sabato 10 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: SETTE NOTTI CON TE

 “Sette notti, sette sogni. Un patto segreto, senza domande. 

Solo corpi, solo silenzi, prima che la vita torni a reclamare.”


SETTE NOTTI CON TE


*Milano, la Scelta di lasciarsi andare alla passione, la scelta di non pensare a nulla, ne al domani. Ne a chi ci aspetta da qualche parte del mondo. Siamo solo noi due qui.*

“Sette notti, sette stelle. Un segreto inciso nel cielo, che la vita non cancella.”

Prima notte

Ci eravamo incontrati al bar dell’aeroporto e subito era arrivato il colpo di fulmine: i miei occhi nei tuoi e tutto era scomparso. I corpi accesi dal desiderio, le nostre bocche avevano suggellato, su quel taxi in corsa verso Milano, un piccolo patto d’amore. Solo il nome e l’età, nient’altro. Non volevamo sapere di più. Avevamo sette giorni di tempo e poi ognuno per la sua strada: Londra la tua, Barcellona la mia. La prima notte fu dolce, romantica, quasi un sogno. La luna piena faceva brillare di blu i nostri corpi nudi avvinghiati in una passione travolgente. Con gli occhi chiusi, sentivo il profumo di gardenia provenire dalle finestre aperte.

Seconda notte

Passione, giochi erotici che accendevano sempre di più i sensi e la voglia di appartenersi. Nessuna parola d’amore, ma sospiri e gemiti completavano quel desiderio senza limiti. Più tardi, nel buio, osservavo lui. Aveva gli occhi aperti. Mi domandavo a cosa pensasse. Fingendo di dormire, sentii il suo sguardo su di me: mi sfiorò la guancia sorridendo, spostandomi una ciocca di capelli.

Terza notte

Non fu il letto il luogo della nostra passione, ma un tappeto soffice di quel residence di lusso nel centro di Milano. Gioia e sesso sfrenato, quasi animalesco. Le finestre aperte, il vento tiepido faceva svolazzare le tende candide. Le sue mani forti stringevano il mio corpo con violenza e dolcezza. Tremava su di me, mordendomi le labbra. All’alba ci svegliammo insieme: la luce rosa penetrava nella camera, il suo sorriso fu il mio buongiorno.

Quarta notte

Tornati tardi dalla cena, la fretta di stare soli ci spinse quasi a correre nel nostro rifugio. Spogliati nudi, lasciammo i vestiti per terra ed entrammo nella doccia. Tra vapori e profumi, l’amore e il sesso furono sublimi. L’acqua calda gocciolava nelle nostre bocche avvinghiate. Ancora bagnati, ci trovammo sugli asciugamani morbidi per terra. Il gioco sembrava infinito, poi la stanchezza ci vinse. Ci addormentammo esausti, finché il sole splendente ci trovò al mattino.

Quinta notte

Luci rosse e blu nella camera, il letto disfatto. Giochi strani, mai pensati prima. Schiavi e padroni dei nostri corpi, scoprendo sensazioni nuove. Lacci neri ai polsi e ai piedi, corde alla spalliera del letto. Tutto ciò che si poteva e si desiderava fu fatto in quelle ore sublimi. Nel cuore della notte, abbracciati felici, dentro di me un nodo iniziava a farsi sentire: sensi di colpa mescolati al piacere.

Sesta notte

Fu come la prima. Restava la passione, la sensualità. Le carezze dolci di lui e i miei baci appassionati celavano il pensiero che fosse la penultima notte. Conoscevamo i nostri desideri sessuali, ma non quelli privati. Mi prese come non mai, in un vortice di baci e tenerezza. Più tardi, non riuscendo a dormire, lo guardai. Aveva gli occhi aperti. Questa volta non finsi: lasciai che mi baciasse e accarezzasse il viso. Ci addormentammo stretti.

Settima notte

Diversa dalle altre. Sul terrazzo, distesi sul divano tra fiori e profumi della notte. Migliaia di stelle brillavano, la luna falce all’orizzonte. Tra piccoli baci e carezze, ci raccontammo sogni da bambini, mai le nostre vite attuali. Sembrava un accordo: darsi senza svelare segreti. Per un attimo stavo per dire qualcosa, lui mi baciò per non sentire. Forse fu meglio così. Cullati dall’abbraccio, iniziai a cantare una melodia interrotta da Morfeo. Ci svegliammo all’alba al suono di una sirena. Era stata l’ultima notte.

Aeroporto di Malpensa, ore quindici

I nostri aerei avevano lo stesso orario. Dopo il check-in, bevemmo un caffè insieme, l’ultimo. Avremmo voluto darci un appuntamento, ma qualcosa ci fermò. Forse il caso ci farà reincontrare un giorno, o forse resteremo perduti nei meandri delle nostre vite. Dopo l’abbraccio ci voltammo istintivamente: i nostri occhi si fissarono ancora. Le labbra si sfiorarono in un bacio nascosto. Poi ognuno prese la sua strada.

Barcellona

Dietro le vetrate dell’uscita, i volti dei miei figli. Una fitta di vergogna e colpa nel cuore, mentre mi salutavano festosi accanto a mia madre. Cacciai quel pensiero e corsi tra le loro braccia.

Londra – Oxterley

Il taxi lo portò davanti alla casa vittoriana. Il giardiniere corse ad aprire il cancello. Nella mente di lui, il mio volto. Ma dal portone uscì la sua famiglia. Il sogno erotico era lontano. La solita vita tornava a reclamare il futuro. Chissà se un giorno ci saranno altre sette notti diverse.

“Ci siamo persi tra aeroporti e città, ma il ricordo resta inciso. Sette notti con te, un amore che non ha nome.”

 Giampaolo Daccò Scaglione

 


giovedì 8 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *L'ATTESA IN UN MATTINO D'INVERNO*

 "In questo giorno freddo d'inverno non ci sono scelte e solo l'ombra di Milano è un'attesa che forse non durerà molto, ma che farà luce su ciò che è nascosto negli animi delle persone. Oppure questo giorno le contiene tutt'e due: ombra e scelta, ma sicuramente è l'attesa che farà chiarezza nel cuore"


*L'ATTESA IN UN MATTINO D'INVERNO*

"Ogni attesa è una speranza: ciò che sembra promessa può rivelarsi inganno, ma resta memoria."

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

È già passato un anno da quella sera. 

Un bacio dato in fretta sotto al portone…*

Non so perché sto canticchiando questa canzone del grande Gaber, ma mi è frullata in testa questa mattina e non riesco a toglierla dalla mente. Forse è anche perché sto aspettando lui, qui davanti a quell’arco illuminato dai lampioni, in questa mattina ancora buia, mentre la poca neve rimasta dopo la pioggia fa da bagliore insieme alle luci di Natale nelle strade.

Lui, Maurizio: alto, occhi verdi dalle ciglia folte, sorriso limpido incorniciato da una barba rossiccia e morbida. Lui, incontrato in quel famoso magazzino in Piazza del Duomo poche settimane prima: fu colpo di fulmine, mentre le nostre mani finirono sulla stessa cravatta di seta blu, appoggiata su un banco.

La frase fu detta all’unisono: «Ops, mi scusi, non volevo…»

Scoppiammo a ridere e subito ci intendemmo. Inutile dire che acquistammo due cravatte uguali e che, dopo qualche chiacchiera sulla moda, finimmo al bar sulla terrazza del grande magazzino per una cioccolata con panna. Stessi gusti di cibo e abbigliamento.

«Piacere, Maurizio.» 

«Piacere, Roberto.» 

«Sei di Milano, Roberto?» 

«Sì, zona Brera. E tu?» 

«Crocetta… praticamente tutti e due del centro.»

Ci sorridemmo. Io diventai rosso, mentre lui mi guardava fisso negli occhi. Poi mi sfiorò la mano proprio mentre arrivava il cameriere con le cioccolate calde e le fette di torta. Non sapevo cosa dire, mi sentivo in imbarazzo.

«Architetto? Designer?» 

«Perché mi chiedi questo, Maurizio?» 

«Per una semplice banalità: abiti in Brera.» 

«Ahahah… Non tutti quelli di Brera sono architetti o artisti.» 

«No?» 

«Sono violinista alla Scala da un paio d’anni.» 

«Ah però… Complimenti, Roberto. Anni?» 

«Mmm, quante domande…» (avevo riso). «Ne ho 27.» 

«Tu non fai troppe domande, vedo… Io sono architetto, ho 34 anni.» 

«Sei un uomo pieno di sorprese… Non me lo aspettavo. Avrei pensato che tu fossi… Architetto?»

Oltre alle risate, avevamo passato un bel pomeriggio insieme. Da quel giorno era nata una storia. Una storia che, con le settimane a venire, aveva preso piede sempre di più.

Avevo intuito che lui nascondesse qualcosa, ma quando mi fece conoscere sua madre — una donna bella e simpatica, di larghe vedute — mi tranquillizzai. Il suo lavoro veniva prima di tutto. Mi spiaceva che fossero poche le notti in cui dormivamo insieme, ma andava bene così.

Era passato novembre, con le feste di Sant’Ambrogio e dell’Immacolata. Natale era alle porte. Tre giorni fa mi aveva detto:

«Roberto, noi dobbiamo parlare… del futuro, del nostro futuro e posizione.»

(Posizione? Avevo pensato.) 

«Oh sì, certo. Sono quasi otto settimane che ci frequentiamo.»

«Sì, davvero… sono già otto?» 

«Beh, quasi… tra tre giorni.»

«Già…» (la sua voce mi sembrava strana). «E che ne diresti di parlarne tra tre giorni? Ho il sabato mattina libero, però dalle nove in poi…»

«Perfetto, sono liberissimo anch’io, Maurizio. Ci vediamo magari al solito posto?» 

«Preferirei in zona Porta Romana. Poi ho un paio di commissioni da sbrigare e farei tardi… Ti dispiace?» 

«No, assolutamente. Vuoi che ci si veda alle nove davanti all’arco, vicino alla fermata del tram?» 

«Ottima scelta, Roberto. Un bacio. Scappo, ci sentiamo stasera e ci vediamo sabato mattina.»

Click.

Telefonata chiusa ed eccitazione da parte mia. Avevo immaginato chissà quali proposte: magari, se non una convivenza, almeno una dichiarazione definita. “Vorresti fidanzarti ufficialmente con me?” Oppure: “Proviamo una convivenza di almeno tre giorni nei fine settimana…” Chissà.

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

Un anno è lungo da passare. 

D’amore non si muore, sarà anche vero… 

Ma quando ci sei dentro, non sai che fare.*

Accidenti a me e alla fretta. Sono venuto qui all’alba, sono le sette e cinquanta e ho più di un’ora di attesa. Maurizio mi ha fatto proprio perdere la testa. Ma sì, andiamoci a bere qualcosa di caldo in quel bar carino di viale Monte Nero, ho i piedi intirizziti…

Svolto l’angolo, attraverso i binari del tram e vedo un’auto. La sua auto: colore, targa, porta sci, l’atlante stradale sul retro dei sedili. Dentro qualcuno.

Non so perché mi fermo a due passi, fingendo di guardare le vetrine addobbate di un negozio. Scende una bella donna bionda incinta e due bambini con una signora anziana.

«Mamma, ti prego, facciamo in fretta! Devo lasciare l’auto a Maurizio, ha quegli impegni stamattina… Tieni il piccolo Luca.» 

«Cara, faccio quello che posso. Giada, stai attenta, sei al settimo mese… Non camminare così in fretta, potresti…» 

«Mamma, non ti preoccupare. Marco mi aiuta con la borsa.» (Lei, bellissima, guarda il figlio maggiore con amore, toccandosi la pancia.) «Faremo in fretta.» 

«Maurizio è un santo con voi… Ahahah, meglio di lui non potevi trovare. Un marito così premuroso e amorevole, tesoro…»

Sono fermo davanti a loro. Non riesco più a sentire le voci mentre si allontanano. Entrano in un portone poco più avanti. Mi assale una nausea tremenda.

Sento freddo e il viso in fiamme. Molte parole si affacciano alla mia mente, troppe per darne un significato: Maurizio. Mamma ti prego. Marco e Luca e nonna. Giada bella e bionda. Giada incinta. Giada moglie e madre. La compagna di Maurizio.

Ore otto e trenta. È da mezz’ora che vago tra le vie attorno a quell’arco ormai illuminato dal sole mattutino. Le luci dei lampioni e gli addobbi sono spenti. Automobili passano schizzando neve sporca sui marciapiedi, incuranti delle persone.

Ed io? Mi sono fermato davanti a Porta Romana, a mezz’ora dall’appuntamento. Mi volto verso il posto ora vuoto, dove aveva parcheggiato Giada, e non so che fare.

Un clacson mi fa sobbalzare. Attraverso la strada, ci sono le fermate dei tram. Molte persone in attesa, ma non vedo le loro facce. Non riesco a vederle. Solo quella di Maurizio è nella mia mente.

Guardo l’orologio: ore otto e quaranta. Uno sferragliare sui binari mi sveglia dal torpore dei pensieri cattivi, mentre un leggero vento gelido passa sul mio volto.

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

Seduti in fondo là, senza guardare. 

Quel giorno che mi hai detto: adesso basta. 

Io zitto preferivo non sentire, ma tu hai insistito. 

No, sul serio basta. Come fosse facile capire… 

Porta Romana bella… Porta Romana…*

Il tram numero 9 mi sta portando lontano da quell’arco antico ormai scomparso tra i palazzi. Mi sta portando lontano dall’appuntamento, lontano da Maurizio, lontano dalle sue cose nascoste, lontano da Giada, dai bambini e dalla nonna… lontano da ciò che avrei voluto.

Alzo gli occhi verso i finestrini: come sono assurdi gli addobbi, le luci, i colori del Natale imminente. Com’è assurdo e logico festeggiare otto settimane di amore scappando via da quello che non avrò mai.

Cielo azzurro, freddo pungente e tanti sorrisi in giro. Alberi a festa, vetrine piene di regali.

Addio per sempre, Porta Romana bella.

"Ho lasciato Porta Romana alle spalle, con il tram 9 e il freddo pungente. 

Non ho perso me stesso: ho guadagnato la mia dignità."

 Epilogo

"Otto settimane di illusioni si sono dissolte in un mattino d’inverno. Porta Romana non è più soltanto un arco di pietra, ma il luogo dove ho imparato che l’amore nascosto dietro bugie non è amore. Ho lasciato alle spalle Maurizio, Giada, i bambini e le voci di famiglia. Ho portato con me soltanto la mia dignità e il coraggio di andare via. Addio Porta Romana bella: tu sei stata il mio sogno, il mio risveglio."

Giampaolo Daccò Scaglione

 



martedì 6 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *UN TRAM NELLA SERA*

- Milano, le Ombre dell'inverno -

*Giorni d'inverno così freddi, azzurri con le luci soffuse
 da leggere foschie, nascondono a volte sentieri di vite gioiose, 
sofferte, nostalgiche o di solitudine. Eppure sempre piene di vita.*


*UN TRAM NELLA SERA*

Sara osservava le vetrine illuminate scorrere oltre il finestrino del tram che attraversava Piazza Firenze. 

Era il ponte di Sant’Ambrogio, e Milano aveva quel colore azzurro che solo le sere d’inverno sanno avere: una luce sospesa, mescolata alla nebbia che saliva dall’asfalto bagnato dopo la breve nevicata del mattino.

Dentro di sé, però, Sara sentiva un peso. Un dolore sottile, persistente, che l’avrebbe accompagnata fino a casa. Ripensava alle ore appena trascorse, al suo comportamento, ma soprattutto alla ferita ancora aperta della storia finita poche settimane prima.

Si era lasciata con un uomo che all’inizio era sembrato dolce, protettivo. Poi, con la convivenza, la maschera era caduta: meschino, bugiardo, infantile. Ogni cosa era colpa sua. Ogni gesto sbagliato. Una sera le aveva detto: “Tu non vali niente.”

Quella frase le era rimasta addosso come una cicatrice.

La storia era finita in una sera tiepida di fine estate, dopo l’ennesima discussione. Uno schiaffo — il suo — liberatorio come un urlo trattenuto per mesi. Poi il silenzio. Un muro di cemento tra loro. E due strade che finalmente si separavano.

A novembre, una sera sul Naviglio Grande, era uscita con alcune amiche. Il locale era pieno, rumoroso, vivo. Avevano conosciuto un gruppo di ragazzi, come spesso accade tra trentenni solitari che cercano nuove compagnie. Tra loro c’era Claudio.

Lui l’aveva colpita subito: lo sguardo limpido, gli occhi verdi, il sorriso caldo. E lei, per la prima volta dopo tanto tempo, aveva sentito un piccolo movimento nel petto. Una curiosità. Un’apertura.

Si erano scambiati i numeri. Poi messaggi, telefonate, confidenze.

Quando arrivò il ponte di Sant’Ambrogio, decisero di passare due giorni insieme.

Si incontrarono in centro, una colazione veloce in un bar famoso, poi una lunga passeggiata sotto un cielo che minacciava neve. Claudio parlava con una voce calma, profonda. Le raccontava una storia simile alla sua: un amore finito male, una ferita ancora fresca.

Lei si sentì capita. Specchiata.

Quando lui le propose, scherzando: “Vuoi passare due giorni a casa mia? Giuro che non ti violenterò!” Lei rise. E disse sì.

La casa di Claudio era all’ottavo piano, moderna, luminosa, accogliente. Colori tenui, mobili essenziali, un ordine che parlava di lui. Mentre preparava qualcosa in cucina, Sara notò una foto su un mobile.

Una donna mora, occhi scuri, sorriso tirato. C’era qualcosa di duro in quel volto.

Claudio comparve alle sue spalle. “È lei. Luisa.” Le tolse la foto dalle mani e la posò di nuovo sul mobile. “Un passato che dovrei lasciare andare.”

Dopo pranzo le raccontò tutto. Non riusciva a dimenticarla completamente. Lei tornava ogni tanto, senza preavviso. Una presenza che non voleva andarsene. Una dipendenza emotiva che lo imprigionava.

Sara ascoltava in silenzio. Capiva. E soffriva un po’ per lui.

Poi, nel pomeriggio, la luce azzurra dell’inverno entrò dalle finestre come un incantesimo. Si ritrovarono a letto, attratti da una tenerezza improvvisa. Le mani di lui erano calde, sicure. Il suo corpo vicino al suo. Un momento fragile, sospeso.

Finché il cellulare squillò.

Claudio rispose. La voce gli tremava. Era lei. Luisa.

Sara lo capì subito. E qualcosa dentro di lei si spense.

Claudio tornò accanto a lei, cercando di riprendere quel filo di intimità. Ma era impossibile. La magia si era rotta.

“Scusami, Sara…” La sua voce era un soffio.

Lei gli disse che non era colpa sua. Che forse aveva sbagliato lei ad accettare così in fretta. Ma Claudio non la ascoltava davvero.

“Lei viene qui ogni tanto… si infila nel letto… dice che quello che prova per me è diverso… Io la odio e mi odio. Ma non riesco a liberarmi. E tu… tu sei speciale. Speravo che questi due giorni cambiassero qualcosa.”

Sara non disse nulla. Non c’era più nulla da dire.

E ora era lì, su quel tram mezzo vuoto, mentre Milano scivolava fuori dal finestrino. Tra poco sarebbe arrivata a casa. Sapeva che avrebbe pianto: per se stessa, per l’uomo che l’aveva ferita, per Claudio, così dolce e così prigioniero.

Il tram proseguiva la sua corsa tra gli alberi spogli e le vetrine lucenti. Poi scomparve dietro una curva.

Il cielo era diventato nero. Ricominciava a nevicare.

E la sera portava con sé le sue ombre. Ombre che abitano il cuore di molte persone, e che a volte si sciolgono solo quando qualcuno trova il coraggio di guardarle davvero.

Giampaolo Daccò Scaglione

Nota dell’autore:

*Questo racconto è nato undici anni fa, in una sera d’inverno. Ero su un tram, Milano aveva quella luce azzurra che compare solo quando la nebbia sale dall’asfalto e le vetrine brillano come piccoli fari. Davanti a me c’era una donna giovane, con gli occhi velati da una malinconia che non sapevo spiegare. In quel momento ho avuto la sensazione — quasi fisica — di poter leggere ciò che portava dentro. Tornato a casa, ho scritto questa storia tutta d’un fiato.*

sabato 3 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *NEI TUOI OCCHI*


 *NEI TUOI OCCHI*

"Milano, la scelta in una sera"

Alberto osservava sua moglie mentre chiudeva il portatile nella borsa di lavoro e si sedeva accanto a lui. La guardava da mesi, in silenzio, in ogni momento: a casa, in auto, in fila al supermercato mentre passava la spesa alla cassa. La guardava quando dormiva, quando parlava con i loro tre figli, quando si vestiva e quando si spogliava.

La guardava da quando non l’amava più.

Da quando aveva iniziato una relazione segreta con una donna conosciuta per caso in metropolitana: una borsetta caduta, un gesto gentile, e poi quegli occhi verdi in cui si era perso senza difese.

Da allora, ogni volta che guardava Laura, sentiva il peso della colpa. Lui non era un uomo da avventure. Non era uno che tradisce. Eppure era lì, diviso in due.

Laura, invece, era felice di sentirsi osservata. Ogni tanto gli lanciava un sorriso, uno sguardo malizioso. Dopo sedici anni di matrimonio, alla soglia dei quarant’anni, con tre figli splendidi, lei era ancora appagata, innamorata, serena.

Non vedeva — o non voleva vedere — il tormento di Alberto. Non sospettava nulla della relazione che lo faceva stare bene e male allo stesso tempo. Non immaginava che lui stesse per prendere una decisione che avrebbe potuto distruggere tutto.

Forse.

Alberto fingeva di leggere il giornale, ma i pensieri correvano altrove. Si chiedeva se Silvia fosse solo una passione o un nuovo amore. Si chiedeva se fosse giusto lasciare Laura, la donna della sua vita, e i loro tre ragazzi per un’altra. Si chiedeva se un uomo potesse davvero buttare via vent’anni per un’emozione improvvisa.

La vita, a volte, è crudele quando mette i sentimenti uno contro l’altro.

Tre giorni dopo, Alberto era nel traffico milanese. Aveva sbagliato strada, imprecava, quando allo stop la vide.

Silvia. Con il marito. E le loro due bambine.

Lei sorrideva. Era abbracciata a lui. Una famiglia perfetta, almeno in apparenza.

Il cuore di Alberto si fermò. Sapeva che Silvia era sposata, sapeva delle figlie, sapeva che lei era pronta a lasciare tutto per lui… ma non l’aveva mai vista così: madre, moglie, parte di un mondo che non gli apparteneva.

Fu un colpo allo stomaco. Gelosia? Dolore? Sorpresa? Non sapeva dare un nome a ciò che sentiva. Gli occhi gli bruciavano.

Accostò l’auto vicino a un bar dove Silvia e la famiglia erano entrati. Scese. Entrò quasi di corsa.

Voleva vederla. Voleva vedere la sua reazione. Voleva vedere lui. Le bambine. Voleva capire.

Silvia sbiancò. Gli occhi di Alberto erano febbrili, pieni di passione e di rabbia. Una paura sottile le attraversò il petto proprio mentre Serena, la più piccola, le saltava in braccio.

Il tempo si fermò.

I baristi, i camerieri, la cassiera, il marito, le bambine, i clienti. Tutti immobili. Tutti sospesi.

Solo loro due no.

Gli sguardi si incrociarono. Poi Alberto guardò le figlie di lei, il marito che baciava l’altra bambina, la normalità di una famiglia che non era la sua.

Per entrambi, quel momento fu un addio.

Silvia, con le labbra appena mosse, disse solo: “Addio amore.”

Le donne capiscono sempre prima. Sanno quando è il momento di sacrificare tutto, anche ciò che amano, per salvare ciò che non può essere distrutto.

Quella sera, Alberto era sul divano con i suoi tre figli. La TV accesa, il loro vociare, Laura al telefono. Tutto gli sembrava sfocato. Nella mente, il volto di Silvia che diceva addio.

Quando Laura si sedette accanto a lui, spostando il più piccolo, Alberto la guardò negli occhi. Lei gli sorrise, innamorata come sempre.

“Cosa stai guardando, tesoro?” chiese con dolcezza.

“L’amore nei tuoi occhi,” rispose lui.

E mentre i figli li travolgevano con abbracci e risate, Laura si strinse a lui. Le loro labbra si unirono in un bacio che aveva il sapore di una scelta.

Era giusto così. Lo sentì nel cuore. Lo sentì nel corpo. Lo sentì nella vita che aveva costruito con lei.

Nel buio della notte, dopo ore di passione, Laura era ancora sveglia. Guardava il soffitto, pensava al suo uomo, a ciò che rappresentava per lei e per i loro figli. Si voltò verso di lui, lo vide dormire, e gli sfiorò la fronte con una carezza.

Sussurrò, quasi senza voce:

“Finalmente sei tornato. Finalmente lei non c’è più. Era da tanto che lo sapevo, amore mio. Non era colpa tua. Non era colpa di nessuno. Non lo saprai mai… ma c’ero anch’io in quel bar oggi. Ti avevo seguito. Avevo certezze, non sospetti. E invece di odiarvi, ho provato pena per lei. E amore per te. Ricominceremo. Ti farò dimenticare quegli occhi verdi per sempre.”

La luna filtrò tra le tende. Laura sospirò. E si addormentò serena.

Giampaolo Daccò Scaglione

Nota dell’Autore:

Questo racconto nasce da una Milano che non ha stagione: una Milano emotiva, fatta di sguardi, di scelte difficili, di vite che si incrociano e si sfiorano. Non è ispirato a un episodio preciso, ma a un insieme di immagini che negli anni mi sono rimaste dentro: una coppia che non parla, un uomo che guarda la moglie senza più vederla, una donna che ama in silenzio, un’altra che rinuncia.

È una storia che parla di ciò che non si dice, di ciò che si perde e di ciò che si ritrova. Una storia che mi è arrivata come un soffio, come un nodo alla gola, come una domanda senza risposta.

Milano, con le sue luci basse, i bar affollati, le strade che si incrociano per caso, è lo sfondo naturale di questi sentimenti. È una città che ascolta, che osserva, che custodisce segreti. E in questo racconto, è proprio lei a fare da teatro silenzioso a un amore che si spezza e a un altro che si salva.

giovedì 1 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: 1° GENNAIO 2026 - la serie dedicata a Milano.

“Apro questo nuovo anno sotto il cielo di Milano, tra ciò che cambia e ciò che resta. Che le sue strade, i suoi venti, le sue luci e le sue ombre mi conducano verso le storie che ancora non conosco. Entro nel 2026 con passo lieve e cuore aperto, lasciando che sia la città a mostrarmi la via.”

 


MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE


1° GENNAIO 2026


SERIE DEDICATA A MILANO


PROLOGO 2026

Milano, la città che ti guarda

Milano non è una città. È un respiro. Un ritmo che cambia, accelera, rallenta, si ferma un istante e poi riparte come se avesse un cuore tutto suo.

Chi ci vive lo sa: Milano ti osserva. Ti segue mentre cammini tra le vetrine del centro, tra visi che non conosci e che non conoscerai mai, tra passi veloci, telefoni che squillano, risate improvvise, pensieri che si perdono nel rumore. E tu, riflesso in un vetro, ti chiedi se qualcun altro, in mezzo a quella folla, stia pensando di scappare verso il mare, verso un bosco, verso un altrove che profuma di silenzio.

Poi basta una voce gentile, una signora elegante che ti dice: “Sa? Anch’io volevo scappare. Poi ho capito che non potevo fare a meno di questa splendida e terribile città.” E capisci che Milano è così: ti respinge e ti trattiene, ti stanca e ti consola, ti ferisce e ti cura.

Milano è l’incanto delle piccole cose che non guardiamo più: un caffè preso osservando la gente passare, un angolo storico che resiste al tempo, una cioccolata calda in un pomeriggio d’inverno, un amico che incontri per caso e che ti cambia la giornata.

Milano è anche quella vista dall’alto, nelle sere d’afa, quando sali sul tetto per respirare e davanti a te si apre un mare di case, luci, finestre, grattacieli nuovi che sfidano il cielo. Eppure, sopra tutto questo, il cielo resta identico: le nuvole, il sole, la luna, le stelle. Loro non cambiano mai. Siamo noi a cambiare sotto di loro.

E poi ci sono quei giorni rari, quasi miracolosi, in cui soffia il föhn. Un vento caldo che arriva da nord e spazza via tutto: smog, malinconie, confini. Il cielo diventa di un azzurro così intenso da sembrare irreale — quello di cui parlava Manzoni, “il cielo di Lombardia, così bello quando è bello”. E allora, guardando verso nord, ti sembra di poter toccare le montagne: la Grigna, il Resegone, le cime della bergamasca, del lecchese, del comasco, tutte nitide come se fossero a un passo. In quei giorni Milano non è più solo città: è una finestra spalancata sull’infinito.

E poi ci sono i Navigli, che scorrono lenti verso i paesi della provincia, portando con sé storie d’acqua, di barche, di cortili nascosti, di sere d’estate che profumano di basilico e zanzare. Anche questa è Milano. Una Milano che non si vede subito, ma che ti entra dentro piano, come una musica lontana.

Milano è la nebbia che non c’è più, ma che vive ancora nell’immaginario di tutti. Una nebbia che avvolgeva le vetrine come lanterne di un villaggio incantato, che trasformava il Duomo in un’apparizione, che rendeva la Galleria un passaggio verso un altro mondo. Era fredda, sì, ma proteggeva. Era umida, sì, ma sapeva di casa.

Milano è i tram gialli che non hanno fretta, le luci di Natale che accendono il cuore, il traffico che ti fa arrabbiare, le estati roventi che ti svuotano, i negozi di lusso e le case di periferia, i giardini nascosti dietro portoni anonimi, le osterie del Giambellino, i ricchi di piazza Duse, i nuovi quartieri che sembrano città del Nord Europa, e quelli vecchi che profumano ancora di pane, ferro e storie.

Milano è tutto questo. E molto di più.

È la città che fa incontrare, separare, amare, perdersi, ritrovarsi. La città che decide i destini senza mai dirlo. La città che ti cambia anche quando non vuoi. La città che ti resta dentro anche quando te ne vai.

E così, prima di iniziare le storie del 2026, prima di parlare di ombre, scelte, incontri e addii, prima di aprire le porte dei capitoli milanesi…

entra in Milano. Respirala. Ascoltala. Lascia che sia lei a raccontarti ciò che verrà.

 

Formula di Chiusura - Prologo

“Ora che Milano ha parlato, ora che le sue strade hanno sussurrato il loro primo segreto, il viaggio può cominciare. Chi leggerà queste pagine scoprirà che ogni storia è una scelta, ogni scelta un’ombra, ogni ombra una luce che aspetta di essere vista.”

 

INDICE DEI CAPITOLI - Ciclo “Le Ombre e le Scelte”:

 

1°     capitolo:    Nei tuoi occhi.

2°    capitolo:    Una tram nella sera.

3°    capitolo:    L’attesa in un mattino.

4°    capitolo:   Sette notti con te.

5°    capitolo:   Un posto incantato.

6°    capitolo:   Avrei dovuto accompagnarti a casa.

7°    capitolo:   Matisse, Gauguin e Monet.

8°    capitolo:   Sotto la pioggia… Fine di un amore.

10°  capitolo:   In quella strada.

11°   capitolo:   Prigione d’asfalto e cemento.

12°  capitolo:   Città di neve.

13°  capitolo:   Cristallo di ghiaccio.

14°  capitolo:   Viale dei tigli.

15°  capitolo:   La via delle Farfalle.

 

 Sigillo del Ciclo 2026 

Simboli della serie:  “Milano, Le Ombre e le Scelte”

Tram — Guglia — Acqua

Il passo, l’ascesa, il flusso. 

Tram = il movimento, la memoria, la città che scorre

Guglia = il destino, l’ascesa, la verticalità di Milano

Acqua = i Navigli, il respiro, ciò che unisce e separa

 


 

mercoledì 31 dicembre 2025

LETTERA D’AMORE DI NONNO PAOLO A NONNA VITTORIA

E' l'ultima storia del 2025 che scrivo sul mio blog.
Volevo finire l'anno con una lettera d'amore che avevo ritrovato anni fa, scritta da mio nonno Paolo Stella (di cui ho ereditato orgogliosamente il nome) a nonna Vittoria Arrigoni, i genitori di mamma. 
Ovviamente ho dovuto correggere e rifinire alcune frasi che in quegli anni erano molto "diverse" da come scriviamo noi ora. 
L'ho fatto perché avevo avuto la sensazione di rubare qualcosa di più intimo e riservato che riguardava il loro grande amore da cui nacquero quattro figli. 
Nonno Paolo, purtroppo ebbe vita breve, morì tra le braccia di nonna Vittoria a soli quarantatré anni nel settembre del 1944. 
Lei lo amò per sempre, non ebbe nessun altro uomo nonostante fosse giovane e ancora bella con i suoi occhi azzurri. 
Il destino però agì in modo strano ma bellissimo, Vittoria raggiunse Paolo esattamente trent'anni dopo nel settembre 1974, invocando il suo nome davanti a tutti noi. 
Volevo finire quest'anno di proficui racconti con una bella storia d'amore durata una vita, anche con assenze, perché se è vero amore, rimane per sempre nel cuore. 
Giampaolo.

LETTERA D’AMORE DI NONNO PAOLO A NONNA VITTORIA

“Ogni parola è un dono, ogni lettera è una carezza. 

Qui si apre la memoria di un amore che non svanisce.”

Sant'Angelo Lodigiano, 23 aprile 1929.

"Per te amata mia, Mia dolce Vittoria.

 In quel mattino dal cielo azzurro, mentre i raggi dorati del sole sbirciavano dalle persiane ed avevi aperto gli occhi su di me per la prima volta, avevo capito subito che, non ti avrei lasciata mai più dal mio cuore. 

Esso aveva incominciato a battere sempre di più nel mio petto non appena mi avevi sorriso e baciandoti dolcemente, avevo pensato: ho finalmente tra le mie braccia la stella più fulgente dell’universo. 

La mia mente, guardandoti, vagava in fantasie lontane: mi vedevo con te correre sui prati, abbracciati seduti sull’erba in riva al fiume e lasciare che l’acqua fresca ci lambisse dolcemente, mentre baciavo ardentemente le tue labbra cosi dolci, tenere ed appassionate. 

Caro amore mio, mia passione, mio cuore, mia Vittoria, eri mia, eri la mia anima, la mia donna, il mio tutto e la mia salvezza. 

Sognavo di avere tanti bambini, una casa tutta per noi, per donarvi tutto ciò che sento nell'anima, avrei voluto dare la mia vita per te. 

Avevo sempre udito un battito d’ali nel cuore non appena sentivo la tua voce, come un un sogno d’amore sbocciato all’improvviso, in quel mattino di tre anni fa, quando ci eravamo visti per la prima volta. 

Tu, la mia stella, il mio tutto, ti sei concessa a me dopo la nostra promessa in chiesa, con tutto l’amore e la passione e da questo amore ne sono sicuro, nasceranno altre meravigliose stelle che allieteranno la nostra vita. 

La felicità di averti, di saperti vicina, di trovarti ogni volta che torno a casa, vedere il tuo sorriso, i tuoi occhi azzurri ed i tuoi abbracci, mi fanno sentire unico, un uomo che ha avuto la fortuna di aver trovato la stella nella sua vita. 

Vorrei chiederti di amarmi per sempre nonostante il mio carattere a volte difficile. Di amarmi per sempre perché il mio cuore e la mia anima senza di te si distruggerebbe di dolore, perché tutti i miei pensieri sono rivolti al nostro immenso amore. 

Ti ringrazio per ciò che mi hai donato, mi dai e mi regalerai per sempre, grazie amore mio, mio cuore per la dedizione, per l’abnegazione, per tutto questo amore, così dolce e così immenso. 

Vorrei scriverti tante cose ancora, ma... vorrei solo pronunciare due parole, dolcissime, come un volo di angeli, come un raggio di sole d’estate, come un venticello di primavera. 

Solo due parole che racchiudono l’immenso e la gioia che provo standoti vicino tutti i giorni: 

"TI AMO"

Tuo per sempre Paolo.

Formula di chiusura dell’anno

Milano, 31 dicembre 2025

“Chiudo quest’anno con le mani sul cuore e gli occhi al cielo. Ringrazio ciò che è rimasto, ciò che è passato, ciò che mi ha cambiato. Le stelle che cadono non sono perdite: sono promesse che brillano altrove. A chi ho amato, a chi ho perso, a chi mi accompagna ancora… porto con me la loro luce. E mentre l’anno si spegne, io mi accendo. Perché ogni fine è una soglia, e ogni soglia è un inizio. A presto, nel 2026.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

 


martedì 30 dicembre 2025

E CADEVANO LE STELLE



 "E CADEVANO LE STELLE"

Notte di San Lorenzo

- Guarda lassù, Giorgio! Ne ho viste due cadere verso il mare… - aveva esclamato Leo, con quell’entusiasmo che solo i bambini, i ragazzi e gli innamorati sanno avere davanti alle cose misteriose.

 Annuii.

- Stanotte sono tante. E qui, in riva al mare, sembrano ancora più belle e grandi. Peccato che non si specchino nell’acqua… La notte è senza luna. Siamo fortunati. - risposi fingendo allegria.

 Leo mi strinse la mano.

Mi guardò nella penombra, e mi sorrise.

Non capivo se fosse un sorriso felice o triste.

Era la nostra penultima notte insieme da soli, nascosti dietro ad una barca di un pescatore della cittadina che ci ospitava per le vacanze.

La più bella delle notti, in teoria: quella delle meteore che scendono dal cielo come scie luminose, per poi sparire con un fruscio misterioso nel buio.

Ecco un bolide! È enorme… Presto, esprimiamo un desiderio. Dai, chiudi gli occhi, Giorgio, e fallo con me. -

Istintivamente chiusi gli occhi, stringendo più forte la sua mano.

Nella mente, in un lampo, si formarono immagini e parole:

“Non lasciarmi. Stai con me per sempre.” E una corsa sulla spiaggia, mano nella mano.

 La sua voce mi riportò alla realtà.

- Lo hai fatto? -

 - Certo Leo. Ma non posso dirlo, altrimenti non si avvera. - risposi ridendo.

 - È vero, hai ragione, e io che stavo per dirtelo. Accidenti. -

 Ci avvicinammo in un abbraccio. Un bacio leggero sulle labbra. Poi un sorriso verso il mare.

 L’incantesimo si spezzò quando due voci materne ci chiamarono.

- Ehi, cuccioli! Non sarebbe ora di andare in albergo? Prendete tutta l’umidità della notte! dove siete finiti? -

La voce stentorea della madre di Leo ci fece sobbalzare.

Ci alzammo in piedi, ci guardammo negli occhi. Lo stesso pensiero attraversò entrambi:

“Ci avranno visti? Speriamo di no.”

Avevamo quattordici anni. Volti da bambini, ma il corpo desiderava già molto più di un bacio a fior di labbra.

Mamma mi prese sotto braccio e accarezzò la testa di Leo.

- Forza, che domani si va a Lerici. Bisogna alzarsi presto. Appena arriviamo in stanza, tutti a dormire. -

Mamma sorrideva, ma aveva uno sguardo strano. Aveva capito tutto del nostro segreto? Aveva intuito di quel giovane amore nato dieci giorni prima, davanti a due tazze di caffè latte?

Penso di sì. Lei era troppo sensibile per non accorgersene.

La madre di Leo, invece, donna volitiva e sempre impegnata tra lavoro ed associazioni benefiche e altro, sicuramente non aveva notato nulla.

E forse non avrebbe voluto notarlo.

 *****

Quella notte, mentre mia sorella dormiva nel lettino vicino al mio divisi da un comodino con sopra una lampada d'ambra, molto di moda ai quei tempi, mamma era con me sul terrazzo a fumare.

Una stella cadente illuminò il cielo. Lei si voltò verso di me, seria ma dolce.

- Giorgio, lo sai che tra due giorni quella famiglia partirà per sempre? Torneranno a Roma… e poi andranno a Londra. Lo sai, vero? -

Avevo gli occhi lucidi. Non era solo l’addio a un amico di vacanza. Era molto di più.

Luca aveva una brutta malattia nel sangue, una di quelle che poche volte perdonano.

Mamma me lo aveva detto due giorni dopo che mi ero preso una cotta per quegli occhi verdi. Da allora il mondo mi sembrava finto, come se tutti recitassero un ruolo.

Un pomeriggio, in spiaggia, Leo me ne aveva parlato. I suoi genitori, pragmatici, non avevano nascosto nulla. L’unica speranza era Londra, all’avanguardia per quel tipo di cure.

Io non capivo come potessero essere così distaccati nel parlarne, come fosse una cosa "normale" che normale per me e non solo, non sarebbe mai stata.

Mia madre avrebbe pianto. Io… io avrei pensato di morire con lui. La sofferenza mi terrorizzava: avevo visto nonna spegnersi in tre mesi poco tempo prima.

Ma Leo non doveva morire.

A Londra lo avrebbero curato.

Lo sentivo.

Mamma mi prese la mano.

- Caro, immagino quali desideri tu abbia espresso guardando le stelle. Ma sei ancora piccolo per i grandi amori. Conosci già il dolore, quello sì. Leo potrebbe farcela… oppure volare tra quelle stelle. Ognuno ha il suo destino, anche se non saprà mai il finale fino all’ultimo. -

 Mi abbracciò.

- Se Leo non ce la farà, pensa che potrebbe essere lassù a guardarti. E tu potrai ricordare questi momenti belli che la vita ti ha regalato. Ed un domani molto lontano, forse vi rivedrete, chi lo sa… Ora cerca di dormire. -

Mi rimboccò il lenzuolo e si sdraiò.

Piangevo in silenzio. Il cuore mi si spezzava. Poi mi addormentai.

Mi svegliai dopo poco.

Mamma era di nuovo sul terrazzo, a fumare nella penombra blu. Il cielo era pieno di stelle. La vidi asciugarsi gli occhi. Anche lei era stata colpita dalla storia di Leo.

Forse si era immaginata al posto della sua mamma.

Quando spense la sigaretta, si voltò verso noi due, i suoi amatissimi figli. Chiusi gli occhi fingendo di dormire. Poco dopo sentii la sua mano fresca sulla mia fronte. Mi fece stare bene.

Si sdraiò sul suo letto. Io mi voltai verso la finestra. Il cielo era un velluto blu pieno di cristalli. All’improvviso tre scie luminose caddero verso il mare.

Tre stelle.

Tre desideri.

 *****

Luca non tornò mai più a Roma. Rimase per sempre a Londra.

Lo seppi poche settimane dopo l’inizio della scuola.

Quella sera d’autunno guardai il cielo. Le stelle erano fisse. Nessuna scia. Non sapevo quale potesse essere Leo lassù.

 Ma per me, quella notte:

**Le stelle cadevano ancora. Come le mie lacrime.**

NdA: 

"E' una storia realmente accaduta e l'ho voluta raccontare come l'ultima di quelle che donano emozioni e fanno capire l'universo dell'amore come può essere infinito, speciale anche se a volte doloroso. Ma almeno abbiamo amato, sotto qualsiasi forma."

Giampaolo Daccò Scaglione