sabato 1 agosto 2026

"ALL'OMBRA DEL DUOMO"


"Nel cuore di un Rinascimento che non è mai esistito davvero - un’epoca dove le saune finlandesi convivono con cavoli parlanti e ventagli di seta provenienti dalla California - vivevano a Milano ed in qualche parte d’Europa, personaggi che se non fecero storia, fecero ridere… Oh pardon fecero… fecero… Beh qualcosa avevano fatto: tutto tranne che il Rinascimento con un certo solliev… Intendo dire rammarico della storia."


Marchesa Maddalena Angela Piera Vittoria Maria Stellari di Sant’Angello


Marchese GiovanPaolin Heribert Daccau


Duca Exion Baldovin Escallion


"ALL'OMBRA DEL DUOMO"


Duca Jean Louis Armand François Étienne Escallion de Lyon


Marchese Heribert Petrus Wolfgang Daccau Von Gutter di Stuttgart






Olinda Elisabetta Leonarda 

Visentin De Bojon









Prologo:

1525, Francia, Avignon - Provenza.

È la festa dell’Assunzione, clima caldo e ventilato, un’estate davvero bella, per forza non c’era l’inquinamento atmosferico e non era ancora nato l’IPad.

Il parco del castello del bellissimo Duca Escallion vive giornate di festa: dame con figli e domestici nei prati pieni di fiori, tutti intenti a osservare equilibristi e giocolieri, mentre i nobiluomini sono a caccia in una gara a chi prende più prede.

La Marchesa Maddalena Angela ecc ecc, diciottenne moglie del bellissimo Duca allora ventenne, era una bellissima fanciulla con gambe lunghe come le Kessler, passeggia con la dama di compagnia Donna Serena Allegra Gaia De’ Pecchi, una bionda talmente svampita, smemorata e sopra le righe da vivere in un universo parallelo o forse su Marte. Serena spinge una carrozzina con dentro il piccolo Exion di nove mesi.

E vai di qui e vai di là in base all’arietta fresca che proviene dal nord, tutti sono vicino alla strada che costeggia il fiume Rodano, nei pressi di Avignone, quando la Marchesa vede il suo amato marito, il Duca Escallion, correre sul cavallo nero, arco e freccia pronti per colpire un fagiano poco più in alto.

Il cavallo, però, vede un topo per terra, si imbizzarrisce e salta come un matto, finendo nel fiume insieme al Duca, che — come tutti lì — non sapeva nuotare.

Si sente un «Au secours!» 
E poi: glu glu glu.

La Marchesa guarda la dama e dice: «Ma che fa? Si butta?»

La dama risponde: «Non mi sono accorta di niente.»

Così la Marchesa divenne vedova a diciotto anni, proprietaria del castello, tenute varie con un bambino di nove mesi da crescere.

1527, di nuovo il giorno dell’Assunzione.

Passati due anni dalla tragedia, risposatati in Germania altro Paese che lei ama tanto insieme alla Francia (tanto l’Italia non c’era ancora quindi non ci si poneva nessun tipo di problema).

La Marchesa Maddalena Angela ecc ecc, vent’anni da poco compiuti è nei fioriti prati attorno al castello del suo nuovo marito, il Marchese Daccau padre del suo secondo genito GiovanPaolin di nove mesi. Anche lì tutti festeggiano: nobili, giocolieri, musica, risate.

Il Marchese Heribert ecc ecc Daccau, salendo sul cavallo bianco, dice alla Marchesa: «Cara, ti porterò il mio trofeo!»

Il piccolo GiovanPaolin è nella culla di vimini e ha vicino il fratello maggiore Exion. Il Marchese le manda un bacio e parte subito al galoppo. Lei ricambia il bacio con un gesto della delicata mano. 
Il piccolo Exion grida: «Madre, guarda!»

Lei si gira e vede il cavallo del marito imbizzarrirsi per colpa di un cervo sbucato all’improvviso da un enorme cespuglio di more, saltare… e il Marchese con il cavallo, l’arco e la freccia in un baleno fanno pluf nel Reno. 
Poi: glu glu.

Maddalena Angela ecc ecc, colta da un dubbio, si volta verso la dama di compagnia Serena Allegra ecc ecc e dice: «Ma non ti pare di aver visto questa scena?»

La dama, serafica: «Non me ne sono accorta. Che è successo?»

«Niente, cara… penso di essere di nuovo vedova. Che due p… ehm, volevo dire: oh povera me.»

1545, Milano. 

Exion ha vent’anni, GiovanPaolin diciotto e vivono ognuno in due palazzi di proprietà della nonna Olinda attigui in corso Dante a Milano. 

La nonna, la vecchia e severissima Marchesa Olinda Elisabetta Leonarda Visentin De Bojon , li guarda e si chiede che male abbia fatto per avere una figlia così invadente come Maddalena Angela per avergli affibbiato i due nipoti piccoli anni fa.

«Dopo la vedovanza,» pensa la nonna, «passa solo cinque mesi in Provenza d'inverno perché il clima è mite, cinque mesi in Assia d'estate quando fa caldo... e poi viene qui due mesi a rovinare tutto! Me li ha messi sul gobbo mentre lei andava a fare shopping a Londra, Parigi e Vienna. Ora dice che ritorna lei e la scema della sua dama figlia della mia compianta dama di compagnia, la povera (beh mica tanto) Alexandra Claudia ecc ecc!»

La nonna sospira, poi stringe gli occhi: «Ma adesso la sistemo io. Così lascia in pace i due ragazzi e se ne torna nei suoi castelli.»

Così Exion e GiovanPaolin si ritrovano eredi di un patrimonio immenso: due palazzi attigui in corso Dante a Milano, due ville palladiane in Veneto (tra Vicenza e Verona tranne quella della nonna vicino a Padova), e due castelli tra i tanti dei padri situati in Provenza e in Assia.

Tre mesi dopo, la carrozza della nonna Marchesa sta sprofondando nell’Adige.

L’ultimo pensiero della vecchia Marchesa è sorprendentemente lucido:

«Vabbè, è andata così… almeno i miei nipoti hanno i due palazzi, i miei averi e qualche territorio in Brianza e Veneto. E Angela finalmente se ne andrà lasciandoli in pace. L’ultima volta, per farla andare a Venezia, le hanno dovuto comprare un costoso abito di Valentino. Ora sì che muoio in pace.»

Glu glu.



Donna Serena Allegra Gaia 

De’ Pecchi

 



Davidino Castiraga Vidardo











Ernestino Bergem 
de 'uta







Con la nonna fuori dai giochi, i veri guai iniziano a Milano. La Marchesa Maddalena Angela pretende infatti di passare due mesi all'anno nei palazzi dei figli: Marzo in quello di Exion e Settembre in quello di GiovanPaolin.

Il dramma comincia sulla piazzetta che divide i due palazzi dove vivono i figli, non appena la monumentale carrozza accosta davanti ai portoni. La Marchesa Angela scende, si guarda intorno con sdegno, sventola un ventaglio di seta della California e sentenzia a voce alta:

«Ma perché qui tutti parlano italiano? Che volgarità, non capisco niente. Dove sono i miei francesi? Dove sono i miei tedeschi?» ed la sua dama di compagnia annuiva a lei ma era distratta da un micino bianco su una panchina poco distante dalla fontana nel centro della piazzetta.

In quel momento Exion e GiovanPaolin affacciati sul terrazzo dei loro attigui palazzi, uno di fronte all’altro — il primo con il mantello francese dai toni rosati e l'altro con il cappotto tedesco color blu petrolio — si scambiano uno sguardo complice e terrorizzato, come a dire: «Eccola. È tornata».

La Marchesa supera i custodi delle due proprietà fermi ad accoglierla senza degnarli di un saluto, entra nell'atrio principale del palazzo Daccau, solleva il mento e proclama

«Questo palazzo è troppo piccolo. Io ad Avignon ho tre saloni solo per i cappelli.»

Davidino il maggiordomo di GiovanPaolin che l’aveva raggiunta, le cammina dietro sudando freddo, prova a far valere la matematica:

«Signora Marchesa… questo è un palazzo di 4.000 metri quadri…»

E lei, fulminandolo con lo sguardo: «Appunto. Piccolo.»

Il Marchese GiovanPaolin Daccau, la vede dalla balaustra delle scale che scendono nel salone principale e gli prende una disperazione nobile, profonda, quasi esistenziale. 

Sa già che per un mese lo trascinerà in giro per una Milano del 1500 sprofondata nella polvere, sventrata dai canali, soffocata da impalcature e popolata da orde di muratori arrampicati sui blocchi di marmo che bestemmiano in milanese stretto fin dall'alba. 

Lì davanti, il Duomo è ancora un cantiere infinito. E in mezzo a questo delirio, la Marchesa Angela passeggia sollevando la gonna, commentando ogni cosa in francese e tedesco perché “l’italiano è una lingua così volgare, che non si addice affatto a una signora”.

GiovanPaolin si stacca dalla balaustra quando vede la madre e la dama di compagnia camminare verso le camere degli ospiti, con un sospiro pesante si sistema il colletto di pizzo e si rifugia sia nel suo studio che nei suoi deliri quotidiani:

“Davidino mio fedele, prepara la sauna finlandese. Quella svedese mi rovina la pelle liscia come il marmo di Candoglia.”

Davidino (sudando già freddo): “Messere… la sauna finlandese… nel 1500… non saprei…”

“Non discutere con me. E prendi gli oli di loto del Giappone, dono del grande lottatore Bruce Lee.”

Davidino: “Bruce… Lee…? Ma… non esiste…”

Il marchese (alzando un sopracciglio nobile): “Non esiste per te, che vivi nel tuo piccolo mondo. Per me esiste eccome. E mi deve ancora restituire il ventaglio di seta che gli avevo prestato alla corsa delle chiatte sul Naviglio Pavese.”

Davidino cercando di trovare contegno e serenità fa un timido sorriso a GiovanPaolin che sta guardando la guglia del duomo da una delle finestre.

“Messere… tiro giù le tapparelle? Sta entrando il sole…”

Si gira a fissarlo quasi scandalizzato: “Le tapparelle? Non è ancora sera, sciagurato! Vuoi forse che il mio colorito da Marchese di Santo Angello diventi pallido come un notaio di Pavia?”

Dall'altra parte del cortile, nel palazzo del Duca Exion Escallion, l'aria non è certo più respirabile. Exion mette a dura prova la pazienza del suo maggiordomo:

“Per cena, Ernestino, desidero un ossobuco con purè.”

Ernestino (con le vene della fronte già gonfie): “Ma… messere… le patate non esistono ancora… Colombo…”

Duca Exion Escallion (interrompendo con gesto regale): “Non discutere con me. Ho le patate di Lady Marianna di Labuan, giunte per mano del suo compagno Sandokan dalla Malaysia via navale .”

Ernestino (allargando le braccia): “…ma… ma…”

“Zitto. E ricordati di mettere il purè nella terrina d’argento. Non voglio che il mio antenato ritratto nel quadro si offenda.”

Come ogni settembre, la madre trascina GiovanPaolin nelle botteghe milanesi, dilapidando patrimoni da Valentin, Brada, Salad & Gabbian e Armadi, pretendendo poi pranzi da Tavini in Galleria (anche se forse ancora non c’era però non si sa mai).

A Marzo, da Exion, si comporta come una diva di Hollywood: esige di andare a Monza a vedere le corse dei cavalli, sui Navigli per le gare delle barche, vuole girare tutti i monasteri dei dintorni e poi cenare nelle osterie più malfamate della periferia, perché fanno chic quando racconta tutto questo alle sue amiche francesi e tedesche.

E ogni sera, immancabilmente, arriva il supplizio dei giudizi della madre.

Sugli arredi del palazzo di Exion: «Mon Dieu, Ebe (Exion Baldovin Escallion), questo salone è di una rigidità deprimente! Sembra una caserma di Stuttgart o di Hannover. Sembra che tu abbia arredato la casa seguendo i consigli di un mastro carpentiere di Monaco affetto da emicrania cronica.»

Sugli arredi del palazzo di GiovanPaolin: «GiPi (GiovanPaolin), caro, qui esageriamo! Ci sono così tante piume, sete e specchi dorati che persino i ragni negli angoli portano il parrucchino ricamato. Un po' di sobrietà teutonica, per favore! Neanche a Nizza alla Cage au Folle” ho visto questo.»

E poi passava al confronto spietato dei maggiordomi:

«Davidino è pratico, ma non elegante! Ernestino è elegante, ma non pratico! Perché non potete essere come i maggiordomi tedeschi? Loro sì che capiscono le signore di mondo! Non è vero, Ebe caro? Non è vero GiPi tesorino di mamma?»

All' udire quel soprannome così irritante e affettuoso, il Duca Exion Baldovin Escallion impazziva, mentre dall'altro lato del tavolo GiovanPaolin che gli piaceva il suo diminutivo perché lo faceva sentire ancora adolescente, si godeva la scena trattenendo a stento le risate. In quel preciso istante però i due fratellastri si guardavano dritti negli occhi con un'espressione sfinita che diceva solo una cosa: «Che due p…e».





 

Don Felipe Alejandro Carlos Tavares de Vila Rosa de Sevilla










Capitan Juan Ramón Moreno Granada












I due fratellastri passano 18 anni a detestarsi cordialmente, ma a 20 e 22 anni si ritrovano uniti da un unico obiettivo: trovare un marito alla madre e eliminarla (metaforicamente) dalle loro vite.

L'impresa è titanica. 

I figli le presentano decine di nobili, ma lei li boccia tutti con cattiveria nobile: uno ha il sedere basso, uno ha il naso lungo, uno non ha l'accento di Parigi e l'altro non ha quello di Monaco. 

Mostrano alla madre ben 182 quadri e mezzo (l'ultimo tagliato a metà da una cannonata tra il ducato di Frankfurth e la contea di Mainz) di nobili europei. Niente da fare.

Nel frattempo, scoppia lo scandalo. La dama Serena, che era convinta di parlare con i fiori e le piante, cammina, cammina e cammina, camminando distratta, becca Davidino e Ernestino lungo il canale della Martesana a dieci chilometri dal Duomo: il lodigiano anemico e il rude bergamasco sono mano nella mano e si stanno scambiando teneramente delle violette di Parma! 

Si sono innamorati. 

Serena che si ritiene una donna molto riservata, in otto minuti otto, sollevando la gonna pizzettata, correndo arriva nel giardino del Palazzo Escallion per spifferare tutto alla Marchesa e da quel momento il caos.

La Marchesa avverte preoccupata i figli che non devono farsi lavare la schiena dai loro servitori, che non devono farsi abbottonare i pantaloni, che non devono farsi fare barba e capelli da loro in quando in piazza San Babila c’è l’hair-styler Jean Mary Valid e che Ernestino e Davidino appartengono al gruppo appena fondato in corso Venezia: “Semm tucc’ Lgbt” per nominare la parola gay. Non perché è omofoba ma perché gay vuol dire felice in italiano vulgaris e non è la definizione giusta.

“Si dovrebbe chiamarli: Pink Fluid” dice all’orecchio della sua Dama Serena, la quale la guarda negli occhi dicendo: 

“Ma cara, la conosco questa tua amica inglese?” Inutile dire l’espressione e le parole che dice la Marchesa all’amica, tanto a voi non interessa e lei non ha capito niente come sempre.

I due fratelli mica scemi sfruttano quell'occasione strana per fare un progetto sulla madre e tanto che c’è, anche la Dama Serena, non ne potevano più. Così quando le due donne sono andate dalla manicure "Te Tai I-Ungg", bravissima estetista cinese che ha un negozio in via Paolo Sarpi, chiamano Ernestino e Davidino al loro cospetto.

I due sono terrorizzati ma i fratelli li rincuorano dicendo che sono felici per loro anche per il fatto che non facendo figli, non ci saranno marmocchi per i palazzi a cui accudire e comprare pannolini e carta igienica a iosa. 

Allora mostrano i ventotto quadri rimasti dei vari nobili europei non visionati dalla madre ai due maggiordomi, e davanti al ritratto dell'affascinante Marchese spagnolo Don Felipe Alejandro Carlos Tavares de Vila Rosa de Sevilla, i due maggiordomi sospirano: «Wow, che figo, che bello! Che bell' homm!»

Exion in quell’istante si ricorda di aver conosciuto Felipe al Carnevale di Viareggio, e GiovanPaolin al Volo della Colombina a Venezia. 

Ricordano pure anche che Felipe gira sempre con l'inseparabile capo delle guardie Juan Ramón Moreno Granada. Allora i due fratelli a quel tempo pensavano fossero amanti, ma poi scoprirono che i due spagnoli erano andati a letto con tutte le donne di Burano e Murano. Il piano è pronto.

I fratellastri chiedono aiuto al loro amico Gian Giacomo Giovanni Giuseppe Gerolamo Bolognini Visconte di Milano e organizzano al Castello Visconteo la "Festa dell'Ammollo". 

Ogni ospite deve portare un regalo orribile e riciclato in una scatola regalo: scatole con numeri rossi per le donne, numeri blu per gli uomini. Chi pesca lo stesso numero alla tombola dopo l’apericena, devono ballare insieme.

Nonostante i numeri considerati sfigati dagli americani ed italiani, la ruota del destino gira per il numero 13.

Donna Serena Allegra Gaia De’ Pecchi preso il 13 rosso si ritrova davanti al 13 blu di Juan Ramón Moreno Granada, il capo delle guardie di Felipe. 

Juan Ramón è un uomo imponente: alto, tremendamente serio, sempre con la mano sulla spada, uno che parla pochissimo. 

E quando parla, Serena non capisce assolutamente nulla del suo castigliano, ma si innamora lo stesso perché quel soldato ha gli occhi neri identici a quelli di suo padre. 

E lui, vedendola far cadere il ventaglio per la 47ª volta, si inchina a raccoglierlo e dice: “Señora… yo lo recojo.” E lei sviene direttamente tra le sue braccia possenti.

Ma il vero miracolo avviene con il numero 17 quello in cui da Firenze a Palermo fanno le corna e da Bologna a Bolzano si toccano gli zebedei.

La Marchesa Maddalena Angela ecc ecc, dopo mille giudizi sul fatto del pescaggio considerato da lei poco fine senza guanti di seta di Kyoto, e mille falsità dicendo “Io sono milanese DOC e certe cose le faccio fare agli svizzeri del Canton Ticino.” Non si sa come sia potuto accadere, si innamora di Don Felipe.

L'uomo che è un figo pazzesco, più di Brad Pitt, George Clooney e Jonny Depp messi assieme, entra in scena come un tramonto andaluso. Parla con una erre arrotata, sorride come se avesse il sole in tasca e ha le mani caldissime. Felipe la stringe a sé e la conquista con un focoso bacio alla francese.

La Marchesa sviene per l'emozione, capendo che: «Forse non erano solo i francesi e i tedeschi i migliori… anche gli spagnoli sanno decisamente il fatto loro!»

Davidino sviene per l'ansia. Ernestino dice serafico: “’Ndà, l’è tütt a post.”
Ed è così che Exion e GiovanPaolin, dopo anni di tentativi e discussioni, riescono finalmente a far sposare la madre.

TUTTI SPOSI

La Marchesa si trasferisce a Siviglia, ma prima ricatta i figli: vuole con sé  Ernestino e Davidino e per averli li fa sposare civilmente dal sindaco Salon nel Palazzo Reale in Duomo e regala loro tramite il padre di Felipe, la cittadinanza spagnola. Riuscita nell’intento partono tutti per la Spagna.

L'Andalusia accoglie così una spedizione folle. A Siviglia, tra il caldo, il profumo delle arance, il suono delle chitarre, i balli, i ventagli, i mantelli, i cavalli e la Marchesa che urla continuamente “Felipeeeee!”, si muovono i nostri eroi:

Davidino, che soffre il caldo e si trucca ancora di più per non far colare il fard.

Ernestino, che dice “ma che l’è ‘sto sole?” e gira con un cappello enorme.

Donna Serena, che perde il primo ventaglio già alla frontiera vicino ai Pirenei.

Ma Davidino ed Ernestino sono innamorati più che mai. Si guardano all'ombra dei patii spagnoli e si sussurrano dolcemente: “Veh” e “’Ndà”. 

Una coppia perfetta che nessuno si aspettava. E persino la Marchesa, guardandoli, dice in milanese:

«El par no ma… l’amur l’è propi stran.» 
(per gli stranieri : "Non sembra ma...l'amore è proprio strano.")

Exion e GiovanPaolin liberatisi di tutti, vendono tutte le loro proprietà milanesi, venete, francesi, tedesche e anche svizzere che nessuno sapeva, diventando così miliardari, comprano due castelli attigui nella contea di Windsor e da quel momento fanno una vita che neanche Onassis o Elon Musk si sognano.

Poi nel corso degli anni mentre i due fratelli stanno invecchiando splendidamente in Inghilterra, tra feste, cene, viaggi in Scozia, in Francia, Germania, Spagna, Turchia, Regno di Sardegna, Ponte di Legno e chi più ne ha più ne metta, e per fortuna non c’erano gli aerei altrimenti finivano pure a Papeete o a Honolulu

Il resto della famiglia per tradizione ma anche no, annegarono ogni cinque anni a distanza gli uni dagli altri:

Ernestino e Davidino nel fiume Tago mentre ballavano un sensuale flamenco su un ponte di legno che si ruppe allo sbattere dei tacchi. 

Poi toccò alla Dama e al Capitano delle guardie fare glu glu nel Guadalquivir al ritorno della saga di Sant’Iago dopo aver assistito a 324 corride. 

Ed infine anche la Marchesa Maddalena Angela ecc ecc col suo amato Felipe ecc ecc, finiscono nel Duero mentre andavano a festeggiare il 50° anniversario di matrimonio, finendo con la carrozza nel fiume perché non videro la nuova segnaletica della super strada che porta a Lisbona dove c’era scritto “Svoltare a sinistra sciocchi, non andate diritti”.

Nel frattempo tantissimi, ma proprio tantissimi anni dopo, finalmente liberi da tutti, Exion e GiovanPaolin decidono di fermarsi dai viaggi per via degli acciacchi dovuti all’età, nelle campagne vicino a Reading sul Tamigi arrivando rispettivamente alla veneranda età di 100 e 98 anni.

Durante un pic nic della festa dell’Annunciazione del 1625, ovviamente passano a miglior vita insieme, come da gloriosa tradizione acquatica di famiglia, annegati in un laghetto inglese accanto al Tamigi mentre cercavano di fare rafting sulle sue acque.

“Pan et Pess, ien tuti amò là adess!” (traduzione letteraria: "Pane e Pesce, loro sono ancora là adesso")

(per gli stranieri "Passa il tempo ma tutto resta come sempre." - è un detto santangiolino che non si capisce bene, ma avrà il suo significato.)

Glu glu.

Giampaolo Daccò Scaglione.


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