A chi ha amato davvero e ha avuto il coraggio di lasciar andare.
A chi torna nei luoghi del dolore per scoprire che il dolore non c’è più.
"Ci sono amori che finiscono all’improvviso, e altri che finiscono piano, come la neve che si scioglie sui tetti. E quando smettono di far male, resta solo una domanda: chi siamo noi da quando non abbiamo più accanto colui che amavamo?"
Laura era ferma da parecchi minuti davanti alla finestra della soffitta, in cima al palazzo signorile della vecchia Firenze.
La neve sui tetti brillava come vetro sotto il sole di gennaio. Non faceva nemmeno freddo: era una di quelle mattine limpide in cui la città sembra respirare piano.
Da lassù vedeva le auto scorrere lente, i passanti infreddoliti, l’Arno color acciaio che tagliava la città come una lama lucente.
Firenze era bellissima, come sempre. Ma quella bellezza non le faceva più male.
Chiuse la tendina bianca e si voltò.
Il monolocale era vuoto: una sedia, due quadri insignificanti, una plafoniera impolverata. Il parquet, un tempo lucido, ora era opaco come certe emozioni che hanno smesso di brillare.
Camminò leggera fino alla porta-finestra che dava sul piccolo balcone. Un tempo era pieno di piante, ora era solo un rettangolo di pietra da cui il Duomo e il campanile svettavano splendidi tra i tetti.
Fu allora che lo vide. Un foglietto ingiallito, appeso al muro. Tre parole: "Ti amo, Lauretta."
Le venne un sorriso amaro. Quella frase, un tempo, le aveva fatto tremare il cuore. Ora era solo carta vecchia.
Quella mansarda era stata la loro casa. La casa di Laura e Francesco.
Francesco dai capelli neri e ricci, in cui lei affondava le dita.
Francesco dagli occhi scuri, profondi, che la facevano quasi svenire quando la guardava.
Francesco che suonava la chitarra sul divano mentre lei preparava la cena cantando in cucina.
Le vacanze in barca. I viaggi nel Nord Europa. Le sere davanti alla televisione. Le pizze improvvisate. Le domeniche dai fratelli.
Tre inverni, tre primavere, tre estati. E due autunni. Poi basta.
La fine era arrivata in una mattina piovosa di settembre. Non era stata una sorpresa: da giorni sentiva che qualcosa si era incrinato.
Sapeva che sarebbe tornata sola. Sapeva che gli occhi scuri di Francesco avrebbero guardato altri occhi. Che altre dita avrebbero sfiorato i suoi ricci.
Lo aveva visto salire sul taxi dalla stessa finestra in cui ora stava guardando Firenze. E lo aveva visto sparire in fondo alla via.
Aveva pianto. Aveva sofferto.
Le amiche le erano state accanto come sorelle. Poi, un mattino di vento, si era svegliata leggera. Il cuore non faceva più male. Non c’era più pena, né angoscia. Solo un silenzio nuovo.
Era per questo che era tornata. Per essere sicura che fosse davvero finita.
Si avvicinò al foglietto. Le sue mani lo strapparono senza tremare. Nessuna emozione. Nessun rimpianto.
Guardò ancora la soffitta. Non sentiva più nulla. Era libera.
Chiuse la porta alle sue spalle. Il passato rimase dentro, come un vecchio baule che non serve più aprire.
Scendendo le scale, vide il cartello giallo Affittasi. Le venne da ridere. Chissà chi sarebbe stato il prossimo.
Fu allora che lo vide.
Francesco era fermo a due metri da lei, sul gradino più basso.
Era sceso dall’auto proprio in quell’istante. Sembrava incredulo, come se il destino gli avesse messo davanti qualcosa che non aveva più il coraggio di cercare.
“Laura…” disse lui, appena un soffio.
Lei rimase immobile. Non sapeva se fosse freddo o emozione a farla rabbrividire. Firenze brillava attorno a loro, indifferente e bellissima.
“Come stai?” chiese lui.
Una domanda semplice. Una domanda enorme.
Laura inspirò lentamente.
Sentì il vento freddo sul viso, il rumore del traffico, il sole pallido che le sfiorava la pelle. Sentì la vita scorrere attorno a loro, come sempre.
E sentì anche qualcos’altro: una strada che si apriva davanti, e un’altra che si chiudeva alle spalle.
Due direzioni. Due possibilità. Due futuri.
Poteva scendere il gradino e avvicinarsi a lui. Poteva voltarsi e andare via. Poteva restare ferma ancora un secondo, un minuto, un’eternità.
Non lo sapeva. Non ancora.
Sorrise appena. Un sorriso piccolo, fragile, vero.
Poi, senza dire una parola, fece un gesto minuscolo: spostò il peso del corpo, come se stesse per muoversi.
Ma non si capì in quale direzione.
Il resto lo avrebbe deciso il prossimo respiro.
"Ci sono luoghi che ci hanno fatto a pezzi e che un giorno ci restituiscono interi. Non perché siano cambiati loro, ma perché siamo cambiati noi. E allora capiamo che l’addio non è una ferita: è una porta che si chiude piano, senza far rumore."
Giampaolo Daccò Scaglione

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