Loris, ormai cinquantenne, fisico scolpito dalla palestra, esce da un negozio con due borse piene di abiti sportivi. Si ferma un attimo a guardare l’ora. Sta per chiamare un taxi, quando — come per incanto — davanti a lui compare Roberto.
Quasi quindici anni dopo.
Roberto, appena quarantenne, elegante in giacca e cravatta che nascondono un fisico asciutto da modello. Il ciuffo sulla fronte si sposta con un gesto rapido della mano. I suoi occhi si allargano. Fissa Loris. Incredulo. Immobilizzato.
I loro sguardi si incrociano. I loro sorrisi diventano un arcobaleno in un giorno di pioggia. E subito, un abbraccio.
Un abbraccio che sa di un tempo lontano. Quando Loris aveva avuto paura dell’età di Roberto: diciotto contro trenta. Troppi, forse. Troppo forte l’amore che provava per lui.
La paura gli aveva tolto fiducia e serenità, trasformando quel possibile amore in un affetto da fratello maggiore verso un fratello minore.
Non aveva mai saputo come Roberto avesse vissuto il suo allontanamento. Quel ragazzino biondo dagli occhi grigi e tristi che lo aveva visto andare via dopo una carezza sul volto.
Non si erano lasciati male, ma dentro entrambi era rimasto un rimpianto enorme. E il sogno - mai detto - di ritrovarsi un giorno. Chissà.
- Non posso credere che sei davvero tu, dopo tutto questo tempo. -
- Hai ancora l’aspetto di una volta… non sei cambiato affatto. -
- E tu? Cosa hai combinato nella vita? Chissà chi sarai diventato… -
- Ho avuto un discreto successo. E tu? Non vuoi dirmi cosa hai fatto mentre io non c’ero più nella tua vita? -
Le auto sfrecciano nel viale. Le persone camminano veloci. E loro due, come sospesi, si ritrovano seduti a un tavolino di un bar alla moda, con davanti due caffè profumati.
- Se hai tempo… e se vuoi, parliamo un po’. -
E allora, dentro Loris, una musica lontana si riaccende. Una memoria che non ha mai smesso di pulsare.
*Ero così perso in quel momento. Polvere sulla pista da ballo. Luci accecanti. Baci e abbracci tra la folla. I piedi che si muovevano ricordando noi due, vicini nell’oscurità. La musica era un brivido, una magia nel buio. E lì ho perso l’occasione di farti mio. Di stringerti. Di restare nei tuoi occhi. La musica continuava, e io non ho osato. Adesso lo comprendo. Ora capisco il mio sbaglio.*
- Quella sera… quando ti ho detto addio… avrei dovuto accompagnarti fino a casa. -
- Sì. Avresti dovuto farlo. -
- Eppure mi sembrava giusto non farlo, anche se… ti amavo. -
- Non mi hai mai lasciato da quella notte. Almeno… non nel mio cuore. -
- Anche allora ho provato a dirti addio. Ma certe cose restano con te per tutta la vita. -
- Lo so. Restano per tutta la vita. -
Ora camminano insieme, in una via laterale piena di alberi e locali chiusi. Sono vicini. Le braccia si sfiorano. Si fermano. Si guardano ancora una volta negli occhi.
- Le luci dei lampioni dipingono il tuo viso, Roberto. -
- È tardi, Loris. Spero di vederti ancora. Presto. -
- Forse… se tu lo vorrai. Angelo dagli occhi di cielo. -
Roberto sorride appena. Un sorriso che non è un addio. Un sorriso che promette un ritorno lasciando nella mano di Loris un foglietto con un numero di cellulare.
Poi si volta, attraversa la strada, e si allontana. Le luci dei lampioni lo seguono come una scia dorata. Loris resta fermo, immobile, con il cuore che batte come quella musica lontana di tanti anni prima.
E mentre Roberto scompare dietro l’angolo, Milano - la Milano delle scelte mancate e ritrovate - sembra sospirare con loro.
“Il tempo non restituisce ciò che abbiamo perso. Ma alcune strade, a Milano, sanno aspettare. E quando le percorri di nuovo, ti accorgi che certe scelte non finiscono: restano lì, in silenzio, pronte a guardarti negli occhi.”
Giampaolo Daccò Scaglione

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