martedì 29 settembre 2026

"INDIMENTICABILE"

 


"INDIMENTICABILE"

*L’estate di fuoco*


Riccione, 11 agosto 1981.

Il sole caldo di mezzogiorno picchiava forte sulla mia pelle abbronzata, e un'aria tiepida si muoveva come un velo leggero sul mio corpo disteso. Il rumore ritmico, quasi ipnotico, delle onde che s'infrangevano sulla battigia cullava il mio riposo; quasi non sentivo il vociare confuso dei bagnanti e le urla felici dei bambini che giocavano con la sabbia a pochi metri dal mio ombrellone. 

Il mio era un isolamento totale, cercato con ostinazione, dovuto a una mente che continuava a fantasticare a occhi chiusi su tutto ciò che di meraviglioso, inaspettato e travolgente stava accadendo in quella vacanza indimenticabile.

Pigramente, poco prima, avevo risposto a mia sorella che non sarei andato in acqua con lei e mio cugino. Volevo solo restare lì, immobile, a sognare l'incontro avvenuto pochi giorni prima al bar della spiaggia, quando, ordinando una bibita ghiacciata per scappare dalla calura, mi ero scontrato per caso con quegli incredibili occhi chiari. 

Da quel millesimo di secondo, tutto era accelerato in una corsa folle: ci eravamo visti ogni mattina, ogni sera, fino a notte fonda. Avevamo fatto l'amore sulla sabbia ancora calda del litorale deserto, poi nella mia stanza d'albergo e, poche ore dopo, nella sua. 

Avevamo passato i pomeriggi a pedalare in bicicletta per le vie alberate di Riccione, facendo colazione all'ombra degli alti alberi del centro che regalavano un po' di preziosa frescura in quell'agosto caldissimo.

All'improvviso, un'ombra familiare si proiettò davanti al mio lettino da spiaggia, oscurando la luce. Non sentii nemmeno il bisogno di aprire le palpebre: sapevo perfettamente, dal battito del cuore, chi fosse. 

Un istante dopo, sentii le sue labbra appoggiarsi con forza sulla mia bocca; labbra carnose che sapevano di sale e di vento, mentre gocce fresche d'acqua marina scendevano dai suoi capelli bagnati dritto sul mio viso.



«Ehi, ragazzini, piano coi baci! Ci sono vecchiette in zona che rischiano di scandalizzarsi!»

La voce ironica e canzonatoria di mio zio risuonò tra le file degli ombrelloni, facendoci scoppiare a ridere all'istante. 

A quelle parole, le tre signore anziane sedute a due metri da noi stamparono in faccia un'espressione stizzita, bigotta e decisamente snob, mentre io, aprendo finalmente gli occhi, vidi mio zio strizzarmi l'occhio con totale complicità.

La mano di Hans mi afferrò forte il braccio e mi tirò su dal lettino quasi di corsa, senza lasciarmi il tempo di respirare. Ci ritrovavamo a correre insieme sulla sabbia bollente verso la riva, ridendo come pazzi mentre le onde spumose si facevano sempre più vicine. 

Dopo pochi metri passati a fendere l'acqua alta che ci rallentava le gambe, ci tuffammo insieme. Ci ritrovammo sott'acqua, isolati dal mondo esterno, stretti in un abbraccio improvviso, intenso e quasi erotico. I sensi si stavano accendendo in un attimo, ma non potevamo certo lasciarci andare del tutto in mezzo a quella folla di bagnanti.

Così, riemergemmo in superficie con la testa, scuotendo i capelli bagnati per togliere la salsedine. I nostri sguardi si incrociarono, caldi, intensi: provavamo esattamente le stesse identiche cose. Non avevo mai provato una passione così forte, così sensuale prima d'ora. Era una vera estate di fuoco.

«Komm, Patrizio! Wer zuerst kommt, gewinnt! Corri... prima tu o prima io? Facciamo a chi arriva prima dal mio fratellone, è là sul pattino rosso a guardare le ragazze! Vieni!» mi gridò Hans nella sua lingua, mescolando un italiano spezzato e affascinante.

Non capii subito tutte le singole parole in tedesco mescolate nel vento, ma compresi al volo il gioco: vinceva chi raggiungeva prima il pattino di salvataggio ormeggiato poco lontano dalla boa, dove ci stavano aspettando suo fratello Markus e la loro amica. La sfida era iniziata.

Per uno strano, incredibile e felice gioco del destino arrivammo insieme alla boa, toccando il legno ruvido del pattino nello stesso identico istante. 

Il mio premio fu un bacio rapido sul collo e una manata rude di Markus sulla spalla, che ridendo mi spinse di colpo sott'acqua senza preavviso. Risalii in superficie tra le bolle e la schiuma, con un ronzio nelle orecchie e il coro delle risate sguaiate dei tre seduti sul pattino di salvataggio. 

Li avrei ammazzati sul posto: nella foga avevo persino bevuto un sorso amaro di acqua di mare.

Mi arrampicai sul legno bagnato e mi sedetti sul bordo tubolare insieme a loro, stringendomi le ginocchia e guardando la riva lontana e affollata di bagnanti. 

Da lontano, sulla sabbia, una bellissima ragazza con un costume intero rosso acceso – mia sorella – mi salutava sventolando la mano e ridendo palesemente della mia totale sottomissione. Poi mi voltai a guardare i tre ragazzi tedeschi seduti accanto a me sotto il sole. 

Nonostante tutto, mi sentivo immensamente, stupidamente felice. Markus afferrò i lunghi remi di legno e iniziò a vogare lentamente verso il largo, fendendo l'acqua piatta; lui, almeno, parlava un italiano quasi corretto.

«Patrizio, noi andare a casa tra tre giorni... dopo Ferragosto... Mi dispiace tanto», disse Markus, interrompendo il ritmo delle bracciate e guardandomi con profondo, fraterno affetto.




Sentii un colpo dritto al cuore, una morsa improvvisa. Così presto?, pensò la mia mente, mentre un velo di fredda tristezza calava all'improvviso su quel mare Adriatico. 

Mi voltai verso destra, cercando disperatamente gli occhi di Hans: erano diventati improvvisamente malinconici, cupi, nonostante quel bellissimo sorriso che si ostinava a tenere stampato sulle labbra per non farmi crollare.

«Però noi scrivere lettere, o fare telefonate a te... Tu venire a Stuttgart, ospite della mia famiglia... Okay?», aggiunse Hans con la sua voce profonda, allungando la mano calda per stringermi la spalla.

«Okay…», risposi a bassa voce, accennando un sorriso tirato solo per nascondere l'amarezza di quel colpo a bruciapelo.

La riva era ormai a pochi metri, ma non avevo nessuna voglia di pensare alla fine imminente di quei giorni perfetti. Presi la mano di Hans e, saltando giù dal bordo del pattino, finimmo di nuovo nell'acqua bassa della risacca, dove la corrente del pomeriggio era calda e calma. 

Ci sedemmo direttamente sul bagnasciuga, lasciando che le onde ci bagnassero le gambe, a guardare le vele bianche di alcune barche lontane all'orizzonte. Senza girarsi verso di me, tenendo lo sguardo fisso sulla linea blu, la sua voce roca sussurrò:

«Ich werde diesen Urlaub nie vergessen, Patrizio. Vergiss mich nicht… Tu non perdere me, se tu mai vuoi vedere ancora noi. Tu devi sapere che io mai dimentica questa vacanza con te. Erinnere dich… Me no ti scorda mai».

«No, occhi blu. Nemmeno io ti scorderò mai», risposi, guardandolo dritto nelle pupille e suggellando quella promessa con un bacio profondo, che sapeva già di sale, di sole e di un inevitabile addio.



Proprio in quel momento di assoluta sospensione, un piccolo aereo da turismo passò rombando sopra le nostre teste, volando bassissimo lungo la linea della costa romagnola. 

Portava agganciato alla coda un lungo striscione rosso di stoffa, con una scritta cubitale in lettere gialle che recitava fiera:

BENTORNATI NEL PARADISO DELL'AMORE

Ci voltammo entrambi a guardarlo in silenzio, mentre l'apparecchio spariva lento verso Cattolica. E se quel messaggio fosse stato davvero un segno del destino?

Giampaolo Daccò Scaglione

 








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