mercoledì 21 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *IN QUELLA STRADA DI CITTA'*

“In una città che corre, ci sono incontri 

che fermano il tempo tra le ombre della sera"


*IN QUELLA STRADA DI CITTA'*

- D'improvviso la scelta di non stare nelle ombre della sera -

Lei era uscita da quella casa dove un tempo l’avevano vista felice, dove viveva con l’uomo che amava e che aveva sposato pochi anni prima. 

I loro due bambini erano in vacanza al mare dai nonni, per trascorrere l’autunno in un luogo tiepido e soleggiato, mentre Milano era immersa in una pioggia grigia e senza colore.

Non essendoci loro, non avrebbe dovuto rispondere a domande come: “Mamma, dove vai? Possiamo venire anche noi?” E non avrebbe dovuto inventare una bugia guardando i loro occhi vispi e delusi.

Era uscita dopo aver ascoltato per caso quella telefonata: suo marito e l’altra. Quella di cui non sapeva nulla, ma che da mesi scaldava i pomeriggi — e a volte le sere — di quell’uomo che ora le sembrava un estraneo. Lui parlava di impegni di lavoro, di colleghi, di progetti urgenti.

"Stupida. Stupida. stupida."

Come aveva potuto credergli? Come aveva fatto a essere così ingenua?

La nebbiolina umida scendeva su di lei, sul suo impermeabile chiaro, mentre si osservava nelle vetrine dei negozi in quella strada di città. 

Vedeva il suo volto triste, i lunghi capelli biondi che la facevano sembrare più giovane dei suoi ventotto anni. 

Sentiva le lacrime scendere lente sul viso. Che cosa avrebbe fatto ora? Perché aveva lasciato quel biglietto in cucina: “Esco per delle commissioni, torno presto”?

"Torno presto?" Non avrebbe dovuto tornare mai più in quella casa. Avrebbe dovuto prendere il primo treno e raggiungere i suoi cari. 

Questo pensava mentre, istintivamente, entrava in quel bar pasticceria di fronte a un palazzo importante. Si sedette in un angolo e ordinò un tè bollente: per scaldare se stessa, per scaldare la sua anima più che il corpo infreddolito.

Lui era uscito dal tribunale quel tardo pomeriggio. La sentenza era definitiva: avrebbe visto suo figlio solo tre giorni al mese. 

Lei — l’ex moglie, avida di denaro e di tutto ciò che lui possedeva — aveva colto l’occasione perfetta. 

Una debolezza, una sera, un rifugio tra le braccia di una collega anche lei in crisi. Lui, per onestà, aveva confessato. E lei aveva usato quella confessione come un’arma.

La freddezza dell’ex moglie l’aveva ferito per anni, ma lui l’aveva scambiata per carattere difficile. 

Invece lei aveva fatto bene i conti: casa, figlio, mantenimento sostanzioso. Tutto suo. Incurante degli occhi tristi del bambino di dieci anni che avrebbe voluto abbracciare suo padre.

Lui aveva guardato suo figlio con gli occhi lucidi dopo quella condanna immeritata. Lo avrebbe rivisto tra due settimane, con la presenza scomoda di un’assistente sociale.

Uscito da quelle aule austere, aveva telefonato ai suoi genitori. Li aveva sentiti disperarsi, ma ormai il destino aveva tessuto la sua tela.

Si ritrovò in quella via sotto una nebbiolina umida. Tirò su il bavero della giacca ed entrò in quel bar pasticceria quasi di fronte al tribunale. 

Si sedette vicino a una donna bionda dagli occhi tristi che sorseggiava, piangendo, una bevanda calda.

La sera era scesa. L’asfalto lucido rifletteva le insegne dei negozi. La città sembrava un formicaio: persone che correvano verso casa, tram che sferragliavano, auto che sfrecciavano.

Lui e lei uscirono insieme dopo aver scambiato qualche frase. Si erano guardati negli occhi, e in quello sguardo avevano visto se stessi. 

Non sapevano perché avevano deciso di camminare lungo quel viale alberato, dove nessuno li conosceva. Parlavano, raccontavano, si confidavano.

Lei si accorse che lui l’aveva accompagnata quasi fin sotto casa. Era un bell’uomo, dagli occhi azzurri e sinceri, dal sorriso caldo e buono. Le aveva fatto battere il cuore mentre le porgeva la mano per salutarla.

Lui la guardava intensamente, provando una tenerezza incredibile per quel volto dolce e limpido. Le strinse la mano e si allontanò, per soffocare la voglia di baciarla.

Poi si fermò. Si voltò. Corse verso di lei. La raggiunse mentre lei camminava piano, poco più avanti.

La chiamò quasi urlando. Lei si voltò di scatto. 

Lui le mise nelle mani il suo numero di telefono e le baciò il dorso della mano come un cavaliere antico. 

Lei arrossì, sorrise, e per la prima volta da ore si sentì sicura. Lo avrebbe chiamato. E poi il destino avrebbe deciso.

Le campane di una chiesa vicina annunciarono l’inizio della messa. La statua sul campanile sembrava osservare le due figure che si allontanavano, mentre una leggera foschia scendeva su quella via di città.

“Due cuori feriti possono riconoscersi prima ancora di capirsi.”

Giampaolo Daccò Scaglione


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