giovedì 23 luglio 2026

"ILPROFUMO DI PESCA"


Lauretta passava i weekend da nonna Mariella da quando Donatella era entrata nel quinto mese di gravidanza. Non era una decisione presa a tavolino: era successo da solo, come succedono le cose naturali. 

La piccola si trovava bene lì, tra le cugine, le bambine del vicinato, e soprattutto con Emma, la figlia di zia Marta, che aveva la sua stessa età e con cui formava una coppia inseparabile.

Il giardino di Mariella era un piccolo mondo a parte: sedie di ferro bianco, tovaglie a fiori, tazze di tè lasciate a metà, e un profumo di margherite che sembrava uscire dalla terra stessa. 

Le amiche della nonna arrivavano sempre nel primo pomeriggio, portando biscotti, pettegolezzi e risate leggere. Lauretta e Emma correvano tra i cespugli, intrecciavano corone di fiori, si inventavano principesse, fate, sorelle gemelle.

Fu in uno di quei pomeriggi, mentre il sole filtrava tra le foglie e le due bambine si sedevano ai piedi della nonna per riprendere fiato, che Mariella le guardò con un sorriso tenero.

«Allora, Lauretta… sei contenta che tra qualche mese arriverà un fratellino o una sorellina?»

Lauretta annuì con entusiasmo, gli occhi grandi, pieni di un’idea di futuro che solo i bambini sanno avere. Poi, quasi senza pensarci, chiese:

«Nonna… ma come nascono i bambini?»

Le amiche della nonna si scambiarono uno sguardo complice, quello sguardo che hanno le donne quando sanno già cosa sta per succedere. Mariella si sistemò gli occhiali, si schiarì la voce e disse con la naturalezza di chi racconta una verità antica:

«Le femmine nascono sotto le margherite. I maschietti sotto i cavoli.»

Le amiche annuirono, qualcuna rise piano, qualcuna aggiunse un «Eh sì, proprio così». Lauretta rimase incantata. Emma pure. Era una risposta perfetta per loro.

A qualche chilometro di distanza, Giorgio e Roberto erano con nonno Lorenzo. La domenica, per loro, significava pesca, legno, corde, e quell’odore di campagna che ti resta addosso fino al lunedì. 

Lorenzo era convinto che i bambini dovessero imparare “cose da uomini”: come si tiene un coltello, come si accende un fuoco, come si costruisce una piccola barca con un pezzo di legno trovato per terra.

Nonna Caterina non era d’accordo. Ogni tanto usciva dalla cucina, con il grembiule ancora addosso, e diceva che sarebbe stato meglio insegnare loro anche a cucinare, a cucire un bottone, a mettere in ordine. Lorenzo fingeva di non sentire, e i bambini ridevano.

Quella domenica c’era anche Maurizio, il fratello minore di Ludovico il padre dei bambini, venuto a trovare i genitori. Era appoggiato a un albero, le braccia incrociate, e osservava la scena con un sorriso divertito.

Roberto tirò su un pesce minuscolo, ma per lui era un trofeo. Lo mostrò al nonno come se avesse catturato un mostro marino. E proprio in quel momento, con la naturalezza dei nove anni, chiese:

«Nonno… ma come nascono i bambini?»

Lorenzo si irrigidì appena, come se qualcuno gli avesse tirato una secchiata d’acqua fredda. Poi, con la sua eleganza un po’ imbarazzata, rispose:

«Li porta la cicogna. La cicogna mamma porta le bambine, perché pesano meno. La cicogna papà porta i maschietti, come voi.»

Maurizio si voltò dall’altra parte per non scoppiare a ridere.

Il lunedì pomeriggio, dopo la scuola, i tre bambini entrarono in casa come una piccola tempesta. Zaini buttati a terra, scarpe slacciate, voci che si accavallavano. Donatella era sul divano, con il pancione che sembrava crescere ogni giorno, e un’espressione stanca ma luminosa.

Ludovico non era ancora tornato dal lavoro.

Appena la videro, i bambini si precipitarono verso di lei, parlando tutti insieme, sovrapponendo le parole, le versioni, le verità dei nonni.

«La nonna ha detto che le femmine nascono sotto le margherite!» 

«Il nonno ha detto che ci porta la cicogna!» 

«No, è vero quello che ha detto la nonna!» 

«No, è vero quello che ha detto il nonno!»

Donatella li guardò, li ascoltò, e poi scoppiò a ridere. Una risata dolce, piena, che li fermò tutti.

«Hanno ragione tutti… e hanno torto tutti.»

I bambini rimasero immobili, confusi, quasi offesi. Donatella si alzò lentamente, accarezzandosi il pancione, e si avviò verso la cucina.

La storia vera stava per cominciare.

"IL PROFUMO DI PESCA"


Il giorno dopo quel famoso lunedì pomeriggio — quello delle margherite, dei cavoli e delle cicogne — la casa sembrava avere un’aria diversa. 

Era giugno, faceva caldo, le scuole stavano per finire, e i tre bambini erano agitati in un modo che non si capiva se fosse entusiasmo, nervosismo o tutte e due le cose insieme.

Avevano appena finito di cenare. E, cosa rarissima, stavano sparecchiando in fretta, quasi correndo, come se avessero un appuntamento segreto. 

Ludovico li osservava mentre passavano piatti e bicchieri uno all’altro come una piccola catena di montaggio improvvisata.

Poi guardò Donatella. 

Lei aveva quell’espressione che lui conosceva bene: il sorriso trattenuto, gli occhi che brillavano, la bocca che si muoveva senza suono per dirgli “Non lo so”, e le spalle che si alzavano in un gesto innocente. Ma rideva tra sé.

Ludovico accese la televisione. I bambini, come se avessero provato la scena, si sedettero tutti vicino a lui, lasciando lo spazio centrale libero. E infatti, pochi secondi dopo, arrivò Donatella con il suo pancione di cinque mesi e il vestito rosa che le cadeva morbido. Si sedette proprio lì, in mezzo a loro.

Fu allora che Roberto, con una voce che non era la sua — più bassa, più seria, quasi preoccupata — disse:

«Mamma… papà…»

Tutti si voltarono verso di lui. Giorgio smise di dondolare il piede. Lauretta si raddrizzò come una margherita al vento.

«Ieri abbiamo parlato di quello che hanno detto i nonni…» disse Roberto, indicando la madre. «E tu hai detto che avevano ragione e torto tutti e due.»

Ludovico si confuse. 

«Su che cosa?»

Donatella sospirò. 

«Niente… tuo padre ha detto ai ragazzi che i bambini li portano le cicogne. E mia madre ha detto a Lauretta che nascono sotto i cavoli e sotto le margherite le femmine.»

Ludovico scoppiò a ridere. Donatella gli lanciò uno sguardo che diceva chiaramente “Non prenderli in giro”

Poi, dolce, disse a Roberto:

«Certo che mi ricordo. Non fate caso a vostro padre, oggi ha la ridarola.»

Roberto guardò i fratelli, poi il padre, poi la madre, poi la pancia. E finalmente esplose:

«Marco a scuola mi ha detto che i bambini nascono dalla pancia della mamma! E tu hai la pancia gonfia… quindi il fratellino o la sorellina è lì dentro!»

Giorgio e Lauretta si avvicinarono subito alla pancia, la toccarono con delicatezza, come se potesse rompersi. Donatella trattenne una risata. Ludovico diventò rosso come un pomodoro.

Roberto continuò, con la naturalezza dei nove anni:

«Sarà anche vero… però non ho capito come avete fatto.»

Silenzio. Un silenzio che sembrava durare un’ora.

Ludovico tossì. Donatella arrossì. Lauretta non capì, ma rise lo stesso.

«È un po’ difficile da spiegare… vero, Ludovico?» disse Donatella, con un sorriso che era metà dolcezza e metà vendetta.

Ludovico farfugliò qualcosa che non era né italiano né dialetto, poi si alzò di scatto dicendo che aveva una telefonata di lavoro urgente. 

Donatella scoppiò a ridere: se lo aspettava.

I bambini si strinsero intorno a lei. Lauretta si appoggiò al suo seno, come faceva quando era piccola. Donatella cercò una risposta, una frase, un modo per prendere tempo… ma niente. La mente era vuota.

Poi alzò lo sguardo. E vide il suo diario sulla libreria.

Il colpo di genio.

«Giorgio, amore, tu che sei il più alto… vai a prendere il diario di mamma. Lì dentro ho scritto tutto. Come siete nati voi tre.»

Giorgio corse, lo prese, glielo porse come se fosse un tesoro. Donatella lo aprì, stringendo i bambini vicino a sé.

«Allora… ci sono molti modi di nascere, perché ognuno di noi è diverso, con la sua personalità. Qui dentro ci siete voi tre… e poi metterò anche il prossimo, o la prossima. Da chi comincio?»

«Io! Io! Io!» dissero tutti insieme.

Donatella sorrise. E aprì il libro.



Giorgio e lo gnomo del lago

Donatella aprì il diario, accarezzando la copertina come si accarezza un ricordo. I tre bambini si strinsero ancora di più intorno a lei, e Giorgio — il maggiore — trattenne il fiato. La mamma sorrise.

«Allora… questa è la storia di quando sei arrivato tu, Giorgio. Una storia che sembra una favola. E forse lo è.»

Donatella aveva ventidue anni. Ludovico ne aveva appena compiuti venticinque. 

Si erano sposati da tre mesi, in un maggio pieno di luce, e non volevano fare grandi viaggi: il matrimonio era stato bellissimo, ma anche costoso. 

Così decisero di andare al lago dove Donatella andava da bambina, un posto che per lei profumava di casa.

Arrivarono in un albergo vicino alle basse montagne, si cambiarono, pranzarono, e poi uscirono a passeggiare sulle rive del lago Verdacqua. Il cielo era azzurro, limpido, e l’aria fresca sapeva di erba e acqua.

Donatella raccontava che da piccola, giocando nei prati con sua cugina, vedeva gli gnomi: piccoli, pazienti, intelligenti, con gli occhi verdi come il muschio. Ludovico sorrideva, stringendole la mano.

Più avanti trovarono una panchina in mezzo a un piccolo boschetto di abeti e si sedettero lì. Ludovico le raccontò che da bambino passava le vacanze in montagna con i suoi genitori, e che amava attraversare i ruscelli saltando da un sasso all’altro.

Poi si alzò, si chinò, e tornò con una genziana in mano. La porse a Donatella.

Lei se la mise tra i capelli e disse, con quella voce che aveva quando sognava:

«Quando avremo il nostro primo bambino… spero che abbia gli occhi del colore della genziana. E che ami il lago e la montagna come noi.»

Ludovico la baciò. Poi si sdraiarono sull’erba, abbracciati, guardando il cielo.

Fu allora che accadde.

Dal nulla, come se fosse uscito da una piega dell’aria, comparve un giovane gnomo. Bellissimo, luminoso, con gli occhi azzurri e i capelli biondi. I due non ebbero paura: lo guardarono come si guarda un miracolo.

Lo gnomo sorrise.

«Hai espresso un desiderio bellissimo, Donatella. Io mi chiamo Giorgio, e sono uno gnomo speciale: amo i monti e i laghi. Guarda.»

Si tolse il cappello. I capelli erano d’oro, gli occhi azzurri come la genziana.

«Sono venuto perché ho sentito tanto amore. E ti prometto che avrai un bel maschietto. Lo chiamerai Giorgio, in mio onore. Avrà gli occhi azzurri intensi come la genziana e i capelli d’oro come i miei. Amerà la montagna… e diventerà un bravissimo scrittore. E imparerà anche a pescare nei laghetti.»

Ludovico e Donatella si scambiarono uno sguardo incredulo.

«Ma…?» dissero insieme.

Lo gnomo rise.

«Ma dipenderà dal bacio che vi siete dati prima… o dall’abbraccio sull’erba. Se amerà più i monti o il lago. E soprattutto… se quando nascerà dalla tua pancia, la borsa della vita, sentirete un profumo di pesca… allora amerà tutte e due le cose.»

Donatella portò una mano al ventre, come se già custodisse qualcosa.

Lo gnomo continuò:

«La genziana farà un regalo anche a te, Ludovico: tuo figlio avrà la tua intelligenza. Diventerà anche un dottore, se lo vorrà.»

Poi guardò il cielo.

«Ora vi lascio. Tra poco una piccola stella entrerà nella tua pancia, Donatella. E sarà l’inizio.»

Fece un passo indietro, e prima di sparire dentro un albero, disse:

«Ricorda: chiamalo Giorgio. E nascerà il giorno del compleanno di tuo padre.»

Donatella chiuse il diario un momento, guardando i bambini. Avevano la bocca aperta.

Giorgio fu il primo a parlare.

«Mamma… è vero. Amo la montagna, i laghi… ho gli occhi blu… e assomiglio a papà. Il folletto aveva ragione. Oggi parlavo con la professoressa di matematica e le ho detto che sarebbe bello diventare un dottore.»

Donatella sorrise.

«Sarebbe bello sì. La nonna dice sempre che in famiglia ci deve essere un dottore o un prete… non si sa mai.»

Risero tutti.

Poi Lauretta, con gli occhi grandi, chiese:

«Mamma… e il profumo di pesca? L’avete sentito?»

Donatella annuì piano.

«Oh sì. In tutto l’ospedale. È lì che aprono la pancia, la borsa della vita. E il dottore e le infermiere respiravano quel profumo buonissimo. Il nonno era così felice… compiva gli anni proprio quel giorno.»

I bambini rimasero in silenzio, come se avessero ascoltato una magia.

E Donatella riaprì il diario.

«Adesso… volete la storia di Lauretta o quella di Roberto?»



Roberto ed il folletto verde

Donatella sfiorò la guancia del suo secondogenito, che la guardava con gli occhi verdi spalancati.

«Prima che tu entrassi nella borsa della vita, caro il mio Robertino…» cominciò, con quella voce che sapeva di stelle e di ricordi.

«Papà quella sera tornò tardi dal lavoro. Era stanco, lo vedevo da come si toglieva la giacca e da come sospirava. Allora mi venne un’idea: preparargli una cena sotto la luna e le stelle, così si sarebbe rilassato.»

Roberto sorrise, già rapito.

«Giorgio era piccolino, dormiva nel suo lettino in veranda, con la zanzariera che si muoveva piano piano col vento. Io apparecchiai fuori, accesi una candela, preparai una pasta semplice ma buona. Quando papà arrivò, vide tutto e si sciolse. Si sedette, mi prese la mano e disse che non c’era posto più bello al mondo.»

I bambini trattennero il fiato. Era come vedere i loro genitori giovani, innamorati, sotto un cielo d’estate.

«Poi,» continuò Donatella, «una cometa attraversò il cielo. Una scia luminosa, lunga, bellissima… e alla fine scoppiò come un fuoco d’artificio.»

Roberto spalancò la bocca.

«Papà espresse un desiderio prendendomi la mano. Io chiusi gli occhi ed espressi il mio. E siccome i desideri sotto le comete non si dicono… restarono lì, come i segreti degli angeli.»

Dopo la cena, sparecchiato tutto, Ludovico portò Giorgio in camera. Donatella sistemò la cucina pensando che avrebbe finito l’indomani — era sabato — e li raggiunse.

Ludovico era sul terrazzo della camera da letto, in piedi, illuminato dalla luna. Lei gli si avvicinò in silenzio e lo abbracciò da dietro.

«Sotto quella luce,» disse Donatella, «tuo padre sembrava un angelo. La luna si specchiava nei suoi occhi verdi. Mi baciò, mi prese in braccio e ci sedemmo sul divanetto di vimini, con i cuscini blu e gialli. Il profumo della menta dei vasi vicini ci avvolgeva.»

Fu allora che accadde.

Un piccolo folletto apparve nell’aria. Aveva le ali, i capelli rossicci, gli occhi color della menta e un vestito verde che brillava come rugiada.

Donatella e Ludovico rimasero senza parole.

Il folletto cominciò a cantare una canzone d’amore, dolce e antica. Poi volò attorno a loro, lasciando una scia di polvere dorata che li avvolse in un cerchio luminoso.

Si fermò davanti a loro, sospeso nell’aria.

«Un angelo e una fata!» disse, ridendo. «Ecco chi ho davanti ai miei occhi color menta.»

I due scossero la testa, increduli.

«Non sapete chi sono? Mi chiamo Roberto. Ma i miei centoventi fratelli e sorelle mi chiamano Robertino. Sono il folletto che protegge i bambini dai capelli rossi.»

Ludovico e Donatella si guardarono stupiti.

«Sapete cosa è successo prima?» chiese il folletto. «La cometa. Lei vi ha visto. E quando vi siete baciati, ha sentito i vostri desideri. È scoppiata in mille scintille dorate: una è entrata nella tua pancia, Donatella… e l’altra negli occhi di Ludovico.»

Donatella portò una mano al ventre, come se già custodisse qualcosa.

«Tra un po’ di tempo nascerà un bambino bellissimo, come quello che dorme nella culla. Avrà i miei capelli rossi e ondulati. Amerà le stelle e la luna. E da grande diventerà…»

«Un astronauta!» disse Ludovico. Donatella scoppiò a ridere.

Il folletto rise anche lui.

«No, no… un astronomo! Insegnerà in un posto lontano da qui. Avrà gli occhi verde menta come i miei… ma sarà il tuo ritratto, Donatella.»

Poi si fece serio.

«Però…»

«Però?» dissero insieme i due.

«Avrà tutto questo solo se, quando nascerà, sentirete un profumo di pesca. E dovrete chiamarlo come me: Roberto. Altrimenti non diventerà un astronomo. Non sarà un bambino come gli altri.»

Il folletto guardò verso la veranda.

«Ora andate dentro. Giorgio si sta svegliando. E ricordate: profumo di pesca… e Roberto. Io sarò con voi fino a quel giorno. E quel giorno sarà Natale.»

Poi svanì in una scintilla verde.

«Mamma!» quasi urlò Roberto, emozionato. «È vero! Ho gli occhi verdi e i capelli rossi come il folletto Roberto! E sono nato a Natale! E mi piacciono le stelle!»

Donatella gli accarezzò i capelli.

«Tesoro, i folletti non mentono mai. Vero, Lauretta?»

La bambina annuì felice, dando un bacio alla pancia della mamma.

«Mamma…» disse Roberto, «pensi che un giorno diventerò un astronomo?»

«Beh sì,» rispose Donatella, «visto che il nonno Paolo ti ha regalato l’atlante stellare.»

Risero tutti.

Lauretta guardò la mamma.

«C’era anche per Roberto il profumo di pesca?»

Roberto, orgoglioso, si toccò i capelli.

«Ovviamente! Guarda i capelli e gli occhi! Il profumo c’era, vero mamma?»

Donatella sorrise.

«Oh sì, caro. C’era. E prima di sparire, il folletto ti ha lasciato anche un po’ della sua vanità.»

Chiuse il diario.

«Giorgio, amore, prepari i bicchieri di aranciata per tutti?»

Giorgio corse in cucina. Lauretta guardò la mamma con gli occhi che brillavano.

«E sì, tesoro… ora tocca a te.»



Lauretta e le fatine lucciole

Donatella aprì il diario alla terza pagina, quella con il fiore disegnato da lei stessa anni prima. Lauretta si sistemò i capelli color del grano dietro l’orecchio, pronta a sentire la sua storia.

«E venne ottobre…» iniziò la mamma, con un sorriso.

«Avevo portato Giorgio all’asilo e Robertino al nido. Dovevo lavorare anch’io, come papà, perché la famiglia si era ingrandita e voi due monelli…» 

«Ehi!» rise Lauretta, spingendo i fratelli. «…davate molto da fare.»

«A pranzo arrivò papà. C’erano anche i vostri nonni, che vedendoci stanchi ci fecero una sorpresa: una piccola vacanza di otto giorni al mare.»

Gli occhi dei bambini si illuminarono.

«Non sapevamo che fare… avremmo dovuto lasciarvi da loro. C’era anche Rosy, la tata, ma sai come sono i genitori: apprensivi. Però il posto era bellissimo, pieno di isole chiamate Canarie, il clima era buono… e avevamo bisogno di riposare un po’. Così siamo partiti.»

«In aereo?» chiese Lauretta. 

«Sì tesoro, in aereo.» rispose la mamma con una carezza sulla testa della figlia

«Quando siamo arrivati faceva caldo, mentre qui aveva già iniziato a piovere. Papà ed io eravamo in un paradiso chiamato Formentera: un posto che sembra un deserto, ma affascinante, e da lontano si vedeva l’Africa.»

«L’Africa?» sussurrò Roberto. 

«Roberto!» lo zittì Lauretta. «Questa è la mia storia!»

Donatella rise e continuò.

«Una sera fecero una festa in stile arabo nel grande giardino dell’albergo. Io ero vestita da odalisca… e papà da Aladino, con il turbante.»

I bambini esplosero in una risata fragorosa. E dal corridoio, nascosto, Ludovico si portò una mano alla fronte.

«Papà vestito da Aladino!» urlò Roberto. 

«Ragazzi, per favore…» disse Donatella, ma poi scoppiò a ridere anche lei.

«Finita la cena, i ballerini danzarono sotto le stelle con le torce accese. Si sentiva il mare vicino. Sembrava davvero la favola di Aladino. Dopo le danze, c’erano dei cantanti. Io e papà decidemmo di fare un giro mano nella mano verso il mare. Le stelle erano più luminose che in città. Il mare era scuro, e le onde portavano un profumo di salsedine. Papà mi prese in braccio e… ci buttammo in acqua vestiti.»

«Nooo!» gridò Lauretta. 

«Sì!» rise Donatella. «Mi dispiacque per il vestito, ma poi… era come essere in una fiaba. I vestiti bagnati scintillavano sotto il cielo blu. Papà mi baciò nell’acqua, distesi quasi a riva.»

«Avevo chiuso gli occhi quando papà disse: “Guarda.”»

«Dieci lucciole a forma di fatine colorate apparvero sopra il mare. Ridevano, parlavano una lingua strana, danzavano attorno a noi.»

Lauretta trattenne il fiato.

«La più bella — anche se erano tutte bellissime — si avvicinò. Aveva gli occhi color del mare, un abito leggero lilla, i capelli color del grano…» 

Lauretta si prese una ciocca e la guardò. «…e mandò un bacio a papà.»

«Poi si posò sulla mia mano. La sua voce diventò più alta.»

«“Non c’è nessuno degli umani qui con voi, vero?”»

«“No.” risposi.»

«“Bene. Allora è tutto più facile. Ora, Donatella, dai un bacio a tuo marito. Su su, non avere vergogna.”»

Le altre fatine risero, e lei le zittì con uno sguardo.

«Non appena ci baciammo, ci buttarono addosso granelli di polvere di ogni colore. E insieme dissero:»

«“Il bacio e queste polveri magiche faranno sì che nella tua borsa della vita nascerà una nostra sorella. Non sarà una lucciola, ma una luce. Una bambina bellissima che assomiglierà un po’ a te e un po’ a lui.”»

Lauretta si strinse al cuscino.

«“Avrà gli occhi color del mare, i capelli color del grano, amerà il colore rosso… ma non sarà fragile. Lei è come noi: forte e sicura.”»

«“Quando sarà grande, molti ragazzi la vorranno come fidanzata… ma lei sceglierà il migliore. Lo incontrerà in una grande scuola, dove diventerà un architetto che costruirà giardini e case bellissime.”»

Lauretta sorrise, già immaginandosi.

«“Però… se volete che tutto questo accada, ora abbracciatevi e baciatevi sott’acqua. Il mare sarà la casa dove un seme di rosa entrerà in te. E il primo giorno d’estate nascerà Laura, come mi chiamo io. E sarà protetta da noi fatine-lucciole per sempre.”»

«“Ricordate: tutto accadrà quando sentirete un profumo di pesca nell’aria… e la bambina nascerà con la luna piena.”»

«E così,» concluse Donatella, «dopo tanti mesi sei nata tu. Con il profumo di pesca. Con la luna piena. E con la bellezza della fata Laura.»

«Lauretta!» precisò la bambina, incrociando le braccia. Tutti risero.

«Mamma… sei sicura che sia successo tutto questo?» chiese Giorgio. 

«Certo che sì!» rispose Lauretta prima ancora della madre. «Mi piace il lilla, amo il mare, ho gli occhi dello stesso colore, le fate… e voglio fare l’arredatrice da grande!»

«Ovvio.» disse Roberto, dandole una spinta affettuosa.

Donatella fece l’occhiolino a Giorgio: lui era troppo grande per crederci davvero. Giorgio ricambiò il gesto e accarezzò la sorellina.

«Stavo solo scherzando.»

Fu allora che Ludovico entrò nel salotto. Si sedette accanto alla moglie, la abbracciò e guardò i figli.

«La mamma ha detto la verità. Siete nati così: ognuno in maniera diversa, ma tutti nati per amore.»

Donatella lo baciò. Ma Ludovico continuò:

«E se volete… posso raccontarvi della futura nascita del vostro fratellino nella borsa della vita della mamma.»

«Fratellino?» disse Donatella, stupita. «Che ne sai se è…»

«Sssht. Lo so, amore.»

I bambini si fecero attentissimi.

«Sapete come lo so?» Tutti scossero la testa.

«Perché me l’ha detto Arcibaldo.»

«E chi è Arcibaldo?» dissero tutti insieme.



Donatella, Ludovico e Arcibaldo

Ludovico si sistemò meglio sul divano, come se stesse per raccontare una storia che aspettava da tempo di uscire. I bambini si avvicinarono, attratti dal tono misterioso che aveva preso la sua voce.

«Donatella… ti ricordi? Poco più di cinque mesi fa, la festa di Carnevale a casa di mio fratello Maurizio. Quella con tutte quelle maschere strane, gli amici di vecchia data, e un sacco di gente che non avevamo mai visto.»

Donatella si portò una mano alla bocca e scoppiò a ridere. «Come potrei dimenticarlo? Io vestita da Biancaneve e tu da Principe Azzurro! Sembravamo usciti da un cartone animato.»

I bambini si piegarono in due dalle risate. Dal corridoio si sentì un colpo secco: probabilmente un quadro che aveva tremato per il troppo ridere.

Ludovico riprese, con un mezzo sorriso che gli illuminava gli occhi.

«Dopo aver mangiato frittelle, ballato come due ragazzini e giocato con gli amici, ci eravamo seduti nella veranda dello zio Maurizio. L’aria era fresca, si sentiva il profumo del fiume vicino. E proprio lì… si avvicinò un signore.»

Donatella si morse il labbro per non ridere. «E come se me lo ricordo…»

«Era vestito in modo elegante, con un cappello scuro e un mantello che gli arrivava alle caviglie. Ci invitò a seguirlo per vedere i fuochi d’artificio dal campo dei cavalli di mio padre. Disse che da lì la vista era migliore.»

I bambini si fecero silenziosi, come se stessero entrando in un territorio sacro.

«Una volta arrivati,» continuò Ludovico, «lui si tolse il cappello con un gesto teatrale, fece un inchino davanti alla mamma e… puff! Le soffiò addosso una nuvola di polvere d’argento. Poi si girò verso di me e mi lanciò polvere dorata.»

Roberto spalancò la bocca. «Ma papà… e tu non hai detto niente?»

«E cosa dovevo dire? Ero troppo stupito. E poi… non era finita. Tirò fuori un fazzoletto bianco dal taschino, lo strofinò tra le mani e… comparve un passerotto. Piccolo, morbido, con gli occhi neri come due perline.»

«Ooooh…» fece Lauretta, incantata.

«“Questo è Alessio, il passerotto della speranza,” disse il signore. E il passerotto volò prima sulla spalla della mamma, poi sul mio braccio. Sembrava che ci stesse studiando.»

Donatella rise piano. «Io cercavo di non scoppiare a ridere… ma era tutto così assurdo che non sapevo come comportarmi.»

Roberto si strinse nelle spalle. «Meno male che non lo chiamerete Arcibaldo. È un nome orribile. Alessio è molto più carino.»

Donatella si alzò di scatto. «Scusate… devo andare un attimo in bagno.» E corse via, con una mano sulla bocca per non farsi sentire.

Ludovico continuò, mentre i bambini la seguivano con lo sguardo.

«Alessio il passerotto volò sulla spalla del signore, che finalmente si presentò: “Mi chiamo Arcibaldo.” E con il becco, il passerotto tirò fuori un foglio dal taschino del suo mantello. Arcibaldo prese una penna.»

«“Ecco qui,” disse. “Un foglio e una penna. Sapete cosa significa?”»

«Io e la mamma ci guardammo. Dopo tre figli nati in modi… diciamo particolari… eravamo pronti a tutto.»

«“Su, datevi un bacio,” disse Arcibaldo. “Altrimenti la polvere non funziona.”»

«Ci baciammo. E proprio in quel momento, dal giardino della festa, esplosero i fuochi d’artificio. Sembrava che il cielo si fosse aperto per noi.»

«Arcibaldo sorrise. “Questo è un buon segno. Il bambino che nascerà tra nove mesi avrà i capelli castani con riflessi chiari, come il papà, e gli occhi blu. Amerà leggere, diventerà un professore di lettere… e assomiglierà a tua figlia, la piccola Lauretta.”»

Lauretta si mise dritta come una principessa vera. «Beh… ovvio.»

«Io gli chiesi come facesse a sapere di mia figlia. E lui mi strizzò l’occhio: “Se non lo sapessi… che mago sarei?”»

«Poi prese un velo bianco, leggerissimo, quasi trasparente, e lo lanciò sopra di noi. “Baciatevi e sarà fatto.”»

«Ci baciammo. E quando riaprimmo gli occhi… Arcibaldo non c’era più. Sparito. Il passerotto ci guardò un attimo, come per salutarci, e volò via.»

«E allora… sentimmo quel profumo. Il profumo di pesca. Dolce, caldo, avvolgente.»

«La mamma si toccò la pancia e disse: “Saranno quattro. Un numero perfetto per la nostra famiglia.”»

«E io risposi: “Certo, amore mio. La nostra è una famiglia speciale. È magica.”»

Donatella tornò proprio in quel momento, con gli occhi lucidi di risate trattenute. Vide i bambini saltare addosso al padre, felici come cuccioli. Si fermò sulla porta, con il cuore pieno.

Poi Ludovico li mandò a prepararsi per la notte.

Giorgio e Roberto si scambiarono uno sguardo da complici. 

«Eddai! Un altro maschio in casa!» 

«Sì! Siamo fortissimi!»

Lauretta prese la mano della mamma. 

«Mamma… sai che non mi dispiace essere l’unica principessa della famiglia? Certo… dopo di te, che sei la nostra Regina.»

Donatella la sollevò in braccio. Ludovico le raggiunse, e insieme salirono verso le camere.


La casa era silenziosa. Le luci soffuse. Il giardino immerso in una notte tiepida.

Donatella e Ludovico erano seduti sulla panchina di legno, abbracciati, guardando il cielo.

«Sei stato incredibile, Ludovico. Giuro che ho fatto fatica a non scoppiare a ridere… ma ti sei superato. Hai lasciato andare tutta la tua compostezza. Sei diventato come loro. Ne avevano bisogno.»

Lui le baciò la fronte. 

«E tu sei una sognatrice speciale. Hai inventato tre storie da farne un libro. E quella creatura nella tua pancia… è un maschietto. Ne sono sicuro.»

«E se ti sbagliassi?» 

«Impossibile. Me l’ha detto Arcibaldo.»

Risero insieme, piano, come due ragazzi.

Dalla finestra della camera dei maschi, tre testoline sbucarono nel buio.

«Tu che ne pensi?» sussurrò Roberto. 

«Beh…» disse Giorgio, «non sono matti. Ma siamo stati bravi a far finta di crederci.» 

«Anch’io sono stata brava.» disse Lauretta, con un sorriso furbo. 

«Bravissima.» rispose Giorgio.

Poi la bambina aggiunse, quasi in un soffio:

«Però… mi dispiace un po’ averli presi in giro. Sappiamo tutti che i bambini nascono grazie all’amore che il papà dà alla mamma.»

I due fratelli annuirono, seri.

«Le maestre ce l’hanno spiegato bene… anche se alcune cose non le ho capite. Ma ora siamo felici. I nonni non sanno recitare bene, e la storia del cavolo e delle cicogne… ci credevano loro.»

Roberto sbadigliò. 

«Dai, Lauretta, vai nella tua camera.» 

«E tu a dormire,» rispose Giorgio.

Roberto si infilò nel letto ridacchiando. 

«Tanto io lo so come nascono… Marco me l’ha spiegato. È terribile, ma almeno ora ho capito.»

Donatella e Ludovico rientrarono in casa. I tre bambini erano già nelle braccia di Morfeo.

Nel cielo sopra la casa, quattro figure luminose si radunarono: lo gnomo del lago, il folletto verde, la fatina-lucciola… e Arcibaldo.

La fatina sospirò. 

«Con questi umani… che possiamo fare?»

Arcibaldo si aggiustò il mantello. 

«Niente. Basta lasciarli nelle loro convinzioni. Così sono felici. E ora andiamo: molte mamme e papà ci aspettano.»

Il folletto si fermò un attimo. 

«Arcibaldo… sei sicuro che Donatella aspetti un maschio?»

Arcibaldo sorrise, con un lampo negli occhi.

«Ovviamente sì. Altrimenti che mago sarei?»

E svanirono nella notte.

Giampaolo Daccò Scaglione







 














domenica 19 luglio 2026

"PARIS ADIEU!"


Milano, quel pomeriggio, aveva una luce che sembrava venire da lontano. Una luce morbida, quasi liquida, che entrava dalle finestre senza bussare, come fanno le cose che conoscono già la strada.

Lorenzo era lì, in mezzo al salotto, circondato da scatole aperte. Non stava cercando niente in particolare. Stava solo lasciando che i ricordi venissero fuori da soli, come polvere che si solleva quando sposti una sedia che non muovevi da anni.

C’erano fotografie ingiallite, biglietti di treni che non esistono più, appunti scritti con una calligrafia che non gli apparteneva più. Ogni oggetto era una piccola ferita chiusa, un frammento di un uomo che aveva amato, sbagliato, corso, taciuto.

Poi il telefono vibrò.

Un suono breve, quasi timido. Come se anche lui sapesse che stava interrompendo qualcosa di fragile.

Étienne.

Da quando era andato in pensione, viveva a Tours, in una casa che guardava la Loira. Gli aveva raccontato che la mattina, quando usciva per il canottaggio, il fiume sembrava uno specchio, e che a volte gli sembrava di remare dentro un ricordo. E negli ultimi mesi si era appassionato alle immagini create con l’AI: “È come dipingere senza sporcare le mani”, gli aveva scritto una volta.

Quel giorno gli aveva mandato un file. Senza parole. Solo un’immagine.

Lorenzo la aprì.

E il mondo, per un istante, si fermò. Non in modo drammatico. In modo dolce, come quando riconosci un profumo che non sentivi da anni.

Era un collage. Tre volti. Tre momenti. Tre versioni di sé.

Capelli rossi. Lentiggini. Occhi verdi che guardavano qualcosa che non c’era più. Parigi ’95.

Non fu nostalgia. Non fu dolore. Fu come guardare un estraneo che ti somiglia troppo. E capire che, in fondo, non l’avevi mai davvero salutato.



Lorenzo rimase immobile, con il telefono in mano, come se quell’immagine avesse un peso reale. Non era solo un collage: era un richiamo. Un suono antico, come una nota che riconosci anche se non la senti da trent’anni.

Si sedette sul divano senza accorgersene. La scatola davanti a lui era ancora aperta, ma tutto il resto della stanza sembrava essersi ritirato in un angolo. C’era solo quella foto. E c’era lui, trent’anni prima, con i capelli rossi che gli cadevano sugli occhi e quella luce negli sguardi che hanno i ragazzi quando credono che il mondo sia un posto enorme, e che da qualche parte ci sia un posto anche per loro.

Il primo volto del collage lo guardava di lato, come se stesse pensando a qualcosa che non aveva mai detto a nessuno. Il secondo era concentrato, le mani sporche di colore, il corpo piegato su una tela che non ricordava più. Il terzo… il terzo era quello che gli fece più male. Guardava fuori da una finestra. Una finestra che conosceva fin troppo bene.

Rue d’Alésia. Il quinto piano. La tenda beige che si muoveva con l’aria del mattino. Il rumore dei motorini che passavano sotto. Il profumo del pane della boulangerie all’angolo.

Parigi ’95 non tornò come un ricordo. Tornò come un odore. Come una temperatura. Come un respiro.

Lorenzo chiuse gli occhi. E fu come se qualcuno avesse girato una manopola dentro di lui, abbassando il volume del presente e alzando quello del passato.

Non era nostalgia. Non era rimpianto. Era una specie di vertigine dolce, quella che ti prende quando riconosci un pezzo di te che credevi perduto.

E allora successe.

Non vide più il salotto di Milano. Vide la stanza di Parigi. La finestra aperta. La luce bianca del mattino. Il suo riflesso nel vetro, giovane, magro, con gli occhi verdi che cercavano qualcosa che non sapevano nominare.

Il collage non era più un’immagine. Era un varco.

E lui ci stava entrando.


"PARIS ADIEU!"



Arrivo a Parigi, estate ’95

Lorenzo non partiva da una vita normale. Partiva da un crollo.

Aveva lasciato la sua cittadina della Lombardia con la sensazione di essere rimasto senza terra sotto i piedi. La mamma era in istituto. La sorella non c’era più. Il padre se n’era andato. Il lavoro perso. La casa persa. E quella sensazione di essere diventato improvvisamente un ospite nella propria vita.

Milano era stata un riparo d’emergenza, non un progetto. Degli amici gli avevano detto: “Vieni qui, ti ospitiamo noi. Devi solo decidere.” E lui aveva deciso, perché non c’era altro da fare.

Ma Milano non curava. Milano copriva. E basta.

Fu Étienne a vedere quello che lui non vedeva più.

Una sera, con quella calma che solo chi ha già attraversato tempeste può avere, gli disse:

“Tu qui ti consumi. Vieni a Parigi. Vai da mia nonna. Lei ha una stanza. Tu hai bisogno di aria nuova.”

E così Lorenzo era salito su quell’aereo con uno zaino leggero e una vita pesante.

Quando uscì dall’aeroporto, l’aria di Parigi lo colpì come un abbraccio che non si aspettava. Non era solo estate: era un odore diverso, un odore che non apparteneva al dolore.

Pane caldo. Benzina. Metallo dei binari. E quella nota indefinibile che hanno le città dove puoi sparire e ricominciare nello stesso giorno.

Si fermò un attimo sul marciapiede, con il foglio spiegazzato in mano: Rue d’Alésia — casa della nonna di Étienne.

Salì sul bus per Denfert-Rochereau. Si sedette vicino al finestrino. E mentre la città scorreva fuori, sentì una cosa che non provava da mesi: un filo di respiro.

I palazzi bianchi. Le persiane verdi. Le boulangerie aperte. Le biciclette appoggiate ai lampioni. Le donne con i vestiti leggeri. Tutto sembrava dirgli:

“Non sei più dove eri. E questo, per ora, basta.”

Quando scese dal bus, il nodo allo stomaco non era paura. Era la sensazione di chi sta per entrare in una vita che non conosce ancora.

Rue d’Alésia era a pochi minuti.

Rue d’Alésia era più silenziosa di quanto si aspettasse. Lorenzo camminò piano, con lo zaino che gli batteva sulla schiena e il foglio spiegazzato in mano. Il numero del portone era quello giusto. Un verde scrostato, una maniglia fredda, nessun segno di vita.

Entrò nel cortile. Salì le scale. Ogni gradino aveva un suono diverso, come se la casa stesse cercando di capire chi fosse quel nuovo inquilino.

Quando aprì la porta dell’appartamento, l’aria era ferma. Non c’era odore di cucina, né di detersivo, né di vita. Solo polvere, silenzio e un’eco leggera.

Due locali. Un bagno piccolo. Un cucinotto con il lavello in acciaio. E un terrazzo.

Il terrazzo era la cosa più viva della casa. Lorenzo ci uscì quasi senza pensarci. E fu lì che Parigi gli si mostrò davvero.

La Tour Montparnasse, enorme e scura, come un guardiano. Il cimitero, più in basso, con le punte degli alberi che sembravano dita che sfioravano il cielo. E in lontananza, i tetti grigi della città, tutti diversi e tutti uguali, come un mare di ardesia.

Non era una vista romantica. Era una vista vera. Una vista che diceva: “Qui non ti regalo niente. Ma se vuoi, puoi ricominciare.”

Lorenzo appoggiò le mani sulla ringhiera. Inspirò. E per la prima volta dopo mesi, sentì che il mondo non gli stava più crollando addosso. Era fermo. Era lì. E lui era sopra, non sotto.

La vita nuova cominciò così. In una casa vuota. Con una vista che non perdonava. E con un ragazzo che aveva perso tutto, ma che, senza saperlo, stava per ritrovarsi.



Lorenzo stava ancora sistemando lo zaino sul pavimento quando il campanello suonò. Un suono breve, chiaro, educato. Quel tipo di suono che fa chi non vuole disturbare, ma vuole esserci.

La porta era chiusa. La casa era silenziosa. Il terrazzo, dietro di lui, profumava di gerani rossi — tanti, vivi, accesi, come piccoli fuochi di aprile.

Lorenzo aprì.

Étienne era lì. In piedi, con la luce del pianerottolo che gli disegnava un’aura sottile intorno ai capelli neri, lucidi, tirati indietro come sempre. Gli occhi verdi, quelli veri, quelli che non si dimenticano, lo guardarono con un misto di sollievo e rimprovero affettuoso.

«Mon cher… finalmente.» La sua voce era bassa, calda, un po’ stanca.

Entrò senza fretta, con quella camicia blu arrotolata sulle braccia, i pantaloni scuri, l’aria di uno che ha corso ma non vuole farlo vedere.

«Perdonami,» disse, «maman mi ha trattenuto a colazione. Sai com’è… quando inizia a parlare, non finisce più.»

Sorrise. Quel sorriso che non era largo, non era teatrale: era Étienne. Un sorriso che diceva “sono qui”, senza bisogno di altro.

Si guardò intorno.

La casa non era vuota.

Era una casa da signora francese, elegante senza ostentazione:

soggiorno luminoso, con tende rosa cipria e dettagli blu

camera matrimoniale con copriletto trapuntato

angolo cucina con un tavolino rotondo e due sedie leggere

bagno bianco e azzurro, piastrelle tipo azulejos, fresche come acqua di fonte

Étienne annuì, soddisfatto. «Vedi? Te l’avevo detto. Non è grande, ma è bella. E soprattutto… è tua.»

Lorenzo lo guardò. Non sapeva cosa rispondere. Non c’era niente da dire, in realtà.

Étienne si avvicinò al terrazzo. Aprì la porta-finestra. L’aria di Parigi entrò come una promessa.

«Guarda.» Indicò la vista.

La Tour Montparnasse, scura e verticale. Il cimitero, con gli alberi che sfioravano il cielo. E i tetti della città, lontani, infiniti, tutti diversi e tutti uguali.

«Mon cœur…» disse piano, senza guardarlo. «Qui puoi ricominciare.»

Lorenzo si appoggiò alla ringhiera, vicino a lui. Non troppo. Il giusto.

Étienne non parlò più. Non serviva. La città parlava per lui.

E in quel silenzio, in quel terrazzo di aprile, con i gerani rossi e la luce che cambiava colore, Lorenzo capì una cosa semplice:

Non era solo arrivato a Parigi. Era arrivato da qualche parte.

I primi giorni passarono come passano le cose nuove: lenti e veloci allo stesso tempo.

La casa era ancora piena di silenzi, ma non erano silenzi pesanti. Erano silenzi che osservavano, che prendevano le misure, che aspettavano di capire chi fosse quel nuovo inquilino.

Lorenzo si svegliava presto. Apriva le finestre. L’aria di aprile entrava fresca, con l’odore dei gerani e il rumore lontano della città che si svegliava. La Tour Montparnasse sembrava sempre lì a controllare che tutto andasse bene.

Étienne veniva ogni tre giorni. Sempre uguale, sempre diverso. Capelli neri, occhi verdi, camicia arrotolata sulle braccia. Arrivava dalla madre, da Martigny, dove stava quando non era a Tours con il suo compagno. E ogni volta che arrivava in città, passava da Lorenzo.

«Mon cher… come va?» «Mon cœur… hai mangiato?» «Mon ami… oggi ti porto fuori.»

Non c’era bisogno di spiegare niente. Erano come due fratelli: uno che protegge, l’altro che si lascia proteggere senza vergogna.

La sera uscivano. Pub, locali, discoteche. Non per fare festa, ma per respirare. Per sentire che la vita non era finita. Per ricordarsi che esistevano ancora le luci, le voci, la musica, la gente.

Parigi di notte era un’altra città. Più morbida, più liquida, più possibile.



Mathieu.

Poi venne quella sera.

Lorenzo decise di uscire da solo. Non per sfida. Per prova. Per vedere se riusciva a camminare nella città senza appoggiarsi a nessuno.

Place des Vosges era la sua preferita. Sempre. Da subito. Da quando l’aveva vista la prima volta. Quella piazza aveva qualcosa di perfetto, di sospeso, di antico e moderno insieme.

Vicino alla piazza c’era un locale. Un posto misto, aperto, dove entrava chi voleva, senza etichette. Lorenzo si sedette al bancone. Due bibite fresche. Niente di più.

Fu lì che incontrò Mathieu.

Biondo. Occhi chiari. Un sorriso che non era invadente. Un modo di parlare brillante ma serio, come quelli che sanno ascoltare.

Parlarono poco. Il giusto. Il necessario.

Poi uscirono a fare un giro. Camminarono sotto i portici, tra le luci calde della piazza. Mathieu era gentile, ma Lorenzo non si fidava ancora a salire in auto con qualcuno. E lui lo capì subito, senza offendersi.

«Ti accompagno alla metro» disse. Semplice. Normale. Pulito.

Arrivarono a Étienne Marcel, la linea 4. Quella che portava dritto verso casa.

Si salutarono così: una promessa leggera, non impegnativa, non drammatica.

«Ci sentiamo presto.» 

«Sì. Presto.»

E mentre il treno arrivava, Lorenzo si rese conto che quella era la prima sera in cui Parigi non gli sembrava più una città enorme.

Gli sembrava un posto dove poteva succedere qualcosa.

Il giorno dopo la serata a Place des Vosges, Lorenzo e Mathieu si sentirono subito. Una telefonata semplice, naturale, come se si conoscessero da più tempo.

Lorenzo raccontò tutto a Étienne. Lui era a Tours per lavoro, non poteva venire a Parigi, ma ascoltò ogni dettaglio con quella sua calma da fratello maggiore.

«Mon cher… fai bene a uscire. E senti questa: mio zio Bertrand cerca un commesso. Il negozio è in Avenue du Maine, proprio lì vicino a te. Vai. Digli che ti mando io.»

Era tipico di Étienne: non poteva esserci fisicamente, ma trovava sempre un modo per esserci lo stesso.

Lorenzo ci andò. E fu tutto semplice, quasi troppo.

Monsieur Bertrand era un personaggio: un francese raffinato, un po’ demodé, elegante senza sforzo. Vendeva materiale per studenti di design, architettura, liceo d’arte. Un negozio pieno di carta, colori, strumenti, righe, album, odore di grafite e legno.

Appena vide Lorenzo, gli piacque. «Ah, vous êtes l’ami d’Étienne… parfait.» E lo assunse. Così, senza prove, senza attese. Era già tutto deciso.

Lorenzo uscì dal negozio con un lavoro e un sorriso che non si ricordava da mesi.

Quando lo raccontò a Mathieu, lui fu felice davvero. Non quella felicità di cortesia. Quella vera.

Mathieu lavorava in uno studio medico in Rue du Château. E da quel giorno prese il “vizio” — come lo chiamava ridendo — di accompagnarlo a casa ogni pomeriggio.

Non in macchina. Lorenzo non si fidava ancora. Mathieu lo capì subito, senza fare domande.

Camminavano insieme, parlando piano, ridendo, raccontandosi pezzi di vita. Parigi intorno sembrava più leggera quando c’era lui.

E poi, una sera, sotto casa, successe.

Non un bacio rubato. Non un bacio improvviso. Un bacio vero. Di quelli che arrivano quando devono arrivare. Sotto il portone, con la luce gialla del lampione e il rumore lontano della città.

Un bacio che non prometteva niente, ma apriva tutto.



Da quel giorno iniziò una bella avventura. Né Lorenzo né Mathieu si aspettavano molto, e forse proprio per questo funzionava. Mathieu era affettuoso, presente, ma aveva anche i suoi lati d’ombra: impegni improvvisi, orari strani, weekend in cui spariva del tutto. 

Diceva che la famiglia non sapeva nulla di lui, e questo era vero, ma non bastava a cancellare quella sensazione di qualcosa che sfuggiva sempre un po’ dalle mani.

Étienne lo osservava da lontano. 

Lo ascoltava, lo lasciava parlare, ma ogni tanto lo metteva in guardia dal fascino parigino, come lo chiamava lui, e intanto prendeva informazioni in giro senza dire niente. 

Non per diffidenza, ma per protezione. Era il suo modo di voler bene.

Lorenzo intanto viveva tra il lavoro nel negozio di Monsieur Bertrand, le passeggiate leggere con Mathieu, le visite per Parigi e i giri nei dintorni. 

L’estate era arrivata piena, con quella luce che rende tutto più morbido. Bertrand gli aveva dato cinque giorni di permesso quando Étienne li invitò a Tours, dove si poteva fare il bagno nella Loira. 

Era stato generoso, come sempre, con quel suo modo raffinato e un po’ demodé che lo rendeva simpatico.

Lorenzo partì, ma Mathieu no. All’ultimo momento aveva inventato una scusa plausibile, un viaggio a Londra per lavoro, e Lorenzo ci aveva creduto. O forse aveva voluto crederci. 

A Tours era un po’ triste, ma gli amici di Étienne furono splendidi, pieni di vita, accoglienti, capaci di farlo sentire parte di qualcosa. E Étienne lo osservava, lo guardava come si guarda qualcuno che si vuole capire davvero.

Un pomeriggio, sulla riva della Loira, con l’acqua che brillava e il vento che muoveva le foglie, Étienne gli fece quella domanda. Non aveva cambiato tono, non aveva preparato il terreno. L’aveva semplicemente guardato e aveva detto: 

«Ti sei innamorato di Mathieu? Non una cotta. Lo ami?»

Lorenzo rimase sospeso, senza sapere cosa rispondere. Forse sì. Forse no. Forse non voleva saperlo. 

E proprio in quel momento uno spruzzo d’acqua arrivò addosso a entrambi. Alain, il compagno di Étienne, rideva come un ragazzino, con le mani ancora nell’acqua. 

La risposta rimase lì, non detta, come tante cose a vent’anni, come tante cose a Parigi.



La settimana dopo, Étienne e Alain decisero di restare a Parigi per qualche giorno. 

Dissero che avrebbero dormito nell’appartamento del padre, che ora viveva a Rouen dopo il divorzio, ma era una scusa talmente trasparente che Lorenzo non ebbe nemmeno bisogno di chiedere. 

Volevano controllarlo. Sapevano quello che aveva passato. E soprattutto avevano dubbi su Mathieu.

Mathieu, stranamente, accettò l’idea di uscire tutti insieme. Una cena in quattro, in un bel locale sulla Senna, per conoscersi meglio. Era una cosa che non avrebbe mai proposto lui, e proprio per questo Lorenzo rimase sorpreso.

La serata iniziò bene. Il locale era elegante, con le luci che si riflettevano sull’acqua e un’aria tiepida che sembrava fatta apposta per parlare senza fretta. 

Mathieu era brillante, educato, quasi troppo perfetto. Étienne lo osservava con quella calma che non lasciava capire se fosse diffidente o semplicemente attento. Alain cercava di alleggerire tutto con battute e sorrisi.

Poi accadde qualcosa.

Entrarono alcune persone. Un gruppo. Non rumoroso, non invadente. Ma Mathieu li vide e sbiancò. Non fu un gesto teatrale, fu un cambiamento improvviso, come se qualcuno gli avesse tolto l’aria.

Uno di loro si avvicinò al tavolo. Salutò tutti con gentilezza, con quella naturalezza tipica dei parigini che sanno muoversi ovunque. Si chiamava Arnaud. 

Guardò Mathieu negli occhi e gli chiese se andava tutto bene. Mathieu rispose di sì, con un sorriso che non era un sorriso, cercando di fingere una sicurezza che non aveva.

Arnaud non insistette. Si limitò a salutarli e, prima di allontanarsi, disse una frase che cadde sul tavolo come un bicchiere rovesciato.

«Salutami i tuoi. Antoine, Bértil… e Brigitte.»

Brigitte. Detto in quel modo. Con quella sfumatura. Come se fosse un nome che non si doveva pronunciare.

La serata continuò quasi allegra, come se nulla fosse successo. Ma qualcosa era cambiato. Una crepa sottile, invisibile, che però si sentiva.

Étienne e Alain tornarono nel loro appartamento. Lorenzo invitò Mathieu da lui, ma Mathieu disse che non stava bene e preferiva rientrare. 

Non era una scusa, o forse sì. 

Lorenzo non lo capì.

Più tardi, sul terrazzo, guardando Parigi di notte, si rese conto di una cosa semplice e inquietante: non sapeva dove abitasse Mathieu. Sapeva solo che viveva dalle parti dell’Arc de Triomphe, niente di più. 

Nessun indirizzo, nessun riferimento, nessuna certezza.

E soprattutto quel nome. Brigitte. Detto in quel modo. Con quella nota strana.

Chi era?



Ad agosto il negozio chiuse per ferie. La moglie di Bertrand, franco‑italiana, voleva passare il mese in Liguria, e così Lorenzo si ritrovò a Parigi da solo. La tentazione di tornare in Italia per qualche giorno c’era, ma ogni volta che chiamava l’istituto dove era ricoverata sua madre gli dicevano che andava tutto bene. Eppure non se la sentiva. Era passato troppo poco tempo, e il ritorno avrebbe aperto ferite ancora fresche.

Fu allora che Julien, un amico di Étienne, lo invitò a passare qualche giorno alle terme di Enghien‑les‑Bains, nel Val d’Oise. Étienne gliele consigliava da sempre, diceva che erano bellissime, un posto dove staccare davvero. Così Lorenzo accettò. Partirono lui, Julien e due amiche di quest’ultimo. I primi due giorni furono perfetti: acqua calda, sole, risate, una leggerezza che sembrava quasi nuova.

Il terzo giorno qualcosa cambiò.

Arrivarono altri parigini, tra cui una famiglia: padre, madre e due figli. Il ragazzo avrà avuto venticinque anni, molto bello, la sorella sui ventotto, bionda, elegante, con un fisico da modella. La madre la chiamò Brigitte. Lorenzo si voltò istintivamente. Era la seconda volta che sentiva quel nome in poco tempo. Forse era comune, forse molte famiglie chiamavano così le figlie in onore della Bardot. Eppure qualcosa gli rimase addosso.

Dopo la colazione e il bagno, i ragazzi si erano sparsi sul prato per riposare al sole. Lorenzo, con l’accappatoio addosso, decise di andare a prendere un gelato al banco. Una cattiva idea, avrebbe pensato dopo. Tornando verso gli amici, vide entrare Mathieu. Non capì perché fosse lì, non capì come fosse possibile, ma l’istinto fu immediato: accelerò il passo, si mise il cappello di tela sugli occhi e si sedette sulla sdraio accanto a Julien.

Julien lo guardò stranito, mentre le ragazze continuavano a leggere o dormire. Stava per dirgli qualcosa, forse “guarda che c’è il tuo Mathieu”, quando vide la scena in lontananza. Mathieu si era avvicinato alla famiglia appena arrivata. Abbracciò la ragazza bionda e la baciò sulla bocca. Un bacio pieno, sicuro, naturale. Julien sgranò gli occhi. «Mon Dieu…» mormorò, e senza pensarci si buttò sopra Lorenzo, ridendo e scherzando come se nulla fosse, fingendo di rubargli il gelato, cercando di coprire la visuale.

«Ma sei pazzo?» rise Lorenzo, spingendolo via. Si alzò. E vide.

Vide quello che non avrebbe mai dovuto vedere.

Il corpo reagì prima della mente. Con il cappello calato sugli occhi e l’accappatoio stretto addosso, senza dire una parola, ignorando il “fermati” di Julien, si diresse verso le cabine. Prese i suoi vestiti, si cambiò in fretta, quasi senza respirare. Prima che Mathieu potesse scorgerlo, prima che Julien riuscisse a raggiungerlo, Lorenzo uscì dalle terme e letteralmente fuggì.

Camminò veloce, poi corse. Raggiunse la macchina di Julien, parcheggiata poco lontano. Avrebbero dovuto tornare insieme la sera, ma lui era disposto a restarci fino a mezzanotte pur di non incrociare Mathieu. Pur di non vedere più quella scena.

Pur di non sentire più quel nome.

Brigitte.

Il viaggio di ritorno fu silenzioso. Julien guidava senza parlare, le ragazze dietro non avevano più la leggerezza dei giorni precedenti. Avevano saputo tutto da lui, e Francine, seduta accanto a Lorenzo, gli aveva passato un braccio intorno alle spalle, un gesto semplice, quasi materno, che non chiedeva spiegazioni. Parigi si avvicinava lentamente, con le sue luci che cominciavano a comparire una dopo l’altra, come se la città sapesse che qualcosa era cambiato.

Arrivarono in Rue d’Alésia verso le nove e mezza. L’aria era ancora tiepida, il cielo di un blu profondo che sembrava trattenere l’estate. Julien spense il motore e si voltò verso di lui. «Vuoi che saliamo?» chiese con una gentilezza che non aveva bisogno di essere spiegata. Erano solo le ventuno e trenta, la serata era ancora lunga, ma Lorenzo scosse la testa.

«No, davvero. Grazie di tutto. Ci sentiamo domani.» Sorrise, un sorriso stanco ma sincero. Non voleva compagnia, non quella sera. Aveva bisogno di silenzio, di spazio, di capire cosa fosse successo davvero.

Julien annuì, senza insistere. Le ragazze gli fecero un cenno dalla macchina, un saluto affettuoso, e poi ripartirono. Le luci posteriori dell’auto si allontanarono lungo la strada, lasciandolo solo davanti al portone.




Agosto stava per finire. Étienne sarebbe arrivato in città tra due giorni. E Lorenzo, mentre saliva le scale, sentiva che quelle quarantotto ore sarebbero state un tempo sospeso, un ponte fragile tra ciò che aveva creduto e ciò che avrebbe dovuto affrontare.

La notte, le telefonate e l’arrivo di Étienne**

Quella notte fu brutta. Lorenzo non dormì quasi per niente. Il telefono squillò cinque volte, sempre lo stesso suono, sempre lo stesso ritmo. Non rispose. Non serviva vedere il nome sul display, non serviva nemmeno pensarci: sapeva che era Mathieu. Ogni squillo era un colpo allo stomaco, un richiamo che non voleva ascoltare.

La mattina dopo chiamò Étienne. Gli disse solo che era tornato a Parigi, che tutto era a posto, che ci sarebbero visti tra due giorni. Non aggiunse altro. Non ne aveva la forza.

Poi rispose anche a Mathieu, con una voce che cercava di sembrare normale. Gli disse che era fuori città con gli amici di Étienne, che non aveva sentito le chiamate. Era una bugia piccola, quasi innocente, ma necessaria. Non avevano i cellulari come oggi, non c’erano messaggi, notifiche, localizzazioni. Bastava dire una frase e il resto si perdeva nell’aria.

Due giorni dopo Étienne arrivò a Parigi. Sapeva già tutto. Julien gli aveva raccontato ogni dettaglio, e Alain era furioso. Voleva affrontare Mathieu, voleva dirgli in faccia quello che pensava, ma Étienne lo fermò con un gesto secco. «Non fare lo scemo» gli disse. «Non serve a niente.»

Julien, con la sua leggerezza un po’ teatrale, cercò di sdrammatizzare. «È un peccato non averti conosciuto prima» disse a Lorenzo, ma Étienne lo zittì con un’occhiata che non lasciava spazio a battute.

Poi si voltò verso Lorenzo. La domanda era inevitabile, sospesa nell’aria come una corda tesa.

«Che farai?»

Lorenzo abbassò lo sguardo. «Torno a Milano a settembre. Tra tre giorni.»

Étienne lo fissò, serio. «Sei sicuro?»

«Sì.»

Un silenzio breve, pesante.

«E Mathieu?»

La domanda rimase lì, come un nodo che nessuno aveva il coraggio di sciogliere.

La domanda era rimasta sospesa fino al pomeriggio. Nessuno dei quattro aveva chiesto altro a Lorenzo. Non c’era bisogno di parole: la storia era lì, nell’aria, come un odore che non se ne va. La casa della nonna di Étienne era piena di musica leggera, una radio accesa da qualche parte, una melodia francese che entrava e usciva dalle stanze come un soffio. I quattro ragazzi erano lì, sparsi tra il divano e il tappeto, a guardare la televisione senza seguirla davvero, a lasciarsi attraversare dal tempo.

Julien, a un certo punto, si ricordò di avere un impegno. Si alzò, prese la giacca, salutò Alain ed Étienne con un cenno, poi si avvicinò a Lorenzo. Gli mise una mano sulla spalla e gli diede un bacio leggero sulla guancia, un gesto affettuoso, spontaneo, che non chiedeva nulla.

«Riguardati» disse piano. «E fai la scelta giusta.»

Non aggiunse altro. Non serviva.

Uscì chiudendo la porta con delicatezza, come se non volesse disturbare il silenzio che era rimasto nella stanza.

Alain guardò Étienne, e Étienne gli fece un cenno silenzioso di uscire. Doveva parlare con Lorenzo da solo. Alain si avvicinò, abbracciò Lorenzo senza dire nulla e uscì dalla stanza. I due sapevano già tutto, non servivano parole.

Lorenzo fece un respiro lungo, come se volesse liberarsi di un peso che non riusciva più a tenere dentro. Si voltò verso Étienne e scoppiò a piangere. Non un pianto rumoroso, non un pianto disperato. Un pianto che veniva da lontano, da mesi, forse da anni. Étienne lo abbracciò forte, come fanno i fratelli quando arriva il momento del bisogno, quando non c’è niente da spiegare e tutto da sostenere.

Poco dopo, quando il respiro tornò più calmo, Étienne lo guardò con gli occhi lucidi. Lorenzo si asciugò il viso con il dorso della mano, poi allungò la mano verso un tavolino accanto alla poltrona. Prese una busta bianca, chiusa con cura.

«Questa falla avere a Mathieu» disse. «Telefonagli, dagli un appuntamento… oppure portagliela dove lavora. La darai a un collega.»

Étienne rimase in silenzio. «Io torno in Italia» aggiunse Lorenzo.

«Quando.»

«Domani.»

Étienne sussultò appena. «No, non andare.»

«Devo. Ho chiamato Milano. Ho già i miei amici che hanno una camera per me. E ho un’offerta di lavoro fatta mesi fa, è ancora valida. Parto domani pomeriggio alle due, da Orly.»

Étienne si passò una mano tra i capelli, come faceva quando cercava di trattenere qualcosa. «E io che farò.»

«Faremo come sempre da anni. Ci telefoniamo, ci scriviamo. Vieni a Milano, e poi magari io torno a Parigi.»

Étienne lo guardò a lungo. «E a Mathieu devi dirgli qualcosa.»

«Ti telefonerà prima di sera» disse piano. «Ci penserò al momento.»

Étienne gli si avvicinò, gli prese il viso tra le mani come si fa con qualcuno che si vuole proteggere davvero. «Tesoro mio, mon cœur… è stata in parte colpa mia. Ti ho fatto venire qui sperando di renderti felice, o almeno sereno, e invece ti ho aggiunto un altro problema.»

Lorenzo scosse la testa. «Non dirlo neanche per scherzo. Ho passato sei mesi favolosi. Anche con Mathieu. Ma stop. Tornerò a Parigi un giorno, ma adesso devo andare via.»

Étienne lo abbracciò di nuovo, più forte, come se volesse trattenerlo ancora un istante prima che tutto cambiasse. 



La sera arrivò lenta, come se sapesse che doveva portare con sé qualcosa di definitivo. Lorenzo aveva già preparato la borsa con le sue cose. Aveva parlato con Gérard nel pomeriggio: l’uomo lo aveva abbracciato forte, gli aveva dato un po’ di denaro come liquidazione e gli aveva augurato buona fortuna, dicendogli di tornare presto. Lorenzo gli aveva sorriso, un sorriso pieno di affetto per quell’uomo simpatico che gli aveva dato un lavoro e un posto sicuro.

Quando il telefono squillò, Lorenzo sapeva già chi fosse.

«Sì, pronto.» «Ciao tesoro.» «Ciao Mathieu.» «Come stai, amore.» «Bene. E tu.» «C’è qualcosa… ti sento un po’ strano.» «Nulla, Mathieu. Solo stanchezza.» «Ah, ecco, i giorni con i tuoi amici ti hanno stancato.» Rise al telefono, ma la risata si spense subito. Lorenzo non rise. Rimase in silenzio. «Caro… è successo qualcosa? Posso chiederti dov’eri finito? Sono cinque giorni che non ci vediamo e mi manchi.» «Dov’ero, Mathieu.» «Sì, Lorenzo. La piccola vacanza non sembra averti fatto bene.» «Lo ha fatto sì. E anche molto.»

Silenzio.

«Ero a Enghien‑les‑Bains. Per tre giorni c’erano anche Brigitte e la sua famiglia.» Un altro silenzio. «E c’eri anche tu.»

«Lorenzo…» «Non dire nulla, ti prego. Mi è bastato quello che ho visto.» «Posso spiegarti.» Lorenzo sorrise, un sorriso amaro che non aveva niente di dolce. «Cosa. Che hai una moglie o una fidanzata. Che io ero la distrazione. O il tuo posto segreto dove nascondere chi sei davvero.»

Silenzio.

«Mathieu, voglio andare a dormire. Scusami.» «Ne parliamo domani. Sarò da te nel pomeriggio. Ti prego, aspettami.» «Va bene.» Click.

La mattina dopo, verso le undici, Mathieu arrivò in ufficio. La collega gli porse una busta. «Portata da un ragazzo dai capelli scuri. Mai visto. Ha detto che era urgente.» Mathieu la aprì. Sbiancò. Si appoggiò alla scrivania come se le gambe non lo reggessero più. «È successo qualcosa?» chiese la collega. «Sei come un cadavere.» «No… no. Devo andare. Torno nel pomeriggio. Di’ a René che arrivo più tardi.»

Étienne e Lorenzo erano già all’aeroporto di Orly. Mancavano due ore alla partenza per Milano. Tra poco avrebbe fatto il check‑in. Parlarono di tante cose, anche di Mathieu, ma senza rabbia, senza accuse. Solo due amici che si tenevano stretti mentre un capitolo si chiudeva.

Quando fu il momento, si abbracciarono forte. Étienne baciò Lorenzo sulla guancia, come si fa con qualcuno che si ama davvero. Lorenzo si voltò e andò verso il punto del check‑in. Un ultimo saluto con la mano, e poi sparì dalla vista dell’amico.

Entrambi piangevano.

Non sapevano che, nello stesso momento, Mathieu stava correndo in auto come un pazzo per le strade verso l’aeroporto. La testa in fiamme, la lettera stretta nella mano. Una lettera breve, definitiva.

Adieu Mathieu. Ritorno a casa, in Italia, per sempre. Mi aspetta solo un aereo e nient’altro. Adieu mon cher. L.

Solo quello. Nient’altro. Come se un fantasma avesse lasciato un’impronta e fosse sparito.

Étienne era alla vetrata da cui si vedevano gli aerei partire. Erano quasi le due. Lorenzo era già sulla pista di rullaggio. Guardò a destra e vide un giovane biondo, trafelato, sudato, in giacca e cravatta. Mathieu. Si guardava attorno disperato. Corse verso un punto informazioni, qualcuno gli disse che l’aereo per Milano era in partenza. L’altoparlante lo confermò.

Mathieu si avvicinò alla vetrata. Mise le mani e la fronte contro il vetro. Piangeva.

«Mon amour… cosa ti ho fatto…» mormorò in francese.

Un aereo stava decollando in quel momento. Un Alitalia. E su quell’aereo c’era Lorenzo, che guardava dall’oblò l’aeroporto che si allontanava e, più in là, la sagoma di Parigi. Piangendo disse piano:

«Parigi… adieu.»

Mathieu si voltò e vide Étienne che lo fissava. Non sorrideva come sempre. Si avvicinò. Étienne si trattenne dal dargli uno schiaffo. Si limitò a dire:

«È tornato a casa.»

«Mi dispiace… quello che ho fatto…» balbettò Mathieu.

Étienne gli voltò le spalle. «Hai aggiunto un altro dolore a quelli che Lorenzo sta passando. La prossima volta pensaci prima. Adieu.»

L’aereo era ormai un puntino lontano nel cielo.



"Ricordo ancora la nostra ultima estate
Ricordo ancora tutto
Passeggiate lungo la Senna
Risate sotto la pioggia
La nostra ultima estate
Ricordi che restano"
(Testo di OUR LAST SUMMER - ABBA)


Giampaolo Daccò Scaglione