“Qui c’è stato dolore, ma qui c’è anche chi resta.
E chi resta ha ancora una strada davanti.”
“QUELLO CHE NON C’È MAI STATO”
Il presente consapevole:
Ecco, sono qui davanti a te.
Ti guardo in quella cassa di legno di noce mentre i tuoi occhi sono chiusi e senza respiro, il tuo corpo sembra un manichino vestito da festa.
Ti guardo e non provo nulla, niente… Eppure ho cercato nel mio cuore un filo di emozione, un sentimento che non riesco a trovare.
Sento persone vicino ma non so chi c’è attorno a noi.
Distrattamente ascolto ogni tanto un bisbiglio, forse qualcuno ha notato che non ho fatto neanche una mossa per poterti dare una carezza o un tocco alle tue mani incrociate e gelide.
Non sento nulla dentro e mi dispiace dopo anni di pianti, di domande, di odio e poi l’indifferenza perché il tempo e l’età portano indifferenza o la coscienza che non puoi rimediare a nulla.
Tu sei invecchiato da solo e quasi tutti ti hanno voltato le spalle mentre recitavi la parte della vittima.
Tu avevi lasciato soli chi ti voleva bene e li hai gettati via dalla tua vita come degli stracci inutili.
Che peccato.
Quante cose ti sei perso, non hai goduto, non hai vissuto, ma dalla tua torre d’avorio, dal tuo piedistallo, dal tuo egoismo, tutti dovevano stare ai tuoi piedi.
Esistevi solo tu.
Nella mia mente vengono cacciate via le frasi cattive che in un passato lontano mi dicevi prima che te ne andassi via con l’altra.
Cerco di farlo anche se prepotentemente, seppur davanti al tuo capezzale, arrivano come frustate indelebili.
Quante volte ho cercato di farmi amare, di venirti incontro?
Troppe, tante o troppo poche?
Ma quando davanti a te c’è un muro impenetrabile, alla fine ti arrendi, alla fine non ti senti più in colpa di qualcosa che non hai mai fatto tranne di nascere e di non essere voluto.
Sto diventando vecchio anche io piano piano, non ho perdonato in un certo senso, posso solo dire che ti ho condonato tutto il male che hai fatto comprendendo la tua incapacità di essere quello che avresti dovuto essere: un padre.
Il presente emotivo:
Attorno a me si muovono come ombre.
Mani che si allungano, sguardi che cercano il mio, frasi sussurrate tutte uguali. Nessuno sa davvero chi fossi tu per me.
Nessuno immagina che sto recitando anch’io, come ho fatto per tutta la vita: il figlio che non sei mai riuscito a vedere, quello che non hai mai voluto conoscere.
Guardo il legno lucido della cassa, il riflesso delle luci, il prete che parla di misericordia. E penso che non c’è niente di più ironico di un funerale pieno di parole per un uomo che non ne ha mai avute per suo figlio.
“Mio figlio è un idiota!”
“Mi vergogno di te, gli altri a scuola sono più bravi.”
“Che ho fatto di male per meritarmi un cretino come figlio?”
“Tua sorella sì che è mia figlia, più bella e intelligente.”
“Vai da tua nonna di sotto, mi dai fastidio!”
“Sei uguale a tua madre.”
Sono uguale a mia madre.
Invece di odiarti, quel giorno ho capito di essere fiero di essere come lei… Fiero ed orgoglioso di avere un cuore che palpita, di avere un’anima con dentro tante cose.
E tu?
Sei andato via un giorno, finalmente, lontano con un’altra, anche se ormai era troppo tardi per noi, per trovare una serenità e dimenticare.
Ti sto guardando e non provo niente.
Una mano stringe la mia e sento dire qualcosa, sorrido mestamente, come di prassi nei funerali, come una recita ridicola mentre avrei voglia di mandarli a quel paese.
Condoglianze…
Mi vien da ridere ma non posso, alla mia età non posso proprio.
“Vorrei che tu non fossi mai stato mio figlio!”
Giro le spalle al tuo feretro, non sento nulla e non vedo i volti di chi è presente alla farsa di una benedizione ad un ateo che mai ha voluto pregare.
Il passato mancato:
A volte mi chiedo come sarebbe stato averti accanto almeno una volta. Una sola.
Immagino una scena che non è mai esistita: io bambino che ti corro incontro con un disegno in mano, tu che ti abbassi, mi prendi per le spalle e mi dici “Bravo”.
Una parola semplice, una parola che non ho mai sentito.
Oppure una domenica al parco, io che provo a salire su un albero e tu che ridi, non per deridermi, ma per incoraggiarmi.
Non è mai successo. Eppure questi ricordi inventati fanno più male di quelli veri.
Dopotutto devo fare la parte del figlio buono che ha perdonato il padre e che con la mia presenza ha alleviato l’angoscia dei parenti che speravano.
Speravano cosa, mi chiedo.
Quello che mi fa triste è pensare che avremmo potuto essere un padre e figlio che si amavano tanto, che mi avresti portato in spalla, seguito nella vita, giocato con me.
Mi avresti insegnato tante cose, come fanno molti genitori con i propri figli. Vivere tutto quello che non c’è mai stato.
Ormai non importa più.
Seduto su una panca fredda ed anonima sento la mano di chi mi sta accanto da una vita stringere la mia, un calore che mi fa star bene in questo momento.
**“Addio sconosciuto che non ha saputo assaporare e cogliere l’amore che lo circondava.
Colui che non ha capito di poter essere felice con le persone che aveva accanto e che ha detestato sentendosi in prigione.
Addio a quest’uomo che ha lasciato il nulla, un qualcosa per cui piangere, per sentirne una mancanza, per un dolore che non esiste.
Addio a tutto quello che non c’è mai stato. Addio.”**
Il momento dell'addio
Mi alzo, stringo la mano che mi accompagna da una vita, e capisco che la mia storia non comincia né finisce con te. Io sono ciò che ho scelto di diventare, non ciò che tu non sei mai stato.
“La vita è come una panchina vuota che rappresenta il passato, la candela accesa è il futuro. L’uomo che sta nel mezzo, è nel punto di passaggio dove si lascia andare ciò che non c’è mai stato e si apre a ciò che può ancora essere.”
Giampaolo Daccò Scaglione







