuno si era sognato di eccepire sulla presenza di Silvia e Frankie,
rispettivamente colf e autista, ora elevati al rango di sposi; al contrario, quel matrimonio collettivo veniva considerato dagli ospiti internazionali come un distintivo di assoluta emancipazione, apertura mentale e democrazia.
Mille punti di valore in più per il conte e per l’architetto.
Ma chi mancava all'appello? Naturalmente gli sposi e i loro testimoni.
Per il conte Alberico Varesi-Lanzi i testimoni erano la sorella, la contessa Margherita Regina, e lo zio Aristarco Benedetto degli Ubaldi (fratello della madre).
Per l’architetto Lorenzo Palmer Ricci, il cugino di primo grado Etienne Louis Palmer Ricci.
La bellissima Beatrice Anna aveva al suo fianco la zia Elizabeth Marella Robson Varesi-Lanzi e l’amica del cuore Stephanie Milton-Brest.
Tiziano poteva contare su suo padre Giampaolo e sul nonno, il barone Bruno Stella Arrigoni.
Silvia, invece, aveva come testimoni i genitori Leandro e Loriana Benedetti, mentre a sostenere
Frankie Colt c'erano i suoi genitori, Catheline e Mitch Colt.
Tutti indossavano abiti di un'eleganza impeccabile, merito dell'intervento diretto di Margherita e Alberico, i quali avevano costretto i genitori di Frankie a rimpiazzare i
loro soliti vestiti da cowboy e cowgirl; lo stesso Frankie, per l'occasione, sembrava il capo mandarino di Donald Trump.
Le note della musica d'ingresso risuonarono nell'aria del giardino.
Trattandosi di una cerimonia civile, il rito stava per essere officiato da Archibald Melwyn Trenton Jonathan
Bress-Hauter mayor della città di Winston in inghilterra, un vecchio compagno di scuola di Alberico. Le tre coppie fecero il loro ingresso sul viale, avanzando a due a due .
Davanti a tutti procedevano Lorenzo ed Alberico, entrambi in total look Dior.
Lorenzo indossava un abito grigio scuro sartoriale con camicia bianca dai profili argentei, una camelia
all’occhiello e scarpe di pelle nera lucidissime; i capelli, biondo cenere, erano tagliati corti.
Alberico sfoggiava un completo color panna in perfetto stile anni Cinquanta, anch'egli con una camelia all’occhiello,
scarpe e accessori color tabacco, e i capelli ondulati che gli scendevano scalati fino al collo.
Dietro di loro avanzava la splendida Beatrice Anna che, svettando sui tacchi, raggiungeva con la fronte l'altissimo Tiziano, superando i due sposi davanti di almeno quindici centimetri.
Indossava un abito bianco, lungo e dalle linee estremamente semplici, che ricordava lo stile di Catherine Middleton; con i lunghi capelli biondi lasciati cadere in morbide onde, appariva come una regina delle fiabe.
Non portava
alcun gioiello eccezion fatta per l’anello di fidanzamento, e nessuna scollatura esagerata: era talmente perfetta nella sua grazia che alcuni ospiti sussurrarono che sembrasse finta.
Al suo fianco, Tiziano, con i capelli leggermente più corti del solito, indossava un abito blu notte, camicia bianca, cravatta azzurra e scarpe nere.
Era talmente magnetico
che sia la cantante americana sia le cantanti italiane si scambiarono uno sguardo assassino; il suo fisico scultoreo risaltava a ogni passo, con i bicipiti e il fondoschiena da urlo che si delineavano nettamente sotto il tessuto
dei pantaloni.
Infine, ecco Silvia e Frankie. La ragazza, con i capelli elegantemente raccolti, indossava un tailleur in stile Chanel bianco e rosa pallido, abbinato a un cappello a falda larga in
tinta, scarpe con il tacco coordinate e due semplicissimi orecchini di perla.
Molti invitati rimasero a bocca aperta davanti a quella grazia innata, che le vecchie divise da cameriera avevano sempre ingiustamente nascosto.
Frankie, dal canto suo, avanzava con l'andatura tipica di un cowboy stitico, nel disperato tentativo di trattenere un minimo di finezza nel camminare.
Indossava un abito scuro,
a metà tra il grigio fumo e il nero (la contessa si era opposta fermamente al completo marrone tabacco che avrebbe voluto mettere), camicia bianca e cravatta argentea. L'unico compromesso erano stati gli stivali:
i promessi sposi avevano dovuto cedere, a patto che fossero rigorosamente neri.
La musica era iniziata, le tre coppie erano ormai giunte in prossimità delle sedie e l’officiante era pronto ad aprire i registri per dare inizio al rito. Fu in quel preciso
istante che un urlo lacerante squarciò l'inizio del prato fiorito, interrompendo la marcia:
«Noooooo! Questo matvimonio non si deve fave senza di me!»
Silenzio.
Shock generale.
Tutti si voltarono di scatto verso la provenienza di quella voce.
Giampaolo Stella Arrigoni sudò freddo.
Margherita Regina, Beatrice Anna, Silvia e altre signore presenti tra
il pubblico si trattennero a stento dallo svenire per l'ennesima volta.
I due sposi principali, Lorenzo ed Alberico, corsero immediatamente lungo il viale verso la figura in fondo al prato, seguiti a ruota da Archibald,
Giampaolo, da suo figlio Tiziano e dallo scattante nonno, il barone Bruno.
«Senza di me non vi sposevete!», ripeté la donna con una vistosa ed elegantissima erre moscia.
«Mamma?!», esclamò Tiziano, sgranando gli occhi azzurri.
«Margareth…», sussurrò Giampaolo, raggelandosi.
«Nuora… ehm, volevo dire, ex nuora!», commentò nonno Bruno.
«Ma chi cavolo è questa qui?», domandarono all'unisono l'architetto Lorenzo, il conte Alberico e Archibald, l'officiante della cerimonia.
«Mia madre!», spiegò Tiziano.
«La mia ex compagna!», chiarì Giampaolo.
«La mia ex nuora!», concluse nonno Bruno.
E a quel punto, davanti a quel groviglio araldico, Alberico svenne di schianto sul prato.
Margareth Aldobrandi Veneziani si era presentata in villa accompagnata dal secondo figlio, Anthony Robert, avuto dal marito australiano.
Quest'ultimo era tragicamente morto cinque
anni prima, ucciso in modo bizzarro da un pesante casco di banane lanciatogli dritto in testa da un koala irrequieto, durante una visita a una riserva protetta nei pressi di Perth, in Australia.
Essendo da poco schiattata
anche la sua opprimente madre, la marchesa De Paoli di Torino, Margareth era tornata in Italia mossa dal desiderio di essere perdonata dal primogenito, da Giampaolo e da Bruno.
Fu così che, un'ora prima che iniziasse ufficialmente la cerimonia, dopo che Giampaolo, il padre e il figlio ebbero concesso il loro dignitoso perdono alla ex compagna,
Tiziano si ritrovò improvvisamente tra le braccia un fratello bellissimo, più giovane di lui di cinque anni.
Ovviamente, davanti a quel nuovo dispiegamento di fascino maschile, la marchesina Olivia Diana Torrani
di Leuca – l’amica del cuore di Beatrice – fece paf e svenne sul colpo sul prato delle rose maltesi.
Alla fine, tra spiegazioni dettagliate, lacrime di riconciliazione e una parte di ospiti che cominciava francamente ad annoiarsi, l'atmosfera si sciolse.
Per ingannare l'attesa,
la simpaticissima cantante americana e le due storiche cantanti italiane si accordarono improvvisamente per improvvisare un terzetto, decidendo lì su due piedi di incidere un brano insieme nel prossimo futuro.
Tra chi
era dovuto scappare in bagno e chi si era rifugiato al fresco della cappella, con un'ora e mezza di ritardo la cerimonia poté finalmente avere inizio, rinfrescata da una piacevole e provvidenziale brezza che saliva
dalle acque del lago Maggiore.
La Luna sul Lago
Dopo la solenne cerimonia, il sontuoso pranzo a base di ravioli di branzino, i balli scatenati, i regali e i brindisi di rito, la memorabile giornata volse al termine.
Verso le ventidue
e trenta, la maggior parte degli ospiti fece ritorno negli alberghi di Ispra o verso Milano, mentre i parenti più anziani si ritirarono discretamente nelle stanze messe a disposizione all'interno di Villa Palmer
Ricci Dominicis.
Giampaolo, dopo aver scambiato le ultime parole con Margareth e con il giovane Anthony Robert, sentì il bisogno di isolarsi.
Seguendo un sentiero di ghiaia dolcemente illuminato
da piccoli faretti nascosti tra le siepi, si ritrovò ai confini della proprietà dell’architetto. Scorta una panchina di pietra che si affacciava sul lago, si sedette a respirare la frescura della sera.
Il cielo era una distesa infinita di luci e la luna piena brillava alle sue spalle, alta allo zenit.
Sentì dei passi leggeri e, un istante dopo, qualcuno si sedette sulla panchina accanto a lui. Giampaolo non ebbe nemmeno bisogno di girarsi per capire chi fosse: aveva riconosciuto
all'istante il profumo inconfondibile di Margherita Regina.
«Che cosa strana, vero?», ruppe il silenzio la contessa.
«Cosa, Margherita?»
«Che la tua ex compagna si chiami esattamente come me, anche se nella variante inglese», disse, accennando un sorriso malinconico.
«Non avrei mai immaginato di ritrovarmela qui, oggi. Credevo ci avesse dimenticati da troppi anni, ormai».
«Beh, non è mai troppo tardi per i pentimenti, Giampaolo».
«O forse per la mancanza di pecunia, o per la paura della solitudine», commentò l'uomo con una nota di realismo.
«Oppure, semplicemente, per capire la grandezza di ciò che si è perso anni fa», rispose lei.
Margherita si voltò a guardare quel bellissimo maggiordomo cinquantenne che dimostrava a malapena quarant'anni, pensando tra sé a quale splendida coppia avrebbero
potuto formare insieme.
Giampaolo avvertì la delicatezza di quel pensiero, si voltò a sua volta verso di lei e sorrise. La contessa si perse per un attimo nelle pupille limpide e azzurre dell’uomo.
«E
dimmi… pensi di tornare con lei?»
«Ti sei accorta che ci siamo dati del tu?», osservò lui con un sorriso sornione.
«Pensi di tornare da lei?», ripeté Margherita, ignorando deliberatamente la provocazione, ma l'aplomb dell'uomo era fin troppo intelligente per non
cogliere l’ansia in quella domanda.
Giampaolo le prese delicatamente la mano e le sfiorò le dita con un bacio lieve, quasi impercettibile. Margherita sentì il cuore fare un balzo, sentendosi quasi venire
meno.
«Direi proprio di no, Margherita, e in fondo lo sai bene anche tu. Abbiamo parlato chiaramente prima», continuò lui, volgendo nuovamente lo sguardo verso
le acque scure del lago.
«Sapendo che adesso lavoro come maggiordomo, Margareth non è riuscita a trattenere la sua solita sufficienza, esattamente come ventotto anni fa. Dopo le sue scuse formali, ho osservato
l'abbraccio tra lei e Tiziano. Mio figlio mi ha confessato candidamente di non provare assolutamente nulla per lei, se non una profonda pena per una madre che ha visto solo quattro o cinque volte in tutta la sua vita,
quando era un bambino. Guardando Tiziano, ho provato pena per lui e anche per Margie. Non provare nulla per la propria madre è una cosa terribile, e lei si accorge solo dopo ventotto anni che le mancava il primogenito…
Non voglio nemmeno pensarci. Mio padre Bruno perse la mamma, che amava immensamente, quando io ero solo un ragazzo; nello stesso periodo decadde il nostro titolo nobiliare e lui soffrì moltissimo, ma restò un
uomo integro».
«Sì, è davvero terribile», convenne Margherita in tono sommesso. «Io mi lamento continuamente di mia figlia, eppure in questi mesi trascorsi a Milano
ho scoperto quanto io sia stata egoista e poco attenta alle sue reali esigenze. Beatrice Anna è una ragazza straordinaria, anche se decisamente viziata».
«Tutti i figli lo sono, Margherita, anche quando cercano di non darlo a vedere».
«Sono sicura che Tiziano la renderà felice, e che Beatrice farà lo stesso con lui».
A quelle parole, Giampaolo scoppiò a ridere di gusto. La contessa lo fissò, sorridente ma non del tutto convinta dal motivo di quell'ilarità.
«Due creature stupende come le nostre, Margherita… libere, dalla mentalità aperta e con le loro brave esperienze alle spalle… Vedrai, cara, che…».
L'uomo si alzò in piedi e le porse la mano con cavalleresca eleganza. Margherita la afferrò e si sollevò dalla panchina. Giampaolo posò con naturalezza
il braccio di lei sotto il proprio, e insieme si incamminarono lungo il sentiero verso le luci della villa.
«Vedrai che il loro matrimonio durerà fino alla fine dei loro giorni. Avremo dei bellissimi nipoti e loro otterranno un successo clamoroso… come marito e moglie,
ne sono assolutamente certo».
«Ah! Ecco perché ridevi prima… Sai che forse hai perfettamente ragione?»
«Ma guarda là in fondo, Margherita», continuò Giampaolo indicando il porticato. «Margareth ha già saldamente addocchiato l'officiante
Archibald. Avrà sicuramente saputo che è rimasto vedovo da poco, ahah… Non è cambiata di un millimetro, e dal mio punto di vista è molto meglio così».
«Anche dal mio», pensò la contessa, stringendosi impercettibilmente al braccio dell’uomo.
Poco più in là, sul prato, Tiziano e il giovane Anthony Robert si stavano scambiando un caloroso abbraccio fraterno.
«Beh, almeno a quanto si vede, mio figlio ha trovato un fratello. Ho notato nello sguardo di Anthony una bella intelligenza, ho la netta sensazione
che quel ragazzo sia totalmente diverso dalla madre».
«Lo spero sinceramente, Giampaolo. Anche se vedo che la marchesina Olivia pende già letteralmente dalle labbra del biondino…».
«Vedi? Magari l’anno prossimo ci ritroveremo qui a festeggiare il quinto matrimonio».
«Il quinto? Vorrai dire il quarto!», lo corresse lei con lo sguardo carico di speranza, augurandosi nel profondo del cuore che quel quarto
matrimonio potesse essere finalmente il loro.
«No, cara, oggi si sono uniti in matrimonio anche Chiara, la figlia del panettiere di viale Piave, con Giuseppe, il figlio della portinaia Luisa».
«Ah, quella pettegola tremenda! Ahah, mamma mia…».
«Ma no, sono solo donne sole o non del tutto soddisfatte della propria vita, ma in fondo Luisa è una buona persona… Tranne che con
suo marito Enrico, poveretto».
Risero insieme di gusto, avvicinandosi al gruppo degli sposi che brindava sotto il porticato.
«Giampaolo, sia chiaro: d’ora in avanti ci daremo rigorosamente del tu».
«È la stessa identica cosa che mi hanno intimato di fare poco fa Lorenzo ed Alberico».
«Giampaolo…», disse lei, fermandosi di colpo sul viale e guardandolo dritto nelle pupille.
Margherita Regina appariva magnificamente bella avvolta in quel suo abito da sera color pervinca. Era una donna ricca, più giovane di lui di tre anni, dotata di grande classe,
intelligenza e con uno svenimento decisamente facile: per Giampaolo rappresentava senza dubbio una splendida opportunità per il futuro.
«Ma io proprio non ti piaccio?», domandò la contessa con assoluta sincerità. «Non potresti, un domani, innamorarti di me?
Oh, volevo dire… non potremmo tentare di instaurare una vera relazione tra noi?»
«Cara Margherita…», rispose Giampaolo fissandola negli occhi con totale, trasparente onestà. «Io mi ero ripromesso di non avere mai più relazioni
stabili nella mia vita, non sono un santo, ma ho sempre preferito mantenere la mia indipendenza. Non ti dico che un domani io non possa cambiare idea, l'orizzonte è aperto… Ma Margherita, tu sei una donna
splendida sotto ogni punto di vista, e io sarei solo un ipocrita e un volgare approfittatore se oggi ti dicessi di sì unicamente per la tua posizione».
La contessa abbassò teneramente lo sguardo, incassando il colpo con grazia. Giampaolo, con un gesto di infinita dolcezza, le sollevò delicatamente il mento con le dita
e le impresse un bacio leggero, casto e protettivo sulla fronte.
«Margherita, lasciamo fare al tempo e al destino. Restiamo ottimi amici per adesso… e poi, domani si vedrà».
L'uomo le rivolse un sorriso rassicurante e la contessa, ricacciando indietro le lacrime di commozione, contraccambiò di vero cuore.
«Mamma! Giampaolo! Venite qui a fare il brindisi!», la voce festosa di Beatrice Anna risuonò nel buio del giardino, richiamandoli sotto le stelle. I due si scambiarono
un ultimo sguardo d'intesa e si avviarono a passo fiero verso i loro ragazzi.
La luna piena, alta nel cielo della sera insieme a un tappeto di stelle lucenti, sembrava cantare una dolce melodia sulle acque del lago. La serata era ancora magnificamente lunga, così
come il tempo delle cose che dovranno ancora accadere. Ma dopotutto, lo sappiamo bene…
"Non tutto è come sembra."
Giampaolo Daccò Scaglione.