ANDOR
Ombre blu si riflettono nella stanza di Christen. Andor è seduto sulla poltrona accanto alla scrivania che un tempo era sua; osserva il fratello che, ogni volta, guarda affascinato quel fiordo e il riverbero della luce del sole basso all’orizzonte.
«Non so da che parte cominciare, Chrìsten.»
Chrìsten sorride al fratello maggiore, il quale si gratta la nuca arruffando i capelli biondo cenere. Gli viene da sorridere per la tenerezza e per quell’affetto istintivo che prova per lui.
«Comincia da… dove ti senti meglio.»
Andor lo guarda e capisce. Sente che la sua storia, così diversa ma così simile a quella dell’altro, si combacia perfettamente nella mancanza di una vera famiglia, nonostante lui sia cresciuto con i nonni e con Bjorn.
«Ti aspettavo da tanto. Da piccolo, tra le false promesse dei nonni - che poi, in un certo senso, erano giustificate dalle bugie di tuo padre - avrei voluto prenderti in braccio e giocare con te come fanno i fratelli. E invece ci siamo trovati poco fa: io a ventisette anni e tu a ventitré, come due sconosciuti che si amavano a distanza e si amano tutt'ora. Il mio cuore lo aveva capito subito, il giorno in cui arrivasti.»
Chrìsten si emoziona e subito abbassa lo sguardo. «Mi sei sempre mancato… e per quel poco che ricordo, mamma ti aveva sempre amato. Di te non avevo nulla se non i suoi racconti…»
Andor si alza e va alla finestra. Con l’avambraccio si appoggia al legno che divide i vestri in quadrati. Senza guardare Chrìsten e senza vedere il fiordo nonostante sia davanti a lui, inizia a raccontare.
«Il primo colpo l’ho ricevuto quando i nonni sono tornati a casa dal viaggio a Roma durato circa un mese. Avevano detto: “Andiamo a prendere la mamma, dovrai essere forte quando torneremo”. Forte? Un bambino di otto anni che non aveva mai visto sua madre e che sapeva sarebbe tornata chiusa in una bara?»
Si ferma un attimo, la voce incrinata, il petto che batte forte. Sente lo sguardo del fratello su di lui. Respira profondamente, decidendo di continuare, trattenendo le emozioni - glielo avevano insegnato i dottori quando era in cura psicologica nell'ospedale pediatrico nel reparto per i traumi infantili.
Rivede tutto, continuando a raccontare ciò che era successo, come se lo dicesse una terza persona al posto suo.
Faceva caldo quel pomeriggio. La macchina con l’autista davanti, dietro i nonni, e ancora dietro un’auto grigia metallizzata con dentro la bara. E dietro ancora due macchine con sopra degli zii, parenti di cui ora ricorda vagamente i volti.
Nonostante zia Lynda lo tenesse per mano sulla soglia di casa insieme a Hanne, la sua tata, era sfuggito loro urlando «MAMMA!» verso le auto che si erano fermate nello spiazzo davanti alla villa.
Era corso veloce verso loro, ma fu fermato subito dal marito di zia Lynda, Ernest, che lo prese in braccio. Rimase ammutolito nel vedere i nonni piangere e seguire quella cassa bianca che, per due giorni, sarebbe stata esposta nella serra in stile Liberty accanto alla villa, dove nonna Gretha coltivava le sue piante e i suoi fiori.
Quante persone vennero al capezzale… soprattutto le amiche di Andrine, che erano sempre state in contatto con lei ma che, per più di otto lunghi anni, non l’avevano più vista.
Poi l’odore d’incenso nella chiesa di Biskopshavn, poco distante da casa, e l’omelia di Padre Halvor. Si sentiva come in un mondo strano, in mezzo a nonna Gretha e nonno Olaf. Ricorda che si era messo a piangere quando vide la cassa bianca, coperta da un cuscino di fiori blu e gialli, scendere nella buca del cimitero di Solheim.
Poi… quasi nulla. Solo il ritorno a scuola dopo tre giorni.
«Tieni.» Andor volta lo sguardo e vede suo fratello che gli porge un bicchiere d’acqua. Sorridono, e Andor lo beve d’un fiato, come se i ricordi gli avessero arso la gola. Poggia il bicchiere sulla scrivania, accanto alla sedia dove è seduto Chrìsten. Si risiede di nuovo sulla poltrona: sa che ciò che dovrà raccontare ora è il viaggio più brutto della sua vita.
Dopo una decina di giorni dal funerale, Andor tornava da scuola sul pulmino comunale. Davanti a casa c’era un’auto rossa con targa tedesca. Fuori, Hanne lo aspettava e andandogli incontro gli disse che, invece di entrare, sarebbero andati da Mark, il suo amico, che lo attendeva per una sorpresa.
Andor poggiò lo zaino sulla sedia sotto la veranda d’ingresso, ma, guardando verso la finestra del soggiorno di casa, vide un giovane uomo alto dai capelli biondo cenere discutere con suo nonno. Come preso da un presentimento, invece di seguire Hanne, corse alla porta di casa e la aprì prima che la ragazza riuscisse a fermarlo.
Entrando, vide la nonna seduta con un fazzoletto in mano, un’altra signora di poco più giovane accanto a lei che parlava quasi sottovoce, e suo nonno che discuteva con lo sconosciuto. Appena il bambino entrò, i quattro si immobilizzarono come statue, fissandolo.
Hanne entrò subito dopo. «Scusate, non sono riuscita a fermarlo.» Mentre lo stava trascinando fuori, il giovane uomo quasi urlò:
«Si fermi!»
Hanne e Andor si bloccarono sulla soglia. L’uomo era già accanto a loro.
«Giratevi. Ora.» La sua voce era tesa, e nella stanza si sentiva solo il ticchettio dell’orologio appeso alla parete.
Quando si girarono, l’uomo guardò il bambino, poi Hanne, poi di nuovo il bambino. Olaf era accorso dietro di lui e cercava di prendere Andor per portarlo in un'altra stanza, ma l’uomo lo bloccò. Hanne indietreggiò, mentre Andor fissava a bocca aperta quel giovane che, nonostante la voce dura, lo guardava con occhi quasi dolci.
Lo prese per mano lasciando di sasso Olaf che aveva abbassato gli occhi come in segno di resa e si avvicinò alle due donne sedute. La più giovane guardò l’uomo.
«Caro, calmati. Sei in casa di estranei, hai gridato… possono chiamare la polizia. Lascia andare il bambino.»
«No, mamma. No che non lo lascio!» disse lui. Poi rivolse lo sguardo alla persona più fragile ed emotiva: Gretha.
«Chi è questo bambino?» Silenzio. «Ho detto…» Abbassò la voce perché nella sua mano sentiva Andor tremare di paura. «Chi è questo bambino?»
«È uno dei nostri pronipoti… il figlio di Wilm…» tentò di dire Olaf avvicinandosi alla moglie.
«Lo ripeto un’ultima volta, Olaf: chi è questo bambino? E poi chiamo io la polizia.» Si voltò verso la madre, che fissava Andor con occhi stupiti.
«Mamma… ha gli occhi di Andrine. I miei capelli. Mi somiglia.» Si abbassò e guardò Andor con dolcezza, mentre Hanne si avvicinava a Gretha e Olaf tentando di dire qualcosa per rassicurarli.
«Quanti anni hai, piccolo?»
Andor vide gli occhi dell’uomo, dolci, e il suo sorriso che lo accarezzava. E come tutti i bambini buoni e istintivi disse:
«Mi chiamo Andor e ho otto anni e mezzo.»
Poi guardò i nonni e, senza pensare alle conseguenze, si voltò verso l’uomo:
«Non sono il figlio di zio Wilmer, come dice nonno Olaf. Io non ho il papà. Ho una mamma che è andata in cielo… mamma Andrine.»
Il silenzio esplose come una bomba. Sembrò che il tempo si fosse fermato, che nulla si muovesse più, che la luce del pomeriggio entrasse come liquida.
E prima di svenire, Andor sentì l’uomo dire: «Questo è mio figlio.»
Buio.
«Fermati un attimo, Andor.» La voce di Chrìsten lo riporta alla realtà. Si avvicina e lo abbraccia forte, percepiva la tensione ed il dolore del fratello più di quanto pensasse.
«Non sapevi neanche che Bjorn fosse tuo padre… e da poco avevi perso nostra madre. E i nonni ti avevano mentito per anni.» Vede il fratello piangere e annuire. Lo stringe più forte al petto.
«Cos’hai passato, fratello mio… forse cose peggiori delle mie.»
Restano lì, fermi, sotto quella luce blu scandinava. Chrìsten aspetta con ansia che il pianto silenzioso di Andor si plachi. Sa che non avrebbe smesso di parlare, di sfogare tutto ciò che teneva dentro, neanche se glielo avesse chiesto.
Un’ombra, nel buio, li sta osservando.
Dopo un tempo indescrivibile, la voce di Andor riprende. E come un film, rivide le scene del suo passato.
Per tre settimane era stato in una clinica psichiatrica infantile, poi mesi di terapia tra dottori, assistenti sociali e medicine. In un anno aveva ripreso a stare bene: le cure e i medici erano riusciti a sciogliere lo shock di tutto ciò che aveva vissuto, anche se non era tutto finito per il piccolo Andor.
«Pensavo sempre a te per andare avanti» dice Andor a Chrìsten, frammentando i ricordi.
Nel frattempo, mentre era in ospedale, Bjorn aveva intentato una causa per l’affidamento del figlio. E mentre il bambino era inconsapevole di tutto, i nonni e la famiglia di Bjorn andarono avanti per mesi a litigare, a querelarsi, ad annullare e ricominciare, nelle aule fredde del tribunale di Bergen, con i loro agguerriti avvocati.
Fortunatamente il professor Torheim, lo psicanalista di Andor capendo che questo non era il modo giusto di agire soprattutto per il bambino, riuscì a convincere l’avvocato dei genitori di Andrine in un aiuto quasi insperato per sistemare tutta la questione molto delicata, così fecero un miracolo.
Riuscirono a mettere d’accordo tutti per il bene del bambino. Capendo anche il dolore di Bjorn, che si era trasferito a Bergen appena ottenuto il lavoro come ricercatore al museo oceanografico ed era tornato per cercare Andrine o almeno avere sue notizie… L’aveva trovata nella tomba del cimitero di Solheim. E insieme a lei, aveva scoperto l’esistenza di un figlio che non sapeva di avere.
Bjorn voleva solo poterlo riconoscere, dargli il cognome, averlo con sé tre mesi alternati ai tre mesi con i nonni… Era stato creato un compromesso difficile ma necessario.
Poi i genitori di Bjorn ebbero un’idea bellissima: trasferirsi da Berlino a Oslo e convincere Gretha e Olaf a ospitare il bambino a casa loro una settimana ogni mese, così che il padre e i nonni a Bergen, potessero crescerlo insieme senza distacchi. E Oslo non era poi così lontana per andare a trovare i genitori di Bjorn.
Era stata davvero un'ottima idea, anche se Bjorn, all’inizio, non era molto d’accordo, per qualche tempo aveva detestato i “suoceri”, pur comprendendo col tempo il perché del loro comportamento, poi le cose si appianarono e divennero amici.
Negli anni, Gretha e Olaf si erano affezionati al padre di Andor e quasi lo consideravano come un figlio, scusandosi mille volte per il loro comportamento, fino al giorno in cui lo convocarono a casa con la scusa di una cena tutti insieme.
Li partì la proposta di invitarlo a vivere con loro per sempre. Essendo ormai vicini alla vecchiaia, avrebbero avuto il piacere di averlo accanto e non in un altra casa spostando il nipote ogni due settimane, da un posto all'altro.
Lo fecero, dissero allora e a ragione, soprattutto per Andor che avrebbe avuto suo padre sempre vicino nella casa in cui era cresciuto. L'uomo aveva accettato e lasciata la sua casa a pochi chilometri da loro, si traferì definitivamente.
Bjorn però non aveva mai voluto dormire nella camera di Andrine - diventata un reliquiario - e si era accontentato della vecchia camera degli ospiti, proprio di fronte a quella di Andor, divise solo da un breve corridoio.
Gretha e Olaf allora fecero sistemare un vecchio salotto al piano terra, dietro la cucina, come loro nuova camera da letto, evitando le scale che, con l’età, incominciavano a diventare pesanti.
Silenzio.
Andor guarda Chrìsten: stessi occhi, stesso sorriso, seppur su volti diversi. Chrìsten capisce che il peggio per Andor è passato, tutto ciò che teneva dentro e che voleva raccontare a lui, è andato via come un fiume in piena, lasciando nel cuore un'aria leggera di libertà.
Il coraggio di renderlo partecipe di un dolore più grande del suo gli rivela quanto il fratello maggiore abbia la stessa sensibilità della madre e che aveva ereditato anche lui.
Sorride. «Stai meglio ora, Andor?»
«Sì, Chrìsten. E poi tu ora sei qui. Era stato il mio desiderio più grande averti vicino e conoscerti.»
«Io… ancora più di te. Ma non so se potrò restare per sempre.»
«Starai qui per sempre, lo sento, Chrìsten. Il mio cuore non sbaglia mai quando "mi parla".»
Andor guarda di nuovo fuori dalla finestra. La luce è più bassa. La sua voce riprende, questa volta è lui che parla. Il dolore forte di prima non c'è più, sente solo la sua voce meno triste:
«Un anno dopo ero tornato a casa dalla clinica. Anche se ogni quindici giorni dovevo avere una seduta con lo psicologo, stavo molto bene. Un giorno mi ritrovai con papà - con Bjorn - al cimitero, davanti alla tomba di mamma. Le avevamo portato un vaso di eriche. Sentivo la sua mano grande stringermi.
"Tesoro, sono felice di averti trovato. Sono felice di averti come figlio. Dovrò recuperare tutto il tempo perso, perché non sapevo che tu esistessi. I nonni non erano cattivi… Pensavano di fare il bene di mamma, di Andrine.”
«Sembrava parlasse anche a lei, a mamma oltre che a me. Poi papà si abbassò, portando gli occhi all’altezza dei miei, e mi diede un bacio sulla fronte. Io lo abbracciai forte, chiamandolo per la prima volta: "Papà."»
Andor sorride e guarda Chrìsten negli occhi che erano lucidi. «Piangemmo insieme, mentre la foto di mamma sembrava sorriderci, avevo questa sensazione mentre lo abbracciavo e guardavo la foto di Andrine davanti a me. Era stato un momento indimenticabile poter dire papà a Bjorn, un'emozione indescrivibile Crìsten.
Poi papà si era rialzato in piedi prendendomi in braccio, alto com'era potevo vedere la foto di mamma lontana, lui in quel momento la stava fissando mormorando piano "La mia bellissima Andrine".
La mia mano sul suo petto sentiva i cuore battere forte e ti giuro Chrìsten, so cosa stava pensando in quel momento e te lo posso dire senza dirti una bugia:
"Amore… non ti ho mai dimenticata. Ero tornato per cercarti, per portarti via dall’altro… e tu sei stata portata via da qualcosa che non si poteva combattere. Ma mi hai lasciato lui. Andrine, farò di tutto per essere il migliore dei padri per il nostro piccolo.
Appoggerò incondizionatamente i tuoi, che nella loro ingenuità pensavano di fare il bene per te e per lui. Siamo qui, i tuoi uomini… So che ne manca uno. Ma un giorno lo troverò e te lo porterò qui. Chrìsten sarà - spero - l’altro mio figlio, quello che avrei voluto avere da te dopo Andor. Ti amo sempre piccola."»
«Come fai a sapere quello che Bjorn pensò quel giorno?» chiede Christen, osservando Andor che non smette di guardare il fiordo.
«Lo seppi da Hanne. In un momento di sconforto, papà si confidò con lei. Io lo scrissi su un foglio che continuavo a leggere finché non l’ho imparato a memoria. È stato il momento in cui ho sentito Bjorn davvero mio padre. Ho sentito tanto amore per lui nel cuore… e ho sentito - non prendermi per matto - che mamma era felice di questo.»
«Anche io sento mamma, Andor. A volte la pregavo di portarmi da te. Ero solo a Roma, con quella nonna che mi ero ritrovato… e Stefano, mio padre, sparito con la sua nuova famiglia.»
«Ora sei qui. E siamo noi la tua famiglia, Christen. Ti amo, piccolo fratellino mio. Papà potrà amarti come un figlio vero, lo sento.»
Si alzano insieme e si abbracciano forte. Ora non ci sono lacrime, ma sorrisi.
Dalla penombra della porta d'entrata una voce: «Lo sarai, se tu vorrai, Chrìsten.»
La voce di Bjorn, leggera e dolce, esplode nel silenzio della stanza. I due ragazzi si girano verso di lui.
«Andor hai detto una cosa che non sapevo… il mio pensiero che avevo confidato a Hanne, e tu l’ha fatto tuo. Mio Dio… non sono mai stato più felice. Mi avete dato una vita in più.»
I due fratelli si avvicinano all’uomo e il loro abbraccio ora è come la luce blu del nord che entra dalla finestra, luminosa, piena di stelle.
Poi Bjorn si stacca dolcemente e si sposta di fianco. In quel momento entrano nella camera Gretha e Olaf, visibilmente commossi. Lei tiene in mano una chiave con un nastro azzurro, con scritto “Per mamma e papà”. Olaf una scatoletta di legno intarsiato.
«Nonna…» dice Andor un po' confuso da quelle presenze improvvise.
«Ssst… guarda.» Gli porge la chiave e gira il foglietto: “Per mamma e papà”. Sul retro un messaggio: “Moe Andor” scritto in stampatello grande.
Olaf gli pone la scatoletta. «È tua. Andrine aveva voluto che te la consegnassimo noi. È il suo regalo per te, che non ti aveva visto crescere ma ti aveva amato molto. Era nascosta in un cassetto profondo del suo armadio, che neanche noi conoscevamo. Lo abbiamo scoperto in un foglietto nascosto nel portachiavi che Chrìsten ci aveva consegnato al suo arrivo.»
Con le lacrime agli occhi, Andor prende la chiave e la scatola. Bjorn avvicina a sé Christen, mettendogli un braccio intorno alle spalle. Il ragazzo si appoggia a lui, mentre i nonni si tengono per mano.
Andor si siede sulla poltrona e apre la cassetta intarsiata.
Christen pensa ai suoi diciotto anni, quando Augusta donò a lui le stesse cose, sorride con tenerezza al fratello, appoggiando la testa contro Bjorn, che in cuor suo sente una commozione intensa.
Dentro la cassetta ci sono foto di lui con la mamma appena nato, scattate di nascosto dalle infermiere dell’ospedale. Una busta contenente una lunga lettera. Un ciondolo fatto con una pietra azzurra e la catenina d'oro che lei, prima di essere mandata in Italia, era riuscita a procurarsi.
Andor legge la lettera senza parlare, con un’emozione che gli fa tremare le mani. I presenti lo osservano intensamente, ma lui non dice nulla. Richiude la lettera come fosse una cosa sacra, la rimette nella cassetta, si lega al collo il ciondolo e, alzandosi, abbraccia tutti con amore.