giovedì 26 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *LA SPERANZA DI RITROVARTI*

"Ci sono incontri che durano pochi minuti ma restano per tutta la vita. A volte basta uno sguardo, un gesto, un nome sussurrato con timidezza per aprire una ferita che non si richiuderà più. Questa è la storia di un ragazzo incontrato per caso, e della speranza - ostinata, fragile, luminosa - di poterlo ritrovare."

INVERNO

*LA SPERANZA DI RITROVARTI*


Milano, dicembre 2009

Avevo pensato a lungo se scrivere ciò che sto per raccontare o se tenerlo per me, per non suscitare pietà o commiserazione. 

Alcuni amici conoscono già questa storia, ma ogni volta che ci ripenso è come ricevere una pugnalata nello stomaco.

Era dicembre, pochi giorni prima di Natale. 

Ero lontano da casa per lavoro quando ricevetti una telefonata inaspettata da Ezio: «Ti prego, dobbiamo fare qualcosa.» 

Quelle parole mi lasciarono senza fiato.

Mi raccontò che, passando in centro per una commissione, aveva visto un ragazzo chiedere l’elemosina. 

Di solito non la facciamo: troppe vittime degli strozzini, troppi soldi che finiscono nelle mani sbagliate. Ma dalla sua voce capii che quel ragazzo era diverso. 

Gli aveva portato una cioccolata calda, una brioche, e qualche moneta. E qualcosa, in lui, l’aveva colpito profondamente.

Il sabato mattina, appena rientrato, decidemmo di andare in centro. Voleva mostrarmelo. 

Ero preoccupato, la situazione mi sembrava strana, ma non dissi nulla. 

Lo vidi poco distante: avrà avuto vent’anni, forse meno. Era seduto per terra, capo chino, con jeans strappati, un giubbottino di lana e una sciarpa sottile. 

Faceva un freddo pungente.

Provai un senso di rimorso. Entrammo nella pasticceria vicina, prendemmo un caffè e una grande tazza di cioccolata calda per lui. Quando ci avvicinammo, il ragazzo alzò lo sguardo. 

E quello sguardo mi paralizzò.

Tenevo il bicchiere in mano come un idiota, incapace di muovermi. Sentii un tocco sul braccio, mi riscossi e glielo porsi. 

«È per te…» riuscii a dire. Lui sgranò due occhi azzurri, incredibilmente tristi e sorpresi.

La voce di Ezio accanto a me aggiunse: «Bevila, è calda. Ti farà bene. E tieni anche questi…» Alcune banconote scivolarono nella sua mano.

Ci ringraziò con un sorriso così triste e sincero che mi si spezzò qualcosa dentro. Abbassai lo sguardo. E lo vidi.

Gli mancava la gamba sinistra dal ginocchio in giù. E due dita della mano sinistra.

Un gelo mi attraversò l’anima. Guardai Ezio negli occhi e lessi una pietà infinta, con un nodo alla gola chiesi d’istinto: «Come ti chiami?»

Il ragazzo guardò alla sua sinistra. Un uomo, poco distante, ci osservava. Poi rispose piano: «Goran, signore… mi chiamo Goran. Ora io…» Avevamo capito. Era sorvegliato.

Lo salutammo e ci allontanammo. L’uomo si avvicinò subito a lui.

Il giorno dopo tornammo, ma non c’era più. Forse non si chiamava nemmeno Goran. E capii perché il giorno prima mi era stato detto: «Dobbiamo fare qualcosa.»

Per un anno intero ci pensammo. Come rintracciarlo? Anche rivolgersi alla polizia sarebbe servito a poco. 

Quando mi aveva guardato, si era smosso qualcosa che non provavo da anni: un senso di paternità che avevo tenuto sepolto per non soffrire. 

Goran aveva i miei stessi occhi, lo stesso colore e una tristezza infinita dentro.

Immaginavo di poterlo aiutare, curare, farlo studiare, strapparlo a quel clan che sfrutta ragazzi come lui. 

Pensavo che, se avessi avuto un figlio, gli avrei dato tutto l’amore che a me era mancato. Lo avrei seguito, protetto, responsabilizzato. Avrei…

Milano, dicembre 2010. 

Un’altra telefonata: «È tornato. C’è ancora.»

Il cuore mi balzò in gola.

Il sabato eravamo di nuovo lì, con un cappuccio caldo e una brioche. Goran era seduto nello stesso punto, infreddolito. Non ci riconobbe subito, ma quando pronunciammo il suo nome, sorrise spalancando gli occhi.

Provai una rabbia feroce. «Prendi la macchina. Lo convinciamo a salire e lo portiamo via.» 

«Sei impazzito Paolo? Ma che dici?» 

«No. Facciamolo, ti prego…»

Il ragazzo ci guardò confuso e volse lo sguardo verso l’angolo della via. Lo stesso uomo era lì.

«Paolo, andiamo via. Se chiamiamo i carabinieri forse servirà, ma non ora. Non qui.» Ezio mi prese per un braccio e ci allontanammo.

«Ti rendi conto che sarebbe un sequestro? E cosa potremmo offrirgli, con le situazioni che ognuno di noi ha? E chi affronta quella gente?» 

Aveva ragione. Dannatamente.

Ma io l’avrei fatto. L’avrei fatto davvero.

Non mangiai nulla quel giorno. La rabbia mi divorava. Perché non si può fare niente? Perché succedono queste cose? 

Perché esistono persone che sfruttano ragazzi così? E chi può dire che non siano stati loro a ridurlo in quel modo?

Tornammo nel pomeriggio. Non c’era più. Né quel giorno, né il successivo. E non lo vedemmo mai più.

Ora dopo tanti anni, si avvicina di nuovo il Natale: la solita festa piena di buoni propositi, bigliettini, frasi di circostanza. Ma da quel giorno non riesco più a viverla allo stesso modo.

Ci penso ancora. Ci pensiamo ancora. Speriamo ancora di rivederlo. E ho paura che anche quest’anno non ci sarà.

Vorrei credere che sia vivo, che stia bene, che qualcuno abbia preso in mano la sua vita. Noi continueremo a cercarlo. Sempre.

"Gli anni passano, le strade cambiano, i volti si confondono. Ma ci sono persone che restano, anche se non le abbiamo più riviste. E ogni dicembre, quando il mondo finge di essere più buono, il pensiero torna a quel ragazzo dagli occhi azzurri e tristi. Finché vivrà il ricordo, vivrà anche la speranza di ritrovarlo."

Giampaolo Daccò Scaglione

martedì 24 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *PIOGGIA DI NOVEMBRE*

 "La pioggia di novembre non cade soltanto sui campi e sui tetti: cade anche sui ricordi. Ogni goccia porta con sé un frammento di ciò che siamo stati, un odore, un colore, un gesto che torna a bussare alla memoria. È una pioggia che non bagna: ma risveglia. ciò che abbiamo dentro."

AUTUNNO

*PIOGGIA DI NOVEMBRE*


Milano - Porta Genova, 10.11.2012

Il treno era appena partito dalla storica stazione milanese. 

Le persone avevano trovato posto negli scompartimenti, e un caldo tepore invadeva la carrozza dove sedevo. Il rumore regolare delle rotaie sembrava un respiro profondo, come se il viaggio stesso volesse cullare i pensieri.

Dopo poco più di un quarto d’ora lasciammo la periferia occidentale della metropoli. 

Il paesaggio cambiò lentamente: i palazzi si fecero più radi, poi sparirono del tutto, lasciando spazio a una campagna brulla immersa nei colori dell’autunno. 

La pioggia batteva contro il finestrino con una costanza quasi ipnotica. Il cielo plumbeo era un manto grigio solcato da nuvole ancora più scure.

Qua e là, qualche spruzzo di verde perenne resisteva tra i rami spogli, mentre rogge e piccoli canali dall’acqua scura irrigavano una terra che sembrava addormentata.

Un bambino seduto qualche sedile più avanti guardava fuori come me, con il naso appoggiato al vetro. 

La madre gli sistemava il cappuccio della felpa, dicendo piano: «Non appoggiarti troppo amore, è freddo.» La sua voce mi riportò indietro, come se avesse aperto una porta.

Ripensai alla mia infanzia, vissuta per più di un lustro in campagna dalla nonna materna. Vedevo i miei genitori solo nel fine settimana, e per me era una festa. 

Ricordo un cielo identico a quello di stamani, quella pioggia fredda che scendeva copiosa nel giardinetto e nell’orto dietro casa. Mi piaceva osservarla dalla finestra del soggiorno, perdendomi in fantasie irraggiungibili.

Dietro di me, la nonna o la prozia facevano bollire enormi castagne che avremmo mangiato nel tardo pomeriggio, davanti al caminetto acceso.

«Vieni qui, che fuori fa freddo.» diceva la nonna, senza mai alzare la voce. E io correvo, con le mani fredde e il naso rosso, ma felice. Mi sentivo protetto, al caldo, tra le spesse mura di quella casa tranquilla.

Ricordo che, come oggi, indossavo un maglioncino rosso vivace a collo alto. Sul petto destro avevo ricamato due soldatini inglesi dal cappello enorme. 

Portavo pantaloni di lana blu e un gilet dello stesso colore, con bottoncini dorati. Pantofoline scozzesi mi tenevano caldi i piedini. 

Dalla piccola cucina arrivava il profumo speziato della minestra della sera, mentre la pioggia continuava a battere sui tetti.

Tetti lucidi e rossi, tetti dai comignoli grandi in mattoni a vista che lasciavano uscire il fumo dei camini. 

Tetti con abbaini illuminati da luci fioche, tetti con cornicioni da cui l’acqua scendeva in piccoli ruscelli, finendo in qualche botola nascosta nel terreno. 

Era un mondo piccolo, ma completo. Un mondo che bastava a se stesso.

Il treno rallentò per una fermata intermedia. 

Un vento umido entrò dalle porte automatiche, scompigliando i capelli dei passeggeri. La pioggia iniziava a diradarsi, mentre nuvole scure volavano verso ovest, come se portassero altrove il peso di quella mattina.

Scendendo per il cambio del treno aspettando la coincidenza, l’aria fredda mi colpì in pieno viso. 

Per un attimo chiusi gli occhi. 

Sentii l’odore della terra bagnata, lo stesso odore che sentivo da bambino quando aprivo la porta sul retro della casa della nonna. 

«Quando torna la mamma?» chiedevo allora, piano. 

«Domani, tesoro. Domani.» 

E quel “domani” era sempre una promessa che bastava.

Quando arrivò la coincidenza, salii e presi posto vicino al finestrino. Il treno ripartì con un sussulto leggero. 

Guardai ancora una volta il cielo grigio, le gocce che scivolavano lente sul vetro, i campi che scorrevano come pagine di un libro già letto.

E capii che quella pioggia di novembre non era solo un ricordo: era un ritorno. 

Un modo per ritrovare ciò che avevo lasciato indietro, e che ancora oggi, in qualche modo, mi accompagna.

"Quando il treno riparte e il paesaggio scorre via, resta solo il suono della pioggia a legare passato e presente. E capisco che certe mattine non tornano, ma continuano a vivere dentro di noi, come una luce tenue dietro un vetro bagnato."

Giampaolo Daccò Scaglione

lunedì 23 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *PROLOGO*

 "Stagioni e Luoghi" 

Prologo: 

*Ci sono luoghi che non esistono più, se non dentro di noi. 

E ci sono stagioni che tornano ogni anno, ma mai nello stesso modo: cambiano luce, cambiano odore, cambiano voce. 

Così fanno anche i ricordi.

Questa serie è un viaggio attraverso il tempo che scorre e i posti che abbiamo amato, perduto, ritrovato. 

È fatta di piogge che lavano via il passato, di tetti che custodiscono segreti, di mattini che profumano di rinascita, di amori che non si dimenticano, di lettere che arrivano dal mare come un sussurro.

Ogni racconto è una finestra aperta su un momento che non torna, ma che continua a vivere nella memoria. 

Perché le stagioni cambiano, i luoghi si trasformano, ma ciò che abbiamo sentito resta. E ci accompagna, come una luce che non si spegne.*


"Stagioni e Luoghi ed i suoi racconti"

"Stagioni e Luoghi" raccoglie sette racconti che attraversano il tempo e lo spazio con la delicatezza di un ricordo che riaffiora. 

Sono storie sospese tra malinconia e dolcezza, tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. 

Ogni episodio è legato a un luogo, a una stagione, a un frammento di vita che torna a bussare alla porta dell’anima.

È una serie che parla di attese, ritorni, nostalgie, prime volte, distanze, e di quel filo invisibile che lega le persone ai posti che hanno amato.

*I Capitoli*

  1.  "PIOGGIA DI NOVEMBRE" - Quando il cielo si apre, anche i ricordi trovano il coraggio di cadere.
  2.  "LA SPERANZA DI RITROVARTI" - Ci sono attese che non finiscono: cambiano forma, ma restano vive.
  3. "SOPRA I TETTI DELLA CITTA' - Da lassù tutto sembra più lontano, tranne ciò che portiamo nel cuore.
  4. "UN MATTINO DI PIOGGIA" - Alcuni inizi non fanno rumore: scivolano piano, come gocce sul vetro.
  5. "PRIMO AMORE" - Ci sono emozioni che non impariamo: ci scelgono, e basta.
  6. "LONTANO NEL TEMPO" - Il passato non torna, ma continua a camminarci accanto.
  7.  "UNA LETTERA DAL MARE" - Le onde non rispondono, ma sanno sempre cosa portare a riva.

"Stagioni e Luoghi - Epilogo"

*Alla fine di questo viaggio resta una consapevolezza semplice e luminosa: non sono i luoghi a cambiare noi, ma ciò che proviamo mentre li attraversiamo.

Le stagioni passano, i cieli si spostano, le città mutano, ma ogni emozione vissuta rimane incisa come una traccia sottile. 

E quando torniamo in un posto che abbiamo amato, non ritroviamo mai ciò che era: ritroviamo ciò che siamo diventati.

"Stagioni e Luoghi" si chiude così: con la certezza che ogni passo, ogni pioggia, ogni tetto, ogni mare ci ha lasciato qualcosa. 

E che la memoria, quando torna, non fa male: illumina.*

Giampaolo Daccò Scaglione

sabato 21 marzo 2026

*Mr. CEPS & BORK - LA SERA DEL SOLE BASSO E LA CUCCIA DI BORK

"Nessuno potrà mai crederci ma, finalmente in quella terra del Nord tutto si stava sistemando. Molti si chiederanno che fine hanno fatto i proprietari della Ikoo e i 10 operai con la tuta blu e il cappello giallo... Boh, magari su qualche isola della Finlandia ma... L'importante è che Mr Ceps abbia trovato la sua dimensione e Bork la sua felicità."



"LA SERA DEL SOLE BASSO  

LA CUCCIA DI Mr. CEPS"

*La parola "AMORE" ha mille significati e a chi non crede che questo nasca tra un cane speciale ed un ceppo di noce nobile, non conosce la parola di amore*





"Episodio 5 - La Sera del Sole Basso"

La giornata era stata lunga. Troppo lunga.

Gli Anderssen, stremati dal referendum, dai tecnici volanti, dalle foche scivolose e dai castori che volevano far firmare moduli a tutti, andarono finalmente a dormire.

Sven russava come un orso. Svan parlava nel sonno di orologi a dondolo. Svon abbracciava un trapano come fosse un peluche. Svinina, l’unica sveglia, chiuse la porta e sospirò: «Finalmente silenzio.»

Fuori, il sole del Nord era basso, arancione, quasi timido. Non tramontava davvero: si limitava a scivolare dietro gli alberi, come un bambino che gioca a nascondino.

E in quel momento, quando tutto era quieto, parlarono loro.

La Cuccia di Bork

La cuccia era finalmente pronta: grande, morbida, calda, con il tetto di muschio raccolto nei boschi dietro la bottega e l’interno foderato di lana delle pecore del Nord. 

D’estate sarebbe stata sulla terrazza coperta, dove il vento portava profumo di resina. D’inverno, nella veranda, vicino alla stufa, così né Bork né Mr Ceps avrebbero mai tremato dal freddo.

Bork si avvicinò piano, con un rispetto che i tre fratelli non gli avevano mai visto. Annusò l’ingresso, fece un giro intorno, poi un altro, poi un altro ancora - come fanno i cani quando stanno per prendere una decisione importante.

Poi entrò. Si accoccolò. Appoggiò la testa sul legno caldo di Mr Ceps.

E allora, con un sospiro che sembrava venire dal cuore stesso della bottega, pronunciò la frase più solenne della sua vita:

«Woof Boark Boo Boo…» Nella lingua antica dei cani falegnami significava: “Finalmente a casa.”

Mr Ceps rimase immobile per un istante. Poi, dal profondo del suo midollo, fece sentire un suono lieve, naturale, quasi timido:

«Crick… Crrieck…» Era il linguaggio dei legni nobili. E significava una sola cosa: “Approvo.”

Bork chiuse gli occhi, felice. Mr Ceps scricchiolò ancora, come un sorriso di legno.

E così, nella veranda d’inverno e sulla terrazza d’estate, iniziò la loro vita insieme: un cane che aveva trovato casa, e un ceppo che aveva trovato il suo destino.

E in quel silenzio pieno di vita, Bork disse piano:

«Woof Boark Boo Boo…» (“È bello non essere soli.”)

Mr Ceps rispose:

«Crrieck…» (“Sì. È bello davvero.”)

E il sole basso del Nord, come un vecchio amico, restò lì a guardarli.

La Nuova Vita di Bork e Mr Ceps:

Il giorno dopo, quando il sole del Nord si alzò come un disco pallido e gentile, gli Anderssen si svegliarono trovando Bork che dormiva beato nella sua nuova cuccia, e Mr Ceps che sembrava… sorridere.

Svinina fu la prima a parlare.

«Guardate come stanno bene insieme.»

Sven annuì. Svan si commosse. Svon si asciugò una lacrima con il trapano.

E per la prima volta nella loro vita, i tre fratelli Anderssen fecero qualcosa di sensato: non toccarono nulla.

Lasciarono Bork e Mr Ceps vivere la loro amicizia senza interferire.

Il bosco, intorno, sembrava approvare:

  1. gli alci annuirono,
  2. le foche sbatterono le pinne, 
  3. i gabbiani urlarono qualcosa di incomprensibile, 
  4. i castori votarono una mozione di felicità, 
  5. i gufi timbrarono “OK”, 
  6. i procioni rubarono un panino, 
  7. gli scoiattoli dissero “ve l’avevo detto”. 

E Bork, dalla sua cuccia, guardò Mr Ceps e disse:

«Woof Boark Boo Boo…» (“Siamo a casa.”)

Mr Ceps rispose con un lieve:

«Crick…» (“Sì.”)

E così Bork uscì dalla sua nuova cuccia - morbida, calda, perfetta - e si stiracchiò.

Mr Ceps, ancora un po’ stanco dalla trasformazione in arma di gomma, fece un piccolo Crrieck di saluto.

«Woof Boof?» (“Tutto bene?”)

«Crick.» (“Sì, credo di sì.”)

Bork si sdraiò accanto a lui.

«Woof…» (“Sai… non avevo mai avuto una casa.”)

Mr Ceps rimase in silenzio un attimo. Poi disse:

«Crrieck…» (“Io non avevo mai avuto un amico.”)

E si guardarono, senza dire altro. Perché certe cose non servono. Poi arrivarono tutti:

*Le foche (ovviamente)*

Dal fiordo arrivò un suono morbido: “Oooop… oooop…”

Erano le foche, che si avvicinavano scivolando come torte di gelatina.

«Siamo venute a vedere come stai, ceppo gommoso!» disse la foca più anziana.

Mr Ceps rispose con un Crrick timido.

«Hai fatto un bel volo ieri.» disse un’altra. «Noi ci siamo spostate all’ultimo momento, eh!» E tutte risero sbattendo le pinne.

Bork scodinzolò. Era felice di rivederle.

*I gufi (professionali anche di notte)*

Su un ramo, due gufi scrutatori stavano controllando i verbali del referendum.

«Il quorum è stato raggiunto.» 

«La mozione dei castori è stata respinta.» 

«Le foche hanno votato correttamente.» 

«I procioni hanno votato quattro volte.» 

«Annotato.»

Poi guardarono Bork e Mr Ceps.

«Siete una bella coppia,» disse uno. «Approvato,» disse l’altro, timbrando l’aria.

*I castori (ovviamente in riunione)*

Vicino al fiume, i castori stavano tenendo un’assemblea straordinaria.

«Propongo di costruire una diga commemorativa per celebrare la trasformazione di Mr Ceps.» 

«Secondo me serve un regolamento.» 

«Serve un comitato.» 

«Serve un comitato per il comitato.»

Bork sospirò. Mr Ceps fece un Crrick di rassegnazione.

*I gabbiani e i puffin*

I gabbiani reali del Nord volavano bassi, urlando cose incomprensibili come sempre.

«EEEEH! BEL CEPPONE!» 

«FATELO PIÙ GROSSO!» 

«VOGLIAMO IL PESCE!»

I puffin, eleganti, li ignoravano.

«Che volgarità,» disse uno. 

«Siamo venuti per la quiete mattutina,» disse un altro. 

«E per vedere la cuccia,» aggiunse un terzo.

Il momento più bello

Alla fine, tutti si sedettero attorno a Bork e Mr Ceps:

  • le foche scivolate in cerchio, 
  • i gufi appollaiati, 
  • i castori in pausa sindacale, 
  • i puffin composti, 
  • i gabbiani che cercavano di stare zitti (senza riuscirci), 
  • gli scoiattoli che commentavano, 
  • i cervi che non capivano, 
  • gli alci che annuivano saggiamente

Bork disse piano:

«Woof Boark Boo Boo Wohau…» (“Saranno casinisti ma è bello non essere soli.”)

Mr Ceps rispose:

«Crrick... Croack. Crik…» (“Sì. È davvero divertente, altro che finire alla Ikoo.”)

E il sole basso del Nord, in quel mattino azzurro e tiepido come un vecchio amico, restò lì a guardarli.

Spoiler: "Finalmente è finita però m'è cascata 'na lacrima."

NdA:

"Spero che questa favola surreale vi abbia divertito e dato un pizzico di spensieratezza. E' surreale e fantastica ma, nasconde come tutte le favole, una morale che fa bene al cuore."

Giampaolo Daccò Scaglione

 

 

 


venerdì 20 marzo 2026

*Mr. CEPS & BORK - IL REFERENDUM DEL BOSCO E LA RIBELLIONE DI Mr. CEPS*

Prologo:

"Se qualcuno pensa che la storia finisca con quest'episodio, si metta il cuore in pace. L'ultimo stra-commovente arriverà nella prossima puntata. Preparate i fazzoletti, non ora o forse si ma non sarà per piangere."


Episodio 4 - Il Referendum del Bosco e 
la Ribellione di Mr Ceps

Quando i tre fratelli decisero di costruire la cuccia per Bork, si resero conto di non sapere come farlo senza far male a Mr Ceps. 

E allora, come ogni famiglia svedese di buon senso, convocarono un referendum del bosco.

Parteciparono:

  1. gli Alci (i più saggi), 
  2. i Cervi (i più confusi),
  3. le Martore (le più entusiaste),
  4. le Volpi (le più furbe),
  5. gli Orsi Polari (in visita culturale),
  6. le Foche Grigie del Fiordo (tempismo comico perfetto),
  7. i Gabbiani Reali del Nord (hooligan del mare),
  8. i Puffin (eleganti e inutili),
  9. i Castori (sindacalizzati),
  10. i Gufi (scrutatori ufficiali),
  11. i Procioni (disturbatori professionisti),
  12. gli Scoiattoli (commentatori non richiesti),
  13. la Famiglia Oktobimby (otto bimbi, otto voti),
  14. la Famiglia Anderssen, con Svinina in testa. 

Il tema del referendum era semplice:

“Come trasformare Mr Ceps in cuccia senza fargli male?”

Le proposte assurde degli animali:

  1. Le martore: «Massaggiatelo con muschio caldo!»
  2. Le volpi: «Fategli il solletico finché non si piega da solo!»
  3. Gli orsi polari: «Abbracciamolo forte finché prende forma!»
  4. Le foche: «Cantiamogli una ninna nanna marina!»
  5. I gabbiani: «BUTTATELO IN ARIA E VEDETE COME CADE!»
  6. I puffin: «Una cuccia con un tetto a forma di pesce!»
  7. I castori: «Costruiamo una diga-cuccia! È regolamentare!»
  8. I gufi: «Il quorum è del 50% più uno.»
  9. I procioni: rubano tre schede e votano quattro volte.
  10. Gli scoiattoli: «Io l’avevo detto.» (Non si sa cosa.)
  11. La famiglia Oktobimby propone di metterlo in una culla gigante “Così si rilassa”.

Ma alla fine vinsero gli alci, con la loro saggezza millenaria:

«Metterlo a mollo nel fiume. Così non sente il dolore.»

Gli umani applaudirono. Gli animali applaudirono. 

Le foche applaudirono sbattendo le pinne. I gabbiani applaudirono beccando chiunque fosse vicino. 

I castori presero nota. I gufi timbrarono “APPROVATO”.

Mr Ceps, invece, pensò:

“Ma siete completamente fuori?”

L’arrivo della Ikoo:

Proprio mentre stavano per trascinare Mr Ceps verso il fiume, arrivarono i proprietari della Ikoo con dieci tecnici in uniforme blu e casco giallo.

«Quel ceppo è nostro! È finito per sbaglio dagli Anderssen! Restituitecelo immediatamente!»

Gli alci abbassarono le corna. Le foche si misero in posizione difensiva (identica alla posizione di riposo). 

I gabbiani urlarono insulti in dialetto marino. I castori chiesero un permesso scritto. I gufi prepararono i verbali. 

I procioni rubarono un casco. Gli scoiattoli commentarono: «Ve l’avevo detto.» 

Bork ringhiò. Svinina prese la padella.

La trasformazione di Mr Ceps:

Fu allora che accadde l’impossibile.

Mr Ceps iniziò a vibrare. A scricchiolare. A gonfiarsi. A rimbalzare.

E tutti capirono che non era un ceppo normale.

Era sì di legno… ma anche gommoso.

In un attimo si trasformò in una base con dieci tirapugni di gomma, uno per ogni tecnico e proprietario della Ikoo.

E con una precisione chirurgica:

PUM! PUM! PUM! PUM! PUM! PUM! PUM! PUM! PUM! PUM!

I dieci volarono via come palline da flipper, rimbalzando contro:

  1. gli alberi, 
  2. le rocce, 
  3. gli orsi polari (che applaudirono), 
  4. i puffin (che si inchinarono), 
  5. i castori (che presero nota), 
  6. i gufi (che timbrarono “OK”), 
  7. i procioni (che rubarono i portafogli),
  8. gli scoiattoli (che dissero “lo sapevo”), 
  9. e soprattutto… le foche, che si spostarono all’ultimo secondo con un sublime “OOP!” lasciandoli volare oltre. 

I tecnici finirono nel magazzino della Ikoo. 

I rotoli di legno “montabili in sette minuti” si sganciarono tutti insieme, travolgendoli come una valanga di mobili incompleti.

La porta del magazzino si aprì. E i dieci finirono nel fiume. Il fiume li portò fino al mare. E il mare li portò oltre Stoccolma.

Gli orsi polari fecero foto ricordo. Le foche applaudirono. 

I gabbiani cantarono cori da stadio. I castori votarono una mozione di approvazione. I gufi dichiararono il referendum concluso. 

I procioni rubarono un panino. Gli scoiattoli dissero: «Ve l’avevo detto.»

Ed i proprietari erano spariti non si sa come, volatilizzati.

Il finale ovvio (ma non la conclusione ovvia):

Mr Ceps, dopo aver sistemato la situazione, si trasformò lentamente, dolcemente, elegantemente… in una cuccia perfetta.

Calda. Morbida. Accogliente. Con il tetto di muschio e l’interno di lana delle pecore del Nord.

Bork entrò. Si accoccolò. Appoggiò la testa sul legno morbido.

E disse:

«Woof Boark Boo Boo…» (“Finalmente a casa.”)

Mr Ceps rispose con un lieve:

«Crick… Crrieck…» (“Approvo.”)

E così, tra gli applausi del bosco, del fiordo, del cielo e del sindacato dei castori, iniziò la loro vita insieme.

Spoiler: "Non c'ho capito un' Acca!"

NdA (per chi non lo sapesse - Nota dell'Autore):

"Non è finita qui, non avete ancora pianto per la commozione del finale conclusivo della storia. Abbiate pazienza e ripreparate i fazzoletti per domani."

Giampaolo Daccò Scaglione

giovedì 19 marzo 2026

*Mr. CEPS & BORK - IL CATALOGO INFINITO E LA GUERRA DEI DONDOLI*

 Prologo:

"Cosa combinerà mai una famiglia di tre fratelli svitati, cosà sarà mai un ceppo di noce intelligente e cosa si capirà mai leggendo un catalogo infinito e cosa succederà mai se scoppia una guerra di dondoli di legno? - Mistero nero"

Eppure...

Episodio 3 - Il Catalogo Infinito 

e la Guerra dei Dondoli

Il giorno dopo l’interrogatorio fallito a Mr Ceps, Mikael della Ikoo tornò alla bottega con un’aria sospettosa. 

Aveva scoperto - grazie a una consegna fatta il giorno prima alla famiglia Oktobimby (otto gemelli, otto culle, otto biberon, otto tutto) - che il ceppo trovato dai tre fratelli era effettivamente dell’azienda.

Ovviamente mr Ceps serviva ai cugini degli Oktobimby, la nobile casata dei Sektekastellys (i cui componenti vivevano in cinque divisi in sette castelli e non si è mai capito il perché), per farne un tavolo di pregio per venti persone, più un posto a parte per zia Assunta di Centocelle, la quale raggiungeva il peso di un quintale e sessantaquattro chilogrammi e due etti.

Un posto a parte come una nicchia per equilibrare il peso dei venti con quello della zia Assunta di Centocelle, ma nata a Fregene (così afferma lei da cinquant'anni).

Ma Mikael si guardò bene dal dirlo sia agli Anderssen che ai dirigenti all'Ikoo, perché serviva a lui quel bellissimo ceppo di noce, per farne una credenza per nonna Greta.

Ma non poteva sapere che il ceppo serviva pure ai tre fratelli falegnami che non andavano d'accordo su niente, perché nella loro grande casa mancavano tre cose fondamentali (per loro) :
  • una sedia a dondolo, 
  • un orologio a pendolo con dondolo, 
  • e un letto a dondolo.

E un ceppo di noce così bello… poteva risolvere tutto. E così nacque:

La Guerra dei Dondoli:

Appena Svan accennò all’idea di “usare il ceppo”, i tre fratelli iniziarono a litigare come galline isteriche.

Sven, indignato: «Mamma Siglinde mi ha sempre detto che in una casa un letto a dondolo non manca mai!»

Svan, piccato: «Cugino Erik mi ha detto che un orologio a pendolo che dondola è fondamentale in una casa come la nostra!»

Svon, con aria mistica: «Padre Kristian mi ha insegnato che una sedia a dondolo in terrazza fa apprezzare meglio il creato del Signore.»

Silenzio. Poi tutti e tre si voltarono verso Mr Ceps con lo sguardo di chi ha appena scelto la vittima sacrificale.

L’avvicinamento degli strumenti:

Sven prese una sega. 

Svan afferrò una scure. 

Svon caricò un trapano.

E tutti e tre, in perfetta sincronia, si avvicinarono a Mr Ceps.

Il ceppo rimase immobile, ma dentro di sé pensò:

“Ecco. È la fine.”

L’intervento di Bork:

Bork saltò davanti a Mr Ceps come un eroe tragico, ringhiando con tutta la forza del suo cuore di cane falegname:

«Boo Boo Wohaf Gu Gu!» - (“Se toccate il mio amico ceppo vi mordo le chiappe!”)

I tre fratelli si bloccarono. Mikael della Ikoo fece un passo indietro. Il trapano di Svon si spense da solo, per paura.

L’arrivo della sorella intelligente:

All’improvviso la porta si spalancò.

Entrò Svinina, l’unica sorella e donna intelligente della famiglia, con un grembiule pieno di farina e un’espressione che poteva sciogliere il ghiaccio e non solo.

«DEFICIENTI!»

I tre fratelli si immobilizzarono come cervi davanti ai fari e così pure Mikael dell'Ikoo.

«Al povero Bork manca una cuccia e voi lo fate dormire sul pavimento! Non vi ha insegnato niente il boscaiolo di Cappuccetto Rosso?!»

I tre fratelli, in coro: «Chi cavolo è Cappuccetto Rosso?»

Svinina si passò una mano sulla faccia.

«Lasciamo perdere. Siete troppo ignoranti per capirlo. Ma sappiate questo: il primo che sventra il povero ceppo… lo mando a pelare le patate con zia Agneta.»

I tre fratelli sbiancarono.

«NOOOOOOO! Zia Agneta parla dal mattino alla sera! E ANCHE DI NOTTE!»

Svinina incrociò le braccia.

«Allora?»

I tre fratelli si guardarono. Poi guardarono Bork. Poi guardarono Mr Ceps.

E alla fine, sconfitti:

«Va bene… gli facciamo una cuccia.»

Svitina sorridendo tra se e se, esce dalla falegnameria soddisfatta di aver messo a posto quei tre trogloditi dei fratelli, di aver sistemato Borg e disfattasi dalla presenza ingombrante di quel bel legno.

Inutile dire che Bork felicissimo di avere una nuova cuccia per giunta fatta con il legno del suo nuovo amico inseparabile Mr. Ceps, il quale non appena il cane gli si è avvicinato, fa "Criick - Creek-crack" come dire "Che felicità ma sarò una sorpresa per te mio caro Borg."

Intanto Sven, Svan, Svon accompagnano alla porta Mikael che sembra non volersene andare, ma Bork e Mr Ceps vedono uno stivale di cuoio dare un calcio nel didietro all'uomo che scivola fuori veloce dalla falegnameria e poi un suono forte di una porta che si chiude: "Sbam."

Spoiler: "Boh che è successo?"

Giampaolo Daccò Scaglione



mercoledì 18 marzo 2026

*Mr. CEPS & BORK - LA DIMOSTRAZIONE PERCHE' GLI UMANI SONO SCEMI*

Prologo:

"La mattina seguente, nella bottega dei tre fratelli, scoppiò il caos. Ma non un caos qualsiasi, l'unica cosa è capire il perché sia successo e che tipo di caos sia."


Episodio 2 - La Brugola Scomparsa

(ovvero: dimostrazione pratica di quanto gli umani siano scemi)

Sven cercava una brugola. 

Svan diceva di averla vista. 

Svon giurava di non averla toccata. 

E Bork li guardava come si guarda un gruppo di turisti persi nel bosco.

*La brugola, ovviamente, era sotto una tazza, che era sotto un giornale, che era sotto un tagliere, che era sotto un panino, che era sotto… il gomito di Svon. Ma nessuno lo notava.*

Le teorie assurde dei fratelli (ovvero: perché gli umani sono scemi):

Prima ancora di cercare seriamente la brugola, i tre fratelli iniziarono a discutere se i pezzi di legno potessero parlare.

Svan, con aria serissima, dichiarò:

«Nonna Gertude mi ha sempre detto che gli alberi parlano. E anche i pezzi di legno. Io ci credo.»

Sven lo guardò come si guarda un mobile montato al contrario.

«E lei come lo sapeva?»

Svan si gonfiò il petto.

«Gliel’ho chiesto io: “Nonna, ma parlano come Pinocchio?”»

Svan ricordò perfettamente la scena: Nonna Gertude, che non aveva mai sentito nominare Pinocchio, gli aveva tirato una sonora orecchiata e aveva detto:

«Non dire bugie! Io non conosco nessun Pinocchio! E se continui così ti si allunga il naso!»

Sven sbuffò.

«Nonno Sigfrid diceva che parlavano solo le oche dello stagno. Perché le galline erano stupide.»

Svon, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, intervenne con aria nostalgica:

«Zio Björn mi raccontò che parlavano solo l’erba e i fiori… ma solo quando nessuno li vedeva.»

I due fratelli lo guardarono come se avesse detto una cosa profondissima.

Poi Svon aggiunse:

«Però poi zia Katrine - sua moglie - gli diede uno schiaffo e disse: “Ma che dici al bambino? Lo sai che parlano solo i funghi del bosco!”»

Silenzio. I tre fratelli annuirono, convinti di aver raggiunto una verità universale.

Il punto di vista di Bork:

Bork li osservava con una pietà infinita.

Li guardò uno per uno, poi guardò Mr Ceps, poi di nuovo gli umani.

E nella sua testa di cane falegname formulò un pensiero molto chiaro:

“L’uomo nasce da un esperimento di acqua e terra… ma il cervello gliel’ha dato una scimmia di passaggio.”

Sbuffò. Si sdraiò. Appoggiò il muso sulle zampe.

E mentre i tre fratelli, convintissimi, si preparavano a interrogare un ceppo, Bork pensò che forse era meglio non intervenire. Perché certe cose… bisogna lasciarle andare.

L’interrogatorio al ceppo:

Sven si mise davanti a Mr Ceps:

«Ceppo, dove hai messo la brugola?»

Svan: «Parla!» 

Svon: «Dai, non fare il timido.»

Mr Ceps rimase immobile. Per dignità. E per incredulità.

Bork si coprì gli occhi con una zampa.

Il cane risolve tutto in tre secondi

Bork si alzò, sbuffò, andò verso il tavolo, spostò con la zampa:

  • il panino 
  • il tagliere 
  • il giornale 
  • la tazza 
  • e il gomito di Svon 

E tirò fuori la brugola.

La posò davanti a tutti.

Poi li guardò con l’espressione universale del cane che pensa:

“Ma siete scemi o cosa?”

I tre fratelli esplosero in un coro:

«Ah eccola!» 

«L’avevo vista!» 

«L’avevo detto!»

Mr Ceps fece un piccolo Crick di risata trattenuta.

Finale del secondo episodio:

Bork tornò accanto a Mr Ceps. Gli diede una leccatina affettuosa. Mr Ceps rispose con un Crrieck di complicità.

Gli umani, intanto, discutevano su chi avesse ragione.

Spoiler: nessuno.

Giampaolo Daccò Scaglione