Era l’otto maggio in una città come tante, una di quelle mattine destinate a scivolare via nell'anonimato dei giorni tutti uguali. Ma il destino, a volte, sceglie un momento qualunque per invertire la rotta.
Alberto tornò a casa molto prima del previsto. Era una cosa che non succedeva da tanto, forse da anni. Quando Silvia sentì il rumore della chiave nella toppa e aprì la porta, rimase immobile sulla soglia, lo stupore dipinto sul viso. Era abituata a vederlo rincasare tardi, quando la cena era già pronta da un pezzo e sui fornelli cominciava a freddarsi. Era abituata a un uomo con il volto perennemente segnato dalla stanchezza e dagli straordinari in fabbrica.
Invece, Alberto era lì. Guardò Silvia, leggendo nei suoi occhi specchiati una muta preoccupazione, ma non disse nulla. Le sorrise soltanto, un sorriso limpido che non gli si vedeva in volto da un’eternità, e aprì le braccia.
Silvia si sentì confusa, quasi stordita da quel gesto. Negli ultimi tempi, ogni volta che Alberto era a casa, la sua bocca esprimeva solo parole amare. Parlava continuamente della fatica del lavoro, dell'ossessione di volere un aumento per non dover più fare quella vita da cani, costretti a contare ogni singolo centesimo. Ma di fronte a quelle braccia aperte, tutta la confusione svanì. Silvia gli corse incontro, lasciandosi andare, e si gettò contro il suo petto. Alberto la strinse forte, la baciò con una foga improvvisa e poi, ridendo, la sollevò di peso tra le braccia per portarla dentro casa, esattamente come aveva fatto quindici anni prima, il giorno del loro matrimonio.
La loro casa era un posto semplice, la classica dimora da operai. Due stanze, una cucina e un bagno, arredati con cura ma senza fronzoli. Una vita scandita dall'affitto da pagare, dalle bollette che pesavano sul bilancio e dal risparmio costante su tutto, anche sulle piccole cose. Eppure, in quel momento, quelle pareti sembrarono allargarsi.
Alberto posò dolcemente Silvia sul vecchio divano del salotto. Lei fece per muoversi, ma lui la trattenne con lo sguardo mentre si toglieva la giacca da lavoro, lanciandola su una sedia. Silvia si sfilò il grembiule da cucina, il cuore che le batteva forte nel petto. Alberto si sedette accanto a lei, le andò vicino e, con dita incredibilmente delicate, le sciolse i lunghi capelli neri, lasciandoli cadere liberi sulle spalle. La fissò dritta negli occhi, in quegli occhi verde scuro che lo avevano fatto innamorare da ragazzo. Silvia ricambiò lo sguardo, accarezzando con gli occhi i capelli chiari e ricci di lui, pettinati all'indietro con un velo di gel, e tese le mani per sfilargli la cravatta.
Si baciarono. Fu un bacio profondo, una carezza che cercava la pelle dell'altro, un desiderio che andò oltre i baci, risvegliando una passione antica. Ma proprio mentre l'atmosfera si faceva più calda, Alberto fermò la propria mano. La guardò negli occhi, le accarezzò il viso e sussurrò: «Non ora, amore mio. Non ancora».
Silvia, col fiato corto, si alzò dal divano e andò in cucina per spegnere i fornelli su cui stava preparando il cibo per la cena. Si girò per chiedergli spiegazioni, ma Alberto era già scivolato in bagno: aveva bisogno di fare una doccia.
Pochi istanti dopo, dal bagno, iniziò a diffondersi il rumore dell'acqua, e insieme a quello, una melodia. Alberto stava cantando sotto la doccia. Silvia, rimasta sola in cucina, restò sbalordita, con il cucchiaio ancora in mano. Non lo sentiva cantare in quel modo da anni. Non c'era traccia dei soliti discorsi cupi sui problemi di lavoro, sulla fatica o sui soldi. C'era solo una gioia leggera, quasi contagiosa.
Quando la porta del bagno si aprì, Alberto uscì avvolto nell'accappatoio, profumato di buono. Le sorrise e le disse: «Preparati anche tu, Silvia. Stasera usciamo».
Silvia andò in camera da letto mentre Alberto si accomodava in salotto a guardare la televisione. Con il cuore che le danzava nel petto, aprì l'armadio e scelse le sue cose più belle: il completo intimo di pizzo, il vestito migliore, le scarpe con il tacco che teneva solo per le grandi occasioni. Sistemò tutto sul letto, poi scivolò a sua volta in bagno. Fece una doccia calda, asciugò con cura i suoi lunghi capelli neri e si truccò con attenzione, come non faceva da una vita.
Quando tornò in camera per vestirsi, vide Alberto in piedi nel corridoio con una tazza di caffè in mano. Indossava l'abito buono, quello delle cerimonie, ed era perfetto. Silvia gli sorrise, sempre più stupita e affascinata da quel cambiamento.
Rimasta sola nella stanza per prepararsi, Silvia si accorse che Alberto la stava spiando attraverso lo specchio, dalla porta rimasta semichiusa. Con un gioco di garbata e consapevole sensualità, lasciò cadere l'accappatoio. Indossò l’intimo di pizzo nero, infilò le calze autoreggenti, fece scivolare il vestito corto nero lungo il corpo e si adornò con i suoi gioielli da poco, quelli economici che però su di lei sembravano preziosi. Infine, raccolse i capelli in un'acconciatura morbida.
Alberto la guardò entrare in salotto. Il suo sguardo era lo stesso di quando, quindici anni prima, le aveva detto ti amo per la prima volta. Era bellissima, giovane e radiosa proprio come allora. Silvia si voltò verso di lui e gli regalò un sorriso complice. Davanti a lei non c'era l'operaio stanco del giorno prima: Alberto sembrava ritornato il ragazzo di venticinque anni, l’uomo aitante, pulito, pettinato alla perfezione, con le labbra che sembravano dire soltanto baciami.
Lui le prese la mano, stringendola intrecciata come faceva tanto tempo fa. Come due adolescenti, scesero le scale di corsa e andarono giù nel piccolo giardino condominiale. Alberto aveva acceso il compact disk sul davanzale della finestra e le note della loro musica iniziarono a riempire l'aria della sera. Iniziarono a ballare, stretti l'uno all'altro.
Ma invece di portarla fuori a cena, Alberto si fermò. Prese il viso di Silvia tra le mani e ricominciò a baciarla, prima con dolcezza, poi con una sensualità sempre più travolgente. Le mani di lui si fecero calde e dolci sul corpo di lei. Silvia sentì un brivido antico correrle lungo la schiena, un calore che le sciolse ogni difesa, e si lasciò andare completamente.
Piano, con infinita devozione, Alberto la spogliò dei suoi vestiti eleganti e si svestì a sua volta. L’erba alta del prato e l’oscurità della sera li avvolsero, proteggendoli dagli sguardi del mondo, mentre l’amore si faceva passionale e travolgente come non era mai stato. Era tornato tutto esattamente come una volta.
Alle finestre dei palazzi vicini, qualcuno si era persino affacciato, attirato dalla musica romantica e dal sussurro dei due amanti che galleggiava nell'aria. Ma nessuno poteva vedere nulla: l’erba alta e le ombre della notte avevano coperto ogni cosa, custodendo il loro segreto.
Rimasero abbracciati sul prato per ore, sotto la volta del cielo, fino a quando la luna non si alzò alta a illuminare i loro corpi uniti. Solo allora Alberto si alzò, raccolse i vestiti di entrambi e condusse Silvia per mano dentro casa. Di nuovo si ritrovarono tra le lenzuola del loro letto d’amore, e di nuovo la passione si accese, intensa e inarrestabile, consumando i minuti fino allo scoccare della mezzanotte.
Lei lo guardava disteso sul materasso, addormentato e coperto solo da un lenzuolo leggero. Silvia si infilò la vestaglia di seta, andò in cucina e si mise ai fornelli per preparare una parte della cena che aveva interrotto ore prima, quando lui era apparso sulla porta stravolgendo la serata.
Mentre metteva in tavola i piatti, sentì due braccia forti stringerla da dietro. Alberto era sveglio. L’abbracciò forte, sussurrandole parole dolci sul collo. Insieme si sedettero l’uno di fronte all’altra, con i piatti pronti e le mani intrecciate sopra la tovaglia. Alberto adesso indossava solo un pantalone leggero di lino e una maglietta, lei era avvolta nella sua vestaglia. Proprio in quel momento l'orologio della cucina batté i dodici rintocchi. Alberto la fissò intensamente e disse: «Mangiamo, amore mio. Poi parleremo».
Dopo cena, però, le parole non servirono. Si ritrovarono a letto, stretti l’uno all’altro in un abbraccio protettivo, e si addormentarono profondamente.
Quando si svegliarono, il sole era già alto nel cielo. Era un sabato splendido, luminoso e tiepido. L'orologio segnava le dieci e trenta del mattino. Silvia, accorgendosi dell'orario, fece per alzarsi di scatto, presa dall'istinto delle cose da fare in casa, ma Alberto la afferrò dolcemente per un fianco. La tirò nuovamente a sé, stringendola contro il proprio corpo sotto le coperte, costringendola a rimanere a letto con lui, immersi nel calore del loro amore ritrovato.
«Ora dovrò raccontarti una cosa importante, Silvia», le disse Alberto, rompendo la quiete di quel risveglio.
Lei lo guardò. Nei suoi occhi verde scuro passò un lampo d’amore, ma anche una sottile scia di preoccupazione. Alberto se ne accorse e la accarezzò sul viso, un gesto dolce che bastò a farla tranquillizzare. Erano soli, stretti sotto le coperte di quella casa modesta dove, quindici anni prima, lui le aveva promesso il mondo. E invece la vita li aveva ritrovati poveri, schiacciati dalle difficoltà quotidiane e con la paura silenziosa, che entrambi custodivano nel petto, di non essere stati capaci di darsi la felicità che meritavano.
In realtà, non era sempre stato così. Non era partito tutto da un fallimento. Nei primi anni insieme, la loro casa era piena di speranza. Poi, un pezzetto alla volta, quella luce si era affievolita sotto i colpi di una sfortuna spietata. Erano cominciati i problemi, prima con la salute dei genitori, poi con il lavoro. Silvia era stata licenziata e, come se il dolore economico non bastasse, la vita le aveva strappato dalle viscere due bambini durante la gravidanza. Poco dopo, anche l’azienda di Alberto aveva chiuso i battenti, costringendolo ad accettare quel posto da operaio con uno stipendio da fame.
Alberto si mise a sedere sul bordo del letto, invitando Silvia a fare lo stesso. Lei si avvicinò e si accovacciò accanto a lui, stringendosi nelle spalle, pronta ad ascoltare.
Lui iniziò a raccontare, con la voce che gli tremava leggermente. Le rivelò che quella mattina non si era presentato al lavoro: aveva inventato una scusa, una bugia qualunque, pur di ottenere un permesso di poche ore. Ma non era andato a bere in un bar e non era tornato subito a casa. Aveva guidato fino al cimitero, fermandosi davanti alla piccola tomba bianca dei loro due bambini mai nati, Mattia e Lorenzo; il primo perduto al terzo mese di gravidanza, il secondo all'ottavo. Lì, da solo, Alberto aveva pianto tutte le lacrime che aveva in corpo. Aveva pregato il Signore, urlando in silenzio la rabbia per i suoi fallimenti, chiedendosi perché avesse reso infelice la donna che amava più della sua stessa vita e perché il destino gli avesse tolto entrambi i figli. Almeno uno, pensava tra i singhiozzi, potevano lasciarceli.
Mentre era immerso in quel dolore, Alberto non si era accorto di una donna anziana ed elegante, ferma poco distante, accanto a una maestosa cappella gentilizia dove riposavano i suoi cari. La signora, colpita dai singhiozzi di quel giovane operaio, aveva fatto cenno al suo autista in livrea blu di avvicinarsi e di ascoltare insieme a lei. Alberto, pensando di essere completamente solo, stava raccontando la sua intera vita a quei due angeli che chissà dove si trovavano in quel momento. La donna era rimasta sconvolta dalla sensibilità profonda di quell'uomo. Le sue parole l'avevano riportata indietro di sessant'anni, a quando era solo una bambina di dodici anni e aveva visto sua madre seppellire due sorelline gemelle di pochi mesi, con il resto della famiglia in lacrime alle spalle. In quel momento, la anziana signora prese una decisione.
Aspettò che Alberto si rialzasse e, quando il giovane si incamminò verso l’uscita con gli occhi ancora gonfi, lo fermò. Alberto, vedendo quella signora di settant'anni così distinta e l'uomo in blu al suo fianco, si era bloccato, pensando che avessero bisogno di un'informazione. Invece, lo avevano invitato a seguirli.
Poche ore dopo, Alberto si era ritrovato seduto nel salone monumentale di una villa da sogno, una dimora che né lui né Silvia avrebbero mai potuto persino immaginare. I domestici avevano versato del tè caldo nella tazza della signora, in quella di suo figlio e della nuora, seduti di fronte a lui, accompagnando il tutto con dolcetti raffinati. Alberto si domandava ancora come fosse possibile che dei signori così ricchi avessero aperto le porte a un povero operaio.
Fu allora che la signora prese la parola, raccontandogli il dramma di sua madre e spiegandogli quanto la sua storia l'avesse colpita. Quello che aveva sentito sulla tomba dei bambini non era solo disperazione: parlava di dolore, certo, ma anche di un amore immenso e della voglia di riscatto. E lei era lì per aiutarlo.
Il figlio della signora era andato dritto al punto, offrendo ad Alberto un lavoro fisso nella tenuta come tuttofare e aiutante personale. E non solo: se Silvia avesse voluto, c'era un posto anche per lei come sarta privata delle due signore della casa. Avrebbero vissuto nella splendida dépendance a due piani all'interno del parco della villa, proprio sopra l'appartamento dell'autista e di sua moglie, la governante. Avrebbero avuto uno stipendio alto, zero spese di affitto o bollette, e un contratto a tempo indeterminato.
Alberto aveva accettato con il cuore in gola. Appena usciti dalla villa, l’autista lo aveva accompagnato con l'auto aziendale per permettergli di andare a dare le dimissioni nella vecchia fabbrica. Tra i due era già nata una bella intesa, l'inizio di una nuova amicizia. Poi, l'auto lo aveva riaccompagnato verso casa. Alberto voleva fare una sorpresa a sua moglie.
Durante il tragitto, seduto sul sedile posteriore, Alberto aveva fissato a lungo quel foglio di carta con il contratto firmato dalla signora. Era tutto vero, non se lo era immaginato. Il lunedì successivo, tre giorni dopo, lui e Silvia sarebbero andati insieme a vedere la loro nuova casa.
Alberto guardò l’orologio sul cruscotto: erano le 14.30 di venerdì 8 maggio. L'auto svoltò l'ultimo angolo. Tra pochi istanti avrebbe visto sua moglie sul balcone. In quel millesimo di secondo, Alberto chiuse gli occhi e, sopraffatto dall'emozione, la sua mente corse avanti. Immaginò tutto quello che sarebbe potuto succedere se fosse tornato prima: la passione sul divano, la doccia cantando, il ballo in giardino a piedi nudi sull'erba fino a mezzanotte, e quel risveglio magico del sabato mattina. Un sogno ad occhi aperti guidato dal desiderio di vederla felice.
Riaprì gli occhi.
L'auto si fermò. Alberto si trovava a trenta metri da casa sua. Non era ancora venerdì sera, non era sabato mattina. Era il pomeriggio di venerdì, e quelle meravigliose ore di passione e amore non erano ancora successe. Era lì, fermo sul marciapiede, con le chiavi in mano e il contratto in tasca, sperando con tutto se stesso che quel meraviglioso pensiero immaginato durante il tragitto potesse avverarsi.
Alzò lo sguardo. Silvia era davvero affacciata alla porta di casa, con lo sguardo stupito nel vederlo tornare a quell'ora insolita.
Alberto non disse una parola. Aprì semplicemente le braccia.
Lei rimase confusa sulla soglia, incapace di crederci. Fino al giorno prima, quell'uomo portava a casa solo amarezze e rabbia per una vita da cani. Ma di fronte a quel sorriso, Silvia scattò. Gli corse incontro lungo il vialetto e si gettò tra le sue braccia.
Alberto la baciò con la stessa foga che aveva immaginato nel suo sogno, la sollevò di peso e la portò dentro casa, esattamente come il giorno del loro matrimonio quindici anni prima. E in quel preciso istante, mentre sentiva il profumo dei suoi capelli neri, Alberto capì. Capì che il suo pensiero, quel bellissimo sogno fatto in auto, si stava avverando passo dopo passo. Avrebbe fatto esattamente tutto ciò che aveva immaginato.
La porta della modesta casa si chiuse alle loro spalle, tagliando fuori il resto del mondo. E in quella casa, finalmente, insieme a loro, LA VITA RITORNO’.
Giampaolo Daccò Scaglione





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