“Questa non è una storia che procede in avanti. È un viaggio al contrario, un ritorno verso l’origine. Si parte dalla fine, si attraversa il mezzo, e si arriva all’inizio. Perché a volte, per capire la vita, bisogna risalire il tempo come un fiume che torna alla sua sorgente.”
“UNA STORIA AL CONTRARIO”
TITOLI DEI TRE CAPITOLI
*CAPITOLO III – L’ULTIMO ORIZZONTE*
(la vecchiaia, il mondo ricostruito, il futuro)
*CAPITOLO II – IL TEMPO DELLA PERDITA*
(la catastrofe, l’amore che si spegne, nel mezzo del viaggio)
*CAPITOLO I – LA PRIMA LUCE*
(Il giorno dell’errore, l’origine, l’inizio di tutto)
*CAPITOLO III – L’ULTIMO ORIZZONTE*
Il profumo di salsedine e l’aria fresca di primavera mi colpiscono il volto. Davanti a me il mare blu al tramonto, intenso, immenso, commovente.
I gabbiani gridano sopra la testa. Le onde lambiscono la rena. Le barche di legno colorate riposano sulla sabbia.
Il sole scende lento, allungando le ombre. Io sono seduto su una panchina, appoggiato al mio bastone.
Le prime luci si accendono nelle case moderne della nuova città. Liza, la mia infermiera, un giorno mi disse:
«Com’è cambiato tutto da quando è successa quella cosa…»
Le risposi indicando l’orizzonte:
«Qui sotto c’era una pianura. Ora c’è il mare. E laggiù, dove vedi quelle montagne… c’erano spiagge e cittadine.»
Lei abbassò lo sguardo. «E quanti morti ci sono stati… troppi.»
Già. Il mondo era cambiato. L’uomo era cambiato. Io ero cambiato.
Chi sono io? Il nome non importa. Ho ottantatré anni, occhi blu, capelli bianchi. Sono stato commesso, impiegato, studioso d’arte, viaggiatore, marito, padre adottivo, sopravvissuto.
Ora vivo in un appartamento luminoso, con una domestica, un’infermiera, un dottore che scuote la testa quando non seguo le regole.
Ogni tanto, con qualche amico vecchietto, andiamo al mare o in auto a vedere nuove costruzioni. Una vita semplice, una vita buona.
Questa è una storia a ritroso. Parte dalla vecchiaia e finirà quando venni alla luce, decenni fa.
Ma ora il sole è quasi tramontato. Mi aspettano per cena.
A presto. Vi lascio, per ora, con la mia storia al contrario.
*CAPITOLO II – IL TEMPO DELLA PERDITA*
Io e il mio amore avevamo sessantacinque anni quando la catastrofe finì. Il mondo era irriconoscibile: terre sprofondate, altre emerse, mari dove c’erano pianure, montagne dove c’erano spiagge.
Ci salvammo per caso, trovandoci in un Paese straniero, su una delle piattaforme rimaste in piedi. Tre quarti della popolazione mondiale era scomparsa tra onde, fuoco, malattie e crolli.
Quando i governi superstiti ripresero i contatti, la ricostruzione iniziò. Cinque anni per rimettere ordine. Tre anni per ridisegnare le mappe. Il mondo diventò un’unica grande federazione senza estremismi politici o religiosi.
Avevamo settantatré anni quando tutto ripartì davvero. Fummo assegnati a una zona costiera chiamata AzureBay16, una città nuova, moderna, luminosa.
Io ero diventato uno scrittore abbastanza noto. La mia metà aveva militato in politica. Così lei divenne sindaco della nuova città, mentre io fui nominato rettore dell’istituto scolastico, un complesso immerso nella vegetazione, dalle scuole elementari all’università.
La nostra casa era splendida: moderna, antisismica, con vetrate che davano su un mare che un tempo non esisteva. La mia metà soffriva per aver perso gli oggetti della sua famiglia. Io avevo salvato solo i miei libri.
L’unico dolore che non guariva era la scomparsa dei nostri due figli adottivi. Nessuna notizia. Nessuna traccia.
Il destino aveva deciso per tutti il 23 settembre 2028, alle 5:30 del mattino.
Eppure la vita riprese. La gente era più gentile, più attenta. I bambini tornavano a giocare nelle strade. La medicina avanzava. La spiritualità cambiava.
Ma quando raggiunsi gli ottantatré anni, la mia metà se ne andò nel sonno, in una mattina di primavera.
Rimasi solo. Circondato da affetto, sì — l’infermiera, la domestica, il giovane dottore, gli amici — ma solo.
Passai un’estate guardando tramonti che sembravano parlare. Ogni gabbiano nel cielo mi ricordava il suo volto. Sapevo che l’avrei raggiunta presto: le mie attitudini esoteriche me lo avevano sempre detto.
Ed eccomi qui, a raccontare la mia storia al contrario per la seconda volta. Presto narrerò ciò che accadde nei giorni tremendi che cambiarono il mondo.
*CAPITOLO I – LA PRIMA LUCE*
Ricordo che avevo appena compiuto cinquantasette anni quando il mondo cominciò a spezzarsi. Guerre, cataclismi, tensioni internazionali: sembrava di vivere dentro un film distopico, finché arrivò il giorno che cambiò tutto.
Era il 23 settembre 2028 quando, da un Paese dell’Estremo Oriente, partì una testata nucleare di massima potenza diretta verso Los Angeles. Per un destino crudele non arrivò mai così lontano: cadde sul Fujiama, in Giappone.
L’orrore che seguì fu indescrivibile. Il Giappone sprofondò per metà nel mare. Uno tsunami gigantesco devastò tutto dalla Cina all’Indonesia. Le Filippine sparirono tra i flutti. Terremoti si scatenarono ovunque. La controparte rispose con altri missili. Altre nazioni reagirono. Il mondo collassò in poche ore.
Io mi trovavo in Canada, in una zona montuosa non lontana dai palazzi del governo. Eravamo lì per un meeting importante. I bunker sotterranei furono la nostra salvezza. Da molti metri sotto terra seguivamo le notizie, finché trasmisero le immagini dell’Italia: ridotta a poche cime di montagne che emergevano dall’acqua.
Capimmo che la nostra civiltà era finita.
Con l’aiuto dei superstiti del governo canadese sopravvivemmo due anni nei rifugi. Poi, lentamente, uscimmo all’aperto. Il cielo era grigio, il freddo tagliente, la luce fioca. L’asse terrestre si era spostato di ventisei gradi: il sole non sorgeva e non tramontava più come prima.
Grazie ai satelliti ancora attivi, scoprimmo quali zone del pianeta erano sopravvissute: parte della Russia orientale, l’Africa centro-meridionale, il Brasile, il Canada, e due nuove terre emerse dagli abissi vicino all’Australia.
Incredibilmente, le nazioni rimaste - tutte pacifiche - unirono le forze. In cinque anni ristabilirono un ordine nuovo, collaborativo, quasi utopico.
Otto anni dopo la catastrofe eravamo pronti a ricominciare. Altri otto anni per ricostruire. Al mio settantatreesimo compleanno, il mondo era di nuovo in piedi.
La popolazione era scesa a poco meno tre miliardi. Non c’erano più confini. La fame era quasi scomparsa. Le malattie resistevano, ma la speranza era tornata.
Dalle mie finestre vedevo un cielo azzurro e un sole che percorreva il cielo al contrario. Eppure si stava bene.
DEDICA PER L’UMANITA’
“A chi ha vissuto abbastanza a lungo da capire che il tempo non scorre in una sola direzione. A chi sa che la vita, a volte, si comprende solo tornando indietro.”
Giampaolo Daccò Scaglione









