giovedì 28 maggio 2020

CI SAREBBE STATO PER SEMPRE IL MARE PER NOI



CI SAREBBE STATO PER SEMPRE IL MARE PER NOI

Davanti a noi la distesa piatta e tranquilla del mare, il suo profumo di sale e la rena scura per il tramonto, ci dava la sensazione di essere due figure strane in un mondo così' diverso e così lontano.

Stefano ed io, Marco con davanti a noi le nostre mogli Chiara e Cecilia ed ancora davanti i figli ed i cani che correvano felici, felici di avere dietro loro la sicurezza delle proprie famiglie.

Stefano mi prende la mano mentre i nostri corpi erano vicini, me la stringe forte e sussurra: "Sono felice quando sei qui accanto a me.... Sempre." 
Intanto Cecilia e Chiara stanno abbracciate seguendo i nostri pargoli ed i cani.

Ad un tratto Cecilia, si stacca dall'altra donna fermandosi ad attenderci, mentre Chiara raggiunge i ragazzi mettendosi a giocare con loro, lei ci sorrideva nel vedere le nostre mani che si staccano, quasi di colpo.
 - Ehi ragazzi, sono felice. Vi voglio bene e... (dandomi una bacio sulla guancia) .Grazie davvero per tutto quello che avete fatto, che stiamo facendo per noi e per loro." 
Dice indicando i 5 bambini che stanno tornando verso di noi con Chiara ed i cani.
"Abbiamo raggiunto l'equilibrio e la felicità vero?"

I suoi occhi erano splendidi e in quell'istante la rividi il giorno del nostro matrimonio più di dieci anni fa, era splendida, ventidue anni lei e venticinque io e i testimoni i nostri migliori amici: Marco e Chiara.
Siamo due, forse quattro coppie innovative di quelle moderne ma non è così. Forse, forse dovrei spiegare dall'inizio, da quel giorno di pioggia quando Marco era entrato come una furia in casa mia.

- Le ho viste... Le ho viste -
- Ma chi? - gli risposi guardando il suo viso paonazzo di rabbia, non capivo neanche le parolacce che stava dicendo - Ehi Marco calmati e siedi... Non capisco un cavolo di quello che stai dicendo, siediti ti porto qualcosa da bere. -
- No!" - era quasi un grido - Non voglio bere altrimenti ... - 
- Altrimenti cosa? - gli dissi davvero preoccupato visto che i suoi occhi sembravano fuori dalle orbite e guardavano a destra e a sinistra come un forsennato. Mi si era avvicinato e gli avevo messo la mano sul braccio, istintivamente me la allontanò bruscamente e alzandosi in piedi si mise alla finestra, sentivo il suo respiro affannoso e rimasi zitto per un po'.
Quando il suo respiro si fece meno agitato lo raggiunsi.
- Mio Dio ma che ti succede Marco? -
- Che mi succede? Vuoi saperlo che mi succede? Vuoi sapere cosa ho visto mentre i nostri e tuoi figli sono a scuola e io sono tornato a casa improvvisamente perché avevo dimenticato un documento per il lavoro? -
Avevo avuto paura in quel momento ma non so cosa era successo nel mio cuore, vedendolo così disperato mi era venuta voglia di abbracciarlo forte ed accarezzargli il viso, mi ero talmente spaventato di questa cosa, che stavo per andarmi a sedere sul divano col cuore in gola, quando lui mi prese strattonandomi e mi aveva abbracciato forte mettendo la sua testa sulla mia spalla, piangendo.
Sentivo le lacrime sulla camicia, accarezzai la sua testa... Due secondi e bruscamente mi staccò da lui.
- Che fai? Mi tocchi? Vuoi fare come quelle due putt... quelle due che ho travato nel letto di casa mia? -
- Ma... Ma io non volevo toccarti. - gli avevo risposto con un filo di voce -  Era solo un modo di... -
- Scusami Marco, scusami, siamo amici da quando eravamo piccoli ed ho avuto questo scatto infantile di rabbia - intanto si era seduto accanto a me rimettendosi a piangere ed io non capivo. Veramente avevo pensato che lui aveva trovato la moglie a letto con un uomo ma pensandoci bene alle parole aveva detto quelle due p...
- Senti mi vuoi spiegare che sta succedendo per favore?- si era girato verso di me, aveva gli occhi arrossati ed il loro verde cangiante aveva preso un colore strano come era strano il suo sguardo, un tuffo al cuore, in quell'istante non so, in quell'istante avevo capito che Marco per me era ed è sempre stato qualcosa in più.
Mi ero alzato di scatto, come una molla mi versai un bicchiere di liquore e lo avevo bevuto d'un fiato, in quel momento Stefano si era accorto di quello che stavo facendo, aveva cambiato espressione. Si era alzato avvicinandosi a me mettendomi un braccio sulla spalla, lo allontanai come avevo fatto lui prima con me.
- Ma che cazzo succede anche a te? - era solo un gesto come lo avevi fatto tu prima! Mi volete fare impazzire tutti? (silenzio per qualche secondo) Scusami, Marco scusa, ti sono piombato qui in questo modo, dicendo frasi da idiota ma sono sconvolto, ti ho sconvolto e devo spiegarti tutto. Sediamoci ti prego sei la persona a cui voglio un bene dell'anima e so che puoi capire e dirmi che faremo dopo! -
"Che faremo?" avevo pensato, "Come che faremo? Io sono già sconvolto per quello che ho scoperto accarezzandoti la testa e tu mi vieni a dire questo? Che c'entro io con tua moglie?" 
Ovviamente non lo avevo detto.
- Senti io... Non so come incominciare. -
- Incomincia da quando sei tornato a casa ed hai visto quelle due... a letto, nel tuo letto. - Avevo il magone, avevo capito di amare Stefano più di Cecilia ed ora in che groviglio mi ero cacciato? Come farò con mia moglie e figli e lui? Come potevo affrontare il futuro di un'amicizia, la mia, trasformata in qualcosa di più, celata da una cecità ipocrita che non avevo mai voluto vedere?
- Chiara e Cecilia, le nostre mogli, sono amanti da anni, forse da sempre fin dai primi momenti che le avevamo conosciute, erano amiche ricordi? -
Mi era andata la saliva di traverso: Cecilia e Chiara? Ecco perché, un giorno le avevo viste abbracciate che piangevano mentre Luca era nel grembo di Chiara, come sempre si pensa che fossero cose da donne e non avevo detto niente. Mentre tossivo, Marco si era alzato versandomi un po' di acqua nel bicchiere porgendomelo.
Mentre bevevo non riuscivo a capire tutto quello che diceva, ero sconvolto, sembravo finito in un vortice rosso, verde e giallo e vedevo le due donne baciarsi, poi io abbracciato a Marco, vedevo i bimbi piangere poi io a letto con Chiara e Cecilia con Stefano... I nostri genitori che ci sbattevano le porte in faccia, ed intanto Marco parlava, parlava ed io cercavo di seguirlo mettendo fine al turbinio nella testa. Ci ero riuscito con una domanda secca quando avevo capito che le due donne lo avevano visto e lui le aveva strattonate fino a che era corso da me.
- Dove sono ora? -
- A casa mia, Cecilia mi ha detto che ci aspettavano, volevano chiarire una volta per tutte questa farsa. Chiara piangeva a dirotto dicendomi di non dire nulla ai nostri genitori e ai bambini e che... Insomma ci aspettano là, per chiarire! -
Dieci minuti dopo eravamo in macchina verso l'abitazione di Stefano, non so cosa avrei trovato, visto, detto... Non so, so solo che in quel momento mentre alla guida Stefano rabbiosamente mi accompagnava verso la sua casa, sentivo nel cuore e nella mente, sollievo, paura, angoscia, tenerezza per Cecilia e Chiara e non le avrei mai odiate anzi forse mi avevano liberato da un incubo inconsapevole: la mia omosessualità nascosta e l'amore per Marco piombato come un macigno dentro di me.
Provavo dispiacere per me, non avrei avuto speranze ma almeno con Cecilia ci sarebbe stata un'amicizia davvero grande avendo tre bambini insieme e le avrei dato tutto il supporto, confessandole il mio segreto.
Guardavo Marco che respirava sempre di più faticosamente mentre ci avvicinavamo alla casa, il mio cuore si stringeva e mi ero messo a piangere.
- Dio Santo no! Marco ti prego no non cedere ora, proprio tu. Aiutami ad affrontare la cosa, è troppo per me, insieme ce la faremo, ho bisogno del tuo aiuto. - mi aveva stretto la mano e la macchina si era fermata davanti a casa sua.

Quanto tempo è passato? Due anni da quella sera, ora qui con Marco, Cecilia, Chiara ed i ragazzini accanto, sono felice di questa complicità, di questi amori così diversi, di ciò che eravamo stati in grado di costruire, dopo la sceneggiata non appena eravamo entrati in casa di Marco e Chiara.
Certo devo spiegare il dopo, me ne stavo dimenticando.

Marco urlava contro Chiara e Cecilia, sfogando una rabbia che mi sembrava strana, cercava con gli occhi di incitarmi contro mia moglie che combattivamente difendeva Chiara e tentava di parlare. Lui era una furia, avevo pensato che gli avrebbe preso un infarto, Cecilia evitava di guardami.
- Cazzo! - aveva urlato a me guardandomi rabbioso - Non dici niente! Che uomo sei??? - non dissi nulla era il mio migliore amico, anzi ex migliore amico, ora era la persona che amavo, che mi ero accorto di amare.
Mentre Chiara era corsa a chiudersi in bagno piangendo, io mi ero alzato quasi con una tranquillità inumana, mi ero rivolto calmo a Cecilia che in quel momento era rimasta senza parole.
- Prendi la tua roba e torniamo a casa Cecilia, chiariremo lì tutto! - le vide nel mio sguardo qualcosa di strano che le fece prendere fiducia e seguendomi, verso la porta mi aveva detto solo "Marco io...".
Avevo fato segno di stare zitta, Stefano era fermo come inebetito dal mio gesto, i suoi occhi verdi mi avevano guardato  come fosse una domanda "Mi lasci qui da solo?" - "Che faccio ora?" - "E Chiara"?
Avevo sentito la mia voce dirgli:
- Stefano datti una calmata, Chiara è già sconvolta di suo e tu urli e non la lasci parlare... Fermati un attimo. -
- Ma che stai dicendo? Non hai capito che è successo? E te ne vai così con quella che... -
- Ora non dire frasi che potrebbero farti pentire un domani. Parla con lei io torno a casa con mia moglie e chiarirò il da farsi e tu, cerca di mantenere la calma e ragionare. Ci vediamo domani o ti telefonerò."
Cecilia in silenzio mi seguiva giù dalle scale, sapeva che avremmo parlato a casa, fuori l'aria era fresca e mi stava togliendo di dosso quella confusione nella mente e nel cuore, avevo chiamato un taxi, quando era arrivato, avevo aperto la portiera a Cecilia e con un tocco leggero alla schiena la feci salire.
Nel tragitto sentivo che mi guardava, vedeva una mi lacrima scendere dal mio volto, le avevo posato la mano sulla sua e non disse nulla.

I giorni che seguirono furono per noi due strani, dolorosi ma belli, avevo detto tutto a lei di quella sera con Marco, Cecilia mi aveva abbracciato forte ed accarezzato il viso. Era nata la nostra vera amicizia e complicità, non c'era altro da fare mentre i nostri figli ignari erano felici di avere due genitori così affiatati.

Per Stefano e Chiara ci fu una specie di separazione ma non dissi a lui che Chiara e Cecilia si incontravano a casa mia, sapeva che l'avevo perdonata ma pensava anche che forse io avevo un'amante e facendo questo avevo pareggiato le cose. In tutti questi giorni e settimane pensavo a lui e quando mi telefonava, cercavo di aiutarlo a perdonare Chiara mentre Marco mi accusava di non comprenderlo, di non essergli vicino come una volta, quando eravamo una cosa sola.

Quella parola mi aveva fatto prendere coraggio così in una sera tiepida piena di stelle avevamo deciso di rivederci, per parlare di noi, della nostra, anzi della sua amicizia per me... La mia era ormai persa diventando un amore difficile e nascosto ma non volevo perdere lui.
Durante l'aperitivo, la cena, la passeggiata in centro ed un caffè in un altro bar, lui continuava con la solita tiritera, la solita lamentela, il suo cuore spezzato...
Non ne potevo più avevo voglia di urlagli tutto il mio amore e che gli avrei guarito le ferite del cuore, il momento in cui disse "Beato te che hai sistemato le cose con Cecilia e che ti fai i cavoli tuoi, mentre io non riesco più a guardare una donna", non ci avevo visto più.
Presi il portafoglio, misi il denaro della consumazione sul tavolo, mi ero alzato mentre Marco era rimasto ammutolito da questo mio gesto.
- Ma che fai Stefano, dove vai. Che ho detto? - Lo avevo guardato serio, diritto negli occhi.
- Mi hai rotto Marco, davvero mi hai rotto le palle da due mesi e più con le tue lamentele. Mi hai ammorbato come se il problema fosse solo tuo, non ti sei mai chiesto come mi sento io, non ti sei mai chiesto il perché ho perdonato Cecilia pensando che andavo a scopare con chissà chi mettendo la coscienza a posto. Perché, ne sono sicuro che sia quello che sta circolando da tempo nella tua testa. 
Era ammutolito, non sapeva che dire, così incalzai di più.
- Vittima, sei tu la vittima? Non hai pensato a Chiara? Non hai mai cercato di guardarti nel cuore davvero? -
- Stefano non ti riconosco più - mi aveva detto mentre inseguendomi avevo preso la strada per la mia auto - Cazzo fermati, aspetta ma sei impazzito? -
Avevo raggiunto a falcate la mia auto e mi ero fermato appoggiami alla portiera, Marco mi aveva raggiunto col fiatone, mi era venuto da ridere quando si era accostato con le mani alla macchina ansimando.
- Trent'anni di amicizia e tu in un momento così pensi solo a te stesso al tuo orgoglio ferito ed alla tua cecità! -
- Cecità? Ma di che parli Marco, ma sei fuori completamente! Dopo quello che è successo quel giorno e tu mi vieni a parlare di cecità? Non capisco che ti è successo! -
Si era parato davanti a me, mi stava guardando in modo strano, non capiva ma i suoi occhi dentro i miei mi fecero balzare il cuore in gola, tentavo di trattenere quel nodo, quel pianto che non volevo vedesse, così gli avevo voltato le spalle aprendo la portiera.
Mi aveva messo la mano sulla spalla e la sua voce era ora più dolce. Mi ero voltato verso di lui, non so come lo avevo fissato negli occhi mentre sulla mia bocca era spuntato un sorriso amaro.
- Stefano ti prego, non buttiamo via trent'anni di amicizia, dimmi che succede perché fai così? -
- Da quel giorno tutto è cambiato tranne tu Marco. -
- Non la nostra amicizia. -
- La tua amicizia verso di me non è cambiata lo so. -
- Ed allora che vuoi dire? - aveva continuato staccandosi da me.
- Per me non lo è più... amicizia. -
- E cos'è diventata? Nulla dopo quello che è successo? Butti via tutto quello che c'era e c'è stato tra noi? -
- Vai a casa Marco, ti prego, parleremo un'altra volta. -
- No! - era quasi stato un urlo come se qualcuno stava perdendo qualcosa di caro - Non mi pianti così anche tu, non devi lasciarmi solo dopo tutti questi anni. - avevo riso amaramente.
- Sei l'unico che non è cambiato ti dico. Marco guarda la realtà se puoi, guardami ti prego... Ovvio che non si buttano mai via trent'anni di amicizia. -
- Ma allora che ti è successo Stefano, non capisco, sei cambiato con me. Capisco che magari ti abbia stancato con le mie paturnie ma davvero non so che pensare. - diceva mentre ero salito sull'auto, avevo abbassato il finestrino fissandolo.
- Stefano. -
- Io si, sono cambiato  Marco, solo in una cosa. Posso dirti che ho capito Cecilia e Chiara, le ho perdonate di una cosa che non doveva neanche essere perdonata ma capita. Si amano, amano i nostri figli ed io voglio bene a loro e non ho mai avuto nessuna donna oltre che a Cecilia, mai tradita e se pensavi che avevo pareggiato il conto con tradimenti o amanti ti sei sbagliato. Questo vuol dire che in trent'anni non mi hai conosciuto veramente. -
- No Dio Santo no! Sei il mio migliore amico, sei il fratello che ho sempre voluto, il complice, il sostegno, ti ho sempre voluto bene e te ne voglio tanto ancora. Non finisce un'amicizia come la nostra. - avevo sentito le lacrime scendere sul mio viso, Stefano si era preoccupato mettendo la sua mano sulla mia appoggiata sul finestrino abbassato.
- Ti prego dimmi che devo fare, che ti sta succedendo, dimmi che non è finita tra noi. Ho bisogno di te, del tuo sostegno. 
Ero rimasto in silenzio per un paio di minuti, poi l'avevo nuovamente fissato nei suoi bellissimi occhi verdi.
- Non ho intenzione di lasciarti Marco, hai ragione trent'anni di amicizia non va buttata, ma c'è una cosa che non sai, che non ti ho mai detto e che ho scoperto proprio quel giorno come se il destino avesse fatto partire una ruota che avrebbe cambiato le nostre vite. -
- E cosa Stefano, mi fai quasi paura. - avevo riso leggermente.
- Mi sono innamorato di te! Lo sono sempre stato e me ne sono accorto quando tu avevi appoggiato la tua testa sulla mia spalla, proprio quel giorno. -
Avevo chiuso la portiera ed ero ripartito di fretta con l'auto, lasciando Marco da solo, fermo sul marciapiede senza avergli dato il tempo di dire qualcosa.

Erano passate tre settimane, quando mi era arrivata una telefonata di Marco, voleva vedermi così avevo accettato, mi mancava, era troppo per me. Cecilia e Chiara mi erano state vicine nei miei pianti e sfoghi. Volevo sentire cosa avesse da dirmi.

Seduti in un terrazzino di un ristornate sui navigli, avevamo ordinato da mangiare ma ci eravamo solo salutati, non avevo molta fame ma era bello stare con lui con davanti siepi e fiori che dividevano la stradina del naviglio dal ristorante.
- Io non so da che parte incominciare Stefano. -
- Prova da qualche pensiero tuo. -
- Ma davvero sei innamorato di me? Io mi sento strano da questa cosa, eri fuggito non ho potuto fermarti quella sera. Ho passato giorni d'inferno a pensare a noi fin da piccoli... Le corse, i giochi, la scuola. Eravamo come fossimo una cosa sola. - avevo annuito senza smettere di guardarlo, lui aveva gli occhi abbassati. 
- Cosa si prova ad amare una persona come te? - questa volta non ero riuscito a trattenere una risata e non riuscivo a smettere tant'è che lui dopo un momento di smarrimento, si era messo a ridere forte. Il palloncino gonfio di tensioni era scoppiato in quel momento.
- Ho fatto una domanda strana? -
- No una domanda scema. - avevo risposto e giù a ridere.
Durante il pranzo abbiamo parlato dei nostri giochi di bambini, di don Giulio preso in giro molte volte, della sua tata, di mia madre che continuava a farci mangiare perché per lei non era mai abbastanza. Agli amici che ci punzecchiavano sulla nostra inseparabilità. Tutto era sembrato tornato normale tra noi.

Due ore dopo eravamo a casa sua, tra le sue cose, nel posto dove Chiara era a letto con Cecilia e dove quel lontano giorno Marco urlava tutta la sua rabbia e delusione, ma erano questi i veri sentimenti suoi nei confronti delle due donne?
Era seduto lontano da me mentre sorseggiavamo tranquilli il nostro caffè, avevo capito che aveva paura a sedersi vicino pensando chissà cosa gli avrei fatto, ma era solo il mio pensiero.
Così mi ero alzato e andato alla finestra, fuori il cielo era blu intenso e luminoso, si potevano vedere i grattacieli e un aereo alto che lasciava una scia nel cielo.
 Improvvisamente la sua mano era sulla mia spalla, al mio orecchio una voce leggera.
- Cosa si prova? Cioè cosa si sente quando ami un uomo? -
Mi ero voltato, il suo viso era a pochi centimetri da me, non sapevo cosa dire, avevo i suoi occhi piantati nei miei, avevo sentito infuocarsi il mio viso, Marco sorrise a questa cosa.
- Non so è come uno che ama una donna, una donna che ama un uomo, e lo stesso tra due donne e due uomini. - il suo profumo era intenso e vicino.
- Dev'essere strano però, ero pieno di mie convinzioni, di pregiudizi ed avevo al mio fianco, ho al mio fianco il mio più caro amico e non avevo capito niente di lui. -
- Ne io di me fino a quel giorno Marco. -
- Ho parlato giorni fa con Chiara, abbiamo ripreso i rapporti di amicizia e di affetto, è la mamma dei nostri due ragazzi e le voglio bene ora, come fosse una sorella e non ho avuto altre donne in questi periodi, non esattamente. Avevo provato con una tipa del mio ufficio ma alla fine non ci sono riuscito, non mi andava più. -
"E?" avevo pensato.
- Non so,  so solo che sono contento che tu ed io siamo qui come un volta. -
Lo guardavo negli occhi e poi avevo guardato la sua bocca, era diventato rosso anche lui.
- Senti Stefano, ti va di raggiungere al mare Cecilia e Chiara  e i ragazzi nel week end? -
- Certo lo avevo messo già in programma, loro lo sapevano. - la sua faccia era stupita non glielo avevano detto, forse speravano in una riappacificazione tra di noi. -
-Bene Stefano sono contento -  silenzio, un silenzio forte ed imbarazzante. Non so cosa mi aveva preso, ma mi avvicinai al suo viso lo presi tra le mani e lo baciai leggermente sulla bocca.
Marco aveva fatto un passo indietro mentre mi aspettavo un ceffone sul viso, mi aveva guardato in modo strano, aveva gli occhi lucidi, avevo pensato che ora mi avrebbe mandato via.
- Rifallo di nuovo ti prego, voglio essere sicuro. - non avevo detto nulla e ne chiesto di cosa voleva essere sicuro.
Lo baciai di nuovo e questa volta mi strinse e ricambiò il bacio, poi sempre di più la sua stretta si era fatta forte.
- Quanto tempo ho perso, quante cose non avevo capito ma ora non ti lascerò più andare. -

Ecco siamo tutti sulla sabbia di ritorno verso la casa che abbiamo affittato per i week end al mare, la prima vera notte d'amore con Marco è stata qui, il week end seguente, Cecilia e Chiara erano felici ancor di più ora.
Ora si che tutto era a posto, il mare ci sarebbe stato per sempre per noi.

Giampaolo Daccò Dos Lerèn







mercoledì 13 maggio 2020

TUTTO PASSA... TUTTO RIMANE, DENTRO




TUTTO PASSA... TUTTO RIMANE, DENTRO

(Testo, soggetto nella foto Giampaolo Daccò
fotografia di E.M.S.)


Non so da quanto tempo sono qui ad osservare il mare, le sue onde infrangersi sui sassi di questa spiaggia del centro Italia.
A sentire il vento di tarda primavera colpire il mio viso e l'odore salmastro di questo mare grigio e mosso.
I gabbiani stridono sulla mia testa, qualche vociare lontano di persone ed il click della telecamera che mi fa voltare verso il mio amore poco distante.
Un cenno di saluto.
Riguardo l'orizzonte dove una nave lontana sembra fiancheggiare un profilo di un isola quasi grigia per il tempo nuvoloso.
Nella mia mente all'improvviso un pensiero: 

"Tutto passa... Tutto rimane, dentro."

E' davvero incredibile come passa il tempo, quando è passato... Mentre vivi gli attimi difficili di una vita piena sembra che non finisca mai ed invece, alla fine, ti ritrovi a pensare quella frase improvvisa.
Quanti sono stati tutti i ruoli ricoperti durante il cammino della mia vita? Ruoli istintivi, veri o dovuti all'educazione, al sentimento di responsabilità e altre baggianate che la società ti costringe a fare, altrimenti saresti un cattivo figlio, un pessimo padre, un amico egoista, un approfittatore di colleghi o persone vicine a te?
Potrei dire di essere stato, un bambino ribelle alle regole, un nipote bizzarro, un figlio che ricoperto il ruolo di padre e madre e anche da infermiere...
Tanti sono stati i ruoli anche quelli di guarire ferite degli altri, di togliermi il pane di bocca per condividere travagli e tragedie.
Di essere stato ripagato di questo non lo so dire, sul percorso del mio cammino ho trovato pochi angeli e molti demoni, qualche allegria e molte cattiverie eppure:

"Tutto passa... Tutto rimane, dentro."

Quattro sono stati grandi dolori della mia esistenza, ma molto diversi tra loro, di cui uno preferisco tenere segreto.
Gli altri a osservarli con la mente ora dal di fuori, da un lontano passato con il rumore delle onde vicine, posso considerarli tre fitte nel cuore differenti.
Tre persone della mia vita, tre sofferenze completamente diverse:
La prima è stata di disperazione, di insopportabilità, di incredulità, un cuore che si spezza pensando che non doveva finire così, non in quel momento, non in quel modo, non in quel periodo, non a lei. Avrei potuto salvarla se il destino cattivo non sarebbe intervenuto in quella dannata sera d'ottobre.
Avevamo trascorso insieme anni di gioia, confidenza, litigi e tanto bene da sembrare due anime gemelle, eppure quel maledetto giorno, quel lunedì grigio, ti ha portata via per sempre.

Il secondo dolore era iniziato ancor prima del primo ed era durato più di trent'anni, nessuno aveva capito cos'era, cosa avesse l'altra persona. Mi hanno lasciato solo a combattere un qualcosa di sconosciuto che col tempo peggiorava ma metteva fine ad una vita di sofferenze, fino a diventare come una bambolina incosciente di quella orribile malattia. 
Come sempre il mio amore è stata l'unica che ho avuto vicino e alcune persone di un istituto che non dimenticherò mai, le quali mi hanno dato supporto e calore. Questo dolore è stato un dolore di liberazione, quando se n'è andata incosciente nel suo coma durato di quindici anni anni, ho pianto ma ho provato  serenità verso una vita che non lo era più stata da troppo, e per lei da quel giorno della sua partenza ci sarà solo gioia.

La terza sofferenza è quella che forse è incominciata dall'inizio, da quando non ero ancora nato in un certo senso e continua anche ora, dopo la fine di quest'uomo che non ha saputo dare quello che altri hanno donato. Nessun segno di affetto, nessuna confidenza, nessuna carezza, nessun sorriso, nessuno gioco, nessun aiuto, nessuna generosità. 
Solo rimproveri incomprensibili, accuse, estraneità, divisione, tensioni di cui alcune persone ci mettevano del loro, per accentuare di  più il distacco e l'odio su qualcosa che non c'era mai stato. E quando è partito anche lui, mi sono rimasti i cocci appuntiti e dolorosi di una ferita che non si rimarginerà mai nel mio profondo anche se fuori è davvero finita. Ecco questo è il terzo dolore, un dolore di rabbia e dei perché senza alcuna risposta.

Non so quanti tipi di sofferenze esistono al mondo, tante, troppe, come sono poche le gioie e la felicità riservate a un ristretto numero di esseri. 
queste sofferenze le ho viste, le ho sentite sugli altri, le sento e le vedo ancora tutt'oggi negli occhi della ragazza bionda che tutte le mattine passa davanti al mio ufficio, nell'uomo che lavora poco distante dove il suo viso esprime tutta una vita di dolori famigliari.
Nel giovane che frequenta la palestra di fronte, nell'amico rifiutato per la sua diversità, nella signora dimenticata dai figli egoisti e tanto, molto altro.

Eppure anche per loro "Tutto passa... tutto rimane, dentro."
Anche loro come lo è stato per me, il tempo rimedia molto anche se il passato mai si potrà cancellare, potrà solo lenire e vivere il presente, magari come fanno con me queste onde e questo mare che amo tanto, che mi danno serenità e voglia di continuare.

Qualcuno mi chiama mentre scatta un'altra foto intanto a passo veloce sulla spiaggia di sassi mi sto avvicinando. Sorrido e prendo la sua mano, tanto...

"Tutto passa... Tutto resta, dentro."

lunedì 6 aprile 2020

IL TESTAMENTO DI VITA





UN TESTAMENTO DI VITA

"Come cambiano le cose quando una persona che faceva parte della tua vita non era mai stata presente come avrebbe dovuto, dove tra noi ci sono state situazioni brutte, cose dette che non si dovevano neanche pensare.
Dove tu hai cercato invano un rapporto e non hai trovato nulla, perché apparentemente non c'era niente da quella parte.
Quando poi una persona così scompare per sempre, tornano a galla tutti i ricordi e le mancanze e ti ritrovi come un orfano che cerca di trovare un qualcosa che non ti faccia sentire come fossi nato da un luogo buio senza niente.
A volte il nulla è pieno di cose lasciate andare, non dette, non vissute e il non aver mai detto papà perché non ci riuscivi proprio.
Ed ora?
Ora lo dici quando ormai è tardi, quando ormai sei quasi vecchio anche tu, quando non c'è più una persona come lui a cui dire tante cose e chiarire, non c'era stato neanche lo spazio in tutti questi decenni.
Peccato per me ma peccato per lui.
Aver avuto una madre eccezionale ed una sorella stupenda perse troppo presto, fa sentire ancora di più la mancanza della sua presenza o vicinanza.
Tra noi ci sarebbero state cose bellissime se tu lo avessi voluto:
corse, giochi, insegnamenti, consigli, affetto...
Non eri in grado di darli mentre io morivo assetato di questo ed ancor di più quando vedevo gli altri padri con i loro figli così uniti.
Ormai...
Restano ricordi e i non ricordi, sbagli ed errori ne più rimediabili ne più da chiarire...
Cose che ci avevano allontanato molto e che in questo momento non so dove siano finite.
Perdonare? Dimenticare?
Sono solo parole inutili, insensate perché non hanno più motivo di esistere...
Rancore, odio, rabbia sparite come in un incanto (e me lo dicevano alcune persone che ci erano passare e non è neanche il richiamo di sangue od altro) nonostante tutto.
Sarò un uomo che con le sue esperienza ha cambiato il suo modo di pensare, forse una maturità che preannuncia un'età del non ritorno ma a sessant'anni non puoi più provare risentimenti o altro, soprattutto se chi non c'è più ha mancato di esserci, perché lui era così.
Non ho avuto un padre eccezionale come due miei cugini, non ho avuto un abbraccio come le mie cugine dal loro papà che era protettivo.
Non so se ora mi manca tutto questo oppure ho talmente accettato quello che ha "offerto" comprese alcune nostre scelte nella vita, che sembra non importi più.
Forse dentro c'è una pietà ed una tristezza non per me, ma per lui: aveva l'amore attorno ma non l'ha saputo cogliere e se n'è andato da solo, senza nessuno in quel cimitero ma non per colpa mia perché non ho voluto esserci, ma perché non ho potuto essendo lontano con costrizioni dettate da ovvi motivi.
Si muore soli, sempre, ma se prima di andarsene qualcuno fosse vicino in quel momento, potrebbe dire, chiarire, parlare e forse un abbraccio avrebbe suggellato quel perdono o quel dimenticare.
Ma in questo caso non c'è stato e stranamente non c'erano stati neanche con mamma e Francesca, perse in momenti in cui non c'ero e non avevamo potuto più dirci nulla.
Ho sempre sentito come se non avessi mai avuto da loro tre un'ultima parola e forse (fortunatamente) è stato un bene non vederli partire, sarebbe stato troppo doloroso per me.
Eppure ora che della mia famiglia non c'è più nessuno se non io, mi chiedo se tutto questo sia stato un sogno.
Se davvero ho vissuto tutto ciò oppure si era trattato solo di un cattivo sogno.
Foto, lettere, ricordi ecco ciò che rimane come memoria, cercherò di farne un buon uso finché anche io ci sarò"

GP. 

martedì 24 marzo 2020

THREE FATHERS





THREE FATHERS

MARIO - LUIGI - JOHN

What a strange life, sometimes it makes you take different paths from the ones you thought you were doing, sometimes it knocks you down to the end or raises you to the top of success or even gives you a monotonous, peaceful life where you appear and you go without leave a trace.
I can say that mine has been intensely full of pain but also of adventures and experiences that have made me change maturing and have removed that verve and cheerfulness of the past transforming it into light melancholy and solitude inside.
The strangest thing in my life was to have, in a sense, three fathers, in three different ages.
Three different men who in recent years have played a role in my existence:
Mario, my real father, the one who generated me and who is now unfortunately among the people affected by this cursed virus and who still has little to stay here on this good and ferocious mother earth. A man who never wanted me, perhaps even loved me and never followed. I missed it, I felt pain because of not understanding why. One day I heard the reason from his voice as my mother screamed and so I made a decision, I would never speak to him again, I also silenced at the table, at home, around, between friends and relatives until, when I was eight years old my dearest aunt had married Luigi.
Luigi, a nice, intelligent man, of culture, taught me to paint, to draw to understand astronomy and every time my father attacked me he took really strong positions and thus made me feel loved.
I will never forget his words one day when I ran away to his house crying after arguing with Mario.

"I should have been your dear father my boyfriend"

His words filled my heart and when I left when I was only nineteen, it was he I thought of as a father.
Then fate as always bad took Luigi away and so I felt orphaned even though Mario was there.
I tried again the approach with him several times in many years but I found a wall in front so I closed everything thinking about Luigi that if he had been there maybe I would have felt less alone.
John almost breaks into my life for a stroke of luck, astronomy a passion in common, so as a simple astronomer in contact with a great astronomer who is him, John, we have become like father and son.
He advises me, listens to me, is a man despite his young age, head, spirit, intelligent and very good and generous.
A great person that I allow myself to call dad, because he is English, so now that dad Mario and dad Luigi are gone, I have John and I hope for a long time to come.

Giampaolo Daccò D.L.

TRE PADRI





TRE PADRI

MARIO - LUIGI - JOHN

Che strana la vita, a volte ti fa prendere strade diverse da quelle che tu pensavi di fare, a volte ti abbatte fino alla fine oppure ti innalza al vertice del successo o ancora ti regala una vita monotona, tranquilla dove appari e te ne vai senza lasciare traccia.
Io posso dire che la mia è stata intensamente piena di dolore ma anche di avventure e di esperienze  che mi hanno fatto cambiare maturando e hanno tolto quella verve e allegria di un tempo trasformandola in leggera malinconia e solitudine dentro.
La cosa più strana della mia vita è stata quella di avere , in un certo senso, tre padri, in tre età diverse.
Tre uomini differenti che in questi anni hanno avuto un peso nella mia esistenza:
Mario, mio vero padre, quello che mi ha generato e che ora purtroppo è tra le persone colpite da questo maledetto virus e che ha ancora poco da restare qui su questa madre terra buona e feroce. Un uomo che non mi ha mai voluto, forse neanche amato e mai seguito. Ne sentivo la mancanza, provavo dolore per questo non capendone il perché. Un giorno sentii dalla sua voce il motivo mentre mia madre urlava e così presi una decisione, non avrei mai più parlato con lui, silenzi anche a tavola, in casa, in giro, tra amici e parenti fino a che, quando avevo otto anni mia zia la mia più cara aveva sposato Luigi.
Luigi, un uomo simpatico, intelligente, di cultura, mi ha insegnato a dipingere, a disegnare a comprendere l'astronomia e ogni volta che mio padre quello vero mi attaccava lui prendeva posizioni davvero forti e così mi faceva sentire amato.
Non dimenticherò mai le sue parole un giorno quando scappai a casa sua piangendo dopo aver litigato con Mario.

"Avrei dovuto essere io tuo padre caro il mio ragazzo"

Le sue parole mi riempirono il cuore e quando me n'ero andato via di casa a soli diciannove anni, era lui a cui pensavo come padre.
Poi il destino come sempre cattivo si è portato via Luigi e così allora mi ero sentito orfano nonostante ci fosse Mario.
Ritentai l'approccio con lui più volte in tanti anni ma ho trovato un muro davanti così ho chiuso tutto pensando a Luigi che se ci fosse stato forse mi sarei sentito meno solo.
John irrompe quasi nella mia vita per un colpo di fortuna, l'astronomia una passione in comune, così da semplice astronomo in contatto con un grande astronomo che è lui, John, siamo diventati come padre e figlio.
Lui mi consiglia, mi ascolta, è un uomo nonostante la sua età giovane, di testa, di spirito, intelligente e molto buono e generoso.
Una grande persona che mi permetto di chiamare dad, perché lui è inglese, così ora che papà Mario e papà Luigi se ne sono andati via, ho John e spero per tanto tempo ancora.

Giampaolo Daccò D.L.

martedì 10 marzo 2020

QUELLO CHE NON C'E' MAI STATO





QUELLO CHE NON C'E' MAI STATO

Ecco, sono qui davanti a te.
Ti guardo in quella cassa di legno di noce mentre i tuoi occhi sono chiusi e senza respiro, il tuo corpo sembra un manichino vestito da festa.
Ti guardo e non provo nulla, niente... 
Eppure ho cercato nel mio cuore un filo di emozione, un sentimento che non riesco a trovare.
Sento persone vicino ma non so chi c'è attorno a noi.
distrattamente ascolto ogni tanto un bisbiglio, forse qualcuno ha notato che non ho fatto neanche una mossa per poterti dare una carezza o un tocco alle tue mani incrociate e gelide.
Non sento nulla dentro e mi dispiace dopo anni di pianti, di domande, di odio e poi l'indifferenze perché, il tempo e l'età portano indifferenza o alla coscienza che non puoi rimediare a nulla.
Tu sei invecchiato da solo e quasi tutti ti hanno voltato le spalle mentre recitavi la parte della vittima.
Tu avevi lasciati soli chi ti voleva bene e li hai gettati via dalla  tua vita come degli stracci inutili.
Che peccato!
Quante cose ti sei perso, non hai goduto, non hai vissuto ma dalla tua torre d'avorio, dal tuo piedistallo, dal tuo egoismo tutti dovevano stare ai tuoi piedi.
Esistevi solo tu.
Nella mia mente vengono cacciate via le frasi cattive che in un passato lontano mi dicevi prima che te ne andassi via con l'altra, cerco di farlo anche se prepotentemente seppur davanti al tuo capezzale, arrivano come frustate indelebili.
Quante volte ho cercato di farmi amare, di venirti incontro? Troppe, tante o troppo poche? 
Ma quando davanti a te c'è un muro impenetrabile, alla fine ti arrendi, alla fine non ti senti più in colpa di qualcosa che non hai mai fatto tranne di nascere e di non essere voluto.
Sto diventando vecchio anche io piano piano, non ho perdonato in un certo senso, posso solo dire che ti ho condonato tutto il male che hai fatto comprendendo la tua incapacità di essere quello che avresti dovuto essere, un padre.

"Mio figlio è un idiota!"
"Mi vergogno di te, gli altri a scuola sono più bravi."
"Che ho fatto di male per meritarmi un cretino come figlio?"
"Tua sorella si è che mia figlia, più bella ed intelligente."
"Vai da tua nonna di sotto mi dai fastidio!"
"Sei uguale a tua madre."

Sono uguale a mia madre, invece di odiarti quel giorno ho capito di esser fiero di essere come lei... Fiero ed orgoglioso di avere un cuore che palpita, di avere un anima con dentro tante cose e tu?
Sei andato via un giorno, finalmente, lontano con un altra anche se ormai era troppo tardi per noi, per trovare una serenità e dimenticare.
Ti sto guardando e non provo niente, una mano mi stringe la mia e sento dire qualcosa, sorrido mestamente, come di prassi nei funerali, come una recita ridicola mentre avrei voglia di mandarli a quel paese.
Condoglianze, mi vien da ridere ma non posso, alla mia età non posso proprio.

"Vorrei che tu non fossi mai stato mio figlio!"

Giro le spalle al tuo feretro, non sento nulla e non vedo i volti di chi è presente alla farsa di una benedizione ad un ateo che mai ha voluto pregare.
Dopotutto devo fare la parte del figlio buono che ha perdonato il padre e che con la mia presenza ha alleviato l'angoscia dei parenti che speravano.
Speravano cosa mi chiedo.
Quello che mi fa triste è pensare che avremmo potuto essere un padre e figlio che si amavano tanto, che mi avresti portato in spalla, seguito nella vita, giocare con me, insegnarmi tante cose, come fanno molti genitori con i propri figli, vivere tutto quello che non c'è mai stato.
Ormai non importa più, seduto su una panca fredda ed anonima sento la mano di chi mi sta accanto da una vita stringere la mia, un calore che mi fa star bene in questo momento.

"Addio sconosciuto che non ha saputo assaporare 
e cogliere l'amore che lo circondava, 
che non ha capito di poter essere felice 
con le persone che aveva accanto 
che ha detestato sentendosi in prigione. 
Addio a quest'uomo che ha lasciato il nulla,
 un qualcosa per cui piangere, 
per sentirne una mancanza,
 per un dolore che non esiste.
Addio a tutto quello che non c'è mai stato.
Addio."

Giampaolo Daccò Dos Lerén


giovedì 20 febbraio 2020

E CADEVANO LE STELLE


E CADEVANO LE STELLE


Notte di San Lorenzo,

- Guarda lassù G… Ne ho viste due cadere verso il mare… - aveva esclamato L. con un entusiasmo come fanno tutti i bambini quando erano sorpresi da cose misteriose. Avevo annuito.
- Stanotte sono tante, poi in riva al mare sembrano ancora più belle e grandi, peccato che non si specchino nel mare, la notte è senza luna e siamo fortunati. - avevo risposto fingendo allegria.
L. mi aveva stretto la mano e guardandomi nella penombra della notte, mi aveva sorriso ma non capivo se era un sorriso felice o triste.
Sarebbe stata la penultima notte insieme, la più bella in teoria, quella dove si potevano guardare quelle meteore, scendere dal cielo come scie luminose per poi sparire con fruscio misterioso in un punto della notte.
- Ecco un bolide, è enorme... Presto esprimiamo un desiderio, dai chiudi gli occhi G e esprimilo con me. -
Istintivamente avevo chiuso gli occhi stringendo di più la sua mano e nella mente si erano formate in pochi attimi, immagini e parole: “Non lasciarmi, stai con me per sempre” ed una corsa veloce sulla spiaggia. La sua voce mi aveva fatto ritornare nella realtà:
- Lo hai fatto?-
- Certo ma come sai non lo posso dire altrimenti non si avvera. - avevo risposto ridendo.
- E’ vero ed io che stavo per dirtelo, accidenti. -
Ci eravamo avvicinati di più in un abbraccio che aveva suggellato un leggero bacio sulle labbra poi, un sorriso verso il mare.
Come uno spezzare dell’incantesimo, due voci materne ci avevano chiamato.
-Ehi cuccioli, non sarebbe ora di andare in albergo a dormire anziché prendere l’umidità della notte sulla spiaggia? -
La voce stentorea della madre di L. ci aveva fatto staccare e alzarsi in piedi, ci eravamo guardati negli occhi e lo stesso pensiero era balenato nelle nostre menti: “Ci avranno visti? Speriamo di no!”.
Avevamo quattordici anni a testa, volti da bambini anche se il corpo desiderava tutt’altro che un semplice bacio a fior di labbra.
Mamma mi prese sotto braccio e aveva fatto una carezza a L. - Forza che domani si va a fare una passeggiata a Lerici e bisogna alzarci presto, quindi ora appena arriviamo in stanza subito a dormire. - sorrideva ma aveva un sguardo strano su di me, aveva capito tutto del nostro segreto, del giovane amore che era iniziato davanti a due tazze di caffè latte in albergo in un mattino di dieci giorni prima?
Penso di si, lei era troppo sensibile, mentre la mamma di L, donna volitiva e poco presente nella famiglia per via del suo lavoro, non si era nemmeno accorta e sicuramente non avrebbe voluto.
Nella camera dell’albergo mentre mia sorella dormiva, mamma stava con me sul terrazzo a fumare una sigaretta in silenzio ed in quell’istante una stella cadente aveva illuminato il cielo, lei aveva girato lo sguardo su di me, seria ma dolce mi aveva detto:
- G. lo sai che tra due giorni quella famiglia andrà via per sempre? Tornerà a Roma e poi partiranno per Londra… Lo sai vero? - avevo gli occhi lucidi ma non era solo per un addio tra amici alla fine di una vacanza, no non era solo quello. Noi saremmo stati lì per altri quindici giorni ma non era più lo stesso per me dopo la loro partenza.
L. aveva una brutta malattia, me lo aveva detto mamma dopo colazione due giorni dopo che mi ero preso una cotta per quegli occhi verdi, da allora mi sembrava che il mondo fosse finto, dove le persone recitassero un ruolo ma io e L. un pomeriggio tardi in spiaggia abbiamo parlato di questo, della sua malattia, lo aveva saputo i genitori, dirigenti di azienda molto pragmatici non hanno nascosto nulla alla famiglia e l’unico rimedio per le cure era Londra, al tempo all’avanguardia per la medicina legata alla malattia di L.
Io non riuscivo a capire perché sembravano tutti così freddi come se fosse una cosa normale. Mia madre avrebbe pianto, io avrei pensato di uccidermi credo, non amavo la sofferenza terribile di una malattia del genere dopo aver visto nonna, andarsene a cinquantaquattro anni in tre mesi.
L. no, non dovrà morire, a Londra faranno di tutto e guarirà, lo sentivo. Mamma mi osservava ma aveva deciso di parlare mentre mi teneva la mano tra le sue.
- Caro, immagino quale siano stati i tuoi desideri guardando le stelle cadenti, ma vorrei solo dirti una cosa… Sei piccolo ancora per i grandi amori, per capire come sono fatti questi sentimenti, mentre conosci già il dolore. L. potrebbe farcela oppure volare nel cielo tra quelle stelle. Lo so ti sembrerà duro tutto questo ma ognuno di noi ha il suo destino anche se non saprà mai il finale fino a quando arriva. - mi aveva abbracciato mentre ci stavamo cingendo ad andare a letto.
- Se L. non ce la farà, pensa che potrebbe essere lassù a guardarti e tu potrai ricordare sempre questi momenti belli che la vita ti ha regalato, lo so non è facile capire ed accettare, magari e lo spero, forse vi vedrete ancora chi lo sa… Ora cerca di dormire. -
Mi aveva rimboccato il lenzuolo fresco e si era allontanata verso il suo letto.
Avevo pianto sommessamente, sentivo il mio cuore come spezzarsi e poi mi ero addormentato… Non so quanti minuti erano passati ma qualcosa mi aveva fatto svegliare e mi ero girato verso la porta finestra del terrazzo: mamma era lì in piedi a fumare, in silenzio nella penombra blu della notte mentre il cielo era pieno di stelle. Anche lei non riusciva a dormire, l’avevo vista asciugarsi gli occhi, anche lei era stata colpita dalla faccenda ed avevo pensato che si era immaginata di essere al posto della mamma di L.
In quell’istante dopo aver spento la sua sigaretta, si era voltata verso Francesca e me, avevo chiuso gli occhi fingendo di dormire, poco dopo la carezza della sua mano fresca sulla fronte mi aveva fatto stare bene, si sottecchi l’avevo vista tornare a letto così mi ero voltato verso la finestra sul mare…
Quante stelle c’erano, sembravano cristalli nel blu vellutato della notte, all’improvviso tre scie di luci erano scese verso il mare, erano cadute tre stelle, tre desideri da esprimere.
L. non aveva mai più fatto ritorno a Roma, lo avevo saputo poche settimane dopo aver iniziato la scuola… Quella sera d’autunno avevo guardato il cielo, c’erano ancora le stelle, fisse, non capivo quale poteva essere L. lassù, nessuna cometa lasciava la scia ma per me, quella sera stavano ancora cadendo come le mie lacrime.


Giampaolo Daccò dos Lerén