martedì 15 settembre 2026

"UNA NOTTE DI LUNA PIENA"


DIETRO LE QUINTE D'AUTORE: Come nasce "Una notte di luna piena"

Ci sono storie che non ti abbandonano mai. Rimangono lì, nel cassetto più profondo dei ricordi, a respirare in silenzio per decenni, aspettando solo il momento giusto per riemergere e trovare la loro forma perfetta.

“Una notte di luna piena” è nata proprio così, nella calda estate del 1984. Avevo solo ventitré anni ed ero al mare insieme ai miei amici di sempre: Giulio, Adriano e Mariano. 

Ricordo ancora come fosse ieri quando buttai giù le prime righe sulla spiaggia: all'inizio ci ridemmo su, tra un tuffo nell'acqua azzurra e una battuta scacciapensieri.

Ma la sera stessa, seduti attorno al tavolo di una pizzeria, i ragazzi mi guardarono dritti negli occhi e mi dissero con tono serio: «Giampaolo, questa storia ha una forza pazzesca. Devi farne un romanzo».

Quella prima stesura, nata dall'energia pura e dalla complicità di quattro ventenni al mare, aveva una sfumatura diversa, più vicina alle nostre vite e alle nostre speranze di allora. 

Nel corso degli anni, però, quel nucleo di sentimenti così viscerali e universali ha continuato a bussare nel mio petto, spingendomi col tempo a scriverne una seconda versione, più matura e consapevole.

Oggi, dopo quarantadue anni di assoluto silenzio, ho deciso finalmente di riaprire quel cassetto e di regalarvi questa storia. 

Con l'aiuto delle straordinarie illustrazioni di Elia, abbiamo restaurato ogni singola emozione, trasformando quel vecchio ricordo in un vero e proprio viaggio cinematografico tra le ipocrisie del passato e la purezza del perdono.

È la dimostrazione vivente che il tempo può passare e le strade della vita possono dividersi, ma quando un amore è vero, profondo e indissolubile, trova sempre il modo di splendere sotto una luce d'oro.

Mettetevi comod1. Si torna a Santa Marinella, in un viaggio senza tempo tra il 1964 e il 1984.

Giampaolo Daccò Scaglione


"UNA NOTTE DI LUNA PIENA"



I cocci del 1984

Estate 1984.

La Mercedes color bronzo metallizzato, con la targa nera e la sigla bianca di Milano, scivolò lentamente lungo l'asfalto rovente, fino a fermarsi sul perimetro della rotonda che dominava il piccolo porto del paese. 

Con la sua linea imponente e i riflessi cromati, la vettura — indiscutibile emblema di un’agiatezza solida e sfacciata — sembrava quasi un corpo estraneo, un insulto d'acciaio in mezzo alle barche di legno logorate dal sale e alle reti da pesca stese ad asciugare al sole.

Mariano scese per primo, lasciando che la portiera si chiudesse con un tonfo ovattato. Il vento caldo e terrestre che soffiava dall'entroterra gli sollevò una ciocca dei capelli brizzolati, scompigliando un'acconciatura altrimenti impeccabile. 

Rimase immobile sul molo, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni sartoriali, gli occhi chiari piantati verso un punto indefinito dell'orizzonte. Si perse all'istante nel flusso dei ricordi che la risacca del mare gli stava vomitando davanti, ridestando fantasmi che credeva sepolti dal tempo.

Dall'abitacolo, intanto, la testa bionda di Giulia sbucò dal finestrino abbassato. Lo fissava con due occhi distanti, quasi gelidi: uno sguardo talmente freddo e tagliente che neppure la vampa dorata del tramonto del Sud riusciva a intenerire.

Mariano si voltò e fece un passo per riaccostarsi alla portiera, ma Giulia lo aggredì subito, sputando le parole con una durezza che covava da ore: «È stata una pessima idea tornare qui, Mariano. Lo sapevi benissimo. Io odio questo posto».

«Lo odi?», replicò lui con un'ironia sottile, le labbra che si piegarono in un mezzo sorriso amaro. «Eppure ci abitavi, vent’anni fa».

«Sì, ed era meglio che non me ne fossi mai andata via allora», ribatté lei, serrando la mascella fino a far sbiancare la pelle del mento. Poi lo puntò con gli occhi, affondando il colpo: «Ma la colpa è solo tua, Mariano. Se quel giorno tu non fossi venuto qui... se non ti fossi portato dietro lei».

Mariano sospirò, una carezza stanca sul volante mentre risaliva a bordo della Mercedes, chiudendosi alle spalle il rumore del porto. «Non puoi farmene una colpa eterna, Giulia. In questo pezzo di terra ci siamo innamorati».

Giulia lo troncò di netto, la voce che vibrò come una corda tesa: «Innamorati? Una pazzia! Sì, è stata solo una pazzia!».

«Non mentire a te stessa, Giulia, e non mentire a me», la incalzò Mariano, afferrando lo specchietto retrovisore per incrociare il suo sguardo dritto in faccia. «Ci siamo amati subito, dal primo secondo. Se abbiamo sbagliato, se c’è una colpa da espiare, abbiamo fatto del male soltanto a noi stessi. A nessun altro».

Mariano inclinò la testa, guardandola infine con una sfumatura di indifesa tenerezza. Sotto quel calore improvviso, lo sguardo di ghiaccio di Giulia si incrinò: i lineamenti si ammorbidirono, svelando una tristezza antica, meno feroce, mentre il suo corpo si spostava sul sedile per cercare la vicinanza dell'uomo.

«Te lo ricordi, Giulia?», continuò Mariano, la voce ridotta a un filo sottile nel silenzio condizionato dell'abitacolo. 

«Quell'anno era il 1964. Quell'estate io e Paola avevamo deciso di passare le vacanze proprio qui. Doveva essere un soggiorno tranquillo, il capriccio di due ragazzi viziati della Milano bene... fino a quando non ho incrociato Adriano, il tuo ragazzo di allora. 

Tu vivevi con lui in quella casa sul molo. Mi piacque subito la vostra vita, la vostra comitiva. Voi due non subivate i pettegolezzi della gente, nonostante la vostra unione non fosse regolare davanti alla chiesa; una cosa più unica che rara per essere un piccolo paese del Meridione».

«Sì, ma sapevi benissimo che eravamo di origine veneta, eravamo forestieri anche noi», riprese Giulia, abbassando le palpebre per non farsi leggere dentro. «E non ti aspettavi certo che io perdessi la testa per te».

«Ci speravo, nel profondo», confessò Mariano, rivelando un segreto vecchio di due decenni. «Poi arrivò quella notte sulla battigia, dove io e te, per un incastro del destino, ci ritrovammo completamente soli sulla sabbia. Ci siamo amati in un attimo, senza difese. Solo che avevamo una paura d'inferno di dirlo apertamente ad Adriano e a Paola... ed è per questo che partorimmo quel piano ignobile. Solo per costruirci un'innocenza che non avevamo».

Giulia se lo ricordava ancora quel piano, fin nei minimi dettagli. Ogni messinscena, ogni menzogna architettata a tavolino. Era stato spaventosamente facile spingere la dolce Paola tra le braccia di Adriano, per poi poterli cogliere sul fatto "per caso", costruendo la scusa perfetta per lasciarli senza passare da colpevoli. 

Eppure, quella facilità aveva infettato tutto il loro futuro. Che miserabili ipocriti erano stati a non affrontare la verità del loro amore, preferendo nascondersi dietro una trappola squallida. 

Forse il destino si era fatto beffe di loro, perché Paola e Adriano si erano amati sul serio, alla fine; gli unici a rimetterci la dignità e la pace, in tutta quella recita, erano stati proprio loro due.

A settembre del 1964, era stata Giulia a salire sul treno per Milano insieme a Mariano, mentre sulla banchina del paese, accanto ad Adriano, era rimasta Paola. 

All'inizio, nella grande città del Nord, Giulia si era sentita morire. Non apparteneva a quello stile di vita opulento, ma Mariano, con una pazienza monumentale e un amore devoto, l'aveva presa per mano, smussando i suoi angoli ruvidi fino a trasformarla in una perfetta, raffinata signora dell’alta borghesia milanese.

Eppure, sotto i marmi di quella nuova vita, qualcosa si era spezzato fin dal principio. Giulia conviveva da vent'anni con il dubbio logorante di aver abbandonato Adriano non per amore, ma per la sfacciata sicurezza economica che Mariano le garantiva. 

E ora, a distanza di quattro lustri, il fantasma di quel vecchio ragazzo del porto tornava a perseguitarla. Ma lei non poteva sapere che lo stesso identico rimorso stava divorando Mariano nei confronti di Paola, la sua prima, tradita fidanzata.

Seduta sul sedile di pelle della Mercedes, Giulia si voltò a fissare l'uomo al suo fianco. Ne studiò il profilo buono, la pazienza infinita, la tenerezza rimasta intatta nonostante le tempeste della vita. Un'ondata di affetto improvvisa, viscerale, le riempì il petto. Gli voleva bene; voleva un bene immenso a quell'uomo che si era fatto carico di tutta la sua esistenza.

Mariano avvertì quegli occhi addosso e abbozzò un sorriso stanco. Erano lì, due persone che in vent'anni di convivenza si erano ferite, odiate a parole, tradite persino con gli amici più cari e dette le nefandezze più orribili... eppure, sotto tutto quel rumore di superficie, nel fondo del sangue provavano ancora una tenerezza e un bene indicibili.

Per un battito di ciglia, a Mariano prese la voglia folle di girare la chiave nel cruscotto, fare inversione di marcia, tornare a Milano e ricominciare tutto da capo. 

Rimettere insieme i cocci.

Invece rimase immobile. Restò a guardare il sole rosso che se n’era andato per sempre, svanendo oltre la linea nera del mare.

Nessuno dei due, però, si accorse dell’uomo che da tempo li stava fissando, immobile, da un peschereccio vicino. Un uomo che aveva seguito in silenzio quasi tutto il loro dialogo. 

Gli occhi verdi di quest'uomo si fecero tristi e profondi, quasi feriti. «Sono tornati”, pensò Adriano tra sé, «Dopo vent'anni sono tornati... e per quale motivo?»



L'altra metà del destino

A poca distanza dalla rotonda del porto, all'interno di una piccola cucina che odorava di sale, di sugo e di legno bagnato, la vita scorreva con lo stesso ritmo lento di vent'anni prima.

Paola alzò gli occhi chiari, un po' segnati dalle rughe sottili del tempo e dal sole del Sud, ma ancora incredibilmente limpidi e luminosi.

«Ben tornato tesoro», lo salutò affettuosamente, senza interrompere il movimento ritmico delle mani intente a squamare sul lavandino il pesce fresco. Erano gli ultimi pezzi della nassa, quelli che l'indomani mattina presto sarebbero stati allineati sulle cassette di legno al mercato del molo.

Lui, inizialmente, non rispose. Rimase immobile sulla soglia, la figura massiccia incorniciata dalla porta, completamente immerso nel gorgo scuro dei suoi pensieri. 

Pareva che la voce della moglie non avesse nemmeno scalfito il muro di silenzio che si portava dietro dal porto. Paola scosse le dita bagnate, lasciò cadere il coltello sul marmo e gli si avvicinò con passo leggero. 

Gli posò una mano calda sulla spalla ruvida, studiando le linee contratte del suo volto: «Adriano, che c’è? Che ti succede stasera? Ti senti male per caso?».

«Eh? No, no... scusami, Paola. Ero solo un po' soprappensiero», rispose Adriano, riscuotendosi di colpo come se si fosse svegliato da un incubo. Per scacciare la nebbia, si chinò verso di lei e la baciò teneramente sulla guancia, stringendola a sé per un breve istante. «Sto bene, non ti preoccupare. Non è successo proprio niente, davvero».

Ma Paola conosceva ogni singola ombra di quel volto. Vide la rigidità della sua mascella, notò quanto fosse scuro in faccia e capì all'istante che sulla banchina, tra le barche, doveva essere accaduto qualcosa di abbastanza grave da scuoterlo fin dentro al sangue. 

Senza dire una parola, lo prese per mano e lo fece sedere vicino a lei, attorno al vecchio tavolo della piccola cucina. Si accomodò sulla sedia di legno di fronte a lui, fissandolo con gli occhi sgranati, attenti, pronta ad accogliere ogni singola verità.

Adriano la fissò a lungo, poi, con la voce rotta dall'esitazione, le chiese a bruciapelo se provasse ancora qualcosa per Mariano, l'uomo che l'aveva abbandonata vent'anni prima.

Paola restò immobile, investita da una scossa di stupore. Non si aspettava una domanda del genere proprio adesso, dopo vent'anni di assoluto, blindato silenzio su quel passato. 

Trattenne il fiato per un istante, poi esclamò cercando di smorzare la tensione: «Ma cosa ti salta in mente stasera, Adriano? Oggi sei davvero strano».

Poi, incapace di reggere oltre il peso di quell'ansia sospesa nell'aria della cucina, lo inchiodò con lo sguardo: «Allora? Me lo vuoi dire che cosa è successo oggi sulla banchina?».

Adriano cedette, sentendo crollare le ultime difese, e le raccontò ogni cosa. Le confessò della Mercedes color bronzo metallizzato che stonava tra le barche, dell'arrivo degli altri due, di quel ritorno improvviso dei loro rispettivi ex amori che riemergevano dal passato come un'onda di marea.

Paola rimase impietrita sulla sedia di legno, mentre lui la fissava dritto nelle pupille, cercando disperatamente una risposta, una certezza assoluta che mettesse a tacere i suoi demoni. 

Adriano cercava in lei un segno di cedimento, un lampo di turbamento o di rimpianto per la vita che le era stata sottratta, ma non trovò nulla di tutto questo.

«Se hai paura che il ritorno di Mariano mi scuota il cuore, beh, ti sbagli di grosso, Adriano», rispose Paola con una fermezza d'acciaio nella voce. «Pensa che quasi non ricordavo più i lineamenti del suo volto». 

Poi, vedendo l'uomo della sua vita così spaventato, agitato ed esitante, il suo volto si raddolcì in un sorriso immenso: «Adriano, guardami... non siamo più i ragazzini ingenui del 1964. Io ormai ho quarantadue anni e tu ne hai quarantasette. Mi ci vedi davvero, alla mia età, alle prese con una cotta adolescenziale per una vecchia storia finita? Ma dai!».

Fece scivolare la sedia ancora più vicina alla sua, avvolgendo il silenzio con il calore delle sue parole: «Saranno semplicemente venuti fin qui per nostalgia del mare, o magari per rivedere noi e mettere pace tra i vivi. Dopotutto siamo grandi abbastanza per saper perdonare le vecchie ferite. 

Può darsi benissimo che anche loro desiderino ricostruire un'amicizia che allora finì nel fango, non possiamo escluderlo. E smettila di pensare che siano tornati per fare a pezzi la nostra serenità. Il nostro amore non finirà stasera, ricordatelo bene».

Ci pensò a lungo, Adriano, anche durante le ore buie della notte stessa, mentre la risacca del porto batteva contro i muri della casa. Il vero tormento, quello che non poteva spiegare a Paola, era che in realtà non era affatto di Mariano che aveva paura. Della fedeltà, della devozione e del bene pulito della sua donna era più che sicuro.

Il problema era un altro, infinitamente più viscerale e destabilizzante. Nel rivedere la sagoma bionda di Giulia affacciata al finestrino della macchina, Adriano si era sentito mancare. 

Un'infatuazione improvvisa, violenta e destabilizzante lo aveva colpito allo stomaco, riaccendendo un incendio che credeva spento da vent'anni. Sotto le coperte, nel silenzio della camera da letto, Adriano sentì il freddo della colpa: doveva stare molto attento, doveva nascondere ogni brivido e non darlo a vedere, pur di non far soffrire Paola, l'unica donna che gli era rimasta accanto per tutta la vita.

Il verdetto della notte

Non dormivano neppure Giulia e Mariano, confinati nel silenzio ovattato di una lussuosa camera d'albergo a poca distanza dal molo.

«Non ci riesco, Mariano... Fa troppo caldo qui dentro», sussurrò Giulia, tormentando le lenzuola mentre si girava nervosamente sul materasso.

«Non credo sia colpa del caldo», rispose l'uomo a mezza voce, la figura ridotta a un'ombra nella penombra della stanza. «E non è certo per l'afa che anch'io non riesco a chiudere occhio».

Mariano fece una pausa lunghissima, fissando il soffitto bianco prima di trovare il coraggio di dare un nome alla verità: «Diciamoci le cose come stanno, Giulia: stiamo pensando a loro, ed è del tutto inutile continuare a recitare. Vogliamo rivederli solo per capire se li amiamo ancora, o se questo nodo allo stomaco è soltanto il colpo di coda di una forte, passeggera nostalgia».

Solo in quel momento, abituando gli occhi all'oscurità, Mariano si accorse che le guance della compagna erano interamente rigate di lacrime silenziose. 

Le si tese accanto, sfiorando quei capelli biondi con un timore quasi infantile, spaventato dal dolore nudo di lei: «Non piangere, Giulia. Questa è la nostra realtà e dobbiamo guardarla in faccia. Domani scendiamo al porto e andiamo da loro con una scusa qualunque, magari usando il pretesto di una riconciliazione dopo vent'anni di rancore».

La fissò dritto negli occhi, stringendo un patto invisibile nel buio: «Ci faremo vedere uniti, compatti, anche per non sconvolgere troppo le loro vite. Sarà il nostro modo per misurare quello che proviamo, per vedere se i fili spezzati sono ancora quelli del 1964. 

Se capiremo di avere anche una sola possibilità di riconquistarli, faremo di tutto per tornare con loro. Ma se li vedremo felici insieme, giuro che li lasceremo in pace per sempre. Non voglio rimettere le mani sullo stesso identico errore di vent'anni fa».



Intanto, tra le mura della piccola casa di pescatori, neppure Paola e Adriano riuscivano a trovare tregua. Paola si risvegliò di soprassalto nel cuore della notte, destata dal respiro affannato di Adriano che continuava ad agitarsi sotto le coperte.

«Adriano, che c'è? C'è qualcosa che non va?», gli domandò, sollevando il busto per cercarlo nell'oscurità della camera.

«Niente, amore... Solo che non riesco a prendere sonno». L'uomo esitò un istante, poi si voltò verso di lei con i lineamenti del viso visibilmente stravolti dalla fatica mentale: «No, aspetta, Paola. Non rimetterti giù. Ti prego, parliamo».

«Ma sono le due di notte, Adriano! Domani c'è il mercato, la sveglia suona presto e dobbiamo preparare le cassette...», rispose lei, confusa e appesantita dalla stanchezza.

«Voglio solo dirti, per il nostro bene e per difendere la nostra felicità, che domani noi non dobbiamo incontrarli. Non dobbiamo vederli per nessun motivo».

A quelle parole Paola, improvvisamente vigile, si irrigidì sul materasso. Le teorie del marito le sembravano prive di logica: «Per il nostro bene? Ma che stai dicendo, Adriano? Non ne vedo il motivo. Ti ho già giurato che di Mariano non mi importa più nulla, per me è solo cenere».

La donna si interruppe. 

Lo studiò in silenzio nel buio e, per puro, infallibile intuito femminile, squarciò la finzione in un battito di ciglia, intravedendo la spietata verità. «Ma allora... Ma allora tu non hai paura di Mariano! Ho capito adesso... sei tu, Adriano. Sei tu che stai tremando per Giulia!».

«No, no, Paola... non pensare una cosa simile, non è come credi!», tentò di difendersi lui, la voce che si alzò di un tono, tradita dal panico di essere stato scoperto.

Ma Adriano era un uomo di mare, non sapeva mentire; non aveva le parole per nascondere la colpa davanti a quegli occhi grigio chiaro che lo stavano vivisezionando nell'oscurità. 

Abbassò il capo, sconfitto dal peso del suo stesso segreto: «Scusami, Paola... non so cosa mi sia preso. Quando l'ho vista affacciata a quel finestrino sul molo... mi ha fatto un effetto che non so spiegare. Non volevo che tu...».

Paola balzò bruscamente fuori dal letto, interrompendo il flusso delle sue giustificazioni, e si diresse a passi rapidi verso la finestra. Si sentiva ferita a morte nell'orgoglio, travolta dal terrore cieco di vedere polverizzato quel legame che per vent'anni era stato il suo unico, insostituibile rifugio contro il mondo.

I pensieri cominciarono a morderle la mente in modo devastante: "Allora Adriano non ha mai smesso di desiderare lei? Ha tenuto Giulia nel sangue per tutto questo tempo? L'ha rimpianta ogni singolo giorno, come un'onda gelida sulle gambe?"

Sferzata da quel sospetto atroce, si voltò di scatto nell'ombra della stanza e aggredì il suo uomo: «Tu ami ancora lei, vero? Non hai mai smesso di amarla! Mi hai mentito, Adriano... mi hai venduto solo bugie per tutti questi anni!».

«Non dire eresie, Paola! Ti ho amata e ti amo con ogni singola fibra del mio corpo!», replicò lui, scendendo dal letto per andarle incontro a piedi nudi sul pavimento freddo.

«Ma ora nella tua testa c'è lei!», pianse Paola, il viso interamente bagnato di lacrime calde. Scoppio in un pianto dirotto, disperato, avvertendo persino l'assurdità e il ridicolo, alla sua età, di trovarsi a piangere le lacrime disarmate di una ragazzina tradita.

Adriano fissò quel volto pallido e spento, rigato dalle lacrime alla luce fioca della stanza, e avvertì nel petto un sussulto sconvolgente, un'ondata di dolcezza immensa, talmente profonda da fargli male. 

Le afferrò le dita tremanti, stringendole tra i palmi caldi: «Ti prego, Paola... torna qui vicino a me. Non comportiamoci come due bambini nel buio. Senti cosa faremo domani, quando ce li troveremo davanti: ci comporteremo semplicemente come due persone che incrociano dei vecchi conoscenti dopo vent'anni di silenzio. Senza un briciolo di rancore. Mostreremo loro, senza bisogno di troppe parole, che il nostro legame è solido. Abbastanza forte da disintegrare qualsiasi fantasma».

Paola si lasciò cullare da quelle parole calde, che odoravano di protezione. Sentì la rabbia scivolare via, si calmò e ritornò sotto le coperte, rannicchiandosi contro il corpo massiccio di Adriano sul materasso, stringendosi a lui con lo stesso identico abbandono di quando erano giovani e il futuro non faceva paura.

Fuori dalla finestra, nel cielo limpido e profondo, le stelle sembravano brillare con un'intensità insolita, stendendo un velo d'argento su quella notte di luna piena.



Il sole di Santa Marinella

Un nuovo mattino si abbatté sulla costa. Il sole era già alto nel cielo di Santa Marinella, picchiando duro sull'asfalto delle strade, sugli scafi delle barche ormeggiate e sulle reti stese ad asciugare sulle banchine.

Il piccolo mercato del pesce all'aperto, rannicchiato sul molo, stava ormai volgendo al termine. I turisti si allontanavano verso il lungomare con le borse della spesa piene, gli ultimi commercianti stavano sbaraccando le cassette e l’odore acre del mare si mescolava a quello del ghiaccio tritato che si scioglieva in rivoli d'acqua sul cemento.

Anche Adriano e Paola, aiutati dal giovane Marcello, erano immersi nella fatica di smontare il pesante bancone di legno. Erano sudati, stanchi, con i vestiti stazzonati dal lavoro duro e dalle ore passate in piedi sotto la calura e la salsedine. 

E fu proprio in quel momento di totale disarmo che, dal fondo della rotonda, comparvero Mariano e Giulia.

Avanzavano elegantissimi, muovendosi con la sicurezza innaturale di chi calpesta solo i marmi della Milano bene, avvolti in abiti leggeri, freschi e ricercati. 

Era un contrasto stridente, quasi geometrico, rispetto alle sagome di Adriano e Paola, ancora imbrattate dal sale e dalle squame del pesce. Due universi paralleli e inconciliabili che tornavano a collidere sotto la luce spietata del mezzogiorno.

Finalmente, i quattro si ritrovarono faccia a faccia. Rimasero immobili, muti, a fissarsi per qualche interminabile secondo come statue di sale, mentre il tempo sembrava congelarsi sotto quel sole implacabile.

Adriano fu il primo a rompere quel muro di ghiaccio. Sfoderò la sua antica destrezza di uomo di mondo e modulò la voce su un tono sorpreso, allegro, palesemente teatrale: «Ma non è possibile! Ma voi... ma voi siete Giulia e Mariano! Ma che ci fate qui, dopo tutti questi anni?».

I due milanesi si avvicinarono sorridendo, allungando le mani curate in segno di saluto.

«Come te la passi, Adriano?», esordì Mariano, stringendogli il palmo ruvido con fermezza. «Vi trovo in forma, davvero, entrambi. Il tempo sembra essersi completamente fermato, qui a Santa Marinella».

«Sai, siamo tornati solo per una malinconica nostalgia di gioventù», intervenne Giulia, piantando i suoi occhi azzurri direttamente in quelli di Paola, quasi a volerle dragare l'anima. 

«E anche se sono passati molti anni, ci siamo decisi solo ora a compiere questo viaggio. Volevamo rivedere il vecchio porto... e avevamo una gran voglia di incontrare anche voi due. Solo per farci perdonare».

«E per farci perdonare di che?», rispose Adriano d'istinto, lasciando andare un sorriso sfumato da una punta di fiera, orgogliosa ironia. «Di quella vecchia faccenda del 1964? Ma non preoccupatevi, per carità, ormai è tutta acqua passata! Anzi, se vogliamo dirla proprio tutta, è stato quel disastro a portarci fortuna».

Adriano compì un passo di lato, tese il braccio muscoloso e strinse a sé Paola con forza di fronte agli altri due: «Se tu, Giulia, quell'estate non avessi scelto di salire su quel treno con Mariano... io non avrei mai scoperto l'amore vero, quello solido che ho trovato con Paola. Esattamente come tu hai scoperto il tuo con lui. È andata così, no, Giulia?».

A quelle parole dirette, sferrate senza preavviso, Giulia arrossì vistosamente sotto il sole del mezzogiorno. Sentì l'orgoglio ferito da un colpo preciso, anche perché, nel fondo più scuro dell'anima, sapeva che quella del pescatore era la spietata, incontestabile verità. Una certezza che bruciava sulla pelle, ma drammaticamente reale.

«Dopotutto, anche voi due non siete cambiati di un millimetro», intervenne allora Paola, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, quasi a fare da spettatrice. 

Studiò i tratti di Giulia per un breve istante, poi si voltò verso Mariano con una calma disarmante: «E raccontateci... come ve la passate lassù, nella grande Milano?».

Mariano rispose con studiata naturalezza, lisciandosi la giacca sul piazzale del mercato: «Beh, io insegno alla Statale, alla fine sono riuscito a ottenere la cattedra universitaria. Giulia invece è di ruolo al liceo, ha preso l'abilitazione e la cattedra per la maturità artistica. E voi due, invece? Come scorrono le cose?».

«Ma, la solita vita di noi pescatori», rispose Adriano, accennando un sorriso complice alla moglie. «Non avrei mai scommesso, un tempo, che una ragazza come Paola, abituata a tutte le comodità, ai vizi e ai lussi della Milano bene, si sarebbe adattata a spaccarsi la schiena qui con me, in questo modo. Ma è stato il suo sentimento, ed il mio, a radere al suolo ogni singola difficoltà».

«Sì, anche se devo confessare che all'inizio è stata davvero molto dura, un inverno lunghissimo», concluse Paola, regalando ai due milanesi un sorriso affettuoso e privo di ombre. «Però ce l'ho fatta, e vi giuro che non baratterei questa vita per tornare indietro. Mai più».

A quelle parole pulite, pronunciate senza sforzo, Mariano e Giulia compresero nell'angoscia del cuore che era ormai del tutto impossibile scalfire quel blocco. 

Sentirono le loro ultime, disperate illusioni evaporare nell'aria calda del porto di Santa Marinella. 

Eppure, quasi per inerzia, tentarono un ultimo approccio, nonostante nel petto iniziasse a farsi spazio un sottile, pungente senso di vergogna per lo squallore di quel piano ignobile ordito vent'anni prima.

«Ci farebbe davvero molto piacere se foste nostri ospiti a cena, stasera», propose Mariano, piantando gli occhi in quelli di Adriano. «Giusto per scambiare due parole in santa pace e cercare... di diventare amici».

«Non darti pena, Mariano», tagliò corto Adriano, senza la minima esitazione. «Io e Paola verremo molto volentieri. A stasera, allora».

Si ritrovarono poche ore dopo. La serata era a dir poco spettacolare: il ristorante, arroccato sul costone di una collinetta che dominava il litorale di Santa Marinella, pareva sospeso a metà strada tra il blu del cielo e l'oscurità del mare. 

La cena scivolò via lungo i binari di una conversazione leggera, formale, dominata da quella strana sensazione di trovarsi seduti allo stesso tavolo dopo quattro lustri, come se il tempo avesse compiuto una parabola immensa solo per rimetterli di fronte.

Una volta terminato l'incontro al ristorante, discesero insieme verso la spiaggia deserta.

Il verdetto della battigia



Il verdetto della battigia

La sabbia sotto le scarpe era fresca, umida di risacca; la notte era limpida e la luna piena dominava il cielo, riflettendosi sullo specchio d'acqua con una scia d'argento. 

Da lontano, sul mare nero come la pece, le decine di luci dei pescherecci al lavoro brillavano come costellazioni cadute in acqua, regalando un senso di pura magia all'intero panorama della costa.

Un'aria fresca e notturna soffiava dall'interno della terra verso la riva, portando con sé l'odore del sale misto alla polvere della macchia mediterranea. 

Camminando a passi lenti sulla sabbia, Adriano si voltò verso Mariano, studiando attentamente il profilo dell'altro uomo nella penombra azzurrina.

«E così sei arrivato in alto, Mariano... Sei diventato un professore universitario di grido», notò Adriano, scrutandolo di sbieco per coglierne le reazioni reali. «Abiti con Giulia in uno splendido attico nel pieno centro di Milano. Immagino che la tua esistenza sia ricca, interessante».

«Sì, qualche volta lo è... Ma molto spesso è una trappola banale, grigia, maledettamente noiosa», confessò Mariano, lasciando andare un sospiro amaro mentre voltava il mento verso l'orizzonte liquido. 

«Per fortuna che c'è lei...», aggiunse indicando con un cenno del capo la figura di Giulia, che camminava qualche metro più avanti, fianco a fianco con Paola. «Altrimenti sarei affogato da un pezzo, intrappolato tra riunioni formali, cene di rappresentanza obbligatorie e ipocrisie del genere. Beati voi, ragazzi, che abitate qui, in totale purezza».

«Eh, certo, è una vita pulita... Ma per strappare il pane quotidiano facciamo un lavoro durissimo, una fatica immane che ti spezza le ossa e le mani, ma che ci viene ripagata con soddisfazioni che non hanno prezzo», replicò Adriano, fermandosi un secondo. «Non credevo nemmeno io, un tempo, di poter dare tutto quello che avevo dentro a Paola».

Mariano lo fissò in silenzio. In quel millesimo di secondo, ritenne il pescatore Adriano l'uomo più ricco e sfacciatamente fortunato della terra. Lo vide padrone di qualcosa che lui non aveva mai posseduto davvero: una vita semplice, ma intera. 

Un amore che non aveva bisogno di architettare piani per dimostrare di esistere. Adriano lesse perfettamente quel sentimento misto di invidia e rimpianto negli occhi del professore; lo vide nitido sotto la luce della luna, ma scelse di non infierire, lasciando con calma che fosse l'altro a scoprirsi del tutto.

E infatti, dopo pochi passi sulla battigia, Mariano abbassò il capo verso la sabbia: «Adriano... Io so esattamente cosa ti è passato per la testa in queste ore. Avevi il terrore che fossi tornato fin qui per strapparti Paola. Ma ho capito che è impossibile... Vi amate troppo, il vostro è un blocco indistruttibile. Non avere paura di me: domani mattina io e Giulia carichiamo i bagagli e ripartiamo per Milano. Ce ne andiamo definitivamente».

A quelle parole Adriano si bloccò, le scarpe affondate nella sabbia umida. 

La luna gli illuminò il volto rude, che si distese in un'espressione quasi divertita: «Mi viene quasi da ridere, Mariano... Sai che in realtà io avevo il terrore puro di rivedere Giulia? Avevo una paura fottuta di scoprire che la desideravo ancora come un tempo. Vi avevo visti ieri sul molo, non appena siete arrivati con la vostra Mercedes bronzo, e ho sentito involontariamente i vostri discorsi sulla rotonda. 

Ne ho parlato apertamente con Paola questa notte, nel letto, confessandole che mi sentivo turbato all'idea di incrociare Giulia. Ma ora, stando qui a parlare con te, ho capito la verità: si trattava soltanto di un riflesso di nostalgia per la giovinezza, nulla di più. Niente che possa toccare il mio presente».

I due uomini si fermarono l'uno di fronte all'altro, immersi nell'oscurità e nella quiete solenne della spiaggia. 

Adriano piantò i suoi occhi verdi direttamente in quelli del professore, la voce ferma come la linea dell'orizzonte: «Io amo Paola immensamente, in modo totale, così come tu ami la tua Giulia. L'unica differenza, Mariano, è che io lo so da tanto tempo, mentre voi due no. Voi due siete vissuti per vent'anni prigionieri delle ombre del passato; abitate sotto lo stesso tetto da una vita, ma avete ancora un disperato, fottuto bisogno di ritrovarvi sul serio».

«Hai perfettamente ragione, Adriano... Ti ammiro molto, sai?», rispose Mariano, allungando la mano per stringere quella del pescatore con un calore fraterno, pulito, finalmente sincero. 

«Provo anch'io un sentimento immenso per Giulia, e capisco solo adesso che non è la nostalgia di un passato morto a muovermi i passi. Forse, ritornando a guardarci davvero negli occhi ancora una volta, tutto andrà bene per noi a Milano. Me lo sento dentro, è una certezza».

Si sorrisero nel buio della notte toscana, illuminati dalla scia d'argento della luna piena. Il ghiaccio che aveva congelato le loro vite per quattro lustri era finalmente andato in frantumi: dopo vent'anni di risentimenti, inganni, menzogne architettate e silenzi difensivi, si erano finalmente ritrovati. 

Non come rivali in amore, né come vecchi fantasmi, ma come due uomini veri che avevano appena stipulato la pace definitiva con il passato.



Magia bianca sulla spiaggia

In quello stesso istante, qualche metro più avanti lungo la battigia, le due donne camminavano fianco a fianco, isolate dal sussurro delle onde e del tutto ignare dei discorsi dei loro compagni.

Parlavano apertamente, scivolando dentro una confidenza che non si erano mai concesse in vent'anni.

«Vedo che sei felice di questa vita di stenti, Paola», esordì Giulia, lo sguardo perso nella distesa di mare nero come la pece. «Io non la sopportavo, sai? Ti confesso che non ho abbandonato Adriano per amore... ma solo per agguantare la comodità, il lusso e l'agiatezza che Mariano era in grado di offrirmi».

Paola la osservò nella penombra azzurrina, le labbra che si piegarono in un sorriso lieve, quasi divertito, privo di qualsiasi traccia di giudizio: «No, Giulia. Ti sbagli. Tu continui a mentire spietatamente a te stessa, è questo il tuo errore. Tu ami ancora, tuttora, il tuo Mariano. 

Lo leggo chiaramente da come lo cerchi con gli occhi, da come gli parli... Forse non hai il coraggio di ammetterlo neppure davanti allo specchio, e preferisci rifugiarti nelle macerie di una giovinezza che non può più tornare».

«No, io... non ho capito... No, non voglio capire...», sussurrò Giulia, la voce che si incrinò all'improvviso, visibilmente colpita e confusa da quella radiografia dell'anima. 

Si bloccò di colpo sulla sabbia umida, stringendo i pugni e prendendo un respiro profondo per richiamare il coraggio: «Scusami, ho sbagliato tutto. Aspetta, Paola... Senti, io ti voglio dire tutta la verità, senza filtri. Noi siamo venuti fin qui per… Dio, mi vergogno quasi a sputarlo ad alta voce… siamo venuti per riconquistarvi. Volevamo riprendervi, anche a costo di sventrare le vostre vite un'altra volta, esattamente come facemmo allora. Ma lo lo vedi anche tu… ormai è impossibile».

«Giulia, ascoltami», la interruppe dolcemente Paola, posandole una mano sulla spalla. «Adriano vi ha scorti ieri sera sul molo, non appena siete arrivati con la vostra Mercedes bronzo, e ha sentito nitidamente ogni singola parola che vi dicevate sulla rotonda. 

Noi oggi al mercato del pesce abbiamo fatto finta di nulla, recitando la parte di chi vi incontrava per puro caso, solo per capire fin dove aveste intenzione di spingervi. Invece, ironia della sorte, dovevate essere proprio voi due quelli che avevano bisogno di capire se c'erano delle reali possibilità di dividerci».

«Che buffa che è la vita, Paola… e che egoisti miserevoli siamo stati io e Mariano. Ora basta con le recite, lo ammetto», continuò Giulia, ridotta a un filo di voce nel vento della costa. 

«Anzi, lo giuro... sento di amare ancora alla follia il mio Mariano, eppure non so perché mi ostino a trattarlo male, a ferirlo ogni giorno. È come se ce l’avessi con lui per come sono andate le cose… eppure quell'uomo non mi ha mai fatto mancare nulla, mi ha protetta in tutti questi anni con una devozione immensa».

Paola la guardò sorridendo, gli occhi pieni di una compassione calda, materna. 

Giulia, dal canto suo, mise a confronto il proprio ovale perfetto, liscio e privo di rughe grazie ai trattamenti della città, con il volto dell'altra: un viso un po' segnato dalle stagioni, dal tempo e dalla salsedine del porto, ma rimasto incredibilmente radioso, intatto nella sua bellezza verace. E in quella frazione di secondo, Giulia provò una sottile, acuta punta di invidia. 

Un’invidia buona, pulita, che nasceva interamente dall’ammirazione profonda per una donna così forte e pacificata con la vita.

«Sorrido soltanto perché ti ammiro dal più profondo del cuore, Paola», disse allora Giulia, voltando il mento verso di lei mentre i loro passi affondavano nella sabbia umida. 

«Ti stavo osservando in silenzio. Ammiro la tua forza, il tuo immenso coraggio di restare abbarbicata a questo molo, di amare Adriano giorno dopo giorno e di accettare una vita fatta di fatiche e rinunce. E sorrido anche perché stasera ho capito una verità elementare: se io avessi amato Adriano sul serio, vent'anni fa non l'avrei mai abbandonato per salire su quel treno con Mariano».

Paola guardò a lungo il riflesso della luna piena che colava d'argento sul mare calmo, prima di trovare le parole per risponderle: «Domani tornerete a casa vostra, a Milano, Giulia. Cercate di ritrovarvi lungo la strada, di comprendere le ferite che vi siete cucite addosso in tutti questi anni. Noi due, adesso, vi siamo sinceramente amici. Se vorrete, potrete rimettere i piedi qui a Santa Marinella quando ne sentirete il bisogno... ma tornate soltanto quando sarete davvero sicuri di essere felici insieme».

«Non continuare, Paola... Ho capito perfettamente cosa devo fare», rispose Giulia, sentendosi improvvisamente sollevata da un macigno enorme che le schiacciava il petto. Poi si arrestò sulla battigia: «Ecco, fermiamoci. Guarda, ci stanno raggiungendo».

I due uomini si avvicinarono a passi lenti lungo il bagnasciuga e tutti e quattro, finalmente compatti e uniti, si avviarono verso la sagoma scura degli scogli che tagliavano il mare.

La luna piena, altissima nel cielo limpido, pareva una magia bianca incatenata alla notte; una luce fredda e d'argento che li avvolgeva e che, d'incanto, li risucchiava tutti e quattro indietro nel tempo. A vent'anni prima. All'estate infuocata del 1964.



Santa Marinella, luglio 1964

«Oh, eccoci finalmente arrivati, Paola!», esclamò Mariano, sterzando bruscamente per posteggiare la sua Spider rossa fiammante nel piazzale di ghiaia del Grand Hotel sulla costa. 

Il rombo del motore si spense con un sussulto elegante, un suono metallico e pulito che sembrava quasi fuori posto nell'aria pigra di quel paese di mare. «Finalmente una vacanza da soli in questo paradiso, lontani dal caos e dalla confusione tipica di Milano».

Paola discese dall’auto sportiva, sistemandosi gli occhiali da sole con un’espressione sospesa che oscillava tra la curiosità e una sottile, aristocratica noia. 

Era una ragazzina splendida, dai capelli lunghi, lisci, color biondo cenere; aveva un viso sbarazzino e due occhi grigio chiaro da gatta, capaci di spogliare il mondo con un distacco del tutto naturale.

«Veramente... io avrei preferito Capri, Mariano.», rispose lei, lisciandosi la gonna leggera. «Ma se proprio ci tenevi tanto, ci faremo bastare anche questo posto».

«Dai, non fare subito il broncio. Ho scelto questa costa apposta per stare da solo con te, al riparo dagli amici curiosi e snob di Milano».

"Amici snob?", pensò Paola, scendendo verso l'androne dell'albergo con un moto di stupore. Ma se lo era anche lui, o forse lei stessa non lo conosceva ancora abbastanza sotto quella scorza di giovinezza.

Le prime giornate trascorsero lente, monotone, sotto lo splendore di un sole caldissimo che infuocava la sabbia di luglio. Paola si annoiava a morte, incapace di sopportare quella quiete senza impegni mondani, e Mariano si irritava per ogni minima pretesa di lei. 

Dopo l'ennesima, furiosa discussione scoppiata sul bagnasciuga per un capriccio da ragazzi viziati, Mariano si voltò di scatto e se ne andò da solo a fare una passeggiata per sbollire la rabbia sul molo del porto.

Il porticciolo, a quel tempo, era un groviglio di piccole barche di legno, mosconi da spiaggia e una distesa di sabbia interamente popolata da famiglie, ombrelloni storti e bambini urlanti che si rincorrevano sul bagnasciuga. 

Un caos semplice, verace, distante anni luce dai salotti milanesi a cui Mariano era abituato.

Fu proprio in quel pomeriggio di sole accecante che, con la scusa banale di chiedere un fiammifero per accendere una sigaretta, Adriano e Giulia si avvicinarono al forestiero. 

Erano giovani, originari del Nord anche loro, e si misero subito a fare quattro chiacchiere in allegria con Mariano, sfoderando una spontaneità pulita che metteva chiunque a proprio agio.

Poco dopo, seduti sui ceppi di legno del porto, Mariano scoprì che quei due giovanissimi veneti convivevano già sotto lo stesso tetto in una casa del paese, senza essere sposati davanti a Dio o allo Stato. 

A quel tempo, a metà degli anni '60, una scelta del genere rappresentava un vero e proprio scandalo per l’opinione pubblica dei benpensanti. Ma poiché la gente del porto li conosceva da tempo, li stimava e voleva bene a entrambi, tutti facevano finta di nulla, proteggendoli e lasciandoli vivere in santa pace. 

Tra Mariano e quella coppia di forestieri nacque una simpatia immediata, un'intesa fulminea che avrebbe cambiato per sempre il corso dei loro destini.

La sfida del peschereccio

Più tardi, quel pomeriggio del 1964, i tre si diressero compatti verso le imponenti arcate del Grand Hotel per tirare fuori Paola dalla sua stanza. La ragazza discese nella hall con i passi lenti e l'andatura indolente di chi sembrava costantemente, visibilmente annoiata da tutto e da tutti.

Adriano la prese subito in simpatia, avvertendo però il brivido di una sfida: comprese all'istante che quella signorina milanese aveva un disperato bisogno di essere “svegliata” dal suo torpore aristocratico. 

Decise quindi, d'accordo con Giulia, di impartirle una vera lezione di vita, di quelle che lasciano il segno sulla pelle: «Domani mattina vieni in mare con noi», le propose con un tono asciutto, che non ammetteva repliche. 

«Passerai un'intera giornata sul mio peschereccio. Così vedrai con i tuoi occhi com’è la vita vera, quella dura, dei pescatori». 

Lo faceva apposta, spinto dal desiderio profondo di farle sgonfiare una buona volta quell'aria di superiorità che si portava addosso come un profumo costoso.

Paola lo fissò con gli occhi da gatta spalancati per la sorpresa, non essendo affatto abituata a essere provocata con quella ruvidezza, ma l'orgoglio milanese vinse e accettò la scommessa. 

Salirono a bordo due giorni dopo. 

E fu proprio in quel mattino di luglio, mentre Paola si trovava al largo a faticare tra le reti e la salsedine, che Mariano e Giulia, rimasti completamente soli a terra, fecero l'amore per la prima volta.

Faceva un caldo soffocante, quel giorno d'estate del 1964. Al mattino, Mariano aveva fatto salire Giulia sulla Spider fiammante, guidando a tutta velocità su per i tornanti delle colline, fino a raggiungere il piazzale isolato del santuario di Santa Cecilia.

Giulia si sporse dal finestrino, i capelli biondi scossi dal vento, rapita dallo spettacolo del golfo che si srotolava sotto di loro: «Pensa, Mariano... Adriano non mi ha mai portata quassù a guardare questa meraviglia. È sempre troppo occupato con la fatica in mare, e io, nella mia giovinezza, non ho mai visto nulla del mondo. Quasi nulla».

«È un vero peccato, una colpa», le rispose Mariano, abbassando la voce mentre studiava attentamente il suo bellissimo profilo nella penombra dell'abitacolo. «Perché sei una ragazza splendida. E una donna come te merita decisamente molto di più da questa vita».

Non l'avesse mai pronunciato. Quella dichiarazione improvvisa, sferrata a bruciapelo, generò tra di loro un imbarazzo immediato, denso e vibrante. Un silenzio teso, carico di elettricità, che diceva molto più di qualsiasi discorso. 

Poi, come a voler firmare quel patto segreto, il tramonto arrivò a tingere il cielo di un rosso fuoco, e i due discesero lentamente dalle colline per andare incontro agli altri che stavano guadagnando il molo.

«Chissà come sarà furiosa e sfinita Paola per aver passato l'intera giornata a faticare sulla barca», accennò Mariano durante il tragitto, stringendo il volante di pelle. «Anche perché non ha mai lavorato un solo giorno in vita sua, sai? Non ne ha proprio bisogno, la sua famiglia ha tutto».

Giulia, con i suoi grandi occhi chiari, fissava rapita la figura alta, slanciata e incredibilmente elegante di Mariano al comando della Spider: «Siete molto ricchi, vero? Voi di Milano...».

«Quasi da fare schifo.», rispose Mariano, lasciando andare una risata leggera, spensierata.

Mentre parlavano, ecco che lo scafo pesante del peschereccio attraccò finalmente alla banchina. La loro storia — quella che avrebbe sfracellato e rimescolato i destini di tutti — stava per compiersi definitivamente.

«Uh, che meraviglia! Che emozione pazzesca! Non avrei mai immaginato che fosse tutto così originale!», gridò entusiasta Paola, correndo raggiante incontro a loro non appena ebbe messo i piedi sulla terraferma.

Adriano restò letteralmente interdetto, scioccato da quell'esclamazione: per un uomo che doveva faticare duramente in mezzo alle onde per sbarcare il lunario, la pesca era tutto fuorché "originale". 

Era solo sudore, puzza di pesce e fatica che ti spezza le braccia. In quel preciso istante, sia lui che Giulia pensarono nel profondo del cuore che quella milanese fosse proprio un po' stupida, superficiale e irrimediabilmente viziata. 

Era il colmo: Paola vedeva della poesia e dell'avventura dove loro vedevano soltanto uno sforzo immane per sopravvivere.

«Sei sicura di stare in piedi?», le domandò poi Adriano avvicinandosi, notandola madida di sudore e accaldata dopo ore passate sotto il sole battente.

«Certo che sì! E non sono nemmeno stanca come credi tu», rispose lei, sfidandolo con lo sguardo. «Aspetta solo che mi tolga queste maledette scarpe, ho un dolore ai piedi tremendo.».

«Beh, forse è meglio che torniamo in albergo anche noi, Giulia», interruppe Mariano, scambiando un'occhiata d'intesa con la sua nuova amante. «Adriano e Paola hanno bisogno di riposare dopo una giornata simile, e il nostro hotel è distante dal porto». Poi si rivolse al pescatore: «Sei tu, Adriano, che devi essere distrutto da questo viaggio in mare».

Ma le parole formali di Mariano vennero bruscamente troncate da una risata generale che contagiò la banchina: Paola si era accasciata di colpo, sfinita dalla fatica accumulata che non voleva ammettere, addormentandosi all'istante sulla sabbia del molo, con le scarpe ancora in mano. 

Mariano scoppiò a ridere di gusto davanti a quella visione: «Questa sì che è bella!».

«Ehi, Mariano... No, no, non svegliarla, poverina», propose Adriano con totale, assoluta ingenuità, forte di una fiducia incrollabile che non vedeva ombre. 

«La possiamo portare tranquillamente a casa mia a braccia, che è qua a due passi dal porto. Tanto c'è un posto letto libero nella stanza degli ospiti, così lei può riposare in santa pace. Tu, Mariano, se vuoi... beh, potresti portare Giulia in giro in auto per un po', a farle vedere la costa, sai? Visto che io non ci riesco mai per via del lavoro in mare».

«Ma non sei geloso?», gli domandò Giulia, spalancando i grandi occhi chiari, quasi raggelata da quella proposta così spontanea.

«Io mi fido ciecamente del mio amore!», esclamò Adriano con fiero orgoglio. Si chinò verso Giulia e le impresse un bacio veloce, rumoroso sulla bocca.

Quel gesto così semplice aprì una porta pericolosa sul baratro: quella che era nata come una pura gentilezza da marinai si trasformò all'istante in una situazione incredibilmente eccitante, proibita e irresistibile per gli altri due giovani. 

Adriano sollevò tra le braccia il corpo esanime e leggero di Paola, salutò gli altri con un cenno della testa e si avviò a passi rapidi verso la sua abitazione affacciata sulla banchina. 

Mariano e Giulia si ritrovarono così completamente soli sul molo deserto, immersi nel silenzio azzurro della sera che calava su Santa Marinella.

Iniziarono a camminare vicini per le vie del paesino, fermandosi davanti ai tendoni illuminati di una piccola gelateria artigianale. La ragazza ordinò un cono: mangiò un gelato così buono, così fresco, cremoso e intenso da avere la certezza di non aver mai assaggiato nulla di simile in tutta la sua giovinezza. 

Intanto, attorno a loro, il lungomare cominciava a popolarsi di turisti per la classica passeggiata serale.



Il mattino dei rimorsi

Per sfuggire agli sguardi della gente e non farsi notare dai conoscenti, i due si allontanarono, imboccando un sentiero buio fino a una radura nascosta tra gli scogli neri della costa. 

Lì, nel silenzio della scogliera, i loro sguardi si incrociarono e fu in quel preciso secondo che fecero l'amore per la prima volta, uniti e travolti da una passione feroce, sotto la luce d'argento di una luna piena incantata.

Dopo aver fatto l'amore sul freddo della roccia, Mariano riportò Giulia a casa molto tardi nella notte, spegnendo i fari della Spider prima di accostare. 

La ragazza scivolò oltre il portone muovendosi nell'oscurità come un’ombra colpevole. 

Nel salotto, la sagoma di Adriano che dormiva profondamente sul divano — il volto abbronzato, sereno e disteso dopo la fatica immane del viaggio in mare — le scatenò nel petto un rimorso continuo, schiacciante, che le tolse il respiro.

Si spostò in camera da letto e trovò anche Paola addormentata; appariva come una creatura fragile, del tutto indifesa di fronte ai cinismi del mondo. 

Guardandola con un'angoscia sorda, Giulia si chiese come avesse potuto compiere un tradimento simile, brutalmente, alle spalle delle uniche persone che avevano spalancato loro le porte della propria vita.

L'indomani mattina, Paola si svegliò quando l'alba stava appena tingendo i vetri della cucina, mentre gli altri tre erano ancora immersi nel sonno. Preparò con cura il caffè e la colazione per tutti, muovendosi in punta di piedi nel silenzio della casa. 

Passando accanto ad Adriano che dormiva sul divano, Paola avvertì una sensazione del tutto estranea, un impulso improvviso, tenero e febbrile di chinarsi e baciarlo sulle labbra. 

Si ritrasse di scatto, spaventata e impaurita da quel moto interiore così violento, e fuggì fuori, andandosi a sedere sui gradini di pietra dell'ingresso per respirare l'aria fresca del mattino.

Venne raggiunta poco dopo da Giulia, che avvertì un'altra volta una fitta dolorosa di colpa nel vedere il sorriso pulito e ingenuo dell'amica.

«Ti sei divertita ieri sera con Mariano?», le domandò Paola, voltandosi con gli occhi che le brillavano di sincera, infantile curiosità.

«Oh, sì... Mariano è un vero gentiluomo, sai?», rispose Giulia, sforzandosi di dissimulare l'imbarazzo e di mantenere ferma la linea della voce. «Mi ha offerto un gelato in centro, poi abbiamo camminato a lungo e abbiamo chiacchierato del più e del meno, prima che mi riaccompagnasse al portone».

«Ah, lo so, Mariano è così. Giulia... Tu sei davvero fortunata ad avere un uomo come Adriano al tuo fianco», sospirò Paola, stringendosi le ginocchia al petto. «Lui è molto più maturo dei suoi ventisei anni, mentre io mi sento ancora così piccola, infantile, ho sempre un disperato bisogno di essere riempita di attenzioni. Mariano è protettivo, solido, ed è anche per questo che andiamo così d'accordo.».

«Se solo sapesse», pensò Giulia tra sé, sentendo una stretta dolorosa e sorda perforarle lo stomaco. «Se solo immaginasse che con il suo uomo ci ho fatto l'amore ieri notte, tra gli scogli... cosa mi griderebbe in faccia?».

In quel preciso istante, una verità affilata come una lama la travolse: comprese di essersi innamorata perdutamente, oltre ogni logica, di Mariano. 

E, insieme all'amore, avvertì un odio sordo, improvviso e gelido nei confronti dell'amica: era profondamente, visceralmente gelosa della fortuna di Paola, della sua ricchezza di Milano e di quella purezza disarmante che la faceva sembrare intoccabile. 

Decise in quel secondo, nel segreto del suo sangue, che Mariano doveva essere suo, e solo suo, per il resto dei suoi giorni. A qualunque costo. Anche a costo di sventrare ogni cosa.

Da quel mattino, Giulia e Mariano iniziarono a frequentarsi assiduamente nell'ombra, architettando ogni volta una scusa diversa e credibile per i rispettivi compagni. 

Fecero l'amore moltissime volte, nascosti tra gli scogli freddi e la terra arida della campagna di Santa Marinella, senza che Adriano o Paola sospettassero minimamente l'inganno.

Ormai, però, il tempo stringeva: l'estate del 1964 stava esalando gli ultimi respiri e le vacanze volgevano al termine; presto avrebbero dovuto ricaricare la Spider e fare ritorno a Milano. 

Mariano era emotivamente a pezzi, lacerato dai sensi di colpa e diviso in due, ma non possedeva il minimo briciolo di coraggio per guardare in faccia Paola e sputarle la verità.

Una sera, mentre erano tutti insieme, Giulia notò che Paola fissava Adriano con occhi adoranti, manifestando una simpatia eccessiva, spontanea e del tutto naturale nei confronti del pescatore. Fu allora che nella mente di Giulia prese forma un'idea spietata.

Ne parlò un giorno a quattr'occhi con Mariano, la voce ridotta a un sussurro calcolato: il piano, semplice e crudele, consisteva nel fare in modo che Paola e Adriano avessero un pretesto per avvicinarsi, per poi fingere di scoprirli insieme per puro caso. 

In questo modo avrebbero costruito una scusa perfetta, pulita e inattaccabile per lasciarli senza passare da colpevoli, potendo finalmente vivere alla luce del sole il loro amore.

La trappola di settembre

A partire da quella settimana, gli altri due, completamente ignari della macchinazione, si ritrovarono spesso soli per molti giorni consecutivi. Mariano era ufficialmente partito per Roma per sbrigare delle importanti pratiche burocratiche per il padre, e Giulia si era messa in viaggio per Verona con il pretesto di fare visita alla madre. 

Naturalmente erano tutte menzogne inventate a tavolino per lasciare il campo libero, ma Paola e Adriano non avevano il minimo sospetto di quella regia occulta.

Finché, in una sera di inizio settembre, accadde l'imprevisto che il destino stava aspettando.

«Adriano... Posso restare qui con te, stasera?», gli domandò la bella ragazza dai capelli biondo cenere, fissandolo con i suoi grandi occhi grigi, velati da una sfumatura triste e malinconica nella penombra del molo.

«Ma certo, Paola! Ma Mariano non è ancora rientrato da Roma?», rispose lui, palesemente stupito.

«No... Un collega di suo padre lo aspettava in un altro paese vicino alla capitale per consegnargli dei documenti urgenti. E io, di rimanere da sola nella stanza vuota dell'albergo, non ne avevo proprio voglia. Giulia poi è ancora bloccata a Verona... Saremmo dovuti ripartire per Milano, e invece...».

«Senti, Paola, ti vedo stanca e decisamente giù di morale», la interruppe Adriano con estrema, protettiva dolcezza. «Se ti va, puoi restare a casa mia a dormire fino a domani mattina. C'è la stanza degli ospiti libera, lo sai».

Paola esitò un istante, avvertendo un sottile disagio che le bloccava le parole: «Non so, Adriano... Non vorrei che gli altri due, tornando all'improvviso nella notte, pensassero male di noi...».

«Ma dai! Ma cosa vai a pensare? Quelli si fidano ciecamente di noi, non vedi che ci lasciano da soli così spesso senza farsi problemi?», le disse Adriano. 

Ma l'uomo si interruppe bruscamente a metà frase, rimanendo visibilmente turbato, col fiato sospeso, nel vedere un leggero, bellissimo rossore spuntare all'improvviso sulle guance della ragazza.

Più tardi, tra le mura della casa del porto, Paola si mise ai fornelli per cucinare una cena semplice per lui. Mangiarono insieme, ridendo con un'allegria nuova, e una volta terminato il pasto uscirono sul terrazzino affacciato sulle barche. 

L'aria fresca e limpida di settembre attraversava la loro pelle, spazzando via definitivamente la calura pesante dell'estate. La luna piena era ancora alta nel cielo, fiera, e sembrava sorridere benevola sulle loro teste.

Fu proprio in quel momento di assoluta, inevitabile vicinanza che le difese crollarono. Si ritrovarono improvvisamente l'uno nelle braccia dell'altra, a baciarsi con una passione e un'intensità che non avevano mai sperimentato prima in tutta la loro vita. 

Si amarono in un attimo, scoprendo un sentimento puro, travolgente e pulito, per poi addormentarsi teneramente vicini nella piccola cameretta del porto.

Erano felici, interi, senza rivolgere un solo pensiero agli altri due. 

I loro rispettivi amori, in quello stesso istante e a pochi chilometri di distanza, si trovavano all'interno di un albergo a fare l'amore a loro volta, convinti di essere i registi del gioco. 

Ormai il destino di tutti e quattro era segnato per sempre.

Il giorno successivo, Giulia fece ritorno a Santa Marinella. Entrò nella casa di Adriano per controllare che la trappola avesse funzionato e, muovendosi con astuzia, trovò sul lenzuolo del letto un piccolo fermaglio per capelli dimenticato da Paola. 

Un oggetto minuscolo, insignificante per chiunque, ma bastò quel pezzo di plastica a Giulia per capire che il loro piano era perfettamente riuscito.

Ne parlò subito con Mariano, gli occhi lucidi di un trionfo cinico: a quel punto, per due menti come le loro, fu un gioco da ragazzi organizzare un'ennesima finta partenza d'inganno, una messinscena studiata nei minimi dettagli solo per fare in modo che Paola e Adriano si cercassero di nuovo, così da poterli finalmente cogliere sul fatto davanti a tutti.



La trappola si chiude

Quella sera stessa, Paola e Adriano si trovavano a bordo del peschereccio ormeggiato. Si stavano amando nel buio della stiva, travolti da quella passione nuova e pulita che li aveva uniti la notte precedente, quando Giulia, all'improvviso e con la violenza di un fulmine, irruppe nella penombra, rompendo l'incanto.

«Lo sapevo! Lo sapevo che siete solo due traditori!», urlò Giulia tra le lacrime, recitando la sua parte con una perfezione spietata, quasi teatrale. 

Si voltò furiosa verso l'amica, puntandole il dito contro nella penombra: «Tu... la mia amica più cara, ti sei presa l'uomo mio! Sei la solita ragazza viziata di Milano in cerca di avventure al Sud!».

«No, Giulia, aspetta!», la interruppe Adriano, balzando in piedi sul legno della stiva nel tentativo di fare scudo a Paola. «Non è colpa sua, non c'entra niente...».

Ma le sue parole morirono nel vuoto. Giulia era già fuggita via, scomparendo tra le ombre del porto di Santa Marinella per correre ad avvertire Mariano che l'inganno era scattato. 

Rimasti soli nel buio della barca, Adriano e Paola si sentirono morire per il senso di colpa, senza minimamente sapere — e senza poter immaginare — di essere proprio loro due le uniche, inconsapevoli vittime di una macchinazione crudele.

Mariano e Giulia riapparvero insieme alla banchina poco più tardi. 

Gli altri due li stavano aspettando sul molo, con i volti sconvolti e il cuore in gola. Lì la discussione esplose in un secondo: aspro, violento, disperato. 

I due ragazzi, Adriano e Mariano, accecati da una miscela velenosa di rabbia, gelosia e vergogna, finirono per picchiarsi selvaggiamente sulla pietra lavica del molo, sotto gli occhi dei passanti. 

Paola scoppiò in un pianto dirotto e fuggì a perdifiato verso la piccola casa del porto, ferita nell'anima. Il piano era compiuto. I fili erano stati spezzati.

Il mattino successivo, Mariano preparò i bagagli per ripartire verso il Nord da solo, senza di lei; anche Giulia fece le valigie, dichiarando di voler fare ritorno a Verona e che Mariano le avrebbe dato un passaggio fino alla stazione. 

Adriano si sentiva dilaniare dal rimorso per il tradimento all'amico, ma al tempo stesso provò un sollievo immenso quando Paola, dopo ore di tormenti, paure e pianti sul letto, scelse finalmente di rimanere lì, legandosi a lui e accettando quella dura vita di mare. 

La Spider rossa fiammante, con a bordo i due amanti milanesi, era già un punto lontano che sfrecciava tra le gallerie della strada costiera, diretta a Milano.

Non sfiorò a Paola e ad Adriano il minimo sospetto che l'intera messinscena fosse stata concordata a tavolino, che i due si amassero già e avessero orchestrato l'inganno alle loro spalle. 

Scoprirono la verità solo molto tempo dopo da Marcello, il loro giovane aiutante, che un paio d'anni più tardi incrociò per caso la nuova coppia tra le strade di Milano.

Ma una volta compreso lo squallore di quel piano ignobile, Adriano e Paola non provarono rancore: compresero che, proprio grazie a quella trappola spietata, era nato il loro immenso, meraviglioso e indissolubile amore.



La luce splendente dell'amore

Santa Marinella Anno 1984.

Il flusso dei ricordi si interruppe bruscamente, riportando la quiete solenne sulla spiaggia di Santa Marinella. 

Sotto la volta del cielo notturno, i quattro si fissarono a lungo in silenzio, lasciando che la luna piena illuminasse i loro volti maturi, quasi a voler imprimere quell’istante di assoluta verità nella memoria di ciascuno. 

Nessuno emise un fiato. Quel silenzio era un ponte perfetto, solido, teso tra il passato e il presente.

Poi, lentamente, le loro strade si divisero. Giulia e Mariano si voltarono per fare ritorno alla loro camera d'albergo, mentre Adriano tese la mano ruvida e prese dolcemente quella di Paola, con una tenerezza che non aveva bisogno di formule. 

La guidò sul bagnasciuga deserto, lontano dalle barche, e fecero l'amore lì, sulla sabbia umida, protetti dall'oscurità. 

Fu un amore immenso, intenso e pulito come quello di vent'anni prima; un sentimento che il tempo non aveva minimamente scalfito, ma che anzi sembrava essersi fatto più profondo, solido e consapevole sotto il peso degli anni.

Anche gli altri due, chiusi nella loro stanza d’hotel quella notte, si cercarono e si amarono con una passione nuova, avvolti da una dolcezza e da una complicità che non erano mai stati in grado di darsi davvero in vent'anni di convivenza. 

Quella notte d'estate fu per loro un vero, autentico inizio: la promessa silenziosa di ripartire da zero una volta rientrati a Milano, avendo finalmente gettato nel mare i loro tormenti, le paure e i rimorsi del passato.

L'indomani mattina, la Mercedes color bronzo era parcheggiata sulla banchina del molo, proprio di fronte alle fiancate del peschereccio di Adriano. 

Dalle portiere scesero i due occupanti, i volti illuminati da un sorriso nuovo: un'aria visibilmente più leggera, più vera, pulita. Andarono incontro a Paola e Adriano che stavano sistemando le ultime cime prima di salpare.

«Partiamo per Milano, siamo passati a salutarvi», disse Mariano, stringendo con forza la mano del pescatore in un calore fraterno. «Vi ringraziamo con tutto il cuore per averci aperto gli occhi, per averci costretti a guardare dentro il sangue e per averci fatto capire che l'amore tra di noi non era affatto scomparso. Eravamo solo noi due a essere rimasti degli stupidi».

«Ciao Paola, non ti dimenticherò mai», riprese Giulia, superando l'antico imbarazzo per stringere l'altra donna in un forte, sincero e immenso abbraccio. «Un giorno torneremo presto a trovarvi qui sul molo, e sarà ancora più bello».

«Sì, sarà bellissimo ritrovare due vecchi amici», rispose Paola, gli occhi grigi splendenti di un calore sincero.

Poco più tardi, la barca di Adriano aveva già preso il largo, fendendo il mare aperto per la giornata di pesca. Il lavoro si annunciava leggero, quasi felice: in assoluto la battuta meno faticosa e la più luminosa che Adriano e Paola avessero mai vissuto insieme.



Volgendo lo sguardo dal ponte verso la costiera, videro le automobili scorrere sulla strada panoramica in cima alla scogliera, simili a piccole formiche veloci. 

Ad un tratto, una di quelle vetture accostò sul ciglio dello strapiombo e qualcosa di bianco sembrò sventolare fuori dal finestrino. 

Era il loro ultimo, definitivo saluto, o forse era solo un'immaginazione della mente davanti all'orizzonte; ma in fondo, a chi importa davvero?

Piano piano, lo scafo di Adriano si allontanò verso la linea dell'orizzonte blu e, mentre il sole e il caldo sprigionavano intorno la loro luce d'oro, ogni cosa venne avvolta dalla luce splendente dell'amore.

Santa Marinella, 1984 – Milano, Agosto 2026

Giampaolo Daccò Scaglione