martedì 6 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *UN TRAM NELLA SERA*

- Milano, le Ombre dell'inverno -

*Giorni d'inverno così freddi, azzurri con le luci soffuse
 da leggere foschie, nascondono a volte sentieri di vite gioiose, 
sofferte, nostalgiche o di solitudine. Eppure sempre piene di vita.*


*UN TRAM NELLA SERA*

Sara osservava le vetrine illuminate scorrere oltre il finestrino del tram che attraversava Piazza Firenze. 

Era il ponte di Sant’Ambrogio, e Milano aveva quel colore azzurro che solo le sere d’inverno sanno avere: una luce sospesa, mescolata alla nebbia che saliva dall’asfalto bagnato dopo la breve nevicata del mattino.

Dentro di sé, però, Sara sentiva un peso. Un dolore sottile, persistente, che l’avrebbe accompagnata fino a casa. Ripensava alle ore appena trascorse, al suo comportamento, ma soprattutto alla ferita ancora aperta della storia finita poche settimane prima.

Si era lasciata con un uomo che all’inizio era sembrato dolce, protettivo. Poi, con la convivenza, la maschera era caduta: meschino, bugiardo, infantile. Ogni cosa era colpa sua. Ogni gesto sbagliato. Una sera le aveva detto: “Tu non vali niente.”

Quella frase le era rimasta addosso come una cicatrice.

La storia era finita in una sera tiepida di fine estate, dopo l’ennesima discussione. Uno schiaffo — il suo — liberatorio come un urlo trattenuto per mesi. Poi il silenzio. Un muro di cemento tra loro. E due strade che finalmente si separavano.

A novembre, una sera sul Naviglio Grande, era uscita con alcune amiche. Il locale era pieno, rumoroso, vivo. Avevano conosciuto un gruppo di ragazzi, come spesso accade tra trentenni solitari che cercano nuove compagnie. Tra loro c’era Claudio.

Lui l’aveva colpita subito: lo sguardo limpido, gli occhi verdi, il sorriso caldo. E lei, per la prima volta dopo tanto tempo, aveva sentito un piccolo movimento nel petto. Una curiosità. Un’apertura.

Si erano scambiati i numeri. Poi messaggi, telefonate, confidenze.

Quando arrivò il ponte di Sant’Ambrogio, decisero di passare due giorni insieme.

Si incontrarono in centro, una colazione veloce in un bar famoso, poi una lunga passeggiata sotto un cielo che minacciava neve. Claudio parlava con una voce calma, profonda. Le raccontava una storia simile alla sua: un amore finito male, una ferita ancora fresca.

Lei si sentì capita. Specchiata.

Quando lui le propose, scherzando: “Vuoi passare due giorni a casa mia? Giuro che non ti violenterò!” Lei rise. E disse sì.

La casa di Claudio era all’ottavo piano, moderna, luminosa, accogliente. Colori tenui, mobili essenziali, un ordine che parlava di lui. Mentre preparava qualcosa in cucina, Sara notò una foto su un mobile.

Una donna mora, occhi scuri, sorriso tirato. C’era qualcosa di duro in quel volto.

Claudio comparve alle sue spalle. “È lei. Luisa.” Le tolse la foto dalle mani e la posò di nuovo sul mobile. “Un passato che dovrei lasciare andare.”

Dopo pranzo le raccontò tutto. Non riusciva a dimenticarla completamente. Lei tornava ogni tanto, senza preavviso. Una presenza che non voleva andarsene. Una dipendenza emotiva che lo imprigionava.

Sara ascoltava in silenzio. Capiva. E soffriva un po’ per lui.

Poi, nel pomeriggio, la luce azzurra dell’inverno entrò dalle finestre come un incantesimo. Si ritrovarono a letto, attratti da una tenerezza improvvisa. Le mani di lui erano calde, sicure. Il suo corpo vicino al suo. Un momento fragile, sospeso.

Finché il cellulare squillò.

Claudio rispose. La voce gli tremava. Era lei. Luisa.

Sara lo capì subito. E qualcosa dentro di lei si spense.

Claudio tornò accanto a lei, cercando di riprendere quel filo di intimità. Ma era impossibile. La magia si era rotta.

“Scusami, Sara…” La sua voce era un soffio.

Lei gli disse che non era colpa sua. Che forse aveva sbagliato lei ad accettare così in fretta. Ma Claudio non la ascoltava davvero.

“Lei viene qui ogni tanto… si infila nel letto… dice che quello che prova per me è diverso… Io la odio e mi odio. Ma non riesco a liberarmi. E tu… tu sei speciale. Speravo che questi due giorni cambiassero qualcosa.”

Sara non disse nulla. Non c’era più nulla da dire.

E ora era lì, su quel tram mezzo vuoto, mentre Milano scivolava fuori dal finestrino. Tra poco sarebbe arrivata a casa. Sapeva che avrebbe pianto: per se stessa, per l’uomo che l’aveva ferita, per Claudio, così dolce e così prigioniero.

Il tram proseguiva la sua corsa tra gli alberi spogli e le vetrine lucenti. Poi scomparve dietro una curva.

Il cielo era diventato nero. Ricominciava a nevicare.

E la sera portava con sé le sue ombre. Ombre che abitano il cuore di molte persone, e che a volte si sciolgono solo quando qualcuno trova il coraggio di guardarle davvero.

Giampaolo Daccò Scaglione

Nota dell’autore:

*Questo racconto è nato undici anni fa, in una sera d’inverno. Ero su un tram, Milano aveva quella luce azzurra che compare solo quando la nebbia sale dall’asfalto e le vetrine brillano come piccoli fari. Davanti a me c’era una donna giovane, con gli occhi velati da una malinconia che non sapevo spiegare. In quel momento ho avuto la sensazione — quasi fisica — di poter leggere ciò che portava dentro. Tornato a casa, ho scritto questa storia tutta d’un fiato.*

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