martedì 19 ottobre 2021

ONCE AGAIN



ONCE AGAIN

(text and photo by
Giampaolo Daccò)
As always. Once again. I find myself here, under a shelter waiting for the bus to take me home, it is true that I could walk the way, four stops don't kill anyone. But I'm tired, it's raining, it's dark early, it's cold. I hate autumn. The lights of the cars on the wet asphalt look like long bands of light reflecting a flat, black tide. Black as some of the women next to me are dressed. The oldest talks about work, the other about her children, a third of her writes on her cell phone, nodding to the others every now and then. Two guys argue about the new mayor-elect and I'm tired of hearing the same old things. See the usual faces. And in the meantime it rains once again, the arrival of three soaked, screaming kids with backpacks on their shoulders who rudely collide with those like me who are waiting for that bus not yet arriving. Despite the protests of adults, they demonstrate what most of the kids have become: indifferent, rude and indifferent. Maybe, and just maybe, it's not even their fault. I open the umbrella and escape from this annoyance. I decided to walk home, four stops won't kill me even if it's raining and cold. I don't know if I was right to do it, the people I meet despite the wide sidewalk do not move, some do not lift or move the umbrella as I do and I find myself stuck to the wall crawling with my body and my rain cover while these four anonymous faces and rude pass by as if they were an impassable wall. No sign of moving and letting other people pass, they continued their arrogant walk not giving a damn about who had to get off the sidewalk and ended up in dirty puddles. No, I don't have to get nervous and I resume walking among shops full of people and trees that follow the avenue. One ... Two ... Three. Three stops have passed, at two hundred or perhaps a little more there is mine and the building where I live. I no longer thought about the rude children, the four people who occupied the sidewalk forcing others to either get off or hug the wall. I no longer thought about the road in the rain or even in the cold, but one thing I could not help thinking about: that once again it is autumn. I hate autumn. Finally at home, in front of the door I fall the keys, the umbrella and the work bag and a tenant goes out without saying anything, slamming the door almost in my face. Should I swear? Should I tell him something? Can rudeness and indifference be tolerated or should it be taught that education or respect are the basis for sympathetic cohabitation? Bullshit! No, I don't even think about it. I pick up my things, open the gate door and enter. I'm finally home or almost. I approach the elevator and once again it is blocked who knows where, let's resign ourselves and go up the floors on foot. Finally in the house the warmth of the radiators welcome me with the lights in the living room on, a good smell comes from the kitchen and a dark-haired head looks out: "Are you okay honey? Got a lot of rain?" "A little yes but that's okay, I took a few steps on foot but it was worth it. What's good for tonight? ..." I wanted to say: once again I ran into a season I hate, a time that bores me, rude kids just as much as the adults on the sidewalk were. That the elevator is still stopped and that before entering a tenant instead of giving me a hand slammed the door of the gate in my face but ... I'm not saying that. It doesn't matter now, it doesn't really matter anymore. Once again I approach his face while he is cooking a very tasty main course and touch his cheek with a kiss. "Go wash your hands silly! Soon we go to the table." I smile in the mirror as hot water flows through my soapy hands. Once again I am here in my house, among the things I love but I have no longer thought of hating autumn. I am now in the spring of my refuge.
Giampaolo Daccò

ANCORA UNA VOLTA


 ANCORA UNA VOLTA

(testo e foto di

Giampaolo Daccò)


Come sempre.

Ancora una volta.

Mi ritrovo qui, sotto una pensilina aspettando l'autobus che mi riporti a casa, è vero che potrei far la strada a piedi, quattro fermate non uccidono nessuno.

Ma sono stanco, piove, è buio presto, fa freddo. Odio l'autunno.

Le luci delle auto sull'asfalto bagnato sembrano fasce lunghe luminose che riflettono una marea piatta e nera. Nera come sono vestite alcune donne accanto a me.

La più anziana parla del lavoro, l'altra dei figli, una terza scrive sul suo cellulare annuendo alle altre ogni tanto. Due tizi discutono sul nuovo sindaco eletto ed io sono stanco di sentire le solite cose. Vedere le solite facce.

E intanto ancora una volta piove, l'arrivo di tre ragazzini fradici, urlanti con zaini sulle spalle che maleducatamente si scontrano con chi come me aspetta quell'autobus non ancora in arrivo.

Nonostante le proteste degli adulti, questi dimostrano ciò che la maggor parte dei ragazzini sono diventati: menefreghisti, maleducati ed indifferenti.

Forse, e dico forse, non è neanche colpa loro. Apro l'ombrello e fuggo da questo fastidio. Ho deciso torno a casa a piedi, quattro fermate non mi ammazzeranno anche se piove e fa freddo.

Non so se ho fatto bene a farlo, le persone che incontro nonostante il largo marciapiede non si spostano, alcune non alzano o spostano  l'ombrello come faccioio  e mi ritrovo appiccicato al muro strsciando con il corpo e il mio parapioggia mentre queste quattro facce anonime e maleducate passano di fianco come fossero un muro invalicabile.

Nessun segno di spostarsi e far passare altre persone, hanno continuato il loro arrogante cammino fottendosene di chi doveva scendere dal marciapiede finendo in pozzanghere sporche.

No, non mi devo far prendere dal nervoso e riprendo la camminata tra negozi pieni di persone ed alberi che seguono il viale.

Una... Due... Tre. Tre fermate sono passate, a duecento o forse poco più c'è la mia e il palazzo dove abito.

Non ho più pensato ai bambini maleducati, alle quattroeprsone che occupavano il marciapiede costringendo gli altri o a scendere o rasentare il muro.

Non ho più pensato alla strada sotto la pioggia e neanche al freddo ma una cosa non sono riuscito a non pensare: che ancora una volta è autunno.

Che odio l'autunno.

Finalmente a casa, davanti al portone mi cadono le chiavi, l'ombrello e la borsa di lavoro ed un inquilino esce senza dire nulla, sbattendomi il portoncino quasi in faccia.

Dovrei imprecare? Dovrei dirgli qualcosa?

La maleducazione ed il menefreghismo si possono tollerare o si deve insegnare che l'educazione o il rispetto, sono le basi di convivenze simpatiche? Balle!

No, non ci penso neanche. Riprendo in mano le mie cose, apro la porta del cancello ed entro. finalmente sono a casa o quasi.

Mi avvicino all'ascensore ed ancora una volta è bloccato chissà dove, rassegnamoci e saliamo i piani a piedi.

Finalmente in casa il tepore dei termosifoni mi accolgono con le luci del soggiorno accese, un buon profumino arriva dalla cucina ed una testa dai capelli scuri si affaccia:

"Tutto bene tesoro? Presa tanta pioggia?"

"Un poco si ma va bene, ho fatto due passi a piedi ma ne è valsa la pena. Che c'è di buono per stasera?..."

Avrei voluto dire: ancora una volta mi sono imbattuto in una stagione che odio, in un tempo che mi tedia, in ragazzini maleducati tanto quanto lo sono stati gli adulti sul marciapiede. Che l'ascensore è ancora fermo e che prima di entrare un inquilino invece di darmi una mano mi ha sbattuto il porticino del cancello in faccia ma... Non lo dico.

Non ha importanza ora, non ne ha più davvero.

Ancora una volta mi avvicino al suo viso mentre sta cucinando un secondo piatto molto gustoso e sfioro la sua guancia con un bacio.

"Vai a lavarti le mani sciocco! Tra poco si va in tavola."

Sorrido allo specchio mentre l'acqua calda scorre tra le mie mani insaponate.

Ancora una volta sono qui a casa mia, tra le cose che amo ma non ho più pensato di odiare l'autunno. Ora sono nella primavera del mio rifugio.

Giampaolo Daccò


mercoledì 6 ottobre 2021

UN LIBRO, TANTE STORIE


UN LIBRO, TANTE STORIE
(Testo e storia di
Giampaolo Daccò)

Non è un racconto, una poesia, ne un piccolo pensiero dedicato ad un libro che ho letto quasi tutto d'un fiato, ma è qualcosa che ha fatto riaffiorare alla mia mente, un pezzo della mia vita.

Non sono Violette e ne Julien e neanche Irène o Paul eppure in questa magnifica storia, fatta di tante altre che nell'arco di anni si sono intrecciate, sviscerando le vite dei protagonisti, i loro sentimenti, le paure, le gioie, i misteri, le tragedie... Il dolore.

Come Violette ho rivissuto dei drammi che il tempo ha aiutato se non a superare, a vederli in un'ottica diversa, stupendomi di chi si trascina nella propria vita, per decenni e fino alla fine, quel "lutto", quella sofferenza indicibile quasi fosse una gioia nel soffrire per punirsinirsi, per farsi compatire, per crogiolarsi in un dolore che invece di curare, lo si fa incancrenire per vedere negli occhi degli altri la comprensione o peggio... La pietà.

No, no la vita non funziona così, siamo già vittime di noi stessi, vittime di altri, vittime del destino che potremmo modificare in alcuni punti ed in altri no, dove un periodo nero potrebbe diventare bianco, azzurro, giallo, verde o anche un grigio ma brillante... Se lo si vuole.

Perché questi pensieri? Perché mi sono ritrovato nei tanti dolori e nelle poche gioie ma anche nelle "ressurrezioni" di Violette, dove invece di essere madre, sono stato un figlio-fratello padre di mamma, sorella, nonna, prozia.

Riconosciuto nell'abbandono, nel rifiuto, nell'incolparmi di colpe altrui, dove è stato più facile nascondere la faccia e lasciar si che quello (cioè io) imparasse a cavarsela da solo oppure che si arrangi con la famiglia che si ritrova.

Ho assistito più a malattie e morti che viaggi e divertimenti, ho passato come Violette a centellinare il denaro e privarmi per far star bene chi ha avuto bisogno di me. Non c'era nessuno la sera del funerale di Francesca a casa nostra, ma come Violette con Celìa ho avuto Angela e Marco con la cena pronta mentre tutti erano spariti.

Non ho avuto un Philippe o una Françoise che mi hanno amato nella loro maniera o fatto a pezzi per non averlo saputo fare incolpandomi di questo, almeno avrei avuto di che piangere per  essermi sentito solo, ero un usa e getta secondo il caso, secondo le voglie, secondo il copione, secondo il godimento pur di non prendersi almeno un po' di cura di un tipo strano di nome Giampaolo.

Lèonine era mia sorella invece di mia figlia, era anche mia madre... Nessuno e lo dico senza che qualcuno mi possa smentire, nessuno ho avuto vicino se non qualcuno che da estraneo era diventato un amico o amica, per pietà o per generosità innata e che con il suo aiuto hanno evitato che una sera di novembre avessi posto fine a tutto.

Come Violette ci si rialza dopo il crollo e non una volta ma più volte, anche se hai perso molti treni oppure sei stato sfruttato o vilipeso, la forza che si è accumulata negli anni ha fatto si che le ombre, le ferite sparissero o si cicatrizzassero stringendo i denti e lottando continuamente.

Questo libro ha portato a galla storie e fantasmi del passato che in questo momento sono diventati lo sfogo, pensieri buttati a casaccio su questo foglio bianco ma che mi hano fatto riflettere. Riflettere sulle piccole cose che mi hanno aiutato a ricominciare ogni volta: che sia stato un sorriso, un fiore, un regalo, una "spinta" ad agire e che mi hanno permesso di essere ciò che sono ora.

Fortuantamente non sono Philippe, ne suo padre, forse nella mia storia in parte lo è stato il mio di padre, ma sono stato da solo ad affrontare tutto prima, ora con la persona che condivide con me vita, lavoro, sogni, figli adottivi... Tutto.

Adesso come Violette posso donare una tazza di tè profumato, un libro, una frase, un abbraccio a chi ne ha bisogno e chiede aiuto, una parola o un sorriso per poter far capire che tutto passa e che si possa andare avanti. Ho "dimenticato" chi ha fatto del male chiedendomi a cosa serve non farlo? Ricordare con piacere chi si è perso per strade diverse dimenticandosi di te e tu di loro. Assaporare la gioia di un raggio di sole e vedere nella nebbia o nell'oscurità scintille di luce.

Cosa sono diventato ora? Come Violette, un uomo che ragiona, che cerca di sopravvivere in un mondo diventato sterile di amore ai fatti ma molto prolisso a parole. Un uomo che è curioso del futuro e che il suo passato è servito e serve per migliorare il presente, un uomo che ama tutto e che le riserve le lascia apparire quando sono evidenti e cambia strada senza spiegazioni, perché se ti giustifichi oltre a quello che si aspettano gli altri per togliersi il peso del torto, manchi di rispetto verso te stesso.

Lo so sembra una confessione anche se in parte lo è, non mi importa di ciò che si possa pensare o immaginare sulla mia persona o su cosa possa aver passato, so solo che la storia di Violette non è una storia finta, un romanzo inventato così... E' la vita di tanti di noi che la maggior parte non riconosce o si rifiuta di comprenderla e pochi la affrontato nel modo vero e giusto che sia. A volte questi si incontrano in chissà quale vagone di un treno, in un locale bevendo del tè oppure su una spiaggia o come 
Violette con Cèlia in un passaggio a livello bloccato da uno sciopero.

Nascono così grandi amicizie ed amori, storie che possono durare una vita o solo pochi giorni. Ogni giorno che passa potrebbe sembrare più difficile del primo ma può essere anche l'opportunità di prendere al volo l'occasione aparentemente negativa e trasformarla in un sogno colorato, non è difficile e neanche facile.

Basta guardarsi dentro, il nostro cuore e la nostra anima hanno bisogno di nutrirsi d'amore, di bellezza e di armonia... ed allora innaffiamole come si fa con la natura. Basta "Cambiare l'acqua ai fiori", a questi fiori dentro di noi... Tutto, forse, sarà diverso.

Giampaolo Daccò


domenica 19 settembre 2021

QUANTE VOLTE

 



    QUANTE VOLTE...

(di Giampaolo Daccò)

(foto "settemuse")


Quante volte...

Sento il fuscio delle foglie cadute sotto i miei piedi mentre mi incammino nel grande parco vicino a casa. L'autunno è appena iniziato e già un grande tappeto giallastro e rame invade tutte le strade ghiaiose di questo polmone verde in centro della mia città.

Quante volte ho passeggiato qui? Centinaia... Migliaia di passi fin da quando ero piccolo, eppure sono passati decenni, molte cose cambiate: lo zoo che mi metteva tristezza è scomparso da tanti anni finalmente. Ricordo che quando gli altri bambini ridevano e cercavano di gettare pezzi di cibo alle due tenere giraffe, alle scimmie o a qualche animale fermo ad osservarli in uno strano modo, a me veniva il magone e un senso di malessere.

Guardavo gli animali negli occhi e sembravano chiedere aiuto, poi un igorno lo zoo vene chiuso e non nascondevo la mia gioia che le autorità comunali avessero preso la decisione più giusta per quelle povere bestie. Poi nel corso degli anni erano arrivati e poi spariti il degrado e chi si uccideva di droga, più tardi venne il momento in cui tutti andavano a prendere la tintarella nei mesi estivi, rovinando le aiuole e gli spazi verdi, calpestandole senza ritegno con tutto ciò che si portavano dietro.

Restavano sempre i due bar storici che immobili nel tempo avevano mutato la loro immagine da chioschi a locali davvero belli e pieni di persone e finalmente le aree dei cani dove ora scorazzano i nostri più teneri amici, felici giocando tra di loro. Grande segno di civiltà.

Ecco sono su uno dei ponti che sovrastano di poco gli stagni e dentro questi, pesci grossi e piccoli, anatre, tartarughe e qualche topo sfuggente fanno da cornice a queste acque un po' torbide ed un po' strane mentre odore di muschio misto a fiori appassiti colpiscono il mio olfatto.

Quante volte ho percorso queste stradine incorniciate di alberi altissimi e cespugli selvaggi di sempre verdi: mi rivedo bimbo con mamma, nonna, zia, prozia e cuginette varie a camminare parlottando di tante cose nei sabati e domeniche liberi da impegni. Sono sempre stato circondato da figure femminili di ogni età e sepssore, questo mi ha aiutato ad essere vicino alle donne e mi sono ritrovato ad aiutare nel tempo amiche e colleghe con grande affetto.

Però quel bambino dalla giacca a vento rossa o dal cappotto blu con ricamati due gendarmi vicino al bavero lo vedo sempre correre come un matto e pieno di felicità tra i vialetti, non più rinchiuso in casa per la nebbia, per il freddo, per i compiti di scuola o per accudire momentaneamente mia sorella in culla o nel girello.

Poi quegli anni di scuola, del liceo artistico e le bigiate quando non volevi farti interrogare e con i soliti amici passeggiavi in quel parco dall'autunno fino a fine primavera tempo degli esami. Tutti in loden verde e sciarpa bianca con i jean blu oppure in eschimo verde e capelli lunghi, in base di che fazione politica in cui militavi. Poi alla fine eravamo tutti uniti davanti al chiostro di panini e bibite.

Vennero anche le contestazioni nelle piazze e urla nelle scuole uno contro l'altro ma questo parco era poi il mondo che ci riconcigliava e così accaddero anche i primi amori, i baci e qualcosa in più nascosti tra le siepi. Era stato tutto molto bello a penarci ora mentre a quel tempo, a quell'età tutto sembrava complicato e difficile.

Poi era arrivato il tempo di convivere, di lavoro e di una vita da grandi anche se poi dentro restavo sempre il ragazzo ed il bambino di allora. C'erano stati nuovi amici e nuovi colleghi e sempre quello spazio verde protagonista delle giornate di riposo e dei momenti di pausa avendo la fortuna di lavorare sempre in centro città.

Gli anni erano passati veloci e quando mi era arrivata l'occasione di avere un nuovo lavoro ed una nuova casa, quel parco e le sue stradine me li sono ritrovati davanti agli occhi fino ad ora. Destino? Chissà, era il mio sogno e parte della mia vita, tant'è che non ci siamo mai lasciati.

Quante volte sono passato di qui? Tante, anche adesso sono in uno dei viali ad assaporare il profuno dell'autunno, a rilassarmi camminando lentamente osservando quello che mi è attorno: file di persone davanti al museo delle scienze naturali e all'osservaotrio astronomico, persone di ogni età a correre attorno nelle sterrate per tenersi in forma. I cani liberi nei loro spazi circondati da staccionate di legno mentre i loro "papà e mamme" stanno a parlare urlando il loro nome ogni tanto dopo qualche abbaiata.

Ecco sono arrivato davanti al bar dove tra poco mi gusterò un succo di frutta e magari un panino e qui li fanno buoni, guardo le foglie sul selciati, saluto un paio di poliziotti vicino a me eche conosco da tempo e mi siedo mentre una leggera brezza fresca ti fa sentire sereno in questo sabato tiepido di primo autunno.

Chissà... Quante volte ancora passeggerò qui con le foglie sotto i piedi oppure accanto ai fiori e all'erba sbocciati in primavera, magari con i capelli bianchi ed in mano un libro da leggere su una panchina dipinta di verde.

Chissà quante volte...

Giampaolo Daccò


giovedì 2 settembre 2021

UNA RUOTA CHE GIRA


UNA RUOTA CHE GIRA

Non sarà mai più come prima.
La bellezza sta sfumando come le foglie d'autunno,
sul tuo viso i segni delle tue esperienze.
I folti capelli biondi lasciano il posto
ad un taglio adatto, come sono diversi ora.
Il fisico sta cambiando lentamente
e ti rivedi nello specchio come non eri mai stato.
Invidia, quando si guardano i giovani,
ancora belli, vivaci con davanti a se molto
e tu sei nel tuo autunno che avanza.
Pensavi di non provare questi sentimenti,
non credevi che arrivasti a detestare
l'uomo che non riconosci più,
anche se quello che eri dentro rimani
ma con un senso che qualcosa sfugga dalle mani.
Come se il tempo voli sempre più veloce
tra le tue mani, tra i tuoi gesti e pensieri.
Si è diventti adulti, troppo e troppo in fretta,
eppure lo sapevi che la ruota gira per tutti.
Appunto per tutti ma difficile accettare la propria.
Non si è forse, ancora pronti oppure
sarà la paura di un ignoto futuro
che si assotiglia sempre di più?

Giampaolo Daccò

lunedì 16 agosto 2021

E TI FARANNO CREDERE...


E TI FARANNO CREDERE...

E ti faranno credere
che la tua vita è una croce,
che sarà sempre irta di spine,
e soffrirai le pene dell'inferno,
per ottenere quando
la tua essenza ti lascerà,
un posto tra i beati.

E ti faranno credere
di portare sulle spalle una croce,
si sentire il peso del dolore,
di sacrificare la tua vita,
per avere un domani,
la felicità nel Paradiso.

E ti faranno credere,
di amare chi ti odia,
di perdonare chi ti ha ferito,
di donare a chi ti ha rubato, 
per vedere nell'immensa luce,
chi è chiamato l'Altissimo.

Ma tu ci crederai, passerai la vita,
a distruggerti nel dolore,
a stringerti nella compassione,
a fingere di amare chi ti uccide,
così chiuderai gli occhi ed il cuore 
davanti ad una realtà diversa.

Ci crederai per paura e terrore,
di finire dannato nell'oblio di fuoco,
sarai ipocrita credendoti generoso,
confesserai le tue banalità a chi,
pensando di salvarti con un segno,
saprà farti sentire sempre in colpa.

Eppure se ti guardi dentro,
 se saprai ascoltare il tuo cuore,
se supererai i dolori affrontadoli,
se lotterai nella tua vita,
senza sensi di colpa e paure,
capirai chi sei e cosa porti dentro.

Le nostre croci sono pesanti,
ma se le osservi senza timori
sono attorniate di rose,
di frutti, di spine, di verde,
soffrirai si, ma amerai tutto questo,
senza il bisogno di punirsi.

E quando ti faranno credere,
non farlo, non ingannarti,
la luce e l'amore dentro di te
non avranno nessun bisogno
dell'infliggerti pene e rimorsi,
che tanto ti hanno indotto.

Sarai felice solo se amerai e
non crederai al tuo peccato inesistente.

Giampaolo Daccò







 

giovedì 5 agosto 2021

IERI. QUANDO ERO GIOVANE



 IERI, QUANDO ERO GIOVANE


(parole di Glen Campbell)

(foto nr 1 di G. Vigorelli) (foto nr 2 di E. M. S.) Ieri, quando ero giovane Il sapore della vita era dolce Come pioggia sulla mia lingua Ho preso in giro la vita come se È stato un gioco sciocco Il modo in cui una brezza serale Stuzzicherebbe la fiamma di una candela I mille sogni che ho sognato Le cose splendide che ho pianificato Ho sempre costruito per durare Sulla sabbia debole e mobile Ho vissuto di notte e ho evitato La nuda luce del giorno E solo ora vedo Come sono scappati gli anni Ieri, quando ero giovane C'erano così tante canzoni Che aspettava di essere cantato Tanti piaceri selvaggi Questo era in serbo per me E tanto dolore I miei occhi abbagliati si rifiutavano di vedere Ho corso così veloce quella volta E la giovinezza alla fine è finita E non ho mai smesso di pensare Che cos'era la vita E ogni conversazione Che posso ricordare Si è preoccupato per me E nient'altro Ieri la luna era blu E ogni giorno pazzo Ha portato qualcosa di nuovo da fare E ho usato la mia età magica Come se fosse una bacchetta magica E non ho mai visto i rifiuti E il vuoto oltre Il gioco dell'amore che ho giocato Con arroganza e orgoglio E ogni fiamma che ho acceso Morì così presto, presto Gli amici che mi sono fatto sembravano tutti In qualche modo per andare alla deriva E solo io sono rimasto Sul palco per concludere lo spettacolo Ieri quando ero giovane C'erano così tante canzoni Che aspettava di essere cantato Tanti piaceri selvaggi Mettiti in serbo per me E tanto dolore I miei occhi abbagliati si rifiutavano di vedere Ci sono così tante canzoni in me Che non sarà cantato Perché sento il sapore amaro Di lacrime sulla mia lingua Ed è arrivato il momento per me Per pagare ieri
Quando ero giovane

lunedì 19 luglio 2021

E COME SEMPRE... RITORNERAI


 E COME SEMPRE... RITORNERAI

Ogni volta che arrivavi e ritornavi poi nella tua città al nord, quella metropoli così lontana piena di luci e persone, vedevo il tuo treno che aspettavo con ansia.
Non ho mai capito il perché tu non prendessi l'aereo, molto più veloce e comodo al che mi avevi  sempre detto:
- Viaggiare in treno ed osservare tutti i tipi di paesaggi della nostra bella Italia che ci offre, comprendi di essere entrato in una favola o in mille quadri diversi ed è così ogni volta. Vedo la pianura e le sue grandi città, poi paesi immersi nel verde, colline e boschi, montagne e picchi rocciosi. Hai mai visto le distese di vigneti nelle Marche oppure Orvieto arrampicata su quel monte dove si intravede la cattedrale? Anche il mare cambia colore partendo dal nord al sud, con i suoi toni che diventano mille sfumature di blu e verde? -
No non li ho mai visti tutti questi paesaggi, la mia vita da pescatore è qui, in questa cittadina del sud, dove l'odore di salmastro si mischia a quello delle spezie al mercato e le luci delle lampare di notte fanno gara con le stelle nel cielo scuro a chi luccica di più.
Vedo i suoi occhi chiari quando insieme nel pomeriggio tardo passeggiavamo tra le rocce a cercare un angolo tranquillo vicino al mare, per amarci, giocare nelle limpide acque salate oppure restare abbracciati nel tramonto fino a che il sole si era immerso nella distesa blu all'orizzonte.
La tua bellezza si irradiava in quell'incanto ma non mi sono mai sognato di chiederti di rimanere per sempre forse per paura di una cattiva risposta, ognuno di noi ha la sua vita e forse nessuno dei due vorrebbe cambiarla nonostante i sette anni d'amore e le decine di telefonate e video che si siamo mandati.
Vorrei chiederti di vivere con me ma forse dovrei essere io ad andarmene da qui, cosa posso offrire? Hai un lavoro importante, conosci tre lingue, fai sport e tanto altro... Io ho finito le scuole medie e ho sempre lavorato, nel mio cuore so che a te non importa ed allora?
Ti aspetterò per tanti altri anni fino a che ti stancherai e troverai, lassù un altro che ti darà molte cose più di me?
Sto guardando il mare, le persone sulla spiaggia, ombrelloni, grida, tuffi, onde spumeggianti, le vele colorate all'orizzonte e i locali nella zona turistica, com'è cambiata la mia cittadina da quando ero piccolo.
Non è più quel paese di mare dove alla sera tutti stavano chiusi in casa oppure facevano la "vasca" per farsi notare con l'abito nuovo messo solo la domenica, poi i panni distesi sui fili tra una casa bianca e l'altra, il profumo di buone cose cucinate nelle case che invadeva i vicoli del centro storico.
Nel giro di pochi anni, un sindaco dalle vedute larghe era riuscito a farla diventare un luogo di turismo incredibile, era stato furbo ed intelligente:
- Pensate - disse durante la campagna elettorale finita al settanta per cento in suo favore - al guadagno sia in denaro che come importanza: avremo tantissime persone qui, molte delle vostre case sfitte possono diventare locali in affitto per turisti, meglio se stranieri, inoltre i vostri ristorantini avrebbero molto più lavoro senza contare che la vostra cucina sarà apprezzata e conosciuta... Non è solo progresso ma è anche ricchezza e l'abbellimento della nostra comunità. Vi prometto che ci saranno alberghi a misura d'uomo, strade risistemate, allargate ma senza un traffico intasante. Ci saranno due nuovi quartieri con ville e palazzine circondate dal verde, il porto sarà ingrandito e diviso in due, il nostro resterà per i pescherecci ma rinnovato e con più attrezzature per il nostro lavoro e l'altro poco distante verrà adibito per le barche,  gli yacht dei ricchi turisti, verrà creata una grande spiaggia più a nord di quella dopo la chiesa di San Michele e potrà dare lavoro per i nostri giovani come baristi, bagnini, aiutanti e... -
Era riuscito a toccare il cuore ed il portafoglio dei miei compaesani, mio padre prima di andarsene per sempre era felice di questa idea ed infatti la nostra compagnia di pescherecci aveva aumentato il volume di lavoro e di entrate, lo stesso un po' tutti e la cosa più importante era stata l'apertura mentale avvenuta in questi anni, in tanti di noi. Alcuni figli di pescatori e mercanti erano persino riusciti ad andare all'università e molte ragazze potevano uscire la sera con le amiche anziché con uno dei genitori e parenti che le seguivano attenti al loro onore.
Un mondo che ha avuto un rovescio stupendo della medaglia ed ancora oggi sta godendo dei risultati, ma la mia vera fortuna era stata il suo arrivo, quell'incontro vicino alla mia barca dipinta di blu, bianco e giallo che aveva attirato la sua attenzione:
- I miei colori preferiti su una splendida barca! E' vostra? - queste erano state le sue prime parole verso di me, quando mi girai avevo incontrato quegli occhi chiari e i capelli al vento.
Sono passati sette anni e ogni estate in agosto stiamo insieme per un mese, mi manca sempre quando non c'è anche se ci vediamo con le video chiamate ma non è la stessa cosa... Forse un giorno prenderò la mia decisione e lascerò che sia mio fratello a proseguire il lavoro e partirò per la metropoli, ne sono sicuro... Ma dovrei chiederglielo prima, anzi glielo chiederò fra tre giorni al suo arrivo, appena scenderà dal treno, andremo a pranzo e...
Eccomi qui tre giorni dopo sulla pensilina del binario numero uno, che pomeriggio stupendo e luminoso e che caldo, il vento fa muovere i rododendri nei vasi vicino all'uscita, non vedo l'ora che scenda dal treno, correrò incontro e subito dopo l'abbraccio dirò ciò che avevo deciso giorni fa davanti al mare.
Ecco il treno che arriva, come mi batte forte il cuore, lo stridio della fermata si confonde con la voce dell'altoparlante.. Dio Santo quante persone urlanti con valigie stanno scendendo, non riesco a vedere dove sia, mi sono alzato in punta di piedi e vedo solo tante teste che vanno veloci verso l'uscita.
Un colpetto sulle spalle mi fa girare di scatto e incontro i suoi occhi ed il suo sorriso, il mio cuore batte all'impazzata e subito tra noi un abbraccio fortissimo, capisco che mai sono stato così innamorato; sto per dire qualcosa ma vengo interrotto subito dalla sua voce mentre con le valigie nella mia mano, mi porta velocemente verso il bar della stazione, all'ombra e in una zona non affollata.
- Ti devo dire una cosa importante. - per un attimo mi sento quasi male ma il suo sorriso mi aiuta a calmarmi anche se il sudore della paura di qualcosa di negativo in arrivo, cola lungo la schiena - Non posso aspettare oltre, è da questa notte nel vagone letto che ci penso ed ho dormito poco. Dovevo dirtelo prima possibile. -
-  Cosa devi dirmi tesoro? Spero niente di brutt... serio volevo dire - la mia voce ha una nota stonata, quasi timorosa.
- No no, cioè si è una cosa seria, ma non brutta: RESTO. -
- In.. In che senso resti? -
- Resto qui o almeno vicino e per sempre se tu vorrai - sto pensando di svenire, mi sta dicendo che lascia la metropoli e viene a vivere qui? Ma come? Ho capito bene? - La mia azienda ha aperto degli uffici a Lecce, c'è una grande richiesta di lavoro per architetti, così ho accettato il trasferimento per cinque anni e magari per tutta la vita se tu vorrai. Non potevo più aspettare, sono sette anni che sogno di vivere con te, di condividere le nostre vite e di ciò che verrà in futuro... -
- Mio Dio sono felicissimo e non me l'aspettavo, il più bel regalo che ho ricevuto in tutta la mia vita - dico come un ebete sentendo la sua risata mentre i suoi occhi si fanno lucidi. 
Bacio.
E senza pensare alle persone attorno il nostro abbraccio si fa più forte, dentro di me una felicità immensa, gliene parlerò dopo di quello che avevo intenzione di fare ma ora è il momento di andare in albergo.
- Ripartirò per Milano a fine agosto ma incomincerò a lavorare a Lecce dal primo di ottobre, abbiamo già trovato tre appartamenti oltre all'ufficio sempre nello stesso palazzo. Una fortuna davvero, il mio lo condividerò con una collega, ci seguiranno a breve altri cinque architetti e lavoreremo a dei progetti sia nelle città che nelle province di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto... Avrò molto da fare ma almeno staremo finalmente insieme per sempre. -
L'ascolto mentre guido piano sulla strada assolata che porta alla mia cittadina a solo dieci chilometri dal capoluogo. Non ci saranno più centinaia di chilometri a dividerci e mesi di attesa per vederci. Canto e mi batte il cuore sentendo la sua mano sulla mia mentre cambio le marce dell'auto.
Finalmente non penserò più "E come sempre... Ritornerai" ogni volta che ti vedevo ripartire per il nord a fine agosto e che tutte le luci parevano spegnersi attorno a me quando il tuo treno spariva alla mia vista.
Ora saremo sempre insieme.
Il mare cristallino si avvicina sempre di più, l'auto è alle porte di quella bellissima cittadina bianca mentre il sole piano scende alle loro spalle dipingendo di rosso il cielo immenso su quel paradiso.

Giampaolo Daccò

sabato 26 giugno 2021

VORREI ESSERE STATO...


 


Avrei voluto essere un bambino come gli altri,
avrei voluto giocare e stare con altri ragazzini,
avrei voluto un'infanzia e giovinezza felice,
avrei voluto che qualcuno s'occupasse di me.
Avevo passato giorni ad osservare alla finestra,
avevo passato giorni a curare la nonna malata,
avevo passato sere da solo in camera fantasticando,
avevo passato quegli anni senza "luce".
Avevo cercato amicizia ho trovato rifiuti,
avevo cercato affetto da lui ed ho trovato il gelo,
avevo cercato qualcuno ma ho trovato nulla,
avevo cercato di essere diverso per piacere.
Non sono mai stato un bambino facile,
non sono mai stato coraggioso ma timido,
non sono mai stato ciò che tutti si aspettavano,
Non sono mai stato quello che sono adesso.
I bambini difficili, i bambini indaci, i bambini "strani",
hanno più bisogno di amore e di attenzione,
i primi cinque anni della vita di un fanciullo,
sono la base di ciò che sarà un domani, anche
se quel bambino avrà la fortuna di cambiare se stesso.
Se non li si amano o non si è in grado di farlo,
date questo compito a chi o sa fare e sa donare
tutto ciò che un bambino ha bisogno per crescere.
Le ferite rimangono profonde dentro anche invisibili,
per tutta la vita anche se rilegate in un angolo,
loro stanno lì a ricordarti chi eri e cosa hai passato.
Gli altri, quelli che ti hanno fatto del male,
fingono di non ricordarsi o pensano di non averlo fatto,
ma l'uomo di adesso lo sa benissimo e ciò che gli altri
rammentano, non è mai quello che ricordi tu.
Ora ai loro occhi sei una grande persona,
un uomo dal cuore d'oro e piacevole da frequentare
ma solo tu sai che non è questa la verità.
Allora si recita un ruolo o ci si allontana
da quelle bugie perché quella è la loro vita,
la tua è tagliata a pezzi da quei ricordi e
mai sarà diverso e solo con una nuova vita,
potrai essere ciò che sei davvero e per sempre.
I bambini vanno amati e compresi e guidati,
sia dalla famiglia sia da chi non ne appartiene,
ma è tanto difficile tutto questo, davvero
è un compito che ogni essere umano deve svolgere
verso quell'innocenza che si perderà nel tempo.
L'abbandono è fatto di tante maniere ed ognuna
è terribile quanto l'altra.

GIAMPAOLO DACCO'

venerdì 11 giugno 2021

ERA QUEL TEMPO LONTANO


 

"Era quel tempo lontano"

Estate e profumo di fieno
Correvo tra campi e raccolti
Inebriato di odori e colori
Sognavo
Tra sterrate e erba
di correre verso la libertà.
Con occhi innocenti

Giampaolo Daccò
(photo Giampaolo Daccò
zona Bettàle campagna)

domenica 6 giugno 2021

EMMANUEL & GIAMPAOLO


 

                             EMMANUEL & GIAMPAOLO

עמנואל וג'יאמפאולו

- State fermi... Ecco ora la foto.. No no Emy, sorridi, Paolino stai più vicino a Emy... Pronti? Ecco fatto. -

-Mamma io non mi chiamo Emy ma Emmanuel e Paolino si chiama Giampaolo... - aveva risposto il mio amichetto di giochi dei week end milanesi, quando nonna Maria mi portava a Milano dalla sua casa in campagna, per incontrare il suo fidanzato che io chiamavo zio, un uomo gentile dagli occhi verdi, conosciuto dopo la morte di nonno.

Myriam era la mamma di Emmauel, lo stesso nome di nonna Maria in ebraico ed avevano più o meno la stessa età, Myriam aveva sei figli tutti maschi, Emmanuel era l'ultimo avuto a quasi quarant'anni). Per me avere una nonna di poco più di quarantacinque anni era un vanto, e le origini orientali del suo cognome la facevano apparire molto vicino a Miryam come sua sorella oltre che collega di lavoro.

Emmanuel nel corso dei fine settimana era diventato uno dei miei amici più cari, sembravamo, come diceva lui, i biscotti "Ringo" anche se poi la sua carnagione e capelli ricci e neri non erano proprio scurissimi. La sua convinzione era che nonna Maria fosse ebrea come lui.

- Vedi il suo cognome, mentre il tuo è francese, il suo è orientale! - e pronunciava quel cognome con una erre strana tipica della sua lingua, ne ero affascinato anche se lui mi prendeva in giro per la mia di erre "moscia" ora meno accentuata ma allora era quasi uno strazio per me, soprattutto a scuola.

In estate passavamo i pomeriggi al Parco di Porta Venezia allo zoo (ora fortunatamente solo parco Indro Montaneli), oppure si andava all'idroscalo. Nelle altre stagioni anche con i miei genitori si andava con la famiglia dal cognome impronunciabile, in giro per i laghi e posti che lo zio P. conosceva bene, noi, in cinque, sulla 1100 Bordeaux, mentre Emmanuel e famiglia su un furgoncino famigliare.

Io ed Emmanuel eravamo diventati quasi gemelli, eravamo uniti da tante cose: pittura, guardare le stelle, pattinare, ginnastica, odiavamo il calcio e giocavamo a nascondino. Ricordo le corse a perdifiato quando con la sua famiglia venivano in campagna da noi, scappavamo nei prati vicino al fiume Lambro, tra fiori, grano e piante di ciliege.

A otto/nove anni il mondo era più colorato ai nostri occhi e spesso giravamo per mano tra stradine fuori paese altrimenti la mentalità bigotta poteva additarci (alla nostra età poi dove non sapevi cos'era il sesso) come diversi mentre in città tutto era così normale che avrei voluto che papà e mamma si fossero trasferiti subito ma c'era l'altra nonna da curare.

Non c'era malizia nei nostri cuori, speso in camera sua o mia ci ritrovavamo abbracciati a leggere fumetti o vedere la televisione e poi scoppiavamo a ridere per niente e rotolavamo sui tappeti facendo la lotta. Poi i panini al burro e zucchero o burro e marmellata con il tè a mezzo pomeriggio.

Myriam come nonna Maria erano belle, gli occhi neri misteriosi, la carnagione olivastra, i capelli corvini e il corpo prosperoso e armonioso e tutt'e due avevano una bella voce.

Adam il terzo dei fratelli di Emmanuel, spesso ci portava dai suoi amici dove suonavano con una band in una cantina, canzoni beat e rock, un sogno ed Emmanuel dai capelli ricci si muoveva come Jimy Hendrix vicino a Adam imitandolo con una inesistente chitarra, mentre io fingevo di suonare la batteria e guardandoci strizzavamo i nostri occhi in segno di intesa. Altro che lo Zecchino d'Oro e che era quello strazio di bimbi vestiti uguali con canzoncine idiote...

Se non era amore fraterno tra noi due non so come avrei potuto definirlo, una sera mentre gli altri erano a cena, noi due eravamo in camera sua ed all'improvviso era scoppiato un temporale forte, Emmanuel aveva gridato spaventandosi dal primo botto del tuono.

Era arrivata subito sua madre a rincuorarlo, non capivo perché aveva così paura mentre per me era normale il temporale, mai avuto terrore, forse solo dei fulmini ma... Allora Miryam che mi aveva guardato negli occhi e capendo la mia incredulità, raccontò a noi la loro storia, di quando nel 1967 due anni prima ci fu la guerra dei sei giorni tra Israele la loro patria e l'Egitto, la Siria e la Giordania.

Ero rimasto a bocca aperta, sapevo dai telegiornali ma non direttamente da chi l'aveva vissuta. Erano scappati da Ascalon, vicino alla zona rossa raggiungendo prima Roma da alcuni zii e poi a Milano dalla sorella del padre. Ancora allora stavano aspettando di poter ritornare nel loro Paese tanto amato.

Quando lei era uscita dalla stanza, mi ero avvicinato a Emmanuel che si sera calmato, era appoggiato al cuscino messo in piedi alla spalliera e gli misi il braccio intorno al collo. Emmanuel si era girato verso di me, gli occhi neri contrastavano i miei cosi chiari, ma erano pieni di lacrime e paura, mi aveva abbracciato forte.

Non so cos'era successo in quell'istante ma le nostre labbra si unirono in un bacio casto lasciandomi di stucco, lui era sembrato sorpreso e mi disse che era il modo di salutarsi o di incontrarsi tra loro. Mi tirò vicino e mi baciò di nuovo... Questa volta il bacio era stato lungo e le sue braccia mi stringevano al suo viso.

Non sapevo che dire o fare, quando si era staccato e come nulla fosse aveva acceso la televisione, l'avevo guardato con meraviglia, come se per lui fosse stato normale, anzi era normale... Per me ancora adesso non saprei descrivere, troppo piccolo per darne un significato di saluto ma di certo avevo capito che quel bacio era un modo di esprimere l'affetto per una vera amicizia.

Avevo baciato tante ragazzine perché me ne ronzavano attorno molte nella via dove abitava nonna: Bruna, Loredana, Cinzia, Antonella... Ma era una cosa diversa direi che era sentimentale per me, averne poi tre all'insaputa una dell'altra (so che fa ridere a otto/nove anni) ed oltretutto una mora, una bionda e una rossa, mi davano l'aria del baby latin lover.

Eppure quel bacio tra me ed Emmanuel mi aveva impresso nella mente quanto potesse essere bello e liberatorio ma soprattutto innocente quel gesto che gli ebrei fanno in maniera normale per saluto e per esprimere amicizia. Una forma strana di amore che solo chi non ha malizia potrebbe capire.

Emmanuel e la sua famiglia ritornarono a Jaffa (prima città indipendente, ora quartiere di Tel-Aviv) dai nonni nel 1971, nonna Maria e zio P. li avevano accompagnati portandomi con loro all'aeroporto di Linate.

Avevo pianto durante il viaggio verso l'aeroporto e così anche Emmanuel mi aveva confidato nella sala d'aspetto delle partenze. Intanto che lui stava vicino a me e trafficava nel suo borsone colorato, avevo passato in rassegna i volti della sua famiglia per imprimerli bene nella mente, sentivo che non li avrei più rivisti.

Abraham il padre, Myriam la mamma che mi aveva abbracciato forte e baciato sulla fronte come una mamma, poi i fratelli Jared, Shimon, Adam, Yosef e Noam. Emmanuel mi aveva tirato la manica della camicia, mi aveva messo nella mano un pupazzetto colorato con i capelli neri e ricci. Era come fosse lui.

- Ci scriveremo sempre? -

- Si sempre Emmanuel. -

- Me lo prometti che verrai a Jaffa? -

- Non lo so ma partirei subito con voi. -

- Pensi che ci rivedremo ancora? -

- Si ne sono sicuro e te lo giuro che succederà. -

Aveva sorriso mentre una voce femminile attraverso l'autoparlante annunciava il volo per Tel Aviv, il loro. Ricordo che ci erano stati abbracci, baci, pianti tra nonna e Myriam. I suoi fratelli mi fecero girare vorticosamente tra le loro braccia mentre Emmanuel dopo aver salutato nonna e zio, mi si era avvicinato.

Senza una parola mi aveva abbracciato e baciato sulla bocca.

- Ricordati di me, per sempre Giampaolo. -

- Si per sempre. -

- Ti scrivo appena arrivo a casa. -

Avevo annuito mentre tutta la famiglia si era spostata al check point, dopo pochi minuti erano spariti nell'area delle partenze e fu allora che mi ero messo a piangere forte, avevo provato un dolore che non sapevo gestire a dieci anni. Nonna mi aveva rincuorato prima in aeroporto poi sul tragitto di strada, nella mia mente c'era solo il mio amico Emmanuel.

Con lui ci eravamo scritti fino al 1973, poi era arrivata la guerra del Kippur e da quel momento più nulla. Io speravo che a loro non fosse successo nulla in quella terribile guerra, speravo col tempo di ritrovarli ma non ricordavo il loro cognome, era troppo difficile. Nonna era morta quasi improvvisamente l'anno rima e zio P. nel frattempo si era ammalato e non l'avevamo più visto, non era rimasto nesun filo o legame con loro.

Siamo arrivati al 2021, ai ricordi di una bella amicizia... Avevo cercato su Facebook ed altri canali dei social ma niente... Vuoto assoluto ed ora non mi rimane che ricordare Myriam ed i suoi com'erano allora ed Emmanuel, il mio amico di scorribande e del suo bacio fraterno e quegli occhi profondi e neri che spero ora siano negli occhi di qualche donna o nei suoi figli. Lo spero con il cuore.

E chissà che un giorno come un miracolo ci si potrà rivedersi.

Giampaolo Daccò