"Inverni lunghi e oscuri, Milano a volte è fredda, nebbiosa, ma quando scende la neve, nelle ombre della sera si può trovare in un fiocco di neve una stella di cristallo. E' quello il momento che si illumina un nuovo percorso della vita di chi lo ha preso tra le mani."
*CRISTALLO DI GHIACCIO*
"Una piccola luce illumina la nuova strada da percorrere
senza paura, sapendo che non tutto sarà come prima."
- Ora che farai? -
Aveva detto preoccupata Greta a Livia, davanti alla fermata dell’autobus, mentre la neve scendeva copiosa.
Negli occhi dell’amica vedeva un dolore indicibile, quello di chi si è già rassegnata all’inevitabile.
- Torno a casa. Cosa posso fare ancora? Tutto finisce così, in questo modo squallido, e con la mia stupida ingenuità. -
Greta la guardava salire sul pullman, asciugandosi le lacrime, in quell’ultima giornata dell’anno in cui tutti si preparavano a festeggiare il Capodanno con cene e feste.
Livia era lì dalle nove del mattino. Morgan avrebbe dovuto portarla in montagna per la settimana bianca, dal 31 dicembre all’Epifania.
Gliel’aveva promesso da tempo.
Così Livia, fatta la valigia, aveva preso il primo autobus dall’hinterland e non vedeva l’ora di partire con quell’uomo di cui si era innamorata e che le aveva fatto tante promesse.
Alle nove era in piazzale Lodi. Morgan sarebbe dovuto arrivare verso le dieci. Livia aveva aspettato nel bar all’angolo, cappuccino caldo e speranza nel cuore. Le dieci erano arrivate in un attimo.
Poi si era messa nel punto dell’appuntamento, chiamando qualche amica per i saluti. Era felice, emozionata, pronta a partire con chi - forse - l'avrebbe amata per tutta la vita.
Ma il tempo passava. Il cellulare di Morgan non rispondeva. Né ai messaggi, né alle chiamate. E dentro Livia era nata la paura che fosse successo qualcosa.
Aveva chiamato Greta, che gli aveva promesso di raggiungerla se Morgan non si fosse presentato.
Greta, lavorando in un ospedale famoso, aveva persino chiesto se qualcuno con quel nome fosse stato ricoverato. Niente. E quella notte avrebbe avuto il turno dopo cena, con i parenti a casa: non poteva ospitare Livia.
Intanto era arrivato mezzogiorno. Poi l’una. E aveva iniziato a nevicare.
Greta era arrivata in dieci minuti. Dopo aver lasciato un messaggio al cellulare di Morgan, le due ragazze si erano rifugiate di nuovo nel bar. Due panini, una bibita, un caffè. Le tre del pomeriggio. Il bar chiudeva: era San Silvestro.
Uscite, camminavano infreddolite, nonostante giacche imbottite, sciarpe e cappelli. Lucia continuava a controllare l’orologio e il telefono, con un viso pallido e triste.
Greta pensava: "È evidente che quel bastardo pieno di balle sta prendendo in giro ila mia più cara amica." Morgan non le era mai piaciuto: troppo curato, troppo gentile, troppo sfuggente.
- Mi dispiace averti rovinato la giornata, Greta. Non ho avuto il coraggio di tornare a casa, anche se penso che mi stia tirando un bidone. Avevo bisogno di averti vicina. -
- Non lascio mai una persona in panne, soprattutto la mia più cara amica. Marco è tranquillo a casa, sa che sono con te. Livia, te l’ho sempre detto: Morgan ha qualcosa di ambiguo… qualcosa che sfugge. -
Livia annuiva, sconfitta, con una delusione che le strappava il cuore.
- Senti, Livia, sono quasi le cinque. Fa buio e non smette di nevicare. Torna a casa. Ti accompagno alla fermata. Domani sera vengo da te con Marco e ne parliamo. Sempre che Morgan non si presenti… anche se ho i miei dubbi. -
Avevano raggiunto la piazza degli autobus.
- L’ultimo parte alle diciotto e trenta, Greta. Penso che… -
Non finì la frase. Un ragazzo in moto si avvicinò lentamente. Non ebbero paura: c’erano molte persone sotto la pensilina.
Il giovane, casco e passamontagna, si fermò davanti a loro. Si scoprì il volto.
- Chi di voi è Livia? -
- Sono io. Tu chi sei? -
- Questo è da parte di Morgan. Mi aveva detto che probabilmente ti avrei trovata qui nel primo pomeriggio. Sono ore che aspetto. Ti aveva descritto, ma con cappello e sciarpa non ti riconoscevo. Ecco la busta. Ciao. -
Ripartì subito, scomparendo nella neve.
Livia rigirava la busta tra le mani. Greta, in silenzio, aveva un brutto presentimento.
- Non la apri? -
- Sì… scusa. È che sono sorpresa. Uno che ti aspetta per ore come un messaggero… e ti consegna una busta da parte di chi avrebbe dovuto essere con te, felice, in montagna… non è un bel segno. -
La voce le tremava.
- Dai, aprila. Hai mezz’ora prima dell’autobus. Io vado a fare il biglietto. -
Le mani tremanti aprirono la lettera. Livia faticava a leggere. Le lacrime scendevano.
Quando Greta tornò, Livia le porse il foglio senza parlare. Greta lesse. Sbiancò. Dentro di lei: parolacce, rabbia, tristezza. L’autobus arrivò. Livia, valigia in mano, era disfatta.
Greta l’accompagnò fino alla porta del mezzo. Prima che salisse, le prese il braccio.
- Ora che farai? -
Livia non rispose. Salì. L’autobus partì nella neve.
Greta la guardò andare via sollevata, almeno che fosse al caldo, diretta a casa. Le avrebbe telefonato appena possibile.
In metropolitana, Greta rilesse la lettera che la sua amica le aveva lasciato. Si chiedeva come potesse essere così cattiva la gente. Livia non meritava tutto questo.
La lettera diceva:
“Livia, mi dispiace deluderti ma non posso mantenere la promessa che ti ho fatto ieri, né le altre dei mesi scorsi. Sarei bugiardo come lo sono stato finora. Non sono un tipo da relazione seria con una ragazza come te. Sono come una farfalla che vola di fiore in fiore, e attorno a me ce ne sono tanti di bei fiori. Tu sei stata uno dei più belli ed anche se non ti sei seccata subito come gli altri, è perché avevi una piccola marcia in più, ma non è bastato. Abbi cura di te. Non ti chiedo di perdonarmi, ma di capirmi. M.”
- Bastardo! Maledetto Bastardo!- sussurrò Greta.
Un frammento di ghiaccio cadde da un cornicione, davanti ai suoi piedi. Lo raccolse: un cristallo che si scioglieva lentamente tra le dita. Pensò a Livia, che ormai doveva essere arrivata a casa.
Livia guardava fuori dalla finestra della sua camera. Buio. Neve. Cristalli di ghiaccio sul davanzale, attorno ai ferma vasi di rame.
Capì che la sua storia con Morgan era come quei cristalli: si era sciolta non appena qualcosa diventava profondo, concreto. E lui — Morgan — si era sciolto via, scappando come un ladro.
Chiuse le tende. Il telefono suonò. Seduta sul letto, rispose.
L’ombra che avvolge questa storia si apre sotto il freddo della sera:
“Chi ti fa soffrire una volta, può riprovarci. Chi ha imparato a volare, non torna più sul fiore sbagliato.”
Giampaolo Daccò Scaglione

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