mercoledì 11 marzo 2015

IL VIAGGIO




     Aprii gli occhi, sentivo un odore di sporco e attorno a me, un lerciume incredibile. Mi trovavo senza sapere il perché in quella specie di baracca, buia, brutta, dai finestroni quadrati pieni di ragnatele ed insetti morti. 
     Osservai nella penombra ciò che indossavo, stracci, stracci che a malapena coprivano le mie nudità e vedevo le mie mani e le unghie nere e sudicie, i piedi erano pieni di graffi e tagli e così quando vidi la porta di quella catapecchia in lamiera, corsi verso di lei. Volevo uscire da lì, da quell'obbrobrio.
   Inciampai in sacchi pieni di ferri arrugginiti, di altri stracci che puzzavano di muffa, mi rialzai e vidi davanti a me una grossa ragnatela piena di mosche, la scansai e riuscii ad aprire con fatica quella porta di metallo grigio.
     In strada una luce che quasi mi accecava, a fianco e di fronte altre catapecchie come quella in cui stavo io, tutte attaccate come delle bidonville e in giro molta gente, sporca, povera, vestita di stracci come me, ma quando vidi la strada polverosa proseguire verso una curva affiancata da muri grigi ed alti,incominciai quasi a correre in quella direzione, mentre la gente o rideva o scuoteva la testa al mio passaggio.
     Ogni cento passi trovavo un sacchetto per terra, quasi messo apposta lì per me e vicino un rubinetto con acqua fredda e così ogni cento metri aprivo il sacchetto e trovavo degli indumenti meno luridi e prima di infilarli mi lavavo con quell'acqua.
     Dopo aver camminato faticosamente in salita, un'erta costellata da piccoli incidenti, trovando sempre abiti e lavandini più puliti, arrivai improvvisamente alla fine della polverosa strada. Notai una via sulla destra, asfaltata con marciapiedi e fiori, con delle belle case,  mi resi conto di essermi trovato in piedi sul "confine" di un bivio, ero pulito, pettinato e vestito bene, così m'incamminai verso la prima casa bianca che vedevo davanti a me.
    La porta era aperta su un piccolo e candido corridoio, una moquette beige per terra, un lampadario di cristallo al soffitto e una camera sulla destra, ci entrai senza pensare: davanti ai miei occhi si presentò una stanza da letto enorme, stupenda, calda, dai colori tenui del beige e rosa, con un bellissimo letto di velluto appoggiato al muro di destra. Stavo per avvicinarmi  a questi, quando sentii la voce di un bambino e un rumore di un triciclo avvicinarsi dal corridoio.
    Spaventato e preso dal panico cercai di nascondermi, l'unica cosa che vidi appesa ad un gancio era un grosso costume da coniglio con due cerchi vuoti al posto degli occhi e mi ci infilai sperando di non essere visto. dopo pochi secondi entrò un bimbo piccolo e biondo che pedalando a tutta velocità mi sfrecciò davanti nella camera, poi fece una curva tornando indietro e fu lì che mi vide e si bloccò, guardandomi a bocca aperta per lo stupore.
    O meglio vide il grande coniglio di pelouches appeso ed i miei occhi che spuntavano dalle orbite aperte di quel buffo costume, fissandomi disse: "Ma sei tu!" sembrava mi conoscesse già "Non mi fai più paura, i tuoi occhi non sono più spaventati e tristi e brutti come allora. Ora sono belli e li vedo... Anche tu non hai più paura ora lo so." 
     Non capii perché disse questo, ma appena corse fuori dalla camera, lo sentii chiamare "mamma", sgusciai fuori dal costume e presi la strada per uscire da quella casa, nel corridoio mi fermai un attimo come se qualcosa mi obbligassi a girarmi di spalle, così mi voltai: alla fine del corridoio c'era una donna di spalle che stirava e rispondeva al piccolo già in una stanza attigua. 
     La donna era giovane e bella nonostante non la vedessi di viso, aveva i capelli rossi e stirava, la sua voce dolce mi ricordò mia madre, la fissai meglio: "Ma è lei!" pensai e scappai fuori prima che si accorgesse della mia presenza. Chiusi la porta e mi ritrovai in strada.
     Proseguii ancora in quella via fiorita ed in una casa azzurra poco più avanti, sentii delle voci; varcai i pochi gradini e mi ritrovai in un grande loft pieno di gente, di volti che mi sembrava di conoscere... Forse degli amici, dei conoscenti. Tutti parlavano, chi del lavoro, chi dei viaggi, chi dell'amore ed ad un tratto vidi quella figura.
      Era il mio amore, ricordai immediatamente che era la persona con cui vivevo da anni, che ho sempre cercato di farla felice e di aiutarla nei suoi progetti e di averla sostenuta nei momenti difficili. Com'era bella e felice, stava discutendo di alcuni lavori da programmare, volevo avvicinarmi ed abbracciarla ma era troppo contenta con i suoi colleghi e colleghe.
     Sorrisi, sapevo che stava lavorando per qualcosa di bello ed importante e che non aveva bisogno del mio supporto, prima che mi potesse scorgere tra gli altri, mi allontanai nel marasma della festa. Un volto conosciuto mi fissò con un sorriso "Ciao..." disse e ricambiai il saluto... "Te ne vai già?", risposi di si con la testa e quasi scappai fuori da quella stupenda casa.
     Nuovamente in strada mi colpi l'aria fresca ed il profumo di fiori che si sentiva nell'aria, nel cielo e tutto attorno a me. La strada che stavo percorrendo finì in una curva a gomito dietro ad una montagna fatta di roccia con fiori ed erbe selvatiche sui suoi pendii. Mi incamminai e non appena svoltai l'angolo la vidi.
     Vidi quella casa a picco sul mare, una stupenda e semplice dimora in legno e muratura chiari, il terrazzo sopra il costone che dava su una splendida distesa azzurra e verde, la luce del primo tramonto la faceva sembrare una dimora da favola.
     Il verde delle siepi di fianco ai gradini che portavano all'ingresso sembravano invitarmi a salire ed entrare e fu in quel momento che ricordai tutto. Ricordai qual'era e qual'è la mia vita,  rividi le fatiche, il sudore, i dolori e le poche gioie e infine lei, quella casa: il premio finale.
     Rimembrai i sacrifici che feci per i miei, per la persona che mi accompagnava da una vita, ricordai i lavori pesanti per poter tirare avanti nei lunghi anni trascorsi del passato, poi i volti e le persone che nel bene e nel male mi avevano accompagnato in quel viaggio e tutti  i luoghi in cui ho vissuto.
      Ed ora questa casa davanti a me, il risultato di quello che avevo fatto ed ora ottenuto, respirai il profumo forte di salsedine che proveniva dal mare, guardai i gabbiani volare nel cielo e la sfera rossa del sole adagiata all'orizzonte.
     "Sono arrivato finalmente, sono a casa, ora posso pensare a me stesso, alle mie cose ed esigenze." Nelle tasche c'erano delle chiavi, aprii la porta, tutto era in ordine, luminoso, colorato, appoggiai un maglioncino azzurro su una poltrona, vidi la mia mano sinistra che portava la fede e l'accarezzai.
     Una foto di noi due era incorniciata ed appoggiata su un tavolino accanto ad altri oggetti, passai davanti ad uno specchio e vidi riflesso un volto sereno anche se un po' stanco, i capelli chiari con striature bianche, le rughe attorno agli occhi mi ricordarono che non ero più un ragazzo.
    Presi un libro da una mensola ed uscii in terrazza, era piena di fiori e sedie lunghe e mi coricai aprendo le pagine di quel libro. Ma io le conoscevo già quelle pagine, le conoscevo da anni, sapevo che erano uscite dal mio cuore e dalla mia mente. Socchiusi gli occhi "Tra poco tornerà a casa per cena" pensai e il sole sparì all'orizzonte.
     Ora sono qui su quel terrazzo, molti anni dopo con davanti a me il mare azzurro, quanto tempo è passato, quante cose sono cambiate, un bastone sorregge la mia figura ormai vecchia mentre lo stesso sole è nuovamente appoggiato sull'orizzonte e sorridendo aspetto.
     

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