"IL SILENZIO DI UN’ALBA LONTANA"
*L'amore di una madre oltre ogni tempo*
Anno 1947 – Una notte d'inverno sul limitare del mattino
La voce concitata di suo fratello Alessandro squarciò il silenzio della casa di paese. Vittoria si era appisolata solo da un’ora sul letto al piano di sopra, dopo avergli dato il cambio per la veglia.
Non voleva che Antonia rimanesse sola nemmeno per un istante su quel letto improvvisato in soggiorno, sistemato vicino al fuoco per proteggerla dai morsi del gelo.
Con il cuore in gola, Vittoria si gettò sulle spalle una vestaglia di lana pesante e corse giù lungo le scale di legno. I gradini scricchiolavano sotto i suoi passi frettolosi; rischiò di cadere due volte, tradita dalla fretta e da quel presentimento scuro che le artigliava il petto.
Dentro di sé, con la spietata certezza che solo una madre possiede, sapeva che il tempo era scaduto.
Al piano di sopra, la vecchia madre Marta si ridestò di colpo, chiamandola con un filo di voce tremante.
Ma Vittoria era già giù, inginocchiata accanto a quel letto di dolore. Alessandro fece per risalire i gradini per sorreggere l’anziana madre, ma a metà della rampa vide che Marta stava già scendendo, sorretta dall'altra figlia, Francesca.
«Sandrino, ti prego», gli sussurrò Francesca con gli occhi lucidi, fermandolo. «Va' di sopra a controllare le bambine. Credo che stiano dormendo e non voglio assolutamente che si sveglino adesso. Non devono sentire. Non devono vedere questo orrore, sono troppo piccole».
Alessandro annuì in silenzio.
A passo lento, per non fare rumore, raggiunse la camera dove Domenica ed Angela, di tredici e sei anni, riposavano rannicchiate sotto le coperte, ignare di tutto, sospese in un mondo di fiaba che stava per infrangersi.
L'uomo le guardò per un istante, inghiottì il pianto, poi girò sui tacchi e ridiscese per unirsi alle sorelle e alla madre.
Alessandro e Francesca vivevano già da qualche anno sotto lo stesso tetto con Vittoria e con Marta, l’amata madre rimasta vedova tempo prima; la casa era grande, spaziosa, e c'era posto per tutti.
Loro due erano gli unici fratelli rimasti non sposati, anche se l'anno successivo Alessandro sarebbe finalmente convolato a nozze con Gina, una donna molto più giovane di lui.
Marta si avvicinò al letto, lo sguardo fisso sulla figlia Vittoria che accarezzava disperatamente il volto di Antonia.
Marta sapeva cosa significasse quel silenzio: stava guardando morire sua nipote, nello stesso identico modo in cui la vita le aveva strappato quattro dei suoi nove figli.
In quel momento le sembrò di sprofondare all'indietro nel tempo, a quel maledetto 1918 in cui Monica, la sua primogenita, era stata stroncata dal morbo terribile della Spagnola, l'apocalisse che subito dopo la prima guerra mondiale aveva ucciso milioni di persone in tutto il mondo.
Marta iniziò a piangere in silenzio, stringendosi debolmente a Francesca.
La Grande Guerra le aveva portato via quella primogenita e aveva spedito al fronte tre dei suoi figli maschi; erano tornati tutti vivi, è vero, ma sia suo marito sia due di quei ragazzi erano morti anni dopo, risparmiati dal fronte solo per non vedere la seconda, immensa tragedia che avrebbe devastato l'Europa.
Vittoria, intanto, aveva premuto le mani contro le guance pallide di Antonia.
A soli sedici anni, la tubercolosi se la stava portando via un respiro alla volta. Gli occhi azzurri della ragazza erano ormai persi, fissi su un punto invisibile in un mondo lontano, enormi sopra un viso pallido come la luna.
Eppure, da quelle labbra esangui usciva ancora, debolissima, un'unica parola: «Mamma…».
Vittoria sollevò lo sguardo implorante verso le pareti della stanza. Lì erano appesi due ritratti: quello di suo marito Paolo, ucciso anche lui dalla tisi tre anni prima, e quello del piccolo Pietro, un figlio di pochi mesi perso ancora prima che nascesse Angela.
Con la mente in fiamme, Vittoria si rivolse a quell'uomo, l'unico che avesse mai amato e che avrebbe amato fino alla fine dei suoi giorni:
«Paolo, ti prego… non farti portare via anche lei. Dillo a Chi è lassù… ti scongiuro. Mi si sta spezzando il cuore».
Le lacrime le inondarono il viso e abbassò la testa, disperata.
Antonia, con un ultimo barlume di forza, sollevò una mano tremante e sfiorò la guancia della madre. Il lampadario a olio appeso al soffitto proiettava una luce spettrale, disegnando sulle pareti ombre ingigantite che sembravano spettri in attesa.
Vittoria si chinò sul letto e si strinse al petto quella bellissima figlia, tornando con la mente a tre anni prima, a quel maledetto pomeriggio d'estate in cui tutto era cominciato.
Nel 1944, subito dopo la morte del padre, Antonia aveva voluto a tutti i costi aiutare la madre. Insieme ad alcune amiche era andata a lavorare nei campi, raccogliendo grano e avena nelle grandi fattorie dei signori del paese.
Ragazzi non ce n'erano; gli uomini erano quasi tutti al fronte a combattere.
In quel caldissimo pomeriggio di luglio, i lavoranti si erano concessi un po' di riposo dopo il pranzo, sdraiandosi all'ombra di due grandi alberi poco fuori dall'abitato.
Alcuni si bagnavano le gambe nei canali d'irrigazione per trovare sollievo dall'afa. Antonia si era alzata da sola per andare a rinfrescarsi il viso a un ruscello poco distante, ma era stata raggiunta da un parente della famiglia.
L’uomo l'aveva guardata con occhi torbidi: era così bella, alta, con i lunghi capelli rossi che le danzavano nel vento, gli occhi color del cielo e quel vestito leggero che le accarezzava il corpo da adolescente.
Senza dire una parola, l'uomo le era balzato addosso tentando di baciarla sulla bocca.
Antonia aveva reagito con una forza feroce, spingendolo via con violenza. L’uomo era ruzzolato nel fango del ruscello, rialzandosi tra le bestemmie.
«Piccola streghetta, adesso ti faccio vedere io…», aveva ringhiato, ma un urlo terrificante proveniente dal campo li aveva fatti voltare di scatto.
«Gli aerei! Gli aerei da guerra! Stanno arrivando, scappate! Via, via!».
Donne, ragazze e i pochi anziani rimasti iniziarono a correre alla rinfusa verso le cascine in cerca di un riparo.
Due caccia militari, dopo aver mitragliato il centro del paese, stavano scendendo in picchiata proprio verso di loro, radendo il terreno.
Antonia venne presa per mano da due amiche, mentre un uomo correva davanti a loro incitandole a spingere sulle gambe. Le mura dei cascinali sembravano lontanissime, mentre il terrore paralizzava i cuori.
Il rombo assordante di quei mostri d’acciaio nel cielo portò con sé un vento di ghiaccio sulla loro pelle. Il primo aereo iniziò a sparare sulla folla disarmata.
Qualcuno cadde a terra ferito, altri si gettarono nei fossi protetti dagli alberi. Le tre ragazze e l'uomo avevano quasi raggiunto la salvezza di un portone quando, all'improvviso, una sventagliata di mitragliatrice centrò in pieno quel signore, squartandolo letteralmente davanti ai loro occhi.
Il sangue caldo schizzò sui vestiti delle ragazze. Una delle amiche svenne all'istante, mentre Antonia e l'altra iniziarono a urlare con tutto il fiato che avevano in gola, abbracciandosi strette contro il muro.
L’aereo virò per tornare a colpire. Fortunatamente, le braccia forti di due contadini sbucati dal nulla le afferrarono di peso, trascinandole dentro il cascinale e giù, nel buio delle cantine.
Da quel giorno maledetto, Antonia non era più stata la stessa.
Quello shock le causò una febbre altissima che non accennava a scendere; smise di mangiare, si chiuse in un silenzio impenetrabile e, in pochissimo tempo, la stessa malattia polmonare che aveva ucciso suo padre si impossessò del suo corpo indebolito.
Nel soggiorno della casa di paese, Vittoria sentì il corpo di sua figlia farsi improvvisamente leggero tra le sue braccia, abbandonandosi del tutto. Le diede un ultimo bacio sulla fronte, che era già fredda.
«Mamma…», fu l'ultimo sussurro di Antonia.
Poi, un urlo lacerante spezzò la notte, mentre una morsa d'acciaio stringeva il petto di Vittoria. La donna strinse a sé quel corpo inerme, iniziando a cullarlo lentamente, come se stesse stringendo una bambina appena nata.
Il silenzio tornò a regnare sovrano nella stanza, un silenzio così profondo che la casa parve svuotarsi di colpo di ogni oggetto, di ogni presenza.
Alessandro si alzò lentamente dalla sedia, si avvicinò a Vittoria e con delicatezza la costrinse ad alzarsi, mentre Francesca, asciugandosi le lacrime, sistemava il corpo della nipote su quel letto vicino al calore del camino.
«Alessandro, va' a chiamare il dottore e il parroco», ordinò Francesca al fratello, guardando il pendolo sulla parete che segnava le quattro del mattino. «Anche se è troppo presto, vai».
Vittoria avrebbe voluto morire in quel preciso istante, spegnersi per raggiungere il suo Paolo e la sua bambina, sentiva che la vita non aveva più alcun senso. Ma proprio in quel momento, un singhiozzo sommesso attirò lo sguardo delle tre donne verso la scala di legno.
Domenica ed Angela erano sedute sui gradini, strette l'una all'altra nell'oscurità. Osservavano la scena con i visetti completamente rigati dalle lacrime.
Vittoria si alzò di scatto e, quasi correndo, raggiunse le sue bambine. Si sedette sui gradini in mezzo a loro, tirandole a sé e stringendole in un abbraccio disperato.
«Continuerò a vivere per loro», pensò Vittoria, sentendo il calore dei loro piccoli corpi. «Dovrò farcela. In loro vedrò il riflesso di Antonia. Farò tutto ciò che è in mio potere per vederle crescere sane e non far mancare loro mai nulla. Saranno loro la mia unica forza».
Pianse insieme alle sue piccole tutte le lacrime che aveva in corpo, sopravvivendo a un dolore dilaniante che non si sarebbe placato mai più per il resto dei suoi giorni.
Ma stringendo le sue bambine, le sue uniche ragioni di vita rimaste al mondo, Vittoria ebbe la certezza che avrebbe ricominciato a lottare.
Fuori, il buio della notte nascondeva ancora le macerie della guerra appena passata.
Ma per Vittoria, in quella fredda alba del 1947, era appena iniziata la sua personale guerra da combattere e da vincere: la più dura di tutte, la battaglia per la vita.
Giampaolo Daccò Scaglione





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