domenica 26 luglio 2026

"NON TUTTO E' COME SEMBRA" - *La discrezione è un'arte- E lui ne è maestro*


Milano, un pomeriggio d'estate

Viale Piave/Viale Majno

Il taxi si fermò in viale Piave, davanti al palazzo la cui entrata principale dava su viale Majno. Un cortile interno, elegante e ordinato, con le piante curate e i garage allineati come soldati, divideva i due corpi del complesso: quello più antico su viale Piave e quello, più moderno e raffinato, dove abitava l’architetto Palmer-Ricci.

L’uomo scese dal taxi con la naturalezza di chi non deve mai dimostrare nulla. Era elegante, affascinante, con i suoi cinquant'anni portati così bene che gliene davano almeno dieci in meno. Pagò la corsa con un gesto rapido, quasi distratto, e si avviò verso il portone camminando con quella sua eleganza silenziosa, che non era affettazione ma pura abitudine.

La portinaia lo salutò con un fare finto‑gentile, studiandolo come sempre con lo sguardo. Dal retro della guardiola, suo marito osservava la scena con l’aria di chi vuole capire se la moglie guardasse quell'uomo con reale interesse o solo per pettegolezzo. Lei si voltò verso il consorte con un’espressione che diceva chiaramente “non rompere”, proprio mentre usciva la domestica filippina del terzo piano.

E il pettegolezzo partì, inevitabile.

L’uomo elegante sentì tutto. Gli venne da ridere, anche se i suoi occhi restavano gelidi, di quel gelo azzurro‑grigio che ricorda il cielo del polo. Posò le borse a terra e aprì la porta interna che collegava il cortile al palazzo di viale Majno. Proprio in quel momento uscì l’idraulico del condominio a testa bassa, che si limitò a un «buonasera» senza fermarsi. L’uomo lo salutò con estrema gentilezza, ma l’altro non gli tenne nemmeno la porta aperta.

La portinaia, il marito e la filippina aspettarono che l’idraulico arrivasse da loro per fare cerchio.



«Che antipatico e che superbo», sussurrò la portinaia.

«Sì, sì, saluta ma se la tira… chissà chi crede di essere», le fece eco la domestica.

«E tu sei la solita pettegola, moglie. Non è che ti piace il ragazzo, eh?», sibilò il marito.

«Ragazzo quello? Ha i suoi anni. E poi è troppo fine… secondo me nasconde qualcosa».

L’idraulico sbuffò, infilandosi nella conversazione: «Mah… vive dall’architetto. Spende e spande. Magari guadagna una cifra e non ha spese, visto che dorme lì… e magari non nel suo letto. Altro che comprarsi tutta quella roba cara!».

La filippina, rimasta finora silenziosa, intervenne: «Per me lui non essere ricco. L’architetto dà soldi e lui comanda Maya e Silia».

«Silia? Vorrai dire Silvia!», la corresse la portinaia.

La filippina annuì: «Io vivo qui. Lui fa il padrone quando non c’è l’architetto… che è un po’ così. Ma lui è gentile».

Il marito della portinaia rientró nella guardiola sbuffando, e la moglie gli fece un gestaccio con le dita dietro la schiena. La filippina rise, mentre l’idraulico salutò la compagnia e se ne andò.

«Quello lì dovrebbe lavorare duramente come noi… altro che spendere tutti i soldi che guadagna. Saranno almeno cinquemila euro al mese. Vah… tutte le fortune le hanno sempre gli altri!». La portinaia afferrò una scopa e iniziò a fare finta di pulire l’ingresso per darsi un contegno.

Intanto, l’uomo elegante era già salito nel grande attico luminoso. Si avviò verso lo studio dell’architetto e trovò Maya seduta sul divano, che scattò subito in piedi appena lo vide, colta in flagrante a riposarsi. Lui le sorrise appena, posò le borse a terra e disse alla seconda colf che stava pulendo la casa di portarle nella camera dell’architetto, visto che i nuovi acquisti erano per lui. La donna annuì e corse via con i pacchi.

L’uomo si affacciò alla grande finestra. Giù in strada, viale Majno era un carnaio di auto nell'ora di punta.

«Bene», pensò tra sé. «Per oggi è finita. Ma forse dovrei dire alla perpetua della portineria di viale Piave che guadagno netti milleseicento euro, non cinquemila… anche se sono spesato di molte cose. Ahahah!"


"NON TUTTO E' COME SEMBRA"

*La discrezione è un'arte- E lui ne è maestro*



Piazzale Cordusio, ore 17:30

Milano a fine pomeriggio era un motore su di giri, un carnaio di clacson, fretta ed eleganza distratta. 

Sotto la luce dorata dell'estate che cominciava a calare, la Galleria Vittorio Emanuele II sembrava una cattedrale di vetro e marmo, attraversata da turisti accaldati e manager in giacca e cravatta che correvano verso il prossimo aperitivo.

L’uomo elegante uscì dalla boutique di Loro Piana con la stessa disinvoltura con cui si esce dal salotto di casa propria. Tra le dita stringeva due grandi borse di carta rigida con il marchio ben in vista, contenenti i capi esclusivi che l'architetto gli aveva ordinato di ritirare. 

Indossava il suo abito blu sartoriale, la camicia bianca aperta sul collo con studiata negligenza e le scarpe nere lucide che non facevano rumore sul pavimento della Galleria.

Camminava attirando gli sguardi dei passanti: c'era in lui una distinzione naturale, un modo di muoversi che urlava "vecchio denaro milanese", anche se le sue tasche raccontavano una storia decisamente più modesta. 

Superò l'ottagono, lasciandosi alle spalle il brusio del centro, e si diresse a passo sicuro verso Piazzale Cordusio. L'obiettivo era semplice: conquistare un taxi al volo prima che la città venisse paralizzata dall'ora di punta.

Arrivato in piazza, si posizionò sul marciapiede, scrutando la fila di auto bianche in mezzo al traffico. Fu in quel preciso istante, mentre sollevava una mano per fare cenno a una vettura libera, che il destino decise di metterci lo zampino.

A pochi metri da lui, ferma davanti alla vetrina di un negozio con un sacchetto di carta in mano, c'era Chiara, la figlia del panettiere di viale Piave. La ragazza lo stava fissando con gli occhi sbarrati e la bocca leggermente aperta, come se avesse appena visto un fantasma.

L'uomo elegante se ne accorse. Il suo sguardo grigio-azzurro incrociò quello della ragazza. Invece di irrigidirsi, le dedicò un sorriso enigmatico, accennato appena con le labbra, e le fece un impercettibile cenno con la testa.

Poi, con un movimento fluido, aprì la portiera del taxi che si era appena accostato, salì a bordo e sparì nel traffico di Milano, lasciando Chiara sul marciapiede con un dubbio enorme che le ronzava in testa: 

«Ma quello... non era il maggiordomo dell'architetto? Cosa ci fa uno che guadagna una miseria vestito in quel modo da Loro Piana?».

Il primo micro-evento era compiuto. Il pettegolezzo di viale Piave stava per ricevere nuova linfa.



Dietro le quinte di un attico milanese

L’architetto Lorenzo Palmer Ricci era appena rientrato da Firenze ed era di ottimo umore. Entrando nella sua stanza da letto, notò i capi esclusivi di Valentino già perfettamente sistemati nell'armadio. Maya, la domestica, li aveva riposti sotto la precisa direzione del maggiordomo.

Lorenzo sorrise tra sé: Giampaolo era stato il miglior acquisto della sua vita, secondo solo a Heribert, lo storico maggiordomo di suo padre, che però era fin troppo perfetto, rigido e decisamente troppo british.

Con Giampaolo era tutta un'altra cosa: con lui l'architetto poteva permettersi il lusso più grande, ovvero essere interamente se stesso, senza filtri e senza dover nascondere la propria omosessualità davanti a un uomo che non aveva pregiudizi di sorta, anche se per ora, com'era giusto che fosse, i due continuavano rigorosamente a darsi del lei.

Mentre Palmer Ricci si rilassava con un bagno caldo, Giampaolo fece il suo ingresso nell'appartamento, rientrando dalla sua spedizione in centro.

Poco dopo, l'architetto uscì dal bagno avvolto nel suo accappatoio di spugna firmato. Guardò il maggiordomo e, stampandosi in faccia un'espressione di finta e gelida severità, disse a voce alta: 

«Da lei non me l'aspettavo proprio, Giampaolo... Buttare via così cinquemila euro che le do al mese in abiti costosissimi!».

Per un millesimo di secondo ci fu un attimo di panico puro. Giampaolo rimase immobile, imbambolato a fissare il datore di lavoro con gli occhi sbarrati. 

Poi, vedendo gli occhi di Lorenzo brillare, capì lo scherzo. L'architetto scoppiò a ridere e Giampaolo lo seguì a ruota, sciogliendo tutta la tensione in una risata liberatoria.

Non essendoci ospiti né fidanzati ufficiali in vista, quella sera Palmer Ricci decise di cenare in modo informale direttamente in cucina. A servirli c'era Silvia, l'altra colf del piano, che ormai era una di famiglia.

Durante la cena, fu proprio l'architetto a riferire a Giampaolo quello che aveva captato poco prima: 

«Sa, Giampaolo? Mentre stavo rientrando, ho sentito Chiara, la figlia del panettiere, che parlava fitto fitto con Gregory, il nostro portinaio di viale Majno, e con la portinaia di viale Piave».

Lorenzo bevve un sorso di vino e continuò a ridere: 

«Senza farmi vedere, ho ascoltato i loro commenti. Erano tutti scandalizzati! Dicevano che lei sperpera i suoi soldi e che viene praticamente mantenuto da me... che secondo loro sono una bravissima persona, anche se, hanno detto testualmente, "un po' così"».

A quel punto la cucina si riempì di risate. Silvia, che faceva un po' da complice ai loro segreti, promise ridendo che non avrebbe detto una sola parola per smentire quelle voci, divertita da morire all'idea della portineria in tilt.

Finita la cena, dopo aver guardato un po' di televisione in salotto mantenendo sempre la loro impeccabile formalità, si prepararono per andare a dormire. Prima di ritirarsi nella sua stanza, l'architetto Palmer Ricci si fermò sulla soglia, si voltò verso il maggiordomo e, con un sorriso sornione, sganciò la bomba:

«E mi dica un po', Giampaolo... se un giorno quei pettegoli in portineria venissero a sapere che lei ha un figlio di ventotto anni, avuto quando ne aveva appena ventidue?».



L'invasione delle Regine

Quel mattino, il maggiordomo Giampaolo Stella Arrigoni e la colf Silvia erano usciti a piedi dal complesso tra viale Piave e viale Majno. 

Giampaolo aveva rifiutato categoricamente l'idea di affidarsi ai furgoni anonimi della spesa online dei grandi ipermercati; per una cena di quel livello, le primizie andavano scelte di persona nelle botteghe storiche della zona. Si erano diretti in una nota e prestigiosa gastronomia del centro per ordinare il menù perfetto.

Al loro rientro dal retro del palazzo, si erano imbattuti in un vero e proprio comitato di ricevimento: Luisa, la portinaia di viale Piave, Piera la custode del condominio adiacente e la moglie del salumaio. 

Le tre pie donne li scrutarono da capo a piedi, stupite nel vederli tornare a mani vuote. Non potevano sapere che Giampaolo, con il suo solito aplomb, aveva disposto che l'intera spesa gourmet venisse recapitata più tardi dagli inservienti della gastronomia direttamente dall'ingresso principale di viale Majno.

Giampaolo rivolse alle tre un saluto impeccabile e gentilissimo, prima di avviarsi con Silvia verso l'androne. 

Non appena le porte dell'ascensore si chiusero, isolandoli dal cortile, il maggiordomo e la colf si piegarono letteralmente in due dalle risate, immaginando le elucubrazioni assurde che in quel momento stavano infiammando la portineria su presunte tresche e adozioni clandestine.

Arrivati nell'attico, Giampaolo lasciò Silvia in cucina a darsi manforte con Maya e si diresse al telefono. Chiamò una nota agenzia di servizi per ricevimenti privati, ingaggiando dalle 18:00 alle 24:00 tre camerieri professionisti: due per il servizio ai tavoli e uno con funzioni di sommelier per l’aperitivo.

Poco dopo, l’architetto Lorenzo Palmer Ricci lo chiamò nello studio.

«Giampaolo, mi ha appena telefonato il mio compagno, il conte Alberico Varesi-Lanzi. Sta rientrando a Milano dopo un lungo viaggio di lavoro. C’è una variazione: insieme a lui arriveranno anche sua sorella Margherita Regina, rimasta vedova da poco, e la nipote Beatrice Anna. Si sono trasferite dall'America per qualche mese, forse con l'idea di un ritorno definitivo in Italia».

Lorenzo sospirò, poi aggiunse in tono confidenziale: «Questa cena deve essere una sorpresa per Alberico. Ha compiuto cinquant'anni, si è divertito abbastanza nella vita e io, che ne ho quarantotto, direi che sono lo sposo ideale per lui. Dobbiamo essere impeccabili».

«Sarà tutto perfetto, architetto», rispose Giampaolo con un inchino accennato, cogliendo l'attimo per una comunicazione personale. «A questo proposito, volevo informarla che mio figlio Tiziano sarà a Milano domani pomeriggio e desiderava passarmi a trovare».

Lorenzo sorrise sinceramente: «Ma ne sono felice, Giampaolo! Ho visto crescere quel ragazzo. Sarà ovviamente mio ospite nella sua camera e cenerà in cucina con voi. Sperando solo che la sorella di Alberico e la figlia tolgano il disturbo per andare in albergo...».

L'organizzazione si mise in moto. I fornitori della gastronomia recapitarono le pietanze: come piatto forte estivo, Giampaolo aveva selezionato dei raffinatissimi Ravioli di branzino crudo e cotto con emulsione al limone di Amalfi e menta fresca, un classico chic della Milano bene e come secondo Le sarde a beccafico in versione palermitana, ripiene di pangrattato, uvetta, pinoli. Infine un semifreddo ai frutti tropicali.

Maya si mise ai fornelli, mentre Silvia disponeva le portate pronte nei frigoriferi, pronte per essere rigenerate. Indossate le divise, il personale era schierato. Giampaolo, dopo una doccia rapida, indossò il suo abito da maggiordomo, d'un blu notte profondo, e si posizionò in corridoio.

Alle 19:00, giù sul marciapiede, Gregory – il portinaio filippino di viale Majno – stava per chiudere la portineria. Giampaolo lo aveva avvertito dell'arrivo delle signore, ma la strada era deserta. 

All'improvviso, una lussuosa vettura Uber si accostò al cordolo. Il conte Alberico e le donne avevano prenotato due camere in un hotel vicino per le proprie cameriere personali più l’autista americano, ma per coprire gli ultimi 250 metri fino all’attico di viale Majno, avevano preteso un Uber: arrivare in taxi non sarebbe stato abbastanza chic.

L'autista, visibilmente affaticato, scese ad aprire le portiere e il bagagliaio, scaricando ben sei imponenti valigie e sei beauty case extralusso. Gregory rimase a bocca aperta, sia per la mole di bagagli, sia per la sfolgorante bellezza delle donne.

Il conte Alberico Varesi-Lanzi scese per primo, elegantissimo in un completo azzurro pervinca, i capelli perfettamente impomatati e uno sguardo azzurro micidiale. Stringendo una piccola borsa ventiquattr'ore, salutò Gregory con un cenno distratto e salì nell'attico senza aspettare nessuno.

Dalle portiere posteriori scesero le due donne, entrambe bionde, alte, con lunghi capelli ondulati e magnetici occhi verdi. Sembravano due regine vestite in total look Chanel: la ragazza, Beatrice Anna, aveva 23 anni, mentre la madre, Margherita Regina, ne dimostrava apparentemente trentacinque o quaranta, splendide come il sole.

Dal terrazzo dell'attico, illuminato dagli ultimi raggi di luce dorata, Giampaolo sgranò gli occhi nel vedere quel dispiegamento di bagagli. Corse dentro ad avvertire Lorenzo, ma Alberico era già entrato nell'appartamento.

Osservando lo sguardo disperato e rassegnato dell'architetto, Giampaolo capì all'istante l'amara verità: quelle due donne non sarebbero andate in albergo, sarebbero rimaste lì per un bel pezzo. E l'indomani sarebbe arrivato anche suo figlio Tiziano.

Pochi istanti dopo, il campanello suonò. Giampaolo aprì la porta interna dell'attico. Margherita Regina mosse un passo avanti e, nel trovarsi di fronte il maggiordomo per la prima volta, si bloccò. 

Paf. 

Il suo cuore fece un balzo improvviso, catturato dall'eleganza innata e dal sangue blu nascosto di quell'uomo in abito blu sartoriale.

La figlia, Beatrice Anna, senza degnarlo di uno sguardo, lo superò per andare a salutare calorosamente lo zio e l’architetto. 

Nel frattempo, Gregory emerse dall'ascensore, letteralmente sommerso da sei valigie e sei beauty case. Giampaolo si affrettò ad aiutarlo con i bagagli, profondamente imbarazzato dagli occhi verdi di Margherita Regina, che non si scollavano di un millimetro dalla sua figura.

La porta dell'attico si chiuse alle spalle di Gregory che rimase fermo con un biglietto da dieci euro nel palmo del mano, con un clic secco. L'avventura casalinga era ufficialmente iniziata.



Karym ed il segreto di Castel Goffredo

Dietro l'impeccabile abito blu notte da maggiordomo e quel "Lei" formale che Giampaolo Stella Arrigoni manteneva con l'architetto Palmer Ricci, si nascondeva un passato da romanzo d'appendice.

Ventotto anni prima, a soli ventidue anni, il giovane Conte decaduto di Castel Goffredo aveva vissuto un'intensa avventura con la figlia della potente Marchesa De Paoli di Torino.

Quando la Marchesa aveva scoperto la decadenza del titolo del ragazzo, aveva fatto terra bruciata attorno ai due per farli separare. 

La marchesina, dal canto suo, non era affatto innamorata: una volta partorito il bambino, lo aveva chiuso in un prestigioso collegio e si era rifugiata in Australia, a Gold Coast, sposando un ricco possidente locale e portandosi dietro la madre.

Giampaolo, con le uniche forze del padre il barone Bruno Stella Arrigoni di Castel Goffredo, unico genitore rimastogli, era andato a riprendersi quel neonato, crescendolo da solo e giurando a se stesso che non avrebbe mai più avuto una relazione stabile. E così era stato.

Quel bambino era diventato Tiziano Stella Arrigoni.

Laureato in Scienze Moderne, Tiziano era la copia esatta del padre da giovane: biondo, con gli stessi occhi azzurri come il ghiaccio del polo e un magnetismo fuori dal comune.

Per guadagnare cifre astronomiche sfruttando la sua bellezza, lavorava come indossatore e fotomodello a Milano sotto il nome d'arte di "Karym", facendo strage di cuori tra donne bellissime e, occasionalmente per puro divertimento, qualche giovane rampollo della Milano bene.

Il pomeriggio del giorno successivo, mentre l'attico di viale Majno era ancora sotto shock per l'invasione delle "Regine" Varesi-Lanzi, Tiziano arrivò in viale Piave. 

Camminava sul marciapiede con la sua naturale andatura da sfilata, attirando gli sguardi di tutti i passanti. Distratto dal telefono, sbagliò l'ala del palazzo ed entrò dall'ingresso secondario, finendo dritto davanti alla guardiola della portineria di viale Piave.

Luisa, la portinaia, stava sistemando dei faldoni quando si vide ombrare la visuale da quel gigante biondo mozzafiato.

Tiziano si abbassò leggermente gli occhiali da sole e le chiese con totale disinvoltura: «Buongiorno. Mi saprebbe indicare a che piano si trova l’attico dell'architetto Palmer Ricci? Sono Tiziano Stella, il figlio del suo maggiordomo Giampaolo».

A Luisa caddero letteralmente i faldoni dalle mani. Rimase pietrificata, con la bocca aperta, mentre balbettava le indicazioni per il corridoio interno che collegava i due stabili. 

Non appena il ragazzo svoltò l'angolo con la sua borsa di pelle, Luisa scattò fuori dalla guardiola come se avesse visto un fantasma, precipitandosi in strada.

Corse come una furia fino alla bottega del panettiere sotto casa, dove Chiara e la moglie del salumiere stavano ancora discutendo animatamente dello shopping folle di Giampaolo da Loro Piana in Piazza Cordusio.

Luisa entrò nel negozio con il fiatone, urlando per superare il rumore dell'affettatrice:

«Ragazze, fermate tutto! Apriti cielo! È appena arrivato un fotomodello biondo da sfilata, un certo Tiziano, e mi ha detto in faccia di essere il figlio di Giampaolo! Ve lo dico io, la faccenda è chiarissima: il maggiordomo e l'architetto hanno adottato quel pezzo di ragazzo in segreto all'estero, chissà quanti milioni spendono a viale Majno mentre noi fatichiamo!».

Nel negozio del panettiere calò un silenzio solenne, seguito da un’esplosione di commenti e congetture assurde. 

La moglie del salumiere iniziò a ipotizzare matrimoni clandestini a Las Vegas, mentre Chiara guardando Luisa, era sicura che la camicia di Giampaolo in Cordusio fosse identica a quella del modello. 

Luisa in un momento, ma solo per pochi secondi, di lucidità mentale pensò “E questo cosa c’entra? Manco l’ha visto il biondone!”

Le tre donne persero completamente la testa dietro a quell'enorme equivoco, lanciandosi in elucubrazioni folli. 

Ignoravano del tutto che nell'attico la realtà fosse infinitamente più raffinata: non solo Giampaolo era un Conte autentico, ma l'architetto Palmer Ricci e il suo fidanzato, il conte Alberico Varesi-Lanzi, stavano per accogliere a cena Tiziano con il massimo del rispetto dovuto al figlio di un loro pari araldico. 

La portineria era ufficialmente sull'orlo di un esaurimento nervoso.

Mentre giù in portineria da Luisa le tre donne davano inizio alle loro folli elucubrazioni, al piano superiore Giampaolo faceva un'enorme fatica a districarsi dalle grinfie di Margherita Regina. 

La sorella del conte, infatti, grazie a qualche indiscrezione carpita a Maya in lavanderia, aveva scoperto che l'impeccabile maggiordomo blu notte era in realtà un Conte decaduto di Castel Goffredo. 

Da quel momento, folgorata dall'araldica e dal fascino dell'uomo, non lo mollava più di un millimetro, inventando qualsiasi pretesto pur di stargli vicino.

La situazione era diventata talmente asfissiante che sia l'architetto Palmer Ricci sia il conte Alberico erano dovuti intervenire con fermezza, irritati perché il maggiordomo doveva essere lasciato libero di svolgere il proprio lavoro.

Sentendosi respinta, Margherita Regina si era chiusa in camera da letto con un sonoro broncio da bambina viziata, facendosi massaggiare i piedi dalla sua cameriera personale che si era portata dietro dall'hotel.

Nel frattempo, nel grande salone luminoso, Alberico era ancora in totale brodo di giuggiole per la proposta di matrimonio ricevuta da Lorenzo dopo dieci anni di fidanzamento; i due stavano già pianificando la cerimonia, che si sarebbe tenuta nella splendida tenuta di Villa Palmer Ricci sul Lago Maggiore.

Proprio in quel momento, il campanello dell'ingresso di servizio suonò. In casa nessuno accennò a muoversi: Giampaolo era impegnato al carrello bar a miscelare con cura un cocktail per i padroni di casa, Maya era sommersa dai panni in lavanderia e Silvia era scesa di corsa per una commissione urgente dell'ultimo minuto.

Infastidita da quello che considerava un banale mestiere da servitù, la giovane Beatrice Anna sbuffò, rivolgendosi allo zio e al futuro zio: «Vado ad aprire io, altrimenti qui facciamo notte».

La ragazza attraversò il corridoio e spalancò la porta di servizio. Nel trovarsi davanti quel gigante biondo con gli occhi azzurri, che sembrava un Apollo sceso direttamente dall'Olimpo, Beatrice Anna rimase paralizzata con la mano sulla maniglia. 

Fece appena in tempo a sgranare gli occhi e a balbettare: «Ma… ma… ma tu sei Karym, il mod…».

Paf. 

Non riuscì a finire la parola che svenne bruscamente a terra.

Sentendo il tonfo, tutti accorsero spaventati nel corridoio. Tiziano, con totale disinvoltura, aveva già preso in braccio la bellissima ragazza con una forza incredibile, tenendo la sua borsa di pelle infilata sul braccio.

Giampaolo si precipitò subito ad aiutarlo, profondamente imbarazzato: prese la borsa del figlio, la appoggiò su una sedia in corridoio e si scusò profusamente con i padroni di casa per l'inconveniente.

Tiziano adagiò delicatamente Beatrice Anna sul grande divano di viale Majno, proprio mentre la ragazza iniziava a riprendere un filo di conoscenza.

Beatrice aprì le palpebre, si guardò intorno e gridò con un filo di voce: «Ma... ma lo avete visto anche voi?». Allungò un braccio tremante verso il ragazzo.

Tutti la guardarono confusi, come a dire: «Chi?».

«È Karym! Il fotomodello più famoso del mondo!», urlò lei, e paf, svenne di nuovo per la seconda volta consecutiva.

Sentendo le urla, Margherita Regina spalancò la porta della camera e corse spaventata nel salone in accappatoio, vedendo la figlia priva di sensi: «Figlia mia! Oddio, sei morta?! Cosa è successo?».

«No sorellina, tranquilla.», rispose Alberico, alzando gli occhi al cielo con una flemma tipicamente aristocratica. «Non è morta. Ha solo visto Karym ed è svenuta per il colpo, esattamente come hai fatto tu prima con Giampaolo».

Sentendo quel nome, Margherita Regina si girò di scatto. Vide Giampaolo Stella in piedi e, accanto a lui, la copia esatta del maggiordomo ma con ventidue anni di meno. La donna sgranò gli occhi verdi, si portò una mano al petto e sussurrò: «Oh... mio Dio, mi sento mancare anche io...»

«Uff, che noia!», esclamò Alberico, spazientito da tutto quel melodramma femminile.

L’architetto Lorenzo Palmer Ricci trattenne a stento un sorriso e si limitò a commentare con una pacca sulla spalla del fidanzato: «Tesoro... sono donne...».

Mentre Giampaolo correva in cucina a prendere un bicchiere d'acqua fresca, Tiziano si presentò formalmente ai due padroni di casa. Ovviamente, sia l'architetto sia il designer rimasero affascinati dai modi educati e dall'incredibile bellezza del ragazzo.

Giampaolo ritornò con l'acqua e, con una scusa professionale, chiamò Maya affinché lo aiutasse a portare i bagagli del figlio, conducendo Tiziano nella propria camera di servizio per sottrarlo a quel salotto impazzito.

Pochi istanti dopo, sul divano, le due donne riaprirono gli occhi contemporaneamente. Si guardarono intorno nella stanza monumentale e, all'unisono, chiesero con il fiato sospeso: «Dove sono andati i due dei?».



Tutto in una sera: il grande cortocircuito di Viale Majno

Da quel giorno, il delirio si trasferì stabilmente nell'attico di viale Majno.

Giampaolo non riusciva più a seguire l’andamento della casa: il conte Alberico, in preda a un’euforia incontrollabile per le imminenti nozze, si comportava già come la "moglie" ansiosa dell’architetto, assillandolo con mille fisime quotidiane.

Dal canto suo, Lorenzo Palmer Ricci continuava a far sfilare nell'appartamento un esercito di progettisti e collaboratori; stavano pianificando il trasloco nella nuova, monumentale dimora di Piazza Duse: settecento metri quadrati di casa, duecento di terrazzo e altri cento di sopraelevata dove sarebbe stata ricostruita una piscina da sogno.

Come se non bastasse, Margherita Regina non lasciava in pace Giampaolo nemmeno per un secondo, mentre sua figlia Beatrice Anna faceva lo stesso con Tiziano. 

Stremati da quel doppio assedio ravvicinato, padre e figlio si erano rivolti all'architetto Palmer Ricci implorando aiuto e comprensione, ma Lorenzo rispondeva sbrigativo: «Caro mio, ne parliamo dopo, ci pensiamo dopo... l'importante è che per ora Tiziano si trovi bene qui, poi sistemiamo tutto!».

In cucina, intanto, i commenti della servitù si sprecavano. Silvia sospirava sconsolata: osservando tutto quel caos sentimentale, si era resa conto con un pizzico di amarezza di essere arrivata a trentacinque anni ancora zitella.

Maya, invece, a soli ventotto anni vantava già tre figli nati da due uomini diversi, entrambi filippini, i quali a loro volta avevano altre famiglie e altri figli sparsi con altre donne. Un groviglio umano impenetrabile.

Giù in cortile, l'inferno non era da meno. Luisa, la portinaia di viale Piave, Gregory, il custode di viale Majno, il panettiere, il salumaio con le rispettive consorti e persino il parrucchiere del rione continuavano a inventare storie assurde su quello che accadeva nell'attico.

Sostenevano che tra cene, feste private e sfilate, i signori di sopra stessero preparando "i festini". Enrico, il marito della portinaia Luisa, si era lasciato sfuggire con il sarto cinese del quartiere che gli sarebbe piaciuto molto partecipare a quelle serate.

Il sarto lo aveva riferito alla portinaia Maria del palazzo accanto, che lo aveva spifferato alla moglie del panettiere, la quale lo aveva detto a Chiara. Quest'ultima, infine, era corsa da Luisa avvertendola di stare molto attenta al marito.

Il risultato di quel passaparola esplose nel pomeriggio.

Dall'alto del grande terrazzo dell'attico, sotto gli occhi sbigottiti di Giampaolo, Margherita, Lorenzo, Tiziano, Beatrice e Alberico, si consumò una scena madre: 

Enrico sbucò nel cortile correndo all'impazzata, inseguito da una furiosa Luisa con una scopa sollevata in aria. Dietro a loro correva il figlio Giuseppe nel disperato tentativo di fermare la madre, tallonato a sua volta da Chiara, la figlia del panettiere, segretamente innamorata di lui. Il vicinato si affacciò alle finestre con gli occhi sbarrati.

«Sporcaccione d’un uno sporcaccione! Vuoi andare a fare i festini di sopra anche tu, eh? Prendi questo!», urlò Luisa lanciando la scopa.

L’arma volante, però, mancò Enrico e colpì in pieno petto la moglie del salumaio, che con un tonfo memorabile cadde all'indietro dritta dentro un enorme vaso condominiale di begonie.

Luisa, vedendo il disastro, cambiò subito obiettivo e strillò: «Oddio, mi avete distrutto le begonie del palazzo!».

I sei spettatori sul terrazzo si ritirarono precipitosamente in casa per non farsi vedere. 

Margherita e Beatrice commentarono schizzinose: «Che scena tipicamente da portineria, che squallore!». 

Alberico, ridendo a crepapelle, si voltò verso il fidanzato: «Ma caro Lorenzo, qui c’è da divertirsi un mondo! Perché non restiamo in questo appartamento invece di andare in Piazza Duse?».

Lorenzo guardò Giampaolo e Tiziano con aria rassegnata: «Io me li porto via entrambi e andiamo a vivere in Patagonia, dove non c’è anima viva».

Silvia osservava la scena allibita, mentre Maya rideva di gusto: «Tutti taliani pacci!».

«Pazzi intendi?», la corresse Silvia.

«Sì, pacci!», confermò Maya, facendole segno con il dito indice che ruotava vicino alla tempia.

Quando tutto sembrò finalmente calmato, arrivò l’ora del tè pomeridiano. Giampaolo lo stava servendo in salotto con la consueta, aristocratica classe.

Al suo fianco, Beatrice Anna cercava di fare conversazione con Tiziano, buttandola lì in modo tutt'altro che sottile: «Sai, Tiziano... secondo me noi due faremmo proprio una bella coppia». 

Tiziano, pur essendo molto attratto da quella ragazza alta e stupenda, fece finta di non capire per non creare complicazioni.

Dall'altro lato del divano, Alberico e Lorenzo sfogliavano una rivista d'alta moda, soffermandosi sui modelli di Valentino per l'abito da matrimonio. 

Silvia era in un angolo, un po' giù di morale, sentendosi l’unica single della casa.

Margherita Regina, intanto, continuava a fare cenni insistenti a Giampaolo affinché si sedesse accanto a lei; il maggiordomo declinò con un cortese cenno del capo. La contessa insistette, indicando di nuovo il posto, e lui rimase immobile al suo dovere.

Dopo ben dieci scambi di sguardi di quel tenore, Beatrice perse la pazienza e, sorprendendo la madre e gli zii, sbottò: «Mamma, cavolo, e stai zitta una buona volta e lascia stare il povero signor Giampaolo!».

Margherita, scioccata dall'insolenza della figlia, replicò piccata: «Ora basta, mi sto innervosendo!». 

Chiamò a gran voce la sua cameriera personale, che uscì dalla stanza insieme a quella di Beatrice. Margherita diede un ordine secco: «Andate subito in albergo e telefonate al mio autista Frankie. Ditegli di venire qui con la macchina: vado a fare shopping e mi porto dietro Silvia. Voi due avete due giorni liberi».

Silvia fu colta da un entusiasmo improvviso: fare shopping con la contessa Margherita poteva significare una lauta mancia o, meglio ancora, un regalo in abiti firmati. Quando Frankie arrivò e suonò al portone, Silvia corse ad aprire.

Non appena lo vide, paf, cadde svenuta per terra. 

L'autista, che parlava un perfetto italiano sebbene condito da un forte accento americano (i suoi avi materni erano originari di Canicattì), la guardò dall'alto: «Oh, povera fanciulla... Ha visto i miei occhi ed è svenuta». Frankie, del resto, era celebre per la sua totale modestia.

Tutti accorsero in corridoio, sollevarono Silvia e la adagiarono sul divano del soggiorno. Lorenzo si sporse verso il maggiordomo sussurrando: «Ma Giampaolo... non le sembra di aver già visto questa scena?».

«Sì, architetto. Almeno tre volte negli ultimi giorni», rispose Giampaolo impassibile.

Alla fine, non appena Silvia riaprì gli occhi e incrociò lo sguardo di Frankie, l'autista capitolò a sua volta: paf, si era innamorato perdutamente di lei.

Quella sera a tavola, Lorenzo pretese che cenassero tutti insieme per festeggiare. 

Margherita era al settimo cielo per gli acquisti fatti, Alberico era in brodo di giuggiole per un bracciale di Damiani tempestato di diamanti ricevuto in regalo dal fidanzato, e Beatrice rideva come un'oca felice; poco prima, infatti, si era scambiata un bacio di nascosto in corridoio ed un altro ancora prima sul terrazzo con Tiziano, e i due avevano capito di voler essere una coppia a tutti gli effetti.

Nel frattempo, in cucina, Silvia e Frankie si tenevano teneramente per mano; lui le sussurrava dolci poesie in lingua californiana e lei, pur non capendo una sola parola di inglese, sorrideva estasiata, tanto che i muscoli della mascella iniziavano a farle male per lo sforzo.

Giù in cortile, avvolte dall'oscurità della notte, Luisa, la portinaia del palazzo accanto e la moglie del salumaio spiavano nascoste dietro le piante. Avevano le teste all'insù, fissando le luci sfavillanti dell'attico.

Pochi minuti prima avevano intravisto sul terrazzo l'ombra di Tiziano e Beatrice che si baciavano, e ora si aspettavano chissà quale altro scandalo. Alla fine, sfinite dall'attesa e dal caldo, si addormentarono su una panchina verso mezzanotte, con la testa appoggiata l’una sulla spalla dell’altra.

Nel frattempo, nell'attico, stava per esplodere la bomba più incredibile.

In salotto la televisione era accesa sul telegiornale delle 23:30. Alberico sedeva accanto a Lorenzo tenendogli la mano. 

Beatrice occupava una poltrona con Tiziano seduto sul bracciolo accanto a lei, mentre Margherita si era posizionata vicinissima a Giampaolo, tentando di tanto in tanto di sfiorargli le dita. 

Silvia e Frankie stavano rientrando dalla cucina, portando sul vassoio le tazzine del caffè per tutti.

Fu in quel momento che Margherita sganciò la provocazione: «Ma caro Giampaolo... ma io proprio non le piaccio?».

«Margherita, lei è una donna stupenda, ma…», tentò di barcamenarsi il maggiordomo.

«Si trucca troppo per essere così bella!», s'intromise Alberico acido, fingendo di non vedere il gestaccio che la contessa gli rivolse subito dopo in nome della noblesse oblige.

Beatrice decise di dare manforte alla madre, guardando il maggiordomo: «Ma signor Giampaolo... non le piace la mamma? Lei è un maggiordomo, d'accordo, ma sappiamo tutti che è un nobile ed è bello come... come Tiziano».

A quel punto Tiziano, per tutta risposta, prese la mano di Beatrice e la baciò davanti a tutti, lasciando i presenti di stucco.

Giampaolo, pressato da giorni dalle avance della contessa, esasperato dai capricci di Alberico e sconvolto nello scoprire che suo figlio stava baciando la nipote del padrone di casa, andò in totale cortocircuito e si inventò la prima balla che gli passò per la mente:

«Mi spiace, contessa... Sono gay!».

Cadde un silenzio di tomba. La televisione, per un bizzarro caso del destino, si spense da sola. Gli occhi di Alberico, Lorenzo, Beatrice, Tiziano, Silvia e Frankie si inchiodarono su di lui.

«Sei gay?», chiese Lorenzo sbarrando gli occhi.

«Ma come, lei è gay?», rincarò Alberico.

«Ma non è possibile, lei gay?!», gridò Margherita sconvolta.

«Papà... sei gay e non mi hai mai detto nulla?», commentò Tiziano a bocca aperta.

«Giuro che non avevo proprio capito che fosse gay, signor Giampaolo», intervenne con voce sommessa Silvia dalla soglia, sostenuta da Frankie che le stava accanto.

«Dio mio, cosa ho combinato...», pensò Giampaolo nel panico. 

E mentre nel salotto partiva un coro di commenti concitati, il maggiordomo iniziò a fare dei segni disperati con gli occhi e con le mani verso Lorenzo, come a voler dire: Non è vero, non lo sono! L'ho detto solo per tenerla lontana! 

L'architetto, divertito, gli rispose a cenni mimando con le labbra: Si vede troppo che stai mentendo, se fai così con gli occhi e le mani è pure peggio...

Ma non era finita. Tiziano fece un passo avanti e sganciò la seconda bomba: «Papà, ti voglio bene da morire e ti capisco perfettamente... Anche io ho avuto delle esperienze gay in passato!».

Tutti si voltarono a fissare il bellissimo modello.

«Ma come? Sei gay anche tu?!», trasalì Giampaolo, sentendosi mancare.

«Oddio, Tizzy, sul serio sei gay?», lo guardò sorpresa Beatrice, che tuttavia non sembrava affatto sconvolta, anzi.

«Ma anche tu?!», esclamarono all'unisono Alberico, Lorenzo e Silvia.

Margherita Regina si alzò in piedi imperiosa, portandosi le mani alla testa: «Mio Dio, ma dove sono capitata?! Giampaolo, mi dica che è una bugia per tenermi lontana... non posso crederci...».

Prima che Giampaolo potesse aprire bocca per rimediare, Beatrice si alzò a sua volta, affrontando la madre: «Mamma, piantala! Con tutti gli amici gay che frequenti in America e con un fratello come lo zio, adesso fai la scandalizzata? Ebbene, se proprio lo vuoi sapere, anche io ho avuto dei rapporti con delle mie amiche intime a New York... e mi è pure piaciuto!».

«Sei gay anche tu, Bea?!», esclamarono Lorenzo e Alberico, ormai incapaci di gestire la situazione.

«Ma che bella notizia, Bea! Siamo molto più simili di quanto pensassi!», esclamò Tiziano entusiasta, facendosi avanti per abbracciarla e stamparle un bacio appassionato sulle labbra.

«Oh, caro, sì!», rispose lei stringendosi a lui.

Silvia guardò Frankie, poi Giampaolo, poi i due signori e infine Margherita, che era rimasta immobile in mezzo al salone, completamente pietrificata dallo shock. 

Silvia si voltò verso il futuro fidanzato americano: «Ma... ma sono tutti gay qui dentro?».

Margherita Regina, con lo sguardo perso nel vuoto, sussurrò l'ultima frase prima che le forze la abbandonassero pensando al film “In & Out”: «Ma cos'è... un film di fantascienza?!».

Plaf. 

La contessa svenne di schianto, crollando morbida sui cuscini del tappeto.



Quattro matrimoni e un’invasione

Milano, maggio 2026, un anno dopo.

Chiesa di San Francesco di Paola, via Manzoni

La chiesa era letteralmente gremita di persone per il matrimonio di Chiara, la figlia del panettiere di viale Piave, e Giuseppe, il figlio della portinaia Luisa ed Enrico. I genitori degli sposi erano in brodo di giuggiole.

La cerimonia, officiata con calore da don Marco, era stata bellissima e l’orario esatto delle dieci del mattino era stato rigorosamente rispettato, così alle 11:30 tutti gli invitati erano già stipati in macchina, diretti verso la zona di Abbiategrasso per il pranzo in agriturismo.

In una delle automobili che seguivano il corteo degli sposi e dei parenti stretti, l'atmosfera era decisamente vivace. 

Piera – la custode del palazzo accanto a quello di Luisa – sua figlia, il genero, e il salumiere Maurizio con la moglie Annarita stavano commentando accanitamente la mattinata, meravigliandosi di come Orlando, il panettiere, avesse accettato così di buon grado come genero il figlio di una semplice portinaia.

«Beh, mica sono dei barboni i portinai!», sentenziò Piera con orgoglio professionale.

«No, certo che no, mamma», rispose la figlia dal sedile anteriore, «però, insomma, con la bottega che si ritrova, Chiara avrebbe anche potuto scegliersi un dottore».

«Sì, un ginecologo magari!», ironizzò di rimando il salumiere Maurizio, facendo scoppiare a ridere tutti gli occupanti dell'abitacolo.

Poi Maurizio tornò serio e continuò guardando le donne: 

«Dite la verità... voi due eravate sempre lì a spiare il conte e l’architetto dal mattino alla sera. Da quando hanno venduto l'appartamento di viale Majno e si sono trasferiti in quel super attico in Piazza Duse vi mancano da morire, vero? Vi mancano le loro mance generose e soprattutto il bel Giampaolo, ammettetelo!».

«Scemo!», rispose la moglie, dandogli una gomitata scherzosa.

«Beh, però dopotutto è la verità», intervenne Piera sospirando. «Erano bravi, educati, davano sempre ottime mance ed erano di una gentilezza d'altri tempi. Vabbè che poi di sopra facevano i festini…».

«Mamma, ma non è vero niente!», la interruppe la figlia, girandosi sul sedile. «Tu, Luisa, Gregory e l’idraulico avevate decisamente troppa fantasia!».

«Però c’era un via vai in quell'attico che, lasciamelo dire…», insistette Annarita, la moglie del salumiere.

«Un via vai che vi faceva morire d'invidia, vero cara?», la punzecchiò il marito salumiere, guardandola sornione.

Cadde un attimo di silenzio. L'uomo aveva colto perfettamente nel segno: era pura invidia per quelle persone allegre, piene di vita e, soprattutto, sfacciatamente ricche, ma al contempo incredibilmente generose con il personale.

E ora?

«Povero Gregory, il portinaio filippino», riprese a dire Piera con un lungo sospiro malinconico «Adesso su nell’attico ci abitano dei taccagni… volevo dire, dei milionari americani che manco se viene giù il Padreterno si sognano di sganciare un euro di mancia».

«Già…», le diede manforte Annarita. «Non vi dico quando vengono a fare la spesa da noi in salumeria. Guardano il centesimo sul prezzo del prosciutto! E poi, mio Dio, che gusti nel vestire… Lui, la moglie e i cinque figli vanno in giro conciati in un modo che sembra di stare negli allevamenti di vacche di Dallas, insieme a J.R.!».

A quella descrizione scoppiò una risata così fragorosa dentro l'abitacolo che il marito della figlia di Piera, che si trovava alla guida, dovette dare una brusca correzione al volante e rallentare per non rischiare di uscire di strada.

Fu a quel punto che Maurizio il salumiere domandò: «Ma quegli squinternati milionari del conte e dell’architetto, alla fine, quando si sposano?».

Piera abbassò gli occhi sul quadrante del suo orologio da polso. «In questo preciso momento, vicino al Lago Maggiore, nella villa di famiglia dell’architetto».

«Oggi?»

«Sì, anzi, proprio ora… e non sono mica da soli. Fanno un matrimonio triplo, pensate un po'! Esatto, tre coppie insieme. Sapete, loro sono sempre stati dei grandi progressisti».

«Ma guarda come parli bene, mamma! Si vede che la frequentazione di quei signori prima che andassero via ha fatto bene a tutti voi di viale Majno».

«Cara la mia figlia», concluse Piera stampandosi un sonoro broncio in faccia tra le risate generali, «dopo la morte di Caterina, la portinaia di via Nino Bixio che a Milano era considerata la più scema di tutte, adesso al primo posto in classifica ci sei ufficialmente tu!».

Mentre in auto tutti continuavano a ridere, la figlia di Piera ricapitolò la situazione a mente alta: «Quindi si sposano l’architetto e il conte, il figlio di Giampaolo con la figlia della contessa Margherita, e la bella Silvia con l'autista Frankie… Wow! Tre matrimoni in un colpo solo, più questo di Chiara a Milano… Meglio di Dynasty

«E che è Dynasty?», domandò il genero alla guida, concentrato sulla strada.

«Te lo spiegheremo strada facendo, adesso schiaccia quel pedale che stiamo perdendo il corteo degli sposi!»



Ispra, Lago Maggiore

Villa Palmer Ricci de Dominicis, Cappella di San Martino

Nel frattempo, la splendida dimora dell’architetto Lorenzo Palmer Ricci si ergeva come un prezioso gioiello d'architettura ai limiti del Parco del Golfo della Quassa. 

La villa godeva di una veduta meravigliosa sul Lago Maggiore, offrendo agli invitati un panorama da mozzafiato sospeso tra l'abbraccio maestoso dei monti, il blu cobalto dello specchio d’acqua e i piccoli paesi arroccati sulla riva opposta.

Per l'occasione, il giardino delle rose maltesi era stato allestito alla perfezione. I fiori invadevano sontuosamente ogni angolo, declinati nelle sfumature delicate del bianco, dell'azzurro e del rosa, con qualche vivace rosellina gialla qua e là a fare da contrappunto cromatico al viale principale, pavimentato con sanpietrini dalle tonalità rossicce.

Il prato all'inglese, rasato di fresco, mostrava un verde così brillante che pareva dipinto. Le panchine bianche, arricchite da cuscini di una delicata tinta perla, erano disposte in file impeccabili. 

L’altare, coperto da una preziosa tovaglia in pizzo di San Gallo, era in legno massiccio finemente intarsiato; davanti a esso, sei sedie imbottite ed eleganti, con piccoli mazzi di fiori legati allo schienale, erano allineate perfettamente a due a due.

Da un lato del parco, un gazebo elegantissimo ospitava i camerieri in livrea, con i frigoriferi già colmi di aperitivi e stuzzichini pronti per il post-cerimonia. 

Dall'altro lato, un secondo gazebo custodiva le bomboniere e il libro dei ricordi, presidiato da due graziose ragazze vestite di giallo pallido, pronte ad accogliere gli invitati.

Gli sposi avevano tassativamente evitato esagerazioni: niente folle oceaniche di parenti, amici dell'ultima ora o sfilate pacchiane di VIP. 

Si erano limitati a invitare gli affetti più stretti, gli amici intimi e pochissime celebrità selezionate: la simpaticissima cantante americana dalla voce tonante, una vecchia gloria della musica inglese accompagnata dalla sua splendida quinta moglie, due celebri attori cinematografici italiani molto alla mano, l’unico stilista di fama mondiale rimasto ancora in vita – colui che ha vestito le donne più affascinanti del pianeta – e un paio di storiche cantanti italiane, avanti con gli anni ma ancora stupende.

Insieme a loro sedevano i genitori anziani di Silvia, quelli di Frankie, e il padre del maggiordomo Giampaolo, che era la fotocopia speculare e invecchiata del figlio e del nipote. 

Non mancavano gli zii materni del conte Alberico e della contessa Margherita, e la madre ottuagenaria dell’architetto, celebre in tutta Milano per i suoi nove lifting alle spalle (e non solo). 

A completare la platea, vari amici intimi arrivati da Londra, Roma, Milano, Parigi e un paio persino da Los Angeles.

In totale si contavano una quarantina di persone. I parenti erano tutti alloggiati nelle stanze della villa e nessuno si era sognato di eccepire sulla presenza di Silvia e Frankie, rispettivamente colf e autista, ora elevati al rango di sposi; al contrario, quel matrimonio collettivo veniva considerato dagli ospiti internazionali come un distintivo di assoluta emancipazione, apertura mentale e democrazia. Mille punti di valore in più per il conte e per l’architetto.

Ma chi mancava all'appello? Naturalmente gli sposi e i loro testimoni.

Per il conte Alberico Varesi-Lanzi i testimoni erano la sorella, la contessa Margherita Regina, e lo zio Aristarco Benedetto degli Ubaldi (fratello della madre).

Per l’architetto Lorenzo Palmer Ricci, il cugino di primo grado Etienne Louis Palmer Ricci.

La bellissima Beatrice Anna aveva al suo fianco la zia Elizabeth Marella Robson Varesi-Lanzi e l’amica del cuore Stephanie Milton-Brest.

Tiziano poteva contare su suo padre Giampaolo e sul nonno, il barone Bruno Stella Arrigoni. 

Silvia, invece, aveva come testimoni i genitori Leandro e Loriana Benedetti, mentre a sostenere Frankie Colt c'erano i suoi genitori, Catheline e Mitch Colt.

Tutti indossavano abiti di un'eleganza impeccabile, merito dell'intervento diretto di Margherita e Alberico, i quali avevano costretto i genitori di Frankie a rimpiazzare i loro soliti vestiti da cowboy e cowgirl; lo stesso Frankie, per l'occasione, sembrava il capo mandarino di Donald Trump.

Le note della musica d'ingresso risuonarono nell'aria del giardino. 

Trattandosi di una cerimonia civile, il rito stava per essere officiato da Archibald Melwyn Trenton Jonathan Bress-Hauter mayor della città di Winston in inghilterra, un vecchio compagno di scuola di Alberico. Le tre coppie fecero il loro ingresso sul viale, avanzando a due a due .

Davanti a tutti procedevano Lorenzo ed Alberico, entrambi in total look Dior. 

Lorenzo indossava un abito grigio scuro sartoriale con camicia bianca dai profili argentei, una camelia all’occhiello e scarpe di pelle nera lucidissime; i capelli, biondo cenere, erano tagliati corti. 

Alberico sfoggiava un completo color panna in perfetto stile anni Cinquanta, anch'egli con una camelia all’occhiello, scarpe e accessori color tabacco, e i capelli ondulati che gli scendevano scalati fino al collo.

Dietro di loro avanzava la splendida Beatrice Anna che, svettando sui tacchi, raggiungeva con la fronte l'altissimo Tiziano, superando i due sposi davanti di almeno quindici centimetri. 

Indossava un abito bianco, lungo e dalle linee estremamente semplici, che ricordava lo stile di Catherine Middleton; con i lunghi capelli biondi lasciati cadere in morbide onde, appariva come una regina delle fiabe. 

Non portava alcun gioiello eccezion fatta per l’anello di fidanzamento, e nessuna scollatura esagerata: era talmente perfetta nella sua grazia che alcuni ospiti sussurrarono che sembrasse finta.

Al suo fianco, Tiziano, con i capelli leggermente più corti del solito, indossava un abito blu notte, camicia bianca, cravatta azzurra e scarpe nere. 

Era talmente magnetico che sia la cantante americana sia le cantanti italiane si scambiarono uno sguardo assassino; il suo fisico scultoreo risaltava a ogni passo, con i bicipiti e il fondoschiena da urlo che si delineavano nettamente sotto il tessuto dei pantaloni.

Infine, ecco Silvia e Frankie. La ragazza, con i capelli elegantemente raccolti, indossava un tailleur in stile Chanel bianco e rosa pallido, abbinato a un cappello a falda larga in tinta, scarpe con il tacco coordinate e due semplicissimi orecchini di perla. 

Molti invitati rimasero a bocca aperta davanti a quella grazia innata, che le vecchie divise da cameriera avevano sempre ingiustamente nascosto.

Frankie, dal canto suo, avanzava con l'andatura tipica di un cowboy stitico, nel disperato tentativo di trattenere un minimo di finezza nel camminare. 

Indossava un abito scuro, a metà tra il grigio fumo e il nero (la contessa si era opposta fermamente al completo marrone tabacco che avrebbe voluto mettere), camicia bianca e cravatta argentea. L'unico compromesso erano stati gli stivali: i promessi sposi avevano dovuto cedere, a patto che fossero rigorosamente neri.

La musica era iniziata, le tre coppie erano ormai giunte in prossimità delle sedie e l’officiante era pronto ad aprire i registri per dare inizio al rito. Fu in quel preciso istante che un urlo lacerante squarciò l'inizio del prato fiorito, interrompendo la marcia:

«Noooooo! Questo matvimonio non si deve fave senza di me!»

Silenzio.

Shock generale.

Tutti si voltarono di scatto verso la provenienza di quella voce.

 Giampaolo Stella Arrigoni sudò freddo. 

Margherita Regina, Beatrice Anna, Silvia e altre signore presenti tra il pubblico si trattennero a stento dallo svenire per l'ennesima volta. 

I due sposi principali, Lorenzo ed Alberico, corsero immediatamente lungo il viale verso la figura in fondo al prato, seguiti a ruota da Archibald, Giampaolo, da suo figlio Tiziano e dallo scattante nonno, il barone Bruno.

«Senza di me non vi sposevete!», ripeté la donna con una vistosa ed elegantissima erre moscia.

«Mamma?!», esclamò Tiziano, sgranando gli occhi azzurri.

«Margareth…», sussurrò Giampaolo, raggelandosi.

«Nuora… ehm, volevo dire, ex nuora!», commentò nonno Bruno.

«Ma chi cavolo è questa qui?», domandarono all'unisono l'architetto Lorenzo, il conte Alberico e Archibald, l'officiante della cerimonia.

«Mia madre!», spiegò Tiziano.
«La mia ex compagna!», chiarì Giampaolo.
«La mia ex nuora!», concluse nonno Bruno.

E a quel punto, davanti a quel groviglio araldico, Alberico svenne di schianto sul prato.

Margareth Aldobrandi Veneziani si era presentata in villa accompagnata dal secondo figlio, Anthony Robert, avuto dal marito australiano. 

Quest'ultimo era tragicamente morto cinque anni prima, ucciso in modo bizzarro da un pesante casco di banane lanciatogli dritto in testa da un koala irrequieto, durante una visita a una riserva protetta nei pressi di Perth, in Australia. 

Essendo da poco schiattata anche la sua opprimente madre, la marchesa De Paoli di Torino, Margareth era tornata in Italia mossa dal desiderio di essere perdonata dal primogenito, da Giampaolo e da Bruno.

Fu così che, un'ora prima che iniziasse ufficialmente la cerimonia, dopo che Giampaolo, il padre e il figlio ebbero concesso il loro dignitoso perdono alla ex compagna, Tiziano si ritrovò improvvisamente tra le braccia un fratello bellissimo, più giovane di lui di cinque anni.

Ovviamente, davanti a quel nuovo dispiegamento di fascino maschile, la marchesina Olivia Diana Torrani di Leuca – l’amica del cuore di Beatrice – fece paf e svenne sul colpo sul prato delle rose maltesi.

Alla fine, tra spiegazioni dettagliate, lacrime di riconciliazione e una parte di ospiti che cominciava francamente ad annoiarsi, l'atmosfera si sciolse. 

Per ingannare l'attesa, la simpaticissima cantante americana e le due storiche cantanti italiane si accordarono improvvisamente per improvvisare un terzetto, decidendo lì su due piedi di incidere un brano insieme nel prossimo futuro. 

Tra chi era dovuto scappare in bagno e chi si era rifugiato al fresco della cappella, con un'ora e mezza di ritardo la cerimonia poté finalmente avere inizio, rinfrescata da una piacevole e provvidenziale brezza che saliva dalle acque del lago Maggiore.



La Luna sul Lago

Dopo la solenne cerimonia, il sontuoso pranzo a base di ravioli di branzino, i balli scatenati, i regali e i brindisi di rito, la memorabile giornata volse al termine. 

Verso le ventidue e trenta, la maggior parte degli ospiti fece ritorno negli alberghi di Ispra o verso Milano, mentre i parenti più anziani si ritirarono discretamente nelle stanze messe a disposizione all'interno di Villa Palmer Ricci Dominicis.

Giampaolo, dopo aver scambiato le ultime parole con Margareth e con il giovane Anthony Robert, sentì il bisogno di isolarsi. 

Seguendo un sentiero di ghiaia dolcemente illuminato da piccoli faretti nascosti tra le siepi, si ritrovò ai confini della proprietà dell’architetto. Scorta una panchina di pietra che si affacciava sul lago, si sedette a respirare la frescura della sera. 

Il cielo era una distesa infinita di luci e la luna piena brillava alle sue spalle, alta allo zenit.

Sentì dei passi leggeri e, un istante dopo, qualcuno si sedette sulla panchina accanto a lui. Giampaolo non ebbe nemmeno bisogno di girarsi per capire chi fosse: aveva riconosciuto all'istante il profumo inconfondibile di Margherita Regina.

«Che cosa strana, vero?», ruppe il silenzio la contessa.

«Cosa, Margherita?»

«Che la tua ex compagna si chiami esattamente come me, anche se nella variante inglese», disse, accennando un sorriso malinconico.

«Non avrei mai immaginato di ritrovarmela qui, oggi. Credevo ci avesse dimenticati da troppi anni, ormai».

«Beh, non è mai troppo tardi per i pentimenti, Giampaolo».

«O forse per la mancanza di pecunia, o per la paura della solitudine», commentò l'uomo con una nota di realismo.

«Oppure, semplicemente, per capire la grandezza di ciò che si è perso anni fa», rispose lei.

Margherita si voltò a guardare quel bellissimo maggiordomo cinquantenne che dimostrava a malapena quarant'anni, pensando tra sé a quale splendida coppia avrebbero potuto formare insieme.

Giampaolo avvertì la delicatezza di quel pensiero, si voltò a sua volta verso di lei e sorrise. La contessa si perse per un attimo nelle pupille limpide e azzurre dell’uomo.

«E dimmi… pensi di tornare con lei?»

«Ti sei accorta che ci siamo dati del tu?», osservò lui con un sorriso sornione.

«Pensi di tornare da lei?», ripeté Margherita, ignorando deliberatamente la provocazione, ma l'aplomb dell'uomo era fin troppo intelligente per non cogliere l’ansia in quella domanda.

Giampaolo le prese delicatamente la mano e le sfiorò le dita con un bacio lieve, quasi impercettibile. Margherita sentì il cuore fare un balzo, sentendosi quasi venire meno.

«Direi proprio di no, Margherita, e in fondo lo sai bene anche tu. Abbiamo parlato chiaramente prima», continuò lui, volgendo nuovamente lo sguardo verso le acque scure del lago. 

«Sapendo che adesso lavoro come maggiordomo, Margareth non è riuscita a trattenere la sua solita sufficienza, esattamente come ventotto anni fa. Dopo le sue scuse formali, ho osservato l'abbraccio tra lei e Tiziano. Mio figlio mi ha confessato candidamente di non provare assolutamente nulla per lei, se non una profonda pena per una madre che ha visto solo quattro o cinque volte in tutta la sua vita, quando era un bambino. Guardando Tiziano, ho provato pena per lui e anche per Margie. Non provare nulla per la propria madre è una cosa terribile, e lei si accorge solo dopo ventotto anni che le mancava il primogenito… Non voglio nemmeno pensarci. Mio padre Bruno perse la mamma, che amava immensamente, quando io ero solo un ragazzo; nello stesso periodo decadde il nostro titolo nobiliare e lui soffrì moltissimo, ma restò un uomo integro».

«Sì, è davvero terribile», convenne Margherita in tono sommesso. «Io mi lamento continuamente di mia figlia, eppure in questi mesi trascorsi a Milano ho scoperto quanto io sia stata egoista e poco attenta alle sue reali esigenze. Beatrice Anna è una ragazza straordinaria, anche se decisamente viziata».

«Tutti i figli lo sono, Margherita, anche quando cercano di non darlo a vedere».

«Sono sicura che Tiziano la renderà felice, e che Beatrice farà lo stesso con lui».

A quelle parole, Giampaolo scoppiò a ridere di gusto. La contessa lo fissò, sorridente ma non del tutto convinta dal motivo di quell'ilarità.

«Due creature stupende come le nostre, Margherita… libere, dalla mentalità aperta e con le loro brave esperienze alle spalle… Vedrai, cara, che…».

L'uomo si alzò in piedi e le porse la mano con cavalleresca eleganza. Margherita la afferrò e si sollevò dalla panchina. Giampaolo posò con naturalezza il braccio di lei sotto il proprio, e insieme si incamminarono lungo il sentiero verso le luci della villa.

«Vedrai che il loro matrimonio durerà fino alla fine dei loro giorni. Avremo dei bellissimi nipoti e loro otterranno un successo clamoroso… come marito e moglie, ne sono assolutamente certo».

«Ah! Ecco perché ridevi prima… Sai che forse hai perfettamente ragione?»

«Ma guarda là in fondo, Margherita», continuò Giampaolo indicando il porticato. «Margareth ha già saldamente addocchiato l'officiante Archibald. Avrà sicuramente saputo che è rimasto vedovo da poco, ahah… Non è cambiata di un millimetro, e dal mio punto di vista è molto meglio così».

«Anche dal mio», pensò la contessa, stringendosi impercettibilmente al braccio dell’uomo.

Poco più in là, sul prato, Tiziano e il giovane Anthony Robert si stavano scambiando un caloroso abbraccio fraterno.

«Beh, almeno a quanto si vede, mio figlio ha trovato un fratello. Ho notato nello sguardo di Anthony una bella intelligenza, ho la netta sensazione che quel ragazzo sia totalmente diverso dalla madre».

«Lo spero sinceramente, Giampaolo. Anche se vedo che la marchesina Olivia pende già letteralmente dalle labbra del biondino…».

«Vedi? Magari l’anno prossimo ci ritroveremo qui a festeggiare il quinto matrimonio».

«Il quinto? Vorrai dire il quarto!», lo corresse lei con lo sguardo carico di speranza, augurandosi nel profondo del cuore che quel quarto matrimonio potesse essere finalmente il loro.

«No, cara, oggi si sono uniti in matrimonio anche Chiara, la figlia del panettiere di viale Piave, con Giuseppe, il figlio della portinaia Luisa».

«Ah, quella pettegola tremenda! Ahah, mamma mia…».

«Ma no, sono solo donne sole o non del tutto soddisfatte della propria vita, ma in fondo Luisa è una buona persona… Tranne che con suo marito Enrico, poveretto».

Risero insieme di gusto, avvicinandosi al gruppo degli sposi che brindava sotto il porticato.

«Giampaolo, sia chiaro: d’ora in avanti ci daremo rigorosamente del tu».

«È la stessa identica cosa che mi hanno intimato di fare poco fa Lorenzo ed Alberico».

«Giampaolo…», disse lei, fermandosi di colpo sul viale e guardandolo dritto nelle pupille.

Margherita Regina appariva magnificamente bella avvolta in quel suo abito da sera color pervinca. Era una donna ricca, più giovane di lui di tre anni, dotata di grande classe, intelligenza e con uno svenimento decisamente facile: per Giampaolo rappresentava senza dubbio una splendida opportunità per il futuro.

«Ma io proprio non ti piaccio?», domandò la contessa con assoluta sincerità. «Non potresti, un domani, innamorarti di me? Oh, volevo dire… non potremmo tentare di instaurare una vera relazione tra noi?»

«Cara Margherita…», rispose Giampaolo fissandola negli occhi con totale, trasparente onestà. «Io mi ero ripromesso di non avere mai più relazioni stabili nella mia vita, non sono un santo, ma ho sempre preferito mantenere la mia indipendenza. Non ti dico che un domani io non possa cambiare idea, l'orizzonte è aperto… Ma Margherita, tu sei una donna splendida sotto ogni punto di vista, e io sarei solo un ipocrita e un volgare approfittatore se oggi ti dicessi di sì unicamente per la tua posizione».

La contessa abbassò teneramente lo sguardo, incassando il colpo con grazia. Giampaolo, con un gesto di infinita dolcezza, le sollevò delicatamente il mento con le dita e le impresse un bacio leggero, casto e protettivo sulla fronte.

«Margherita, lasciamo fare al tempo e al destino. Restiamo ottimi amici per adesso… e poi, domani si vedrà».

L'uomo le rivolse un sorriso rassicurante e la contessa, ricacciando indietro le lacrime di commozione, contraccambiò di vero cuore.

«Mamma! Giampaolo! Venite qui a fare il brindisi!», la voce festosa di Beatrice Anna risuonò nel buio del giardino, richiamandoli sotto le stelle. I due si scambiarono un ultimo sguardo d'intesa e si avviarono a passo fiero verso i loro ragazzi.

La luna piena, alta nel cielo della sera insieme a un tappeto di stelle lucenti, sembrava cantare una dolce melodia sulle acque del lago. La serata era ancora magnificamente lunga, così come il tempo delle cose che dovranno ancora accadere. Ma dopotutto, lo sappiamo bene…

"Non tutto è come sembra."

Giampaolo Daccò Scaglione.



 



 





 










 

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