"A volte la vita di pone delle scelte ma quel giorno a Milano, la città ha *scelto* una storia vissuta da tre amici che potrebbe sembrare una comica di Stanlio e Ollio, o di Jerry Lewis e Dean Martin, ma - giuro - è tutto vero."
*MATISSE, GAUGUIN, MONET*
"L'arte non è una scelta ma può essere bellezza, armonia ed anche comicità"
Estate 1979, Milano.
Una mostra imperdibile di grandi maestri della pittura, la fine del Liceo Artistico, la voglia di dimostrare ciò che avevamo imparato. Un giugno soleggiato, caldo, profumato di fiori ai balconi, e migliaia di persone che affollavano il centro della metropoli.
E poi c’eravamo noi: Giambattista, Giampaolo e Giampietro. Tutto vero. E, per favore, non ridete: uno coi capelli rossi, uno biondo e uno scurissimo. E tutti con la M al posto della N nel nome.
Sì, ci prendevano in giro spesso. Quando entravamo a scuola o giravamo per la città, si sentivano risatine e le solite frasi:
“Oh guarda, passa la pubblicità di United Colors of Benetton!”
“Moschino ha liberato i suoi modelli!”
E, onestamente, Giampietro ci metteva del suo: bravissimo pittore, ma incapace di abbinare i colori dei vestiti. Con lui era sempre Carnevale, in qualsiasi mese dell’anno.
In quei giorni a Milano c’era una grande mostra dedicata ai pittori stranieri. Avevamo fatto il diavolo a quattro per andarci, e quel sabato mattina eravamo già davanti al portone del palazzo dell’esposizione.
Eravamo eccitati, felici, emozionati. E anche osservati.
Gli occhi della gente cadevano sulla maglietta rosso-verde-gialla di Giampietro, sui miei capelli biondi lunghi fino alle spalle, sugli orecchini di ematite di Giambattista che risaltavano sul rosso fuoco dei suoi capelli.
Dietro di noi, le solite ragazzine sceme:
“Hanno aperto le gabbie.”
“Il circo Orfei è arrivato in città.”
“Ma i loro genitori li fanno uscire così?”
“Cos’è, la fiera di Sinigallia?”
Finché una voce squillante ci raggiunse alle spalle.
“Oh, c’è la pubblicità di U.C. of B.!”
Era la professoressa Mafessoni. Ci abbracciò ridendo.
“I miei studenti più bizzarri! Mi spiace che non sarete più nella mia classe…”
E giù venti minuti di bla bla bla.
Finalmente entrammo nei saloni della mostra. Dipinti incredibili, colori che sembravano respirare, emozioni che ci esplodevano negli occhi.
Ognuno di noi aveva il suo preferito: Giambattista amava Matisse, Giampietro adorava Gauguin, io oscillavo tra Monet, Rubens e Klimt.
Dopo due ore di ohhh, ahhh, wow, mamma mia, uscimmo accaldati e affamati. Ci rifugiammo in una paninoteca vicino al Duomo, seduti all’aperto tra vasi di fiori e turisti.
“No senti Giampy, Matisse ha quel qualcosa… sembra quasi…
“Un cartone animato!” rise Giampietro.
“Vuoi mettere Gauguin? Mari lontani, palme, colori…”
“Sì, e scimmie che ti tirano banane in testa!” sbottò Giambattista.
“Perché banane e non noci di cocco?”
“Troppo molli per la tua testa, carotina!”
Vidi Giambattista guardare il bicchiere pieno di aranciata. Era pronto a lanciarlo.
“Stop! Calma!” intervenni.
“Gauguin è sognante e malinconico come te Giamper,
Matisse è vivace e imprevedibile come te, Giamba.
Io amo Monet, Rubens, Klimt…”
“Come sei tu: un miscuglio di roba!” risero insieme.
Stavo per rispondere quando una voce maschile profonda arrivò alle nostre spalle.
“Biondino, dovresti iscriverti a psicologia. Hai talento per mettere pace.”
Ci voltammo. Un uomo bellissimo, sui quarant’anni, occhi azzurri, ciuffo sulla fronte, abito blu. E accanto a lui, la professoressa Mafessoni piegata in due dalle risate.
Era suo marito. Il famoso “Adone” di cui parlavano le compagne di scuola. Professore di psicologia.
E aveva appena fatto un complimento a me.
“Caro, ti presento i miei tre studenti più… vivaci.”
“Cosa farete dopo il liceo?” chiese lui.
Giamba rispose subito: “Architettura.”
Giamper: “Anch’io, ma come docente universitario.”
Poi toccò a me. Mi fissarono tutti. Arrossii come una damigella del 1700.
“Interior designer… mi piace arredare case e giardini.”
La prof sorrise: “È molto bravo.”
Il marito la guardò, poi guardò me.
“Io negli occhi del biondino vedo altro. Psicologia, Giampaolo. Pensaci.”
Se ne andarono mano nella mano, bellissimi.
Li guardammo sparire tra la folla. La Mafessoni: la migliore insegnante che avessimo mai avuto.
Poi, purtroppo, Giamper aprì bocca.
“Hey professor Daccò! Il mio cane Bubu ha problemi di autostima, che mi dici?”
“Che gli hai dato un nome scemo e si vergogna!” rispose Giamba.
E ricominciarono. Io pagai il conto, li guardai litigare, e scoppiando a ridere gridai:
“Aspettatemiiii!”
Morale finale:
“Eravamo tre colori diversi, tre stili diversi, tre futuri diversi. La giovinezza è questo: litigare per Matisse, ridere per Gauguin, sognare con Monet. E senza saperlo, in quel giugno del ’79, eravamo già un quadro perfetto.”
Giampaolo Daccò Scaglione



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