domenica 7 giugno 2026

"LE AVVENTURE DI VILLA SAMBUCO" (E chi ci abita... Gente strana)

 "LE AVVENTURE DI VILLA SAMBUCO"

(E di chi ci abita... Gente strana)


Protagonisti:

Popi - giovane sognatore dai capelli lunghi e occhi azzurri, cuore gentile e mente creativa, il più giovane dei fratelli, assomiglia molto al suo cane Roberto.

Ciccio - il fratello di mezzo, un ragazzo fedele a se stesso, pratico, ironico, con la calma del Terranova e la forza di chi sa ascoltare.

Genaz - il maggiore dei tre, il narratore un po’ mago, un po’ filosofo, un po’ pasticcione, con il suo cane Sir Malì sempre al fianco.

I loro Animali:

Roberto - Golden Retriever di Popi, allegro e ottimista.

Bruno - Terranova di Ciccio, saggio e protettivo.

Sir Malì - Pastore Belga Malinois di Genaz, elegante e stratega.


Gli abitanti del giardino, del prato e del vicinato di Villa Sambuco:

Calimero - il Tasso brontolone.

Eddy (Edoardo) - il Gufo sapiente con 36 lauree.

Serenella - la Mucca Lilla vanitosa e irresistibile.

Bertil - il Procione ladro di biscotti.

Tippy & Tappy - i due Cuculi psicologi.

Ginetto - il Coniglio ansioso ma adorabile.

Dodo & Gugu - i Delfini chiacchieroni.

Lolo & Momo - i Gabbiani pettegoli.


Ambientazione:

I luoghi dove accadono cose strane:

Villa Sambuco - la casa dove tutto comincia.

Verderba - il giardino magico e profumato.

Cascina Castella - la stalla e la cascina degli animali, cuore del caos.

PROLOGO :

Sono Genaz, il maggiore dei fratelli, vorrei narrarvi qualcosa della nostra vita in questo posto meraviglioso, un po’ vero ed un po’ fantastico. Cosa? Se siamo veri? Si si certo… come Heidi e Braccio di ferro, ma veniamo a noi. Tempo fa era accaduta una cosa strana.

A Villa Sambuco le mattine iniziano sempre con un rumore diverso. Quel giorno fu un plof.

Popi spalancò la finestra: i capelli lunghi gli scivolarono sulle spalle e un soffio d’aria fresca entrò da Verderba.

Bruno, il Terranova, dormiva ancora.

Roberto scodinzolava già come se fosse Natale.

Sir Malì, invece, era seduto composto, come se avesse un appuntamento importante.

Nel cortile, Serenella - la Mucca Lilla - stava provando una nuova posa.

Eddy il Gufo la osservava con aria da professore.

Bertil il Procione aveva già rubato qualcosa, ma nessuno sapeva ancora cosa.

Tippy e Tappy discutevano su chi dei due avesse dormito peggio.

Ginetto correva senza motivo per il prato dietro la strada che portava alla Cascina Rossa.

Lolo e Momo commentavano tutto dall’alto.

E da lontano, Dodo e Gugu facevano spruzzi sulla riva del mare.

Ciccio arrivò sbadigliando.

Io lo seguii, con Sir Malì che mi camminava accanto come una guardia del corpo elegante.

Sembrava un mattino normale.

Ma quel plof… quel plof non era normale per niente.

E fu così che tutto cominciò.

CAPITOLO 1 – Il gufo della notte:

Quella sera Villa Sambuco respirava piano. Le finestre erano aperte, l’aria fresca entrava da Verderba e portava l’odore del mare.

Noi tre eravamo nella sala grande: Popi che scriveva, Ciccio che leggeva ad alta voce, e io che facevo finta di capire tutto mentre Sir Malì mi guardava come se fossi un caso clinico.

Sul tappeto, Roberto e Bruno erano distesi come due nuvole pelose. Ogni tanto Roberto sospirava, Bruno russava piano, e Sir Malì li controllava con quell’aria da generale elegante.

Fuori, però, nessuno dormiva.

Tra i cespugli, nel buio, c’era un movimento strano.

Un fruscio.

Un colpo di zoccolo.

Un “shhh!” sussurrato malissimo.

E poi… due occhi enormi.

Eddy, il gufo, appollaiato sul ramo più basso, ci osservava come un professore che spia gli studenti durante l’intervallo.

Dietro di lui, in un caos perfettamente disorganizzato, c’erano tutti gli altri:

Serenella che cercava di sistemarsi il fiocco anche al buio, Bertil che sgranocchiava qualcosa di rubato, Tippy e Tappy che litigavano in silenzio (che è quasi più inquietante), Ginetto che tremava come una foglia, Lolo e Momo che facevano da telecronisti, e da lontano, nel mare, due spruzzi: Dodo e Gugu che cercavano di non ridere.

Stavano spiando.

Tutti.

Tutti insieme.

Tutti per lo stesso motivo.

Dentro la villa, Ciccio leggeva una frase buffa e Popi scoppiò a ridere. Io dissi qualcosa di filosofico che non ricordo, e Sir Malì annuì come se avessi detto una verità universale.

Fu in quel momento che Serenella, con un filo di voce, disse:

- Io… io voglio vivere lì. -

Eddy fece un cenno grave, come se avesse appena approvato una legge.

Bertil annuì con la bocca piena.

Tippy e Tappy dissero “sì” e “no” nello stesso istante.

Ginetto svenne in silenzio.

I gabbiani applaudirono.

I delfini fecero un piccolo geyser.

E così, in quella notte calma, nacque l’idea che avrebbe cambiato tutto:

gli animali volevano venire a vivere con noi.

E da lì… cominciarono a pensare a come convincerci.

CAPITOLO 2 – Il mattino del disastro:

La mattina dopo, Villa Sambuco era tranquilla come una tazza di latte caldo.

Noi tre eravamo già pronti per uscire: Popi con la borsa a tracolla, Ciccio che cercava le chiavi in tutte le tasche tranne quella giusta, e io che parlavo da solo mentre Sir Malì mi guardava come se stessi recitando Shakespeare.

- Torniamo presto. - disse Popi.

- Sì, sì, quaderni, penne, libri… - borbottò Ciccio.

- E un caffè, per pietà. - aggiunsi io.

Chiudemmo la porta. I tre cani rimasero nella veranda, distesi sul tappeto come tre re in vacanza.

Appena la porta si chiuse, nel giardino successe qualcosa.

Prima un toc.

Poi un fruscio.

Poi un plop che non prometteva niente di buono.

Eddy, il gufo, aprì un occhio. Poi lo richiuse. Poi lo riaprì. Poi si riaddormentò. Poi si svegliò di nuovo, irritato da se stesso.

- È il momento - disse, con la voce di uno che non è sicuro di cosa stia dicendo.

Dal cespuglio uscì Serenella, già truccata come se dovesse andare a un gala.

Bertil arrivò masticando qualcosa che non aveva comprato.

Tippy e Tappy discutevano su chi dovesse parlare per primo.

Ginetto tremava come un foglio di carta bagnato.

Lolo e Momo facevano da telecronisti.

E dalla riva del mare sotto la villa, due spruzzi: Dodo e Gugu erano pronti.

Gli animali si guardarono. Poi guardarono la villa. Poi guardarono i tre cani.

E avanzarono.

Roberto fu il primo a notarli. Alzò la testa, scodinzolò, e fece un sorriso da Golden Retriever che scioglierebbe anche un iceberg.

Bruno, il Terranova, si avvicinò con la calma di un monaco tibetano. Si sedette. Inspirò. Espirò. Guardò Serenella come se la conoscesse da sempre.

Sir Malì, invece, fece il suo ingresso da diplomatico: elegante, composto, con lo sguardo di chi ha studiato tre lingue e sa usarle tutte.

Si avvicinò a Ginetto, che tremava come un budino.

E con la voce più raffinata del mondo disse:

- Bonjour, mon petit lapin. -

Ginetto fece un suono che nessuno aveva mai sentito. Gli occhi gli si ribaltarono. E svenne. Dritto addosso a Bertil, che lo prese come un sacchetto di patate.

- Ma che fai? - protestò il procione, mentre cercava di non far cadere né Ginetto né i biscotti.

Serenella sospirò.

Eddy prese appunti.

Tippy e Tappy iniziarono a discutere se lo svenimento fosse psicologico o spirituale. Lolo e Momo commentarono la caduta come se fosse un gol.

Dodo e Gugu applaudirono con le pinne.

Era il caos. Il caos più adorabile del mondo.

Quando tornammo dalla città, con le buste piene di quaderni e penne nuove, aprii la porta e mi fermai.

- …Popi? - …Ciccio? - … Ma che… -

Il tappeto era un campo di battaglia.

Peli ovunque.

Zampe ovunque.

Impronte di mucca sul parquet.

Una piuma di gufo sul lampadario.

Un biscotto mezzo mangiato sul divano.

E i tre cani… i tre cani erano arruffati, stanchi, confusi, come se avessero passato la notte a un rave party.

Roberto ci guardò con gli occhi lucidi.

Bruno sospirò come un vecchio filosofo.

Sir Malì si sedette composto, come se volesse dire:

“Io non c’entro niente, monsieur.”

Io guardai il disastro e dissi la frase più inutile del mondo:

- Avevamo appena pulito. -

E fu lì, in quel silenzio pieno di peli e impronte, che capimmo una cosa:

gli animali stavano tramando qualcosa.

CAPITOLO 3 – Il giorno dei regali (e dei disastri): 

Dopo il disastro del tappeto, noi tre eravamo ancora un po’ scossi.

Popi camminava avanti e indietro come un professore indignato.

Ciccio controllava se mancava qualcosa.

Io guardavo il divano come se avesse subito un trauma psicologico.

- Bertil ci ha rubato i biscotti - disse Popi, sollevando la scatola vuota.

- I nostri biscotti - aggiunse Ciccio, come se fosse un crimine di guerra.

- Non quelli dei cani - conclusi io, che avevo già fame.

Fu lì che decidemmo la punizione più severa della storia di Villa Sambuco:

“Da oggi non apriamo più la porta agli animali. Che vadano a cascina Castella, la loro dimora.”

Eravamo convinti. Decisi. Serissimi.

Per… circa venti minuti.

Il primo a bussare fu il procione.

Bertil si presentò con un cestino di frutti di bosco che non aveva raccolto lui. Aveva un sorriso colpevole e un coniglio svenuto addosso, perché Ginetto - ovviamente - era svenuto prima di arrivare.

- Non apriamo - sussurrò Popi.

- Non apriamo - ripeté Ciccio.

- Non apriamo - dissi anch’io.

Aprimmo.

E fu un errore.

Bertil inciampò entrando, Ginetto cadde come un sacco di patate, i frutti di bosco rotolarono ovunque e Roberto iniziò a mangiarli come se fosse un buffet.

Il secondo fu il gufo.

Eddy arrivò con un libro antico che puzzava di muffa e saggezza. Lo appoggiò sul tavolo, poi si addormentò in piedi. Si svegliò. Si riaddormentò. Si risvegliò. Si riaddormentò.

E noi tre lo guardavamo come si guarda un ventilatore rotto.

Bruno provò a svegliarlo con una zampata. Eddy cadde di lato, ma continuò a dormire.

Poi arrivarono i cuculi. In coppia. Ovviamente.

Tippy portò una tisana. Tappy portò un’altra tisana. Le due tazze si scontrarono, si rovesciarono, e Sir Malì fece un salto indietro come se gli avessero lanciato acido.

-Mon dieu! - disse.

E Ginetto, che si era appena ripreso, svenne di nuovo.

Poi toccò a me. Due ospiti.

Dodo e Gugu si presentarono con un pesce fresco. Freschissimo. Troppo fresco.

Lo lasciarono sul tappeto. Il tappeto che avevamo appena pulito. Il tappeto che ora profumava di oceano morto.

Sir Malì li guardò con un’espressione che diceva:

“Io vi denuncio.”

Poi arrivò Popi. Tre ospiti.

Serenella, Lolo e Momo.

Serenella portava un mazzo di fiori. Che aveva strappato dal nostro giardino. I gabbiani portavano… niente. Solo opinioni.

Appena entrarono, Roberto iniziò ad abbaiare, Bruno a sospirare, Sir Malì a parlare francese per lo stress.

E fu lì che successe la scena più assurda della giornata.

Serenella, nel panico, cercò un posto dove nascondersi. E lo trovò.

L’albero del gufo.

La mucca lilla - con tutta la sua mole, la sua grazia discutibile e il suo fiocco rosa - salì sull’albero.

- SALÌ... SULL’ALBERO! -

E da lassù, con la voce più drammatica del mondo, urlò:

- AU SECOURS! … AU SECOURS! ... JE SUIS EN DANGER! -

Bertil urlò in francese per solidarietà.

I gabbiani ridevano.

I delfini applaudivano.

E noi tre… noi tre ci guardammo.

E scoppiammo a ridere.

Una risata lunga, liberatoria, inevitabile.

Perché era chiaro, chiarissimo:

gli animali non volevano farci arrabbiare.

Volevano solo stare con noi.

E forse… forse era il momento di ascoltarli.

CAPITOLO 4 – La riunione in giardino:

Quando il caos si calmò e Serenella scese dall’albero con la dignità di una diva che finge di non essersi mai arrampicata, noi tre ci guardammo.

- Basta - disse Popi.

- Basta davvero - aggiunse Ciccio.

- Basta… però prima mangiamo - conclusi io, che avevo sempre fame.

Così uscimmo in giardino con tre torte per animali, acqua fresca e un vassoio di biscotti (stavolta contati uno per uno, perché Bertil era nei paraggi).

Il sole stava scendendo, l’aria era morbida, e Verderba sembrava trattenere il fiato.

- Animali! - chiamò Popi

- Venite qui! - disse Ciccio.

- E niente disastri, per favore - aggiunsi io, senza crederci troppo.

Arrivarono.

Prima i gabbiani, planando come due giornalisti in ritardo.

Poi Bertil, con Ginetto svenuto in braccio (di nuovo).

Poi Serenella, che avanzava come una regina offesa.

Poi Eddy, che dormiva mentre camminava.

Poi i cuculi, che litigavano anche mentre respiravano.

Poi i delfini, che spuntavano dal mare vicino alla spiaggia come due antenne.

E infine Calimero, il tasso, che borbottava qualcosa sulla dignità perduta.

I cani si misero davanti a noi, come tre guardie del corpo.

E lì successe la magia.

Roberto abbaiò in inglese.

Bruno ringhiò in spagnolo.

Sir Malì parlò in francese come un diplomatico indignato.

Gli animali si zittirono.

Noi tre ci sedemmo sull’erba.

E loro, piano piano, si misero in cerchio.

Sembrava un consiglio tribale. O una riunione di condominio molto strana.

- Allora - disse Popi - vogliamo capire perché volete vivere con noi.

Silenzio. Poi, uno alla volta, iniziarono.

Il tasso, con voce grave: - Io… vorrei un letto. Un letto vero. Con un materasso di piume d’oca. Per dormire in pace. -

Così Ginetto, appena ripreso, tremò e svenne di nuovo.

Bertil lo prese al volo come un pallone.

Serenella avanzò, sollevando il mento: - Io desidero una specchiera. Con luci. E trucchi. E la parrucchiera del numero 4 che mi fa la tinta ogni venerdì. -

Eddy, con tono accademico: - Io necessito di una libreria. Alta. Molto alta. E di un posto dove dormire senza cadere ogni tre minuti. -

Tippy e Tappy parlarono insieme: - Noi vogliamo uno studio di psicologia! Con due poltrone! E tisane! E silenzio! … No, il silenzio no! Sì che sì! No che no! -

I gabbiani dissero che volevano uno scoglio personale.

I delfini un’ansa privata.

Bertil un armadio di biscotti.

Calimero un cartello “Non disturbare mai più”.

Era un delirio. Un delirio adorabile.

Noi tre ci guardammo. E scoppiammo a ridere.

Una risata lunga, vera, che sciolse tutta la tensione.

I cani risero con noi, ognuno nella sua lingua.

E fu proprio quella risata a spezzare qualcosa.

Gli animali si guardarono tra loro.

Poi ci guardarono.

E uno alla volta, si alzarono.

Serenella abbassò lo sguardo.

Eddy chiuse il libro.

Bertil lasciò cadere un biscotto.

Ginetto tremò.

I cuculi smisero di litigare.

I gabbiani tacquero.

I delfini non spruzzarono.

- Scusate… - disse Serenella, con voce piccola.

- Pensavamo… che ci voleste davvero - mormorò Bertil.

- Non volevamo farvi arrabbiare - aggiunse Eddy, sveglio per miracolo.

E uno alla volta, piano piano, iniziarono ad allontanarsi. Tristi. Convinti che li avessimo presi in giro.

E lì… lì ci si strinse il cuore.

Popi si alzò per primo.

Ciccio lo seguì.

Io guardai i cani, che ci fissavano come per dire:

“Muovetevi.”

E fu in quel momento che capimmo:

li avevamo umiliati senza volerlo.

E loro volevano solo una casa. Una famiglia. Noi.

E lì nasce l’idea della taverna. La nostra taverna. Il loro futuro.

CAPITOLO FINALE – La scelta del cuore:

Gli animali stavano andando via davvero.

Non era una scenetta, non era un capriccio: camminavano piano, in fila, con le orecchie basse e gli occhi lucidi.

Serenella avanzava come una diva offesa, Bertil trascinava Ginetto svenuto come un fazzoletto bagnato, Eddy guardava il terreno come se avesse perso un concorso di poesia, i cuculi non litigavano (che era inquietante), i gabbiani non commentavano, i delfini non spruzzavano.

Era come vedere una festa spegnersi.

E lì, proprio lì, ci si strinse il cuore.

- Fermi! - gridò Popi.

- Tornate qui! - disse Ciccio.

- Non potete andare via così - aggiunsi io, con la voce che mi tremava un po’.

Gli animali si voltarono.

Lentamente.

Con quella faccia che diceva: “Ci state prendendo in giro di nuovo?”

E allora Popi fece un passo avanti.

Ciccio un altro.

Io un altro ancora.

- Non vi abbiamo riso addosso - disse Popi.

- Abbiamo riso perché vi vogliamo bene - disse Ciccio.

- E perché siete un disastro meraviglioso - dissi io.

Gli animali si guardarono tra loro.

Serenella si asciugò una lacrima immaginaria.

Bertil smise di masticare.

Eddy aprì un occhio.

Ginetto svenne di nuovo, ma per l’emozione.

- Volete vivere con noi? - chiese Popi.

- Davvero? - chiese Ciccio.

- Allora lo faremo. Ma a modo nostro - dissi io.

E fu lì che nacque l’idea.

Non una spiegazione. Non un progetto. Un’idea che ci prese tutti insieme, come una folata di vento.

La taverna sotto la villa. La vecchia taverna che nessuno usava più.

- Lì - disse Popi.

- Lì - ripeté Ciccio.

- Lì - dissi io.

Gli animali si avvicinarono piano, come se avessero paura di svegliarsi da un sogno.

- Una casa per voi - disse Popi.

- Una casa vera - disse Ciccio.

- Una casa che non distrugga la nostra - dissi io, guardando Bertil.

E allora successe una cosa bellissima.

Serenella sorrise.

Eddy si tolse gli occhiali.

Bertil lasciò cadere un biscotto.

Ginetto svenne (ovviamente).

I cuculi si abbracciarono.

I gabbiani applaudirono.

I delfini spruzzarono un arcobaleno.

Ci mettemmo al lavoro.

Io disegnai tutto: porte, finestre, luci, angoli, spazi.

Popi scelse i colori, i cuscini, le tende, i tappeti.

Ciccio scrisse i contratti, con clausole assurde tipo:

- Vietato svenire più di tre volte al giorno.

- Vietato rubare biscotti senza consenso scritto.

- Obbligo di non urlare “Au secours!” senza motivo.

- Accesso libero alla spiaggia tramite portone grande.

E alla fine, la clausola finale, scritta da Ciccio con la sua calligrafia elegante:

“Per sempre e gratis.”

Gli animali firmarono.

Serenella con un timbro rosa.

Eddy con una piuma.

Bertil con una zampa appiccicosa.

Ginetto… svenne sulla firma, ma valeva lo stesso.



Epilogo – Il tramonto sulla spiaggia:

Quella sera, quando tutto fu pronto, salimmo sul terrazzo.

Il cielo era arancione, il mare calmo, e l’aria profumava di estate.

Noi tre ci sedemmo sulle sedie di legno, con i nostri aperitivi analcolici pieni di ghiaccio e frutta.

Sotto di noi, sulla spiaggia, c’era la vita.

Serenella correva come una diva in vacanza.

I gabbiani facevano la telecronaca.

I cuculi litigavano su chi avesse vinto a carte.

Eddy leggeva un libro al contrario.

Bertil rubava qualcosa che non gli serviva.

Ginetto tremava, rideva, sveniva, si rialzava.

I delfini lanciavano una palla.

E proprio mentre tutto sembrava perfetto… la palla volò troppo in alto, fece una curva strana, e PLOF

Colpì Calimero, il tasso, dritto sul naso.

Il tasso fece un passo indietro.

Un altro.

Poi un altro.

E svenne.

Ovviamente.

I delfini si misero a ridere.

I gabbiani applaudirono.

Serenella urlò “Mon dieu!” anche se non parlava francese.

E noi tre, sul terrazzo, ci guardammo.

E scoppiammo a ridere.

Una risata lunga, calda, che si mescolò al rumore del mare.

- Abbiamo fatto una buona azione. - disse Popi.

- Abbiamo fatto un casino, vuoi dire. - rispose Ciccio.

- Abbiamo riempito Villa Sambuco di amore. - dissi io, guardando gli animali correre.

E in quel momento, con il sole che scendeva piano e la spiaggia piena di vita, capimmo davvero una cosa:

Villa Sambuco non era più solo la nostra casa. Era la casa di tutti.

E non era mai stata così viva.

Dedica Finale:

"A chi crede che una casa sia fatta solo di muri. A chi pensa che l’amore abbia bisogno di ordine. A chi non ha ancora scoperto che il caos, quando è condiviso, diventa famiglia."

Giampaolo Daccò Scaglione





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