giovedì 8 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *L'ATTESA IN UN MATTINO D'INVERNO*

 "In questo giorno freddo d'inverno non ci sono scelte e solo l'ombra di Milano è un'attesa che forse non durerà molto, ma che farà luce su ciò che è nascosto negli animi delle persone. Oppure questo giorno le contiene tutt'e due: ombra e scelta, ma sicuramente è l'attesa che farà chiarezza nel cuore"


*L'ATTESA IN UN MATTINO D'INVERNO*

"Ogni attesa è una speranza: ciò che sembra promessa può rivelarsi inganno, ma resta memoria."

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

È già passato un anno da quella sera. 

Un bacio dato in fretta sotto al portone…*

Non so perché sto canticchiando questa canzone del grande Gaber, ma mi è frullata in testa questa mattina e non riesco a toglierla dalla mente. Forse è anche perché sto aspettando lui, qui davanti a quell’arco illuminato dai lampioni, in questa mattina ancora buia, mentre la poca neve rimasta dopo la pioggia fa da bagliore insieme alle luci di Natale nelle strade.

Lui, Maurizio: alto, occhi verdi dalle ciglia folte, sorriso limpido incorniciato da una barba rossiccia e morbida. Lui, incontrato in quel famoso magazzino in Piazza del Duomo poche settimane prima: fu colpo di fulmine, mentre le nostre mani finirono sulla stessa cravatta di seta blu, appoggiata su un banco.

La frase fu detta all’unisono: «Ops, mi scusi, non volevo…»

Scoppiammo a ridere e subito ci intendemmo. Inutile dire che acquistammo due cravatte uguali e che, dopo qualche chiacchiera sulla moda, finimmo al bar sulla terrazza del grande magazzino per una cioccolata con panna. Stessi gusti di cibo e abbigliamento.

«Piacere, Maurizio.» 

«Piacere, Roberto.» 

«Sei di Milano, Roberto?» 

«Sì, zona Brera. E tu?» 

«Crocetta… praticamente tutti e due del centro.»

Ci sorridemmo. Io diventai rosso, mentre lui mi guardava fisso negli occhi. Poi mi sfiorò la mano proprio mentre arrivava il cameriere con le cioccolate calde e le fette di torta. Non sapevo cosa dire, mi sentivo in imbarazzo.

«Architetto? Designer?» 

«Perché mi chiedi questo, Maurizio?» 

«Per una semplice banalità: abiti in Brera.» 

«Ahahah… Non tutti quelli di Brera sono architetti o artisti.» 

«No?» 

«Sono violinista alla Scala da un paio d’anni.» 

«Ah però… Complimenti, Roberto. Anni?» 

«Mmm, quante domande…» (avevo riso). «Ne ho 27.» 

«Tu non fai troppe domande, vedo… Io sono architetto, ho 34 anni.» 

«Sei un uomo pieno di sorprese… Non me lo aspettavo. Avrei pensato che tu fossi… Architetto?»

Oltre alle risate, avevamo passato un bel pomeriggio insieme. Da quel giorno era nata una storia. Una storia che, con le settimane a venire, aveva preso piede sempre di più.

Avevo intuito che lui nascondesse qualcosa, ma quando mi fece conoscere sua madre — una donna bella e simpatica, di larghe vedute — mi tranquillizzai. Il suo lavoro veniva prima di tutto. Mi spiaceva che fossero poche le notti in cui dormivamo insieme, ma andava bene così.

Era passato novembre, con le feste di Sant’Ambrogio e dell’Immacolata. Natale era alle porte. Tre giorni fa mi aveva detto:

«Roberto, noi dobbiamo parlare… del futuro, del nostro futuro e posizione.»

(Posizione? Avevo pensato.) 

«Oh sì, certo. Sono quasi otto settimane che ci frequentiamo.»

«Sì, davvero… sono già otto?» 

«Beh, quasi… tra tre giorni.»

«Già…» (la sua voce mi sembrava strana). «E che ne diresti di parlarne tra tre giorni? Ho il sabato mattina libero, però dalle nove in poi…»

«Perfetto, sono liberissimo anch’io, Maurizio. Ci vediamo magari al solito posto?» 

«Preferirei in zona Porta Romana. Poi ho un paio di commissioni da sbrigare e farei tardi… Ti dispiace?» 

«No, assolutamente. Vuoi che ci si veda alle nove davanti all’arco, vicino alla fermata del tram?» 

«Ottima scelta, Roberto. Un bacio. Scappo, ci sentiamo stasera e ci vediamo sabato mattina.»

Click.

Telefonata chiusa ed eccitazione da parte mia. Avevo immaginato chissà quali proposte: magari, se non una convivenza, almeno una dichiarazione definita. “Vorresti fidanzarti ufficialmente con me?” Oppure: “Proviamo una convivenza di almeno tre giorni nei fine settimana…” Chissà.

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

Un anno è lungo da passare. 

D’amore non si muore, sarà anche vero… 

Ma quando ci sei dentro, non sai che fare.*

Accidenti a me e alla fretta. Sono venuto qui all’alba, sono le sette e cinquanta e ho più di un’ora di attesa. Maurizio mi ha fatto proprio perdere la testa. Ma sì, andiamoci a bere qualcosa di caldo in quel bar carino di viale Monte Nero, ho i piedi intirizziti…

Svolto l’angolo, attraverso i binari del tram e vedo un’auto. La sua auto: colore, targa, porta sci, l’atlante stradale sul retro dei sedili. Dentro qualcuno.

Non so perché mi fermo a due passi, fingendo di guardare le vetrine addobbate di un negozio. Scende una bella donna bionda incinta e due bambini con una signora anziana.

«Mamma, ti prego, facciamo in fretta! Devo lasciare l’auto a Maurizio, ha quegli impegni stamattina… Tieni il piccolo Luca.» 

«Cara, faccio quello che posso. Giada, stai attenta, sei al settimo mese… Non camminare così in fretta, potresti…» 

«Mamma, non ti preoccupare. Marco mi aiuta con la borsa.» (Lei, bellissima, guarda il figlio maggiore con amore, toccandosi la pancia.) «Faremo in fretta.» 

«Maurizio è un santo con voi… Ahahah, meglio di lui non potevi trovare. Un marito così premuroso e amorevole, tesoro…»

Sono fermo davanti a loro. Non riesco più a sentire le voci mentre si allontanano. Entrano in un portone poco più avanti. Mi assale una nausea tremenda.

Sento freddo e il viso in fiamme. Molte parole si affacciano alla mia mente, troppe per darne un significato: Maurizio. Mamma ti prego. Marco e Luca e nonna. Giada bella e bionda. Giada incinta. Giada moglie e madre. La compagna di Maurizio.

Ore otto e trenta. È da mezz’ora che vago tra le vie attorno a quell’arco ormai illuminato dal sole mattutino. Le luci dei lampioni e gli addobbi sono spenti. Automobili passano schizzando neve sporca sui marciapiedi, incuranti delle persone.

Ed io? Mi sono fermato davanti a Porta Romana, a mezz’ora dall’appuntamento. Mi volto verso il posto ora vuoto, dove aveva parcheggiato Giada, e non so che fare.

Un clacson mi fa sobbalzare. Attraverso la strada, ci sono le fermate dei tram. Molte persone in attesa, ma non vedo le loro facce. Non riesco a vederle. Solo quella di Maurizio è nella mia mente.

Guardo l’orologio: ore otto e quaranta. Uno sferragliare sui binari mi sveglia dal torpore dei pensieri cattivi, mentre un leggero vento gelido passa sul mio volto.

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

Seduti in fondo là, senza guardare. 

Quel giorno che mi hai detto: adesso basta. 

Io zitto preferivo non sentire, ma tu hai insistito. 

No, sul serio basta. Come fosse facile capire… 

Porta Romana bella… Porta Romana…*

Il tram numero 9 mi sta portando lontano da quell’arco antico ormai scomparso tra i palazzi. Mi sta portando lontano dall’appuntamento, lontano da Maurizio, lontano dalle sue cose nascoste, lontano da Giada, dai bambini e dalla nonna… lontano da ciò che avrei voluto.

Alzo gli occhi verso i finestrini: come sono assurdi gli addobbi, le luci, i colori del Natale imminente. Com’è assurdo e logico festeggiare otto settimane di amore scappando via da quello che non avrò mai.

Cielo azzurro, freddo pungente e tanti sorrisi in giro. Alberi a festa, vetrine piene di regali.

Addio per sempre, Porta Romana bella.

"Ho lasciato Porta Romana alle spalle, con il tram 9 e il freddo pungente. 

Non ho perso me stesso: ho guadagnato la mia dignità."

 Epilogo

"Otto settimane di illusioni si sono dissolte in un mattino d’inverno. Porta Romana non è più soltanto un arco di pietra, ma il luogo dove ho imparato che l’amore nascosto dietro bugie non è amore. Ho lasciato alle spalle Maurizio, Giada, i bambini e le voci di famiglia. Ho portato con me soltanto la mia dignità e il coraggio di andare via. Addio Porta Romana bella: tu sei stata il mio sogno, il mio risveglio."

Giampaolo Daccò Scaglione

 



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