"UN AMORE COSÌ BREVE"
Milano, dicembre 1982
Che freddo faceva quel sabato pomeriggio, a una manciata di giorni dal Natale.
Milano appariva quasi vuota e spettrale, avvolta in una coltre grigia di nuvole scure e basse che sembravano schiacciare i tetti dei palazzi. Un vento sferzante e gelido fischiava tra i viali, facendo volare via foglie secche, polvere e pezzettini di carta strappati dall'asfalto.
Le poche automobili in circolazione sfrecciavano veloci lungo i corsi, come se i guidatori cercassero un riparo immediato dalla nevicata imminente.
Maura teneva gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore.
Guardava la sua piazza e la facciata del suo palazzo allontanarsi e farsi sempre più piccole, un fotogramma alla volta. Sentì una lacrima calda rigarle il volto, ma serrò i denti: non voleva cedere al pianto, non voleva fermarsi in qualche parcheggio anonimo a dare sfogo a quel groviglio che le stringeva il petto.
Maura non si fermava mai, neanche davanti al nulla. Mentre attendeva il semaforo verde in piazzale Corvetto, abbassò per un istante lo sguardo verso le valigie stipate sui sedili posteriori. Non riusciva ancora a credere di aver perso un'altra battaglia, lei che non aveva mai accettato la sconfitta.
Tra meno di un'ora sarebbe tornata a casa dei suoi genitori.
Sapeva già che qualcuno, incrociando le braccia, le avrebbe detto la solita frase lapidaria: «Ecco cosa succede a fare le cose in fretta e senza senso…». Ne era assolutamente sicura.
Eppure, quanto avevano avuto ragione tutti quanti, solo sei mesi prima, quando lei aveva deciso di sposarsi con un rito civile lampo dopo appena tre mesi di fidanzamento con quel tedesco dall'aria glaciale, i capelli biondissimi e lo sguardo tagliente.
Sua madre e suo padre avevano tentato in ogni modo di farla ragionare. Maura, così giovane, bellissima e abituata a testa alta a stravolgere le regole, non aveva voluto sentire ragioni, ignorando ogni avvertimento: «Sei pazzesca, vi conoscete da troppo poco tempo», le dicevano.
E poi: «Hai solo ventun anni e lui trenta, vi dividono due mondi opposti per cultura, abitudini e ceto sociale».
Ma la frase più dolorosa era stata quella della sua sorella minore, Franca, che l’aveva fissata con gli occhi lucidi: «Sono sicura che ti farà soffrire, Maura…».
Lei e Franca erano così unite da leggersi nel pensiero con un solo sguardo, e in quel momento Maura aveva vacillato, ma l'orgoglio aveva vinto e aveva fatto di testa sua.
Già quel matrimonio civile era una scelta che i suoi genitori, tradizionalisti, non riuscivano a comprendere.
A questo si era aggiunta la gelida sufficienza dei consuoceri svizzero-tedeschi: grandi industriali di Berna che, dall'alto di un piedistallo dorato, osservavano quella famiglia lombarda, normale seppur benestante, appartenente alla media borghesia di provincia.
Nonostante tutto, all'inizio Roland e Maura erano felici.
Il parere del mondo sembrava non sfiorarli, anche se a volte lei notava un'ombra malinconica negli occhi chiarissimi del marito, come una tristezza antica, il riflesso di un rimpianto innominabile.
Per i primi tre mesi la vita matrimoniale era corsa via liscia, fino al giorno in cui aveva fatto il suo ingresso in casa Helga, la sorella di Roland.
Quasi in contemporanea, erano iniziate le telefonate anonime: ogni volta che Maura sollevava il ricevitore, dall'altra parte della linea c'era solo un silenzio denso e poi un clic secco. Le sembrava strano, ma scelse di non dare peso alla cosa.
Ben presto, però, l’atmosfera divenne irrespirabile.
Nei giorni seguenti, Maura si accorse che Helga nutriva un attaccamento morboso verso il fratello. Si comportava in modo ambiguo, strisciante, come se ogni cosa fatta da lei fosse l'unica giusta per Roland.
A Maura venne il sospetto spaventoso che Helga fosse segretamente "innamorata" di suo fratello, o quantomeno mossa da una gelosia malata che andava oltre l'affetto fraterno.
Le dava la nausea quella donna appiccicosa e falsa, che aveva abusato della chirurgia plastica per apparire bella fuori, mentre dentro nascondeva solo del marcio.
Una figura bizzarra che, per giunta, si professava da anni innamorata di Franco, un ragazzo dichiaratamente gay e amico di famiglia... Qualcosa non tornava: come poteva Helga insistere in quell'ossessione quando Franco conviveva felicemente con il suo compagno da una vita?
Il giorno prima di tornarsene finalmente in Svizzera, Helga aveva distillato il suo veleno peggiore.
Con un sorriso gelido, aveva informato Maura che Roland, prima di sposarsi, era stato legato a una celebre indossatrice e che la donna si trovava proprio a Milano in quel periodo per sfilate…
«Sai…», le aveva sussurrato guardandola negli occhi, «non vorrei che lei lo cercasse ancora, ora che ci sei tu di mezzo. Fu Roland a lasciarla per via della sua carriera, e anche per quel flirt che lei ebbe con un noto attore francese…».
«Bastarda!», aveva pensato Maura mentre la cognata usciva dalla loro porta, augurandosi che fosse per sempre.
Da quel momento, però, il tarlo del dubbio si era trasformato in un'ossessione. Roland era diventato sempre più cupo, silenzioso, e le telefonate anonime continuavano a squillare ogni benedetto giorno.
Ormai ne era certa: qualcosa si era spezzato.
Quando Maura provava a cercarlo, lui negava, nascondendosi dietro la scusa dello stress e del super lavoro in azienda. Ma a letto, quel calore a cui era abituata si stava spegnendo, lasciando il posto a un inverno anticipato.
Il giorno più freddo
La svolta arrivò in un freddo pomeriggio di metà dicembre.
Maura era al lavoro nel suo ufficio all'interno di una nota casa di moda milanese, quando il centralino le passò una chiamata urgente. Una voce maschile, camuffata e distorta, le pronunciò poche parole prima di riagganciare: «Torna a casa adesso, Maura. Avrai una bellissima sorpresa».
Il telefono le scivolò dalle dita, mentre un tremito violento la scuoteva tutta. Non voleva crederci. Sapeva di essere circondata da frecciatine e sguardi strani da parte delle amicizie di Roland, che spesso la facevano sentire stupida e inadeguata, ma non immaginava un odio simile.
La tentazione di ignorare quell'avvertimento fu forte, ma durante la pausa pranzo l'impulso prese il sopravvento.
Telefonò a Luisa, la sua amica più cara che lavorava in un ufficio vicino, e la convinse ad accompagnarla a casa con una scusa. Luisa, sentendo l'angoscia nella sua voce, accettò subito: avevano due ore di tempo prima di timbrare il cartellino, il tempo necessario per un controllo veloce.
Durante il tragitto in auto, Maura si sfogò, raccontando a Luisa i sospetti degli ultimi tre mesi. L'amica ascoltava in silenzio, senza mostrarsi sorpresa, come se fosse già a conoscenza di dettagli che Maura non poteva nemmeno immaginare.
Più si avvicinavano all'appartamento, più il volto di Luisa si faceva serio ed enigmatico.
Arrivate nei pressi di Piazzale Lodi, parcheggiarono l'auto di fronte al palazzo. Fu in quel preciso istante che il portone di ferro si aprì. Maura vide uscire Roland insieme alla bellissima indossatrice, la sua ex convivente.
Prima di aprirle la portiera dell'auto per farla salire, lui la strinse a sé e la baciò appassionatamente sulla bocca.
Luisa afferrò d'istinto il braccio di Maura, stringendolo forte, mentre fissava il volto pietrificato della sua amica. In un secondo, tutto divenne chiaro: le telefonate anonime erano le sue, e chissà quante volte si erano rivisti in quella casa, consumando il tradimento dentro il loro letto matrimoniale.
«E adesso… io cosa farò?», sussurrò Maura, con gli occhi sbarrati persi nel vuoto, mentre Luisa le stringeva la mano in segno di muta protezione.
Ora, l’automobile di Maura correva veloce lungo l’Autostrada del Sole, mentre i primi, radi fiocchi di neve iniziavano a cadere da quelle nuvole plumbee.
La tentazione di dare una sterzata decisa verso il guardrail di ferro era stata forte, un pensiero fulmineo e scuro: ma per fare cosa? Morire per un uomo insensibile?
Farla finita per qualcuno che non meritava nemmeno un briciolo del suo immenso amore? Togliersi la vita per un estraneo che l'aveva usata e sposata solo per tentare di dimenticare un'altra donna?
Maura strinse le labbra, ricacciando indietro le lacrime con una nuova, feroce dignità. Non voleva nemmeno più ricordare le ultime quarantotto ore passate tra urla, insulti, piatti infranti e valigie fatte in fretta, che avevano decretato la fine di quel matrimonio assurdo dove tutti erano stati contro di loro.
Con una rabbia nuova che le incendiava le vene, schiacciò il piede sull'acceleratore. Voleva solo arrivare il prima possibile dai suoi genitori e da sua sorella Franca, dove avrebbe trovato un amore incondizionato e un porto sicuro in cui rifugiarsi.
Lì, col tempo, avrebbe ripreso in mano le redini della sua vita, perché lei era Maura e non si sarebbe spezzata.
La sua vettura si confuse tra i fari delle altre automobili, scomparendo nel flusso del traffico di quel fine settimana prenatalizio. Fuori il freddo aumentava, ma Maura sapeva che il destino le avrebbe presto regalato un inizio tutto nuovo.
Giampaolo Daccò Scaglione



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