venerdì 30 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *LA VALLE DELLE FARFALLE -PETALOUDES*


* LA VALLE DELLE FARFALLE -

P E T A L O U D E S*

L'ultimo racconto della miniserie di Milano, Le Ombre, Le Scelte. E questa è una Scelta.








LE STRADE DEL TEMPO

"Quando una scelta di viaggio diventa un viaggio verso un’estate indimenticabile."

Via Meravigli, Milano — 15 maggio 2005. 

Una giornata di sole caldo, le vie piene di gente, i balconi e gli attici del centro esplodono di fiori vivaci.

Entrammo nell’agenzia di viaggi. 

La ragazza bruna, occhi verdi e rossetto rosso, ci accolse con un sorriso professionale ma con uno sguardo sensuale, felice della nostra scelta: un itinerario costoso, una vacanza lunga, venti giorni nelle prime settimane di settembre.

Io, che amavo la geografia in modo viscerale, cercavo di fare la faccia stupita e contenta mentre lei spiegava cose che sapevo già dai tempi della scuola: sei, a volte sette in matematica, ma nove e dieci in geografia, lettere, storia… la media dell’otto salvata dalla passione.

Mi divertiva osservare il mio compagno di viaggio Gianluca, intento ad ascoltarla mentre guardava le foto meravigliose della nostra meta: Rodi, la splendida Rodi egea, a un soffio dalla Turchia.

La voce della ragazza, per me, era lontana. I miei occhi correvano agli opuscoli poco distanti: Polinesia, Maldive, Comore, Mauritius, Antille… trattenni un sospiro malinconico. Potessimo andare là.

Il telefono squillò. Lei si scusò e rispose. Subito arrivò il direttore dell’agenzia, che prese in mano la situazione.

Non aveva nulla da fare, e si vedeva. Il suo sguardo era fisso sul mio compagno di viaggio. Gli occhi gli lampeggiavano. Io mi trattenni dal ridere: come sempre, l’altro non si accorgeva di nulla.

Il direttore - un bell’uomo sui quaranta, occhi verdi, capelli biondo scuro ondulati, fisico atletico, completo blu - continuava a parlare senza mai guardarmi. Sciorinava qualità, bellezze, incanti della meta prescelta.

Avevamo ottenuto un albergo stupendo, sconti per le escursioni e soprattutto la proposta che aspettavo da anni: la Valle delle Farfalle, Petaloudes.

Il mio amico alzò gli occhi.

- La Valle delle Farfalle? - chiese, mentre il direttore diventava paonazzo guardando i suoi occhi neri.

- Ma sì, te lo avevo detto Gianluca - risposi sorridendo. Il direttore, solo allora, sembrò accorgersi che anche io ero un uomo. O forse no. Scherzo… forse.

- Oh sì, avete ragione! - disse. — È una valle stupenda, tutti vogliono visitarla quando vanno a Rodi. Vedrà, signor Gianluca, sarà entusiasta.

Aveva dimenticato che i signori erano due.

- Beh Giampy, sarà divertente - disse il mio amico.

- Te ne parlai tanto tempo fa, ricordi? -

-  Ah sì, è vero… -

Il direttore impallidì. Sicuramente pensò che…

- Partite voi due? Cioè… solo voi? O in comitiva? -

- Noi due - risposi, gentile, fissandolo negli occhi. Mi veniva da ridere.

- Capisco… un po’ di riposo dal lavoro. Siete parenti? -

- Sì, cugini di primo grado. - rispose il mio amico, che finalmente aveva capito la situazione. - Però letti separati: lui vive di notte, io no. -

Il direttore tirò un sospiro di sollievo.

- Sì, infatti tra voi c’è una certa somiglianza… (io biondo, lui moro; io occhi azzurri, lui neri; io pelle chiara e lentiggini, lui olivastro… praticamente identici). - Bene, camera doppia affacciata sul mare? -

- Fantastico - dissi.

Poi iniziò la lezione di geografia, quella vera:

- La Valle delle Farfalle, Petaloudes, è un comune della Grecia… -

E giù dati, numeri, descrizioni, ruscelli, fiume Pelecano, miracoli naturali, farfalle come in un film.

Bla bla bla bla bla.

I miei occhi incrociarono quelli della ragazza. Entrambi trattenemmo una risata. Le dissi a labbra mute:

“Il mio amico non è paziente. Se non la smette, il viaggio salta.”

Lei capì al volo. 

Chiuse la telefonata, prese in mano la situazione e in pochi minuti firmammo il contratto. Il direttore, con la memoria piena dei nostri indirizzi, ci salutò cordialmente. 

Pagammo. Finalmente si partiva.

Alla porta, ci accompagnò con un ultimo fiume di parole rivolto quasi solo al mio amico. A me diede una stretta di mano brevissima. A lui una lunga, con ringraziamenti infiniti.

(Ehi, metà della vacanza l’avevo pagata anch’io.)

- Vi aspetto per il prossimo viaggio - disse mentre uscivamo.

In un bar di corso Vittorio Emanuele, davanti a un aperitivo:

- Secondo te ce l’aveva con me? - chiese Gianluca.

 - Ma no dai... Perché dici così? - lo guardavo con un sorriso ambiguo.

- Sembrava volesse rompermi le scatole apposta. La ragazza era più simpatica. -

- Ma no… pensava che viaggiassi solo tu. Hai un’aria distinta, avrà pensato che fossi un ingegnere, un architetto, un professore in vacanza con un parente… e visto quanto ci è costata… -

- Dici? -

- Certo, mica lo faceva per i tuoi bicipiti strepitosi. - risposi, trattenendo una risata.

- L’importante è che abbiamo fatto una bella scelta. E ci ha dato buone opportunità. -

Stavo bevendo quando lui disse:

- Da come si comportava sembrava volesse venire con noi. Mica ce lo troveremo nei letti? -

- Ma noi dai che dici. No penso che... -

- Va là, furbacchiotto. Mi credi ingenuo? Ho visto te e la ragazza che quasi sghignazzavate. Ho sfruttato l’occasione. Senza dare nulla in cambio, abbiamo avuto i vantaggi. -

Rimasi stupito. Di solito sembrava non accorgersi di nulla. E invece…

- In gamba il professore Gianluca Grossi - dissi, e scoppiammo a ridere.

Petaloudes, aspettaci. Arriviamo nel tuo mondo fantastico, pensai uscendo dal bar.

La vacanza fu stupenda, degna della descrizione. E per fortuna… il direttore non lo trovammo nei nostri letti.

"Le scelte finiscono molto spesso come un viaggio in un luogo da favola, tra farfalle e rovine antiche, senza che nessuno tocchi il tuo letto di nascosto"

Giampaolo Daccò Scaglione

 


giovedì 29 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *VIALE DEI TIGLI... UN INCONTRO*

 "Ci sono incontri che lasciano un segno nel cuore, altri restano solo ricordi. A volte si crede di amare qualcuno, spesso manca il coraggio di fare la scelta giusta di non lasciarlo andare."


*VIALE DEI TIGLI... UN INCONTRO*

"Un viale del passato e una figura che ritorna,

la scelta di non averla trattenuta quando il cuore amava"

Milano, primavera. 

Gli alti alberi del grande viale si stanno riempiendo di foglie verdi e di gemme. Un vento fresco sceso dalle vallate lecchesi ha ripulito l’aria, rendendo visibili la Grigna e il Resegone dietro i nuovi, altissimi grattacieli della metropoli.

Milano ha cambiato in fretta il suo volto, lasciandosi alle spalle storie, persone, case, palazzi, strade, parchi, automobili… e il tempo. 

Il bar vicino all’università, un tempo fumoso e pieno di ragazzi in jeans, maglioni e giacche a vento, risonante di risate, discussioni, baci e politica, ora è diventato un elegante pub moderno. 

Gli studenti si mescolano a coppie di anziani e giovani laureati; sparite le chiacchiere a voce alta, le risate a squarciagola, i camerieri con i vassoi di metallo. 

Ora tutto è ordinato: camerieri vestiti di nero servono colazioni e aperitivi su vassoi d’argento, con tazze di porcellana e il conto su un piattino da pagare subito.

È cambiato in meglio o in peggio? Dipende da come si guardano le cose.

E quel giorno Emanuela Ferrari, dottoressa in psichiatria infantile all’Humanitas, in un raro giorno libero, dopo un po’ di shopping nei negozi eleganti, decide di fare una capatina proprio in quel bar. 

Lì, ventenne, veniva con Gemma, Susanna e Laura, insieme alla compagnia di Dodo e Marco, studenti di filosofia. E soprattutto… lì si era innamorata di Alessandro, due anni più grande, al quarto anno di ingegneria.

Si siede nell'angolo che un tempo li vedeva giovani, il solito tavolo vicino alla finestra dove si poteva vedere quel viale alberato stupendo ma con i fusti ancora piccoli al confronto di quelli che stava osservando.

Ora c'è una grande vetrata luminosa che spazia su tutto il viale con le sue auto che frecciano veloci come le biciclette o i monopattini sulle nuove piste ciclabili e nuovi negozi al posto delle vecchie botteghe alimentari.

Il pensiero si è rivolto a lui, a quel ragazzo del suo passato: Alessandro.

Com’era bello Alessandro, con gli occhi color del mare, i capelli lunghi e quel sorriso gentile e la sua voce calda. E com’era bella lei, con i capelli biondi diritti lungo la schiena, la minigonna e il maglione rosa in tinta con il rossetto. 

La loro era stata una storia leggera, durata poco, ma talmente intensa che, pur prendendo strade diverse, non si erano mai davvero dimenticati. Negli anni, nei loro pensieri, erano rimasti i visi e i baci dell’altro.

Emanuela oggi è una donna realizzata: sposata con Giulio, cardiologo, quattro figli — due già laureati, uno sposato — vive nei nuovi quartieri dell’ex Fiera. 

Alessandro, ingegnere, sposato due volte, ora single con tre figli, vive una storia con una signora inglese trapiantata a Milano da vent’anni nella zona nuova ristrutturata del Naviglio Grande. 

Chissà cosa lo ha portato proprio oggi davanti a quel bar dove, da ragazzo, si incontrava con gli amici… e con lei, è stato un istinto? Una nostalgia di un passato lontano o sperava di rivedere lei?

All’improvviso, entrando, si ritrova davanti Emanuela, seduta vicino alla vetrina. 

I due restano sorpresi. Si fissano negli occhi. 

Alessandro ordina qualcosa in fretta e si siede di fronte a lei, senza dire nulla. Le prende la mano destra - che sente tremare - e vi posa un leggero bacio. Sorridono entrambi. Il mondo scompare.

"Ciao Alessandro, che sorpresa… come va?"

"Bene. E tu? Una sorpresa anche per me."

"È passato tanto tempo, ma davvero… non sei cambiato. Sei sempre tu, con quel ciuffo ribelle e gli occhi di mare."

La voce di lei tradisce emozione e imbarazzo. 

Ora anche lui ha le mani che tremano. Il cuore batte forte, ma riesce a controllarsi. Lei si tocca un orecchino, arrossendo un poco.

"Emanuela… dopo l’università, e le poche volte in cui ci siamo rivisti, come mai non ti ho più vista da queste parti?"

"Io e mio marito ci eravamo trasferiti a Torino per qualche anno. Poi siamo tornati a Milano. Lavoriamo insieme all’Humanitas."

"Senti… spero tu non abbia fretta. Mi piacerebbe parlare, se vuoi, di tante cose. Sei sempre bellissima."

Nella voce di Alessandro c’è ancora l’emozione di quel giorno di nebbia, a fine novembre, quando lei gli disse di sì. 

I loro occhi, mentre parlano, osservano il paesaggio fuori: il grande viale alberato, come allora. Non c’è più l’autobus che si fermava dall’altro lato della strada.

Lei lo guarda. Ricorda di cosa parlavano? Sì: di politica - era inevitabile allora - degli amici, delle scorribande nelle aule dell’università per protestare… per cosa? Non lo ricorda più.

Emanuela gli sorride, arrossendo sotto il trucco perfetto. Cosa starà pensando Alessandro mentre la fissa così?

Alessandro, tenendole di nuovo la mano, pensa a quel viale frondoso, alle loro passeggiate, alle risate, ai baci… 

Al loro amore, finito in una mattina di tarda primavera, quando lui sarebbe dovuto partire con i suoi per gli Stati Uniti. 

Finito quell’incanto, almeno in apparenza. Avrebbe voluto baciarla prima di salire in auto e allontanarsi per sempre, ma gli mancò il coraggio. O forse… non era amore. O forse sì.

"Ricordi che volevo fare la biologa? E tu mi avevi convinto a entrare in psichiatria infantile? Avevi ragione. Mi conoscevi bene. E ora sì, posso dire di essere una donna felice. Tu invece, che ti sentivi poeta nel cuore ma matematico nella mente, mi avevi scritto solo una dolce poesia d’amore."

I minuti sono passati veloci e lui ha voluto offrire ad Emanuela i loro caffè, la donna gli da un abbraccio leggero uscendo insieme da quel locale che un tempo li vide giovani e bellissimi. 

Ora lei è già lontana, dall’altro lato del marciapiede. Alessandro la osserva camminare verso il centro. 

Quando erano usciti, le aveva baciato ancora la mano, ma non era quello che avrebbe voluto fare. Avrebbe voluto assaporare di nuovo le sue labbra. Qualcosa lo aveva trattenuto.

Con una scusa Emanuela aveva tolto la sua mano tradendo negli occhi qualcosa di nostalgico che non era sfuggito ad Alessandro, forse lo stesso pensiero.

Aveva visto negli occhi di lei, lo stesso sguardo di quando l’aveva lasciata, anni fa, salendo sull’auto del padre. Gli era mancato il coraggio allora. Gli è mancato anche oggi.

Forse non era amore. Neanche ora. Forse.

"Grande strada alberata di città, dove l'autobus si fermava poco più in là. Ora non resta che un viale frondoso e moderno e gli occhi di lei nella mente."

Giampaolo Daccò Scaglione

 

martedì 27 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *CRISTALLO DI GHIACCIO*

 "Inverni lunghi e oscuri, Milano a volte è fredda, nebbiosa, ma quando scende la neve, nelle ombre della sera si può trovare in un fiocco di neve una stella di cristallo. E' quello il momento che si illumina un nuovo percorso della vita di chi lo ha preso tra le mani."


*CRISTALLO DI GHIACCIO*

"Una piccola luce illumina la nuova strada da percorrere
 senza paura, sapendo che non tutto sarà come prima."

- Ora che farai? -

Aveva detto preoccupata Greta a Livia, davanti alla fermata dell’autobus, mentre la neve scendeva copiosa. 

Negli occhi dell’amica vedeva un dolore indicibile, quello di chi si è già rassegnata all’inevitabile.

- Torno a casa. Cosa posso fare ancora? Tutto finisce così, in questo modo squallido, e con la mia stupida ingenuità. -

Greta la guardava salire sul pullman, asciugandosi le lacrime, in quell’ultima giornata dell’anno in cui tutti si preparavano a festeggiare il Capodanno con cene e feste.

Livia era lì dalle nove del mattino. Morgan avrebbe dovuto portarla in montagna per la settimana bianca, dal 31 dicembre all’Epifania.

Gliel’aveva promesso da tempo. 

Così Livia, fatta la valigia, aveva preso il primo autobus dall’hinterland e non vedeva l’ora di partire con quell’uomo di cui si era innamorata e che le aveva fatto tante promesse.

Alle nove era in piazzale Lodi. Morgan sarebbe dovuto arrivare verso le dieci. Livia aveva aspettato nel bar all’angolo, cappuccino caldo e speranza nel cuore. Le dieci erano arrivate in un attimo.

Poi si era messa nel punto dell’appuntamento, chiamando qualche amica per i saluti. Era felice, emozionata, pronta a partire con chi - forse - l'avrebbe amata per tutta la vita.

Ma il tempo passava. Il cellulare di Morgan non rispondeva. Né ai messaggi, né alle chiamate. E dentro Livia era nata la paura che fosse successo qualcosa.

Aveva chiamato Greta, che gli aveva promesso di raggiungerla se Morgan non si fosse presentato.

Greta, lavorando in un ospedale famoso, aveva persino chiesto se qualcuno con quel nome fosse stato ricoverato. Niente. E quella notte avrebbe avuto il turno dopo cena, con i parenti a casa: non poteva ospitare Livia.

Intanto era arrivato mezzogiorno. Poi l’una. E aveva iniziato a nevicare.

Greta era arrivata in dieci minuti. Dopo aver lasciato un messaggio al cellulare di Morgan, le due ragazze si erano rifugiate di nuovo nel bar. Due panini, una bibita, un caffè. Le tre del pomeriggio. Il bar chiudeva: era San Silvestro.

Uscite, camminavano infreddolite, nonostante giacche imbottite, sciarpe e cappelli. Lucia continuava a controllare l’orologio e il telefono, con un viso pallido e triste.

Greta pensava: "È evidente che quel bastardo pieno di balle sta prendendo in giro ila mia più cara amica." Morgan non le era mai piaciuto: troppo curato, troppo gentile, troppo sfuggente.

- Mi dispiace averti rovinato la giornata, Greta. Non ho avuto il coraggio di tornare a casa, anche se penso che mi stia tirando un bidone. Avevo bisogno di averti vicina. -

- Non lascio mai una persona in panne, soprattutto la mia più cara amica. Marco è tranquillo a casa, sa che sono con te. Livia, te l’ho sempre detto: Morgan ha qualcosa di ambiguo… qualcosa che sfugge. -

Livia annuiva, sconfitta, con una delusione che le strappava il cuore.

- Senti, Livia, sono quasi le cinque. Fa buio e non smette di nevicare. Torna a casa. Ti accompagno alla fermata. Domani sera vengo da te con Marco e ne parliamo. Sempre che Morgan non si presenti… anche se ho i miei dubbi. -

Avevano raggiunto la piazza degli autobus.

- L’ultimo parte alle diciotto e trenta, Greta. Penso che… -

Non finì la frase. Un ragazzo in moto si avvicinò lentamente. Non ebbero paura: c’erano molte persone sotto la pensilina.
Il giovane, casco e passamontagna, si fermò davanti a loro. Si scoprì il volto.

- Chi di voi è Livia? -

- Sono io. Tu chi sei? -

- Questo è da parte di Morgan. Mi aveva detto che probabilmente ti avrei trovata qui nel primo pomeriggio. Sono ore che aspetto. Ti aveva descritto, ma con cappello e sciarpa non ti riconoscevo. Ecco la busta. Ciao. -

Ripartì subito, scomparendo nella neve.

Livia rigirava la busta tra le mani. Greta, in silenzio, aveva un brutto presentimento.

- Non la apri? -

- Sì… scusa. È che sono sorpresa. Uno che ti aspetta per ore come un messaggero… e ti consegna una busta da parte di chi avrebbe dovuto essere con te, felice, in montagna… non è un bel segno. -

La voce le tremava.

- Dai, aprila. Hai mezz’ora prima dell’autobus. Io vado a fare il biglietto. -

Le mani tremanti aprirono la lettera. Livia faticava a leggere. Le lacrime scendevano.

Quando Greta tornò, Livia le porse il foglio senza parlare. Greta lesse. Sbiancò. Dentro di lei: parolacce, rabbia, tristezza. L’autobus arrivò. Livia, valigia in mano, era disfatta.

Greta l’accompagnò fino alla porta del mezzo. Prima che salisse, le prese il braccio.

- Ora che farai? -

Livia non rispose. Salì. L’autobus partì nella neve.

Greta la guardò andare via sollevata, almeno che fosse al caldo, diretta a casa. Le avrebbe telefonato appena possibile.

In metropolitana, Greta rilesse la lettera che la sua amica le aveva lasciato. Si chiedeva come potesse essere così cattiva la gente. Livia non meritava tutto questo.

La lettera diceva:

“Livia, mi dispiace deluderti ma non posso mantenere la promessa che ti ho fatto ieri, né le altre dei mesi scorsi. Sarei bugiardo come lo sono stato finora. Non sono un tipo da relazione seria con una ragazza come te. Sono come una farfalla che vola di fiore in fiore, e attorno a me ce ne sono tanti di bei fiori. Tu sei stata uno dei più belli ed anche se non ti sei seccata subito come gli altri, è perché avevi una piccola marcia in più, ma non è bastato. Abbi cura di te. Non ti chiedo di perdonarmi, ma di capirmi. M.”

- Bastardo! Maledetto Bastardo!- sussurrò Greta.

Un frammento di ghiaccio cadde da un cornicione, davanti ai suoi piedi. Lo raccolse: un cristallo che si scioglieva lentamente tra le dita. Pensò a Livia, che ormai doveva essere arrivata a casa.

Livia guardava fuori dalla finestra della sua camera. Buio. Neve. Cristalli di ghiaccio sul davanzale, attorno ai ferma vasi di rame.

Capì che la sua storia con Morgan era come quei cristalli: si era sciolta non appena qualcosa diventava profondo, concreto. E lui — Morgan — si era sciolto via, scappando come un ladro.

Chiuse le tende. Il telefono suonò. Seduta sul letto, rispose.

L’ombra che avvolge questa storia si apre sotto il freddo della sera:

“Chi ti fa soffrire una volta, può riprovarci. Chi ha imparato a volare, non torna più sul fiore sbagliato.”


Giampaolo Daccò Scaglione

domenica 25 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *CITTA' DI NEVE*

"MILANO d'inverno con la neve ha un fascino particolare, come se appartenesse ad una fiaba nordica, anche se a volte nasconde sotto il candido manto, SCELTE difficili, dove le vite possono cambiare in un battito d'ali sotto i fiocchi di neve che scendono dal cielo come piccole stelle di un addio."


*CITTA' DI NEVE*

Milano, 28 dicembre di qualche anno fa.

*Mio Dio, come nevica. Se continua così, riusciremo a tornare a casa?*

Questo pensavo mentre guardavo dalla vetrina della pasticceria dove Francesco ed io ci eravamo rifugiati, appena il camion del trasloco era ripartito verso la casa dei miei, dove sarei tornato a vivere dopo un anno di matrimonio andato a catafascio.

 - E ora che farai? - mi aveva chiesto Francesco, addentando una fetta di panettone davanti al suo tè profumato.

- Tornerò dai miei, che stanno divorziando pure loro. Riprenderò il mio solito autobus e tornerò a lavorare come sempre, alzandomi alle sei del mattino, invece che farmi trecento metri a piedi come ho fatto in questi quasi due anni con Ronnie - gli avevo risposto, addentando uno dei cinque pasticcini davanti a un cappuccino bollente.

Il cameriere, un nostro amico comune, era passato vicino a noi. Due chiacchiere sul Natale appena trascorso, poi era tornato ai suoi clienti.

- Io intendevo… come affronterai tutto questo. -

- Fra… come vuoi che lo affronti? È tutto finito. Non posso competere per riavere una persona che da mesi mi tradiva con l’ex, quello che è su tutti i giornali come uno dei modelli più famosi, e che ogni tanto me lo ritrovavo negli uffici della casa di moda dove lavoro. -

- Lo so, hai ragione, ma pensi che… -

- Non penso nulla. Vedo solo questa neve che scende, che copre la città, che copre il mio cuore. E non lo fa con i ricordi, soprattutto dopo essere rientrato in anticipo e averli trovati a letto. Una scena da romanzo squallido o da fotoromanzo, ma senza il lieto fine. -

- Hai ragione, Giulio. Ho detto una cretinata. Ma fossi stato al tuo posto li avrei assaliti e spaccato la faccia a tutti e due… Hai avuto sangue freddo. Non so come hai fatto a non uccidere qualcuno - disse Francesco sorseggiando il suo tè. E a me venne da ridere.

Mi rivedo come una furia scagliare la lampada del letto sulla testa di quel biondo svedese famoso. Le urla di entrambi, nudi, mentre prendevo il bastone dell’armadio rincorrendoli. 

Un colpo alla schiena, uno alle gambe - non so di chi. Mi viene da ridere pensando a loro rifugiati in soggiorno, chiusi dietro la porta finestra. L’avevo fracassata lanciando contro il portaombrelli, mentre urlavano: "Aiuto, assassino, non farlo, sei impazzito."

Mi ero fermato quando l’altro si era chiuso in bagno a rivestirsi. 

Ronnie era davanti a me, blaterava parole che non sentivo. Aveva paura, e la mia faccia doveva farne parecchia. Avevo appoggiato il portaombrelli, mi ero avvicinato e gli avevo mollato due ceffoni forti, su quel viso che amavo e che in quel momento odiavo. 

Quelli avevano messo fine alla mia furia.

Sono andato in camera, ho aperto tre valigie e due borse. Sentivo l’altro che, parlando inglese, scappava fuori spaventatissimo. Ronnie era davanti alla porta, il viso arrossato e una ferita alla fronte. 

Blaterava in tedesco. Gli avevo risposto con una parolaccia, sempre in tedesco. Mi disse che dovevamo parlarne, che non eravamo dei selvaggi. Credo di avergli risposto che io non ero un cervo maschio a primavera.

Chiusa la seconda valigia, mi ero girato e avevo fatto un cenno di sì. Confesso che il desiderio di far volare quella persona ignobile dal settimo piano era grande, ma… Mi fermai e con uno spintone lo spostai e corsi fuori da quell'appartamento bellissimo nel centro della città.

Ronnie cercava di vestirsi saltellando sul pavimento urlando "Aspetta! Dove vai con tutta questa neve... Du sturer Italiener, komm verdammt nochmal zurück!"

Ed eccomi qui, con uno dei miei migliori amici, in una pasticceria famosa del centro, ingozzandoci di dolci per dimenticare o ricordare o parlare di una storia che sembrava importante, ma forse non lo era. 

Nove mesi di fidanzamento, un anno di matrimonio firmato ad Amsterdam, finito con altre due firme su fogli in tedesco e italiano, e un saluto freddo a due settimane da Natale mentre Milano festeggiava Sant’Ambrogio.

- Giulio, forse è meglio tornare a casa. Le strade si stanno riempiendo di neve. Dai, ci vediamo domani. -

- Grazie Fra. Sei davvero un amico. Ne ho bisogno. Mia madre mi tormenta, non vuole vedermi soffrire. Gli altri amici vogliono portarmi in giro a conoscere gente nuova, e io vorrei solo stare a casa a guardare questa città di neve, al caldo, a pensare. A metabolizzare tutto. Anche la distruzione di mezzo appartamento. -

- Ti capisco. Però a Capodanno vieni con me e un paio di amici. Almeno quello me lo devi. -

Avevo sorriso mentre lui andava a pagare. Io ero già uscito: la neve aveva quasi smesso, ma era tanta. Le luci delle auto, lo sferragliare dei tram pieni di fiocchi… Era uno spettacolo magico. L’avevo chiamata *città di neve.* Mi piaceva.

L’auto lasciava il centro. Presto sarei tornato a casa, dove la situazione non era delle migliori e un altro divorzio stava arrivando. Ma almeno sarei stato con mamma e Roberta.

- Senti, non volevo chiedertelo… ma pensi che i tuoi avranno la calma che hai avuto tu? Non ci saranno litigi o ripicche? Tu sei maggiorenne, Roberta no… -

Ero scoppiato a ridere, fino alle lacrime, pensando a ciò che avevo combinato nel mio ex appartamento. Lui mi guardava come se fossi impazzito.

- Ma che ridi? Sei fuori? È una cosa seria. -

E io ridevo ancora di più. Anche lui iniziò a ridere, vedendomi così.

- No, i miei faranno come fanno tutti i futuri divorziati: litigheranno per il mantenimento, per la divisione delle cose, per la tomba di famiglia, per la gestione dei figli… La solita routine. L’avvocato darà di più a mamma, papà dovrà pagare, e non lo farà volentieri. Normale amministrazione. -

- Se lo dici tu… mia madre spaccherebbe tutto, lancerebbe persino le lampade addosso a papà o alla sua amante. -

E scoppiammo a ridere di nuovo, mentre la tangenziale si apriva davanti a noi e la città di neve restava alle nostre spalle.

Tutto, col tempo, sarebbe ricominciato da capo.

 ❄️ Nella Milano di neve un pensiero:

“A volte la neve copre ciò che fa male, ma non spegne ciò che deve rinascere.”

Giampaolo Daccò Scaglione

venerdì 23 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *PRIGIONE D'ASFALTO E CEMENTO*

 "Non è una storia qualunque, ne una storia che non esisterà mai. E' invece, una realtà di tutti i giorni, una realtà fatta da decenni passati e decenni a venire, dove non c'è spazio per la pietà, per l'amore, per la comprensione, per definirsi esseri umani o meglio persone. Eppure si spera ancora che qualcosa o qualcuno possa far cambiare tutto, soprattutto nell'anima delle persone."



- A Luca con la speranza che la scelta fatta della tua vita ora,
abbia un avuto un percorso migliore in questa Milano -

(Luca è un nome fittizio di un ragazzo che esiste davvero, 

ho dovuto cambiare alcune cose, altrimenti sarebbe troppo evidente.)


*PRIGIONE D'ASFALTO E CEMENTO*

MILANO, QUARTIERE GRATOSOGLIO

Uno dei posti meno accoglienti d’Europa, finito sui giornali e nella cronaca per eventi tragici. Tanto cemento e poco verde, una periferia quasi abbandonata a se stessa, in una metropoli che con sobborghi e hinterland ormai ha più di dieci milioni milioni di anime. E loro, gli abitanti di questo quartiere difficile, dove esistono realtà complesse e dove spesso la violenza è regina incontrastata, vivono questa realtà.

MILANO CENTRO

Luca si presenta al lavoro quella mattina pieno di lividi e tagli. I datori di lavoro sanno già cosa potrebbe essere successo.

Litigi in famiglia. Genitori assenti: un padre avanti e indietro dalla prigione, una madre succube di molti figli, di cui solo uno è riuscito a fuggire e a costruirsi una vita decente, pagandola con l’isolamento dal branco perché “diverso”.

Luca: tatuaggi, testa rasata con cuciture evidenti da tagli profondi, occhi tristi, sorriso malinconico e rabbia. Tanta rabbia dentro.

Luca che vorrebbe spaccare tutto, picchiare qualcuno, rompere le cose belle degli altri — quelle che lui non ha mai avuto. 

Luca che è stato in riformatorio e, appena uscito, Mary, giovane ragazza dal cuore pieno d’amore, ha cercato in tutti i modi di portarlo via da quella miseria. 

Hanno vissuto insieme per qualche mese, ma poi la natura selvaggia di lui ha ripreso il sopravvento.

Ora Luca è di nuovo solo, in quel quartiere difficile, in una casa disordinata e piena di problemi, al dodicesimo piano, spesso con l’ascensore rotto. 

Solo, alle prese con un fratello tossicodipendente e un altro violento: quello che la sera prima lo aveva picchiato selvaggiamente per un torto — non aver portato fuori il cane. E quella mattina si è presentato al lavoro con il volto tumefatto.

Luca, corpo esile e muscoli d’acciaio. Luca che passa ore, la sera, nella sua cantina attrezzata a palestra, ad allenarsi per togliere dal cuore e dalla mente quell’odio che lo tormenta da sempre.

Ho passato la mia vita in strada. Da piccolo mia madre ci lasciava nei giardinetti sotto casa e spesso venivo picchiato dai grandi. Vedi? Questo taglio me l’ha fatto mio cugino: avevo una maglietta fica e la voleva lui. Questo buco in testa me l’ha fatto mio fratello: era ubriaco e aveva cercato di picchiare mia madre. Io volevo solo difenderla e sono finito cinque giorni in ospedale… Ma chi se ne frega. Io sono buono, anche se mi fanno arrabbiare spesso e ci litigo… Allora sì che mi trovano.”

Fa tenerezza Luca, nonostante la sua rabbia, la sua violenza. Nei suoi occhi leggi il desiderio di essere amato, di avere qualcuno che lo aiuti, che gli dia un’opportunità per uscire dalla prigione d’asfalto e cemento in cui vive.

Luca, che dovrebbe essere lui il primo ad aiutarsi, ma dentro ha un cuore d’oro racchiuso da una gabbia d’acciaio. E nella sua giovane vita ha visto troppe cose terribili per poter, forse, avere davvero un’occasione di riscatto, nonostante i buoni consigli e l’aiuto dei suoi principali.

“Ero seduto sul marciapiede, un pomeriggio d’estate di qualche anno fa. Avevo sedici anni e una macchina si è fermata vicino. C’era uno sui quaranta che mi sorrideva e un momento dopo mi ha fatto vedere cento euro. Voleva che andassi con lui in un posto nascosto… Sai, quei finocchi… scusa, volevo dire gay… che ti danno i soldi per un lavoretto fatto bene, magari sono sposati e a casa hanno la moglie. Ecco, quello. Al momento, guardando il centone, ca…o, ci sarei andato. Poi mi è venuta una rabbia che gli ho tirato un sasso nel finestrino. Dovevi vedere come si è spaventato ed è partito sgommando. Gli avevo urlato che avevo sedici anni… Pedofilo di m…”

Rabbrividisco mentre ascolto il suo sfogo. Con la mente vedo un ragazzino in jeans e maglietta, seduto sul cemento, e quel viscido che gli si ferma accanto. Poi vedo la sua casa, la sua famiglia di otto persone, e lui, pieno di rabbia, nella cantina a sfogarsi contro un sacco da boxe.

Luca ora si stacca da me: sta arrivando un cliente e deve lavorare. Mi saluta. Luca dagli occhi tristi e dal sorriso amaro, nonostante voglia sembrare divertente e allegro.

“Ho visto quel quartiere. Non sono mai entrato, ma non è l’unico a nascondere vite come quelle di Luca. Vite che, se avessero avuto un’altra famiglia, un’altra zona, o un sostegno da persone competenti, sarebbero ora uomini e donne con un destino diverso. Forse migliore.”

Gratosoglio, Quarto Oggiaro, Ponte Lambro e tanti altri rioni e città satelliti: prigioni d’asfalto e cemento che racchiudono vite difficili e, a volte, senza speranza.

Giampaolo Daccò Scaglione

 

mercoledì 21 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *IN QUELLA STRADA DI CITTA'*

“In una città che corre, ci sono incontri 

che fermano il tempo tra le ombre della sera"


*IN QUELLA STRADA DI CITTA'*

- D'improvviso la scelta di non stare nelle ombre della sera -

Lei era uscita da quella casa dove un tempo l’avevano vista felice, dove viveva con l’uomo che amava e che aveva sposato pochi anni prima. 

I loro due bambini erano in vacanza al mare dai nonni, per trascorrere l’autunno in un luogo tiepido e soleggiato, mentre Milano era immersa in una pioggia grigia e senza colore.

Non essendoci loro, non avrebbe dovuto rispondere a domande come: “Mamma, dove vai? Possiamo venire anche noi?” E non avrebbe dovuto inventare una bugia guardando i loro occhi vispi e delusi.

Era uscita dopo aver ascoltato per caso quella telefonata: suo marito e l’altra. Quella di cui non sapeva nulla, ma che da mesi scaldava i pomeriggi — e a volte le sere — di quell’uomo che ora le sembrava un estraneo. Lui parlava di impegni di lavoro, di colleghi, di progetti urgenti.

"Stupida. Stupida. stupida."

Come aveva potuto credergli? Come aveva fatto a essere così ingenua?

La nebbiolina umida scendeva su di lei, sul suo impermeabile chiaro, mentre si osservava nelle vetrine dei negozi in quella strada di città. 

Vedeva il suo volto triste, i lunghi capelli biondi che la facevano sembrare più giovane dei suoi ventotto anni. 

Sentiva le lacrime scendere lente sul viso. Che cosa avrebbe fatto ora? Perché aveva lasciato quel biglietto in cucina: “Esco per delle commissioni, torno presto”?

"Torno presto?" Non avrebbe dovuto tornare mai più in quella casa. Avrebbe dovuto prendere il primo treno e raggiungere i suoi cari. 

Questo pensava mentre, istintivamente, entrava in quel bar pasticceria di fronte a un palazzo importante. Si sedette in un angolo e ordinò un tè bollente: per scaldare se stessa, per scaldare la sua anima più che il corpo infreddolito.

Lui era uscito dal tribunale quel tardo pomeriggio. La sentenza era definitiva: avrebbe visto suo figlio solo tre giorni al mese. 

Lei — l’ex moglie, avida di denaro e di tutto ciò che lui possedeva — aveva colto l’occasione perfetta. 

Una debolezza, una sera, un rifugio tra le braccia di una collega anche lei in crisi. Lui, per onestà, aveva confessato. E lei aveva usato quella confessione come un’arma.

La freddezza dell’ex moglie l’aveva ferito per anni, ma lui l’aveva scambiata per carattere difficile. 

Invece lei aveva fatto bene i conti: casa, figlio, mantenimento sostanzioso. Tutto suo. Incurante degli occhi tristi del bambino di dieci anni che avrebbe voluto abbracciare suo padre.

Lui aveva guardato suo figlio con gli occhi lucidi dopo quella condanna immeritata. Lo avrebbe rivisto tra due settimane, con la presenza scomoda di un’assistente sociale.

Uscito da quelle aule austere, aveva telefonato ai suoi genitori. Li aveva sentiti disperarsi, ma ormai il destino aveva tessuto la sua tela.

Si ritrovò in quella via sotto una nebbiolina umida. Tirò su il bavero della giacca ed entrò in quel bar pasticceria quasi di fronte al tribunale. 

Si sedette vicino a una donna bionda dagli occhi tristi che sorseggiava, piangendo, una bevanda calda.

La sera era scesa. L’asfalto lucido rifletteva le insegne dei negozi. La città sembrava un formicaio: persone che correvano verso casa, tram che sferragliavano, auto che sfrecciavano.

Lui e lei uscirono insieme dopo aver scambiato qualche frase. Si erano guardati negli occhi, e in quello sguardo avevano visto se stessi. 

Non sapevano perché avevano deciso di camminare lungo quel viale alberato, dove nessuno li conosceva. Parlavano, raccontavano, si confidavano.

Lei si accorse che lui l’aveva accompagnata quasi fin sotto casa. Era un bell’uomo, dagli occhi azzurri e sinceri, dal sorriso caldo e buono. Le aveva fatto battere il cuore mentre le porgeva la mano per salutarla.

Lui la guardava intensamente, provando una tenerezza incredibile per quel volto dolce e limpido. Le strinse la mano e si allontanò, per soffocare la voglia di baciarla.

Poi si fermò. Si voltò. Corse verso di lei. La raggiunse mentre lei camminava piano, poco più avanti.

La chiamò quasi urlando. Lei si voltò di scatto. 

Lui le mise nelle mani il suo numero di telefono e le baciò il dorso della mano come un cavaliere antico. 

Lei arrossì, sorrise, e per la prima volta da ore si sentì sicura. Lo avrebbe chiamato. E poi il destino avrebbe deciso.

Le campane di una chiesa vicina annunciarono l’inizio della messa. La statua sul campanile sembrava osservare le due figure che si allontanavano, mentre una leggera foschia scendeva su quella via di città.

“Due cuori feriti possono riconoscersi prima ancora di capirsi.”

Giampaolo Daccò Scaglione


lunedì 19 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *SOTTO LA PIOGGIA... FINE DI UN AMORE*

"Camminare tra le OMBRE di questa città seppur grande, potrebbe farci incontrare ancora una volta in qualche nostra via o luogo, con qualcun altro al nostro fianco. MILANO così, potrebbe ferire il nostro cuore e saranno difficili le SCELTE per non vedersi più."


*SOTTO LA PIOGGIA... FINE DI UN AMORE*

Milano, Dicembre 1978.

La pioggia battente, scendeva come cascate attorno a noi fermi in auto, in un parcheggio di fianco a dei giardini, passanti velocemente allungavano il passo verso una fermata della metropolitana poco più avanti. 

Osservavo le luci abbaglianti delle auto che sfrecciavano accanto a noi, le ruote spruzzavano acqua sporca dalla strada sui marciapiedi a fianco. 

Ascoltavo una canzone alla radio "Prendila così" di Lucio Battisti, sembrava che le parole della canzone stessero raccontando quello che stavamo vivendo in quel momento. 

Davanti a noi un'altra vettura e dentro una coppia. 

Eravamo fermi dietro a questa ed aspettavamo Luigi che si trovava su quell'auto insieme ad una figura dai capelli lunghi e biondi, la macchina della donna con cui usciva già da un paio di anni. 

Quella sera, dopo travagliati giorni di discussioni, avevano deciso di lasciarsi mentre, ironia della sorte, nella nostra macchina attendavamo che lui ci raggiungesse, dalla radio irruppe questa canzone: stessa storia, stesse parole, il loro amore. 

Gli altri due amici seduti dietro, stavano parlando di sport mentre io guardavo quelle teste nell'auto davanti che si muovevano e mani che gesticolavano, probabilmente discutevano sulla decisione di porre fine alla loro storia. 

Un colpo di clacson di un autobus che passava a fianco, mi aveva quasi fatto spaventare ed in quell'attimo Luigi era sceso dall'altra macchina quasi sbattendo la portiera e velocemente era entrato nella sua mettendosi al posto di guida. 

Fradicio ed arrabbiato, le gocce d'acqua scendevano sul volto ma forse erano lacrime. 

Noi tre ci eravamo subito zittiti, aspettavamo una sua parola, ne i due dietro ne io volevamo iniziare qualcosa che forse poteva dargli fastidio. 

L' altra macchina in pochi secondi era scomparsa con una sgommata rabbiosa, dietro ad una via laterale, guardavo il viso di Luigi era pallido e tirato, il silenzio caduto tra di noi era quasi imbarazzante. 

"E' finita davvero questa volta." aveva detto guardando la pioggia battente che cadeva sul vetro.

Lo avevo osservato con la coda degli occhi, i suoi erano lucidi di pianto, la sua voce era roca, spezzata dal dolore e non convinta di ciò che stava dicendo a noi. 

"Penso proprio che non poteva andare avanti così ancora per molto... Troppe differenze...". 

"Già..." gli risposi poco convinto anche io. 

Ventitré anni lui e trentotto lei con due figli adolescenti. Ovvio che non poteva durare. 

Aveva messo in moto la sua auto, mi aspettavo un gesto rabbioso ed invece con attenzione era uscito dal parcheggio e piano aveva guidato l'auto fino alle vie periferiche della città. 

Mentre eravamo quasi vicino all'autostrada, immersi nelle luci arancioni e fioche dall'umidità che saliva dall'asfalto, la pioggia aveva quasi smesso di cadere dal cielo solo Luigi ed io eravamo rimasti in silenzio. 

Marco e Massimo dietro di noi, avevano iniziato a parlare fittamente e sottovoce nuovamente di sport non appena avevamo lasciato alle spalle Piazzale Corvetto. 

Luigi pur attento alla strada sembrava assorto e pallido, col viso teso ed immerso nel suo dolore, nei suoi pensieri, cercavo di immaginare cosa si erano detti in auto. 

Lui con gli occhi lucidi ed il volto da adulto nonostante l'età e lei, bellissima, bionda, occhi verdi con una luce decisa e ferma nello sguardo e la voce che cercava di essere più fredda possibile.

Ero sicuro che lei avesse trovato tutte le scuse plausibili, concrete e determinate per date un taglio a quella storia sbagliata, mentre lui con voce meno decisa avrebbe detto ogni cosa pur di riaverla al suo fianco.

Guardavo i rigagnoli umidi scendere dal finestrino di lato, intanto una nebbiolina stava salendo sempre di più attorno a noi nel buio dell'autostrada mentre la mia mente ripensava alla sua storia che, in un certo senso, avevo vissuta fin dall'inizio, quando con Luigi eravamo entrati in quella galleria d'arte del centro di Milano ed avevamo conosciuto lei e una sua amica pittrice, mentre commentavano un'opera di un artista famoso. 

Era iniziata poi una storia, una storia così uguale a tante altre destinate a finire non per mancanza d'amore ma, quasi sempre, per non rischiare di rompere quell'equilibrio ipocrita che gli altri pretendono da noi oppure per vigliaccheria e paura di dare una svolta alla propria vita cercando un'altra felicità. 

Ma anche per un senso del dovere inutile e dannoso e peggio ancora, perché i troppi anni di diversità avrebbero causato malelingue e dita puntate contro e questo non era una cosa bella vista dagli altri. 

Ma che importa il giudizio degli altri? 

Prendersi una responsabilità così grande ci vuole coraggio a costo di perdere i propri figli, il rispetto dei genitori e parenti, a costo di trovarsi soli ed affrontare ogni conseguenza, ma per amore si dovrebbe fare. 

Ma quanti ne hanno il coraggio? 

Non importa quanto si potrà soffrire ma non si deve "farlo", soprattutto per gli altri. 

Che tristezza infinita. 

La nostra auto uscendo dal casello dell'autostrada si era immersa nella campagna nebbiosa tra le luci bianche delle vetture che ci venivano incontro e dei lampioni quasi trasformati come alti e grigiastri fantasmi dalla bruma e dal buio. 

Luigi con i suoi pensieri pieni di dolore ed amore, era deciso a cambiare pagina mentre pensava ancora a lei, lei che in questo momento poteva essere a casa sua ripensando ad una felicità che non era più sua.

“Non sempre un amore finisce: a volte si arrende. E il dolore più grande è capire che sarebbe bastato un po’ più di coraggio.”

Giampaolo Daccò.

 

sabato 17 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *MATISSE, GAUGUIN, MONET*

 "A volte la vita di pone delle scelte ma quel giorno a Milano, la città ha *scelto* una storia vissuta da tre amici che potrebbe sembrare una comica di Stanlio e Ollio, o di Jerry Lewis e Dean Martin, ma - giuro - è tutto vero."



*MATISSE, GAUGUIN, MONET*

"L'arte non è una scelta ma può essere bellezza, armonia ed anche comicità"


Estate 1979, Milano.

Una mostra imperdibile di grandi maestri della pittura, la fine del Liceo Artistico, la voglia di dimostrare ciò che avevamo imparato. Un giugno soleggiato, caldo, profumato di fiori ai balconi, e migliaia di persone che affollavano il centro della metropoli.

E poi c’eravamo noi: Giambattista, Giampaolo e Giampietro. Tutto vero. E, per favore, non ridete: uno coi capelli rossi, uno biondo e uno scurissimo. E tutti con la M al posto della N nel nome.

Sì, ci prendevano in giro spesso. Quando entravamo a scuola o giravamo per la città, si sentivano risatine e le solite frasi:

“Oh guarda, passa la pubblicità di United Colors of Benetton!” 

“Moschino ha liberato i suoi modelli!”

E, onestamente, Giampietro ci metteva del suo: bravissimo pittore, ma incapace di abbinare i colori dei vestiti. Con lui era sempre Carnevale, in qualsiasi mese dell’anno.

In quei giorni a Milano c’era una grande mostra dedicata ai pittori stranieri. Avevamo fatto il diavolo a quattro per andarci, e quel sabato mattina eravamo già davanti al portone del palazzo dell’esposizione.

Eravamo eccitati, felici, emozionati. E anche osservati.

Gli occhi della gente cadevano sulla maglietta rosso-verde-gialla di Giampietro, sui miei capelli biondi lunghi fino alle spalle, sugli orecchini di ematite di Giambattista che risaltavano sul rosso fuoco dei suoi capelli.

Dietro di noi, le solite ragazzine sceme:

 “Hanno aperto le gabbie.” 

“Il circo Orfei è arrivato in città.” 

“Ma i loro genitori li fanno uscire così?”

 “Cos’è, la fiera di Sinigallia?”

Finché una voce squillante ci raggiunse alle spalle.

“Oh, c’è la pubblicità di U.C. of B.!”

Era la professoressa Mafessoni. Ci abbracciò ridendo.

“I miei studenti più bizzarri! Mi spiace che non sarete più nella mia classe…” 

E giù venti minuti di bla bla bla.

Finalmente entrammo nei saloni della mostra. Dipinti incredibili, colori che sembravano respirare, emozioni che ci esplodevano negli occhi.

Ognuno di noi aveva il suo preferito: Giambattista amava Matisse, Giampietro adorava Gauguin, io oscillavo tra Monet, Rubens e Klimt.

Dopo due ore di ohhh, ahhh, wow, mamma mia, uscimmo accaldati e affamati. Ci rifugiammo in una paninoteca vicino al Duomo, seduti all’aperto tra vasi di fiori e turisti.

“No senti Giampy, Matisse ha quel qualcosa… sembra quasi…

“Un cartone animato!” rise Giampietro. 

“Vuoi mettere Gauguin? Mari lontani, palme, colori…”

“Sì, e scimmie che ti tirano banane in testa!” sbottò Giambattista.

“Perché banane e non noci di cocco?” 

“Troppo molli per la tua testa, carotina!”

Vidi Giambattista guardare il bicchiere pieno di aranciata. Era pronto a lanciarlo.

“Stop! Calma!” intervenni. 

“Gauguin è sognante e malinconico come te Giamper,

 Matisse è vivace e imprevedibile come te, Giamba. 

Io amo Monet, Rubens, Klimt…”

“Come sei tu: un miscuglio di roba!” risero insieme.

Stavo per rispondere quando una voce maschile profonda arrivò alle nostre spalle.

“Biondino, dovresti iscriverti a psicologia. Hai talento per mettere pace.”

Ci voltammo. Un uomo bellissimo, sui quarant’anni, occhi azzurri, ciuffo sulla fronte, abito blu. E accanto a lui, la professoressa Mafessoni piegata in due dalle risate.

Era suo marito. Il famoso “Adone” di cui parlavano le compagne di scuola. Professore di psicologia.

E aveva appena fatto un complimento a me.

“Caro, ti presento i miei tre studenti più… vivaci.”

“Cosa farete dopo il liceo?” chiese lui.

Giamba rispose subito: “Architettura.”

Giamper: “Anch’io, ma come docente universitario.”

Poi toccò a me. Mi fissarono tutti. Arrossii come una damigella del 1700.

“Interior designer… mi piace arredare case e giardini.”

La prof sorrise: “È molto bravo.”

Il marito la guardò, poi guardò me.

“Io negli occhi del biondino vedo altro. Psicologia, Giampaolo. Pensaci.”

Se ne andarono mano nella mano, bellissimi.

Li guardammo sparire tra la folla. La Mafessoni: la migliore insegnante che avessimo mai avuto.

Poi, purtroppo, Giamper aprì bocca.

“Hey professor Daccò! Il mio cane Bubu ha problemi di autostima, che mi dici?”

“Che gli hai dato un nome scemo e si vergogna!” rispose Giamba.

E ricominciarono. Io pagai il conto, li guardai litigare, e scoppiando a ridere gridai:

“Aspettatemiiii!”

 Morale finale:

“Eravamo tre colori diversi, tre stili diversi, tre futuri diversi. La giovinezza è questo: litigare per Matisse, ridere per Gauguin, sognare con Monet. E senza saperlo, in quel giugno del ’79, eravamo già un quadro perfetto.”

Giampaolo Daccò Scaglione