giovedì 26 marzo 2026

"STAGIONI E LUOGHI": *LA SPERANZA DI RITROVARTI*

"Ci sono incontri che durano pochi minuti ma restano per tutta la vita. A volte basta uno sguardo, un gesto, un nome sussurrato con timidezza per aprire una ferita che non si richiuderà più. Questa è la storia di un ragazzo incontrato per caso, e della speranza - ostinata, fragile, luminosa - di poterlo ritrovare."

INVERNO

*LA SPERANZA DI RITROVARTI*


Milano, dicembre 2009

Avevo pensato a lungo se scrivere ciò che sto per raccontare o se tenerlo per me, per non suscitare pietà o commiserazione. 

Alcuni amici conoscono già questa storia, ma ogni volta che ci ripenso è come ricevere una pugnalata nello stomaco.

Era dicembre, pochi giorni prima di Natale. 

Ero lontano da casa per lavoro quando ricevetti una telefonata inaspettata da Ezio: «Ti prego, dobbiamo fare qualcosa.» 

Quelle parole mi lasciarono senza fiato.

Mi raccontò che, passando in centro per una commissione, aveva visto un ragazzo chiedere l’elemosina. 

Di solito non la facciamo: troppe vittime degli strozzini, troppi soldi che finiscono nelle mani sbagliate. Ma dalla sua voce capii che quel ragazzo era diverso. 

Gli aveva portato una cioccolata calda, una brioche, e qualche moneta. E qualcosa, in lui, l’aveva colpito profondamente.

Il sabato mattina, appena rientrato, decidemmo di andare in centro. Voleva mostrarmelo. 

Ero preoccupato, la situazione mi sembrava strana, ma non dissi nulla. 

Lo vidi poco distante: avrà avuto vent’anni, forse meno. Era seduto per terra, capo chino, con jeans strappati, un giubbottino di lana e una sciarpa sottile. 

Faceva un freddo pungente.

Provai un senso di rimorso. Entrammo nella pasticceria vicina, prendemmo un caffè e una grande tazza di cioccolata calda per lui. Quando ci avvicinammo, il ragazzo alzò lo sguardo. 

E quello sguardo mi paralizzò.

Tenevo il bicchiere in mano come un idiota, incapace di muovermi. Sentii un tocco sul braccio, mi riscossi e glielo porsi. 

«È per te…» riuscii a dire. Lui sgranò due occhi azzurri, incredibilmente tristi e sorpresi.

La voce di Ezio accanto a me aggiunse: «Bevila, è calda. Ti farà bene. E tieni anche questi…» Alcune banconote scivolarono nella sua mano.

Ci ringraziò con un sorriso così triste e sincero che mi si spezzò qualcosa dentro. Abbassai lo sguardo. E lo vidi.

Gli mancava la gamba sinistra dal ginocchio in giù. E due dita della mano sinistra.

Un gelo mi attraversò l’anima. Guardai Ezio negli occhi e lessi una pietà infinta, con un nodo alla gola chiesi d’istinto: «Come ti chiami?»

Il ragazzo guardò alla sua sinistra. Un uomo, poco distante, ci osservava. Poi rispose piano: «Goran, signore… mi chiamo Goran. Ora io…» Avevamo capito. Era sorvegliato.

Lo salutammo e ci allontanammo. L’uomo si avvicinò subito a lui.

Il giorno dopo tornammo, ma non c’era più. Forse non si chiamava nemmeno Goran. E capii perché il giorno prima mi era stato detto: «Dobbiamo fare qualcosa.»

Per un anno intero ci pensammo. Come rintracciarlo? Anche rivolgersi alla polizia sarebbe servito a poco. 

Quando mi aveva guardato, si era smosso qualcosa che non provavo da anni: un senso di paternità che avevo tenuto sepolto per non soffrire. 

Goran aveva i miei stessi occhi, lo stesso colore e una tristezza infinita dentro.

Immaginavo di poterlo aiutare, curare, farlo studiare, strapparlo a quel clan che sfrutta ragazzi come lui. 

Pensavo che, se avessi avuto un figlio, gli avrei dato tutto l’amore che a me era mancato. Lo avrei seguito, protetto, responsabilizzato. Avrei…

Milano, dicembre 2010. 

Un’altra telefonata: «È tornato. C’è ancora.»

Il cuore mi balzò in gola.

Il sabato eravamo di nuovo lì, con un cappuccio caldo e una brioche. Goran era seduto nello stesso punto, infreddolito. Non ci riconobbe subito, ma quando pronunciammo il suo nome, sorrise spalancando gli occhi.

Provai una rabbia feroce. «Prendi la macchina. Lo convinciamo a salire e lo portiamo via.» 

«Sei impazzito Paolo? Ma che dici?» 

«No. Facciamolo, ti prego…»

Il ragazzo ci guardò confuso e volse lo sguardo verso l’angolo della via. Lo stesso uomo era lì.

«Paolo, andiamo via. Se chiamiamo i carabinieri forse servirà, ma non ora. Non qui.» Ezio mi prese per un braccio e ci allontanammo.

«Ti rendi conto che sarebbe un sequestro? E cosa potremmo offrirgli, con le situazioni che ognuno di noi ha? E chi affronta quella gente?» 

Aveva ragione. Dannatamente.

Ma io l’avrei fatto. L’avrei fatto davvero.

Non mangiai nulla quel giorno. La rabbia mi divorava. Perché non si può fare niente? Perché succedono queste cose? 

Perché esistono persone che sfruttano ragazzi così? E chi può dire che non siano stati loro a ridurlo in quel modo?

Tornammo nel pomeriggio. Non c’era più. Né quel giorno, né il successivo. E non lo vedemmo mai più.

Ora dopo tanti anni, si avvicina di nuovo il Natale: la solita festa piena di buoni propositi, bigliettini, frasi di circostanza. Ma da quel giorno non riesco più a viverla allo stesso modo.

Ci penso ancora. Ci pensiamo ancora. Speriamo ancora di rivederlo. E ho paura che anche quest’anno non ci sarà.

Vorrei credere che sia vivo, che stia bene, che qualcuno abbia preso in mano la sua vita. Noi continueremo a cercarlo. Sempre.

"Gli anni passano, le strade cambiano, i volti si confondono. Ma ci sono persone che restano, anche se non le abbiamo più riviste. E ogni dicembre, quando il mondo finge di essere più buono, il pensiero torna a quel ragazzo dagli occhi azzurri e tristi. Finché vivrà il ricordo, vivrà anche la speranza di ritrovarlo."

Giampaolo Daccò Scaglione

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