sabato 7 novembre 2026

"METROPOLI"


PROLOGO 

Un mare calmo quasi incredibile, in lontananza il profilo di una grande città quasi fosse uno sfondo strano dietro alla tranquillità di una casa piena di luce e natura. Due uomini di 65 e 68 anni, ancora molto attraenti sono lì in quel piccolo angolo di paradiso.. 

Uno è seduto sulla panca della veranda del loro cottage, in una cittadina molto bella nei pressi di una grande metropoli. Guarda il mare in quella primavera e sorride. L’altro gli si avvicina con due tazze di tè e dei cornetti su un vassoio, si siede accanto a lui, gli sorride e mette tutto sul tavolino.

 


Ognuno prende la sua tazza, ma il più grande di età gli mette il braccio attorno alle spalle e guarda l’orizzonte. La vita della metropoli è poco lontana dietro di loro. Passa un'auto sulla strada, suona il clacson: la signora Tarrent li saluta con la mano mentre mette la freccia a sinistra per svoltare verso il centro della cittadina, Westbridge. 

Il più giovane guarda l’altro, il suo profilo:

«Guardami ora e dimmi cosa vedi, ora che è tutto passato. Anche se i sogni che abbiamo avuto allora non saranno mai più uguali, sembrano quasi senza le stelle come sognavamo prima, ma ora è bello... è più bello navigare così la vita. Non c’è niente che abbiamo perso e che non possa continuare».

L’altro sta zitto, sorride e poi, stringendogli la mano, sussurra:

«Perché dici questo?».

E si mette ad osservare anche lui il mare:

«Abbiamo la vera vita ora, abbiamo la libertà. Avevamo i pugni chiusi e si lottava per la rabbia di allora, dove quasi nessuno accettava chi eravamo, nonostante vivessimo e non solo noi, nella più famosa metropoli moderna che tutti definivano la città che ha rivoluzionato il mondo.».

L’altro lo guarda:

«Lo so, Jack. Eravamo come gocce di sangue di amarene aspre sotto un cielo plumbeo, nonostante il sole. In realtà siamo noi la luce, l’amore, la lotta, e quel sangue dolce che ha vinto. Ora, chi c’è stato prima, dopo di noi ed insieme a noi, abbiamo conquistato la libertà. Siamo tutti quelli e quelle che ora guardano in alto e ci sembra che il cielo adesso sia più luminoso». 

«Mio poeta, mio sognatore… Nonostante tutto sembra ormai lontano, libero, quelli come noi sono liberi di amarsi. Eppure “lei", con le sue problematiche, è ancora alle nostre spalle. Il sangue rosso delle amarene c'è ancora e sarà ancora lì per molto tempo, lo sai bene. E’ tutto in quell’ammasso grigio lontano».

"METROPOLI"

*WILLIAM*


La Fifth Avenue, a Manhattan, sembrava un mondo fatto di specchi e promesse lucide. Dietro i vetri della boutique d’alta moda maschile di "Joe Maxwell", il tempo sembrava scorrere con un ritmo diverso, scandito dal fruscio dei tessuti pregiati e dal sussurro dei clienti facoltosi. William Harcher, a ventisette anni, si muoveva in quel tempio del lusso con un’eleganza naturale. 

I suoi occhi blu, acuti e profondi, registravano ogni dettaglio: la piega di un abito sartoriale, la disposizione dei gemelli sui ripiani di cristallo, l'allineamento perfetto delle cravatte di seta. Come direttore, la boutique era il suo regno, un rifugio sospeso proprio di fronte al Summer Stage di Central Park, dove la città sembrava quasi concedersi un respiro verde 

Ma quando il turno finiva e le luci della Fifth Avenue si spegnevano, quel riflesso dorato svaniva. William saliva sul treno della metropolitana diretto verso i Queens, e a ogni fermata sentiva il peso della realtà rimettersi in tasca.

La sua casa sulla 34th Avenue era una prigione di silenzio e rancore. Da quando sua madre se n'era andata, quasi diciassette anni prima, William era rimasto solo con suo padre, un ex militare tornato ferito e incattivito da una vecchia missione. Quell'uomo, bloccato nel corpo e nell'anima, non gli aveva mai perdonato di essere se stesso. 

Da quando aveva scoperto l'omosessualità del figlio, la casa era diventata il teatro di un ricatto morale quotidiano, fatto di sguardi di disprezzo, maltrattamenti psicologici e parole che tagliavano più del freddo dell'inverno newyorkese. 

L'odio del vecchio gli passava sopra come un vento gelido, implacabile, ma William aveva imparato a incassare i colpi senza piegarsi, stringendo i pugni nelle tasche per non esplodere. 

C'erano sere in cui la pressione diventava insostenibile. Allora William si rifugiava nella sua stanza, spegneva la luce e si avvicinava alla finestra. Appoggiava la fronte contro il vetro freddo, guardando verso sud, oltre la distesa di cemento della metropoli grigia. 

Non sapeva cosa ci fosse là fuori nel buio, ma il suo cuore, con una ostinazione cieca, continuava a ripetergli che in quella stessa direzione, da qualche parte, c'era qualcuno che lo stava aspettando. Una sensazione strana, quasi un respiro lontano, che lo teneva in piedi nonostante tutto.

Anche il destino, a volte, sembrava divertirsi a giocare con quella distanza. 



In una limpida mattina di primavera, la boutique era in fermento. Vanessa Mac Harmont, la proprietaria e unica vera amica di William in quel mondo di apparenze, stava curando personalmente il nuovo allestimento della vetrina principale. 

«Willy, per favore, esci un attimo in strada», gli chiese Vanessa, sistemandosi i capelli corti mentre posizionava un manichino. «Controlla da fuori se l'insieme è equilibrato». 

William sorrise e uscì sul marciapiede della Fifth Avenue. L'aria era frizzante. Si avvicinò al vetro, studiando la composition, poi si abbassò leggermente, indicando a Vanessa con la mano un dettaglio in basso. «Sposta quelle due cinture di pelle più a sinistra, Vanessa. Così catturano meglio la luce del sole». 

Mentre era ancora chinato, un ragazzo dai capelli castano chiari, con una borsa a tracolla e l'andatura atletica di uno sportivo, gli passò esattamente alle spalle, sfiorandolo sul marciapiede affollato. Era Jack.

William avvertì un brivido improvviso lungo la schiena, una scossa elettrica inspiegabile, come la sensazione acuta di un'occasione che stava sfuggendo via. 

Si rialzò di scatto, si voltò a guardare la folla, ma l'unica cosa che riuscì a scorgere fu la sagoma di un ragazzo giovane di spalle, ormai lontano, che svaniva in fondo alla Fifth Avenue.

William rimase immobile per un istante, con il cuore che batteva forte e la netta, assurda certezza di aver appena perso qualcosa di immenso.


*JACK*

Fulton Street, nel cuore di Brooklyn, non aveva le luci specchiate della Fifth Avenue. Era una New York vecchia, spigolosa e a tratti pericolosa, dove il rumore della metropolitana sopraelevata faceva tremare i vetri delle finestre e l'aria sapeva di ferro e asfalto bagnato.

Jack Carmycan viveva lì, in un bilocale un po’ triste al terzo piano, dove l'unica nota di colore erano i suoi trofei di nuoto appoggiati su una mensola polverosa. 

A ventiquattro anni, Jack aveva il corpo scattante di chi era abituato a fendere l'acqua per trovare il proprio spazio, e due occhi verdi che custodivano una malinconia profonda. 

La sua vita si era spezzata a diciotto anni, il giorno in cui aveva trovato il coraggio di confessare ai genitori la propria omosessualità. La sua era una famiglia metodista riformista, rigida come il legno delle panche della loro chiesa. 

La reazione era stata immediata e feroce: suo padre e sua madre lo avevano cacciato di casa quella sera stessa, sbarrando la porta dietro di lui. Dei tre fratelli e due sorelle, l'oscurità del rifiuto aveva inghiottito quasi tutti. Solo Clara, che di anni ne aveva venti, si era rifiutata di cancellarlo. 

Era l'unica che lo cercava, l'unico ponte rimasto con il passato. Quando Clara si era trasferita a Richmond con suo marito Edward, aveva pregato Jack di andare con lei, di lasciare quella metropoli così dura. Ma Jack aveva resistito; sentiva che il suo destino era a New York, anche se quella città sembrava non volerlo.

Per mantenersi, Jack aveva trovato lavoro come parrucchiere in un salone sulla East 42nd Street, a Manhattan. Era un buon negozio, frequentato e rumoroso, non molto distante dalla boutique di lusso dove William passava le sue giornate. 

Eppure, in mezzo a tutta quella folla, Jack si sentiva profondamente solo. Senza amore, senza un abbraccio, senza un bacio che potesse scaldare le sue serate a Fulton Street. 

Nelle ore più buie, quando la solitudine gli stringeva la gola, Jack si rifugiava dietro il vetro della sua finestra a Brooklyn. Guardava verso nord, oltre il fiume, dritto nel cuore di cemento della metropoli grigia. Non vedeva nulla se non i tetti e le luci lontane, ma sentiva, con un fiato profondo nei polmoni, che qualcosa era di là. 

Qualcuno lo stava aspettando, e lui si immaginava a correre con tutto il fiato che aveva in gola verso quel volto senza nome, per rifare da capo la propria realtà. 

Quando guardava in alto, o cercava nel profondo del suo cuore, tutto quel cemento sembrava svanire, lasciando spazio a un cielo pieno di stelle. 

Ma il destino continuava a tessere la sua trama invisibile, muovendo le loro vite a un isolato di distanza.



Era un pomeriggio caotico di inizio maggio. Nel salone sulla 42ª, il lavoro ferveva, ma un imprevisto rischiava di bloccare i tagli. Il proprietario, Mr. Ford, si avvicinò a Jack mentre finiva una piega. 

«Jack, per favore, corri da Miller due isolati più avanti. Ci servono subito due accessori specifici per il taglio termico, altrimenti rimaniamo scoperti per gli appuntamenti di stasera». 

Jack si tolse il camice, prese la borsa e uscì di corsa sul marciapiede, prese l'auto del proprietario scomparendo dietro l'angolo della via. 

Nemmeno due minuti dopo, la porta del salone si aprì ed entrò William. Aveva un appuntamento importante per un evento della boutique in serata, era in ritardo clamoroso e non era riuscito a fare né barba né capelli. 

No c'erano persone con appuntamenti o clienti frettolosi così William si accomodò sulla poltrona libera, dando indicazioni veloci al collega di Jack per un taglio rapido e pulito. 

Il lavoro richiese poco tempo. Quando William uscì dal negozio, rinfrescato ed elegante, si avviò quasi di corsa lungo la via, risalendo verso Central Park per tornare ai suoi impegni.

In quel preciso istante, Jack stava parcheggiando l'auto della bottega poco lontano, di ritorno dal magazzino. 

Spense il motore, scese sul marciapiede con il pacchetto degli accessori e, voltandosi, vide la sagoma di un giovane alto, impeccabile, che si allontanava a passo svelto.

Jack si fermò di colpo. Sentì una strana vibrazione nell'aria, come se qualcuno lo avesse appena chiamato o lo stesse aspettando lì sul marciapiede. 

Guardò quel ragazzo elegante che si allontanava verso il parco, sentendo il cuore battere con un ritmo insolito, ma non fece in tempo a muovere un passo.

La folla della metropoli si chiuse in mezzo, separandoli ancora una volta.


*IL FAST FOOD*


C'erano sere in cui New York sembrava un ammasso di pietra indifferente, dove ogni uomo era un'isola racchiusa nei propri silenzi. Era in quelle sere che la simmetria invisibile delle loro vite si faceva più densa.

Nel Queens, dopo l'ennesima giornata passata a subire il fiato corto e l'odio sordo di suo padre, William si rifugiava dietro il vetro della sua finestra, guardando a sud. 

A Brooklyn, dopo aver lavato via il profumo delle lozioni e i discorsi vuoti dei clienti, Jack spegneva le luci del bilocale e si appoggiava alla sua finestra, guardando a nord. 

Stessa identica direzione, un asse invisibile teso sopra i dieci chilometri di cemento e il fiume che li separava. Non sapevano nulla l'uno dell'altro, eppure quel desiderio profondo che qualcuno, da qualche parte, ricambiasse lo sguardo nel buio era l'unica cosa che rendeva quel cielo plumbeo un po' più luminoso. 

Ma la metropoli moderna continuava a muovere i suoi fili, stringendo il cerchio attorno a loro. 

Era una sera di fine maggio. William, per staccare la spina e allontanare i pensieri della casa, aveva accettato l'invito di due amici e un paio di colleghi della boutique. 

Dopo un aperitivo veloce, decisero di fermarsi a mangiare qualcosa in un affollato Fast Food di Manhattan, uno di quei locali rumorosi dove l'odore di fritto e il brusio delle conversazioni riempivano l'aria. 

Si accomodarono in fondo alla sala principale, proprio vicino alla rampa di scale che portava al piano rialzato.

William rideva alle battute dei colleghi, ma il suo sguardo continuava a perdersi sui dettagli della sala, distratto. Non poteva sapere che, proprio sopra la sua testa, seduto a uno dei tavolini del piano superiore, c'era Jack. 

Jack non era solo. Suo cognato Edward, il marito di Clara, era a New York per un lavoro di pochi giorni e sarebbe ripartito per Richmond quella sera stessa. 

Avevano approfittato delle ultime ore per stare insieme e fare due chiacchiere sulla vita di Jack, sulla solitudine che si portava dentro e su quella casa a Fulton Street che sembrava sempre troppo vuota. 

«Dovresti pensarci, Jack», gli stava dicendo Edward, stringendo la sua tazza di caffè. «A Richmond l'aria è diversa. Clara si preoccupa per te». 

Jack sorrise grato, ma scosse la testa. «Il mio posto è qui, Edward. Sento che c'è qualcosa per me in questa città. Devo solo trovarla». 

Quando arrivò il momento di andare, William si alzò dal suo tavolo per andare alla cassa in fondo alla sala e pagare il conto per tutti i suoi amici, come faceva sempre quando voleva essere generoso. 

Nello stesso istante, al piano di sopra, anche Jack ed Edward si prepararono a uscire. Jack fece per alzarsi, ma Edward lo precedette: «Fermo lì, Jack, stasera offre Richmond. Vado io alla cassa, tu prendi le giacche». 

Edward scese le scale e si mise in fila. Si ritrovò esattamente fianco a fianco con William. I due si sfiorarono con la spalla, in attesa che il cassiere battesse gli scontrini. 

Dall'alto della balaustra, Jack si voltò con la giacca in mano e lo sguardo gli cadde giù, verso la cassa. Notò subito quel bellissimo ragazzo alto, dai capelli neri e dal profilo elegante, fermo proprio vicino a suo cognato. 

Ci fu un attimo in cui Jack rimase immobile, come catturato da quella figura. Ma in quel momento Edward, avendo pagato, si girò verso le scale e gli fece un cenno deciso con la mano: «Andiamo Jack, o perdo il treno!». 

Jack distolse lo sguardo a fatica, prese la borsa e scese le scale di corsa seguendo Edward verso la porta d'uscita.

Pochi istanti dopo, sbrigati i conti con i colleghi, anche William si avviò verso la strada. Mentre camminava, voltò la testa e diede un'occhiata distratta a lato. Per un millesimo di secondo, vide solo una figura maschile e una giacca che svaniva dietro l'angolo dell'uscita. 

Uscito sul marciapiede, William avvertì di nuovo quella sensazione acuta e dolorosa, lo stesso brivido della vetrina: l'impressione netta, assecondata dal cuore, di aver appena perso qualcosa che gli apparteneva, di aver lasciato per strada un pezzo di sé.

Guardò la folla sterminata di persone che camminava sotto le luci dei lampioni di Manhattan, ma tra quelle mille facce, Jack era già scomparso nel buio della sera.


*LE LINEE E E G*


Il tempo, nella metropoli grigia, sapeva essere spietato. Per William, l'inizio dell'autunno portò una doppia tempesta che sradicò ogni certezza. Danny, il ragazzo con cui faceva coppia da qualche settimana, decise di andarsene, lasciandolo solo con un vuoto improvviso e amaro. 

Pochi giorni dopo, come se il destino avesse fretta di chiudere i conti, il cuore malato di suo padre cedette definitivamente. Quell'ex militare, che per anni lo aveva condannato a ricatti morali e maltrattamenti sordi, morì lasciando dietro di sé solo stanze piene di rancore. 

William, con la fermezza inflessibile del suo essere, scelse di non perdonarlo.

Non ci furono lacrime, né funerali solenni: l'uomo venne sepolto in un colombario comune, lontano dalla tomba della madre. Fu un segno di rispetto ultimo per la memoria della donna, e l’inizio di una libertà che per William sapeva ancora di cenere.

Anche a Brooklyn il silenzio pesava. Jack continuava a nuotare, a fendere l'acqua della piscina comunale per scaricare la tensione, ma quando tornava nel bilocale di Fulton Street la realtà era sempre la stessa. 

Nessun abbraccio, nessun bacio. Solo quel sogno ricorrente che lo tormentava di notte: si vedeva correre con quanto fiato aveva in gola lungo strade deserte, inseguendo un volto che non riusciva a mettere a fuoco, ma che sentiva esistere. Il paradiso doveva essere da qualche parte in quell'ammasso di cemento, ne respirava l'attesa.

Fu in un pomeriggio di novembre che il cerchio si strinse ancora, nel ventre sotterraneo della città.

William aveva appena finito il turno alla boutique e camminava a passi rapidi nei corridoi umidi della metropolitana di Manhattan, diretto verso la linea E che lo avrebbe riportato nel Queens. 

Nello stesso momento, Jack si muoveva nello stesso labirinto di piastrelle bianche e neon sfrigolanti, diretto verso la banchina della linea G per tornare a Brooklyn. 

Lo snodo di interscambio era un fiume umano di cappotti scuri, valigette e passi frettolosi. Ma proprio lì, sul confine tra le banchine delle due linee, la folla per un istante si aprì. 

I loro sguardi si incrociarono a metà strada.

Fu un colpo al petto per entrambi. Gli occhi blu di William si piantarono in quelli verdi di Jack. Per cinque, interminabili secondi, il rumore dei treni in arrivo sembrò spegnersi. Non era più la sensazione di una schiena che svaniva in fondo alla strada; era un riconoscimento elettrico, assoluto.

Entrambi ebbero la certezza assoluta, violenta, di conoscersi già. Di essersi visti, di appartenersi da sempre, o forse di essersi cercati nei riflessi dei vetri bagnati delle loro finestre. 

Nessuno dei due riuscì a parlare. La metropoli moderna non concedeva soste: l'annuncio metallico degli altoparlanti e l'ondata dei passeggeri in uscita dal treno li travolsero. 

La fiumana di gente spinse William verso il vagone della linea E e trascinò Jack verso la G. Corsero per non perdere la coincidenza, costretti dalla fretta della città. 

Ma una volta saliti sui rispettivi vagoni, mentre i treni sferragliavano nel buio dei tunnel sotterranei diretti uno a nord e uno a sud, nessuno dei due riuscì a distogliere la mente da quegli occhi. Appoggiati alle porte di metallo, guardando il proprio riflesso sul finestrino, si pensarono per tutto il viaggio.

Forse si erano cercati con il pensiero per anni, e adesso la metropoli aveva finalmente dato un volto a quel richiamo.


*LA STATUA DI BALTO*


La primavera del 1984 portò con sé un’aria di attesa e di cambiamento che sembrava riscaldare persino il cemento della metropoli. Quel giorno, per un curioso incastro del destino, la città decise di fermare la corsa di entrambi, quasi volesse costringerli a incontrarsi. 

La boutique di Joe Maxwell sulla Fifth Avenue era chiusa per alcuni lavori di ristrutturazione, regalando a William mezza giornata di inaspettata libertà. 

Dall'altra parte, il salone sulla 42ª aveva abbassato le serrande per l'inventario generale, e Mr. Ford, avendo un appuntamento privato nel primo pomeriggio, aveva concesso a Jack qualche ora di pausa. 

Nessuno dei due voleva rimanere chiuso tra le pareti di stanze che profumavano ancora di solitudine. Così, attirati dal sole tiepido, entrambi cercarono rifugio nell'unico polmone verde di New York: Central Park. 

Jack camminava a passo lento lungo i sentieri, respirando il profumo della terra umida e degli alberi in fiore. Aveva comprato un hamburger e una bibita da un baracchino all'ingresso del parco e si diresse verso una delle sue mete preferite. 

Si accomodò su una panchina di legno, proprio a pochi passi dalla celebre statua di Balto, il cane da slitta diventato il simbolo della resistenza e della speranza contro ogni avversità. 

Jack aprì il cartoccio del pranzo, ma il suo sguardo rimase sospeso, perso tra i rami che si muovevano leggeri nel vento. 

A poca distanza, William camminava con una mano in tasca e un sacchettino per il pranzo tra le dita dell’altra. Avanzava sul sentiero con l'andatura fiera di sempre, lo sguardo azzurro che vagava tra i passanti. 

Poi, d'un tratto, i suoi occhi intercettarono la sagoma del ragazzo seduto sulla panchina.

Il cuore gli saltò un battito. I capelli castano chiari, il profilo atletico. Era lui. Il ragazzo che gli era passato alle spalle sulla Fifth Avenue, l'ombra del Fast Food, ma soprattutto il volto rimasto impresso nella sua mente in quei cinque secondi sul binario della metropolitana.

William non ci pensò due volte. Accelerò il passo, un sorriso spontaneo e colmo di emozione a illuminargli il viso. Si avvicinò alla panchina, fermandosi a un passo da lui. 

Jack alzò gli occhi verdi e il mondo si fermò per la seconda volta. Questa volta, però, le banchine e i treni erano lontani. 

«Ciao», disse William, con la voce ferma ma carica di una dolcezza inaspettata. «Ci siamo già visti, vero? Sulla linea E... o forse ovunque in questa città. Posso sedermi vicino a te? Visto che abbiamo entrambi il pranzo in mano, sarebbe bello mangiarlo insieme». 

Jack rimase a guardarlo per un istante, con il respiro sospeso in gola, poi un sorriso immenso gli aprì il volto. «Sì, ti prego. Siediti». 

Da quel momento, le parole cominciarono a fluire libere, come un fiume che rompe gli argini dopo anni di gelo. Si presentarono, raccontandosi i dettagli delle loro vite con una fiducia immediata, assoluta. 

E quando Jack tirò fuori dalla borsa il suo diario personale per mostrare un appunto, William notò una piccola cartina geografica di New York piegata tra le pagine, dove Jack aveva tracciato a matita alcuni punti. 

Si misero a studiarla insieme, vicini, con le spalle che si sfioravano. 

Facendo il calcolo delle distanze, scoprirono l'incredibile verità: abitavano a appena una decina di chilometri in linea d'aria. L'uno nei Kings, a Brooklyn, l'altro nel Queens. E guardando quella linea retta che univa le loro case sulla carta, si guardarono dritti negli occhi.

In quel millesimo di secondo, entrambi viaggiarono a ritroso nel tempo, tornando indietro di giorni, di mesi, di anni. Si rividero nelle rispettive stanze, fermi dietro al vetro bagnato della finestra nelle sere di pioggia o dopo la fatica dello sport.

Capirono che quando guardavano uno a nord e uno a sud, non stavano fissando il vuoto della metropoli moderna. Le loro finestre erano perfettamente allineate. Si stavano guardando già allora, invisibilmente, guidati da un cuore ostinato che ripeteva: là lontano c’è qualcuno che ti aspetta. 

In quel lontano 1984, sulla panchina di Central Park, la paura svanì. 

Sapevano che il mondo fuori era ancora duro, che avrebbero dovuto combattere battaglie feroci contro la discriminazione e il pregiudizio, ma il senso di colpa per non aver fatto nulla di male scomparve per sempre in quel preciso istante. 

Si erano cercati nel silenzio, e ora si erano trovati.

Si alzarono dalla panchina, lasciandosi la statua di Balto alle spalle. William tese la mano e Jack la strinse nella sua. Incuranti degli sguardi della gente, della metropoli grigia e di chiunque non potesse capire, si avviarono insieme tra i sentieri del parco in fiore. 

Sopra le loro teste, questa volta, il cielo era di un azzurro limpido e luminoso.


*EPILOGO: Lontano da "lei"*



Il tè era finito e Willy non aveva tolto il braccio attorno alle spalle di Jack. 

Davanti a loro il mare era calmo, una distesa piatta e silenziosa che rifletteva i colori della sera, mentre la metropoli grigia alle loro spalle ormai non faceva più paura, né timore. 

Tutto era stato fatto, tutto era a posto. 

Sul prato della veranda della loro casa cottage, i cani si erano accovacciati vicini a godersi l'aria fresca della primavera, mentre Eros il grande gatto Maine Coon osservava pacifico l'orizzonte. 

Quella sera sarebbero arrivati Clara ed Edward con un paio di amici. Avrebbero passato una magnifica serata insieme, nella loro casa, al sicuro e lontano da “lei”. Lontano per sempre dalla metropoli.

Giampaolo Daccò Scaglione





 











 

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