martedì 16 giugno 2026

"IL LIBRO DELLE ORIGINI": *LA TERZA ERA - I PREDESTINATI*


 "IL LIBRO DELLE ORIGINI"

*LA TERZA ERA - I PREDESTINATI*




Terza Era: La Grotta del Lago Rosato e i Sedici Anni Nascosti

Nella foresta dove la luce arriva filtrata e l’ombra respira lenta, due ragazzi camminano da sempre sullo stesso sentiero. Non sono nati per essere visti o ricordati: sono nati per essere trovati. La foresta li ha cresciuti come figli silenziosi; gli alberi hanno imparato i loro passi e le radure il loro respiro. Uno porta negli occhi una luce che non apparteneva al giorno, l’altro custodisce un’ombra che non apparteneva alla notte. Sono fratelli. Sono opposti. Sono inseparabili. E mentre il mondo fuori dorme, ignaro, la foresta trattiene il fiato. Perché ogni storia comincia molto prima che qualcuno la racconti.

La grotta non era un luogo, era un respiro antico e profondo che saliva dalle pietre. Il lago al centro brillava di una luce rosata, morbida, come se qualcuno avesse sciolto l’alba nell’acqua. Feron avanzava piano, con il cuore che batteva troppo forte. La Matriarca giaceva al centro della grotta, avvolta in un sonno sacro che proteggeva il mondo da ciò che aveva visto. Tra le sue braccia, due neonati: uno con la pelle chiara e luminosa, l’altro con gli occhi scuri e profondi, come se portasse un pezzo di notte nel cuore.

Feron si inginocchiò. «Sono tornati…» sussurrò con voce tremante. «Dopo mille anni… sono tornati.»

I gemelli non dovevano crescere a Selvarya. Non ancora. Non con Halwez che osservava dalle montagne come un’ombra che non dimentica. Li avvolse in due teli di lino e camminò per ore nel mondo immobile, sotto le due lune che brillavano alte, una blu e una rosa. Quando raggiunse la radura dei Maestri, Tymos e Darys lo aspettavano.

«Sono loro?» chiese Tymos. Feron annuì: «Il ciclo è tornato».
Darys si chinò, sfiorando la fronte dei neonati. «Saranno grandi, saranno forti» disse, con un’ombra negli occhi. «E saranno in pericolo. Halwez sente tutto, ma non li troverà. Non ancora.»
«Li cresceremo noi» decise Tymos. «Lontano dal mondo. Lontano dagli occhi che non devono vederli.»

La casa dei Maestri era un rifugio di luce e ombra, nascosto tra gli alberi più antichi della foresta. Di notte si accendeva di migliaia di lucciole, come piccole stelle cadute troppo presto. Fu lì che i gemelli crebbero per sedici anni.

Tymos insegnò al gemello di luce a respirare con il mondo e a sentirlo. «La magia non è un potere» diceva, «è un ascolto.» Il ragazzo imparò presto: ogni volta che chiudeva gli occhi, il vento cambiava direzione. Era aperto, curioso, luminoso come un mattino.

Darys, invece, insegnò al gemello d’ombra a muoversi senza lasciare traccia e a leggere ciò che non si vede. «L’ombra non è buio» mormorava, «è protezione.» Il ragazzo lo seguiva come un’eco: silenzioso, attento, profondo come una notte che ascolta tutto. Quando si guardavano, c’era nei loro occhi una riconoscenza antica, come se si fossero aspettati per secoli.

Mentre la Matriarca dormiva e il mondo esterno non immaginava nulla, i gemelli diventarono forti. Ma una notte, mentre dormivano, la foresta cambiò respiro. Le lucciole si spensero tutte insieme. Il vento si fermò. La luna si velò.

Il gemello d’ombra aprì gli occhi per primo. «Lo senti?» sussurrò.
Il gemello di luce si svegliò subito dopo, col cuore a mille: «C’è qualcuno…»

Tymos e Darys uscirono nello stesso istante. Lo avevano sentito anche loro: un’ombra lontana tra gli alberi, un respiro che non apparteneva alla foresta. Halwez. Non vicino, non ancora. Ma sveglio. E in ascolto. Così passarono i sedici anni nascosti: tra luce e ombra, mentre l’ombra di Halwez si avvicinava, lenta, inevitabile, come una notte che non vuole più finire.




Terza Era: Il Ritorno a Selvarya e l'Ombra nel Bosco

Selvarya non era più la città che i gemelli avevano lasciato — o meglio, che non avevano mai conosciuto davvero. Era cresciuta come un albero antico: lenta, silenziosa, ma con radici profonde. Le sue torri di pietra chiara brillavano sotto la luce di Lyxenia, la Luna Bianca, come se fossero fatte di respiro e non di roccia. Eppure, quella mattina, c’era un’attesa diversa nell’aria.

Tymos e Darys camminavano davanti, con il passo lento di chi conosce il peso del destino. Dietro di loro, i gemelli. Il gemello di luce guardava tutto con occhi spalancati, come se ogni cosa fosse un miracolo: le finestre aperte, i bambini che correvano, le stoffe colorate appese ai balconi. Il gemello d’ombra, invece, osservava in silenzio, per istinto. Ogni angolo, ogni ombra della città gli parlava.

Quando arrivarono alla piazza centrale, il popolo era già radunato: lo avevano sentito, il ritorno del ciclo. La Matriarca non era ancora sveglia dal suo sonno sacro, ma il suo spirito aleggiava come un velo sottile. Il Re Oblun scese i gradini del palazzo con passo lento e il respiro spezzato: «Sono loro… dopo mille anni… sono davvero loro». Il popolo si aprì come un’onda, portando fiori. Il gemello di luce arrossì, non abituato a essere celebrato, mentre il gemello d’ombra rimase immobile, sebbene le sue dita tremassero appena.

Il sacerdote Marman fece un passo avanti: «Il Rito delle Colonne deve essere compiuto. Solo allora il ciclo sarà completo». Quando entrarono nel Tempio Lunare, le Colonne del Destino si sollevarono davanti a loro: una di luce, una d’ombra. Il gemello di luce posò la mano sulla sua colonna, e la pietra si illuminò come se avesse atteso quel tocco per secoli. Il gemello d’ombra posò la mano sulla sua, e la pietra tremò per riconoscimento. In quel preciso istante, un brivido attraversò la città, le lune si velarono e, dalle montagne più scure, Halwez aprì gli occhi. Il Rito era compiuto.

La notte dopo il Rito non fu una notte come le altre. Selvarya dormiva di un sonno inquieto. Le due lune brillavano alte: Sapphyria blu e profonda, Lyxenia bianca e tremante. Il gemello di luce non riusciva a dormire, seduto sul davanzale: «È tutto così grande…» mormorò. Il gemello d’ombra, lo sguardo fisso verso il bosco, sussurrò: «C’è qualcosa là fuori. Da prima del Rito, ma ora è più vicino».

Il vento cambiò direzione come un respiro che non apparteneva alla foresta. Le foglie tremarono, gli animali si zittirono. Nella sala grande, Tymos e Darys erano già in piedi: «Non uscite, non stanotte» disse Tymos con una calma apparente.
«Se non usciamo noi» rispose piano il gemello d’ombra, «verrà lui. Non so chi sia, ma so che ci conosce».

Fuori, nel bosco, un’ombra senza peso e senza rumore si muoveva tra gli alberi: Halwez. La sua presenza portava un freddo che entrava dritto nelle ossa. Si fermò ai margini della radura, guardò le torri di Selvarya, guardò le lune e sorrise di un sorriso inevitabile, non umano.

Dentro la città, il gemello d’ombra sussultò, avendo percepito quel sorriso: «È qui» disse con un filo di voce. Il gemello di luce gli prese la mano: «Non siamo soli». Il vento si fermò e l’ombra nel bosco svanì nel nulla. Ma era stata lì, e sarebbe tornata. Halwez non cercava ancora i gemelli, stava solo guardando. E il mondo, senza saperlo, aveva appena fatto il suo primo passo verso la fine della Terza Era.

Terza Era: Il Sogno della Luce e la Voce tra gli Alberi

La notte scese su Selvarya morbida e pesante. Le due lune brillavano alte, ma la loro luce sembrava diversa: Sapphyria più profonda, Lyxenia più fragile. Il gemello di luce si addormentò tardi, col cuore a mille per il Rito, e quando finalmente chiuse gli occhi, il mondo cambiò. Non era un sogno, era un luogo fatto di luce liquida.

Il gemello di luce avanzò piano, lasciando tracce dorate. Poi vide una figura alta, sottile, fatta di luce spezzata, come ricomposta da frammenti di un sole scomparso: un Custode antico. La figura parlò con un pensiero: “Perché la luce ricorda ciò che la mente dimentica”. Sollevò una mano e la luce intorno cambiò colore, fino a diventare di un rosso vivo. Un rosso ferita.

“No. Ma ti cerca. Lui ti vede. Lui ti sente. Lui ti aspetta” comunicò la figura prima di dissolversi. Il rosso rimase, e una voce oscura sussurrò: “Perché sei mio”. Il gemello di luce si svegliò di colpo, col respiro spezzato. Il gemello d’ombra era seduto accanto al suo letto: «L’hai sentito anche tu» disse piano. Il gemello di luce annuì: «Halwez… mi ha trovato».

La mattina dopo, ogni cosa a Selvarya aveva un’ombra più lunga. Nel pomeriggio, i gemelli uscirono dalla città per istinto: la foresta li chiamava. Arrivarono alla radura dove le lucciole si accendevano al tramonto, un luogo che li aveva visti crescere, ma quella sera le lucciole rimasero spente.

Il vento cambiò direzione come un richiamo e allora accadde: una voce emerse dagli alberi, dalle foglie, dalle radici. Non violenta, ma dolce e affettuosa: “Ti ho trovato”. Il gemello di luce fece un passo indietro, impallidendo, mentre il gemello d’ombra si mise davanti a lui a fare da scudo: «Basta».

Gli alberi tremarono per risposta: “Tu non puoi fermarmi. Non è con te che parlo”.
«Perché mi vuoi?» chiese il gemello di luce con un sussurro spezzato. La risposta arrivò come un abbraccio che fa male: “Perché sei mio”.

La foresta si riaccese all'improvviso, il vento riprese a muoversi e la voce svanì. Il gemello di luce tremava, ma il fratello d'ombra gli prese la mano: «Non ti lascio». Non era una promessa, era un giuramento. Per la prima volta, il gemello di luce capì cosa significava essere due: non metà, non opposti, ma indivisibili.



Terza Era: Il Primo Contatto e il Segreto del Sole Vivente

La notte era scesa su Selvarya con una lentezza insolita. Il gemello di luce non riusciva a dormire: ogni ombra gli sembrava più profonda, ogni silenzio più pesante. Si alzò ed uscì sul balcone.
«Non riesci a riposare» disse una voce alle sue spalle. Il gemello d’ombra era lì, appoggiato allo stipite della porta, nel buio.
«È come se lui fosse ancora qui» cercò le parole il fratello.
«Non è qui, ma ti guarda» rispose l’altro.

Fu allora che un brivido diverso attraversò l’aria. Il vento cambiò direzione, le foglie tremarono e una figura apparve tra gli alberi: un'assenza che aveva preso forma, un'ombra più scura dell'oscurità. Il gemello di luce fece un passo avanti per richiamo. Una voce gli parlò direttamente nella mente: “Sai chi sono. Finalmente ti vedo” [0.0].
«Halwez…» tremò il ragazzo.
Il gemello d’ombra si mise subito davanti a lui a fare da scudo: «Basta. Non avrai lui».
La figura inclinò la testa con un gesto curioso: “Non voglio prenderlo. Voglio che venga. Perché sei nato per me” .

L'ombra svanì all'improvviso e il bosco riprese a respirare. Il gemello di luce cadde in ginocchio, piangendo, mentre il fratello lo abbracciava: «Non voglio andare con lui…».
«Non andrai, finché ci sono io» rispose l'altro. E per la prima volta, il gemello di luce capì che la paura non era Halwez: la paura era se stesso.

Quella stessa notte, Tymos camminava inquieto nella sala grande del Tempio Lunare, sotto la luce di Lyxenia. Darys lo osservava in silenzio.
«È troppo presto, non possiamo più fermarlo» disse infine Darys.
Tymos sorrise un sorriso triste, antico: «Darys… è tempo che tu sappia tutto. Il gemello di luce non è nato come gli altri. Quando la Matriarca entrò nel sonno sacro, io ero lì. Ho visto la luce del Sole Vivente spezzarsi. Ho visto Halwez nascere nell’ombra».

Darys chiuse gli occhi. «E i gemelli?»
«Il gemello d’ombra è nato dal mondo, dal ciclo, dalla Matriarca» inspirò Tymos con un dolore mai mostrato prima. «Ma il gemello di luce… è nato da me. Quando la luce del Sole si frantumò, una parte di lui cercò un corpo, un cuore. E l’ha trovato nel mio petto».

Darys rimase immobile, mentre il mondo intorno sembrava fermarsi. «Se lo avessi detto prima… avrei capito subito cosa significa».
«Significa che Halwez non lo vuole perché è il gemello» concluse Tymos con la voce spezzata. «Lo vuole perché è l’ultimo frammento del Sole Vivente. L’unico che può completarlo. O distruggerlo».

Nella stanza accanto, il gemello di luce si mosse nel sonno, mentre una lacrima gli rigava il volto e il fratello d'ombra gli stringeva forte la mano. Tymos li guardò da lontano e, per la prima volta in mille anni, provò terrore: «Se Halwez lo prende… il ciclo finisce». Fuori, nel bosco, l'ombra di Halwez si mosse tra gli alberi, sorridendo di un sorriso inevitabile.




Terza Era: La Notte delle Due Ombre e il Risveglio della Matriarca

La notte scese su Selvarya come un velo troppo pesante. Non era una notte normale, era una notte in attesa. Le due lune brillavano alte, ma la loro luce sembrava non toccare la terra. Il gemello d’ombra era sveglio, teso e vigile, mentre il gemello di luce si agitava nel sonno, tormentato dai sogni.

Fu allora che un brivido sconosciuto attraversò la stanza, il vetro della finestra si appannò e un’ombra vi entrò come un pensiero: senza peso e senza chiedere permesso. Il gemello d’ombra si alzò in piedi: «Mostrati» disse piano. L’ombra prese la sagoma di una presenza più scura dell’oscurità: Halwez.
«Non avrai mio fratello» ringhiò il ragazzo.
L’ombra inclinò la testa: “Non sono venuto per lui. Sono venuto per te. Siete tre. Tu non sei solo ombra, lui non è solo luce. Siamo lo stesso respiro, spezzato in tre parti”.

Il gemello d’ombra fece un passo indietro e, per la prima volta nella sua vita, tremò. In quel momento il gemello di luce si svegliò di colpo: «È hier…» sussurrò. Halwez svanì all'improvviso, lasciando il gemello d’ombra con una consapevolezza spaventosa: non erano nemici, ma frammenti dello stesso, pericoloso destino.

Quella stessa notte, il Tempio Lunare tremò come un cuore che ricomincia a battere dopo troppo silenzio. La luce di Lyxenia si fece intensa e le colonne vibrarono. Il sacerdote Marman si svegliò di colpo, avvertendo il sangue gelarsi nelle vene: «È il momento…». Corse nella sala sacra, le porte si spalancarono e vide ciò che non accadeva da sedici anni: la Matriarca si stava svegliando dal suo sonno sacro.

Le sue dita si muovevano e i suoi occhi si aprirono come una ferita. Inspirò profondamente l'aria del tempio: «Sono tornati…» sussurrò.
Marman si inginocchiò: «Sì, Madre. I gemelli sono...»
«Non loro» lo interruppe la Matriarca, lo sguardo perso nel vuoto. «Lui. Halwez. Non è più un’ombra, è qui».

La Matriarca si alzò dal giaciglio con le gambe tremanti per l'emozione: «Dov’è il gemello di luce?»
«Nel palazzo, Madre. Con suo fratello» rispose il sacerdote.
«Portateli da me. Subito» ordinò lei con voce forte [0.0]. Marman esitò, ricordando che erano ancora troppo giovani, ma la Matriarca lo fissò con un amore spezzato e una paura senza nome: «Non c’è più tempo. Halwez li ha trovati».

Fuori dal Tempio, il vento cambiò direzione e le acque del fiume si sollevarono. Nelle montagne lontane, Halwez aprì gli occhi per rispondere a quel segnale. Il risveglio della Matriarca era il segno che la fine della Terza Era era appena cominciata.



Terza Era: La Verità dei Gemelli e l'Inizio dell'Unità

La Matriarca sedeva al centro della sala sacra, avvolta in un mantello di luce e ombra. Non sembrava appena risvegliata, ma più antica, fragile e consapevole. Tymos, Darys e Feron erano al suo fianco, immobili. I gemelli entrarono insieme: il gemello di luce tremava, il gemello d’ombra no, ma i suoi occhi erano più scuri del solito.

«Avete il diritto di sapere» iniziò la Matriarca. «Siete nati per il ciclo, per impedirne la fine. Ma non nello stesso modo. Tu» disse, guardando il gemello d’ombra, «sei nato dalla Matriarca, dal mondo. E tu… sei nato dalla luce spezzata del Sole Vivente. Sei l’ultimo frammento vivo».
Il gemello di luce impallidì, mentre Tymos faceva un passo avanti confermando la verità.

«E Halwez…?» tremò il ragazzo.
«Halwez è nato dall’altra parte della luce, dall’ombra che ha divorato il Sole» rispose Tymos. «Vi vuole per completarsi, o per distruggervi» [0.0].
«Siamo tre parti dello stesso respiro» sussurrò il gemello d’ombra [0.0]. Poi si alzò in piedi, la voce ferma: «Non lo avrà. Lo fermeremo insieme».
Il gemello di luce gli guardò le mani, vedendo in lui un'ancora: «Io rifiuto di essere la sua metà». Outside, il cielo si oscurò e Halwez, dalle montagne, sorrise di un sorriso inevitabile: “Vedremo”.

La notte in cui tutto finì non aveva un colore. I gemelli camminavano uno accanto all’altro verso il bosco, seguiti a distanza dalla Matriarca, da Tymos e da Darys. Quando arrivarono alla radura, le lucciole si spensero e Halwez apparve. Non come un’ombra, ma come un ragazzo dagli occhi rossi e profondi che portavano dentro i secoli.

«Perché mi vuoi?» fece un passo avanti il gemello di luce.
«Perché sei nato per me» sorrise Halwez.
Il gemello d’ombra si frappose tra i due: «Non lo avrai».
Halwez lo fissò con riconoscimento: «Tu sei la mia ombra. Lui è la mia luce. Io sono ciò che resta in mezzo».
«Non voglio essere parte di te» tremò la luce.
«Non puoi scegliere ciò che sei» inclinò la testa Halwez.
«Ma possiamo scegliere cosa diventiamo» rispose il gemello d’ombra, stringendo la mano del fratello.

La Matriarca avanzò: «Halwez… sei nato per completare, non per distruggere».
Nel volto di Halwez passò il dolore: «Io non voglio completare. Io voglio essere intero. E per farlo devo prendere la luce».
Il gemello d’ombra fece la sua mossa definitiva: «Allora prendimi. Senza di me lui non esiste, e senza di lui io non esisto. Siamo uno. Se vuoi lui… devi prendere noi».

Halwez fece un passo indietro, colpito al cuore da quella verità. I due gemelli si presero per mano e la loro pelle brillò di una forza totalmente nuova. Negli occhi rossi di Halwez comparve una lacrima: «Io… non posso farvi del male».
«Allora vieni con noi» sorrise il gemello di luce.
«Io… non so come si fa» tremò Halwez.
Il gemello d’ombra gli tese la mano: «Si inizia così».

Lentamente, come un bambino che impara a camminare, Halwez l'afferrò. In quell'istante il cielo si spalancò, le lune brillarono e il bosco esplose di una luce meravigliosa. La Matriarca pianse di gioia. Tre ragazzi, tre parti dello stesso respiro, avevano scelto di non essere più nemici. E così finì la Terza Era: non con una guerra, ma con l’inizio della prima, grandiosa Era dell’Unità.




Epilogo: I Tre Cuori del Mondo Nuovo

La radura era silenziosa. Non il silenzio della paura, né quello dell’attesa, ma un silenzio nuovo, come se il mondo stesse imparando a respirare di nuovo. Le lucciole si accesero una dopo l’altra, lente e timide. Le due lune — Sapphyria e Lyxenia — si riflettevano negli occhi dei tre ragazzi. Tre. Non più due. Non più divisi.

Il gemello di luce guardava Halwez come si guarda un ricordo che non fa più male. Il gemello d’ombra li osservava entrambi con una calma profonda, che ora sembrava più piena. Halwez teneva ancora la mano che gli era stata offerta: non la stringeva, non la lasciava, la teneva come si tiene qualcosa che non si sa ancora come amare.

La Matriarca li osservava da lontano. Tymos e Darys erano immobili, come due colonne che avevano finalmente smesso di reggere il peso del mondo.
«È finita?» chiese il gemello di luce, con un filo di voce.
La Matriarca sorrise un sorriso stanco, dolce, inevitabile: «No. È iniziata. La Prima Era dell’Unità. Un’era che nessuno ha mai visto, che non appartiene alla luce, all’ombra o alla ferita, ma a ciò che nasce quando smettiamo di combattere ciò che siamo».

Halwez abbassò lo sguardo: «Io… non so chi sono».
Il gemello di luce gli sfiorò la spalla: «Nemmeno noi».
Il gemello d’ombra annuì: «Ed è per questo che possiamo iniziare».

Il vento cambiò direzione come un saluto. Le foglie tremarono, il cielo si aprì e le due lune si avvicinarono appena, come due sorelle che si riconciliano dopo un lungo silenzio.
«Il ciclo è salvo» chiuse gli occhi la Matriarca. Tymos inspirò e Darys sorrise.



"E i tre ragazzi — luce, ombra e ferita — fecero il loro primo passo insieme. Non verso un destino scritto o una guerra, ma verso un mondo nuovo. Un mondo che non aveva mai avuto tre cuori che battevano allo stesso ritmo. Un mondo che, per la prima volta, non aveva paura del domani."


Giampaolo Daccò Scaglione














 

Nessun commento:

Posta un commento