sabato 8 agosto 2026

«NON IMMAGINAVO CHE TU FOSSI QUI»


Notte d’estate in una qualsiasi grande città europea

Il terrazzo di quel bel palazzo, situato nella zona più elegante della città, era un'esplosione di profumi e fiori curati nei minimi dettagli. Al mattino, un grazioso tavolino in ferro battuto fungeva da perfetto punto d'appoggio per la colazione; la sera, si trasformava spesso nella cornice ideale per una cena intima a due o a quattro, immersa nelle luci calde e soffuse del tramonto.

In quell'angolo sospeso non faceva mai troppo caldo: il sole faceva capolino tra le piante solo dopo l’ora della colazione, sparendo rapidamente alla vista per poi tornare a baciare i muri dalla parte opposta soltanto a fine giornata, quando stava ormai calando all'orizzonte. 

Era come vivere in un piccolo angolo di paradiso protetto, dove nessuno poteva entrare con lo sguardo indiscreto dal basso. Da lassù, ci si poteva solo limitare a salutare cordialmente il vicino di casa del balcone a sinistra o, al calare del buio, a rivolgere gli occhi alle stelle. Insieme alla Luna, gli astri sembravano formare una coperta luminosa e rassicurante, sotto la quale era facile confidare ad alta voce tutto ciò che si custodiva nel profondo del cuore.

La proprietaria dell'appartamento era una giovane donna di trent’anni di una bellezza mozzafiato. Angelica si muoveva con una discrezione rara, dotata di un'eleganza innata nei movimenti e nel portamento; indossava abiti quasi sempre perfetti, portati senza la minima fatica, senza pose plastiche o studiati artifici. 

Aveva lunghi capelli di un biondo naturale e splendidi occhi verdi che brillavano di luce propria quando sorrideva. Se avesse pianto, quelle pupille si sarebbero trasformate all'istante in due gocce di smeraldo lucenti. La sua voce delicata, posata su labbra morbide e carnose, le donava una sensualità sussurrata, mai volgare e mai vistosamente esagerata. 

Al suo passaggio per strada non giravano la testa solo gli uomini, ma anche le donne; e in quel secondo caso non si trattava quasi mai di invidia, bensì di autentica ammirazione e stupore. Lei, con un sorriso accennato o un lieve cenno del capo, sembrava salutare tutti, muovendosi in perfetta armonia con il mondo.

Eppure, nonostante tutto, Angelica era sola.



Non perché avesse gusti eccessivamente difficili o pretese impossibili, e nemmeno perché preferisse la "libertà" assoluta a una relazione stabile. Era sola semplicemente perché era distratta, era una sognatrice nata. Passava volentieri le sue serate in compagnia delle amiche più care, ma non la si vedeva mai frequentare le discoteche o i pub troppo affollati e rumorosi. Quando era a casa leggeva molto, ascoltava musica di ottimo livello e si rilassava davanti alla TV.

Certo, aveva avuto le sue brave esperienze sentimentali nella vita: un paio di fidanzatini storici tra i quattordici e i diciassette anni, le classiche storie dell'adolescenza. Poi, durante gli anni dell’università, era arrivata una relazione importante con uno studente di medicina coetaneo; un rapporto che però si era rivelato un binario morto, poiché il ragazzo era troppo legato alla famiglia d'origine, troppo influenzabile dalla figura materna. 

A ventitré anni, subito dopo il conseguimento della laurea, Angelica aveva vissuto per quasi quattro anni una stupenda e travolgente storia d’amore con Roberto, un giornalista della Rai. Erano arrivati al punto di parlare seriamente di matrimonio e di progetti futuri, ma, come a volte purtroppo accade nei modi più imprevedibili, la realtà aveva infranto il sogno. 

Angelica aveva scoperto che un’altra donna era rimasta incinta di Roberto. Due bellissime donne sul piatto della bilancia, ma solo una di loro avrebbe presto provato la gioia di diventare madre al posto suo. Al posto di Angelica.

Ecco perché quella sera, sotto un tappeto di stelle luminose, tra i profumi intensi dei suoi fiori e una musica soffusa proveniente dal salotto, Angelica si era seduta sulla poltrona di quel terrazzo incredibile. Aveva appena bevuto il suo caffè e il suo volto appariva un po’ pensieroso, lo sguardo rivolto verso l’interno della casa.

Sapeva perfettamente che nelle settimane scorse era arrivato qualcuno di speciale nella sua vita. Sentiva che poteva, forse, iniziare una pagina del tutto nuova, ne era intimamente sicura. Solo che quella sera si sentiva particolarmente distratta, avvolta dai pensieri, mentre continuava a fissare un punto imprecisato nel soggiorno.

Le sembrava che qualcosa nell'arredamento non quadrasse, un dettaglio impercettibile che rompeva la simmetria di tutte le sere. Con la fantasia, le tornò alla mente una sensazione di protezione che provava fin da quando era bambina: l'idea che su di lei vegliasse costantemente una fata buona, un angelo custode senza ali, un’altra lei completamente opposta nei colori dei capelli ma identica nella dolcezza dello sguardo.


«NON IMMAGINAVO CHE TU FOSSI QUI»

"Non tutto ciò che sembra vivo lo è davvero. 

E non tutto ciò che sembra finito… finisce."



«Che strano… sembra quasi che mi sfugga qualcosa già da ieri sera… O forse no, da questa mattina», pensa Angelica tra sé, mentre continua a osservare il suo salotto illuminato da una calda luce dorata. La raccolta di canzoni del triplo CD con la voce calda e particolare di Ornella Vanoni risuona come sottofondo, diffondendosi fin sul terrazzo su cui lei si è accomodata da qualche minuto.

Eppure, osservando bene la disposizione delle poltrone, il profilo del divano, il mobile con la TV palmare e tutto il resto, gli oggetti appaiono fermi davanti ai suoi occhi, esattamente dove dovrebbero essere. Eppure, la sensazione che qualcosa non sia al posto giusto persiste nell'aria. 

O forse si tratta solo di una bizzarra impressione legata al fatto di aver conosciuto Alberto, appena un paio di settimane fa. Alberto era l'ultimo acquisto della redazione di un noto mensile di moda in cui Angelica lavorava stabilmente fin dai tempi della laurea.

«Alberto quando era stato qui a cena? Ah, sì, l’altra sera, insieme a Francesca e Damiano… Che abbia per caso dimenticato qualcosa su qualche divano? Impossibile, me ne sarei accorta subito pulendo… Non so perché, ma ho questa strana e persistente sensazione di non aver fatto caso a un dettaglio fondamentale. Mmm… troppi pensieri affollano la mia mente in questi giorni».

L’immagine mentale della sua "fata", della sua "protezione invisibile", le rimanda la sensazione di essere osservata e coperta d’amore fin lassù, tra le stelle. E nonostante si dia continuamente della stupida sognatrice, Angelica finge volentieri di crederci per sentirsi meno sola.

«Forse dovrei alzarmi e controllare meglio in casa se manchi davvero qualcosa, o se qualche mio ospite abbia lasciato un oggetto personale finito, magari, incastrato tra i cuscini del divano».

Tuttavia, non ha la minima voglia di muoversi da quella posizione così comoda. E poi quelle stelle e le luci soffuse della città bassa sono troppo belle per poter rientrare e mettersi a fare la parte dell’investigatrice privata. Così decise di ripercorrere mentalmente non tanto gli eventi degli ultimi giorni, ma l'esatta sequenza della giornata di oggi.

Era sicura che l’inghippo, la stranezza che la faceva stare così pensierosa e dubbiosa, si trovasse nascosta in qualche piega delle ore passate

«Dunque, ricapitoliamo con ordine. La sveglia è suonata all’ora giusta stamattina, ma come al mio solito l’ho solo messa in stand-by per cinque minuti, tanto per avere il tempo di sgranchirmi un po’ e coccolarmi sotto le coperte con il cuscino abbracciato sul petto. Ok, ci siamo. 

Alle sette e trenta ho fatto una doccia tiepida per svegliarmi, dato che faceva già un po’ caldo, poi mi sono truccata, ho messo il deodorante, un velo di profumo, la vestaglia di seta e mi sono diretta in cucina a preparare la mia solita colazione. Ah, ecco! Proprio mentre stavo finendo di bere il mio caffellatte, è arrivata quella telefonata sul telefono di casa».

Rivede la scena come in un film:

«Pronto?»

«Ciao, mio splendido angelo biondo! Sei già pronta per venire qui in redazione?», era la voce di Alberto. Nelle ultime due settimane, quasi ogni giorno, l'uomo trovava il modo di darle quel dolce e premuroso buongiorno del mattino che la faceva stare subito bene con se stessa.

«Diciamo che sto per finire l’ultimo sorso di colazione… Tra dieci minuti sarò ufficialmente pronta per uscire, ma…»

«Ma io ti immagino già adesso, bellissima, avvolta nella tua vestaglia di seta, con gli occhi verdi rivolti verso l'alto mentre pensi: Ecco, ha già incominciato a rompere le scatole fin dal mattino presto questo qui! »

La risata di Angelica era stata cristallina, spontanea e divertita, e lui aveva sorriso di rimando dall’altro capo del filo, felice di aver fatto centro.

«Sciocco che non sei altro! Non avevo affatto alzato gli occhi al cielo, ho solo fatto un gesto spazientito con le mani come per dire uff… ahaha!».

Quella risata mattutina le aveva messo addosso un'allegria contagiosa per tutto il resto del giorno.

«Bellissimo angelo biondo, ti aspetto tra un’ora qui in redazione. Ciao».

«Ciao!», aveva risposto lei, con il sorriso ancora stampato sulle labbra morbide.



«No, ero felice questa mattina», riflette Angelica tra sé, stringendosi nelle spalle. 

«Alberto non c’entra, o forse sì, in qualche modo... ma devo assolutamente andare avanti con la mente per capire cosa sia successo di strano. Mi sono vestita con cura, indossando questo abito di Chanel, i tacchi alti e tutti gli accessori perfettamente in tinta. Certo, lo confesso, mi piace essere in armonia con me stessa e sentirmi bella. Un po’ vanitosa, forse, ma mai superba. Vero, fatina mia?».

Il volto di quell'essere etereo, così vividamente scolpito nella sua mente fin da quando era bambina, sembrava approvare quelle parole, rispondendole con un sorriso silenzioso e rassicurante.

«Sono scesa in strada e ho preso regolarmente la metropolitana fino alla fermata di Piazzale Augusto», continua a ricapitolare, riavvolgendo il nastro delle ore passate. 

«Sono risalita in superficie e non c’era stato nessun tipo di problema: nessuno scippo, nessun borseggio, non ho perso la borsa, il portafoglio o i biglietti... eppure, sento che c'è qualcosa».

L’improvviso suono di un clacson proveniente dalla strada sottostante interruppe bruscamente il filo dei suoi pensieri, e nuovamente Angelica si voltò verso l'interno, spingendo lo sguardo nel salotto illuminato.



«Prima di entrare in redazione mi sono fermata all’edicola per comprare i due quotidiani, sentendo anche il paio di fischi d'ammirazione di qualche ragazzotto che passava in bicicletta. Alla fine, attraversando la strada sulle strisce pedonali, ero arrivata davanti al portone del palazzo della mia redazione. Sono salita in ascensore insieme a quella famosa giornalista dal sorriso sempre troppo tirato e finto; c’era anche il dottor Galimberti dell’ufficio contabilità. Arrivata al mio piano, sono andata diretta verso il mio ufficio. Sulla scrivania, un bellissimo vaso di gardenie fresche sfoggiava la sua eleganza proprio tra il computer, le riviste di moda, il portapenne e l’agenda. Poi, Alberto era entrato all’improvviso nella stanza, tanto che per la sorpresa quasi trasalii».

I ricordi della mattina si materializzano nitidi nella sua mente, con le parole esatte che si erano scambiati:

«Buongiorno, dolcezza», le aveva detto lui avvicinandosi, prima di prenderle delicatamente la mano e stamparle un bacio leggero sulla guancia. «Questi magnifici fiori sono un piccolo omaggio per l’angelo biondo più bello che io conosca».

«Grazie, Alberto... sei davvero troppo gentile», aveva risposto lei, sentendosi lusingata.

«Ed estremamente innamorato», aveva aggiunto lui, facendola arrossire leggermente.

Subito dopo Alberto le aveva dato un bacio veloce sulla fronte e Angelica, d'istinto, aveva ricambiato il gesto affettuoso mettendo un braccio intorno alla vita dell’uomo.

«Pranziamo insieme oggi, ti va?», le aveva domandato lei speranzosa.

«Cara...», aveva risposto lui, con gli occhi che si erano fatti improvvisamente un po’ tristi, «oggi purtroppo non posso proprio. Anzi, tra neanche mezz’ora mi spediscono d'urgenza a Viterbo per un’intervista importante e sarò di ritorno a Milano solo verso le diciassette, quando tu sarai probabilmente già uscita dall'ufficio».

«Oh, che peccato, Alberto, mi dispiace davvero».

«Però, se ti va, posso passare questa sera direttamente a casa tua. Magari andiamo a mangiare qualcosa in quel ristorantino delizioso che c'è proprio sotto casa tua; si mangia divinamente ed è un piccolo gioiello... esattamente come te».

«Adulatore... Va bene, allora fammi sapere con un messaggio quando arrivi nei paraggi».

«Sarà fatto, Angelica. Un bacio e a dopo!», e con un sorriso era già scomparso frettolosamente lungo il corridoio della redazione.


«Dunque, non è nemmeno questo il motivo per cui sento che qualcosa in casa non quadra», riflette Angelica, stringendo le dita attorno alla tazza. 

«Alberto poi è un uomo così gentile, carino, incredibilmente protettivo... No, non può essere questo il problema. E poi, cos'altro avevo fatto oggi pomeriggio?».

In lontananza risuonò il fischio di una sirena, mentre poco più in là si avvertì il rumore sordo di una persiana che si chiudeva. Lei rimase lì, immobile tra i profumi dei suoi fiori sul terrazzo, continuando a parlare a se stessa a bassa voce.

«Dunque, cerchiamo di ricordare bene. Alle dieci in punto avevo bevuto un caffè nell'ufficio principale, mentre discutevo animatamente con la direttrice e la capo redattrice su quali contenuti inserire nella parte centrale del numero della rivista di agosto. Alla fine, dopo una buona mezz’ora di riunione, era stato deciso di inserire un inserto speciale dedicato interamente alla cucina vietnamita, pensato per chi viaggia. 

Una scelta un po' banale, a dire il vero. Subito dopo sono sicura di aver letto alcuni articoli dei due quotidiani e di aver preso nota di qualche notizia interessante da inserire in un paio di pezzi che scriverò per la nuova testata; nel frattempo avevo anche telefonato a Filippo, il grafico, per sollecitare le immagini da inserire nell'impaginato.

Poi ho pranzato in allegria con Manuela, Corinne, Didier e Laura, la famosa attrice di fiction che era venuta a trovarci in redazione per un’intervista esclusiva. È stato davvero un bel momento da ricordare, sereno, quindi non è certamente questo ciò che mi dà pensiero stasera e mi mette ansia. 

Alle tredici e quaranta ho firmato alcuni documenti importanti sulla mia scrivania; subito dopo è venuto da me il segretario della direttrice per informarmi ufficialmente che la settimana prossima mi manderanno in trasferta a Napoli per tre giorni, per seguire un grande evento di moda insieme a Charles, il fotografo.

Poi un altro caffè. E infine la telefonata pomeridiana di Alberto, che mi aveva promesso che sarebbe stato a casa mia verso le diciannove per la cena, ma mi aveva anche avvertito che alle ventidue in punto sarebbe dovuto tassativamente rientrare a casa sua: stava arrivando suo figlio da Londra con l’aereo delle ventuno, spedito dalla sua ex moglie per trascorrere una settimana di vacanza con il padre... Va bene, dopotutto è giusto così».



Angelica abbassò lo sguardo per guardare il quadrante dell'orologio da polso: mezzanotte in punto. Alberto a quell'ora sarà sicuramente già arrivato in aeroporto a Malpensa per prendere il figlio e tornare a casa; al massimo si sarebbero rivisti l'indomani nel pomeriggio.

«No, non è stato l'orario di Alberto quello che mi sta disturbando e mi tormenta ora. Vediamo... poi alle diciassette in punto sono uscita dalla redazione insieme ad altre colleghe, abbiamo bevuto un leggero aperitivo al bar all'angolo e, come sempre dopo il lavoro, sono rientrata a casa. Erano le diciotto e trenta spaccate, avevo solo trenta minuti esatti per prepararmi e cambiarmi d'abito ma, non appena ho varcato la soglia d'ingresso, il campanello del citofono ha squillato all'improvviso».

La voce di Alberto era risuonata gracchiante attraverso l'apparecchio:

«Angelica, sono io, Alberto! Scusami tanto, sono arrivato con un po' di anticipo rispetto a quanto ci eravamo detti».

«Sali pure, Alberto, ti apro!» .

«Era entrato in casa con il suo solito sorriso radioso», ricorda Angelica, visualizzando la scena nel salotto. 

«Mi aveva baciato profondamente sulla bocca e mi aveva stretta forte a lui. Io, a dire il vero, in quel momento non mi sentivo del tutto a posto: indossavo ancora il vestito pesante di stamattina e non avevo avuto nemmeno il tempo di farmi una doccia veloce per rinfrescarmi. Del resto, però, anche lui era conciato nello stesso identico modo di stamane... 

L’amore vero non guarda mica queste piccolezze. E visto il suo grande entusiasmo all'idea di cenare sotto casa con me, non dissi nulla; senza nemmeno rifarmi il trucco o darmi un velo di cipria, siamo scesi ridendo come due bambini».

Angelica sorride dolcemente al ricordo. Gli occhi verdi le brillano nella penombra del terrazzo e si sente improvvisamente più leggera. Ancora dieci minuti di aria fresca e poi sarebbe andata finalmente a dormire. Mezzanotte era ormai passata da un pezzo, e la sua immaginaria fatina protettrice era ancora lassù, immobile tra i suoi pensieri e le stelle della notte.



«Non ho mai mangiato così bene come questa sera», mormora tra sé, ripensando ai tavoli del locale. 

«E non era soltanto per la presenza bellissima di Alberto, ma era proprio l'intera situazione a essere perfetta. Lui è stato gentilissimo, bello, estremamente educato, e io sorridevo sinceramente a ogni sua battuta di spirito. Il proprietario del ristorante e suo figlio sono stati come sempre deliziosi con noi, applicandoci persino il solito sconto finale sul conto. 

Ricordo perfettamente che io e Alberto ci siamo lasciati sotto il portone di casa con un bacio appassionato, e poi lui è ripartito a bordo della sua auto, non prima di avermi augurato la buonanotte dal finestrino e avermi mandato un ultimo bacio con la punta delle dita. 

È l’uomo giusto per me, lo sento fin dentro lo stomaco... 

È lui. 

Non ha mai forzato le tappe per farmi finire a letto con lui a tutti i costi; è sempre delicato nello stringermi e nel baciarmi, ma sento chiaramente dentro di lui la fiamma della passione. Sono assolutamente sicura che il mio futuro sia accanto a lui. Ora vado a dormire, anche se stranamente mi sento rilassata e leggera come non mai».



Si è alzata dalla poltrona del terrazzo con un movimento aggraziato, rivolgendo un ultimo sguardo alle stelle prima di rientrare nel salotto. 

Ma non appena ebbe varcato la soglia d'ingresso, una voce improvvisa squarciò il silenzio della stanza; un suono che, sul momento, la spaventò a morte. 

Forse era proprio quello il motivo profondo che da ore la faceva restare così inquieta, dubbiosa e tormentata: qualcuno si era introdotto di nascosto all'interno della casa. Ma chi poteva mai essere?

«Tesoro, entra piano... perché ti assicuro che non sarà affatto facile per te vedere e accettare ciò che tra pochi istanti sarà sotto i tuoi occhi».

«Chi sei? Dove ti nascondi?», gridò allarmata Angelica, allungando freneticamente le mani sul mobile per cercare il cellulare appoggiato da qualche parte, pronta a chiamare aiuto.

«Sono sempre stata qui, vicinissima a te, Angelica».

«Ma chi parla? È uno scherzo di cattivo gusto? Vi avverto che chiamo la polizia!»

«No, tesoro mio, non lo è affatto... Non aver paura. Quei timori infondati che senti dentro, questo continuo ripasso mentale di ogni singolo istante della tua giornata... è un comportamento del tutto comune nelle persone che si trovano ad affrontare una sera come questa».

«Una sera… come questa? Ma che cosa vai dicendo! Chi sei, insomma? Mostrati!»

«Davvero non riesci a riconoscere la mia voce? Eppure la senti sussurrare dentro di te da tantissimi anni».

Angelica sente il sangue gelarsi nelle vene: «Non... non è possibile, mio Dio, sto impazzendo. Tutto questo non è reale, sto sognando... non puoi essere tu!»

«Sì, cara, invece sono proprio io. Sono la tua fatina».

Angelica aprì la bocca, sul punto di mettersi a urlare con tutto il fiato che aveva in gola, quando i suoi occhi verdi caddero sulla poltrona principale disposta di fronte alla TV. 

Lì, davanti a lei, vide se stessa. Era seduta in una posizione scomposta, bizzarra, che in qualunque altra situazione le avrebbe fatto scoppiare una fragorosa risata, se non si fosse trattato di una scena reale.

«Dio mio… ma che cosa sta succedendo? Io non capisco… cosa mi sta accadendo? »

All’improvviso, accanto a quel corpo immobile, appare la figura luminosa della sua "fatina". 

La creatura eterea allunga una mano che attraversò fluidamente il corpo spirituale di Angelica; quell’essere di pura luce, così incredibilmente uguale a lei nelle sembianze seppur caratterizzato da colori diametralmente opposti, le prende la mano. 

Angelica si accorge con stupore di poter sentire la consistenza di quella stretta ultraterrena. Nel frattempo, con l'altra mano libera, cerca disperatamente di toccare l’Angelica rimasta seduta sulla poltrona, mentre la TV di fronte resta accesa ma completamente priva di volume, e il terzo CD di Ornella Vanoni aveva ormai smesso di girare nel lettore.

Le dita di Angelica attraversarono lo spazio vuoto sopra la donna sulla poltrona . D’improvviso, le lacrime iniziarono a scorrere copiose sul suo viso, e l’altra la stringeva forte a sé, avvolgendola in un caldo abbraccio.

«Quando eri risalita in casa dopo che Alberto era andato via, hai acceso la televisione», le spiega dolcemente la fata, la voce che sembra un canto. «Subito dopo ti era venuto un forte, improvviso capogiro; allora avevi abbassato completamente il volume dell'apparecchio e ti eri diretta in cucina. Hai aperto il cassetto dei medicinali e hai preso una pastiglia per calmare il malessere, poi sei tornata in salotto, ma la testa continuava a girarti violentemente. Avevi pensato intensamente a me, alla tua protezione, e io sono arrivata al tuo fianco. Ma quando hai acceso il compact disk ed è partita la prima canzone... il tuo cuore si è fermato di colpo».

«Il mio cuore... si è fermato?», ripe Angelica, sbalordita, gli occhi sgranati. Strano a dirsi, in quel preciso istante non prova più alcun tipo di dolore fisico, i giramenti di testa sono completamente spariti e anche le lacrime sono svanite dal volto. 

Le sembra quasi assurdo osservare la propria figura immobile lì, su quella bella poltrona del suo salotto. Quasi le viene da ridere per l'assurdità della situazione, poi si volta a guardare quella presenza luminosa al suo fianco.

«Ti sei addormentata per sempre nel mondo terreno, Angelica. E ora sei qui, libera, insieme a me».

«Mio Signore… e adesso che cosa succederà? Che cosa farò? E Alberto? E i miei genitori… io devo…»

Si interrompe, rendendosi conto da sola che stava pronunciando frasi senza un reale senso logico, mentre la figura eterea continua a sorriderle con infinita dolcezza.

«Vieni, Angelica, adesso dobbiamo andare… Non ti preoccupare per loro… ti troveranno, non temere…».



Mentre la fata parla con dolcezza, Angelica si accorge che si stavano sollevando verso l'alto, fluttuando nel cielo sopra la città. La sua casa fiorita e il suo terrazzo diventavano un punto sempre più piccolo e lontano, laggiù in basso.

«Domani chiameranno l’ambulanza, arriverà la polizia. Piangeranno la tua scomparsa… Insomma, si svolgerà la solita prassi burocratica e dolorosa di chi perde qualcuno fisicamente, sulla Terra».

Angelica la fissa con un misto di stupore e totale serenità. Davanti a loro, nel nero della notte, una luce immensa, calda e accogliente si stava spalancando, e tutto il resto del mondo che si lasciava alle spalle pareva non avere più alcuna importanza.

«Vedi, Angelica? Già ti senti meglio, il peso è sparito. Andiamo, dai, ci sono persone care che ti stanno aspettando da tempo dall'altra parte. E se il tuo pensiero torna ad Alberto, non temere per lui: è ancora un uomo giovane. Forse il destino avrà in serbo per lui altre vite, altri incontri e altre occasioni felici. Ma quella che si prospetta davanti a te in questo momento è un'esistenza insuperabile, magnifica ed eterna. Andiamo.»

La notte estiva, con il suo corteo di stelle lucenti e la luna alta nel cielo, sembrò inghiottire e cancellare quella luce eterea e invisibile, dove nessuno dal basso si era accorto di nulla.

All'interno del salotto ormai silenzioso di Angelica, sul tavolino accanto al suo corpo seduto per sempre sulla poltrona, lo schermo del telefono cellulare si illumina all'improvviso nella penombra. Sul display appare, lampeggiante, il numero di Alberto.

Fuori, lungo i viali illuminati, la vita della città continua a scorrere frenetica, senza sapere.

Giampaolo Daccò Scaglione

 

















 

Nessun commento:

Posta un commento