venerdì 30 ottobre 2026

"L'OROLOGIO DI NEBBIA"

"L'OROLOGIO DI NEBBIA"

La nebbia del Po era arrivata nelle prime ore dell'alba, risalendo lenta e silenziosa lungo i viali alberati di Cremona.

Non era una coltre fitta, di quelle che sbarrano completamente la vista, ma un velo leggero e umido, una sorta di mano invisibile capace di avvolgere i tetti di mattoni rossi e di smussare gli angoli dei palazzi antichi.

In quel silenzio ovattato del sabato mattina, la provincia sembrava farsi improvvisamente sbiadita, quasi sospesa in un tempo senza lancette, lasciando tutto lo spazio vitale al rumore sordo dei pensieri.

Nell'intimità quasi claustrofobica del loro piccolo appartamento in affitto, a pochi passi dal centro storico, Roberto fu il primo a svegliarsi.

Trent'anni, alto, con il fisico atletico e i capelli castani che gli ricadevano ribelli sulla fronte — con quel fascino un po' disordinato e magnetico che ricordava le vecchie copertine dei dischi anni Settanta — si alzò dal letto a passi leggeri, badando a non fare rumore sul pavimento di graniglia fredda.

Si sentiva stretto, quasi soffocato tra quelle mura che da qualche mese non considerava più un rifugio, ma una gabbia d'incomprensione.



Si avvicinò alla grande finestra della camera, appoggiando la fronte contro il vetro fresco. Fuori, le strade erano deserte, avvolte da quel crepuscolo mattutino che cancellava i colori della città; dentro, l'aria era densa, satura di un disagio strisciante che entrambi scambiavano ormai per la parola fine del loro amore.

Erano in crisi, e la cosa che faceva più male era che nessuno dei due sapeva davvero spiegarsi il perché. Sarebbe bastato un niente, sarebbe bastato guardarsi negli occhi e parlarsi con il cuore in mano, ma da troppo tempo ognuno preferiva trincerarsi dietro i propri pensieri, vivendo nel silenzio le critiche e i difetti dell'altro.

Roberto si voltò lentamente a guardare il letto.

Francesca stava ancora dormendo, rannicchiata sotto le coperte chiare. I suoi lunghi capelli biondo scuro erano sparsi in disordine sul cuscino, e il suo viso — dai lineamenti fieri e dal fisico slanciato di chi frequentava assiduamente la palestra — appariva finalmente rilassato, lontano dalle rigidità che la consumavano durante il giorno.

Francesca era una musicista, un'anima profonda ma incredibilmente silenziosa, una di quelle donne che pretendono che l'uomo capisca ogni singolo pensiero senza mai pronunciarlo a voce alta.

«Sempre nel letto, da rifare ogni volta… che non si fa quasi mai.», pensò Roberto, sentendo una stretta allo stomaco mentre la osservava muoversi impercettibilmente nel sonno. «Stai sempre a dormire al mattino, Francesca. Ormai non ci capiamo per niente. Ti isoli dietro i tuoi silenzi, in quel tuo mondo fatto di spartiti e note, e aspetti che io indovini le tue lamentele. Io sono un uomo realista, dirigo un'azienda, ho bisogno di concretezza, di sguardi veri, non di questa nebbia che metti tra me e te ogni santa mattina».

Con un gesto nervoso e istintivo, Roberto infilò le dita nella tasca dei pantaloni e tirò fuori una sigaretta. L'accese, aspirando una boccata profonda e fissando il fumo azzurrognolo che saliva verso il soffitto.

Poi, con quel disordine cronico che lo caratterizzava, invece di cercare un posacenere compì il gesto peggiore: gettò la cicca a terra, spegnendola con la punta della scarpa direttamente sul pavimento.

Fu proprio lo scatto secco e sordo di quel movimento a spezzare il sonno di Francesca.



La ragazza aprì gli occhi verdi, limpidi e subito vigili. Si mise lentamente a sedere, appoggiando la schiena contro la spalliera di legno del letto e tirandosi le lenzuola fino al mento.

Il suo primo sguardo cadde dritto lì, su quella sigaretta schiacciata sul pavimento. Sentì una rabbia improvvisa, feroce e sorda, salirle dritta al petto, una di quelle piccole scintille quotidiane che facevano divampare l'incendio del loro rancore.

«Dio Santo che rabbia mi fa Roberto con quel modo di fare.», si ripeté Francesca nella mente, allungando la mano verso il comodino per afferrare un libro e sfogliarne le pagine in modo convulso, senza leggerne davvero nemmeno una riga.

«Sei sempre il solito, Roberto. Prima l'amore e poi fumare o distendersi guardando il soffitto. Pensi che basti quel momento a cancellare il vuoto che c'è tra di noi. E siamo qui, confinati in questa casa piccola in affitto... un camera da letto, un bagno, una cucina e soggiorno uniti. Non è rimasto nient'altro. Solo incomprensione totale. Tu hai sempre ragione, tu pretendi di discutere, ma non ti accorgi della malinconia pesante che trasciniamo dal mattino alla sera».

Roberto girò i tacchi e andò in cucina.

Il borbottio regolare della moka sul fuoco iniziò a riempire l'appartamento, diffondendo l'aroma aspro e caldo del caffè. In quel ritmo così familiare e domestico, la mente di entrambi, quasi per un'inerzia emotiva, venne improvvisamente risucchiata all'indietro nel tempo. 



Come la pellicola di un vecchio film, i ricordi riaffiorarono vividi. Si rividero in giro per le strade di Cremona solo un anno prima, stringendosi forte le mani per ripararsi dal freddo, mentre ridevano felici davanti a una cioccolata calda nel bar sotto i portici del centro.

Ricordarono la pace di quelle domeniche passate a pescare lungo le sponde silenziose del fiume, e quel viaggio in treno fino a Mantova, quando i finestrini si aprivano su un paesaggio che sembrava infinito e bastava un sorriso per sentirsi padroni del mondo.

Ma il presente era una tazza di caffè bevuta in silenzio, divisi da un muro invisibile.

Francesca posò il libro sul lenzuolo, stringendo i pugni sotto le coperte. «Ho volgia di andare via.», si disse, fissando il vuoto della stanza. «Lo farò prima o poi... me ne andrei lontano magari in una casa sul mare, dove tu non ci sarai. Voglio uscire fuori da questa confusione, da questa incertezza. Maledizione, ho persino perso il conto dei mesi, anni in questo appartamento. Eppure sono ancora qui, ferma, a guardare te e quello che abbiamo costruito».

Dall'altra parte del corridoio, anche i pensieri di Roberto si sintonizzarono sulla stessa, dolorosa frequenza, toccando lo stesso spaventoso timore. «Io dico spesso no, tu sempre di sì... mio Dio, voglio cambiare tutto, ritornare come prima o diventare diversi da ora. Ma tanto so che non riuscirei mai farlo veramente. Non ti potrei mai lasciare. Ho una paura folle di vederti andare via».



Roberto tornò nella camera da letto.

Si avvicinò alla finestra, la spalancò per un istante e con un gesto rapido raccolse la cicca da terra, gettandola fuori nel vuoto. Poi si diresse verso il letto e si sedette piano sul bordo del materasso, proprio accanto a lei, sentendo il calore del suo corpo ma non trovando la forza di sfiorarla.

Francesca lo fissò per un millesimo di secondo con i suoi occhi verdi; poi, senza dire una parola, si sdraiò di nuovo sul fianco, tirando su la coperta fin sopra le orecchie per rifugiarsi nel silenzio dei suoi sogni.

Fuori, intanto, la nebbia del Po iniziò a diradarsi lentamente, scivolando via dai tetti di Cremona, mentre un pallido e timido sole autunnale iniziava a scaldare i vetri freddi della finestra.

Giampaolo Daccò Scaglione

 












 

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