lunedì 17 agosto 2026

"IL SOGNO DI FRANCESCA"


 

Nel bosco prima dell'entrata

Il sole, parzialmente nascosto tra le grandi e fitte fronde degli alberi che circondavano quei boschi lontani dalla città, mi offriva un provvidenziale riparo dal caldo torrido di quel pomeriggio assolato e leggermente afoso. Camminavo in totale solitudine, spinto dal desiderio profondo di assaporare ogni istante di quella passeggiata solitaria, immerso in un verde denso che appariva quasi incantato.

Da qualche minuto, una farfalla bianca non faceva che rotearmi ostinatamente attorno. Osservandola, la mente era volata a una suggestiva e antica leggenda azteca che avevo letto tempo prima: si raccontava che quando una farfalla ti gira intorno, un'anima che ha abbandonato il mondo terreno e vive ormai in un'altra dimensione stia tornando a salutarti sotto forma di quel bellissimo insetto. 

È una carezza invisibile, un modo per farti capire che quella persona ti è ancora accanto. Se la farfalla è bianca, l'anima appartiene a una donna; se è colorata, a un uomo. In alternativa, si diceva che quell'alleanza d'ali venisse ad annunciarti che una persona a cui sei profondamente legato stava abbandonando la terra in quel preciso istante, per fare ritorno in un mondo fatto solo di bellezza e assoluta serenità.



Sorrisi tra me, guardando la farfalla svanire tra le foglie di alcuni cespugli in fiore poco lontani. Un leprotto scivolò via veloce alla mia destra, probabilmente spaventato dal rumore dei miei passi. Poco più avanti, mentre il sentiero si faceva sempre più ombreggiato e fresco, sentii il mormorio di un piccolo rio che scorreva poco distante, finché non lo raggiunsi.

In quel punto si apriva una piccola radura costeggiata da una roggia dall'acqua limpidissima. Poco più in là, i grandi tronchi di alcune piante monumentali sembravano un invito esplicito a sedersi sotto la protezione dei loro rami spioventi, come se potessero farti da scudo contro le insidie del mondo. Istintivamente mi diressi in quella direzione. 

Con un salto superai il piccolo corso d'acqua e mi avvicinai all'albero più maestoso. Stesi un fazzoletto sul terreno e mi sedetti, appoggiando stabilmente la schiena contro quella grande corteccia bruna.

Da quella posizione osservavo il microcosmo attorno a me: lo spiazzo era completamente ricoperto da un tappeto di piccoli fiori gialli e azzurri. Un vento caldo e leggerissimo muoveva le fronde sopra la mia testa, cullandole dolcemente. 

Il suono ipnotico del fiumiciattolo e il frinire incessante delle cicale mi regalarono un relax talmente profondo che chiusi gli occhi per un solo istante. Ma la stanchezza accumulata, il calore del pomeriggio e quella totale sensazione di benessere ebbero il sopravvento: mi addormentai profondamente. Tutto ciò che mi circondava svanì in un incanto, inghiottito da un buio assoluto e pacifico."



All'improvviso, una voce cristallina e familiare spezzò la tenebra del sonno: «Paolo… Paolino, sei qui davvero allora…».

Aprii gli occhi di scatto. 

Il volto di Francesca, straordinariamente sereno e dolce, era chino su di me. I suoi occhi verdi e brillanti mi fissavano con un’espressione divertita, identica a quella di un tempo. 

Rimasi impietrito dal colpo, sopraffatto dallo stupore nel vedermela davanti.

«Ma… Francesca! Cosa ci fai tu qui?», le chiesi, scrutandola meglio nel tentativo di capire.

I suoi capelli lunghi e scuri, accesi da caldi riflessi ramati, si muovevano leggeri a quella stessa brezza estiva. 

Indossava un abito bianco candido, con pantaloni e una maglia di lino che emanavano un bagliore quasi argenteo. 

Mi rispose con dolcezza, senza però stringermi la mano: «Seguimi, Paolo. Ti devo far vedere una cosa».

Come se si trattasse della cosa più naturale del mondo, mi alzai e iniziai a seguirla. La guardavo camminare da dietro: non aveva perso un briciolo di quella andatura sinuosa ed elegante che l'aveva sempre contraddistinta in vita. 

A un tratto si voltò di scatto verso di me, regalandomi un sorriso radioso: «Vieni, adesso siediti qui con me, su questo tappeto».

Sinceramente, guardando il terreno, io quel tappeto non lo vedevo affatto; eppure, non appena mossi i piedi, ne percepii chiaramente la consistenza morbida sotto le suole. 

Lei si sedette davanti, io mi posizionai subito dietro di lei. All'improvviso, quella superficie invisibile si mosse, sollevandosi lentamente sopra il prato, sopra il fiumiciattolo, sopra le cime degli alberi e dei cespugli fioriti. 

Nel giro di pochi istanti ci ritrovammo sospesi a una quota altissima, con un cielo di un azzurro purissimo sopra le nostre teste e un sole che, per quanto fosse forte e radioso, stranamente non mi accecava affatto gli occhi.

«Ma cosa sta succedendo…?», cercai di chiederle con un filo di voce, mentre sotto di noi, oltre il confine del bosco, si stendeva un panorama surreale. 

Era una distesa infinita di chiese cattoliche, templi indiani, moschee, sinagoghe ed edifici religiosi di ogni fede possibile, tutti completamente avvolti da fitte piante di edera rampicante. 

Quelle piante sembravano quasi soffocarli, attorcigliate attorno ai marmi e alle cupole come spire di enormi serpenti verdi.



«Vedi, Paolino?», disse Francesca, mentre volavamo veloci sopra quelle monumentali costruzioni sacre e un vento fresco ci scompigliava i vestiti e i capelli. 

«Queste sono le strutture che avete edificato voi, nel vostro mondo. Cose che là dove vivo io adesso non sono mai esistite, non ci sono mai state… È tutto completamente diverso. Da voi esistono unicamente perché sono state create dall'ingegno e dalla paura degli esseri umani, ma non servono a nulla si non c'è nient'altro dentro il cuore. Mi spiego meglio, Paolo: non servono affatto per quello di cui si avrà reale bisogno un domani, quando verrete anche voi da questa parte…».

Sapevo che, pur dandomi le spalle, lei era in grado di vedere perfettamente ogni mia minima espressione. Sentivo che percepiva nitidamente il brivido di freddo e la forte tensione che mi avevano attraversato la schiena a quelle parole. Il mio volto era una maschera di totale attonimento.

Francesca avvertì il mio turbamento e, sorridendo, riprese a parlare cambiando bruscamente discorso per rassicurarmi: «Ora guarda lì, alla tua destra».

Voltai la testa nella direzione indicata e rimasi senza fiato. 

Sotto di noi si stendeva una città immensa, completamente immersa e avvolta da una luce rosa e dorata. C'erano edifici monumentali dalle forme mai viste prima, divisi in due ali perfette da una scalinata mastodontica che scendeva verso il centro, dove si apriva una piazza di proporzioni gigantesche. 

Quella metropoli era visibile, eppure appariva lontanissima, quasi eterea e inconsistente, nascosta dietro una sottile cortina di nebbiolina argentea. Sorgeva adagiata sul fondo di una valle profonda, protetta e racchiusa da due maestosi versanti di montagne completamente ricoperti di abeti verdi.

Fu in quel preciso momento che iniziai a rendermi conto, con assoluta certezza, di non trovarmi più nella realtà. Un secondo brivido, stavolta più profondo, mi corse lungo la schiena.

«Non aver paura, Paolino, ci sono io qui con te», sussurrò Francesca, indovinando i miei pensieri senza bisogno che pronunciassi una sola parola. 

«Ora ti farò vedere un’altra cosa. Ma lì, in quel luogo, dovrai guardare usando soltanto il tuo cuore e la tua anima per riuscire a capire… Guarda là sotto, sotto di noi».



Il tappeto – che io continuavo a non vedere, pur sentendone la consistenza – compì una virata fluida, inclinandosi leggermente nel cielo azzurro. 

Sotto di noi si stendeva uno scenario mozzafiato: un grande lago dalle acque di un verde smeraldo profondo, al cui centro sorgeva un'isola interamente ricoperta di fiori dai mille colori. 

Su quell'isola poggiava un tempio di cristallo luminoso, la cui struttura era formata da piccoli esagoni perfetti che riflettevano la luce solare come un diamante. 

Dall’ingresso di quella cattedrale trasparente partiva una strada bianchissima che, attraversando l’acqua come un ponte sospeso, finiva sulla riva opposta, proprio davanti a noi. 

Lì si congiungeva a un altro tempio, dall'architettura strana: aveva la forma di un massiccio lingotto circondato da colonne imperiose, sormontato da una guglia a forma di fiamma a spirale che si stagliava verso l'alto. 

Entrambe le strutture, sulla riva, erano fatte di oro puro, splendente e incorruttibile.

«Li vedi, Paolo?», mi chiese Francesca, la voce tesa in un’attesa vibrante. «Li vedi tutti e due, o riesci a vedere come i due siano in realtà uniti in uno solo?».

«Cosa?», risposi, scuotendo la testa, sopraffatto da quella geometria mistica. «Cosa dovrei capire, Francesca?».

«Guarda meglio… cosa vedi davvero?».

«Vedo due strutture distinte», replicai, sforzando gli occhi. 

«Una è di cristallo, sull’isola in mezzo al lago. L’altra è d’oro, sul prato. Sono unite tramite quella strada bianca… Ma cosa sono? Cosa rappresentano?».

Seguì un lungo silenzio, denso e sospeso. Francesca si voltò lentamente su se stessa, sedendosi di fronte a me, e mi fissò dritto negli occhi con un’intensità infinita.

«Vedi, Paolo? Quelle due strutture sono fuse insieme, ma tu continui a vederle separate. Non hai capito ancora, fratello mio…».

Sentii una sottile e gelida paura iniziare a insinuarsi dentro di me, ramificandosi sotto la pelle. 

Ero sicuro di essere lì, ero sveglio nel mio sonno: sentivo l'aria fresca del volo accarezzarmi il viso, vedevo nitidamente quel paesaggio straordinario scorrere sotto i miei piedi, eppure… 

Alzai gli occhi verso il cielo azzurro, sopra le montagne e i boschi di abeti che incorniciavano la valle. Erano reali. Ma io, esattamente, in quale angolo dell'universo mi trovavo in quel momento?

«Non aver paura finché sei con me», mi rassicurò Francesca, leggendo il terrore nei miei occhi azzurri. 

«Ma ho capito che non sei ancora pronto. Vedi i due templi separati, ma ti assicuro che loro sono una cosa sola, e non è certo la strada bianca a tenerli uniti…».

«Ho paura, Francesca», ammisi con un filo di voce, sentendo il cuore battere all'impazzata. «Vorrei tornare indietro. Ti prego, riportami indietro».

In quel momento mi resi conto con assoluta lucidità che c’era qualcosa di profondamente estraneo, di non reale e di immenso in quello che stavo vivendo.

«Come vuoi, fratello mio», rispose lei, regalandomi un sorriso intriso di una dolcezza malinconica. 

«Ti riporto alla tua radura. Ma per tornarci, Paolo, dovrai prima scavalcare quel muretto bianco. Io non possiedo la chiave del cancelletto per farti passare».




In un battito di ciglia ci lasciammo alle spalle le montagne, la foresta di abeti, i templi d'oro e di cristallo e quella immensa città rosa e dorata. Il tappeto invisibile iniziò a perdere quota, planando dolcemente fino a posarsi sopra il muretto che Francesca mi aveva indicato.

Era un muretto bianco, lunghissimo, che tagliava il panorama in due; guardando a destra e a sinistra, non se ne vedeva né l'inizio né la fine, come se dividesse due eternità. Proprio in mezzo alla pietra, sorgeva un cancelletto di ferro battuto, tenuto strettamente chiuso da una pesante catena d’oro lucente.

Ci ritrovammo seduti a cavalcioni su quel muretto. Volgendo lo sguardo verso l'orizzonte, da lontano, riuscii a scorgere la sagoma di Milano e la distesa grigia della pianura padana. 

Mi girai verso Francesca, tesi le braccia nel disperato tentativo di stringerla a me, di sentire il suo calore, ma lei si scostò d'istinto, continuando a sorridermi con gli occhi lucidi. 

Nella mente mi risuonò il suo pensiero limpido, come se viaggiasse nell'aria: «Non mi è permesso, Paolo. Vai ora».

Spiccai un salto giù dal muretto, atterrando dal lato della pianura. 

Non appena avvertii la terraferma sotto le suole dei piedi, sentii la tensione allentarsi e una parvenza di calma ritornare nel petto. 

Francesca, rimasta dall'altro lato della pietra, mi mandò un bacio con la punta delle dita. 

Io aprii le mani verso di lei, implorandola: «Salta giù anche tu, ti prego! Torna indietro con me, vieni a casa!».

Il suo viso divenne improvvisamente serio, solenne, anche se i suoi occhi verdi continuarono a brillare di una luce meravigliosa, ultraterrena.

«Sai che non posso farlo, Paolo», rispose con una voce che sembrava un soffio di vento. 

«Non potrò mai più farlo. Vai adesso, ti voglio un bene immenso. Ma ci vedremo ancora in un posto come questo… Quando mi sarà concesso il permesso, ti raggiungerò di nuovo. Te lo prometto».

«Ma io…», cercai di obiettare, muovendo un passo verso il ferro del cancello.

Lei sollevò una mano per salutarmi, si voltò di spalle e scomparve in un attimo dietro il candore del muro. Sulle mie labbra rimase sospeso soltanto un urlo muto: «Francesca…».

Una luce accecante e improvvisa mi costrinse ad aprire gli occhi. Il sole stava tramontando dietro la linea dei boscaglie, e un raggio dorato, filtrato tra i rami spioventi della grande pianta, mi stava colpendo in pieno il viso.

Un sogno. Era stato solo un sogno, o forse qualcosa di profondamente diverso? Mi passai una mano sulla faccia, intontito: sentivo ancora sulla pelle la frescura di quel vento celestiale che mi aveva scompigliato i capelli mentre "ero sul tappeto" in volo con lei. 

Mi alzai in piedi, confuso, smarrito, ma con la certezza incrollabile che quel viaggio onirico fosse stato un contatto reale, una finestra aperta su un'altra dimensione.

Iniziai a incamminami lentamente sulla via del ritorno verso casa. Dopo pochi passi, spinto da un impulso incontrollabile, mi girai di scatto su me stesso. Dietro di me, sopra l'erba della radura, una farfalla bianca volava in modo bizzarro, quasi allegro, disegnando cerchi perfetti nell'aria della sera.

Pensai a quei due templi gemelli, a ciò che Francesca desiderava che io capissi e che la mia mente umana non riusciva ancora a vedere. 

È passato del tempo da quel pomeriggio d'estate, e ancora oggi, ogni volta che ripenso a quel bosco, cerco di decifrare il significato profondo di quelle due costruzioni che io vedevo distaccate, mentre per lei erano una cosa sola: il cristallo e l'oro. 

La trasparenza dell'anima e la perfezione del cuore.

So che ci sarà ancora tempo per scoprirlo. E nel frattempo, rimango qui in attesa, aspettando che lei trovi di nuovo il permesso di venirmi a trovare, per farmi sognare e continuare a sperare.

Giampaolo Daccò Scaglione










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