giovedì 24 settembre 2026

"LUNA VENEZIANA"


 

Dedica d'autore

"Questa storia è dedicata a un amico vero, a un'anima pura che ha saputo camminare tra le ombre del mondo senza mai farsi spegnere il cuore. A chi ha conosciuto il freddo della solitudine e il peso dei compromessi, ma ha conservato la forza di tornare a casa, per ricominciare da zero sotto la luce pulita della verità."

Prologo

*Esistono città che non si limitano a fare da sfondo ai nostri destini, ma ne diventano custodi silenziose. 

Venezia, con i suoi canali avvolti nella nebbia e i suoi palazzi riflessi sull'acqua scura, è il palcoscenico perfetto per i ritorni dell'anima. 

Scritta nell'agosto del 1981, "Luna Veneziana" è la storia di una redenzione difficile, di un viaggio a ritroso verso le proprie radici e verso un amore paterno ferito dall'orgoglio. 

Un racconto coraggioso e intenso che scava nelle zone d'ombra della vita per ritrovare, oltre ogni barriera e pregiudizio, la purezza di un nuovo, autentico inizio.*


"LUNA VENEZIANA"



L'alba grigia della laguna

Il motoscafo procedeva velocemente nella laguna, fendendo le acque piatte sotto un'alba grigia e immobile. 

Venezia era ancora completamente addormentata, avvolta nell'aria umida e tipica di una prima mattinata primaverile, parzialmente nascosta dietro una leggera foschia che confondeva i contorni delle isole in lontananza.

Dal ponte dell'imbarcazione, Marco guardava fisso la scia bianca, schiumosa, tracciata dal motore sul pelo dell'acqua. Poi, con il volto insolitamente pallido e i lineamenti un po' tirati dal freddo pungente del mattino, osservò il profilo del campanile di Piazza San Marco che si avvicinava sempre di più, emergendo dalla nebbia. 

Un nodo stretto alla gola gli impediva quasi di respirare e di parlare.

Mirko, il giovane amico d'infanzia al timone, si voltò un istante a guardarlo e gli chiese gentilmente, sopra il rumore dello scafo: «Marco? Qualcosa non va?».

«Non è niente, Mirko...», rispose lui con la voce che gli tremava leggermente. «È solo un po' di emozione nel tornare a casa, a Venezia, dopo tutti questi anni».

«Ah, si vede proprio che sei commosso», rispose il ragazzo con un sorriso, stringendo la presa sul timone mentre lo scafo scivolava con destrezza tra le prime bricole e i canali d'ingresso. «Sai, quando ti ho visto fuori dalla stazione di Mestre ho pensato che...».

Mirko non terminò la frase, accorgendosi subito che l'amico non lo stava ascoltando affatto. 

Marco era completamente immerso e perso nei suoi pensieri più intimi, tormentato dall'idea fissa di come spiegare a quel compagno d'infanzia il vero motivo del suo improvviso ritorno, dopo ben sei anni di totale, assoluto silenzio e lontananza da Venezia.

Come avrebbe potuto dirgli, dopotutto, che aveva chiuso per sempre con la vita balorda e disperata che conduceva a Milano? 

Come confessargli di tutte quelle notti interminabili passate per le strade della metropoli e in locali per adulti ad offrire il proprio corpo per il piacere degli altri solo per guadagnare i soldi strettamente necessari a sopravvivere, da quando suo padre lo aveva cacciato di casa senza pietà non appena scoperta la sua vera natura?

Sì, aveva fatto il gigolò per sopravvivere dopo aver carcato lavoro senza concludere nulla di stabile, così qualcuno dell' "ambiente", vedendo la sua bellezza e sensualità, su quel viso da ragazzino malizioso e angelico gli aveva proposto quel genere di lavoro, ben remunerato oltretutto.

Ma nel profondo non se ne era mai pentito. 

Grazie al suo fisico avvenente e alla sua giovinezza sfacciata, aveva avuto la rara possibilità di donare attimi di felicità e calore a tante persone sole. Ma alla fine aveva detto addio a quel mondo di plastica. 

Aveva deciso di tornare a Venezia con il piccolo gruzzolo che si era faticosamente, dolorosamente guadagnato e con la ferrea, incrollabile volontà di ricominciare una vita pulita, senza mai più sottostare a nessun compromesso o umiliazione.

Come avrebbe potuto spiegare a Mirko che era voluto tornare a Venezia solo per ricominciare una nuova vita? Voleva stare vicino a suo padre nonostante tutto il male ricevuto, soprattutto adesso, dopo avere appreso della morte della mamma. 

La mamma... l'unica persona che gli voleva bene sul serio in quella famiglia, che lo capiva e lo amava più di ogni altra cosa al mondo.

Ormai la piccola barca aveva attraccato dietro al molo principale, in un canaletto secondario e silenzioso situato a pochi passi dalla sua vecchia casa. 

Dopo aver ringraziato calorosamente Mirko per il passaggio, Marco scese a terra sulla pietra umida e si avviò a passi lenti, con la sua unica valigia di pelle in mano. 

Per caso, si rispecchiò per un istante nella vetrina di un negozio ancora chiuso: vide il suo viso pallido, un po' segnato dalle notti milanesi e smagrito, con due occhi chiari così carichi di tristezza da far pietà a se stesso. 

Era da molto tempo che non si curava più; precisamente da quando aveva saputo della morte di sua madre e aveva deciso di smettere per sempre con quella vita sui marciapiedi a Milano.



La soglia del passato

Stava per voltarsi e proseguire lungo la calle, quando ad un tratto li vide.

Accanto a lui passò un bellissimo uomo, alto, biondo scuro, di circa trent'anni, visibilmente sicuro di sé e con due occhi verdi stupendi che brillavano nella penombra. 

Al suo fianco camminava un altro giovane, altrettanto bello, e stringendosi vicino a lui con naturalezza mostrava chiaramente al mondo che stavano insieme, felici. 

Marco lo notò subito, con un sussulto: dopo tutti quegli anni passati per le strade a Milano, conosceva troppo bene la gente e i linguaggi del corpo per non capire al primo sguardo i loro segreti e le cose profonde che provavano dentro.

Quell'uomo biondo era davvero stupendo, magnetico. 

Marco provò una sottile, improvvisa punta di invidia per il ragazzo che gli camminava vicino stringendogli il braccio; un senso di sconforto e di solitudine gli prese lo stomaco, ma lui lo ricacciò subito indietro con l'orgoglio, stringendo la presa sulla maniglia della valigia. 

Ormai era arrivato, si trovava quasi sulla soglia della sua vecchia casa.

L'uomo che gli aprì il portone di legno certamente non mostrò gioia, entusiasmo o una qualche minima traccia di felicità nel rivedere quel figlio che tornava a casa dopo ben sei anni di assenza e silenzi.

«Papà... sono tornato», disse Marco a voce bassa, cercando con tutte le sue forze di sostenere il suo sguardo severo. «Se mi vuoi ancora qui, non preoccuparti, non ti peserò affatto sulle spalle. Ho intenzione di andare a lavorare come commesso nel negozio del signor Giovanni Loion, siamo già d'accordo da molto tempo».

Il padre lo fissò a lungo, immobile sullo stipite, studiando quel volto smagrito. Poi, con una voce strana, insolitamente bassa e quasi triste, gli disse: «Entra. Entra pure... Dopotutto, questa è anche casa tua».

Gli rispose così, con un tono un po' freddo, distaccato e privo di slanci. Dio, che tristezza infinita: neanche un abbraccio di bentornato, nemmeno l'ombra di un piccolo sorriso sulle labbra. Marco si sentì improvvisamente disperato, svuotato e terribilmente solo.

«Io vado a riposare un poco, papà... sai, il viaggio mi ha stancato molto. Se vuoi ci vediamo più tardi».

«Sì, vai pure. Intanto preparerò qualcosa da mangiare per tutti e due».

«No, lascia stare papà, davvero... non ho fame».

Il padre rimase immobile nel corridoio a guardare la figura del figlio, con la schiena un po' curva per la stanchezza e per il peso del dolore, sparire dietro la porta della sua vecchia cameretta. 

Quella stanza era rimasta sempre uguale, identica, congelata a come Marco l'aveva lasciata anni prima, quando era andato via sbattendo la porta. 

L'uomo si appoggiò esausto allo stipite della cucina e ricacciò indietro quel senso improvviso di tenerezza che, per un brevissimo e potente attimo, aveva sentito nascere dentro per quel figlio così sfortunato e ferito.

In fondo all'anima lo sapeva bene: Marco era l'unica persona cara che gli fosse rimasta al mondo. Sapeva che presto si sarebbero ritrovati davvero e che, forse, avrebbero imparato di nuovo a volersi bene, esattamente come quando Marco era solo un bambino piccolo e correva tra le sue braccia.



Il verdetto in Piazza San Marco

«Stefano... io... io...»

Un pianto dirotto, violento e incontenibile riempì l'aria pesante del gabinetto medico, mentre la testa del giovane uomo si scuoteva per la disperazione, le mani premute sugli occhi.

«Lo so che è un duro colpo, Stefano caro», intervenne il medico con voce calma, cercando in tutti i modi di mantenere un distacco professionale di fronte a quel dramma. «Ma dovresti riprenderti subito, per iniziare qualche nuova terapia che possa rallentare il...»

«Dillo, dottore, dillo pure! Non ho paura!», lo interruppe Stefano con rabbia sorda, scattando sulla sedia. «Di' pure che ho un tumore al cervello! Ma non credere di convincermi a entrare in qualche clinica schifosa!».

«Stefano, ti prego, non interrompere il dottore», si intromise Loris con gli occhi lucidi, la voce spezzata dall'angoscia. «Forse è meglio che...»

«E continua a piangere tu!», gli urlò contro Stefano, voltandosi furioso verso il compagno. «Ma non capisci che se mi ricoverassero morirei subito? E tu, dottore... non hai capito che in questo momento provo solo rabbia? Rabbia, rabbia, rabbia! Perché devo morire a trent'anni? Perché non ho mai avuto niente dalla vita!».

Loris e il dottore lo guardarono profondamente scossi, nel silenzio che seguì a quello sfogo brutale. 

Come poteva dire di non aver mai avuto niente dalla vita? I suoi soldi stivati in banca, il lavoro di prestigio che gli dava continuamente grandi soddisfazioni, gli amici cari e l'amore immenso, protettivo che da ben otto anni gli donava Loris... tutto questo non era mai contato niente per lui?



Sete di vita

Più tardi, usciti dall'atmosfera cupa dello studio medico, si ritrovarono in Piazza San Marco, sotto un sole caldissimo e accecante, in mezzo a migliaia di persone in movimento, di vita e di turisti spensierati. 

Gli occhi di Loris, scuri e penetranti, gli erano costantemente addosso, indagatori e pieni di un dolore immenso.

«Non capisco, Stefano», disse Loris, muovendo nervosamente le labbra mentre camminavano sotto i portici. «Dal dottore hai detto che non hai avuto niente dalla vita... Ne parli come se fossi già... come se fossi già morto».

«Loris, ascoltami, per favore», rispose lui, fermandosi bruscamente in mezzo alla piazza, circondato dai colombi e dal vocio della folla. «Io non ho più niente da perdere. Questi sette o otto mesi che mi rimangono da vivere passeranno in fretta, troppo in fretta. E io ho sete di vita! Vorrei fare tante cose che non ho mai avuto il coraggio di fare prima. Il tuo amore è stato grande in questi otto anni, ma ora... ora forse non mi basta più».

Loris tentò di parlare, le lacrime che minacciavano di scendere, ma Stefano lo interruppe sfiorandogli le labbra con un dito, freddo: «No, Loris, non mi interrompere. Vedi... io credo di volerti molto bene, ma non di amarti. Non ti amo più da tanto tempo. Provo solo un profondo affetto per te, forse più di quello che si prova per un amico, ma non mi va di coinvolgerti e incatenarti nel mio dramma».

«Ma Stefano... io ti amo! Voglio esserti vicino, non ti permetto di lasciarmi da parte!».

«Sei un dolce ragazzo, Loris. Mi dispiace. Ne parleremo con più calma a casa, sarà meglio. Vedrai che sistemando le cose forse soffriremo meno».

In un attimo, senza dare il tempo di replicare, Stefano si voltò di scatto e sparì a passi rapidi, inghiottito in pochi secondi da quella gente allegra e rumorosa che affollava la città incantata di Venezia.



Il pranzo sul canale

Qualche giorno era passato da quella mattina nebbiosa. 

Marco lavorava stabilmente ed in regola nel negozio del signor Loion insieme a sua figlia ed amica Eleonora, e il ragazzo con suo padre aveva finalmente ricominciato a parlare: forse, un piccolo e timido passo verso la felicità domestica era iniziato. 

Ogni tanto, però, nei momenti di pausa, il suo pensiero tornava inevitabilmente a quel bellissimo ragazzo biondo incontrato il mattino del suo arrivo; gli sarebbe piaciuto tanto rivederlo, gli era rimasto impresso nel cuore come un'immagine fissa.

In quel momento, mentre le campane delle chiese veneziane suonavano a distesa per il mezzogiorno, comparve improvvisamente Mirko, il ragazzo del motoscafo.

«Ehilà, Marco! Come va?», disse con un sorriso accattivante e solare sulla porta del negozio.

«Mirko! Che sorpresa, vieni, vieni... Io sto bene, grazie. E tu come mai da queste parti?».

«Ah, Marco, potrei inventarti qualche balla», gli rispose guardandolo dritto negli occhi, con totale onestà, «ma la verità è che avevo una voglia matta di rivederti. E visto che è ora di pranzo, mi permetterei di invitarti a mangiare con me. Conosco un posticino...».

«Non so, Mirko... Dovrei avvertire mio padre...».

«Ma non ti preoccupare, ci ho già pensato io! Dai, muoviti, che ho una fame da lupi!».

Poco dopo, avevano quasi finito di pranzare seduti al tavolo di una simpatica e accogliente trattoria affacciata su un canale fiorito da decine di gerani colorati appesi alle finestre dei palazzi storici. 

Fuori, lungo le fondamenta, una folla colorata di persone e di turisti stranieri invadeva le calli, ma sul balcone del locale si stava benissimo, in una quiete intima. 

Era bello stare così, osservando la vita scorrere e assaporando il profumo di primavera che invadeva l'aria umida. La compagnia di Mirko era leggera, fluida e divertente.

«Non torni al lavoro oggi?», gli chiese Mirko con aria tenera, abbassando la voce.

«No, oggi pomeriggio no», rispose Marco. 

Guardando quel dolce ragazzo che gli sedeva di fronte, gli venne una voglia improvvisa, istintiva di accarezzargli il viso, come si fa con i bambini per rassicurarli, ma si trattenne per timidezza. 

«Devo mettere in ordine la casa, perché stasera mio padre ha degli ospiti, una specie di rimpatriata tra vecchi amici».

«Capisco... Senti, ma se solo per questa sera... ti andasse di venire al cinema con me? Dai, solo per un paio d'ore».

«Mi dispiace, Mirko... credo che dovrò stare con loro».

Sul volto pulito di Mirko passò subito un'ombra di evidente delusione, ma Marco non poteva fare a meno di rifiutare l'invito, anche se sapeva perfettamente cosa provava quel ragazzo nei suoi confronti. 

“Sarà per un'altra volta”, pensò Marco tra sé, guardandolo allontanarsi, “dovresti invitare una persona della tua età...”.



 L'incontro sul pontile

Ci ripensò più tardi nel corso del pomeriggio, mentre passeggiava da solo e senza meta, mangiandosi un gelato nei dintorni di casa sua per ingannare il tempo. 

Ad un tratto, svoltando l'angolo di una calle, lo vide.

Un uomo era seduto in solitudine sugli scalini di pietra di un vecchio pontile, e Marco riconobbe subito, con un sobbalzo al cuore, il bellissimo ragazzo di giorni prima. 

Notò immediatamente che i suoi occhi verdi e il suo volto erano profondamente tristi, cupi e segnati da una malinconia d'ombra. Come guidato da un impulso automatico, vincendo la sua consueta timidezza, Marco accorciò le distanze e si avvicinò a lui sul bordo dell'acqua.

«Qualcosa non va?», gli domandò con dolcezza, sostenendo il suo sguardo inizialmente indifferente e freddo.

L'altro scosse lentamente il capo, senza rispondere, continuando a fissare la laguna. «Lo so che capita a tutti di sentirsi un po' giù», continuò Marco, intonando la voce con profonda grazia, «ma tutto si può risolvere».

Gli occhi dell'altro si voltarono di scatto e lo fissarono, guardandolo quasi con fastidio e irritazione per quell'intrusione. Il ragazzo si alzò in piedi sulla pietra e fece un gesto netto per andarsene. 

Marco lo guardò timidamente, sentendosi fuori posto, e gli disse: «Volevo solo fare quattro chiacchiere, ma ho capito che ti disturbo. Scusami, vado via».

Marco fece tre passi per allontanarsi, sentendosi quasi un intruso su quel pontile, ma subito una voce calda, un po' rauca, lo fermò alle spalle: «No, no... scusami. Non volevo essere scortese. Se ti va di parlare, fermati pure».

Il cuore di Marco cominciò a battere fortissimo nel petto, accelerando di colpo. «Grazie», rispose voltandosi lentamente verso di lui con un timido sorriso. «Sai, io sono spesso solo e a volte non so mai con chi parlare... E mi spiace vedere la gente triste in giro per la città, vorrei sempre poter fare qualcosa per loro».

Un sorriso accennato, appena visibile, spuntò sul volto stupendo dell'altro: «Beh, devi essere davvero buono tu. Come ti chiami?».

«Marco. Piacere».

«Io sono Stefano».

Stefano allungò lo sguardo e fissò intensamente il ragazzo che gli stava davanti. Che Marco fosse gay, di quello non c'era alcun dubbio nel suo codice, si vedeva subito dai gesti gentili e dalla sensibilità. “Ma è triste anche lui”, pensò Stefano tra sé, rimanendo per un attimo rapito e catturato da quegli occhi chiari e malinconici.

«Marco ti va di fare due passi? Mi sono stancato di stare qui fermo... Così ti accompagno verso casa e magari posso offrirti un gelato se vuoi». disse alzandosi dai gradini Stefano affiancandosi a Marco, il quale non gli parve vero di vivere una situazione come questa. Intrigante e piacevole con Stefano. 




Segreti tra le calli

«Sai qual è il mio problema più grande?», riprese a parlare Marco, rompendo il silenzio per vincere l'imbarazzo. 

«Credo che sia la mia sessualità. Non è che pesi a me, ma forse pesa un po' agli altri... Non vieni mai accettato per quello che sei davvero dal mondo esterno. Però non è una cosa grave, sai? Devi solo pensare di essere una persona come tutte le altre, e che i gusti sessuali privati non dovrebbero mai influenzare il giudizio della gente...».

«Eh... fai presto a parlarne tu, Marco», lo interruppe subito Stefano, ritornando improvvisamente serio, cupo e distante. «Sapessi quanti problemi ben più gravi ci sono al mondo che essere omosessuali».

«Ma forse il tuo è più grave?», gli domandò Marco con delicatezza, studiando attentamente le sue reazioni fisiche.

«Certo. Ma non mi va di parlarne. Dopotutto, non è una cosa che ti possa interessare». 

Poi, cambiando bruscamente e nettamente discorso per sfuggire al baratro, Stefano si alzò da terra, si ripulì i pantaloni e si avviò a passi lenti con Marco verso la zona del porto: «Ma tu, quindi, sei proprio di Venezia?».

«Sì, sono nato e cresciuto qui tra i canali. Poi me ne sono andato via a diciott'anni a Milano e sono ritornato dopo sei... Cioè, per l'esattezza, qualche giorno fa».

«Io invece sono... cioè, ho sempre vissuto e studiato a Mestre», raccontò l'altro mentre camminavano l'uno accanto all'altro. «Ma da tre anni mi sono trasferito qui in città, dove vivo e lavoro».

«E di che lavoro ti occupi, Stefano?».

«Sono un critico d'arte. È un lavoro che mi appassiona moltissimo, mi ha dato grandi soddisfazioni nel corso degli anni e mi ha fatto conoscere personaggi importanti della cultura. Mi ha regalato tanta leggerezza e tante altre cose belle».

«E non lavori più ora? Sai? che sono un po' curiosone...», gli rispose Marco sorridendo apertamente. 

A Stefano gli stava diventando incredibilmente simpatico, con quell'aria da bambino sbarazzino e quella voglia innata di sapere tutto.

Stefano lo guardò con una tenerezza improvvisa: «No, ora non lavoro più. Posso permettermelo».

“Che fortuna”, pensò Marco tra sé. 

Ma sentiva sottopelle che quel ragazzo nascondeva qualcosa di strano, un'aria quasi inquieta e tormentata, e voleva scoprire ancora più cose su di lui: «Sai... ti ho visto qualche giorno fa lungo la calle con un altro bellissimo ragazzo».

«Ah, ho capito... è Loris. È il mio compagno... o meglio, era il mio ragazzo».

A quelle parole, una fiammella improvvisa di speranza, quella di sapere che Stefano fosse finalmente libero, si accese involontariamente e prepotentemente nel petto di Marco. 

Stefano continuò, lo sguardo fisso in avanti: «Da ieri ho capito che otto anni vissuti insieme sono stati troppi per noi, e ho rotto definitivamente la relazione. È molto meglio restare amici piuttosto che trascinare un rapporto fino alla noia, all'indifferenza e forse all'odio, non ti pare?».

«Sì, credo che tu abbia perfettamente ragione», rispose Marco, annuendo. 

«Io invece sono solo da molto tempo, anzi, forse lo sono sempre stato in tutta la mia vita. Adesso lavoro con una mia amica nella sua boutique in campo San Tommaso, e vivo con mio padre in una piccola casa dietro al porto. Sai... noi non siamo molto ricchi».

«Conta poco o niente la ricchezza e la povertà se poi...», Stefano si interruppe a metà frase, lasciando le parole sospese nel vuoto della sera. «Ma non dico altro».

Marco lo guardò camminare in silenzio al suo fianco. Stefano gli appariva sempre più affascinante, magnetico e sibillino, e gli piaceva ogni istante di più. 

Intanto, attorno a loro, un meraviglioso e infuocato tramonto tingeva di rosso i palazzi storici di Venezia, mentre le prime luci dei lampioni cominciavano a illuminare magicamente le piazze e le vie della città d'acqua.

Nelle settimane seguenti, Marco e Stefano si incontrarono sempre più spesso tra le calli di Venezia: qualche passeggiata senza meta, qualche panino mangiato in fretta sui gradini dei canali e tantissime parole scambiate fino a tarda sera. 

Tutto quel tempo trascorso insieme era bastato a far innamorare perdutamente Marco.

Stefano, dal canto suo, aveva capito perfettamente che per quel giovane puro provava ormai qualcosa di molto più profondo e travolgente di un semplice affetto amichevole; se da una parte la cosa gli faceva un immenso, segreto piacere, dall'altra lo spaventava a morte e lo tormentava giorno e notte. 

Sapeva di dover morire a breve, conosceva fin troppo bene le sue reali condizioni cliniche, e capiva che si stava legando a lui nonostante tutto, sfidando il tempo che restava.

Marco, però, non conosceva affatto il suo dramma, non ne sapeva assolutamente nulla; credeva ingenuamente che Stefano lo considerasse solo un buon amico con cui confidarsi nei momenti di malinconia.

«Non credo che dovremmo vederci ancora, Marco», disse un pomeriggio Stefano, fermandosi di scatto lungo la riva. La sua voce tremante e fredda arrivò come una pugnalata dritta nello stomaco del ragazzo. «Sai... forse ritorno con Loris. Abbiamo fatto pace e ne abbiamo parlato a lungo».

«Avete... avete fatto pace?», balbettò Marco, visibilmente sconvolto, ferito e turbato da quel dietrofront improvviso.

«Io ho capito cosa provi per me, Marco», continuò Stefano, stringendo i denti e puntando i suoi occhi verdi dritti in quelli chiari e lucidi del ragazzo. «E non credo che tra noi due possa funzionare. Io sono un orso, un uomo difficile, spigoloso, e amare per me è veramente un'impresa impossibile».

«Ma io non ti ho chiesto niente!», esclamò Marco con le lacrime occhi, sentendo l'orgoglio ferito. «A me basta la tua amicizia...».

Stefano accennò un sorriso tirato, carico di una tristezza infinita: «Lo so, Marco. E continueresti così a lungo, perché sei buono nell'anima... Ma soffriresti di più. Forse saresti ancora più in pena standomi vicino».

In quel preciso momento, mentre Stefano distoglieva lo sguardo per guardare verso la distesa del mare, nella mente di Marco si fece largo un pensiero fisso, un'intuizione tagliente: "Ma cosa mi nasconde? Perché è così strano, così sibillino?" 

Le sue frasi spezzate e le sue parole sfuggenti sembravano nascondere un segreto troppo grande per essere custodito da un uomo solo.

«Stefano, tu mi nascondi qualcosa», lo incalzò Marco, facendosi un passo più vicino. «Anche quando ti ho conosciuto sul pontile avevi quell'aria... tu non sei solo triste. Tu sei disperato!».

«Lascia perdere, Marco. Non ne vale la pena... Addio».

Stefano si voltò di scatto e lo lasciò lì sul posto, andandosene via in fretta e scomparendo dietro l'angolo di una calle. 

Marco rimase immobile, non lo rincorse: forse, nel profondo del suo cuore, sentiva con dolorosa certezza che non si sarebbero rivisti mai più.



Il segreto e la tregua

Più tardi, rientrato a casa, il padre capì immediatamente guardando il viso rigato del figlio che era successo qualcosa di estremamente grave. 

Sentì che quella era forse l'occasione buona, l'ultimo treno per parlarsi e capirsi sul serio dopo sei anni di gelo; così si avvicinò lentamente al tavolo della cucina: «Marco... scusa, so che non sono affari miei, ma ti vedo molto inquieto ultimamente. Qualcosa non va?».

«Non ho niente, papà... non ho nulla», rispose Marco a voce bassa, abbassando lo sguardo per non mostrare gli occhi rossi.

«Marco... io lo so che non siamo mai andati d'accordo. Ho sbagliato tutto con te, fin da quando eri un bambino piccolo. Però ho capito... ed è dura ammetterlo e dirlo, figlio mio... che ti voglio bene. Che non posso fare a meno di te adesso in questa casa».

A quelle parole inaspettate, Marco scoppiò in un pianto dirotto, liberando tutti i nodi della gola, e si strinse forte, con tutte le sue forze, al petto solido del padre. 

Quante volte, in sei lunghi anni di solitudine e marciapiedi a Milano, aveva sognato quel momento! 

Quante volte aveva desiderato sentire quelle esatte parole, essere considerato finalmente un figlio e, prima di tutto, un essere umano degno di rispetto.

«Beh, non piangere adesso, non è il caso», gli disse dolcemente l'uomo, accarezzandogli la schiena con le mani nodose. «Se vuoi parlare dei tuoi problemi, fallo pure. Non aver timore, non sono più l'uomo rigido e inflessibile di una volta».

Marco si asciugò gli occhi con il dorso della mano e accennò un piccolo sorriso disteso: «Dio, che stupido che sono... È una questione d'amore, papà. Mi sto comportando come un ragazzino delle medie, e ho quasi venticinque anni!».

Il padre sorrise a sua volta, con un'espressione calda e matura: «Non sono sciocchezze le faccendand d'amore, Marco. Ho amato molto tua madre... Ho sofferto tanto quando lei è morta, e ho sofferto moltissimo anche quando ti cacciai via di casa. Quando scoprii che eri gay, vidi nei suoi occhi un rimprovero silenzioso che non mi ha mai abbandonato da allora. Vedi... ogni storia d'amore è importante. Anche se è tra due uomini».

Gli costò molto dirlo, dovette vincere decenni di pregiudizi, ma in quell'esatto istante l'uomo capì nel profondo di essere nel giusto, di essere finalmente maturato e di aver ricostruito un pezzo fondamentale della sua vita, riconquistando forse per sempre il cuore di suo figlio.



La confessione a Loris

Stefano guardò a lungo, con gli occhi stanchi, le nuvole bianche che si specchiavano pigramente sulla superficie del mare della laguna. Se avesse avuto la forza d'animo di farla finita subito, gettandosi nell'acqua profonda, forse non avrebbe sofferto più. 

In quel preciso momento di smarrimento, il volto familiare di Loris si specchiò nell'acqua ferma del canale, proprio accanto al suo riflesso.

«Stefano... ti ho visto da lontano e ho pensato di fermarmi a salutarti».

«Hai fatto bene, Loris. Sono due settimane che non ti vedo e mi sei mancato».

Gli occhi di Loris brillarono di un'improvvisa felicità per un brevissimo, intenso istante; dentro di sé pensò ingenuamente che forse potessero esserci i presupposti per tornare insieme. 

Gli sorrise sereno e, senza bisogno di aggiungere altre parole, si avviarono l'uno fianco all'altro per le strette d'ombra viuzze di Venezia che odoravano intensamente di salsedine.

«Voglio essere totalmente sincero con te, Loris», gli confidò a un tratto Stefano, abbassando il tono della voce mentre camminavano. «Un po' di tempo fa ho conosciuto un ragazzo... Si chiama Marco».

La paura e la gelosia si fecero largo all'improvviso negli occhi scuri di Loris, mentre Stefano continuava il suo discorso fissando dritto davanti a sé, senza avere il coraggio di guardarlo in faccia: «E ho capito di volergli un bene profondo».

«E lo devi dire proprio a me? È assurdo, Stefano...».

«No, Loris, ascoltami, altrimenti impazzisco sul serio! Vedi... credo di amarlo. Ora, in questo preciso istante, nello stesso identico modo in cui ho amato te tanti anni fa. Lo so che questo mio racconto ti fa soffrire, lo so che non avrei mai dovuto dirtelo e che queste mie parole sono pugnalate dritte per il tuo cuore... ma non potevo parlarne con nessun altro essere umano al mondo».

Una pena infinita e una profonda commozione si impossessarono di Loris, mentre guardava quell'uomo fragile, così dolorosamente diverso dal ragazzo sicuro di sé del passato a cui aveva voluto tanto bene. «Ma lui... lui lo sa che sei malato?».

«No, non gli ho detto niente, anche se ha capito da solo che nascondo un segreto grande. Gli ho detto che non dobbiamo vederci mai più».

 Stefano si fermò e si coprì il volto con le mani, le spalle che tremavano.

 «Oh, povero amore mio... cosa ci è capitato? Proprio adesso che il tempo stringe sto facendo soffrire le uniche due persone che mi amano sul serio. Tu, che per otto anni hai diviso con me ogni singolo secondo e mille sfumature della vita... e Marco, a cui è bastata quella manciata di giorni passati insieme per far nascere un amore vero. Aiutami, Loris... comincio ad avere una paura matta di quello che mi aspetta».

Loris deglutì amaro, ricacciando indietro con orgoglio il proprio immenso dolore di uomo ferito. «Com'è questo ragazzo?».

«Marco? Vedi... non ha il tuo fascino innato, la tua classe, è molto carino anche se non è bellissimo ed elegante come te, ma ha qualcosa dentro che è veramente difficile da spiegare a parole. I suoi occhi chiari, il suo volto... è un viso quasi angelico e la sua dolcezza».

«Capisco...», sussurrò Loris, stringendo i pugni nelle tasche. 

«È come rivedere te più di dieci anni fa, con la stessa purezza. Ricordi quando ci siamo conosciuti? tu avevi vent'anni ed io appena diciotto, ma ci siamo capiti al primo sguardo. Non provo invidia per lui, sai? Anzi, ora soffro sinceramente anche per lui, come se fossi al suo posto... E pensare  proprio ora che avevi così tanto bisogno di amore.».

Loris non riuscì a terminare la frase. Stefano sgranò gli occhi verdi e si accasciò improvvisamente per terra sulla pietra della fondamenta, esanime e privo di sensi. 

Il male al cervello stava iniziando a mostrare i suoi effetti più devastanti e distruttivi.

L'ambulanza, che aspettava ferma in Piazzale Roma, caricò d'urgenza il corpo di Stefano arrivato dal cuore della città con un traghetto della costa adibito alle emergenze. 

Quando l'infermo riprese parzialmente conoscenza all'interno dell'abitacolo, accanto a sé trovò lo sguardo vigile di Loris che gli stringeva forte la mano fredda. 

Loris si sentiva morire dentro, lentamente, a ogni battito, mentre con un fazzoletto asciugava le lacrime lucide che rigavano le guance dell'ex compagno.

«Non so per quanto resisterò ancora in questo letto...», sussurrò Stefano con un filo di voce debole, quasi impercettibile. «Ma ora... ti prego, vai a dirlo a Marco. Ti do il suo indirizzo di casa. Ti prego, fallo...».

«Non parlare adesso, ti prego, riposati», lo supplicò Loris con estrema dolcezza e fermezza, accarezzandogli la fronte calda. «Me lo dirai dopo l'indirizzo, con calma. Ecco, chiudi gli occhi, pensa solo a dormire e a riposare».



Il verdetto della sala d'attesa 

L'odore acre di medicinali, disinfettante e le provette delle analisi colpivano le narici di Loris in quel piccolo spazio chiuso. 

Non riuscendo a sopportare a lungo la vista del corpo del suo grande amore prigioniero in quella macchina infernale, una volta arrivati all'ospedale di Venezia si rifugiò tremante nell'ufficio del dottor Marcello, il loro medico amico di famiglia.

«Loris, non essere triste, ti prego», gli disse il dottore con tono paterno, stringendogli con forza la spalla sopra il camice bianco. «Vedrai che faremo tutto il possibile con i farmaci per liberarlo dalle sofferenze fisiche e per allungargli il più possibile i giorni che gli restano da vivere».

«I miracoli esistono, Marcello?», domandò Loris, guardandolo con gli occhi disperati.

«A volte sì... ma solo nei racconti o nelle favole, Loris».

Stefano, da grande uomo qual era nel profondo, in quelle ore di degenza non si preoccupava più di se stesso o della fine, ma della sofferenza degli altri. 

Non voleva in nessun modo che le persone soffrissero a causa sua, e nella sua mente confusa le parole del vecchio amore ormai finito venivano costantemente spazzate via dal vento della passione pulita per Marco, quel ragazzo conosciuto per caso sul pontile d'attracco. 

Il dottor Marcello ascoltò Loris in silenzio, lo consigliò con cura medica e umana, e in quel preciso momento, guardando le cartelle cliniche sul tavolo, seppe esattamente cosa doveva fare.

Il pomeriggio seguente, Stefano venne sottoposto al delicatissimo intervento chirurgico. 

Nella sala d'aspetto dell'ospedale di Venezia, una fila di volti resi pallidi e scavati dalla sofferenza attendeva in silenzio il verdetto dei medici: c'erano Loris, i genitori anziani di Stefano e, fermo in un angolo isolato, una figura piccola, contratta e ansiosa, con due occhi chiari interamente colmi di lacrime trattenute. 

Era Marco.

Dopo ben sei ore di una lunghissima e sfolgorante operazione, i chirurghi con i camici verdi uscirono finalmente dalla doppia porta della sala operatoria. 

Le persone si fecero subito attorno a loro in una morsa di ansia; Marco restò leggermente in disparte, immobile contro la parete. Loris si voltò e gli fece un cenno deciso con la mano di avvicinarsi per ascoltare, ma il ragazzo rimase fermo sul posto, con il fiato sospeso e le mani strette lungo i fianchi.

«Tranquillizzatevi, l'intervento è tecnicamente riuscito», annunciò il primario, sfilandosi la mascherina con un gesto stanco. «Siamo riusciti ad asportare interamente il linfoma dal cervello. La massa non ha leso nessuna cellula sana e nessuna parte vitale, quindi il paziente riprenderà presto a parlare, a connettere e a muoversi normalmente. Ma... mi dispiace molto, non credo comunque che si salverà. Abbiamo solo guadagnato un po' di tempo, qualche mese».



Il patto di Marco e Loris

La sera intanto era calata impietosa su Venezia, fatta improvvisamente più pungente, umida e fredda. Mentre la prima, nitida stella appariva nel cielo limpido sopra la costa, Loris e Marco lasciarono l'ospedale insieme, salendo a bordo dell'auto. 

Marco guardava fisso e immobile la distesa della laguna dall'alto del finestrino, con il cuore interamente colmo di una malinconia infinita. 

Loris lo riscosse bruscamente e dolcemente dai suoi pensieri cupi: «Va un po' meglio ora, Marco? Lo so che è un colpo brutto, di quelli che capitano raramente nella vita... Ma non pensarci adesso. Io so bene che lo ami, esattamente come lo amo io. E ti assicuro che non farò nulla per contrastarvi».

Loris premette il freno e fermò l'auto in una piazzola di sosta buia, proprio sul lungo ponte lagunare che unisce la città alla terraferma. 

Ne discesero entrambi, venendo immediatamente investiti dall'aria salmastra della laguna, e Loris continuò a parlare con il cuore aperto in mano: «Sarà dura, Marco... Ma vedrai che se gli sarai vicino... Scusami, sono uno sciocco a piangere così davanti a te, io non so più cosa dire».

«Non parlare più, Loris...», lo interruppe Marco con estrema dolcezza, facendosi vicino. «Io amo Stefano più della mia stessa vita, ma tocca a te stargli vicino in questi mesi che restano. Tu lo meriti più di ogni altra cosa al mondo, devi dividere con lui ogni singolo attimo, ogni istante. Io... io soffrirò in silenzio, da lontano. 

Ma io e lui non abbiamo mai fatto l'amore, ci siamo dati solo qualche bacio clandestino. Forse soffrirò di meno, perché non ho ricordi particolari o intimi legati a Stefano... ho solo la memoria del suo stupendo viso biondo, dei suoi occhi profondi e delle sue labbra calde. Tu, invece, hai vissuto otto anni interi della tua vita con lui, e hai tutto il sacrosanto diritto di amarlo e proteggerlo fino alla fine».

A quelle parole d'amore puro, i due giovani si abbracciarono forte sul cemento, piangendo insieme sul ponte sopra l'acqua scura. 

In quel gesto protettivo, Loris abbracciava idealmente se stesso di dieci anni prima, e Marco stringeva forte quel fratello maggiore che non aveva mai avuto in tutta la sua vita. 

Loris si rispecchiò per un secondo negli occhi trasparenti e lucidi di Marco e vide riflessa la propria stessa purezza di allora. Intanto, alta nel cielo della notte, la luna splendeva bianca, tonda e pallida, colorando e illuminando di spettacolari riflessi d'argento la magica e millenaria Venezia.

Risalirono a bordo dell'auto, che si avviò lentamente sulle ruote di gomma verso la città così malinconica, dolce e silenziosa. 

Una volta rientrato a casa, nella cucina calda, Marco raccontò ogni cosa a suo padre, senza più nascondere nulla. Trovò un padre incredibilmente comprensivo, maturo e dolce, il quale, avendo vissuto sulla propria pelle l'esperienza straziante, identica, di perdere la persona che più amava al mondo — sua moglie, la mamma di Marco — comprese al primo sguardo e senza bisogno di spiegazioni tutto il tormento e il dolore sordo di suo figlio.

Più di due mesi erano passati da quella notte sul ponte, e l'estate prorompente era ormai scoppiata in tutto il suo splendore di luce e turisti sulla Riviera. 

Eppure, nel cuore profondo di Marco c’era ancora un inverno rigido, un gelo continuo che non accennava a passare. Nonostante la compagnia fedele di Mirko fosse divertente, leggera e spensierata — e lo aiutasse a distrarsi dai suoi pensieri fissi portandolo a ballare nei locali, a fare i bagni rinfrescanti al Lido o a mangiare una pizza in allegria — la disperazione vera era sempre radicata dentro di lui.



L'eterna Luna Veneziana

Finché un giorno qualunque, mentre l'estate riempiva le calli, qualcuno entrò all'improvviso e senza preavviso nel suo negozio. Due occhi grigi si aprirono sgranati per lo stupore assoluto sulla persona che era appena comparsa, immobile, sulla soglia della boutique.

«Stefano... tu qui?», sussurrò Marco con un filo di voce, sentendosi letteralmente mancare il fiato in gola.

«Sto meglio ora, Marco...», rispose l'altro, abbozzando un sorriso debole ma bellissimo e avvicinandosi a passi lenti sul pavimento.

A Marco cominciarono a tremare vistosamente le mani, fatte improvvisamente gelide per lo shock, mentre il cuore gli batteva impazzito nel petto come se volesse uscirne.

«Sono tornato da te, amore mio», continuò Stefano con voce calda e profonda, cercandolo e incatenandolo con lo sguardo. «Ho lasciato Loris... o meglio, mi ha lasciato lui con generosità, perché ha capito benissimo che pensavo sempre e solo a te».

Senza aggiungere un'altra sola parola, accorciò la distanza, lo afferrò per le spalle e lo baciò appassionatamente sulla bocca. Fu un bacio lungo, profondo, che sapeva di vita e di riscatto, e Marco si sentì quasi morire per l'intensità dell'emozione.

Si fece sera molto tardi quando Marco, immobile sotto le lenzuola, si trovò a fissare nell'oscurità della camera il profilo addormentato del compagno, disteso sereno accanto a lui nel letto. 

Per la prima volta nella loro vita avevano fatto l'amore, unendosi nel silenzio delle stanze. Marco si domandò, con una stretta dolorosa al cuore che gli mozzò il respiro, perché avesse voluto spingersi fino a quel punto intimo, sapendo benissimo che dopo quell'unione sarebbe stato ancora più doloroso, straziante e terribile separarsi per sempre. 

Non credeva affatto, nel profondo, che Stefano fosse guarito miracolosamente; se lo sentiva sottopelle che, nonostante la riuscita dell'operazione al cervello, lui nascondeva ancora addosso lo spettro freddo della morte.

Ma le settimane successive passate insieme volarono in fretta, in un solo soffio di vento. 

Furono giorni densi, vissuti pienamente a ogni secondo, carichi di un amore viscerale, di gioia pura e di un'allegria disperata, usata intenzionalmente come uno scudo per scacciare l'ombra della fine che incombeva silenziosa tra di loro. 

Stefano non parlava mai di morire nelle ore diurne, non diceva assolutamente nulla a riguardo per non spezzare l'incanto, ma Marco ormai aveva capito tutto.

Nei mesi successivi si regalarono lunghe passeggiate mano nella mano tra le calli meno affollate, risate pulite e canzoni cantate insieme di sera sui pontili, davanti a quella luna romantica che rifletteva sull'acqua della laguna. 

Una lunga, eterna Luna Veneziana che dall'alto del cielo stellato guardava, proteggeva e rendeva immortale il loro amore. E intanto, inesorabile e silenzioso, il tempo passò.



Il nostro regalo di Natale

L'autunno era ormai interamente finito e il Natale era alle porte, portando con sé un freddo umido che risaliva dai canali. Loris incontrò per caso Marco nel pieno centro della città, tra il viavai delle calli addobbate a festa.

«Marco! Ciao, come va?».

«Oh, Loris! Buon Natale... Io sto bene, sì. E tu?».

«Sì, anch'io sto bene», rispose Loris con un sorriso accennato. 

«Stavo andando proprio in negozio a fare alcuni lavoretti dell'ultimo minuto per le feste».

Si sorrisero con profondo e sincero affetto reciproco. Non era affatto la prima volta che si incrociavano per caso tra le calli di Venezia; tra di loro due, col passare inesorabile dei mesi, era nata una bellissima, solida amicizia, anche se vissuta un po' in disparte e al riparo dagli sguardi del mondo.

«Piaceranno questi a Stefano?», domandò a un tratto Marco, abbassando lo sguardo e indicando il grande fascio di fiori freschi che stringeva stretto tra le braccia.

«Credo proprio che ne sarà felice», rispose Loris con estrema dolcezza, guardando quei petali. «Dopotutto questo è il suo regalo di Natale».

«Il nostro regalo di Natale», lo interruppe subito Marco, alzando il mento e guardandolo dritto negli occhi con assoluta fermezza. 

«Vieni, vieni anche tu a trovarlo stasera. Sono sicuro che a vederci arrivare tutti e due insieme sarà felice. Sai cosa mi ha confessato quest'estate, poco prima che arrivasse l'autunno?», continuò Marco con un filo di voce, mentre si avviavano a passi lenti e uniti verso il molo, diretti al motoscafo di Mirko che li avrebbe accompagnati.

«No, cosa ti ha detto?», chiedesse Loris, stringendosi nelle spalle con un sorriso un po' triste.

«Mi ha confessato che ti aveva lasciato solo ed esclusivamente per tornare da me... per poter morire tra le mie braccia, senza costringerti ad assistere giorno dopo giorno alla sua devastazione e alla sua fine in corsia. Sul momento, quando me lo ha detto, ho pianto tanto, Loris, ma poi a mente fredda ho capito... Ho capito che per te, per me, e per chiunque lo ha amato nel profondo e lo ama tutt'ora, lui non morirà mai veramente».

«Hai ragione, Marco», sussurrò Loris, stringendosi forte i baveri della giacca per difendersi dal freddo della laguna. «Io lo amo ancora oggi, esattamente nello stesso modo in cui lo ami tu. Però non saremo mai e poi mai gelosi l'uno dell'altro, perché ora lui non appartiene più a uno solo di noi, ma appartiene per sempre a tutti e due».

Arrivati a destinazione sul molo dell'isola, camminarono nel silenzio dei viali fino a fermarsi uniti davanti alla lapide di marmo chiara.

«Visto come ti stanno bene questi fiori?», disse Marco a mezza voce, rompendo la quiete del luogo e adagiando con cura un grande, colorato fascio di crisantemi sulla tomba di Stefano.

«Li abbiamo portati qui apposta per te», aggiunse Loris, allungando le dita per sfiorare la superficie del marmo freddo. «Per farti capire una volta di più che ti vogliamo bene ancora, come il primo giorno. E che se anche domani il destino ci porterà ad amare qualcun altro, non sarà mai e poi mai nello stesso modo in cui abbiamo amato te».

«Buon Natale, amore mio», aggiunse Marco con un sussurro, voltando leggermente il capo e nascondendo una lacrima lucida che gli rigava il volto reso pallido dal freddo.

Poi, mantenendo un silenzio denso di rispetto e di ricordi, entrambi uscirono dal cancello del cimitero e si avviarono a passi rapidi verso il molo, dove la sagoma fedele di Mirko li stava aspettando a bordo della barca ormeggiata. 

Non appena saliti a bordo sul ponte di legno, Mirko allungò con naturalezza la mano e strinse forte, con decisione, quella di Marco: era una mano calda, accogliente, solida, piena di un amore pulito e di promesse concrete per il loro futuro insieme.

Il motore si accese con un rombo sordo e il motoscafo si avviò rapido verso casa, fendendo le onde, mentre l'oscurità della sera calava già intorno a loro e sull'acqua della laguna. 

Ma sarebbe stato scuro solo per poco: lassù, nel cielo stellato e immenso, una grande, lucente e splendida Luna Veneziana stava finalmente per sorgere, pronta a rischiarare e illuminare presto l'intera Venezia, la laguna profonda e il loro cuore.

Giampaolo Daccò Scaglione
Venezia, Inverno 1977/1978 – Milano, Agosto 2026



Nota dell’Autore — Luna Veneziana

"Ci sono storie che non nascono da un foglio bianco, ma da una scintilla. La mia nacque tra Natale 1977 e l’Epifania 1978, quando avevo sedici anni — diciassette l’11 gennaio.

In quei giorni, un cugino di mia madre, gay, stava raccontando una vicenda che mi colpì profondamente: parlava di un suo amico che, per amore, si era trasferito a Venezia. 

Per me, ragazzo di quegli anni, era qualcosa di impossibile, quasi proibito, e proprio per questo irresistibile.

Così, in quell’inverno, decisi di inventare una storia che potesse esistere solo sulla carta, perché nella realtà del 1977 non avrebbe mai potuto accadere. 

Scrissi Luna Veneziana con la forza ingenua e purissima dei sedici anni, custodendola come un segreto prezioso.

E quel segreto è rimasto con me per quasi cinquant’anni. 

Non l’ho mai pubblicata, non l’ho mai riletta davvero, non ho mai avuto il coraggio di mostrarla. Era una storia troppo intima, troppo fragile, troppo avanti per il tempo in cui era nata.

Poi, un giorno, l’ho ripresa in mano. E ho capito che quella storia non era più impossibile. Era diventata matura, viva, vera. E che io, finalmente, ero pronto a darle voce.

Oggi Luna Veneziana approda nel mio blog, insieme alle immagini che ho creato negli ultimi mesi, come un piccolo tesoro ritrovato. 

È il racconto di un ragazzo che sognava un amore che non poteva esistere, e dell’uomo che, cinquant’anni dopo, ha deciso di non nasconderlo più."

Giampaolo Daccò Scaglione
Milano, 2026




 

 



















Nessun commento:

Posta un commento