giovedì 16 luglio 2026

"GLI OROLOGI"


"Orologi, clessidre, meridiane. Per millenni l’essere umano ha forgiato ingranaggi per imprigionare qualcosa che, in realtà, non ha mai compreso: il tempo.

Ci culliamo nell'illusione che le lancette scorrano solo in avanti, che l'alba e il tramonto siano l'unica misura del nostro cammino. Guardiamo i capelli imbiancare, le città cambiare e la natura mutare, convincendoci che domani sia solo un passo più lontani da ieri. 
Ma se tutto questo fosse solo una recita ben orchestrata? Se la distanza tra un secolo e l'altro fosse sottile come un foglio di carta?
E se il tempo, così come lo percepiamo, non esistesse affatto?
Ci fidiamo ciecamente del ticchettio digitale o meccanico sui nostri polsi, usandolo come uno scudo contro l'ignoto. Eppure, basta un attimo di distrazione. Un battito di ciglia nel presente più assoluto. Voltiamo la testa, cercando un ricordo tra le pieghe dell'aria, e l'illusione si spezza. 
Un vortice invisibile si spalanca sotto i piedi, risucchiando la realtà, e ci si ritrova scaraventati esattamente cento anni indietro, in un passato mai vissuto ma terribilmente reale.
In quel preciso istante, mentre il mondo moderno si sgretola, quale folle concezione ci rimarrebbe del tempo?"
"GLI OROLOGI"

Primavera 2026

New York vibra sotto il sole del mattino, un calore che sembra salire dall’asfalto e tremare nell’aria come un miraggio. L’Upper West Side respira piano: le brownstone con le loro scale di ferro, le finestre scure, gli alberi che provano a difendere i passanti con un’ombra sottile, quasi timida. Il rumore dei clacson in lontananza e il brusio della metropoli riempiono lo sfondo.

Lei arriva da lontano, con quel passo deciso di chi conosce la città e allo stesso tempo vuole sfuggirle. È una figura che cattura lo sguardo: alta, elegante senza volerlo, gli occhi nocciola che brillano nella luce, i capelli castano‑ramati che scendono in onde morbide, un po’ ribelli. 

I jeans attillati le disegnano le gambe, le scarpe rosa col tacco fanno un suono secco e ritmico sul marciapiede, e la camicia rosa — la stessa tonalità delle scarpe — sembra quasi riflettere il sole. La borsa di tela di jeans, decorata con piccole perle rosate, dondola al ritmo del suo camminare.

C’è qualcosa in lei che appartiene al presente… e qualcosa che sembra non appartenere a nessun tempo.

Svolta l’angolo. E lì, come un respiro trattenuto, accade.

Una strada che non dovrebbe esserci. Una strada che lei, che New York la conosce come le sue tasche, non ha mai visto. Silenziosa, sospesa, con le scale delle villette che sembrano osservare, e gli alberi che filtrano la luce in un modo diverso, quasi più lento, più antico. 

I rumori assordanti dei clacson svaniscono all'improvviso, sostituiti da un silenzio innaturale, quasi ovattato, e nell'aria si respira un odore insolito di polvere e pioggia antica.

E poi arriva quel richiamo. 

Non un suono. 

Non una voce. 

Qualcosa di più sottile, più intimo. Un filo invisibile che la sfiora e la tira, come se la strada stessa la stesse aspettando. Avverte un improvviso senso di déjà-vu che le accelera il battito cardiaco, una netta percezione cerebrale che la spinge a guardare in un punto preciso.

Davanti a lei, una bottega. Piccola, incastonata tra due edifici come un segreto che non vuole farsi trovare. L’insegna è antica, di un legno scuro che ha visto molte stagioni: “Gli Orologi”, inciso con lettere dorate leggermente consumate. Accanto, una spirale dorata cattura la luce del mattino e la riflette come un segnale.

La vetrina è un caos ordinato di oggetti: cornici, scatole, piccoli strumenti, vetri, metalli. Ma lei non vede nulla di tutto questo. I suoi occhi vanno dritti a un unico punto: l’espositore interno degli orologi antichi.

Una collezione impossibile. Dal 1800 al 1950. Orologi da polso, da tasca, da catena. Ognuno con un carattere diverso, ognuno con un tempo che sembra ancora vivo.


E poi lui.

Appeso a una catena d’oro, al centro, come un cuore: cassa d’oro, lancette d’oro… ma numeri romani di smeraldo, verdi come pietre vive. È magnetico. I numeri romani sembrano quasi muoversi sotto il vetro, mentre le lancette avanzano a un ritmo strano, pulsante, che sembra sintonizzarsi con il battito del suo cuore.

È come se la guardasse. Come se la riconoscesse.

Un brivido le attraversa la schiena.

All’improvviso la porta si apre con un suono leggero, quasi educato. Compare un uomo sulla sessantina: viso simpatico, un po’ buffo, vestito come uscito da una fotografia degli anni ’40. Giacca chiara, gilet, cravatta sottile. 

E quegli occhi. 

Occhi verdi. 

Verdi in un modo che non è naturale, non è moderno. 

Verdi che inquietano, capaci di gelare il sangue nonostante l'aspetto cordiale dell'uomo, che sembra muoversi scivolando sul pavimento senza fare il minimo rumore.

«Se vuole entrare, signorina… è libera.» 

La voce è gentile, morbida, ma ha un’intonazione profonda, un'eco strana che non appartiene a oggi.

Lei esita. Non ha mai visto quel negozio. Non dovrebbe essere lì. Eppure… entra.

Dentro c’è fresco, un fresco che sa di legno antico e metallo lucidato. Due clienti parlano nella sala attigua, le loro voci basse come un brusio lontano. L’uomo la guida verso la zona degli orologi con un gesto lento, misurato.

Lei sente qualcosa di strano. Quegli occhi verdi sembrano guardarle dentro, come se sapessero qualcosa che lei non ha mai detto a nessuno. Vorrebbe inventare una scusa per uscire. Una frase qualsiasi. Un “torno dopo”.



Ma proprio davanti a lei, appeso, c’è lo stesso orologio della vetrina, identico, ma in versione da collo, per signora. È splendido. Ipnotico. Sembra pulsare.

«Può guardarlo meglio, se vuole» dice l’uomo, con un sorriso che non arriva del tutto alle labbra. «Aspetti un momento, devo servire quei due clienti.»

Si allontana. Ma si volta. La guarda. Sorride di nuovo. E i suoi occhi verdi brillano in un modo che non è normale.

Lei ricambia il sorriso, per educazione, per riflesso. Poi si gira verso l’orologio.

Lo fissa. Allunga la mano. La frazione di secondo prima del contatto diventa densa, l'elettricità statica nell'aria le fa rizzare i peli sulle braccia, e il riflesso dei suoi occhi nocciola sul metallo sembra fondersi con il verde smeraldo dei numeri romani.

E quando sta per toccarlo… il mondo si spezza. La luce cambia. L’aria cambia. Il negozio si dissolve come fumo. New York scompare nel buio totale.


New York, Primavera 1926

Una carrozza elegante, nera e lucida come un pianoforte, si ferma davanti a una gioielleria della Fifth Avenue. I cavalli sbuffano nell’aria tiepida del pomeriggio, e il cocchiere, con i guanti bianchi, trattiene le redini con un gesto lento, quasi cerimoniale. 

L'odore acre del fumo di carbone e della pioggia recente si sostituisce a quello della New York moderna.

La portiera si apre. Scende una ragazza bellissima.

Il vestito verde acqua ondeggia leggero, come seta mossa da un soffio. La collana lunga le sfiora il petto con un luccichio discreto. I capelli sono perfetti, acconciati con le onde tirabaci che tutte le donne dell’epoca sognano di avere. 

È lei. 

È la stessa. 

Ma è un’altra. 

Nella sua testa si scatena un violento conflitto parapsicologico: si ricorda dei jeans rosa e della vita nel 2026, eppure percepisce come reale l'abito di seta che indossa e il peso del passato.

Dietro di lei scende un uomo distinto, elegante, con un profilo che ricorda quello di suo padre. O forse… è proprio lui, ma più giovane, più saldo, più sicuro. 

La città intorno è splendida: automobili lucide, cappelli cloche, uomini in giacca chiara, vetrine che brillano. New York è viva, elegante, piena di promesse.

E davanti a loro, come un déjà‑vu che non dovrebbe esistere, c’è lo stesso negozio.

"Gli Orologi". La stessa insegna. La stessa spirale dorata che cattura la luce.

Entrano.

Il campanellino suona un tintinnio sottile, e l’aria dentro è fresca, profumata di legno e metallo lucidato. Il proprietario è lì. Lo stesso uomo. 

Gli stessi occhi verdi — ma ora vestito come negli anni ’20: gilet chiaro, camicia impeccabile, cravatta sottile, capelli pettinati all’indietro con cura.

«Ben arrivati, signor Duchamp» dice con un tono che sembra familiare, come se si conoscessero da anni. «E questa è la giovane Lorrain Duchamp.»

Lei sussulta. Quel nome. Quella voce. Quel modo di pronunciarlo.

Lorrain Duchamp. Il suo nome. Il suo volto. La sua voce.

Il padre sorride, compiaciuto. «Siamo qui per scegliere un orologio per mia figlia. Lo indosserà la sera dell’annuncio del suo fidanzamento.»

La parola fidanzamento le cade addosso come un peso. Un brivido le attraversa la schiena. E mentre osserva il proprietario, Sente una domanda farsi strada dentro di lei, lenta, inevitabile: Dove ho già visto quest’uomo?

Lorrain si muove verso l’espositore come se qualcosa la stesse chiamando da dentro il vetro. Non è curiosità. È attrazione pura, magnetica, inevitabile.

L’orologio è lì, immobile e vivo allo stesso tempo. Lo stesso che la ragazza ha visto nella vetrina del futuro. Lo stesso che l’ha riportata indietro, senza chiedere permesso.

L’oro cattura la luce del negozio con un bagliore caldo, quasi liquido. I numeri romani, scolpiti in smeraldo, sembrano respirare. Non brillano: pulsano. Come se avessero un ritmo proprio, un battito segreto.

Lei si ferma davanti al vetro. Lo fissa. E in quell’istante sente che l’orologio la riconosce.


Allunga la mano, lentamente, come si fa con qualcosa di sacro. Le dita sfiorano il metallo. Un fremito. Un’onda sottile che le attraversa la pelle, sale lungo il braccio, arriva al petto. Non è paura. È come toccare un ricordo che non sa di avere.

John Spencer si avvicina al banco con un gesto lento, preciso. Prende il ciondolo — l’orologio — e lo posa sul velluto scuro. Il metallo brilla come se avesse un calore proprio.

Lorrain è affascinata. Non riesce a staccare gli occhi.

«La aiuto a metterlo, signorina» dice il proprietario, con una voce che sembra arrivare da un luogo più profondo del negozio.

Il padre, fingendo noncuranza, si schiarisce la voce, lisciandosi i baffi con uno scetticismo tipico degli uomini d'affari di quell'epoca. «Ehm… che valore ha questo bel gioiellino?»

John sorride, impeccabile. «Mr Duchamp… meno di quanto immagina. Venga, le mostro il nostro catalogo.»

Il padre lo segue, mentre Lorrain rimane davanti allo specchio. Si osserva. Si tocca il ciondolo. Sorride, vezzosa, come se quel gioiello fosse sempre stato suo.

E in quell’istante, lo specchio si apre come una finestra.

La luce cambia. La musica cambia. E lei non è più nel negozio. Sente sulla pelle il calore improvviso della notte e il profumo di brezza marina. 

È sulla terrazza di un locale lussuoso, sotto la luna. Michel Forrest le prende il viso tra le mani. Le labbra sfiorano le sue. «Ti amo», le sussurra. Un contatto così vivido e reale da farle girare la testa.

Un battito. Un lampo.

E Lorrain torna bruscamente nel negozio. Il contrasto è gelido. Si ritrova a fissare il vetro freddo, con il ciondolo che le brilla sul petto come un ricordo che non vuole svanire. 

Il riflesso nello specchio svanisce. La terrazza, la luna, Michel Forrest… tutto si dissolve come un sogno che scivola via troppo in fretta.

La luce del negozio ora le appare più fredda, più reale. Il ciondolo le pesa sul petto come un segreto.

Fa un passo verso suo padre e John Spencer, ma si ferma di colpo. La voce di Charles Duchamp la raggiunge prima che lei possa avvicinarsi, e il tono aspro le fa gelare il sangue nelle vene.

«Secondo me… il fidanzato di mia figlia è un cacciatore di dote.»

Le parole cadono come pietre. Lorrain sente il cuore stringersi in una morsa, mentre il ticchettio degli orologi appesi alle pareti sembra farsi improvvisamente asfissiante.

«Sto facendo indagini» continua il padre, con un tono basso, teso. «Lei ha solo diciotto anni… e lui ventitré. Ma mi sembra già troppo navigato. E forse il suo nome non è nemmeno quello vero.»

John Spencer non commenta. Ascolta. Osserva. Gli occhi verdi si muovono appena, come se stessero seguendo un filo invisibile.

Lorrain rimane pietrificata. Il respiro le si blocca in gola.

E all’improvviso, come un colpo di vento, le torna alla mente il loro primo incontro: il sorriso di Michel, troppo sicuro; lo sguardo che sembrava studiarla come per calcolare il suo valore; la mano che le aveva sfiorato il polso con una stretta ferrea, una presa che allora le era sembrata affascinante e protettiva. 

Adesso… terribilmente inquietante.

John Spencer si avvicinò a Lorrain con un passo lento, quasi cerimoniale. La guardò negli occhi, poi abbassò lo sguardo sull’orologio che le brillava sul petto.

«Questo pezzo con gli smeraldi…» mormorò, «ha un potere.»

Lorrain sollevò appena il mento. «Che potere?»

John sorrise, un sorriso sottile, elegante, che non spiegava nulla e diceva tutto. «Quello di svelare segreti nascosti.»

Charles Duchamp lo fissò, sorpreso ed evidentemente irritato da quelle che riteneva ciarlatanerie. John gli strizzò l’occhio con una naturalezza disarmante, come se tra loro ci fosse un’intesa antica.

Poi tornò a rivolgersi alla ragazza. «Sarà perfetto sul suo grazioso décolleté, Miss Lorrain. È il segno di una fanciulla bella, intelligente ed elegante… proprio come lei.»

Lorrain arrossì appena, sentendo l'orologio emettere una vibrazione quasi impercettibile. Charles sbuffò, cercando di mascherare il disagio. John gli posò una mano sul braccio.

«Charles, non preoccuparti per quella cosa. Vedrai che tutto si sistemerà.»

I due si osservarono, ma nessuno dei due conosce davvero l’altro. Non a fondo. Non nell’anima.

Più tardi, l'austero ingresso in legno scuro della casa dei Duchamp era avvolto in un silenzio pesante. L’atmosfera era diversa. La madre, Eleonor, era seduta sul divano del salotto, sotto la luce soffusa di una lampada d'epoca, con un libro aperto sulle ginocchia. Lorrain e il padre stavano discutendo animatamente nell’ingresso, la voce di lei tremava.

«Papà, perché dici quelle cose su Michel? Perché non credi a quello che provo?»

«Perché ho il dovere di proteggerti!» esplose Charles, la cui sagoma rigida si rifletteva sulle pareti. «Hai diciotto anni, Lorrain. E certi uomini… sanno come approfittarsene.»

«Michel non è così!»

«In camera tua.» La voce del padre era un taglio netto che non ammetteva repliche.

Lorrain salì le scale con gli occhi pieni di lacrime. Charles rimase immobile un istante, poi si lasciò cadere sulla poltrona. Eleonor chiuse il libro e gli si avvicinò, posandogli una mano sulla spalla.

«Domani sapremo tutto» disse piano. «Hai fatto bene a indagare, caro.»

Poi il suo sguardo cadde sull’astuccio dell’orologio, appoggiato sul tavolino di mogano. Lo aprì. Appena le dita sfiorarono il metallo, un’ondata di benessere le attraversò il corpo: un calore dolce, protettivo, quasi materno, che per un attimo parve dissipare tutta la tensione della stanza.

«Charles… questo oggetto è come una magia.»

«Eleonor, non metterti anche tu con queste sciocchezze frivole.» Si alzò, irritato dall'ennesima assurdità. «Voi donne avete una fantasia… Vado in studio.»

La lasciò lì, interdetta, un po’ ferita, ma sapendo che non lo aveva detto con cattiveria.

Eleonor bussò piano alla porta della figlia. Lorrain era distesa sul letto, il viso rigato di lacrime. La madre si sedette accanto a lei e le accarezzò i capelli.

«Perché papà si comporta così?» sussurrò la ragazza. «Non crede a Michel?»

«Tutti i padri, soprattutto quelli delle belle giovani ereditiere, hanno paura dei cacciatori di dote» rispose Eleonor con un sorriso triste. «Lo fanno tutti, amore. È un istinto.»

Lorrain si sollevò appena. «Ma Michel non è così.»

«Vedrai che andrà tutto bene.» La madre la strinse a sé. «Tuo padre ti ama troppo. Vuole solo la tua felicità. Anche nonno Trevor lo fece con me… e litigò pure con nonno John Paul Duchamp.» Rise piano. «Due ricchi che non sapevano nulla l’uno dell’altro. Altri tempi.»

Lorrain sorrise tra le lacrime.

«Su, ora preparati per la cena» disse Eleonor, asciugandole il viso. «Vedrai che papà sarà più tranquillo.»


La mattina successiva, l’aria nell’ufficio di Charles Duchamp era pesante, quasi immobile. L’investigatore privato entrò senza togliersi il cappello, come se sapesse che ciò che stava per dire non meritava cerimonie. 

Appoggiò una cartelletta sulla scrivania. Charles la aprì con un gesto secco.

Non servì leggere tutto. Bastarono le prime righe. Le dita dell'uomo strinsero i fogli fino a spiegazzarli.

Francis Montreaux. Anglo‑francese. Ventotto anni. Truffa a sedici. Rapina a diciotto. Circonvenzione a ventidue, ai danni di una Kensington di Philadelphia.

Il mondo gli si strinse attorno. La pelle del volto gli cambiò colore, facendosi livida. Il segretario fece un passo indietro, l’avvocato trattenne il fiato di fronte alla gravità di quei crimini.

Charles chiuse la cartelletta con uno schiocco che sembrò un colpo di pistola.

«Andiamo» disse soltanto. E uscì, seguito dai due uomini, con un’energia che non lasciava spazio a domande.

Sotto casa, Michael era appoggiato al lampione, elegante, rilassato, come se nulla potesse toccarlo. 

Lorraine lo raggiunse con un sorriso che le illuminava gli occhi: mancavano tre giorni alla festa di fidanzamento, e lei viveva ancora in quel sogno.

Lui le prese le mani, gliele baciò piano. «Amour… devo andare. Una cosa urgente.»

Lei non capì. Non vide l’auto del padre che stava girando l’angolo. Non vide il lampo di paura negli occhi di lui. Sotto il tessuto dell'abito, l'orologio che teneva nascosto le mandò un brivido improvviso e freddo contro la pelle, un sesto senso che cercava disperatamente di avvisarla.

Michael si allontanò in fretta. Lorraine rimase lì, convinta della sua sincerità.

Quando Charles scese dall’auto, i due uomini si incrociarono. Uno sguardo. Uno solo. E tutto fu chiaro.

«In salotto» disse Charles alla figlia. «Adesso.»

Il salotto sembrava più grande, più vuoto, più freddo, trasformato in una sorta di austero tribunale. Lorraine si sedette accanto alla madre, che le prese la mano stringendola con forza protettiva.

C’erano tutti: il padre, rigido come marmo; l’avvocato di famiglia; il segretario; l’investigatore, con la cartelletta ancora in mano. Nel silenzio di tomba si sentiva solo il fruscio dei fogli voltati.

Mr Tanner parlò con voce bassa, come se temesse che le parole potessero ferire più del necessario.

«Il giovane che conoscete come Michael… si chiama in realtà Francis Montreaux.»

Lorraine sbiancò, fissando quei documenti ufficiali come se si rifiutasse di leggerli. La madre la strinse più forte.

«Mio Dio…»

Tanner continuò, mostrando i documenti. Ogni foglio era una ferita.

Quando tutto fu detto, Charles si alzò.

«Vado alla polizia. Subito.»

Lorraine scattò in piedi. «Non è vero!» La voce le si spezzò come vetro.

Corse via, salendo le scale. La porta della sua camera sbatté con un rumore che fece tremare i vetri.

Eleonor la seguì, bussò, chiamò il suo nome. Nessuna risposta.

Scese lentamente, con il volto teso, gli occhi lucidi.

Charles la prese tra le braccia. «Manda su Henriette. Non voglio che faccia sciocchezze.»

Gli uomini uscirono diretti al commissariato.

Eleonor rimase sola nel salotto. Si sedette, tremando. Poi compose il numero di sua madre.

«Mamma… è successo qualcosa. Ho bisogno di te. E devo capire come dirlo ai parenti.»

La sua voce era un filo che rischiava di spezzarsi.

Henriette si era sistemata sulla poltrona davanti alla porta di Lorraine, le mani in grembo, la schiena dritta, l’aria di chi è pronta a vegliare per ore. Indossava pantaloni e una maglia semplice, e ogni tanto sospirava, convinta che la ragazza fosse lì dentro a piangere in silenzio.

Non sentì nulla. Non il cigolio della finestra. Non il fruscio del vestito. Non il lieve colpo dei piedi nudi sul pavimento del balconcino.

Lorraine scavalcò il terrazzino con la grazia disperata di chi non ha tempo per pensare. Si aggrappò alla pianta rampicante, scese in giardino, atterrò sull’erba umida senza un gemito. Poi superò la recinzione e si ritrovò in strada, il cuore che batteva come se volesse sfondarle il petto.

Nel parco vicino si cambiò in fretta: si spogliò del vestito elegante, simbolo della sua gabbia dorata, e dalla borsa tirò fuori un abito verde, semplice, comodo. 

Si passò una mano tra i capelli, respirò a fondo l'aria fredda della sera. In tasca stringeva l’orologio che il padre le aveva comprato. Le dava coraggio. O forse solo ostinazione.

Raggiunse la piazzetta dei taxi — o delle carrozze, come si diceva allora — e salì sulla prima disponibile, indicando l’indirizzo di Michael con una voce che non sembrava la sua.

Passò del tempo prima che Henriette si accorgesse che qualcosa non andava. Un silenzio troppo lungo. Un’assenza che non aveva più il peso del pianto.

«Mademoiselle?» Nessuna risposta.

La governante si alzò, bussò, chiamò. Poi, presa dal panico, corse a prendere un piede di porco. La porta cedette con un colpo secco.

La stanza era vuota.

Henriette urlò. Un urlo che fece tremare la casa.

Eleonor arrivò di corsa, il volto stravolto. «È scappata… è scappata!» gridò la governante, con le mani nei capelli.

Eleonor non perse tempo: chiamò il commissariato. Gli uomini — Charles, l’avvocato, il segretario — erano appena arrivati quando ricevettero la notizia. La voce della moglie tremava mentre raccontava tutto.


Lorraine raggiunse l’appartamento di Michael. Era bellissimo, elegante, luminoso. Troppo perfetto.

Ad aprire non fu lui, ma un ragazzo imbarazzato, che si passò una mano tra i capelli.

«Io sono Peter… il cugino. Michael è a Brooklyn per un affare.»

Lorraine annuì, ma qualcosa le punse lo stomaco. Nell’ingresso, in un angolo, vide una fotografia: Peter, una donna, un bambino. Una famiglia vera. 

Una vita vera. 

In quel momento, l'orologio che teneva al collo emanò un calore improvviso, come a voler squarciare definitivamente l'illusione in cui aveva vissuto. Capì che suo padre, forse, non aveva sbagliato tutto.

Peter la fece entrare. «Lo chiamo subito. Gli dico che sei qui.»

Lorraine si sistemò l’orologio sul petto. Non per bellezza. Per protezione. Perché sentiva che tutto stava cambiando.

Peter telefonò. Michael arrivò pochi minuti dopo, trafelato, elegante, con il sorriso che aveva sempre usato per incantarla. Entrò, cercando di mantenere l'aria rilassata, e la baciò sulle labbra. 

«Tu es très belle…»

Lorraine rimase rigida, notando ora lo sguardo sfuggente di lui. Peter uscì con una scusa. La casa era sua, non di Michael. E Lorraine lo capì dal modo in cui l'uomo evitava accuratamente di guardare la fotografia di famiglia.

Lei prese la foto in mano. «Chi sono questi?»

Michael impallidì. Un lampo di rabbia gli attraversò gli occhi: Peter non avrebbe dovuto lasciare quella foto lì.

Lorraine lo fissò, il cuore che le tremava. «È questo che pensi di ereditare sposandomi? Sei Michael… o Francis?»

Lui rimase immobile. Sbiancò. La bocca aperta, nessuna parola.

Lei si voltò, gli mostrò l’orologio. «È meraviglioso, vero?»

«Sì…» mormorò lui, incerto.

«È quello che pensi di ottenere?»

Lui fece un passo minaccioso verso di lei. Lei indietreggiò.

Sotto, nella strada, cominciavano a sentirsi passi affrettati e voci concitate. La polizia. Il padre. L’avvocato.

Michael la afferrò per un braccio. Le strappò l’orologio dal collo con un gesto violento. Lorraine sentì un vuoto mentale improvviso, come se la finestra sul passato iniziasse a tremare.

«Ti denuncerò! Mio padre è già dalla polizia!»

Il suo grido riempì la stanza.

Francis, con un gesto brusco e gli occhi da animale braccato, aprì il cassetto accanto al divano. Il rumore del legno fu un colpo secco. Ne tirò fuori una pistola dal metallo scuro e freddo.

Lei si raddrizzò di scatto, un urlo strozzato nella gola. Lui la puntò al cuore, il braccio teso, il respiro corto. 

Il tempo parve rallentare, allontanando i rumori dei passi che salivano le scale. Lorraine fissava la canna dell'arma, sentendo solo il proprio battito accelerato.

«Non sarà così» sibilò lui. «Non mi prenderanno. Non mi rovineranno. E tu… tu non vivrai per raccontarlo.»

Lorraine indietreggiò, le mani tremanti, la schiena che urtò il bordo del tavolo. I passi sulle scale erano ormai vicini. Francis pensò troppo in fretta: *La uccido. Salto dal balcone. Atterro nei cespugli. Corro. Sparisco.*

Con una mano teneva l’orologio d'oro sollevato, come un trofeo. Con l’altra stringeva la pistola, la canna puntata dritta al petto di lei.

«Questo» disse, con un sorriso che non era un sorriso, «sarà il ricordo che avrò di te.»

Lorraine scosse la testa, gli occhi pieni di terrore. «Francis… ti prego… »

Lui non ascoltò. Premette il grilletto.

Un lampo accecante squarciò la stanza. Lo sparo esplose nell’aria con un boato asfissiante proprio mentre, al piano di sotto, la polizia e gli uomini Duchamp stavano per abbattere la porta.


La nebbia si aprì come un sipario. Lorraine sbatté le palpebre, il cuore ancora intrappolato nel boato dello sparo che aveva sentito un istante prima. 

La sua mano scattò sul petto per cercare una ferita, ma incontrò solo il tessuto leggero della sua maglietta moderna.

Davanti a lei non c’era più l’appartamento del passato, né Michael, né la minaccia della pistola. 

C’era il banco di legno lucidato nel fresco ovattato del negozio, l’orologio posato sul velluto… e il venditore dagli occhi verdi che la osservava con un’espressione calma, quasi paterna.

«È successo qualcosa che l’ha spaventata?» chiese lui, inclinando appena il capo.

Lorraine si guardò attorno, confusa. Indossava i jeans, la camicia rosa. Era nel negozio. Nel presente.

«Credo di aver fatto un sogno… o mi sono immaginata qualcosa guardando l’orologio» mormorò, la voce ancora tremante. «Sembrava quasi che mi avesse ipnotizzata.»

L’uomo sorrise, un sorriso lento, antico. «È un orologio magico. Protegge. Svela ciò che è nascosto. E, a volte, porta la mente nel passato… magari in una vita precedente. Chissà.»

«Chissà…» ripeté lei, ancora scossa, guardando gli occhi verdi dell'uomo che le ricordavano in modo inquietante l'orologiaio della sua visione.

Fece un passo verso l’uscita, pronta a ringraziare e andarsene, quando lui la fermò con un gesto gentile. Le prese la mano, vi depose l’orologio e il metallo freddo entrò in contatto con il suo palmo caldo, dandole una strana vertigine.

Lorrain lo guardò, sorpresa. «Non posso… costa troppo.»

«Un tempo forse» disse lui, con una voce che sembrava arrivare da molto lontano. «Ma ora credo sia destinato a lei, Lorraine.»

Lei si irrigidì, colpita da un brivido. Non ricordava di avergli mai detto il suo nome.

L’uomo continuò, come se nulla fosse: «Lo prenda. La proteggerà. Le farà ricordare.»

Lorraine non seppe cosa dire. L’unica cosa che le venne naturale fu abbracciarlo. Un abbraccio breve, sincero, come quelli che si danno a chi ti ha appena salvato da qualcosa che non sai nemmeno nominare.

«Le porterò una mia creazione» disse piano. «Sono una pittrice.»

Lui annuì, come se sapesse già tutto.

Lorraine uscì dal negozio. E in un battito si ritrovò nella caotica New York del presente: clacson, passi, voci, vento caldo tra i capelli. Dietro di lei, il negozio sembrava già più lontano di quanto fosse possibile.

L’uomo dagli occhi verdi rimase sulla soglia, immobile, mentre Lorraine si allontanava sul marciapiede con l’orologio stretto nella mano. La guardò fondersi nel flusso della città. 

E mentre la seguiva con lo sguardo, nella sua mente prese forma un’immagine nitida, come un ricordo che non era suo.

Vide Lorraine in un salotto elegante del 1926, il volto rigato di lacrime, stretta tra le braccia del padre. 

Vide la polizia inginocchiata accanto al corpo di Francis, immobile sul pavimento di quell'appartamento d'epoca. 

Vide l’avvocato di Charles prendere appunti con la precisione di chi deve registrare ogni dettaglio. 

Vide la pistola per terra, ancora fumante: aveva sparato, sì, ma il proiettile non era mai uscito. Era esploso all’interno della canna, uccidendo Francis sul colpo e salvando la ragazza.

L’immagine svanì come fumo. L’uomo inspirò piano, come se quell’eco lontana gli avesse attraversato il petto.

Da qualche parte, in una metropolitana affollata, l’orologio al collo di Lorraine scintillò per un istante. Un lampo breve, quasi un battito.


Due giorni dopo, Lorraine tornò nella stessa via. Aveva un quadro sotto il braccio, un piccolo dono che aveva promesso al venditore. L’orologio le brillava sul petto, caldo come un respiro.

Ma quando alzò lo sguardo, il negozio non c’era più.

Al suo posto, un piccolo fast food con un’insegna rossa e bianca. Il profumo di fritto usciva dalla porta aperta. Ragazzi in divisa ridevano dietro al bancone, muovendosi frenetici tra i clienti.

Lorraine rimase ferma sul marciapiede, incredula. Guardò il quadro tra le mani, poi l’orologio. In quel preciso istante, il metallo scintillò di nuovo, come se avesse riconosciuto qualcosa.

Lei sollevò lo sguardo verso l’insegna del fast food. 

Accanto al nome del locale, quasi nascosta tra i colori moderni, c’era una piccola spirale decorativa. 

La stessa spirale che aveva visto nel negozio di antiquariato. 

La stessa che ornava il velluto sotto l’orologio.

Un brivido le attraversò la schiena.

Rimase lì, immobile, con il quadro stretto al petto e il traffico che le scorreva intorno, chiedendosi se avesse davvero vissuto tutto quello… o se l’orologio avesse solo aperto una porta che non sapeva di avere dentro.

Epilogo

"Il respiro manca. L'aria odora improvvisamente di benzina pesante, fumo di sigaretta e pioggia sull'asfalto mentre sto facendo ritorno verso casa e... Penso al bellissimo negozio che non esiste più.

Mi siedo su una panchina in attesa di chiamare un taxi, la mia borsa è di fianco e il quadro che volevo donare a quell'uomo dagli occhi color smeraldo, mi sembra così sciocco pensando all'orologio che mi aveva regalato.

Mi sento stordita mentre mi guardo attorno. Lo schermo del mio smartphone è completamente spento, un pezzo di vetro inutile. 

Intorno a me, il silenzio del 2026 è stato inghiottito da una cacofonia di clacson impazziti, risate sfacciate e le note vibranti di un jazz che esce da un seminterrato.

Alzo lo sguardo, mi sento un po' strana ma è la mia fantasia oppure è rimasto nel mio cuore il ricordo dell'avventura vissuta nel negozio. 

I grattacieli di New York sono lì, ma sono diversi. Più giovani. Davanti a me sfrecciano strane carrozze a motore nere e lucide, mentre donne avvolte in pellicce e fili di perle ridono sotto i fari al neon di Broadway.

In un attimo il suono di un clacson mi porta alla realtà. Una copia del New York Times vola sui ciottoli bagnati, fermandosi contro le mie scarpe da ginnastica. La data in prima pagina è un proiettile: 16 luglio 1926.

E' impossibile.

Stringo forte il vecchio orologio d'oro tra le mani che tremano. MI alzo e faccio un segno con la mano al taxi poco lontano che quasi inchioda fermandosi. 

Salgo sempre con una sensazione strana, l'auto riprende la sua corsa verso casa mentre New York  moderna e scintillante è davanti ai miei occhi.

Lorraine."

Giampaolo Daccò Scaglione









 







 

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