IL CUORE DELL’ANIMA
*UN AMORE PIÙ FORTE DEL TEMPO *
"Care amiche ed amici del blog, oggi voglio aprirvi il mio cuore nel modo più intimo possibile, svelandovi il retroscena di una storia a cui tengo immensamente. Avevo scritto queste pagine molti anni fa, quasi come una storiella di getto.
Ma dentro quelle righe c'era un pezzo enorme della mia vita: c'era il dolore reale per la perdita di una persona cara di famiglia, e c'era la forza di un amore che non si arrende.
Oggi, dopo quarant'anni, quel ricordo è diventato "Il Cuore dell'Anima", un romanzo d'amore, empatia e speranza completamente restaurato e arricchito dalle meravigliose, poetiche e straordinarie tavole pittoriche di Elia.
Un viaggio cinematografico e commovente in 10 illustrazioni d'autore che vi farà piangere, sorridere e sperare."
Prologo:
*Esiste una lingua segreta che non usa le parole, ma che le anime più pure conoscono a memoria. È la lingua dell'empatia assoluta, quella che unisce gli esseri viventi oltre ogni barriera biologica. A volte, il cuore di un animale non si limita a battere, ma si mette in ascolto: percepisce il dolore, accoglie l'ultimo respiro e si fa ponte tra la terra e l'infinito.
Questo racconto è dedicato a quell'istante di assoluto mistero in cui un cane ha saputo farsi custode di un passaggio, offrendo un sollievo che la medicina non poteva dare. È la prova che l'amore vero non si spegne con la morte, ma cambia semplicemente forma per continuare a proteggerci, restando fedele alla promessa più dolce: quella di non lasciarci mai soli.*
L'ombra e la luce di Antignano
«Dai Pluto, su, andiamo che comincia a fare caldo!».
Giorgio si chinò verso il suo cane, un enorme e bellissimo Golden Retriever dal cuore d'oro, che non voleva saperne di staccarsi da quella lapide di marmo bianco. Erano nel piccolo cimitero di Antignano, una frazione di Livorno arroccata sulla costa, in un punto così vicino alla riva che tra le croci si poteva respirare l'odore pungente della salsedine e ascoltare il respiro sordo delle onde.
«Dai, su, torniamo domani, Pluto», insistette Giorgio, accarezzandogli il pelo dorato. «Io ho fame e anche tu, immagino... Pappa!».
A quella parola magica, Pluto emise un guaito festoso e scattò sulle zampe, quasi saltando addosso al padrone. Giorgio lasciò andare una risata pulita, poi si voltò un'ultima volta verso la tomba candida: mandò un bacio leggero con le dita alla fotografia incorniciata nel marmo e si avviò verso l'uscita.
«Forza, sono quasi le nove e dobbiamo fare colazione da Pinuccia. Sai, la pasticceria vicino al porticciolo?». Il cane parve comprendere ogni singola sillaba e tese il guinzaglio, pregustando il premio che la bella proprietaria del locale gli offriva ogni mattina.
Un quarto d'ora più tardi, dopo aver parcheggiato l'auto all'ombra dei tigli, Giorgio e Pluto si incamminarono a piedi verso il lungomare. Davanti a loro si allungava il litorale dei "Bagni di Roma", un ritrovo storico per turisti e livornesi dove il mare si infrangeva in schiuma bianca sulla roccia e il ristorante della spiaggia richiamava i profumi della cucina di mare.
Arrivati all'ingresso della pasticceria, Giorgio — elegantissimo nella sua camicia di lino chiara — guidò Pluto, che stringeva fiero in bocca un osso di gomma, verso il loro solito tavolino all'aperto. Da quella posizione la vista era un incanto: da un lato l'immensità del Tirreno, dall'altro il profilo maestoso del Castello di Antignano.
Nonostante i suoi occhi azzurri conservassero sempre un'ombra di malinconia, Giorgio si sentiva fortunato a vivere in quel paradiso. Ogni tanto la mente tornava a chi non c'era più, a quel vuoto incolmabile, ma gli bastava affondare le dita nel pelo soffice di Pluto per far svanire ogni fantasma.
Con un sorriso, salutò le due storiche clienti del tavolo accanto: due arzille ottantenni che flirtavano con il mondo come se avessero ancora vent'anni, dispensando sorrisi a ogni bell'uomo che passasse sul marciapiede.
«Buongiorno, professor Sommariva! Ciao, Pluto!», esclamarono all'unisono. Il cane scodinzolò felice e Giorgio ricambiò l'affetto.
«Buondì a voi, signora Mazzini, signora Giorgetti. Come vanno le cose oggi?».
«Alla grande!», rispose la signora Mazzini con lo scatto d'orgoglio di una quindicenne. Giorgio trattenne una risata, pensando che se la donna avesse usato un gergo giovanile moderno, avrebbe tranquillamente detto: “Tutto a posto fra’, si sta da dieci”.
Veleno dietro il bancone
Dall'interno del locale uscirono le ragazze dello staff. Una si diresse verso le due anziane signore con il vassoio della colazione, mentre l'altra si avvicinò al tavolo del professore. Dietro la vetrata del bancone, Pinuccia — la proprietaria — osservava la scena.
Era una donna splendida, dai capelli rossi fiammanti, sempre impeccabile ed elegante; possedeva un sorriso dolce ma, da livornese doc, uno sguardo tagliente come una lama e una totale allergia alle parole superflue.
Marina, rientrando per preparare l'ordinazione, si rivolse a lei: «Il professor Sommariva prende il solito, con l'aggiunta di un succo di frutta. E a Pluto diamo il bacio di dama di rito?».
«Ovvio che sì, Marina... Che domande mi fai? Pluto se lo merita tutto», rispose Pinuccia con un sorriso accennato, sistemando con cura i cornetti freschi nella vetrinetta di vetro.
Mentre Marina si metteva al lavoro, venne affiancata da Joela. La ragazza brasiliana, bellissima, con la pelle color dell'ebano e un sorriso bianchissimo, era affascinata da quel colto professore universitario e tempestava la collega di domande e curiosità su di lui. Marina rideva, abituata a quel piccolo terzo grado quotidiano. In quel momento si unì a loro Simona, di ritorno dai tavoli esterni, con il viso scuro e contratto.
«Perché quella faccia, Simona?», le domandò Marina, scrutandola con attenzione.
«Niente».
«Niente?», le fece eco Joela. «Sembri decisamente infastidita».
Simona si bloccò, girandosi verso le colleghe con due occhi freddi e pieni di rancore. Indicò con un cenno del mento la figura di Giorgio fuori dalla vetrata, poi si portò l'indice all'orecchio con un gesto dispregiativo: «Lo sapete benissimo. Quelli come lui... mi danno il vomito. Sono viscidi. Che schifo».
Joela fece per intervenire, sbalordita, ma Marina la anticipò, la voce che divenne un blocco di ghiaccio: «Cara la mia Simona, quel gesto con l'indice puoi anche ficcartelo nel punto esatto in cui non batte mai il sole. Le persone che fanno schifo a te, come il professor Sommariva, valgono mille volte più dei clienti che servi tu con tanto servilismo. Guarda là fuori».
Le tre ragazze girarono gli occhi verso un tavolo imperiale dove erano sedute due famiglie. Uno degli uomini stava rispondendo malissimo alla moglie, che aveva abbassato la testa umiliata; poco più in là, il figlio maggiore tirava con violenza i capelli della sorellina, mentre l'altro uomo rideva sguaiatamente sferrando una manata sulla spalla dell'amico. In quel caos, la seconda donna, moglie dell'uomo che l'aveva umiliata, fu costretta ad alzarsi di scatto per rincorrere i due figli più piccoli che, sfuggiti al controllo, stavano correndo pericolosamente verso la carreggiata trafficata.
«Ecco lo spettacolo della normalità che piace tanto a te, Simona», concluse Marina con sarcasmo. Joela si premette una mano sulla bocca per non scoppiare a ridere in faccia alla collega.
«Almeno loro sono normali, non sono froci come...».
«Froci a chi?».
La voce di Pinuccia tagliò l'aria del laboratorio come uno scudiscio. La proprietaria, che aveva ascoltato ogni singola parola rimanendo nell'ombra, avanzò con gli occhi ridotti a due fessure gelide fissate su Simona. «È da un pezzo, Simona, che questa messinscena va avanti. Non tollero questo atteggiamento, né verso il professor Sommariva né verso gli altri nostri clienti gay. Questa cattiveria mi ha stancato».
«Signora Pinuccia, io volevo solo dire...».
«Signora un corno!», la troncò la titolare con fermezza incrollabile. «Se hai intenzione di incassare lo stipendio in questa pasticceria, ingoi il tuo razzismo, ti metti al lavoro e tratti ogni essere umano con lo stesso identico rispetto. Altrimenti, quella là è la porta: sei liberissima di andartene a cercare un posto dove non ci siano omosessuali... Anche se ti avverto che nel nostro settore farai molta fatica a trovarlo».
Marina e Joela trattennero a stento le risate, ma l'occhiata che Pinuccia riservò loro non fu meno severa, rimettendole subito in riga.
«Signora Pinuccia... noi andiamo a consegnare le colazioni a quei... degni signori», azzardò Marina per stemperare l'atmosfera.
«Bene. Andate, grazie. Tu, Simona, per oggi non metti piede in sala. Te ne vai dritta in cucina. Fai l'inventario completo della merce, riorganizza i piatti, lava le coppe e controlla che i termostati dei frigoriferi dei semifreddi siano alla temperatura corretta. Poi, se mi avanza tempo, deciderò cosa farti fare. Ora muoviti, va' a dare una mano a Filippo».
Pinuccia guardò la ragazza allontanarsi a capo chino, con il volto paonazzo per la vergogna e il livore, prima di sparire dietro il battente della cucina. Poi la titolare si voltò. Marina e Joela erano già fuori a servire i clienti con impeccabile professionalità.
Con un gesto calmo, Pinuccia aprì la cassa, prese un piattino con dei biscotti artigianali per cani e una ciotola di acqua fresca, e si diresse verso il tavolo di Giorgio. Sfoderò il suo sorriso più bello, caldo e sincero, e in pochi passi fu sotto l'ombrellone, pronta a dare il benvenuto ai suoi ospiti preferiti.
La Versilia delle novità
Estate, 1996.
Il “Mamamia” a Torre del Lago Puccini, la discoteca gay più nota della Versilia, era stata appena inaugurata. La struttura già straripava di ragazzi e ragazze provenienti da ogni angolo d'Italia; i due proprietari avevano avuto la splendida intuizione di aprire un locale per la comunità LGBT e subito, non senza qualche polemica da parte dei benpensanti, avevano riscosso un successo incredibile e inarrestabile.
La musica era stupenda, battente, e in quella calca profumata di giovinezza si poteva scorgere ogni tipo di personaggio: dal ragazzo occhialuto dall'aria intellettuale al maniaco degli abiti firmati, dalle transessuali bellissime e statuarie fino a ragazze di cui spesso non si capiva davvero se fossero femmine o maschi.
Ma l’allegria diffusa e il senso profondo di unione, di amicizia e di uguaglianza superavano ogni barriera. Le luci sfolgoranti che tagliavano la pista e il ritmo dei bassi facevano dimenticare ogni problema, trascinando chiunque nel vortice del divertimento.
Giorgio, allora ventitreenne appena laureato in architettura, si stava godendo il panorama del mare blu sotto la luna, appoggiato alla balaustra con in mano un cocktail analcolico. All'improvviso, una voce alle sue spalle — allegra e leggermente profonda — risuonò nitida, quasi spaventandolo nonostante la musica alta che rimbombava nell'aria.
«Ehi, ragazzo solo!»
Giorgio si girò di colpo e si trovò di fronte un ragazzo bellissimo, più o meno della sua stessa età. Aveva occhi verdi incorniciati da ciglia lunghe e un corpo abbronzato dal sole della Versilia, valorizzato soltanto da un paio di jeans striminziti che mettevano in mostra un fisico muscoloso, sportivo, da copertina. Una massa di capelli ricci e lunghi incorniciava quel volto d’angelo, anche se le pupille tradivano un’animazione sensualmente demoniaca.
«Ciao» disse appena Giorgio, sorpreso da quell'apparizione.
«Dio santo, che bel profilo hai!» esclamò l’altro, senza girarci intorno.
«Scusa? Profilo? Ma se mi sei arrivato alle spalle… Che profilo hai visto?»
«Credimi, un profilo da schiantare per terra» insistette l’altro, radiografando con sfrontatezza il fisico di Giorgio, che era altrettanto bello e slanciato.
«Grazie, anche tu non sei male!»
«Non sono male?» replicò il morettino, facendo una piroetta su se stesso con disinvoltura. «Ma mi hai visto? Se tolgo i jeans…»
«Meglio di no, morettino… lascia perdere.»
«Che c’è, non ti piaccio?»
«No, anzi, sei molto… ehm… carino, ma…»
«Oh mio Dio, ho trovato un verginello timido!»
«A me? Ma come ti permetti?»
L’altro, però, sembrava non ascoltare affatto le sue proteste. «Che bevi? Oh, no, un analcolico! Verginello, astemio e super abbottonato con i vestiti.»
"Ma che str… maleducato", pensò Giorgio, sentendo l'irritazione salire. Decise di allontanarsi all'istante da quel bellissimo ragazzo, forse un po’ brillo, decisamente invadente e troppo chiacchierone per i suoi gusti.
«Beh, dove s’appi?» disse l'altro con un marcato, verace accento toscano, allungando la mano per fermare Giorgio per il braccio mentre cercava di andarsene tra la folla.
«Non toccarmi!»
«Come ti chiami, verginello?»
«…»
«No, dai, scherzavo, come ti chiami?» continuò il morettino, lasciandogli finalmente il braccio e parlando con un tono meno canzonatorio. La voce, adesso, sembrava farsi molto più dolce.
«Giorgio!»
«Giorgio? Bel nome. Io sono Sergio!»
«Piacere, ma ora devo…»
«Senti, Marco…»
«Giorgio, non Marco.»
«Ah, sì, Giorgio! Ti va di bere qualcosa ancora con me?»
«Direi di no, Sergio, devo raggiungere i miei amici.»
«E dove sono, Giulio?»
«Mi chiamo Giorgio… mi prendi per il culo?»
«Non dire parolacce, Maurizio.»
Giorgio questa volta si arrabbiò sul serio, sentendosi preso in giro davanti a tutti. Lasciò il bicchiere di vetro su un tavolino e, a passi veloci e infuriati, scese la breve scalinata che portava fuori dalla discoteca, verso il parcheggio.
«Ehi, Roberto, dove vai?» gli gridò dietro Sergio, correndogli appresso lungo la discesa.
«Via dai rompipalle come te.»
«Ma non ho fatto niente! Ti ho chiesto solo se volevi bere qualcosa con me, Paolo.»
«Giorgio! Cavolo, mi chiamo Giorgio!»
L’altro si fermò di colpo sotto la luce dei lampioni e lo guardò serio, a bocca aperta. Giorgio si bloccò a sua volta, pensando che questo Sergio non fosse del tutto normale o si trovasse sotto l'effetto di qualche sostanza.
Restò però di stucco quando il ragazzo moro, abbandonando di colpo l'espressione sciocca, scoppiò in una bianchissima risata. Rideva e rideva così forte, tenendosi la pancia, che Giorgio, per un momento, fu tentato di tirargli un pugno dritto sui denti.
Proprio mentre stava per mettere in atto il proposito, Sergio si girò verso destra. Istintivamente Giorgio lo imitò seguendo il suo sguardo: i suoi tre amici erano lì, a pochi metri di distanza, nascosti dietro un muretto, che se la ridevano di gusto. Sergio fece loro il segno del pollice alzato in segno di vittoria.
"Uno scherzo", pensò Giorgio con una morsa allo stomaco. I suoi amici e quell’idiota si erano accordati alle sue spalle per prenderlo in giro.
Di colpo si voltò e si mise a correre sulla strada buia, puntando dritto verso la sua auto. Pur sapendo di lasciare a piedi i tre compagni di viaggio con cui era arrivato, era disposto a tornare a casa da solo, ferito e umiliato nell'orgoglio. Gli vennero le lacrime agli occhi per il nervoso, mentre la luna e le stelle, nel blu profondo del cielo della Versilia, sembravano ridere a loro volta della sua ingenuità.
Sentì dei passi improvvisi e rapidi dietro di sé, sempre più vicini sull'asfalto. Due mani forti lo bloccarono per le spalle. Lui si divincolò con rabbia e, girandosi di scatto, si trovò davanti Sergio, splendido nella sua bellezza mediterranea sotto i riflessi della notte. Sergio cercò di trattenerlo per calmarlo, ma Giorgio, accecato dalla furia, gli sferrò una sberla sul volto così violenta da farlo cadere a terra sulla sabbia del ciglio stradale.
«Ammazza se picchi! Ma sei scemo, Antonio?»
«Giorgio. Giorgio! Giorgio, mi chiamo Giorgio, idiota! E vai via dalla mia vista.»
Sergio si alzò velocemente, pulendosi i pantaloni. Era un ragazzo sportivo, agile. Gli tese una mano aperta in segno di tregua: «Pace, Giorgio? Era un gioco… Non volevamo…»
«Non volevate, vero?» interruppe Giorgio, la voce tremante per la rabbia. Intanto vide arrivare di gran carriera verso di loro gli amici di entrambi, con l’aria un po’ preoccupata per come si era messa la situazione.
«Sergio, una cosa. E voi state zitti!» urlò Giorgio contro il gruppo e contro l'altro ragazzo, bloccando ogni loro tentativo di replica. «Questo scherzo non mi è piaciuto per niente e mi ha dato un fastidio enorme… E tu!» disse indicando Sergio con l'indice teso e gli occhi lucidi, «non voglio più vedere la tua faccia d’ora in avanti, okay?»
«OK!» rispose Sergio. Ma, rapido come un fulmine e senza lasciargli il tempo di respirare, lo afferrò per le spalle, lo abbracciò e lo baciò con passione sulla bocca. Poi lo mollò improvvisamente, lasciandolo senza fiato, allontanandosi a grandi passi con i suoi tre amici e facendo loro un cenno d'intesa.
Gli amici di Giorgio rimasero immobili davanti a lui, nel silenzio della notte, senza proferire parola.
«Un altro scherzo del genere e chiudo l'amicizia con voi. E per favore, non voglio più vedere quell’idiota davanti ai miei occhi, capito?»
Tre teste annuirono in totale silenzio nel buio del parcheggio, guardandolo dritto negli occhi.
Ma il destino, a volte, si fa beffe dell'orgoglio. Solo due mesi dopo quella sberla e quel bacio rubato, Giorgio e Sergio erano seduti vicini sulla panchina della costiera a mangiare un gelato. Si scambiarono un bacio vero, lento, e rimasero abbracciati a lungo dopo aver finito il loro dolce, guardando insieme il sole che tramontava a picco sul mare di Livorno, in un pomeriggio di fine agosto.
Presente.
Giorgio finisce di cucinare per se stesso e prepara la tavola con gesti lenti, sistemando per terra, vicino alle proprie gambe, l’enorme ciotola di cibo per Pluto. La sera fuori è splendida, immobile: il tramonto estivo sul mare colora l'orizzonte di sfumature rosso e arancio, tagliate da profonde venature color porpora.
Dopo cena, sicuramente, si metterà a leggere un po' all'aperto, nel giardino della sua villetta, a guardare le prime stelle che bucano il cielo. Sono almeno tre anni che non piange più; ha imparato che non serve a nulla e che il passato, a volte, deve solo riposare in silenzio nel cuore e nella mente, per evitare di ferire ulteriormente la propria anima.
Ma il volto sorridente di Sergio è sempre lì davanti a lui, custodito nella bella cornice d'argento sul tavolino accanto al divano del soggiorno. Anche la gigantografia di loro due scattata nel Mar Egeo, in una giornata meravigliosa e invasa dal vento, non gli provoca più quella disperazione totale dei primi tempi, quel dolore sordo che lo faceva piangere sul pavimento fino ad avere le convulsioni.
La vicinanza degli amici storici e l'affetto della sua famiglia lo avevano consolato nei mesi del lutto, sì, ma non era mai stata abbastanza per riempire il vuoto.
Pluto lo guarda fisso da sotto il tavolo, con due occhi scuri che sembrano leggergli dritto nei pensieri più intimi. Così, per sottrarsi a uno sguardo fin troppo umano, Giorgio si alza e sparecchia la cucina dove entrambi hanno consumato la cena.
Sistemato ogni cosa e lavate le poche stoviglie nel lavello, prende dalla libreria un vecchio manoscritto di planimetrie catastali e si avvia in giardino, seguito dal passo ritmico e scodinzolante di Pluto.
Nell'aria della sera si sente il profumo intenso dei fiori e delle piante grasse. La linea della costa si trova un po’ più sotto e da quell’altezza privilegiata si può ammirare l'intera distesa del mare, carica dei riflessi bluastri e rossi del tramonto.
Giorgio accende le luci esterne del giardino e si posiziona sulla sdraio davanti allo specchio d'acqua della piccola piscina dove un tempo lui, Sergio e la comitiva degli amici facevano il bagno insieme ridendo. All'improvviso, una voce alla sua sinistra rompe la quiete dello sfondo.
«Buonasera Giorgio, bella serata vero?»
È Chiara, la vicina di casa, una donna arzilla sui settant'anni che vive con il figlio appena divorziato e due cani. Si è affacciata al balconcino della sua abitazione, da cui può osservare comodamente l'intero giardino di Giorgio.
«Oh, Chiara! Come stai? Sì, è davvero una splendida serata.»
«Bevuto già il caffè?»
«No, preferisco non berlo a quest'ora. Magari più tardi mi preparerò qualcosa di fresco, rigorosamente analcolico.»
La donna ride di gusto. In quel momento suo figlio — un bell’uomo sui quarant’anni con la barba curata e i capelli lunghi raccolti sulla nuca in uno chignon — si affaccia alla ringhiera e lo saluta con un cenno della mano mentre è intento a mangiare una fetta di torta.
«Ne vuole una fetta, Giorgio? È appena sfornata!» esclama Chiara, per poi voltarsi di scatto verso il figlio con finta severità: «E tu smettila di mangiarla! Ne hai fatte fuori già tre fette, diventerai un baule!»
Giorgio ride di cuore nel buio, mentre Pluto si ridesta e si avvicina al muretto che divide le due proprietà, attirato dal profumo irresistibile del dolce alla frutta. Con due occhioni enormi da "sto letteralmente morendo di fame", il cane fissa Chiara implorandola, e la donna gli sorride intenerita.
«No, tu non puoi mangiarla, lo zucchero ti fa male! Aspetta che ti porto dei buonissimi biscotti apposta per te...»
La donna rientra in casa e Pluto inizia a saltellare come un pazzo sulla ghiaia all’idea del premio; ormai conosce a memoria ogni singola parola che riguardi il cibo. Alla fine Chiara, suo figlio, Giorgio e Pluto trascorrono un’oretta di totale, serena tranquillità a chiacchierare tra i muretti, ma nessuno dei vicini si permette di nominare il nome di Sergio, per profondo rispetto del suo dolore.
Il posto di Sergio
Più tardi, nel silenzio del suo letto, con l’abat-jour accesa sul comodino e Pluto addormentato nella sua grande cesta di vimini piena di cuscini morbidi, Giorgio sfoglia svogliato quelle vecchie mappe catastali. Chiude il volume e si distende sul cuscino; l’aria fresca che proviene dal mare entra dalla finestra spalancata e lo fa stare bene, accarezzandogli la pelle.
La mente, inevitabilmente, scivola all'indietro, ritornando nel lontano 2005, quando lui e Sergio, dopo nove anni di fidanzamento solido, avevano finalmente firmato l'atto per comprare questa bella casa vicino al mare ad Antignano.
«Complimenti, professore!» gli aveva detto Sergio, in pantaloncini e maglietta, con i ricci scuri raccolti in una coda voluminosa dietro la nuca. «Allora inizierai a settembre all’Università di Pisa!»
«Eh sì, tesoro. Finalmente, dopo corsi, concorsi e studi vari, è arrivata l’assunzione nella facoltà di Ingegneria Edile-Architettura a Pisa. Non farò più la spola con Firenze, non ne potevo davvero più. Così potrò controllarti meglio quando non ci sono!»
«Accidenti! E ora che farò? Come farò con i miei amanti e fidanzati?» aveva ribattuto Sergio con finta apprensione, sfogliando distrattamente le pagine di un quotidiano sul tavolo.
«Cavoli tuoi! Ormai è fatta, non scappi più. Sarò qui tutte le sere…»
Sergio, con uno scatto improvviso e agile, era saltato sulla poltrona dove si trovava Giorgio, stringendolo e iniziando una finta lotta ravvicinata tra le risate.
«Stupidino, non cambi mai… Provocatore! Accidenti a te e alla palestra, mi stai spaccando un braccio!»
«Esagerato! Allora, per punizione, mi darai un bacio. E per essere stato assunto, me ne darai altri, ma non qui. Dovrò prendermi un cane da difesa se vado avanti così con te!»
«Ah sì? Sono così pericoloso?» aveva domandato Giorgio con aria sorniona.
Per tutta risposta, Sergio lo aveva afferrato con forza per le gambe, se lo era caricato di peso in spalla e aveva iniziato a salire i gradini di legno verso la camera da letto al piano di sopra.
«Ma… ma che fai? Sono un professore rispettabile, ora!»
«Sì, sì… mi darai il voto dopo!»
«Mah…»
La porta della stanza si era chiusa alle loro spalle, lasciando fuori il mondo, mentre il frinio costante delle cicale proveniva dalle piante al di là della strada costiera.
Giorgio riapre gli occhi di scatto a quel ricordo così vivido. Sorride nel buio, ma si accorge che le sue guance sono interamente rigate di lacrime calde. Piange piano, in silenzio, trattenendo il respiro e sperando che Pluto non lo senta. Piange perché Sergio se n’era andato per sempre sei anni prima, lasciandolo solo in mezzo a quelle stanze.
Si gira di lato verso la finestra e si ritrova davanti, a pochi centimetri dal viso, il muso dolce e preoccupato di Pluto, che ha appoggiato le zampe anteriori sul bordo del materasso.
«Tu senti tutto, vero?»
Il cane inclina la testa, fissandolo con occhi lucidi che sembrano quasi dire di sì. Le sue pupille brillano sotto la luce della lampada; piangono anche loro per quella mancanza?
«Dai, vieni. Stanotte dormirai con me. Ma solo stanotte…»
Pluto non se lo fa ripetere due volte: balza sul letto e si accovaccia con estrema delicatezza esattamente sul lato sinistro, dalla parte in cui dormiva Sergio. Sembra saperlo. Sembra ricordare. Forse, nel suo immenso cuore di animale, crede di poter alleviare la solitudine di Giorgio fungendo da custode e da sostituto dell'altro suo papà che non c'è più.
Giorgio lo abbraccia stretto a sé sotto le coperte, poi si distende sul cuscino e si addormenta lentamente, cullato dal respiro della notte. Pluto lo fissa immobile per un po' nella penombra della stanza, vegliando su di lui con la consueta, protettiva fedeltà.
Poi, all’improvviso, il cane volge l’attenzione verso la porta a vetri del balconcino, sollevando le orecchie come se ci fosse qualcuno a guardarli da fuori, immobile nell'oscurità del giardino.
Pluto emette un piccolo, sommesso guaito affettuoso, un saluto rivolto all'ombra della notte, e finalmente si addormenta anche lui, accoccolato sul materasso accanto al suo amato papà Giorgio.
Il giorno in cui arrivò Pluto
Livorno, primavera 2016.
«E da quando in qua vorresti un cane?»
Silenzio. Un silenzio tattico, fitto, di quelli che si usano per prendere tempo e calibrare le risposte.
«Giorgio, invece di far finta di non sentire… ti ho chiesto da quando vorresti un cane?»
Giorgio finalmente sollevò lo sguardo dalle sue carte, abbozzando un sorriso furbo e sornione. «Da sempre, lo sai benissimo… E non prendermi in giro come quando ci siamo conosciuti a Torre del Lago!»
Sergio scoppiò a ridere di gusto, gettando la testa all'indietro. Sapeva perfettamente che quell'argomento tornava a galla ciclicamente da quasi diciassette anni, fin dal primo momento in cui si erano fidanzati in quella notte d'estate in Versilia. Dopo qualche anno vissuto insieme avevano trovato entrambi un ottimo, solido lavoro; avevano acquistato quella splendida villetta ad Antignano e Sergio sapeva benissimo che, prima o poi, sarebbe arrivato il momento perfetto di accogliere un "figlio" a quattro zampe in quella casa.
«Sentiamo, e che razza di cane dovremmo prendere?» domandò Sergio, incrociando le braccia sul petto con aria di sfida.
Giorgio lo fissò, sentendo montare dentro una finta rabbia affettuosa: sapeva che Sergio lo provocava apposta, stuzzicandolo su ogni minima frase per vederlo sbottare. Ma ogni singola volta che lo guardava dritto negli occhi, il suo cuore batteva ancora forte come il primo giorno. Lo amava da impazzire, di un amore viscerale, profondo, e sapeva con assoluta certezza che lo avrebbe amato per sempre, oltre i confini del tempo.
«Dunque, vediamo… sono esattamente sedici anni, nove mesi, ventiquattro giorni e tre ore e mezza che ne parliamo!» ribatté Giorgio con finta, maniacale precisione, indicandolo con l'indice teso.
Sergio scoppiò a ridere di nuovo, sedendosi sulla poltrona del soggiorno con la borsa da lavoro in pelle ancora stretta in mano. «Un Golden Retriever, giusto? Perché lo desideravi fin da bambino. Maschio, di qualche mese, e poi?»
«Sì, e che parli tre lingue, che un domani si laurei in Architettura come te, e che sia magari proprietario di tre studi medici di Ortopedia e Traumatologia come il sottoscritto! E come lo chiamiamo? Vediamo… Giorgio, Sergio… deve finire con la stessa rima. Ecco: Eligio, Bigio, Armigio…»
«No, finisce con Stupigio, come lo sei tu!» rispose Giorgio con finta noncuranza, voltandogli le spalle.
Per tutta risposta, Sergio gli saltò addosso con uno scatto fulmineo, trascinandolo di peso sul grande tappeto del salotto, abbracciandolo stretto e riempiendolo di baci sul collo tra le risate e i versi dell'altro.
«Bast… lasciami!»
«Ti amo, verginello mio.»
«Anche io, sciocco dalla nascita… Ora, vogliamo andare a prendere Pluto?»
«Pluto? E che è, il cane di Topolino?»
«Mamma mia, adesso lo ammazzo questo qui!» urlò Giorgio ridendo a squarciagola.
La risata cristallina di Sergio risuonò così forte attraverso le grandi finestre spalancate che persino Chiara, la vicina, non poté fare a meno di sorridere dal vialetto del suo giardino.
Da quando quella coppia di giovani uomini così bella, solare, affiatata e un po' fuori dagli schemi tradizionali era venuta ad abitare nella villetta accanto, la sua intera vita era cambiata. La recente morte del marito era stata per lei un colpo durissimo, una ferita aperta che non poteva passare in secondo piano nella solitudine delle stanze.
Eppure Sergio e Giorgio, senza nemmeno saperlo o volerlo, l'avevano aiutata a superare quel trauma immenso, standole vicino molto più di quanto avessero fatto i suoi stessi figli biologici. Per quel motivo Chiara li riempiva continuamente di torte appena sfornate e piatti prelibati: in un certo senso, li aveva adottati nel suo cuore come se fossero figli suoi.
L'incontro a Cecina
Qualche ora dopo, l'auto si fermò davanti ai cancelli di un grande e rinomato allevamento di Retriever situato nelle campagne di Cecina.
«No, questo è troppo piccolo… No, Gianni, questo è decisamente troppo grande. Sì, è carino questo Lupone, ma il nome non c’entra nulla con la razza Golden! Hai altri cuccioli da farmi vedere?» Giorgio si muoveva tra le recinzioni e i viali di ghiaia, instancabile, energico e meticoloso nelle sue verifiche.
Gianni, il titolare dell’allevamento, guardò Sergio di sbieco, con una faccia a metà tra chi sta per scoppiare a ridere e chi prova una sincera, fraterna compassione. «Ma fa sempre così?»
«Peggio!» rispose Sergio divertito, tenendo le mani in tasca.
«Peggio?»
«Dovresti vederlo quando andiamo a comprare gli abiti… Non ti dico.»
«Ma come fai? Cioè, non sono affari miei, ma da quanto tempo state insieme?» domandò Gianni, incuriosito da quell'intesa così evidente.
«Quasi diciassette anni.»
«Wow! E ce la fai a stargli dietro?»
«Sì, sì… per fortuna lavoro molto con i miei studi di ortopedia, quindi mi rilasso in clinica!» scherzò Sergio con una battuta, per poi farsi improvvisamente serio e guardare la figura slanciata di Giorgio che si riavvicinava a grandi passi verso di loro. «Ce la faccio perché lo amo da impazzire, Gianni».
Lasciò l'allevatore lì fermo sul sentiero, colpito al cuore da quella dichiarazione così limpida, e raggiunse Giorgio. Il compagno lo prese subito per mano e, camminando velocemente, lo trascinò davanti a un recinto molto grande e curato, attrezzato con giocattoli di corda, morbidi cuscini e ciotole di metallo lucide, studiato appositamente perché i cuccioli non si sentissero prigionieri di una gabbia.
«Guardali, Sergio… che meraviglia!»
«È vero», confermò Gianni, che li aveva raggiunti a passi rapidi. «La femmina è già stata prenotata da tempo. Il maschietto più scuro è conteso da ben tre coppie. L’altro, invece… quello dal pelo più chiaro, color crema, e con quegli occhi così profondi... sembra che non lo voglia nessuno».
Il piccolo Golden Retriever, come se avesse compreso alla perfezione le parole malinconiche dell’allevatore, si sollevò di scatto sulle zampette ancora incerte. Con un’andatura dondolante, buffa e tenerissima, che fece sussultare all'istante il cuore sia a Giorgio che a Sergio, andò a sedersi proprio davanti alla loro postazione, fissandoli dal basso senza staccare le pupille dalle loro facce.
«Forse perché stava aspettando qualcuno di speciale!» disse Sergio, voltandosi verso Giorgio con gli occhi improvvisamente lucidi per l'emozione.
Nel frattempo, il piccolo cucciolo, avvertendo quel calore, aveva iniziato a muovere la coda a una velocità pazzesca, facendo ondeggiare l'intero corpo per la felicità.
«Faccio una prova…» sussurrò Sergio, piegandosi sulle ginocchia. Accostò le labbra e mandò dei piccoli baci sonori verso la rete del recinto.
Il cucciolo, per tutta risposta, spalancò la bocca facendo spuntare la lingua rosa piegata tutta a sinistra e, sollevando la zampetta destra, iniziò a muoverla su e giù ritmicamente nell'aria. Sembrava dicesse chiaramente: «Sì, sì, sì! Mi piacete, scegliete me!».
Tutti e tre scoppiarono a ridere di gusto davanti a quella messinscena, e il cane, letteralmente impazzito dalla gioia, si rotolò a pancia in su sul pavimento del recinto, scodinzolando con la schiena e non sapendo più cosa inventarsi per conquistarli. Chissà, forse nella sua testolina di cucciolo aveva già stabilito che quei due splendidi uomini sarebbero stati i suoi umani, i suoi papà, e stava mettendo in pratica l'intero repertorio di simpatia di cui era capace.
Poi, all’improvviso, accadde qualcosa di magico che né Sergio né l'allevatore si sarebbero mai aspettati. Giorgio si buttò letteralmente in ginocchio sulla terra, davanti alle inferriate metalliche del recinto. Guardò il cucciolo dritto nei suoi occhi scuri e profondi e, con una voce ferma, calda e dolcissima, pronunciò una sola parola:
«Pluto!»
Il Golden Retriever si bloccò all’istante, rigido, come folgorato e ridestato da quel nome. In un paio di secondi si catapultò contro le inferriate, schiacciando con forza il muso umido contro il ferro. Giorgio, con le lacrime dell'emozione che ormai gli rigavano apertamente il volto, infilò le mani tra le sbarre e iniziò ad accarezzarlo dietro le orecchie, mentre il cucciolo emetteva dei piccoli, interrotti guaiti di pura, incontrollabile felicità.
Giorgio ripeté ancora una volta, con il fiato corto: «Pluto!», e il cane alzò la testa e abbaiò due volte di fila, fiero, come a voler dare una firma e una conferma a quel patto.
«È lui! È nostro, Gianni.», disse Sergio, voltandosi verso l’allevatore con un sorriso immenso a trentadue denti e il cuore che gli scoppiava di gioia nel petto.
La promessa della zampa
Il sole era ormai basso sul mare, colorando l'orizzonte di sfumature infuocate, mentre l’auto viaggiava tranquilla sulla strada del ritorno verso Antignano. Sergio alla guida sorrideva sereno, cantando a bassa voce, mentre sul sedile posteriore Giorgio stringeva a sé e coccolava un Pluto per nulla intimorito dal viaggio.
Il cucciolo si alzava di tanto in tanto sulle zampe posteriori per guardare fuori dal finestrino, come se avesse già un legame innato con l'odore del mare. Durante il tragitto, allungava spesso una zampetta verso il sedile anteriore, toccando la spalla di Sergio, che si voltava a guardarlo nello specchietto retrovisore. Giorgio era al settimo cielo; quel cucciolo sembrava far parte della loro vita da sempre.
Poi Giorgio lo guardò fisso negli occhi. Pluto si calmò e ricambiò lo sguardo con una serietà incredibile.
«Starai sempre con noi, vero? Con i tuoi due papà… e ci amerai senza mai fare il birbone, giusto?»
Di tutta risposta, Pluto appoggiò la sua zampa calda sulla mano di Giorgio e gli diede una lunga, affettuosa leccatina sul viso. Era la sua promessa. Giorgio lo strinse forte al petto, mentre Sergio rallentò per un istante l'andatura dell'auto e, allungando il braccio all'indietro, grattò dolcemente la testa del cucciolo. La nuova famiglia era finalmente pronta a iniziare la sua vita insieme.
Venti minuti dopo erano a casa. Non appena varcata la soglia, Pluto vide la grande cesta piena di morbidi cuscini e le due ciotole posizionate accanto al divano del salotto. Fece una corsa pazzesca, ci si fiondò dentro e si accovacciò, sollevando il muso verso i due uomini come a dire: «Ecco, questo è il mio letto».
«Benvenuto a casa Pluto, tesorino nostro.» disse Giorgio, commosso.
Il cagnolino rispose con due fieri «Bau, bau!». Fuori, nel cielo rosso del tramonto livornese, un gruppo di gabbiani si levò in volo sopra il mare, gridando forte nell'aria, quasi volessero dare anche loro il benvenuto a Pluto.
Sergio e Giorgio si guardarono, sorridendo in silenzio. Avevano capito fin da quel primo istante che Pluto non era un cane qualunque. Era qualcosa di immensamente speciale. Qualcosa di più.
Gli anni più belli (2016 - 2020)
Giorgio e Sergio lo sapevano fin da quando lo avevano accolto in casa: Pluto non era semplicemente un cane. Cioè, lo era all'anagrafe canina, ma nei fatti… beh, la questione era ben diversa.
Quando un cane ti si avvicina al mattino e ti desta dal sonno profondo con una zampata precisa o un “woof” accennato, un attimo prima che suoni la sveglia delle sette per Giorgio e quella delle otto e trenta per Sergio, capisci che c'è qualcosa di strano. E la cosa incredibile era che Pluto non lo faceva mai nei fine settimana. Il sabato e la domenica rispettava rigorosamente il riposo dei suoi papà, come se avesse un calendario stampato nella memoria.
Una volta scesi dal piano superiore, dopo la doccia e ormai vestiti per andare al lavoro, Pluto si faceva trovare davanti alla sua ciotola enorme vicino al tavolo della cucina. La coda andava a mille, un ventilatore di pura felicità, pronto a consumare la colazione insieme a loro come un membro della famiglia a tutti gli effetti.
E quando non lo trovavano in casa, c'era un solo posto dove poteva essere: nel giardino di Chiara. La vicina di casa aveva due cuccioli coetanei di Pluto e i tre correvano come pazzi tra le aiuole. All'inizio, sia Giorgio che Sergio si precipitavano a sgridarlo, scusandosi profusamente con la donna per il disturbo. Ma Chiara, serafica e sorridente, rispondeva ogni volta: «Ma qual è il problema? Mica calpesta i miei fiori e non si tuffa nemmeno nella fontana! Gli avete insegnato davvero bene le buone maniere!».
Giorgio e Sergio si guardavano dritto negli occhi, stringendosi nelle spalle: «Ma se non gli abbiamo insegnato nulla? È tutta farina del suo sacco…». Non era un cane normale, era un piccolo genio. Ma si guardavano bene dal dirlo ad alta voce in paese. Anche perché, oltre a questo, Pluto aveva il vizio incredibile di attraversare la strada camminando perfettamente sopra le strisce pedonali per andare al parchetto dietro casa. Gli automobilisti di Antignano non ci credevano, ma era proprio così.
Questa sua straordinaria intelligenza si era palesata intorno agli otto mesi. I primi due mesi erano serviti per ambientarsi e prendersi i suoi spazi, senza badare troppo ai due papà che a volte protestavano per qualche marachella. In quei casi, da vero furbone, Pluto risolveva tutto con una sfolgorante slinguazzata sul viso di Giorgio — che correva subito a lavarsi le mani o la faccia — o con una zampata affettuosa a Sergio. E, ironia della sorte, la zampa di Pluto finiva sempre per appoggiarsi esattamente sul punto in cui Sergio sentiva dolore dopo gli allenamenti in palestra. Lo faceva apposta? Sì, no, forse… non era dato verlo.
Con il passare degli anni, Pluto aveva persino imparato a contare. Se a cena c'erano quattro ospiti, lui prendeva in bocca esattamente quattro palline da tennis, portandole una a una davanti ai presenti e scatenando le risate di tutti. Se gli invitati erano dieci, posizionava dieci dei suoi giocattoli in fila perfetta, ordinati accanto ai divani e alle poltrone.
Su una cosa, però, Pluto non transigeva: doveva essere salutato per primo. Chiunque entrasse in casa doveva concedergli una dose massiccia di carezze sulla testa e dietro le orecchie. Solo dopo aver ottenuto il suo tributo, si metteva tranquillo a terra per cenare o pranzare insieme a loro.
C'era poi la regola del pomeriggio. Se qualcuno in casa osava fare rumore dalle quindici alle diciassette, Pluto usciva con aria severa dalla camera da letto dove teneva la sua cesta morbida e abbaiava con foga, come a dire: «Allora, chiariamo una cosa: qui nel pomeriggio si dorme! I casini andate a farli da un'altra parte!». Molti ospiti ridevano fino alle lacrime, ma Giorgio e Sergio cominciavano a essere sinceramente preoccupati. Si dicevano spesso, tra il serio e il faceto, che un giorno o l'altro quel cane avrebbe iniziato a parlare.
Le babbucce color zafferano
E quel giorno, in un certo senso, arrivò.
Spesso, il sabato mattina, i due papà andavano a fare colazione dalla signora Pinuccia. La proprietaria della pasticceria si era letteralmente innamorata di Pluto e il sentimento era ampiamente ricambiato (anche se non era chiaro se l'affetto del cane dipendesse dai biscotti prelibati o da una simpatia genuina, visto che non filava nessun altro negoziante). Pluto era l'unico cane a cui fosse permesso entrare nel locale da solo. Adorava Marina, la banconiera: quando la guardava con quegli occhioni languidi, la ragazza scherzava dicendo che se lo sarebbe sposato sul posto.
Pure le stravaganti signore Mazzini e Giorgetti, insieme all'allora inseparabile signora Servani — che purtroppo sarebbe mancata qualche anno dopo a causa del Covid — lo volevano sempre vicino al loro tavolo. Pluto, pur mantenendo un briciolo di dignità canina, si lasciava fare di tutto: gli mettevano in testa cappellini colorati, collane vistose o ossi di pelle di daino dalle forme più impensabili.
Ma un sabato mattina del 2018, Pluto non era decisamente dell'umore giusto. E l'evento che Giorgio e Sergio avevano tanto temuto si materializzò davanti a un vassoio di paste.
Simona, l'antipatica commessa che non nascondeva il suo livore verso la comunità gay, decise di fare una pantomima per mettersi in buona mostra davanti alle colleghe e alla titolare. Pinuccia, che la conosceva bene, iniziò a fissarla con gli occhi ridotti a due fessure da serpente. Simona si presentò al tavolo di Giorgio e Sergio stringendo tra le mani quattro babbucce di cotone color zafferano, sostenendo che servissero a Pluto per non scottarsi le piante delle zampe sul marciapiede caldo.
Il giorno in cui Pluto parlò
Al momento il cane non capì cosa stesse accadendo. Ma quando vide Simona chinarsi e infilargli la prima babbuccia con un vistoso fiocco rosso sulla zampa anteriore sinistra, sul suo muso si dipinse il totale disgusto. Emise un suono profondo, gutturale, incredibilmente articolato, che risuonò come:
«Noooooooooooooou… Nononou!»
Le signore anziane si bloccarono all'istante con le tazzine di caffè sospese a mezz'aria. Pinuccia sgranò gli occhi, pietrificata dietro la cassa. Simona fece un salto all'indietro di un metro pieno, terrorizzata come se avesse visto un fantasma. Marina, Sergio, Giorgio e tutti gli altri avventori del bar si voltarono di scatto verso quel tavolino. Pluto, mostrando i denti bianchi con profondo sdegno, si sfilò l'orribile calzatura color zafferano con un morso fulmineo e ringhiò di nuovo, scandendo benissimo le sillabe:
«NOOOu! NonnoUU!»
Un silenzio assoluto, di ghiaccio, cadde all'interno della pasticceria, interrotto soltanto dai commenti increduli e sussurrati dei presenti.
«Ho capito bene, no?», domandò la signora Mazzini, sbalordita, rompendo l'incantesimo.
«Mi sembra di sì… cioè, no, lo ha detto davvero!», confermò la signora Giorgetti, portandosi una mano aperta sul petto per il batticuore.
La signora Servani, con la bocca ancora piena di brioche alla crema, annuiva vigorosamente con la testa, gli occhi spalancati.
«Ha detto no!», esclamò Pinuccia, che in quel momento stava facendo uno sforzo sovrumano per trattenere le risate davanti alla faccia pallida e umiliata di Simona.
«Pluto, hai detto no?», gli domandò Marina, ormai piegata in due dal ridere, appoggiandosi al bancone.
«Noooooooooouuuuuuuuuuuuu!», ripeté fermamente Pluto, guardandola dritto negli occhi.
«Ha detto no!», urlarono all'unisono Giorgio e Sergio. I due papà, diventati paonazzi e rossi in viso per l'imbarazzo e lo stupore, si alzarono di scatto dal tavolo. Lanciarono febbrilmente il denaro del conto sul bancone, afferrarono Pluto per il guinzaglio e corsero a gambe levate fuori dal locale verso l'automobile, mentre le donne e Pinuccia gridavano dietro di loro sporgendosi sul marciapiede: «Tornate qui! Dove andate?!».
La fuga ad Antignano
I due presero quella decisione drastica non appena videro la signora Giorgetti tirare fuori con foga il telefono cellulare dalla borsa. Sapendo che sua figlia lavorava come cronista per il giornale locale di Livorno, i due papà ebbero il terrore puro di finire in prima pagina la mattina successiva come fenomeno da baraccone, e fuggirono a tutta velocità verso casa.
Arrivati davanti al vialetto della villetta di Antignano, inchiodarono e scesero dall’auto in tutta fretta. Chiara, la vicina, li intercettò subito da sopra il muretto di divisione e rimase sbalordita da quella scena frenetica: Sergio correva sul sentiero con Pluto letteralmente preso in braccio come se fosse un neonato in fasce, mentre Giorgio, con le mani che gli tremavano vistosamente per l'agitazione, cercava disperatamente di infilare la chiave d'ottone nella toppa della porta di casa.
«Ma ragazzi, che succede?», domandò Chiara, sporgendosi preoccupata dal balconcino.
«Parla!», urlò Sergio senza voltarsi, continuando la sua corsa verso la veranda.
«Parla chi?», chiese la donna, sempre più confusa da quel caos.
«Lui! Il cane!», continuò a gridare Sergio.
Chiara rimase a bocca aperta, immobile senza capire, finché Giorgio non riuscì finalmente ad spalancare la porta di legno. Fece entrare Sergio e il cane con una spinta e, un attimo prima di chiudere il portone blindato, si voltò verso la vicina esclamando a squarciagola: «Pluto parla! Sì, Chiara, Pluto parla, ha detto NO! Ha detto proprio NO!».
Sbatte la porta con un colpo secco. Un secondo esatto dopo, dall'esterno della villetta, si sentì un tonfo sordo, un rumore pesante provenire dalle piante del giardino dei vicini. Chiara era stramazzata a terra sulla pavimentazione, semisvenuta per lo shock di quella rivelazione, mentre suo figlio accorreva spaventato dal soggiorno per soccorrerla.
«Tesoro... Pluto... il cane...», farfugliava la donna con gli occhi sbarrati, distesa tra le foglie.
«Pluto cosa, mamma?», chiedeva il figlio, sollevandole la testa, sinceramente preoccupato da quello che credeva un delirio improvviso.
«Parla... quel cane parla...», sussurrò Chiara, e svenne del tutto tra le sue braccia.
Ovviamente, a mente fredda, si era trattato soltanto di un caso fortuito, un miracolo della natura canina. Con ogni probabilità, Pluto aveva emesso quel suono così articolato ed eccezionale solo per una reazione di estrema, viscerale ribellione contro le orribili babbucce color zafferano che Simona voleva imporgli a tutti i costi.
Ci vollero tre intere settimane di imbarazzo totale e di isolamento prima che Giorgio, Sergio e il cane trovassero il coraggio di farsi rivedere alla pasticceria sul mare; quando lo fecero, gli avventori e la splendida Pinuccia li accolsero tra le risate fragorose e un affetto immenso. In ogni caso, da quel giorno memorabile, Pluto non parlò mai più. Almeno, non in presenza di altri esseri umani.
La telefonata disperata
Primavera, 2020
Passò il tempo e si arrivò così al tragico anno 2020. La pandemia di Covid-19 era scoppiata da qualche settimana, imponendo a tutti il primo, rigido lock-down generale, e la primavera si preannunciava già calda, limpida e splendida sul mare di Livorno. Pluto non aveva più accennato a parlare in modo esplicito, ma continuava a comportarsi come un essere umano in tantissime piccole cose di ogni giorno, pur rimanendo il solito, immenso e dolcissimo cucciolone di Golden Retriever da riempire di cocche.
Quel venerdì mattina di inizio quarantena, Giorgio era uscito molto presto dalla villetta di Antignano. Aveva una conferenza importante in via telematica dall'aula magna dell’università, ma contava di sbrigarsi e rientrare a casa prima del solito orario. Sergio, invece, aveva deciso di prendersi una giornata di meritato riposo e rimanere a letto; da qualche giorno non si sentiva affatto in forma, accusava uno strano senso di spossatezza continua. Il medico di famiglia gli aveva prescritto delle vitamine e una serie di esami del sangue da fare la settimana successiva, così aveva preferito aspettare il ritorno del compagno rilassandosi sul divano.
«Pluto, fai compagnia a papà Sergio, mi raccomando! La vecchiaia avanza e comincia a sentirsi debole!» aveva sghignazzato Giorgio sulla porta, rivolto al compagno.
Sergio, che in quel momento era sdraiato a pancia in su sul tessuto del divano mentre accarezzava il testone dorato di Pluto, gli aveva risposto mostrandogli scherzosamente il dito medio.
«A dopo, ragazzo.» gli aveva detto Sergio, sorridendo.
«A dopo, amore mio.»
«Woof, woof, bau!» aveva salutato Pluto dal salotto, agitando la coda come un ventilatore.
Durante l'intervallo della conferenza universitaria, verso le undici, Giorgio provò a telefonare a casa per un saluto. Nessuno rispose. Alla prima chiamata andata a vuoto pensò che fossero scesi in giardino e avessero dimenticato il cellulare sul bancone della cucina. Alla seconda, ipotizzò che stessero semplicemente scambiando due chiacchiere con Chiara oltre il muretto di cinta. Alla terza telefonata consecutiva a vuoto, tra il preoccupato e il nervoso, iniziò a pensare che Sergio fosse uscito per una breve passeggiata con il cane nei dintorni, lasciando l'apparecchio in modalità silenziosa.
A mezzogiorno in punto, colto da un presentimento fastidioso e strisciante, Giorgio decise di chiamare direttamente Chiara sul cellulare, spiegandole che Sergio non dava segni di vita da ore. Dall'altro capo del telefono, la vicina rispose che non li aveva incrociati per tutta la mattina e che le persiane in legno della villetta erano ancora parzialmente abbassate, immobili. Giorgio rimase sospeso, non sapeva se allarmarsi sul serio o restare tranquillo; forse stavano semplicemente riposando profondamente per recuperare le forze.
Alle quattordici la sessione telematica si concluse. Giorgio salì in auto di corsa e imboccò la strada asfaltata verso Antignano. Questa volta si sentiva addosso una tensione inspiegabile, un vero e proprio nodo di pietra allo stomaco. Stava per prendere il telefono per riprovare quando, improvvisamente, lo schermo sul sedile del passeggero si illuminò: era una chiamata in arrivo da Sergio.
Con il cuore in gola per il sollievo, Giorgio schiacciò il tasto per rispondere e attivò immediatamente il vivavoce dell'abitacolo.
«Sergio! Oh insomma, dove siete finiti? È tutta la mattina che vi cerco e...»
Dall'altro capo del telefono, un perfetto, squillante e disperato «Woof!» lo interruppe di netto, facendolo sobbalzare sul sedile.
«Sergio?! Sergio rispondimi!» urlò Giorgio nel microfono, più e più volte, ma dall'altra parte si sentiva soltanto il respiro affannato, rapido del cane e un abbaiare insistente, quasi umano nella sua straziante richiesta d'aiuto.
Giorgio buttò giù la chiamata con le dita tremanti. Ormai si trovava a metà strada tra Livorno città e Antignano e stava spingendo il piede sull'acceleratore come mai in vita sua, sfrecciando nelle strade deserte del lock-down. Chiamò di nuovo Chiara.
La vicina, già allertata dal tono precedente, rispose tenendo il telefono stretto all'orecchio mentre si trovava già davanti al portone di Giorgio: «Giorgio, sono qui davanti! Sto bussando come una pazza ma dentro non risponde nessuno... Sento Pluto che guaisce disperato e sta graffiando furiosamente il legno della porta!».
La corsa contro il tempo
Con una brutta parolaccia dettata dal terrore puro, Giorgio spense il cellulare e lo gettò sul sedile. Gli vennero le lacrime agli occhi per il panico e nella mente continuava a scorrere l'immagine del volto sereno di Sergio la mattina stessa. Sapeva, se lo sentiva dentro con certezza matematica e dolorosa, che era successo qualcosa di estremamente grave.
L'auto inchiodò con violenza sul vialetto, sollevando la ghiaia davanti al cancello della villetta. Chiara, che aveva già chiamato d'urgenza l’ambulanza e stava per allertare i vigili del fuoco, gli corse incontro insieme a suo figlio.
Vedendo il volto completamente sconvolto, pallido di Giorgio, i vicini non parlarono; cercarono solo di stargli fisicamente vicino per sorreggerlo e dargli forza. Giorgio infilò la chiave nella toppa con difficoltà, aprì la porta di scatto e la scena che si trovò davanti agli occhi gli gelò il sangue nelle vene.
Pluto era seduto per terra sul pavimento, immobile. Accanto alle sue zampe, il cellulare di Sergio era poggiato sul pavimento con lo schermo ancora illuminato dai riflessi azzurrini. E, disteso sul grande tappeto del soggiorno, Sergio giaceva svenuto, completamente privo di sensi.
Giorgio si inginocchiò di colpo sul pavimento, buttandosi a terra. Il cane emise un guaito straziante, spingendo il muso umido contro di lui. Giorgio toccò febbrile il collo di Sergio: il cuore batteva ancora sotto le dita, il volto era caldo, ma l'uomo non dava il minimo segno di conoscenza, nemmeno scuotendolo leggermente per le spalle.
«Non muoverlo, Giorgio, ti prego, non toccarlo! L'ambulanza sta arrivando!» urlava Chiara dalla soglia della porta, mentre suo figlio cercava di calmare i loro cani che avevano iniziato ad abbaiare spaventati in strada.
Giorgio scoppiò in un pianto disperato, bagnando il tappeto. Pluto gli si fece ancora più vicino con il corpo massiccio, strofinando la testa pelosa contro la sua spalla, come per fargli scudo in quel momento di puro terrore. Giorgio abbassò lo sguardo sul telefono per terra, notando che la chiamata era partita proprio verso il suo numero registrato sulla scelta rapida.
«Lo hai acceso tu il cellulare, vero Pluto? Sei stato tu...» sussurrò l'uomo con la voce rotta, spezzata dal pianto. Il Golden Retriever abbassò la testa verso il corpo immobile di Sergio, emettendo un gemito soffocato.
In quel momento, i suoni della via vennero squarciati dalle sirene spiegate dell'ambulanza che svoltava nel vialetto della villetta. Chiara corse fuori sul marciapiede a fare segno ai soccorritori. Giorgio si chinò sul compagno e gli baciò la fronte fredda di sudore; per un istante, Sergio sembrò contrarre leggermente i muscoli del viso, dando un flebile, disperato segno di risveglio.
Fuori, nel cielo azzurro e limpido di Livorno, un aereo da caccia passò veloce sulla linea del mare, lasciando dietro di sé un rombo profondo che fece vibrare i vetri delle finestre del salotto. Giorgio sentì i passi concitati, pesanti dei medici dietro le sue spalle, l'irruzione della barella d'acciaio nel soggiorno.
Pluto si strinse ancora di più contro la sua gamba, quasi a voler fare da scudo contro quella realtà. Ma Giorgio non lasciò la mano di Sergio. Continuò a stringerla forte tra le dita, finché una mano ferma, decisa e professionale di un infermiere non lo costrinse a spostarsi di lato per consentire le manovre di soccorso.
In quel caos di voci, ordini ed elettrodi, con i battiti di cuore accelerati che riempivano la stanza, Giorgio sentì soltanto una parola pronunciata dal medico di turno, una parola che risuonò fredda, definitiva tra le mura:
«Professore...»
La grotta delle lacrime
Antignano, maggio 2020.
Il tramonto era ormai sceso sul mare di Antignano, tingendo l'orizzonte di sfumature violacee, dense e profondamente malinconiche. Nel giardino di Chiara, proprio accanto a quello dei due amici, un angolo speciale della proprietà era stato interamente dedicato alla devozione. Lì svettava una statua della Madonna di Lourdes, alta un metro e mezzo, che la donna aveva fatto installare anni prima, quando suo marito Oliviero si era ammalato. Da allora, ogni sera, Chiara si inginocchiava su quella terra davanti al simulacro per trovare la forza necessaria ad andare avanti contro la solitudine.
La Vergine era sistemata all'interno di una finta grotta di pietra calcarea e, proprio come nel santuario originale in Francia, ai suoi piedi scorreva un piccolo rivolo d'acqua artificiale, circondato da vasi di fiori curatissimi. In quel mese di maggio, le piccole luci votive accese in Suo onore risplendevano nella penombra della sera, conferendo all'intero angolo un senso profondo, intimo e palpabile di sacralità.
Eppure, stando sul terrazzino che si affacciava sia sul proprio prato che sulla distesa scura del mare, Chiara percepì qualcosa di strano nell'aria. Per un attimo avvertì una morsa di fredda paura nello stomaco: le sembrò che qualcuno si fosse introdotto di nascosto dal cancelletto di legno che dava sulla stradina della scogliera.
Proprio quella sera suo figlio Alberto era uscito con gli amici per una pizza, lasciandola sola tra le mura di casa. Nonostante il brivido di inquietudine, il primo istinto di Chiara fu quello di affacciarsi e chiamare i vicini per chiedere aiuto. Ma poi la realtà la colpì al petto come uno schiaffo: Sergio era ricoverato in ospedale a Livorno ormai da un mese, sospeso tra la vita e la morte. Giorgio si trovava sicuramente in corsia a vegliarlo e Pluto… beh, forse era da Marina, la banconiera della pasticceria che lo teneva spesso quando la situazione si faceva troppo difficile da gestire.
Eppure, l'ombra nel giardino era reale, si muoveva.
All'improvviso, nel silenzio della sera, Chiara sentì un singhiozzo soffocato. Un lamento straziante, sommesso, che sembrava provenire proprio dall'interno della grotta della Madonna. Spinta da un presentimento inspiegabile e dimenticando ogni timore personale, scese rapidamente le scale interne della villetta. Uscì nel giardino, muovendosi nel buio quasi senza fare rumore con le sue ciabatte di spugna. Ma ciò che vide quando svoltò l'angolo della siepe le gelò il sangue nelle vene.
Un uomo era accovacciato a terra sulla terra umida, le braccia serrate attorno alla veste di gesso della statua di Maria. In un lampo, Chiara capì tutto. Poco più in là, sul muretto di cinta che separava le due proprietà, spiccava il profilo immobile di Pluto. Il cane fissava la grotta con gli occhi sbarrati, muto, come una sentinella del dolore. Chiara sentì il cuore batterle forte nel petto e, man mano che si avvicinava, una commozione immensa spazzò via ogni residuo di paura. Riconobbe quella sagoma così familiare.
«Giorgio…» sussurrò nella sera, mentre le luci votive creavano ombre tremolanti attorno alla grotta. «Mio Dio, Giorgio, no…»
Si avvicinò all'uomo, che continuava a piangere in un silenzio disperato, bagnando di lacrime i piedi della Vergine. Quando Giorgio si girò a fissarla, Chiara sentì gli occhi riempirsi di pianto a loro volta. Il volto dell'amico era completamente stravolto, rigato dalle lacrime, deformato da una sofferenza troppo grande per essere contenuta da un corpo solo.
Chiara non avrebbe mai pensato, in tutta la sua vita, di assistere a una scena di tale, struggente drammaticità: un uomo distrutto dal dolore che piangeva per il suo grande amore, per un altro uomo, davanti alla Madre di tutti.
Chiara avrebbe voluto dirgli parole di conforto, ma la voce le morì in gola. Riuscì solo a pronunciare il suo nome. Giorgio, con il fiato corto e le spalle scosse dai brividi, trovò la forza di sussurrare: «Scusami… scusami se sono entrato di nascosto, Chiara, ma io…»
La donna si inginocchiò sul prato umido e lo strinse in un abbraccio materno, piangendo insieme a lui nel silenzio del litorale. In quel preciso istante, la forte luce sopra la porta del giardino si accese di colpo, illuminando la scena.
Alberto era appena rientrato insieme a Stefania, la sua ragazza. Vedendo la madre a terra che stringeva Giorgio, e scorgendo il profilo immobile di Pluto sul muretto, il ragazzo comprese immediatamente la gravità della situazione.
«Stefania, vai subito da mia madre e aiutala a portare Giorgio in casa» ordinò Alberto alla fidanzata, mantenendo il sangue freddo e il tono deciso. «Io scavalco il muretto, prendo Pluto e lo porto dentro. Non possiamo lasciare né lui né il cane in queste condizioni nel giardino.»
La giovane donna si diresse rapidamente verso la grotta di pietra, aiutò Chiara a sollevarsi e insieme, sostenendo Giorgio per le braccia, lo accompagnarono con delicatezza all'interno della villetta.
Il racconto del professore
Lo fecero sedere sul grande divano al centro del soggiorno, porgendogli subito dei fazzoletti di carta per asciugarsi il viso rigato di pianto. Mentre Stefania andava di corsa in cucina per preparare una tisana calda e calmante, Chiara si sedette accanto a Giorgio sul velluto, accarezzandogli con dolcezza il viso brizzolato.
«Ti prego, Giorgio, cerca di non piangere così…» mormorò Chiara con un filo di voce tremante. «Non so cosa sia successo in ospedale, spero solo che non sia qualcosa di… di irreparabile.»
In quel momento la porta-finestra si aprì ed entrarono Alberto e Pluto. Il Golden Retriever corse immediatamente verso il divano, fermandosi ai piedi di Giorgio. L'uomo, con un gesto pieno di disperazione e amore viscerale, lo afferrò per il collo e lo tirò a sé, stringendolo tra le braccia come un salvagente in mezzo alla tempesta. Davanti a quella scena di puro affetto, Chiara si sciolse in un sorriso triste.
«Giorgio» disse Alberto, prendendo posto sulla poltrona accanto al divano con l'aria seria e matura di un ragazzo pronto ad affrontare qualsiasi emergenza. «Che cosa sta succedendo? Ci sono novità di Sergio?»
Il cane guardava il suo papà con gli occhi lucidi e il respiro affannato, muovendo leggermente la testa come se comprendesse ogni singola parola pronunciata nella stanza.
Nel frattempo, Stefania ritornò dalla cucina portando un vassoio con quattro tazze di tisana fumante che poggiò sul tavolino di vetro. Poi, con estrema delicatezza, versò dell'acqua fresca in una ciotola e la sistemò a terra, accanto al divano, dedicandola a Pluto.
«Mi hai fatto spaventare, Giorgio…» riprese Chiara, stringendogli la mano fredda. «Dall'alto non avevo capito fossi tu l'ombra accanto alla statua di Maria.»
«Scusatemi… scusatemi davvero se vi ho creato tutti questi problemi» rispose Giorgio, cercando di controllare i tremiti della voce e di ritrovare un briciolo di contegno.
«Non dirlo neanche per scherzo, Giorgio. Siamo vicini di casa, siamo una famiglia.»
«Ero troppo disperato, Chiara… vi giuro che stasera avrei voluto solo buttarmi giù dalla scogliera e farla finita» confessò l'uomo, tenendo lo sguardo piantato nel vuoto. «Ma Pluto mi fissava. Aveva degli occhi che sembravano scrutarmi fin dentro al cuore. A un certo punto, d'istinto, si è allontanato, è andato ad appoggiarsi al muretto di cinta e ha iniziato a guardare fisso la vostra statua. Sembrava quasi che volesse indicarmela, come a dirmi di cercare conforto lì, dalla Madonna. Era da tutta la sera che stavo male fisicamente, ero riuscito soltanto a dare un po' di cibo a lui, ma non ce la facevo più a stare tra quelle quattro mura della mia casa.»
Giorgio si asciugò approssimativamente il volto umido e bevve un piccolo, esitante sorso della tisana calda. Nel soggiorno calò un silenzio assoluto, rotto solo dal respiro del cane; nessuno osava interromperlo, lo ascoltavano tutti con il fiato sospeso e gli occhi lucidi.
«Così ho scavalcato il muretto» continuò Giorgio, con la voce che si spezzava a ogni sillaba. «E sono andato a pregare Lei. Ma sono crollato subito. Pluto era lì che mi fissava dal muretto e io ho iniziato a piangere ancora di più, perché accanto al muso di questo cane splendido io ci vedevo, nitido, il volto di Sergio. Sono disperato, amici miei… non so più cosa fare. Chiara, Alberto, signorina… vi prego di scusarmi per lo spettacolo».
Alberto prese la parola prima di sua madre, dimostrando una maturità e una fermezza ammirevoli per la sua età.
«Giorgio, adesso ascoltami. Forse è meglio che ci spieghi tutto dall'inizio, con calma. E penso sia anche meglio che tu e Pluto rimaniate a dormire qui da noi stanotte. Abbiamo una camera degli ospiti libera proprio qui al piano terra, starete benissimo. Se ti va, e quando te la senti, ti andrebbe di raccontarci che cosa è successo esattamente oggi in ospedale?»
Il verdetto dei due mesi
Giorgio sollevò lo sguardo stanco verso quelle persone così care, così straordinariamente gentili e protettive. Prese un respiro profondo, cercando di ricomporre i pezzi del cuore, e, avvertendo la propria voce provenire quasi da una distanza siderale e irreale, iniziò a parlare nel silenzio del soggiorno.
«Questa mattina all'ospedale di Livorno, il professor Marra del reparto di ematologia, insieme alla dottoressa Vergani, ci ha radunati tutti all'interno del suo ufficio», esordì Giorgio, con la voce resa roca e impastata dal pianto. «Già solo guardando i loro volti, prima ancora che aprissero bocca, Sergio ed io avevamo capito che le notizie non sarebbero state buone. Dopo una settimana intera passata in corsia in quel reparto, era ormai evidente che, nonostante gli esami clinici non fossero ancora del tutto completi, la diagnosi era tracciata: Sergio ha la leucemia. Ma…»
Giorgio si interruppe per un istante, l'emozione violenta a sbarrargli la gola, bloccandogli il respiro. In quel preciso secondo, Pluto si mosse e gli diede una testata tenera, calda e leggera contro la mano aperta: un gesto silenzioso, di un'empatia assoluta, come se quel cagnolone fantastico sapesse già ogni cosa e volesse solo fargli da scudo contro la verità. Sul divano accanto, Chiara stringeva forte la mano di suo figlio Alberto, ascoltando con il fiato sospeso e gli occhi fissi sull'amico.
«Ma non pensavamo fino a questo punto», riprese Giorgio, asciugandosi le palpebre. «Sergio si era seduto vicino a sua madre Silvana, mentre io, mio fratello Stefano e mio padre eravamo in piedi subito dietro di loro, a fare barriera. La dottoressa aveva fatto sedere gentilmente anche il padre di Sergio, prendendo per lui la sedia personale da dietro la scrivania del primario. Glauco era davvero distrutto, sfigurato sia fisicamente che moralmente… d'altronde, alla sua età, un colpo del genere è letale, ti spezza le ossa. Mia suocera Silvana sembrava completamente persa nel vuoto, immobile, continuava a stringere la mano di Sergio senza dire una sola parola. E io… io in quel momento avevo solo una voglia matta di urlare, di spaccare tutto».
«Ma tuo fratello? Sei rimasto solo qui a casa stasera?» chiese quasi ingenuamente Stefania, interrompendo il flusso. Alberto le diede subito un'occhiataccia dritta negli occhi, un fulmine protettivo, come a dirle di non fare domande indiscrete e superflue in un momento simile.
«No, c'è mio fratello Stefano», rispose Giorgio con un sorriso amaro e stanco. «Lui abita in Svizzera ma è partito subito appena ha saputo la gravità delle cose, ed è l'unico che ho voluto stasera in casa. Mio padre invece è stato raggiunto dalla sua badante e dall'autista, e sono ritornati ad Arezzo. I genitori di Sergio, invece, sono rientrati nella loro casa a Livorno centro, dove ad aspettarli c'erano gli altri loro due figli con le rispettive famiglie».
«Ma scusami, Giorgio, allora puoi chiamare Stefano e dirgli di venire qui da noi adesso! Lo ospitiamo volentieri», propose Chiara, premurosa e protettiva.
«No, preferisco lasciarlo tranquillo», scosse la testa Giorgio, lo sguardo basso. «A quest'ora sarà sicuramente al telefono con sua moglie e i bambini a Basilea. E poi voleva stare un po' da solo a riposare; il viaggio in auto di ieri dalla Svizzera a Livorno è stato davvero estenuante, infinito. Quando siamo rimasti soli con i medici, il professore non ci ha girato intorno, anche se ha cercato di dircelo nella maniera più delicata e umana possibile. Sergio ha la Leucemia Promielocitica Acuta in uno stadio avanzato e fulminante. Ci ha spiegato chiaramente che non potrà più tornare a casa tra queste mura, se non forse negli ultimissimi giorni. Solo restando in ospedale potrà ricevere tutte le cure e i farmaci necessari per…»
«Fu… fulminante?!» ripeté Chiara con un filo di voce che le morì in gola, gli occhi spalancati.
La donna guardò Giorgio con infinita, materna tenerezza, ma nei suoi occhi passò un velo di puro, incontrollabile terrore. Una donna volitiva e forte come lei non avrebbe mai potuto immaginare che Sergio — un uomo così aitante, sportivo, nel pieno delle forze e della bellezza a soli cinquantadue anni — potesse essere colpito da un male così devastante, feroce e rapido. Volse lo sguardo verso suo figlio Alberto, quasi a cercare un appiglio disperato alla realtà.
«Sì, Chiara. Sergio non uscirà più vivo da quell'ospedale», sussurrò Giorgio, confermando quella condanna infame.
Nel salotto della villetta si udirono solo i mormorii soffocati, increduli di Alberto e Stefania. Pluto, quasi sentendo fisicamente il peso immenso di quelle parole, abbassò lentamente la testa, nascondendo il muso tra le braccia protettive di Giorgio.
«Sergio non l'ha presa bene, all'inizio», continuò l'uomo, fissando la tazza di tisana ormai tiepida tra le mani. «I suoi hanno iniziato a piangere disperatamente, immediatamente, ma la dottoressa è intervenuta dicendo che, nonostante la gravità estrema della situazione, si tenterà ogni terapia possibile, ogni protocollo. Ha aggiunto che Sergio avrà un disperato bisogno di tutto il nostro sostegno e del nostro coraggio».
Giorgio fece una pausa lunghissima, il ricordo di quelle ore passate in corsia ancora vivido, tagliente, fresco sulla pelle. «A quel punto, Sergio ha fatto una domanda ai medici. Una domanda fredda, lucida, quasi distaccata, da medico: “Quanto mi resta se non potrò più uscire dall'ospedale?”. I due dottori si sono guardati in faccia, in silenzio. Sentivano gli occhi di tutta la famiglia piantati addosso come lame e per qualche secondo non hanno saputo cosa rispondere, hanno esitato. Poi, il professor Marra ha abbassato la testa e, con una voce che cercava in tutti i modi di non tradire l'emozione, ha detto piano: “Due mesi al massimo. Forse meno”».
Il giorno dell'anniversario
Un brivido freddo attraversò l'intera stanza. Per qualche interminabile secondo, il salotto di Chiara sembrò venire avvolto da una luce scura, densa di un dolore indicibile che toglieva il fiato a tutti i presenti.
«Tre ore dopo», proseguì Giorgio, la voce spezzata che fendeva quel silenzio di pietra, «eravamo rimasti soltanto io e Sergio all'interno della sua stanza di degenza, che divide con un altro signore anziano malato. Avevamo chiesto gentilmente agli altri parenti di andare a casa a riposare, promettendo che ci saremmo rivisti tutti quanti sabato mattina per l'orario delle visite. Mio padre era letteralmente esausto, così ho telefonato a Francesca, la sua badante, per farlo venire a prendere con l'auto e riportarlo ad Arezzo; voleva a tutti i costi rimanere a stare da me ad Antignano, ma in queste condizioni ho preferito mandare mio fratello Stefano ad aspettarmi a casa da solo. Anche i genitori e il fratello di Sergio sono tornati a Livorno centro. Prima di andarsene, sua madre Silvana ci ha abbracciati forte… e io non ho avuto il coraggio di dirle che proprio oggi, in questo giorno maledetto, era il nostro anniversario di matrimonio…»
Giorgio si coprì bruscamente il volto con le mani, le spalle larghe che sussultavano per i singulti. «O forse Silvana lo ricordava bene e ha fatto finta di nulla per non crollare davanti a noi, non lo so. Ma alla fine se ne sono andati tutti, i corridoi si sono svuotati. Poco dopo, un'infermiera è entrata in silenzio per mettergli una flebo, credo fosse del liquido per nutrirlo o un idratante, ed è uscita dalla stanza guardandoci e sorridendoci mestamente. A quel punto, rimasti soli nel silenzio della corsia, ho abbracciato Sergio con tutte le mie forze. Le mie lacrime rigavano il suo viso. Era bello come il sole, Chiara… bello come il sole. Non volevo che mi lasciasse. Non volevo che morisse. Non potevo accettare che tutto questo orrore fosse capitato proprio a noi».
Giorgio scoppiò in un pianto dirotto, liberando finalmente tutta la sofferenza disperata trattenuta con i denti durante quella giornata terrificante. Chiara si tese verso di lui sul divano e lo strinse forte a sé in un abbraccio materno, immenso, protettivo.
«Figliolo mio, ascoltami», gli sussurrò al millimetro dall'orecchio, continuando ad accarezzargli i capelli brizzolati. «Noi siamo qui. Per qualsiasi cosa, per ogni singolo momento di questa terribile battaglia, noi ci siamo. Non sei solo».
«Grazie, Chiara… lo so, vi ringrazio di cuore», rispose lui, ricomponendosi a fatica e asciugandosi il volto con i palmi delle mani. «Ma sapete una cosa incredibile? Alla fine è stato proprio Sergio a farsi forza, a trovare il sorriso e a fare coraggio a me. Prima che me ne andassi stasera dall'ospedale, ha voluto a tutti i costi chiamare la caposala e la dottoressa Vergani. Ha chiesto loro un ultimo, disperato favore: ha domandato se Pluto potesse entrare con me durante le ore di visita. Ha detto che, visto il pochissimo tempo che gli rimane su questa terra, voleva godersi fino all'ultimo secondo la presenza delle due creature che ama di più al mondo: me e questo cucciolone fantastico».
Sentendo pronunciare il suo nome, Pluto tese le orecchie e accennò un timido, affettuoso scodinzolio con la punta della coda, anche se i suoi occhioni dorati rimanevano velati di una tristezza infinita, quasi ancestrale.
Giorgio si alzò leggermente dal velluto del divano, rivolgendo lo sguardo fuori dalla grande finestra, verso la sagoma scura e frastagliata della scogliera che tagliava il mare nero. «Ce la faremo. E chissà… magari le preghiere che ho rivolto a Maria stasera, inginocchiato davanti alla tua grotta di pietra, aiuteranno Sergio a compiere il miracolo e a guarire. O, se questo non dovesse accadere, spero almeno che la Madonna faccia in modo di addolcirgli il passaggio e non farlo soffrire».
«E soprattutto che questo calvario non faccia soffrire te, distruggendoti giorno dopo giorno nell'anima, Giorgio mio», pensò Chiara tra sé, guardandolo con il cuore ridotto a pezzi mentre continuava a stringere convulsamente la mano di suo figlio Alberto.
La stanza 51
Ospedale di Livorno, reparto di ematologia.
La fine di giugno era arrivata prepotentemente sul litorale, portando con sé un caldo asfissiante, pesante e precoce. Gli ospedali italiani erano ormai nel pieno della morsa più dura della pandemia; i reparti erano totalmente blindati, riorganizzati da cima a fondo per fronteggiare l'emergenza sanitaria, e tutto il personale si dedicava con turni massacranti e sguardi stanchi ai malati più gravi, mentre i pazienti meno critici venivano rimandati a casa per essere seguiti a distanza dai medici di famiglia.
Giorgio si trovava immobile nel lungo corridoio silenzioso, proprio davanti alla porta chiusa della camera di degenza di Sergio. Fissava il legno bianco in un'attesa logorante: i medici erano all'interno per il consueto giro di visite mattutino. Nella mente di Giorgio risuonavano continuamente, come un timer spietato, le previsioni fatte a maggio dal professor Marra; stando a quelle parole, a Sergio restava forse un solo mese di vita. Al massimo.
Il solo pensiero di vederlo ridotto in quel modo era una devastazione quotidiana per la sua anima. Sergio era dimagrito moltissimo, i suoi splendidi capelli ricci erano stati rovinati e diradati dai cicli di cure pesanti, il suo sorriso era stanco e i suoi occhi emanavano una luce dolorosa.
A volte Giorgio evitava persino di incrociare quel guardo, perché quegli occhi chiari sembravano urlargli in silenzio: «Aiutami a morire, amore mio». Era uno strazio indicibile, un peso enorme da portare anche per il fedele Pluto, che miracolosamente, per intercessione della direzione, aveva ottenuto il permesso speciale di stare in reparto, sempre rigorosamente accompagnato da Giorgio.
Il Golden Retriever era diventato una vera e propria celebrità in corsia. Veniva coccolato da tutte le infermiere di turno e persino da qualche medico solitamente più burbero e distaccato. Pluto, dal canto suo, si dimostrava incredibilmente ubbidiente, quasi avesse compreso la sacralità del luogo: passava ore intere accovacciato immobile accanto al letto di Sergio.
La cosa straordinaria, mistica, era che ogni volta che il cane si sdraiava vicino a lui, Sergio confessava che i dolori più acuti e quella sensazione di estrema debolezza sembravano svanire nell'aria, come per magia.
Pluto se lo sentiva dentro; si comportava in tutto e per tutto come un angelo custode, una creatura mandata dal cielo appositamente per Sergio e Giorgio in quel momento di calvario. Il cane lo fissava dal basso con un amore immenso e purissimo. Quando Sergio trovava un filo di forza per sussurrargli qualche parola dolce, il cagnolone rimaneva attentissimo, immobile, anche se ogni tanto sollevava la testa orientando lo sguardo verso l'alto, come se vedesse qualcosa o qualcuno invisibile agli occhi degli umani presenti nella stanza.
Finalmente, la porta della camera si aprì con un sommesso scatto metallico. I medici e gli infermieri dell'équipe iniziarono a uscire alla rinfusa nel corridoio, sistemandosi le mascherine sul volto.
«Come va, professore?» chiese Giorgio, scattando in piedi dalla sedia con il cuore in gola.
«Come sempre, dottor Sommariva», rispose il professor Marra, fermandosi davanti a lui e lasciando andare un sospiro stanco. «Sergio reagisce bene alle cure palliative e ai farmaci che stiamo usando per evitargli il dolore, ma… come lei ben sa, la situazione resta critica. I due mesi che le avevo prospettato a maggio potrebbero allungarsi un po', oppure no. Dipende molto da lui, dalla sua forza interiore e dalla sua reale voglia di continuare a combattere».
«Capisco, professore… grazie», rispose Giorgio con un filo di voce che gli morì in gola.
Gli altri medici salutarono Giorgio con un cenno e si allontanarono lungo la corsia; il giro delle visite era terminato e Marra non vedeva l'ora di concedersi un caffè nel suo studio per riprendere fiato. Il primario stava per congedarsi definitivamente dall'uomo quando, abbassando lo sguardo, colse nei suoi occhi azzurri una tristezza così profonda, assoluta e disperata da lasciarlo senza fiato.
In quel momento, Marra avrebbe dovuto seguire alla lettera il rigido protocollo deontologico che impone il distacco emotivo verso i parenti dei degenti, ma l'umanità ebbe il sopravvento sul camice. Sentì le parole uscirgli di bocca quasi da sole:
«In attesa che i colleghi finiscano di sistemare la terapia e lei possa rientrare da Sergio, le andrebbe un caffè? Nel mio ufficio ho una macchinetta che ne fa di ottimi», disse, regalando un sorriso caloroso al giovane professore.
Giorgio accettò. Forse lo fece per non dover rientrare immediatamente in quella stanza bianca e scontrarsi di nuovo con la sofferenza nuda di Sergio, o forse sentiva semplicemente il bisogno vitale di parlare per qualche minuto con un uomo che lo ascoltasse. Seguì il primario lungo il corridoio ed entrò nello studio. Fu solo una volta varcata la soglia che si accorse di un dettaglio: Pluto non era dietro di lui.
Due lacrime d'angelo
Quel cane straordinario, guidato da un istinto purissimo e da un cuore grande quanto quello di un essere umano, era tornato indietro. Non avrebbe mai lasciato da solo, nemmeno per cinque minuti, uno dei suoi due papà che amava così tanto.
Infatti, mentre Giorgio si accomodava nell'ufficio di Marra sorseggiando il caffè fumante, nella camera d'ospedale bianca, asettica e inondata dal sole alto di fine giugno, Sergio vide spuntare da dietro il battente della porta quel musetto dorato tanto amato.
«Pluto!» sussurrò l'ammalato con un sorriso debole, muovendo appena le labbra.
In due secondi netti, muovendosi con una delicatezza commovente per non toccare i tubicini trasparenti della flebo infilata nel braccio del suo papà, Pluto balzò sul materasso e si accovacciò accanto a lui, appiccicando il corpo al suo fianco.
Quello che accadde in quei minuti successivi, all'interno della stanza 51, nessuno lo avrebbe mai saputo nell'immediato. Sarebbe emerso solo più tardi, grazie al racconto lucido dell'anziano signore che condivideva la camera con Sergio.
Nessuno avrebbe mai prestato fede a una storia del genere se non ci fosse stato lo stesso Pluto, alla fine, a fare da testimone silenzioso davanti a tutti, mentre dai suoi occhi dorati scendevano due vere, lucide lacrime umane. Due lacrime d'angelo.
Nello studio del primario, intanto, Giorgio e il professore avevano appena posato le tazzine vuote sul vassoio della scrivania e si stavano scambiando gli ultimi saluti formali.
Improvvisamente, l'aria immobile del corridoio venne squarciata dal suono insistente, stridulo e impazzito di un campanello d'allarme. Proveniva dalla stanza in fondo. La stanza di Sergio.
Due infermieri di turno passarono correndo davanti alla porta aperta dello studio, i passi pesanti sull'andito, urlando col fiato in gola verso il primario: «Professor Marra! Presto, venga subito alla stanza 51!».
La promessa sul cuore
Giorgio si sentì mancare, la terra parve mancargli sotto i piedi. Il professor Marra lo sorpassò per primo lungo il corridoio e, quasi correndo insieme ai due infermieri di turno, si precipitò verso la stanza in fondo.
Non appena arrivarono davanti alla soglia, l'infermiere si voltò di scatto e sbarrò la strada a Giorgio tendendo un braccio. L'uomo tentò di ribellarsi immediatamente, stringendo i pugni per farsi largo con la forza ed entrare a ogni costo, ma il giovane sanitario lo fissò dritto nelle pupille con un'espressione di assoluta, ferma dolcezza.
«La prego, aspetti un attimo qui fuori», gli sussurrò con calma professionale. «La faremo entrare subito, dobbiamo solo capire che cosa è successo… Forse si tratta dell’altro paziente».
Giorgio annuì meccanicamente, svuotato di ogni energia. Il cuore gli batteva così forte da rimbombargli nelle orecchie come un tamburo; sentiva le gambe fatte di cera e una paura gelida, tagliente, stringergli il petto in una morsa.
Tre minuti dopo, la porta si riaprì con un sommesso scatto. Uscirono i due infermieri e un giovane medico che si trovava già all'interno della corsia prima del loro arrivo. Nessuno di loro osò rivolgere uno sguardo diretto a Giorgio; accennarono soltanto un debole, stanco cenno col capo, abbozzando una serie di sorrisi strani, tirati, carichi di una profonda e rispettosa tristezza. Subito dopo fece la sua comparsa il professor Marra, posizionandosi dritto davanti a lui.
«Non entri per ora, professor Sommariva. Giorgio… venga un attimo nel mio ufficio, per favore. Le spiegherò tutto lì», disse il primario con un tono di voce insolitamente basso, quasi spento.
Come un automa privo di volontà, Giorgio seguì quella processione silenziosa lungo il corridoio dell'ospedale. Quando furono vicini alla porta dello studio, il professore gli fece cenno con la mano di aspettare due secondi all'esterno, infilandosi dentro per primo. Giorgio lo guardò bene in viso un'ultima volta prima che la porta si chiudesse: l'uomo aveva abbassato gli occhi.
Qualcosa non quadrava, se lo sentiva nel sangue. Giorgio non aveva nessuna voglia di entrare in quell'ufficio asettico. Si girò a guardare le ampie vetrate del corridoio che si affacciavano sulla città di Livorno; da quel punto non si vedeva lo specchio del mare, ma solo il profilo lontano delle basse montagne che digradavano verso Lucca, sfocate dalla calura pesante dell'estate.
Poi voltò la testa prima verso la camera 51 e poi di nuovo verso la porta chiusa del primario. Sentiva le lacrime spuntargli rabbiose sugli angoli degli occhi. Non riusciva a comprendere il motivo di tutto quel mistero, né perché i medici e gli infermieri si rifiutassero di parlare chiaramente, limitandosi a dirgli di attendere in silenzio. Era come vivere all'interno di un film drammatico.
Senza pensarci due volte, guidato da un impulso viscerale e incontrollabile, Giorgio decise di non aspettare il professore. Girò i tacchi e si diresse a grandi passi verso la stanza 51, pregando con tutto se stesso che non fosse accaduto il peggio.
Il passaggio dolce
Eppure, appena dieci minuti prima, in quella stanza bianca era successo l'inimmaginabile.
All'interno della camera d'ospedale regnava un silenzio irreale, quasi sacro, denso di luce. L'anziano vicino di letto, immobile sul proprio materasso, aveva osservato l'intera scena senza fiatare, col fiato sospeso.
Pluto era lì, custode vigile e attento, seduto sul pavimento con lo sguardo fisso, profondo, sul volto del suo papà. Ad un tratto, la voce di Sergio aveva rotto la quiete della corsia. Era un sussurro debole, ma straordinariamente lucido, fermo.
«Sali qui con me, ragazzo», aveva spirato l'ammalato, muovendo appena la mano sul lenzuolo.
Pluto non se lo era fatto ripetere due volte. Con una leggerezza innaturale, quasi volasse nell'aria per non gravare sulle coperte e non sfiorare i tubicini trasparenti della flebo, era balzato sul letto. Sergio lo aveva guardato dritto nelle pupille dorate, iniziando a parlargli a bassa voce, come ci si confessa a un confessore o a un angelo sceso in terra.
«Ho capito che devo andare via, Pluto… mi restano pochissime settimane, forse un mese, e io non ce la faccio più. Non sopporto più di vedere la devastazione e la sofferenza negli occhi di Giorgio. Non sopporto l'idea di saperlo da solo a casa a piangere per me, senza che io possa fare nulla. Tu lo sai bene, vero?»
Pluto aveva emesso un leggerissimo guaito soffocato, un suono sommesso, caldo, che sembrava un'affezionata risposta del tutto cosciente.
«Ormai non sento neanche più il dolore fisicamente… voglio solo riposare, Pluto. Tu mi devi aiutare».
Il cane aveva risposto con un altro lamento basso, una vibrazione del petto che esprimeva una comprensione totale, assoluta. Sergio aveva continuato a parlare con un filo di voce, affidandogli la sua anima e il suo ultimissimo desiderio terreno.
«Aiutami a non sentire più male, aiutami ad addormentarmi. Ma poi… dopo che me ne sarò andato, tu dovrai stare vicino a Giorgio con tutto l'amore che hai nel cuore. Fino a quando ti sarà possibile. Lo farai per me? Promettimelo, Pluto».
Il vicino di letto aveva trattenuto il respiro, assistendo a un evento mistico che superava qualsiasi confine dell'immaginazione umana.
Pluto si era avvicinato lentamente al volto stanco di Sergio, allungando la lingua per raccogliere e asciugare una lacrima calda che rigava la guancia dell'uomo. Poi, con infinita, commovente delicatezza, aveva appoggiato il proprio corpo caldo direttamente sul suo petto, posizionandosi esattamente sopra il cuore. In quel preciso istante, il respiro affannato e pesante di Sergio si era fatto improvvisamente calmo, lento, incredibilmente leggero.
«Grazie…», aveva sussurrato l'uomo per l'ultima volta.
Il Golden Retriever aveva emesso tre piccoli guaiti consecutivi, un addio straziante e dolcissimo. La mano di Sergio, che fino a un attimo prima accarezzava la testa del cane, era scivolata via dal pelo dorato, cadendo morbida e priva di forze sul lenzuolo bianco. Sergio si era addormentato per sempre, senza emettere un solo lamento, scivolando nel sonno eterno senza soffrire.
L'abbraccio eterno
Quando la porta della camera si spalancò di colpo, Giorgio entrò nella stanza con il fiato corto. Dietro di lui comparvero immediatamente il primario e i medici che, non vedendolo fuori dall'ufficio, lo avevano inseguito di corsa lungo il corridoio. Ma il miracolo dell'amore si era già compiuto sotto i loro occhi.
Il tempo si fermò.
Giorgio capì tutto in un battito di ciglia, guardando quella mano ferma. Si gettò sul letto con un pianto dirotto, stringendo Pluto al petto in un abbraccio disperato, viscerale.
Liberò un urlo di dolore soffocato, immenso, per poi chinarsi sul viso sereno di Sergio e stargli vicino per un ultimo, infinito bacio d'amore sulla bocca.
Il professor Marra, i dottori e i due infermieri rimasero immobili sulla soglia della stanza 51, fissando la scena in silenzio, con gli occhi lucidi e le mascherine protettive bagnate dalle lacrime. Davanti a quel quadro di puro, assoluto e devastante amore, compresero che non esistevano parole, protocolli o terapie che tenessero.
Abbassarono lo sguardo in segno di profondo, commosso rispetto e, muovendosi in un silenzio carico di emozione, uscirono uno a uno dalla stanza, chiudendo piano la porta di legno e lasciando che quell'ultimo abbraccio diventasse eterno.
L'anima del cuore
Antignano, giugno 2026.
Pluto guarda il mare, osservando le piccole onde biancastre infrangersi con un fruscio leggero e ritmico sulla sabbia chiara della scogliera. Di sottecchi, ogni tanto, volge i suoi grandi occhi dorati verso Giorgio, seduto sulla panchina di legno dipinta di bianco e azzurro sul lungomare.
Sono passati sei anni da quel giorno drammatico in ospedale; sei anni intensi in cui il cane lo ha vegliato, protetto e osservato giorno dopo giorno, da quando Sergio se n’era andato via per sempre. Almeno per il resto del mondo dei vivi.
Per Pluto, in realtà, Sergio non se n'era mai andato davvero. Lui lo vedeva ancora muoversi tra le stanze. Lo percepiva lassù, nel blu infinito del cielo livornese, e lo riconosceva attraverso i canali invisibili e misticamente puri della sua mente di cane; una mente straordinaria, appartenente a un animale che possiede, a tutti gli effetti, un’anima nel cuore.
Pluto osserva Giorgio respirare a pieni polmoni l’aria salmastra e fresca del mattino, vedendolo sorridere in modo finalmente sereno. Sente, anzi sa con assoluta certezza biologica, che in questo preciso istante l'uomo sta pensando a Sergio.
In questi sei anni di solitudine e silenzio, Giorgio non ha mai voluto conoscere nessun altro, custodendo quel legame d'amore come un tesoro sacro e inviolabile.
Le creature pure come Pluto lo sanno bene, lo leggono nel sangue: se si ama davvero, si ama una sola volta nella vita. Ed è esattamente ciò che Giorgio continua a fare ogni mattina, amando Sergio in un modo così profondo, totale e viscerale che la sua presenza si avverte ancora oggi in ogni singolo angolo della casa di Antignano.
Pluto lo avverte. Vede Sergio quando allunga una mano invisibile, fatta di luce, per accarezzare il volto di Giorgio nei momenti di improvvisa tristezza; lo vede quando si posizionano tutti e tre in silenzio davanti alla tomba di marmo bianco nel cimitero, mentre Giorgio prega a capo chino.
A essere del tutto sinceri, nel segreto del suo cuore di cane, Pluto adesso sente una strana, improvvisa fretta dentro di sé. Non si tratta solo del desiderio imminente di raggiungere di corsa la pasticceria per incontrare la signora Pinuccia e ricevere le coccole della sua adorata Marina.
È una fretta diversa, più profonda, legata al tempo che scorre: la speranza che possa capitare presto un incontro del tutto casuale, un incastro del destino, tra Giorgio e un nuovo, piccolo cucciolo di Golden Retriever.
Un cucciolo che possa prendere il suo posto sulla terra e sul letto quando, tra pochi anni, lui raggiungerà finalmente Sergio in cielo. Solo allora, di nuovo insieme sul cammino dell'eternità, potranno guardare dall'alto il loro Giorgio, vegliando uniti su di lui e sul fortunato cagnolino che gli farà fedele compagnia per il resto dei suoi giorni.
Ma adesso, i pensieri spirituali lasciano bruscamente spazio alla realtà terrena: è l’ora della colazione!
Pluto si solleva fiero sulle quattro zampe e inizia a tirare con decisione il guinzaglio teso, puntando il muso biondo verso la strada e guardando il suo papà con occhi parlanti, come a voler dire chiaramente: «Su, dai, muoviti che abbiamo fame! Ci stanno aspettando tutti al bar, compreso il tavolo delle signore Mazzini e Giorgetti! Forza, papà!».
«Birbante di un Pluto biondo, hai già fretta di andare, vero?» dice Giorgio ridendo di cuore, la voce finalmente distesa. Si alza dalla panchina di legno e abbassa lo sguardo per controllare l'orologio da polso. «Accidenti, sono già le nove passate… Hai ragione, amore mio, siamo leggermente in ritardo sulla tabella di marcia. Forza, corriamo, così facciamo prima!»
Muovendosi a passo svelto, quasi correndo sul lungomare tra gli sguardi dei passanti, l'uomo e il cane si avviano insieme verso l'auto parcheggiata.
Un attimo prima di salire sul sedile del passeggero, Pluto si volta per un solo secondo all'indietro, verso l'orizzonte liquido. Solleva il muso verso il cielo azzurro di Antignano e stringe gli occhi: lassù, sospeso tra le nuvole bianche e il riflesso d'oro del sole sul mare, il volto bellissimo, giovane e sorridente di Sergio li guarda dall'alto, stringendoli per sempre in un abbraccio di puro e infinito amore.














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