lunedì 30 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *UN MATTINO DI PIOGGIA BENEFICA*

“Ci sono mattine in cui la pioggia non porta tristezza, ma un senso di pace. È una pioggia che lava via il caldo dell’estate, che profuma di caffè, di casa, di animali che ti corrono incontro, di voci familiari che riempiono le stanze. Sono quei mattini semplici, imperfetti, pieni di piccole cose che fanno bene all’anima.”

ESTATE

*UN MATTINO DI PIOGGIA BENEFICA*


Firenze, 1° settembre

Un mattino d'estate, uno di quelli che iniziano con un'alba rosata e poco dopo con il sole che nasce dall'orizzonte, il cielo si tinge di un celeste tenue, lasciando arrivare un soffio di aria tiepida e dolce per risvegliare dal torpore del sonno nelle notti d'estate.

E voi ci credete ancora a queste palle? Guardate un po' cosa capita a Mauro nel suo primo giorno di vacanza, tornato a casa dopo settimane in trasferta a Dubai.

Mauro Dragoncelli, ingegnere cibernetico, trentadue anni, alto, bello, fisico bestiale che fa girare la testa a donne, uomini e perché no? Anche a cani e gatti (non saprei le mucche).

E tremendamente fedele a Silvia De Roderi, altra bella ragazza, designer in un famoso studio in centro a Firenze. Nota non solo per le belle gambe ed altro ma soprattutto per la sua pungente ironia.

Mauro Dragoncelli, si sveglia di buon mattino con le sue convinzioni:

*Ah che bello svegliarsi pensando a questa giornata dove finalmente posso godermi il primo giorno di ferie, che continuerà fino a fine mese dopo un anno di lavoro impegnativo.*

Uno spiraglio di luce attraversa la persiana e disegna un fascio chiaro sul muro accanto al letto. 

Apre gli occhi, ancora immerso in quel torpore caldo che lo avvolge appena sveglio dopo una notte di sonno profondo. 

*Bestia! Finalmente un po' di verde, di arietta fresca e non più grattacieli e deserto ovunque... beh a parte il mare!* argomenta tra se e se mentre si stiracchia i muscoli delle braccia e cosce allungandosi nel letto.

Subito l’aroma del caffè che sale dalla cucina al piano terra lo raggiunge, e già pregusta il piacere di berlo in giardino, all’ombra, prima che spunti definitivamente il sole. 

Ma una voce dolce proveniente dal salotto di sotto, con tono di comando lo riporta alla realtà.

«Ehi trappolone gigante, scendi! O il tuo caffè lo do alla vicina ficcanaso che ti guarda sempre il cu... ehm il fondoschiena! Muoviti! Tra un po’ dobbiamo uscire. Hanno telefonato i nostri amici, ci aspettano per la colazione in città!» 

«Scendo subito! Tesoro» risponde allegro pensando *Maremma... che grinta oggi la mia pupattola!*. 

«Ah… a proposito: piove a dirotto!»

Mauro non vede il risolino malefico sulle labbra di lei - *Altro che metterti i pantaloni e la maglia di lino bianco quasi trasparenti per farti notare amoruccio mio!*

*Ma come?... Oh no! Ma porcaccia la mis... Proprio oggi!*

Piove? 

E fa pure freschetto. 

Mauro in boxer, a petto nudo con tutti i muscoli in evidenza e la pelle d'oca (e si anche ai Superman viene la pelle d'oca quando fa freschetto, che credevate?), si infila ciabatte e maglietta di cotone pesante e scende in cucina per versarsi il caffè.

"Arriva il babbo ragazzi!" sogghigna Silvia mentre inzuppa nel caffè un biscottino.

Mauro scende gli ultimi due gradini della scala che viene travolto da una massa di pelo chiaro di almeno sessanta chili: due zampate sul petto, pardon sui pettorali magnifici, due *bau bau.!* piuttosto cavernicoli.

*Accidenti quanto pesi Bartolomeo* pensa Mauro cercando di accarezzare il grossissimo pastore maremmano convinto di avere il peso di un cocker, mentre sbava felice su Mauro o meglio su i suoi muscoli.

Silvia a momenti si ingozza per ridere quando li vede rotolare per terra. Ovviamente è stato il cane a far cadere Mauro, sapendo che lui fingerà di averlo steso per giocarci e lei fingerà di crederci, ovvio.

Fuori, sul davanzale fiorito, la gatta guarda sorniona l'uomo che dopo essersi lavato le mani e dato un bacio a Silvia si  gira a guardarla.

Minou grande attrice come sanno di esserlo tutti i gatti, lo aspetta per la pappa mattutina, miagolando come se non mangiasse da tre giorni... O forse di più secondo lei.

Tra cane, gatto e moka riesce comunque il povero e muscoloso Mauro ad abbracciare di nuovo il suo amore.

*Però che muscoli s'è fatta la mia bimba* pensa guardando il bellissimo volto e poi le tornite gambe accavallate con grazia della moglie 

«Buongiorno, tesoro.» 

«Mmmm… giorno.» 

La voce di Silvia De Roderi, solitamente sensuale, ora è impastata da un biscotto al cioccolato. 

Fuori continua a piovere forte.

Mauro sorseggia in piedi la sua tazza profumata di quel caffè nero bollente, mentre lo fa, una saetta occupa il bagno prima di lui.

«Fregato!» pensa evitando parolacce toscane imparate dal nonno materno, Riccardo Benzori Faldini Cavaliere della Repubblica Italiana dal 1968, donnaiolo ovviamente. 

Allora visto che Silvia è scomparsa in bagno per almeno mezz'ora, Bartolomeo sta rosicchiando un osso di bufalo, Mauro decide a dare la pappa ad una Minou talmente miagolante da far scappare dal bosco anche Biancaneve.

Minou, la "povera" gatta affamata da *quattro giorni* che gli si affianca ancheggiando, miagolando senza sosta. 

«Oggi bocconcini di pesce… ti vanno bene?» 

«Gu!» 

*Gu? Allora va bene. La conosco: è il suo sì.*

La furia pelosa bionda - il cane - gli sfreccia accanto con la pallina in bocca, mentre un’altra palla blu viene sorvegliata a vista. 

*Ma non stava rosicchiando il suo osso di bufalo?*

«Bau!» con rimbombo nella sala da pranzo.

«Ho capito, hai voglia di giocare…»

I cinque minuti successivi lasciano senza fiato il super eroe, correndo dietro a quella peste e alle sue due palline. Dal balcone di fronte la vicina, che lo spiava da qualche minuto saluta:

«Buongiorno signor Mauro! Come va signor Mauro? Ho visto che è tornato ieri sera, signor Mauro!» 

Con quella voce da bambina scema nonostante i cinquant'anni e passa, convinta di esser seducente.

Mauro trattiene un *te ce mando io e ce vai tu da sola?* e sono almeno tre anni da quando abitano lì, l'uomo si chiede perché lo chiama sempre così: *signor Mauro* ogni due secondi in una frase. 

Poi ricorda che… non ricorda mai il nome della tardona dai capelli rosso fiamma appesa alla finestra dall'altra parte del muro di cinta che divide le due proprietà.

«Buongiorno anche a lei signora... ehm, tutto bene grazie. Lei?» 

E prima che la rossa dalla vocina infantile dica qualcosa, il marito per fortuna la richiama con una voce terribile e lei scompare dietro i vetri non prima di aver salutato il bel manzo con la manina cicciosa.

«Trappolo, sei ancora fuori col cane?» dalle scale la voce di Silvia lo richiama e Mauro rientra.

«Sì tesoro, ora mi preparo!» risponde verso la figura di lei in cima al ballatoio.

Rientra. chiude la porta finestra, sale in camera e si infila nel bagno padronale. 

Fischiettando si rade la barba, poi entra in doccia dove, ovviamente con la spugna massaggia i torniti muscoli, si sente talmente in forma e bello che farebbe l'amore da solo.

*Ma che vado a pensare visto che ho una moglie da mille e una notte di là che mi aspetta???*

Finalmente Mauro si veste. Velocissimo.

*Ma chi è Superman???* pensa guardandosi allo specchio in pantaloni  blu e camicia bianca sul volto abbronzato e quegli occhi verdi da assassino che stendono decine di donne.

«Ti sei già messo due litri di profumo?» 

Dice in modo spiritoso Silvia mentre i suoi occhi scuri ridono intanto si infila la cintura  nei pantaloni bianchi ed i capelli lunghi le coprono il bel viso leggermente truccato. 

«Sì, mi sa di sì. Neanche  fosse la Bellucci!» continua mentre alta la testa facendo svolazzare ile onde dei suoi meravigliosi capelli

«Ma no, è il deodorante Silvia. Tra poco metto il profumo, ma solo due gocce.» 

«Mezzo litro come sempre.» ridacchia lei, mentre Mauro fa una mossa come inseguirla di colpo.

Lei scappa giù per le scale chiedendo aiuto. 

Mauro si guarda allo specchio sistemandosi i capelli biondo scuro: *Vi pare possibile che i weekend siano sempre così?*

I due piccioncini finalmente salgono in auto uscendo dal garage a fianco alla loro villetta, Bartolomeo e Minou sono affacciati tra le fessure della recinzione. 

Minou guarda Silvia e Mauro e volta gli occhi verso il cane.

*Pensi che ce la faranno ad arrivare senza incidenti?*

*Se lui non si guarda continuamente allo specchietto retrovisore rimirandosi gli occhi verdi e lei non sta al cellulare con le amiche a testa bassa, hanno molte probabilità di arrivare a Firenze senza danni.*

*Hai ragione Meo, speriamo che tornino per il pranzo, ho già fame.*

*Speriamo carina.*

Più tardi, in macchina, osservano le colline verdi sotto un cielo plumbeo. La pioggia ha smesso e il panorama è limpido. 

Silvia e Mauro in silenzio, mentre la strada corre dritta verso quelle alture morbide, si sorridono e si sentono rilassare sempre di più. Le loro mani si incontrano con dolcezza.

Un vento forte fa ondeggiare robinie e pioppi ai bordi della strada. Le nuvole scure viaggiano veloci sopra di loro. 

Ben presto la città appare: tranquilla, quasi addormentata.

Alcuni stormi di uccelli volare alti. 

Mauro pensa: *Capisco che l’estate sta andando verso la fine, altro che albe rosate, sole e cieli azzurri, come il pensiero che ho avuto questa mattina appena sveglio.*

«Il sapore dell’autunno è ormai alle porte.» dice ad alta voce Silvia, appoggiando la mano sulla coscia di lui.

Mauro mette la freccia a destra, imbocca l’uscita della tangenziale, e la città li inghiotte tra le sue case, facendo scomparire quel paesaggio naturale e bellissimo.

Intanto da lontano verso i colli, il cielo si apre lasciando passare l'azzurro, il sole dietro sembra dire: *Col cavolo che farò arrivare presto l'autunno, dovrete sudare ancora un po'. Promesso.*

Un vento forte da nord incomincia a spazzare le nubi scure, eh già l'estate non finirà così presto.

"Quando la pioggia smette e il cielo si apre, resta solo la sensazione di aver vissuto un mattino buono, di quelli che non fanno rumore ma ti restano addosso. E mentre la città ci inghiotte tra le sue strade, porto con me il profumo del caffè, il gioco di Bartolomeo, il miagolio di Minou, e quella quiete che solo la pioggia sa regalare.”

Mauro.

Giampaolo Daccò Scaglione

 

sabato 28 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *SOPRA I TETTI DELLA CITTA’*

 “Sui tetti, la città cambia volto. Diventa un piccolo teatro sospeso tra comignoli, antenne e tegole calde di sole. E in quel teatro, i veri protagonisti non sono gli uomini, ma i gatti: eleganti, vanitosi, litigiosi, liberi. Da quassù, ogni storia sembra più leggera, e ogni miagolio diventa un racconto.”

FINE ESTATE

*SOPRA I TETTI DELLA CITTA’*


Settembre 2012 - Valle San Bartolomeo (Alessandria) Colline Monferrato, Piemonte

Oggi c’è troppo movimento qui attorno.

Volevo leccarmi in santa pace le mie adorabili zampette crogiolandomi al sole e godermi le colline poco distanti prima che l’autunno arrivi.

Volevo stare un po’ da sola, ma a quanto pare la "Fiera del Gatto" ha deciso di riunirsi proprio qui, sul tetto sopra la mia casa.

Be’, la casa di Paolo, il mio papà umano.

Eccolo che arriva facendo finta di niente.

Viene qui ogni fine settimana, e io vorrei che tutti questi mici smettessero di gironzolare sul mio tetto, non ne hanno uno loro da starci? 

“Uffa, Meu-meu…”

E infatti eccolo, il primo scocciatore dal pelo rosso come una carota.

«Miao Micha, come va?»

Dio, quanto mi sta antipatico.

«Oh, miao Muschio!» - (Che razza di nome gli hanno appiccicato i suoi umani?)

«Che ci fai qui sopra?»

Lo guardo come si guarda una rana spiaccicata sui fari di una macchina. Che ci faccio? È il "MIO" tetto, sciocco.

«Niente, mi godo il panorama.» rispondo elegante.

Perché oltre che bella, sono anche tremendamente chic. Lui scuote la testa, fa tintinnare il campanellino del suo collare rosso e mi sorride.

Patetico.

«Una miciona come te dovrebbe stare nel suo giardino… Verresti a bere un po’ di latte nel mio cortile?»

Miciona a me? Ma come si permette? Ma manco morta avvelenata.

«No grazie, ho appena fatto una buonissima colazione.»

Eppure resta lì. Non se ne va.

E come se non bastasse, arrivano anche quei due: Bibì e Bibò.

La loro padroncina li chiama Ettore e Achille - che fantasia, davvero - ma per me restano due soriani convinti di aver vinto "Mister Micio 2012."

«Ehi piccioncini!» fa quello più cretino.

«Cos’è, una nuova storia d’amore sui tetti?» subito fa eco l’altro. Tant'è che mi torna in mente la sigla musicale di  "Stanlio ed Ollio".

«Magari!» aggiunge Muschio con un fare speranzoso che mi vien voglia di dargli uno spintone e farlo cadere giù.

«Micha è così carina che non oso farmi avanti…»

E scoppiano a ridere tutti e tre. Che stupidi. Se solo osasse, gli darei una zampata da ricordare.

Sto per sbadigliare quando una miagolata sciocca ci fa voltare tutti. È lei. Selene.

«State facendo annoiare Micha, discolacci… O forse ha mangiato troppo e ingrassa sotto il sole? Ciao  cara.» Le faccio una smorfia.

Quella non si è mai guardata allo specchio: una pantera spelacchiata che miagola come una in calore a tutti i maschi della zona. Con quel pelo giallo sembra Maga Magò.

«Ma no cara Selene.» miagolo dolcemente «Sono solo rilassata al sole. Anzi, penso proprio che mi metterò a dormire…»

«Beh certo, alla tua età ci si stanca presto.»

Alla mia…? Ah, gelosa com’è, questa gliela servo.

«Può darsi CARA! Però non corro più dietro alle palline di gomma lanciate e poi a rincorrerle come una povera defic... Ehm una lattante per far ridere i  tuoi... volevo dire i padroncini... Intendevo in generale.»

Intanto mi lecco lentamente con fare signorile una zampa, mentre lei mi guarda come se volesse fulminarmi.

Bibì, Bibò e Cucù, i tre idioti scoppiano a ridere rotolandosi sulle tegole. Selene emette un soffio isterico. Io spero che cadano finalmente tutti dal tetto - ma tanto con le nostre sette vite non schiatta nessuno.

Meglio chiudere gli occhi e fingere di dormire. Lei intanto rimiagola in calore.

«Ragazzi, venite da me! Ho una ciotola piena di crocchette e una scodellina di latte. Lasciamo in pace quella zitellona!»

A me zitellona? Meglio così che gattamorta in calore come lei.

Dopo cinque minuti, dal cortile di Selene volano due scarpe e una voce maschile urla:

«Idiota di una micia in calore! Mi porti tutti i maschi del vicinato e devo pure mantenerli? Disgraziata! E non prendi neanche un topo! Via di qui, bestiacce! E tu in cantina!»

Che macello. Che fughe. Li guardo scappare e rido soddisfatta.

Finalmente sola. Mi stendo sulle tegole, pigra e tranquilla. Con un occhio aperto guardo la finestra della camera dei miei genitori. 

Oggi mi hanno portato una pappa buonissima: pesce e fegato. Mi sono leccata i baffi.

Vedo Paolo alla finestra. Alzo la testa per farmi vedere.

«Miao.»

Non mi nota. Poco importa. So che mi vuole bene. E soprattutto so che non sono al posto di Selene e dei tre stupidi vicini.

«Miao.» 

Ah, che relax. E poi la chiamano vita da gatti.

"Quando il sole scende e i tetti si tingono d’oro, tutto torna al suo posto: i gatti spariscono nei cortili, le finestre si chiudono, il silenzio riprende il suo spazio. E resta solo una gatta distesa sulle tegole, sorniona e soddisfatta, certa che - almeno per oggi - il suo regno è salvo."

Giampaolo Daccò Scaglione

 


giovedì 26 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *LA SPERANZA DI RITROVARTI*

"Ci sono incontri che durano pochi minuti ma restano per tutta la vita. A volte basta uno sguardo, un gesto, un nome sussurrato con timidezza per aprire una ferita che non si richiuderà più. Questa è la storia di un ragazzo incontrato per caso, e della speranza - ostinata, fragile, luminosa - di poterlo ritrovare."

INVERNO

*LA SPERANZA DI RITROVARTI*


Milano, dicembre 2009

Avevo pensato a lungo se scrivere ciò che sto per raccontare o se tenerlo per me, per non suscitare pietà o commiserazione. 

Alcuni amici conoscono già questa storia, ma ogni volta che ci ripenso è come ricevere una pugnalata nello stomaco.

Era dicembre, pochi giorni prima di Natale. 

Ero lontano da casa per lavoro quando ricevetti una telefonata inaspettata da Ezio: «Ti prego, dobbiamo fare qualcosa.» 

Quelle parole mi lasciarono senza fiato.

Mi raccontò che, passando in centro per una commissione, aveva visto un ragazzo chiedere l’elemosina. 

Di solito non la facciamo: troppe vittime degli strozzini, troppi soldi che finiscono nelle mani sbagliate. Ma dalla sua voce capii che quel ragazzo era diverso. 

Gli aveva portato una cioccolata calda, una brioche, e qualche moneta. E qualcosa, in lui, l’aveva colpito profondamente.

Il sabato mattina, appena rientrato, decidemmo di andare in centro. Voleva mostrarmelo. 

Ero preoccupato, la situazione mi sembrava strana, ma non dissi nulla. 

Lo vidi poco distante: avrà avuto vent’anni, forse meno. Era seduto per terra, capo chino, con jeans strappati, un giubbottino di lana e una sciarpa sottile. 

Faceva un freddo pungente.

Provai un senso di rimorso. Entrammo nella pasticceria vicina, prendemmo un caffè e una grande tazza di cioccolata calda per lui. Quando ci avvicinammo, il ragazzo alzò lo sguardo. 

E quello sguardo mi paralizzò.

Tenevo il bicchiere in mano come un idiota, incapace di muovermi. Sentii un tocco sul braccio, mi riscossi e glielo porsi. 

«È per te…» riuscii a dire. Lui sgranò due occhi azzurri, incredibilmente tristi e sorpresi.

La voce di Ezio accanto a me aggiunse: «Bevila, è calda. Ti farà bene. E tieni anche questi…» Alcune banconote scivolarono nella sua mano.

Ci ringraziò con un sorriso così triste e sincero che mi si spezzò qualcosa dentro. Abbassai lo sguardo. E lo vidi.

Gli mancava la gamba sinistra dal ginocchio in giù. E due dita della mano sinistra.

Un gelo mi attraversò l’anima. Guardai Ezio negli occhi e lessi una pietà infinta, con un nodo alla gola chiesi d’istinto: «Come ti chiami?»

Il ragazzo guardò alla sua sinistra. Un uomo, poco distante, ci osservava. Poi rispose piano: «Goran, signore… mi chiamo Goran. Ora io…» Avevamo capito. Era sorvegliato.

Lo salutammo e ci allontanammo. L’uomo si avvicinò subito a lui.

Il giorno dopo tornammo, ma non c’era più. Forse non si chiamava nemmeno Goran. E capii perché il giorno prima mi era stato detto: «Dobbiamo fare qualcosa.»

Per un anno intero ci pensammo. Come rintracciarlo? Anche rivolgersi alla polizia sarebbe servito a poco. 

Quando mi aveva guardato, si era smosso qualcosa che non provavo da anni: un senso di paternità che avevo tenuto sepolto per non soffrire. 

Goran aveva i miei stessi occhi, lo stesso colore e una tristezza infinita dentro.

Immaginavo di poterlo aiutare, curare, farlo studiare, strapparlo a quel clan che sfrutta ragazzi come lui. 

Pensavo che, se avessi avuto un figlio, gli avrei dato tutto l’amore che a me era mancato. Lo avrei seguito, protetto, responsabilizzato. Avrei…

Milano, dicembre 2010. 

Un’altra telefonata: «È tornato. C’è ancora.»

Il cuore mi balzò in gola.

Il sabato eravamo di nuovo lì, con un cappuccio caldo e una brioche. Goran era seduto nello stesso punto, infreddolito. Non ci riconobbe subito, ma quando pronunciammo il suo nome, sorrise spalancando gli occhi.

Provai una rabbia feroce. «Prendi la macchina. Lo convinciamo a salire e lo portiamo via.» 

«Sei impazzito Paolo? Ma che dici?» 

«No. Facciamolo, ti prego…»

Il ragazzo ci guardò confuso e volse lo sguardo verso l’angolo della via. Lo stesso uomo era lì.

«Paolo, andiamo via. Se chiamiamo i carabinieri forse servirà, ma non ora. Non qui.» Ezio mi prese per un braccio e ci allontanammo.

«Ti rendi conto che sarebbe un sequestro? E cosa potremmo offrirgli, con le situazioni che ognuno di noi ha? E chi affronta quella gente?» 

Aveva ragione. Dannatamente.

Ma io l’avrei fatto. L’avrei fatto davvero.

Non mangiai nulla quel giorno. La rabbia mi divorava. Perché non si può fare niente? Perché succedono queste cose? 

Perché esistono persone che sfruttano ragazzi così? E chi può dire che non siano stati loro a ridurlo in quel modo?

Tornammo nel pomeriggio. Non c’era più. Né quel giorno, né il successivo. E non lo vedemmo mai più.

Ora dopo tanti anni, si avvicina di nuovo il Natale: la solita festa piena di buoni propositi, bigliettini, frasi di circostanza. Ma da quel giorno non riesco più a viverla allo stesso modo.

Ci penso ancora. Ci pensiamo ancora. Speriamo ancora di rivederlo. E ho paura che anche quest’anno non ci sarà.

Vorrei credere che sia vivo, che stia bene, che qualcuno abbia preso in mano la sua vita. Noi continueremo a cercarlo. Sempre.

"Gli anni passano, le strade cambiano, i volti si confondono. Ma ci sono persone che restano, anche se non le abbiamo più riviste. E ogni dicembre, quando il mondo finge di essere più buono, il pensiero torna a quel ragazzo dagli occhi azzurri e tristi. Finché vivrà il ricordo, vivrà anche la speranza di ritrovarlo."

Giampaolo Daccò Scaglione

martedì 24 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *PIOGGIA DI NOVEMBRE*

 "La pioggia di novembre non cade soltanto sui campi e sui tetti: cade anche sui ricordi. Ogni goccia porta con sé un frammento di ciò che siamo stati, un odore, un colore, un gesto che torna a bussare alla memoria. È una pioggia che non bagna: ma risveglia. ciò che abbiamo dentro."

AUTUNNO

*PIOGGIA DI NOVEMBRE*


Milano - Porta Genova, 10.11.2012

Il treno era appena partito dalla storica stazione milanese. 

Le persone avevano trovato posto negli scompartimenti, e un caldo tepore invadeva la carrozza dove sedevo. Il rumore regolare delle rotaie sembrava un respiro profondo, come se il viaggio stesso volesse cullare i pensieri.

Dopo poco più di un quarto d’ora lasciammo la periferia occidentale della metropoli. 

Il paesaggio cambiò lentamente: i palazzi si fecero più radi, poi sparirono del tutto, lasciando spazio a una campagna brulla immersa nei colori dell’autunno. 

La pioggia batteva contro il finestrino con una costanza quasi ipnotica. Il cielo plumbeo era un manto grigio solcato da nuvole ancora più scure.

Qua e là, qualche spruzzo di verde perenne resisteva tra i rami spogli, mentre rogge e piccoli canali dall’acqua scura irrigavano una terra che sembrava addormentata.

Un bambino seduto qualche sedile più avanti guardava fuori come me, con il naso appoggiato al vetro. 

La madre gli sistemava il cappuccio della felpa, dicendo piano: «Non appoggiarti troppo amore, è freddo.» La sua voce mi riportò indietro, come se avesse aperto una porta.

Ripensai alla mia infanzia, vissuta per più di un lustro in campagna dalla nonna materna. Vedevo i miei genitori solo nel fine settimana, e per me era una festa. 

Ricordo un cielo identico a quello di stamani, quella pioggia fredda che scendeva copiosa nel giardinetto e nell’orto dietro casa. Mi piaceva osservarla dalla finestra del soggiorno, perdendomi in fantasie irraggiungibili.

Dietro di me, la nonna o la prozia facevano bollire enormi castagne che avremmo mangiato nel tardo pomeriggio, davanti al caminetto acceso.

«Vieni qui, che fuori fa freddo.» diceva la nonna, senza mai alzare la voce. E io correvo, con le mani fredde e il naso rosso, ma felice. Mi sentivo protetto, al caldo, tra le spesse mura di quella casa tranquilla.

Ricordo che, come oggi, indossavo un maglioncino rosso vivace a collo alto. Sul petto destro avevo ricamato due soldatini inglesi dal cappello enorme. 

Portavo pantaloni di lana blu e un gilet dello stesso colore, con bottoncini dorati. Pantofoline scozzesi mi tenevano caldi i piedini. 

Dalla piccola cucina arrivava il profumo speziato della minestra della sera, mentre la pioggia continuava a battere sui tetti.

Tetti lucidi e rossi, tetti dai comignoli grandi in mattoni a vista che lasciavano uscire il fumo dei camini. 

Tetti con abbaini illuminati da luci fioche, tetti con cornicioni da cui l’acqua scendeva in piccoli ruscelli, finendo in qualche botola nascosta nel terreno. 

Era un mondo piccolo, ma completo. Un mondo che bastava a se stesso.

Il treno rallentò per una fermata intermedia. 

Un vento umido entrò dalle porte automatiche, scompigliando i capelli dei passeggeri. La pioggia iniziava a diradarsi, mentre nuvole scure volavano verso ovest, come se portassero altrove il peso di quella mattina.

Scendendo per il cambio del treno aspettando la coincidenza, l’aria fredda mi colpì in pieno viso. 

Per un attimo chiusi gli occhi. 

Sentii l’odore della terra bagnata, lo stesso odore che sentivo da bambino quando aprivo la porta sul retro della casa della nonna. 

«Quando torna la mamma?» chiedevo allora, piano. 

«Domani, tesoro. Domani.» 

E quel “domani” era sempre una promessa che bastava.

Quando arrivò la coincidenza, salii e presi posto vicino al finestrino. Il treno ripartì con un sussulto leggero. 

Guardai ancora una volta il cielo grigio, le gocce che scivolavano lente sul vetro, i campi che scorrevano come pagine di un libro già letto.

E capii che quella pioggia di novembre non era solo un ricordo: era un ritorno. 

Un modo per ritrovare ciò che avevo lasciato indietro, e che ancora oggi, in qualche modo, mi accompagna.

"Quando il treno riparte e il paesaggio scorre via, resta solo il suono della pioggia a legare passato e presente. E capisco che certe mattine non tornano, ma continuano a vivere dentro di noi, come una luce tenue dietro un vetro bagnato."

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 23 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *PROLOGO*

 "Stagioni e Luoghi" 

Prologo: 

*Ci sono luoghi che non esistono più, se non dentro di noi. 

E ci sono stagioni che tornano ogni anno, ma mai nello stesso modo: cambiano luce, cambiano odore, cambiano voce. 

Così fanno anche i ricordi.

Questa serie è un viaggio attraverso il tempo che scorre e i posti che abbiamo amato, perduto, ritrovato. 

È fatta di piogge che lavano via il passato, di tetti che custodiscono segreti, di mattini che profumano di rinascita, di amori che non si dimenticano, di lettere che arrivano dal mare come un sussurro.

Ogni racconto è una finestra aperta su un momento che non torna, ma che continua a vivere nella memoria. 

Perché le stagioni cambiano, i luoghi si trasformano, ma ciò che abbiamo sentito resta. E ci accompagna, come una luce che non si spegne.*


"Stagioni e Luoghi ed i suoi racconti"

"Stagioni e Luoghi" raccoglie sette racconti che attraversano il tempo e lo spazio con la delicatezza di un ricordo che riaffiora. 

Sono storie sospese tra malinconia e dolcezza, tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. 

Ogni episodio è legato a un luogo, a una stagione, a un frammento di vita che torna a bussare alla porta dell’anima.

È una serie che parla di attese, ritorni, nostalgie, prime volte, distanze, e di quel filo invisibile che lega le persone ai posti che hanno amato.

*I Capitoli*

  1.  "PIOGGIA DI NOVEMBRE" - Quando il cielo si apre, anche i ricordi trovano il coraggio di cadere.
  2.  "LA SPERANZA DI RITROVARTI" - Ci sono attese che non finiscono: cambiano forma, ma restano vive.
  3. "SOPRA I TETTI DELLA CITTA' - Da lassù tutto sembra più lontano, tranne ciò che portiamo nel cuore.
  4. "UN MATTINO DI PIOGGIA" - Alcuni inizi non fanno rumore: scivolano piano, come gocce sul vetro.
  5. "PRIMO AMORE" - Ci sono emozioni che non impariamo: ci scelgono, e basta.
  6. "LONTANO NEL TEMPO" - Il passato non torna, ma continua a camminarci accanto.
  7.  "UNA LETTERA DAL MARE" - Le onde non rispondono, ma sanno sempre cosa portare a riva.

"Stagioni e Luoghi - Epilogo"

*Alla fine di questo viaggio resta una consapevolezza semplice e luminosa: non sono i luoghi a cambiare noi, ma ciò che proviamo mentre li attraversiamo.

Le stagioni passano, i cieli si spostano, le città mutano, ma ogni emozione vissuta rimane incisa come una traccia sottile. 

E quando torniamo in un posto che abbiamo amato, non ritroviamo mai ciò che era: ritroviamo ciò che siamo diventati.

"Stagioni e Luoghi" si chiude così: con la certezza che ogni passo, ogni pioggia, ogni tetto, ogni mare ci ha lasciato qualcosa. 

E che la memoria, quando torna, non fa male: illumina.*

Giampaolo Daccò Scaglione

sabato 21 marzo 2026

*Mr. CEPS & BORK - LA SERA DEL SOLE BASSO E LA CUCCIA DI BORK

"Nessuno potrà mai crederci ma, finalmente in quella terra del Nord tutto si stava sistemando. Molti si chiederanno che fine hanno fatto i proprietari della Ikoo e i 10 operai con la tuta blu e il cappello giallo... Boh, magari su qualche isola della Finlandia ma... L'importante è che Mr Ceps abbia trovato la sua dimensione e Bork la sua felicità."



"LA SERA DEL SOLE BASSO  

LA CUCCIA DI Mr. CEPS"

*La parola "AMORE" ha mille significati e a chi non crede che questo nasca tra un cane speciale ed un ceppo di noce nobile, non conosce la parola di amore*





"Episodio 5 - La Sera del Sole Basso"

La giornata era stata lunga. Troppo lunga.

Gli Anderssen, stremati dal referendum, dai tecnici volanti, dalle foche scivolose e dai castori che volevano far firmare moduli a tutti, andarono finalmente a dormire.

Sven russava come un orso. Svan parlava nel sonno di orologi a dondolo. Svon abbracciava un trapano come fosse un peluche. Svinina, l’unica sveglia, chiuse la porta e sospirò: «Finalmente silenzio.»

Fuori, il sole del Nord era basso, arancione, quasi timido. Non tramontava davvero: si limitava a scivolare dietro gli alberi, come un bambino che gioca a nascondino.

E in quel momento, quando tutto era quieto, parlarono loro.

La Cuccia di Bork

La cuccia era finalmente pronta: grande, morbida, calda, con il tetto di muschio raccolto nei boschi dietro la bottega e l’interno foderato di lana delle pecore del Nord. 

D’estate sarebbe stata sulla terrazza coperta, dove il vento portava profumo di resina. D’inverno, nella veranda, vicino alla stufa, così né Bork né Mr Ceps avrebbero mai tremato dal freddo.

Bork si avvicinò piano, con un rispetto che i tre fratelli non gli avevano mai visto. Annusò l’ingresso, fece un giro intorno, poi un altro, poi un altro ancora - come fanno i cani quando stanno per prendere una decisione importante.

Poi entrò. Si accoccolò. Appoggiò la testa sul legno caldo di Mr Ceps.

E allora, con un sospiro che sembrava venire dal cuore stesso della bottega, pronunciò la frase più solenne della sua vita:

«Woof Boark Boo Boo…» Nella lingua antica dei cani falegnami significava: “Finalmente a casa.”

Mr Ceps rimase immobile per un istante. Poi, dal profondo del suo midollo, fece sentire un suono lieve, naturale, quasi timido:

«Crick… Crrieck…» Era il linguaggio dei legni nobili. E significava una sola cosa: “Approvo.”

Bork chiuse gli occhi, felice. Mr Ceps scricchiolò ancora, come un sorriso di legno.

E così, nella veranda d’inverno e sulla terrazza d’estate, iniziò la loro vita insieme: un cane che aveva trovato casa, e un ceppo che aveva trovato il suo destino.

E in quel silenzio pieno di vita, Bork disse piano:

«Woof Boark Boo Boo…» (“È bello non essere soli.”)

Mr Ceps rispose:

«Crrieck…» (“Sì. È bello davvero.”)

E il sole basso del Nord, come un vecchio amico, restò lì a guardarli.

La Nuova Vita di Bork e Mr Ceps:

Il giorno dopo, quando il sole del Nord si alzò come un disco pallido e gentile, gli Anderssen si svegliarono trovando Bork che dormiva beato nella sua nuova cuccia, e Mr Ceps che sembrava… sorridere.

Svinina fu la prima a parlare.

«Guardate come stanno bene insieme.»

Sven annuì. Svan si commosse. Svon si asciugò una lacrima con il trapano.

E per la prima volta nella loro vita, i tre fratelli Anderssen fecero qualcosa di sensato: non toccarono nulla.

Lasciarono Bork e Mr Ceps vivere la loro amicizia senza interferire.

Il bosco, intorno, sembrava approvare:

  1. gli alci annuirono,
  2. le foche sbatterono le pinne, 
  3. i gabbiani urlarono qualcosa di incomprensibile, 
  4. i castori votarono una mozione di felicità, 
  5. i gufi timbrarono “OK”, 
  6. i procioni rubarono un panino, 
  7. gli scoiattoli dissero “ve l’avevo detto”. 

E Bork, dalla sua cuccia, guardò Mr Ceps e disse:

«Woof Boark Boo Boo…» (“Siamo a casa.”)

Mr Ceps rispose con un lieve:

«Crick…» (“Sì.”)

E così Bork uscì dalla sua nuova cuccia - morbida, calda, perfetta - e si stiracchiò.

Mr Ceps, ancora un po’ stanco dalla trasformazione in arma di gomma, fece un piccolo Crrieck di saluto.

«Woof Boof?» (“Tutto bene?”)

«Crick.» (“Sì, credo di sì.”)

Bork si sdraiò accanto a lui.

«Woof…» (“Sai… non avevo mai avuto una casa.”)

Mr Ceps rimase in silenzio un attimo. Poi disse:

«Crrieck…» (“Io non avevo mai avuto un amico.”)

E si guardarono, senza dire altro. Perché certe cose non servono. Poi arrivarono tutti:

*Le foche (ovviamente)*

Dal fiordo arrivò un suono morbido: “Oooop… oooop…”

Erano le foche, che si avvicinavano scivolando come torte di gelatina.

«Siamo venute a vedere come stai, ceppo gommoso!» disse la foca più anziana.

Mr Ceps rispose con un Crrick timido.

«Hai fatto un bel volo ieri.» disse un’altra. «Noi ci siamo spostate all’ultimo momento, eh!» E tutte risero sbattendo le pinne.

Bork scodinzolò. Era felice di rivederle.

*I gufi (professionali anche di notte)*

Su un ramo, due gufi scrutatori stavano controllando i verbali del referendum.

«Il quorum è stato raggiunto.» 

«La mozione dei castori è stata respinta.» 

«Le foche hanno votato correttamente.» 

«I procioni hanno votato quattro volte.» 

«Annotato.»

Poi guardarono Bork e Mr Ceps.

«Siete una bella coppia,» disse uno. «Approvato,» disse l’altro, timbrando l’aria.

*I castori (ovviamente in riunione)*

Vicino al fiume, i castori stavano tenendo un’assemblea straordinaria.

«Propongo di costruire una diga commemorativa per celebrare la trasformazione di Mr Ceps.» 

«Secondo me serve un regolamento.» 

«Serve un comitato.» 

«Serve un comitato per il comitato.»

Bork sospirò. Mr Ceps fece un Crrick di rassegnazione.

*I gabbiani e i puffin*

I gabbiani reali del Nord volavano bassi, urlando cose incomprensibili come sempre.

«EEEEH! BEL CEPPONE!» 

«FATELO PIÙ GROSSO!» 

«VOGLIAMO IL PESCE!»

I puffin, eleganti, li ignoravano.

«Che volgarità,» disse uno. 

«Siamo venuti per la quiete mattutina,» disse un altro. 

«E per vedere la cuccia,» aggiunse un terzo.

Il momento più bello

Alla fine, tutti si sedettero attorno a Bork e Mr Ceps:

  • le foche scivolate in cerchio, 
  • i gufi appollaiati, 
  • i castori in pausa sindacale, 
  • i puffin composti, 
  • i gabbiani che cercavano di stare zitti (senza riuscirci), 
  • gli scoiattoli che commentavano, 
  • i cervi che non capivano, 
  • gli alci che annuivano saggiamente

Bork disse piano:

«Woof Boark Boo Boo Wohau…» (“Saranno casinisti ma è bello non essere soli.”)

Mr Ceps rispose:

«Crrick... Croack. Crik…» (“Sì. È davvero divertente, altro che finire alla Ikoo.”)

E il sole basso del Nord, in quel mattino azzurro e tiepido come un vecchio amico, restò lì a guardarli.

Spoiler: "Finalmente è finita però m'è cascata 'na lacrima."

NdA:

"Spero che questa favola surreale vi abbia divertito e dato un pizzico di spensieratezza. E' surreale e fantastica ma, nasconde come tutte le favole, una morale che fa bene al cuore."

Giampaolo Daccò Scaglione