lunedì 25 luglio 2016

IL MARE, IL MIO AMORE


IL MARE, IL MIO AMORE

Sognare da piccolo 
una casa sul mare
immaginare le onde
il salmastro arrivare
fino alle tue finestre
ed assaporare
quell'effluvio speciale
che rinvigorisce 
la tua anima.

Sapere che il tuo futuro
sarà lì dove c'è lui
il mare blu, il mare azzurro
sapere che sarai
seduto sulla spiaggia
a godere i ricordi
a fantasticare
su ciò che non è stato
e su ciò che hai vissuto.

Comprendere che
quando sarà il momento
in cui te ne andrai
lui sarà lì
davanti ai tuoi occhi

GIAMPAOLO DACCO' STELLA













venerdì 22 luglio 2016

LE STELLE SIAMO NOI, LE STELLE SONO DI TUTTI




LE STELLE SIAMO NOI
LE STELLE SONO DI TUTTI

A volte quando sento cattive notizie oppure quando qualche amico ritorna lassù o da dove siamo arrivati, istintivamente la sera stessa guardo le stelle nel cielo.
Ho sempre fantasticato che ognuna di loro, è una parte di chi ci ha lasciati, sia in questo mondo sia in chissà quali altri mondi e galassie.
Le guardo con il cuore che piange o con la mente triste, penso a chi si trova lassù, o in qualche spazio sperduto diventando una stella. 
Sogni? Fantasticherie? Voglia di dare ancora una specie di vita a chi non vedremo mai più?
Chissà...
Quando vedo bambini guardare il cielo la sera e li vedo sorridere sentendo magari che la mamma rivela loro "Quella stella gialla è lo zio... Oppure quella rossa è la nonna...." quasi obbligando in modo fantastico, accettare la mancanza di chi un tempo magari poco prima, è stato con loro dando amore ed affetto.
Mi verrebbe voglia di dire:"No non è vero, son bugie.. Le hanno raccontate anche a me da piccolo, poi da grande ti rendi conto che non è così. che ti illudono, che ti ingannano e..."
Coma si fa a distruggere i sogni di chi crede nelle favole, nelle speranze specie se son bambini?
Io sono stato uno di questi, dove una zia mi diceva che ogni stella era una persona che conosciamo, una persona a cui abbiamo voluto bene, oppure era un bambino africano morto per la fame, una donna anziana morta sola in qualche ospizio.
Ed io ci credevo sperando che diventando poi una stella sarebbero brillati felici lassù nel mondo magico.
Quanta finzione, quante bugie... Eppure servono anche per sopravvivere, guardiamo il cielo sperando che il paradiso sia lì mentre viviamo quaggiù su questa terra che dovrebbe essere lei l'eden tanto sospirato ed invece noi l'abbiamo trasformata nell'inferno più brutto che si possa immaginare.
Le stelle... Bellissime, ci fanno sognare, ci fanno credere che loro, le stelle siamo noi. che le stelle sono di tutti noi...
Ma non è così, peccato.
GpDS

martedì 19 luglio 2016

SOGNO D'AMORE



(DEDICATO A MARCO G.)


SOGNO D'AMORE

L'alba più bella che abbia mai visto Marco, è stata in Grecia a Naxos.
Era seduto con Neilos sulla sabbia di fronte al mare poco distante dal paese di Azalas.
Aveva sentito nel cuore e nell'anima un misto di serenità, emozione e felicità.
Neilos, il ragazzo dagli occhi d'oro e i capelli ricci lunghi gli aveva messo un braccio attorno alle spalle, Marco aveva appoggiato la sua testa a quelle dell'altro.
Un amore sbocciato al porto di Naxos, mentre Marco era seduto su un muretto a guardare i pescatori e subito vide quel bel ragazzo con i pantaloncini corti, attraente, abbronzato con un sorriso smagliante.
Marco era venuto in vacanze da solo, dopo la morte di suo padre, il quale non aveva mai saputo della sua omosessualità, non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo, solo agli altri componenti della famiglia.
In parte si sentiva in colpa, ed in parte sollevato sapendo la mentalità dell'uomo che amava tanto,  così aveva deciso di concedersi una vacanza solitaria in un'isola del ma Egeo.
Neilos si era accorto dello sguardo di Marco, allora per vergogna quest'ultimo si era allontanato quasi impaurito, aveva pensato che a quel ragazzo gli aveva dato fastidio quel suo insistente sguardo.
La sera stessa si erano trovati in un bar pieno di giovani e musica, Neilos si era avvicinato a lui:
"Ti ho riconosciuto subito, piacere mi chiamo Neilos. Eri sul molo a guardare il mare stamattina vero?" era ovvio che la sua fosse una battuta.
Marco aveva sorriso e si era accorto in quel momento che quel ragazzo aveva gli occhi color dell'oro, un verde strano e quel sorriso smagliante che gli aveva fatto battere il cuore.
Neilos lo aveva condotto fuori dal locale quasi di corsa e si ritrovarono su una terrazza ad osservare le navi e le luci della cittadina sotto grandi stelle bianche.
Da quel giorno per tutta la vacanza avevano passato insieme, tutto il tempo libero del giovane pescatore. Neilos amava la voce con l'accento romano del ragazzo dagli occhi blu e lo avrebbe seguito, se glielo avesse chiesto.
L'alba rosata con sprizzi d'azzurro era davanti a loro, l'ultimo giorno, non sapevano se un domani si sarebbero rivisti, ma quei giorni trascorsi insieme erano stati magici.
L'abbraccio di quel mattino era un nido d'amore, un calda culla, un raggio di luce... Mentre i primi raggi del sole erano spuntati all'orizzonte.
Qualche ora più tardi Marco, guardava la collanina di turchese regalatagli da Neilos, con una piccola Venere come ciondolo, la dea dell'amore. Aveva chiuso gli occhi ricordando i giorni con lui e si era messo a piangere.
Sono poi passati alcuni anni, Giampaolo e Laura erano seduti su una panchina e tra le mani una lettera ed una foto: Marco e Neilos nella loro casa a Cnosso, la Venere turchese aveva fatto il miracolo dell'amore, non li aveva fatti perdere tra i menadri del mondo.
Dietro i loro volti sorridenti un alba magnifica, un'altra alba che sapeva di magia, quella dell'amore.

Giampaolo Daccò Dos Lerèn



mercoledì 13 luglio 2016

L'AQUILONE




L'AQUILONE


E Paolino correva, correva veloce nei prati dietro la casa della nonna, correva col suo aquilone azzurro stagliato nel tramonto di quella sera d'estate.
Non vedeva e ne sentiva gli altri amici dietro di lui, si era allontanato di proposito, voleva vedere quell'astro rosso scendere fino a scomparire all'orizzonte.
E per vederlo meglio doveva salire sulla piccola altura sopra i campi.
Sentiva la voce della nonna che lo incitava a non distaccarsi troppo, il suo aquilone era ben visibile agli altri.
Non c'erano fossi pericolosi e zone con trappole o pantani profondi.
Paolino alzava gli occhi per vedere il suo aquilone volare in alto mentre un venticello tiepido e piacevole proveniva da sud, ogni tanto qualche aereo basso passava sulla sua testa, aerei in procinto di atterrare al vicino aeroporto.
Col fiatone si era fermato vicino al grande albero di sambuco, sentiva il vocìo e le risate degli altri poco più sotto di lui.
Il sole era davanti ma non faceva male agli occhi a guardarlo, l'aquilone scese piano verso di lui finendo dolcemente i suoi piedi.
Non sapeva il perché ma quando lo prese in mano, uno alla volta, sul colorato gioco di carta, i volti di chi lo accompagnava quella sera si impressionarono come per magia sopra quel rombo leggero. Nella sua mente vennero come per incanto, i disegni dei destini di ognuno di loro, dei suoi amici:
Gina, Mariagrazia, Claudio, Gigi, Luciana, Carlo, Ines, Angiolina e la nonna...
Paolino non capiva il perché vedeva con la mente quelle cose, ma non riusciva anche a comprendere come mai il suo viso non c'era in quei pensieri.
Poi l'impulso di riprendere a correre verso gli altri, scese dalla piccola altura verde verso la strada che costeggiava il fiume e dove c'erano gli altri seduti sul prato ed all'improvviso quando il suo aquilone blu prese il volo verso il cielo, vide il suo volto e una città di mare lontana...
Aveva pensato per un istante: "Ecco dove sarà la mia casa!" e subito dopo, il suo visetto di bambino con la casa alle sue spalle, scomparirono al rumore di un altro aereo che passava veloce sopra la sua testa.
Aumentando la sua corsa, vedeva i suoi amici avvicinarsi di più urlando i loro nomi, felice per quella serata.

giovedì 7 luglio 2016

RICORDI DI SIGNORA BIONDA



RICORDI
DI SIGNORA BIONDA

Il vento caldo del mare fa svolazzare il vestito di Laura, un abito leggero di lino azzurro, lungo fino ai piedi.
I capelli biondo chiaro raccolti in una treccia, le donano un'aria sbarazzina di una gioventù ormai passata, mentre i suoi occhi azzurri fissano il mare e l'uomo sulla sabbia che le sta da vicino da più di trentacinque anni.
Lui si volta verso di lei, Laura dalla veranda gli fa un saluto con un sorriso mentre i loro due cani corrono giocosi sulla spiaggia quasi al tramonto.
Seduta sulla sedia di vimini, si rivede giovane con lui, mentre si erano incontrati nel lontano 1998 in un locale affollato di Milano e subito lei fu colpita dallo sguardo tenebroso di lui e lui dagli occhi color del cielo di lei.
Fu subito amore... E lo è tutt'ora.
Nel corso degli anni, non erano arrivati i figli tanto desiderati ma quello che li ha sempre tenuti uniti sono stati il grande amore, il rispetto, la stima e la forza affrontando prove difficilissime nel corso del tempo.
Poi quanto tutto era tornato sereno, la coppia aveva acquistato in Spagna, per passare una dolce vecchiaia, una bella casa bianca in riva al mare 
Lorenzo non sa dell'incontro di lei avvenuto pochi giorni prima in un negozio della cittadina in cui vivono tutt'ora.
Juan Ramon la riconobbe subito nonostante erano passati cinquant'anni, le si fece incontro presentandosi. Laura era diventata rossa per la sorpresa, Juan era stato il suo amore di ragazza quando lei era appena ventenne e lui un ricchissimo e stupendo uomo d'affari di dodici anni più grande.
Si erano innamorati come mai nonostante la differenza di età e lui avrebbe messo il mondo ai suoi piedi, le avrebbe fatto fare una vita da regina.
L'avrebbe portata a casa della sua potente famiglia in Spagna, dove erano molto noti ed amici della nobiltà madrilena ma...
A pochi mesi dal fidanzamento lui si era rivelato molto duro, intransigente e geloso. In un litigio le disse che lei era attratta dal suo denaro e non dall'amore.
Giovane com'era, inesperta e un poco sognatrice, a quelle parole inutili e cattive e soprattutto non meritate, era fuggita piangendo. L'avevano cercata per molte ore i genitori, lui, alcuni amici. 
Era fuggita al mare e lì la trovarono seduta su una panchina piangente mentre le onde bianche si stavano infrangendo su degli scogli vicino a lei.
Fu la loro fine, Laura non era venale ma con lui, nonostante i difetti e la durezza di carattere sarebbe stata la padrona di tutto un domani, sarebbe andata via da quel mondo stretto di provincia in cui viveva.
Nel negozio, Laura guardava Juan, era cambiato, era diventato molto anziano anche se un guizzo vivace balenava nei suoi occhi verdi mentre la stava osservando, un giovane moro che era accanto a lui, si era staccato vedendo il nonno fermare quella signora bionda.
"Non ti ho mai dimenticata... Sei bellissima come allora." le disse porgendole la mano. Laura sorrise ricambiando parole di circostanza. Lui la fissava con intensità.
"E' stato un peccato per noi due... Ma la colpa fu mia, tu eri troppo piccola per un uomo come lo ero io."
Si erano poi seduti per un caffè al bar di fronte mentre nuvole bianche e leggere volavano sopra le loro teste.
Lei non disse molto del suo trascorso e difficoltà, solo che era serena e felice con il suo compagno.
Juan raccontò molto di se, del suo lavoro, delle sue due mogli e sei figli più vari nipoti ed un impero enorme da gestire, una vita da milionario, intensa e ricca di emozioni.
Si erano lasciati un'ora dopo, tornando a casa Laura pensava a Lorenzo, non vedeva l'ora di dirglielo, ma quando lo aveva raggiunto, aveva tenuto per se quel piccolo incontro.
Ora Laura guarda il suo uomo che sta raggiungendola con i loro due cani, sorride tra se, Lorenzo non era stato in grado di renderla regina con denaro, viaggi, lusso ma è stato ed è l'uomo che tutt'ora la rende una principessa piena di amore, di calore, di serenità.
Capisce in un attimo che avrebbe potuto avere un mondo ai suoi piedi ma, mai lo avrebbe cambiato con quello pieno di colori, luce e fiori che Lorenzo le aveva dato e che le dona tutt'ora.
Felice si alza dalla veranda e gli corre incontro chiamandolo semplicemente "Amore".
La luce sul mare fa brillare le onde come stelle del cielo ed i gabbiani come farfalle bianche volano sull'immensa distesa blu alle loro spalle. 
Insieme abbracciati ora si avviano nel loro nido bianco, un nido pieno di calore e serenità.
GpDS

venerdì 1 luglio 2016

UN SOGNO MOLTO REALE



UN SOGNO MOLTO REALE

Sentivo le onde biancastre spumeggiare vicino a me, infrangendosi leggermente sulla spiaggia dorata. L'ombra delle palme, un vento caldo e gli occhi chiusi per assaporare il profumo salmastro dell'Oceano, mi facevano stare bene. 
Era come fossi in paradiso, sentivo il sole meno caldo per l'ora tarda del pomeriggio, una vacanza in un certo senso sudata e meritata dopo un anno di lavoro pesante e difficoltoso.
Ero lì da pochi giorni e ne avrei passati altri venti, tra spiaggia, oceano, escursioni.. Incominciavo a sentire l'energia entrare in me.
L'Hotel era stupendo, incastonato in quel posto tropicale magnifico e pensando all'autunno europeo appena arrivato, mi sentivo un privilegiato, anche perché aldilà del personale del posto non conoscevo ancora nessuno.
"E da tanto che sta pensando al paradiso?" una voce gradevole ed ironicamente simpatica mi aveva scosso da quel tepore sognante, aprendo gli occhi mi trovai in piedi davanti all'amaca su cui ero sdraiato, una magnifica creatura.
Capelli neri, ricci e bagnati che scendevano fin sotto le spalle, occhi scurissimi dalle ciglia lunghe, bocca leggermente imbronciata che incorniciava un sorriso bianco perfetto e subito il cuore incominciava a battermi forte.
Aveva sorriso davanti al mi stupore, balbettai qualcosa come "Si... certo... Qui è tutto un paradiso...".
"Hai gli occhi color del cielo e i capelli color del grano..." incominciavo a pensare di essere preso in giro "Non ti sto prendendo in giro!" mi aveva detto smettendo di sorridere.
"Che fa mi legge nel pensiero?" avevo pensato.
"E non leggo nel pensiero..." eravamo scoppiati a ridere, avevo tolto la fascetta che legava i miei lunghi capelli che scesero fino alle spalle.
"Sembriamo Yin e Jang, sai di che parlo vero?", avevo annuito.
Non so come accadde, ma ci siamo poi ritrovati a passeggiare lungo la spiaggia che incominciava a tingersi di rosso per il tramonto, parlando di cose esoteriche, di noi, delle bellezze del posto.
Avevamo scoperto che alloggiavamo nello stesso albergo, avevamo gli stessi gusti, ed eravamo italiani. Osservavo la diversità fisica dei nostri colori, tant'è che mi misi a ridere tra me, pensando a dei biscotti famosi per essere uno chiaro ed uno scuro incollati da un goccio di crema di vaniglia.
Avevamo mangiato in un piccolo locale con indosso solo il costume da bagno, coperto da un pareo, i nostri occhi si fissavano spesso, ma io mi sentivo arrossire, non so perché ma non mi era mai capitata una cosa del genere.
Molto più tardi la luce della luna filtrava tra le finestre della sua camera, guardavo quella creatura completamente nuda abbracciata a me, le ombre disegnavano sul corpo curve ed onde scure e sensuali.
Era stata una notte piena di passione, pensavo che sarebbe durata solo una volta, i suoi capelli neri lungo le spalle sembravano blu nella penombra. 
Muovendosi, aveva aperto gli occhi su di me e subito un leggero bacio aveva colpito la mia bocca, avevo anche notato in quell'istante una cosa che non avevo visto prima, il tatuaggio Ying e Jang sulla sua spalla sinistra.
"Non ci siamo incontrati per caso." aveva detto all'improvviso notando i miei occhi fissi sul tatuaggio "Era destino, me lo sentivo quando ti avevo visto entrare nella hall la prima volta con la valigia blu e lo zaino in spalla. Sembravi un angelo con i capelli lunghi e lo sguardo un po' perso."
"Grazie..." avevo detto così
"E per cosa? Passeremo le vacanze insieme se ti... Ma si che lo sai, fino al giorno della partenza per casa saremo qui, insieme."
Così era stato, che giorni e notti meravigliose, un sogno reale, un premio per un anno durissimo che pensavo di meritare.
Avevo scoperto che eravamo sul volo di ritorno insieme, che meraviglia fino all'ultimo.
Milano Malpensa, venti giorni dopo. Passata la dogana ci eravamo fermati in un bar per mangiare qualcosa, non sapevo se chiedere il  suo numero di telefono.
"Senti..." mi aveva detto all'improvviso, "Non scambiamoci niente, te l'ho letto negli occhi. Ne telefono, ne indirizzo, nulla. So che abiti a Milano ed io a Roma... Se il destino vorrà ci rincontreremo, meglio così..." aavevo risposto con un cenno della testa, sembrava un gioco magico e crudele. Un bacio aveva suggellato il nostro addio, mi veniva da piangere, ero stato troppo bene.
Mi ritrovai a casa dopo due ore pensando a quell'avventura stupenda ed ai suoi occhi così penetranti, ma chi era? Un altro  angelo comparso all'improvviso?
Molti anni dopo ero ad un convegno nella città eterna, centinaia di persone di tutto il mondo ed una noia mortale nel partecipare a tre conferenze che non finivano mai, tra persone di ogni lingua.
Poi il penultimo giorno, un'escursione in Vaticano per visitare gli stupendi musei e mentre stavamo passeggiando tra quelle meraviglie di quadri e statue, rividi la meravigliosa creatura,  non era cambiat amolto, solo i capelli più corti, da perfetto idiota mi ero nascosto dietro ad una colonnina... 
Non so perché lo avevo fatto ma mi sentivo in imbarazzo, non ero più solo e forse rivedendoci sarei rimasto imbarazzato.
Quando non vidi più la sua figura, mi spostai da dov'ero e raggiunsi il mio gruppo.
Dieci minuti dopo, un signore con la divisa da guida si era avvicinato.
"Signor Daccò? Giampaolo Daccò?"
"Si sono io." avevo detto stupito.
"Le devo consegnare questa busta da parte di una persona  che mi ha fermato poco fa." lo ringraziai, avevo tra le mani tremanti la busta, avevo capito di chi era e non appena l'avevo aperta, ecco quelle parole scritte ocme il fuoco sulla pelle:
"Angelo biondo, ti ho ritrovato anche solo per pochi secondi. Avevo capito che non eri da solo, così ho evitato di avvicinarmi. Volevo dirti che sei e lo sarai per sempre, un angelo biondo indimenticabile per me. Sono sicuro che ci rivedremo ancora... E' destino Jang, sono sicuro che il mare sarà il luogo esatto, ma non so quando. Ciao Ying."
Avevo sorriso mettendomi in tasca la busta.
Incredibile, mi chiedo ancora oggi se quel sogno era stato reale...
Una busta messa in una scatola di ricordi lo conferma, è stato reale.
GpDS

mercoledì 29 giugno 2016

MANI UNITE



MANI UNITE

Insieme camminiamo
da tanto tempo
ci teniamo stretti
affrontando il tempo,
i pericoli, le gioie, i dolori.
Insieme affrontiamo il destino
quello che si è stato dato,
imposto e scelto.
La strada la vedo lunga
piena di tortuosi ostacoli
ma ne sono sicuro che
insieme li affronteremo tutti.
Tenendoci stretti per mano.
Tu sai che voglio dire,
cosa significano queste parole.
Tu sai quanti sacrifici
ci hanno avvolto in questi
lunghi anni d'amore.
Le nostre mani
non si lasceranno mai
solo quel giorno
ancora lontano,
dove ci ritroveremo ancora
per mano in un altro mondo,
in un altro universo ma,
sempre insieme.

GpDS





           

giovedì 23 giugno 2016

LA FINESTRA



LA FINESTRA

Guardo fuori dalla finestra
color della notte e d'oro
sul mondo che non vediamo
e non ci sei più
eppure un tempo
riuscivo a vederti
riuscivo a parlarti
ma ora davanti a me
la finestra è chiusa
dai vetri non vedo 
che una luce dorata
e poi il nulla
dentro di me solo
una voce che mi dice
ormai vai per la tua strada

GpDS


lunedì 20 giugno 2016

IL FREDDO DENTRO



IL FREDDO DENTRO

I piedi senza scarpe, le quali erano appoggiate sulla sabbia umida e scura davanti a quel largo fiume torbido, il freddo che penetrava tra le dita, poi su fino alle caviglie... 
E mentre cercava di non pensare al gelo di quell'acqua senza contorni, come un brutto scherzo, uno squallido gioco insinuante, la mente di quel sedicenne disperato e solo, subito gli fece venire a galla pensieri e ricordi disperati, ricordi di quella breve vita.
E più proseguiva nell'acqua, più riaffioravano cose che mai avrebbe voluto rivedere. 
Quel pomeriggio d'autunno, mentre stava per imbrunire il cielo, Stefano si era messo il vestito più bello che aveva: un abito elegante, grigio scuro, con la camicia di seta e la cravatta blu notte, quella di suo padre.
La strada che costeggiava il fiume non era lontana e quando era uscito di casa, si era subito avviato tra i prati scoscesi verso quel fiume scuro come la sua anima.
Aveva deciso, sarebbe stata la sua ultima casa. 
Nella mente, mentre l'acqua fredda lambiva ormai le sue ginocchia, tornarono tutte le frasi dettategli da quell'uomo che lo aveva messo al mondo e che da quel giorno l'aveva odiato, perché lui, Stefano era stato solo un pacco ingombrante, soprattutto dopo la nascita di un'altra creatura in quella famiglia gelida, una bimba subito amata all'inverosimile, al contrario di lui.
Aveva passato il tempo a chiedersi il perché, a rimediare o meglio a cercare di farsi voler bene, di eliminare quell'astio nei suoi confronti, un astio che mai aveva compreso, fino a quella sera in cui lui, suo padre, disse alla succube moglie, schiava di quell'uomo: "Da quando è nato mi ha rovinato la vita".
Era scappato in mansarda per non sentire altro, aveva solo otto anni.
L'acqua era a metà delle sue cosce e mentre proseguiva nel fiume e nei suoi ricordi, rimbombavano queste parole, parole lunghe sedici anni:

"SEI UN BAMBINO STUPIDO"
"CHE FIGLI IGNORANTE CHE ABBIAMO AVUTO"
"VATTENE IN CAMERA TUA, MI DAI FASTIDIO"
"TUA SORELLA E' PIU' INTELLIGENTE DI TE"
"SMETTILA DI FISSARMI"
"GUARDA CHE MI HAI STANCATO"
"MAI VISTO UN INCAPACE COME TE"
"DA CHI HAI PRESO NON SI SA"
"QUARDA TUA SORELLA COM'E' BRAVA A SCUOLA"
"ERA MEGLIO CHE NON NASCESSI"
"NON VOGLIO CHE FREQUENTI QUESTO... QUELLO... QUELL'ALTRO..."
"VAI DA TUA NONNA ALMENO PER UNA SETTIMANA COSI NON TI VEDO PER UN PO' "
"EH CARI AMICI, PURTROPPO E' CAPITATO A ME QUESTO FANTOCCIO DI FIGLIO"
"MI SOMIGLIASSE ALMENO"
"TI MANDIAMO IN COLLEGIO FINO 
ALLA MAGGIORE ETA' "
"SEI SOLAMENTE UN INETTO"
"MI DOMANDO PERCHE' SEI NATO QUEL GIORNO"

I ricordi erano spariti in un attimo quando Stefano, si era accorto che l'acqua era arrivata al suo mento, due passi piccoli e sarebbe sprofondato nella melma di quell'ansa oscura, sapeva che lì c'erano i mulinelli pericolosi, sapeva che l'avrebbero inghiottito e fatto finire chissà dove.
Gli era venuto da ridere a pensare cosa sarebbe successo agli altri dopo aver saputo tutto, ma non gli importava nulla, non era più necessario saperlo, fuori da quell'acqua non c'era più nessuno ad aspettarlo e a chiedersi il perché, non era mai stato accettato.
Aveva sorriso al primo mulinello davanti a lui, pensò a sua nonna lassù in chissà quale parte del cielo, chiuse la bocca e prosegui, sparendo in quel fiume torbido.
Giù sempre più giù, il respiro trattenuto istintivamente si aprì e un mare di acqua putrida entrò nel suo corpo e si senti portare via per sempre dal nero dov'era finito.
Stefano aveva aperto gli occhi in quell'istante, era solo un sogno, una fantasia dettata dalla mente piena di dolore. Era quasi sera, la luna filtrava dalle tende della sua camera e sentiva le voci di sua madre e sua sorella sotto in soggiorno.
Si era alzato dal letto ancora vestito da quando era tornato da scuola, ed avvicinato alla finestra, in quell'istante comprese che mai avrebbe potuto fare una cosa del genere, almeno non in quel modo.
In un istante, come se una luce bianca l'avesse trapassato nell'anima, vide le sue mani prendere una valigia, mettere dentro la maggior parte delle sue cose, qualche fotografia importante e piccoli oggetti cari, chiuderla con forza e liberazione.
Voleva scendere da sua madre e dirle che nonostante tutto le voleva bene, ma con un sorriso amaro, si era messo il giaccone pesante, prendendo la valigia in mano era corso già dalle scale di servizio.
In un istante si era ritrovato in strada, un sorriso davvero bello si era stampato sul suo viso e il futuro si era aperto davanti a lui. 
La stazione del treno si faceva sempre più vicina e così il suo avvenire, a qualsiasi costo. Girando l'angolo, una nebbiolina incominciava a salire dal fiume, ben presto Stefano avrebbe lasciato alle spalle tutto questo.
GpDS






martedì 14 giugno 2016

UN TRAM NELLA SERA


UN TRAM NELLA SERA
Sara guardava le vetrine illuminate dei negozi fuori dal finestrino del tram che sfrecciava veloce in Piazza Firenze a Milano. Le luci del tardo pomeriggio di quel ponte delle feste di Sant'Ambrogio, davano al paesaggio cittadino una luce azzurra mista ad una leggera nebbia che saliva dall'asfalto bagnato, grazie ad una breve nevicata del mattino quasi subito sciolta.
Dentro di se, sentiva un dolore ed una tristezza che l'avrebbe accompagnata fino a casa, pensava alle ore precedenti, al suo comportamento ma anche al dolore nel cuore, di una storia che fino a qualche settimane fa, le aveva lacerato il cuore.
Si era lasciata con un uomo che al momento sembrava dolce e protettivo, quando iniziò la convivenza il "mostro" gettò la maschera, rivelandosi: meschino, mammone, bugiardo.
Cercava di metterla in difficoltà in ogni modo e ogni cosa era colpa sua ma, ogni suo gesto non andava bene, una donna che non vale niente le disse una volta.
Per fortuna quella storia finì in una sera tiepida di fine estate, subito dopo cena e dopo essersi insultati e lo schiaffo di lei, violento come uno sfogo represso da mesi, si sovrappose tra loro un muro di cemento ed ognuno finalmente, prese la sua strada. Lei col cuore a pezzi per aver creduto ed essere stata presa in giro.
Poi in una sera di novembre uscendo con qualche amica, conobbero in un locale pieno di gente sul Naviglio Grande, un gruppo di ragazzi e fu amicizia tra loro come succede spesso tra i trentenni solitari che cercano nuove compagnie, tra loro Claudio.
Lei aveva colpito quel ragazzo con il suo sguardo pulito, quegli occhi verdi chiari così limpidi, Sara si era sentita per un attimo emozionata nel guardare quel sorriso di lui, caldo, dolce e sincero, così nel giro di qualche giorno, dopo essersi scambiati il numero di telefono, si sentirono spesso.
Poi venne l'occasione di passare un paio di giorni insieme, grazie alle festività di dicembre, quell'anno il ponte di Sant'Ambrogio a Milano, sarebbe stato lungo quattro giorni.
Si erano trovati il sabato mattina in centro, una colazione in un bar famoso e subito una lunga passeggiata e tante parole, per conoscersi, per capirsi, per piacersi mentre un leggero nevischio incominciava a scendere dal cielo scuro.
Lei ascoltava la voce calda di quel coetaneo biondo, dai capelli rasati che le raccontava la stessa storia vissuta da lei poche settimane prima, si sentì talmente coinvolta che quando lui le propose: "Vuoi passare due giorni a casa mia? Giuro che non ti violenterò!"
Ridendo alla battuta quasi subito disse si.
La casa di Claudio era molto bella, ottavo piano di un bel palazzo moderno verso viale Certosa, un appartamento con mobili essenziali, caldi, di colori tenui, lui le mostrò ogni spazio, ogni camera dando la spiegazione per quelle scelte di mobili, oggetti, colori e a lei piacque subito quella casa.
Accogliente, serena, vivace come doveva essere lui ma all'improvviso la foto di una donna appoggiata su un mobile attirò la sua attenzione e mentre Claudio incominciava a preparare per loro qualcosa in cucina, raccontandole di quanto se la cavava benino in piatti lombardi, si ritrovò la foto nelle mani.
Il volto di quella donna mora, con occhi scuri e duri, dal sorriso tirato, emanava poca simpatia da quel ritratto, alle sue spalle la voce di lui.
"E' lei, è Luisa"... le prende la foto dalle mani e l'appoggia sul mobile. "Direi che è un passato da tenere nei ricordi."
Allo sguardo interrogativo di lei, Claudio capì che voleva una spiegazione del perché quella foto fosse ancora lì, del perché era presente per ricordare la storia sofferta che lui aveva passato, nonostante le sue parole di poc'anzi.
Claudio le spiegò tutto dopo pranzo, lui non riusciva a dimenticarla completamente, ma cercava in tutti modi di poter allontanare quello spettro dalla sua vita.
Poi dopo il caffè, mentre la luce azzurra del pomeriggio nuvoloso incominciava ad incorniciare il paesaggio, l'atmosfera strana di quei colori e profumi invernali fece una specie di magia nella loro mente, in modo che si ritrovarono a letto eccitati da un'attrazione strana.
Tra quelle coperte calde, Sara sentiva le mani forti di lui accarezzarla, il suo corpo nudo contro di lei mentre le sfiorava il collo con baci delicati. All'improvviso lo squillo del cellulare di lui, li fece sobbalzare. Rispose scusandosi, lei annuì paziente.
La telefonata finì presto ma Sara aveva capito subito: era l'altra, infatti il viso bianco di lui tradiva l'emozione.
In quel momento voleva scappare via, ma Claudio era già accanto a lei mentre cercava di accendere i suoi sensi, con un bacio sul seno. Sarà non sentiva più nulla, cercava di provare l'eccitazione di prima ma, la telefonata aveva rotto quella magica atmosfera.
Claudio se ne accorse, si staccò da lei e si appoggiò allo schienale del letto con lo sguardo rivolto alla parete.
"Scusami Sara." disse con un filo di voce.
Lei rispose di non sentirsi in colpa e che forse è stata lei che aveva sbagliato ad accettare così in fretta la sua proposta di stare insieme per due giorni ma lui, quasi sembrò non averla sentita proseguì.
"Lei viene qui ogni tanto, almeno una volta al mese o anche due e me la ritrovo nel letto come tutte le volte. Mi ha lasciato per un altro, ma quello che... Quello che prova per me è tutt'altro mi dice ogni volta che la ritrovo qui. Io mi odio e la odio ma non riesco a staccarmi questa specie di follia che mi impedisce di essere libero e "fermarmi" con una donna speciale come te. Ti ho capita subito, mi sei piaciuta subito, speravo che in questi due giorni qualcosa sarebbe cambiato e..."
E lei dopo un'ora era già su quel tram mezzo vuoto, che sferragliava nel centro di Milano, tra pochi minuti sarebbe arrivata a casa sua. Sapeva che avrebbe pianto per se stessa, per quell'uomo che l'aveva lasciata, per Claudio così dolce e prigioniero di un passato troppo presente nella sua vita, per Claudio che aveva deciso di non vedere più.
Il tram proseguì nella sua corsa sui binari tra le piante spoglie e scure come l'animo di lei, le vetrine lucenti dei negozi facevano da cornice a quel passaggio del mezzo e presto, questi sparì dietro una curva.
Il cielo ormai era diventato nero e ricominciava a nevicare, la buia sera era arrivata insieme alle sue ombre, ombre che vivranno anche negli animi di molte persone.
Giampaolo Daccò



lunedì 6 giugno 2016

UN BAMBINO ASPETTA



UN BAMBINO ASPETTA

07 giugno 1972, ore 18.30
Paolo stava seduto sui gradini di casa e con gli occhi chiari fissava il castello oltre le mura a pochi metri da lui.
Vedeva le rondini volare nel cielo e qualche piccione sui tetti del grande maniero di quella cittadina di campagna.
Stava lì con lo sguardo fisso nel cielo dove poche nuvole bianche erano quasi ferme sopra di lui, mentre il caldo della giornata si stava attenuando sul far della sera ancora luminosa. 
Il sole non era ancora al tramonto e la luce leggermente meno forte filtrava dalle palazzine dietro la curva della strada.
Stava aspettando, stava aspettando un notizia, una delle prime più brutte della sua vita.
Era da solo in casa e per dare una mano ai suoi aveva messo a bollire una pentola di acqua calda, così quando sarebbero tornati, almeno un piatto di pasta, l'avrebbero forse, trovato sul tavolo, già preparato per la cena.
A undici anni sapeva già come fare, ed intanto si era seduto ad aspettare.
Sapeva che i suoi erano al capezzale della nonna ormai pronta per il suo ultimo viaggio, la nonna che abitava a neanche trenta metri dalla sua casa.
Non lo vollero con loro, già si era spaventato il giorno prima, nel vedere la sofferenza della nonna tanto amata che pianse tutta sera.
Paolo non voleva che la sua nonna morisse, gli aveva insegnato il significato delle erbe, di come creare unguenti, di come si usavano le pietre durante le fasi lunari... E poi ricorda quella frase detta a lui mentre tornavano dal fiume, su quella strada piena di alberi di sambuco.
"La tua nonna se ne andrà presto, lo sento, ma ti dovrò lasciare un segno prima... Sei l'unico che lo potrà avere ed usare..."
Non aveva capito Paolo cosa significasse quella frase, lo comprese pochi mesi prima quando a lei dissero delle brutte parole in un ospedale lontano dalla sua cittadina.
Aveva avuto il segno e da quel giorno, il ragazzino di undici anni "era cresciuto in maniera diversa con una consapevolezza e conoscenza sconosciuta ai suoi amichetti".
Sapeva che l'ora si stava avvicinando, i minuti passavano e non si era accorto che l'acqua sul fuoco non c'era più e l'odore di bruciato lo aveva scosso dai pensieri.
Appena entrato in casa spense il fuoco del fornello, ma la pentola era ormai bruciata, un fumo leggero a forma di spirale stava salendo dal centro della pentola.
Si era girato verso l'orologio sul mobile accanto "ore 18.46"
A Paolo era venuto nella mente un pensiero "E' andata via ora, la spirale del fumo me lo ha segnato".
Corse fuori in strada e vide l'altra nonna con la mamma uscire dal portone del cortile con i visi tristi, si era fermato e aspettava che loro due si avvicinassero.
Appena fu accanto a lui, la mamma gli accarezzò la testa "E' andata vero?" aveva detto il ragazzino guardandola negli occhi.
Al cenno della testa della mamma, Paolo sentì qualcosa dentro e si mise a guadare il cielo mentre le due donne attratte dall'odore del fumo entrarono di corsa in casa.
Paolo non le ascoltò quando gli chiesero che cosa era successo, lui stava osservando il cielo, una piccola nuvola dipinta di rosa dal sole che stava scendendo a ovest, stava volando veloce nel cielo, sciogliendosi in breve tempo fino a sparire.
"Ciao nonna Maria." aveva pensato in quel momento, sentiva che forse con quella nube, gli aveva mandato il suo saluto così, l'ultimo dato a quel bambino tanto amato da lei.
Si era seduto sui gradini di casa e i suoi pensieri fuggirono lontano, su quella strada che costeggiava il fiume piena di alberi di sambuco, insieme a lei, la sua nonna che un tempo gli aveva insegnato tante cose belle e strane.

giovedì 26 maggio 2016

VIVERE I COLORI DELLA VITA


VIVERE I COLORI DELLA VITA





E' sempre meraviglia osservare i colori che la nostra natura ci ha regalato. Ogni volta è una sorpresa, dal paesaggio alle sfumature, dai toni alle atmosfere... 
Cieli azzurri, mari blu, montagne verdi, campagne dorate, le stelle luminose, il sole, le case, i tessuti, i volti diversi di popoli lontani.
Eppure, eppure quando si ripensa al tempo passato, spesso vengono in mente immagini in bianco e nero, come se la mente voglia ricordare quei toni che al momento possono sembrare tristi o cupi, ma che invece alla fine, rivelano con mente attenta, sfumature incredibili.
Come nelle foto, ricordo strade di campagna battute dal sole con campi di grano o rotoli di fieno ombreggiati da alberi alti, i cortili delle case di campagna innevati e i portoni scuri, le sere d'estate passate da piccolo al mare con la nonna dove si ballavano i twist e altre danze "moderne", le scuole frequentate da piccoli dove si indossavano grembiuli neri con i fiocchi azzurri per i maschietti e bianchi con fiocchi rosa, per le femminucce (simboli per fortuna finiti) e il gesso sul bordo delle lavagne...
E tutto questo rivisto in bianco e nero, ritrovando sfumature che i colori, vivaci e allegri non permettono di notare... E' strano, forse sono scherzi della mente eppure, guardando queste fotografie e ripensando al passato, le immagini che affiorano sono di quelle sfumature dei non-colori.
Affascinanti come le nuvole grigie cariche di pioggia, strane come gli schermi dei televisori vecchi, suggestive come macchie di inchiostro su fogli bianchi mischiate a ombreggiature di matite grigie.
Così come pensando alla solitudine o ad un momento di riflessione, riesco a vedermi seduto su un molo davanti al mare, colorato da mille sfumature di bianco, grigio e nero, in attesa di serenità o d'ispirazione.
Come è bello vivere e rivivere i colori della vita, specie se sono in bianco, grigio e nero. anche questa è armonia e serenità.
GpDS 

lunedì 23 maggio 2016

CONFINI



CONFINI

Da piccolo e poi con gli anni a venire, non sono mai riuscito a comprendere quali sono i veri confini che l'uomo abbia mai inventato. Confini mentali, territoriali, sociali e tanto altro.
La fortuna o la sfortuna di aver vissuto parte dell'infanzia e dell'adolescenza in una piccola città alle porte di Milano, mi ha costretto troppo presto a prendere coscienza del fatto che esistono diversità legate a mentalità ed atteggiamenti per me ancor oggi impossibili.
Vivendo allora sul "confine", praticamente vicino al ponte sul fiume che divide tutt'ora la grande cittadina in due parti (e che ora spero non sia più così il modo di vedere le cose), dove quelli di là del ponte non andavano d'accordo con quelli di qua, oltretutto la parte più grande della città (praticamente il centro) era ed è tut'ora divisa da un viale lungo più di un chilometro e mezzo dove anche in questa zona esistevano due parti ben distinte.
L'unico collante era il centro storico circondato dalle mura del castello, dove la vivacità di un comunità fatta da tanti popoli che nel corso dei secoli si era amalgamato sempre di più (spagnoli-francesi-veneti-tedeschi), univa tutti durante le due sagre dei due santi protettori che avvenivano in pieno inverno ed in piena estate.
Le tre parti di questo enorme paese, un tempo chiamate Cogozzo, San Martino in Stambiello e San Rocco (alcuni ironicamente lo chiamavano San Rocco al Lambro) ed ognuna col suo santo patrono, erano nei secoli scorsi, protagoniste di scorribande e di litigi dove quello di là non poteva sposare una dell'altra parte.
Divertente? No, non direi anzi, questi confini inutili di una cittadina fatta di quartieri (un tempo borghi ben distinti) avevano creato lotte e inimicizie incomprensibili.
Ovviamente non farò nomi ma il racconto che dirò ora, rispecchia quella realtà e da protagonista di allora, mi fa ritrovare ora, in quest'attimo a sorridere alla scena che a quel tempo mi sembrava tragicamente assurda.
Con la mia famiglia praticamente abitavano sul confine, sulla linea "doganale", dove un tempo lontano c'era un albergo, gestito da un prozio con tanto di riposo per i cavalli e quindi "un confine", infatti essendo in "bilico tra una parte e l'altra, mi fecero fare la scuola materna da una parte e le altre, nel quartiere opposto.
Per me una valeva l'altra.
Avevo circa otto o nove anni ed in una bella giornata di sole estivo,i ritrovai un giorno a gironzolare per il viale alberato di San Rocco, quando fui avvicinato da quattro ragazzi più o meno coetanei, al che uno protestò perché io fossi nella loro zona, nel loro quartiere e voleva picchiarmi perché abitavo aldilà del ponte. 
La frase che blocco il tipo, fu dell'altro suo amico:
"Ma sei scemo? Il Paolino è sul confine sul ponte, zona neutra, lascialo stare e guarda di là..."
In fondo al viale stavano giungendo tre ragazzi della zona di San Martino in bicicletta...
Fu lì che vidi l'assurdità della cosa.
Si picchiarono, litigarono, gli altri fuggirono e chiamarono i loro amici del quartiere...
Non so cosa successe dopo, io, quello sul confine, alla dogana, me ne andai veloce evitando di vedere cosa sarebbe accaduto poi.
Ecco questo era un piccolo aneddoto accaduto degli anni sessanta, cinquantanni fa quasi.
Ed ora siamo ancora allo stesso punto: i confini.
L'uomo vive di queste cose, sia socialmente, mentalmente, economicamente e poi parla invano di uguaglianze e fratellanza, si a parole.
Potrebbero andare anche bene i confini di stato invisibili ed inventati, potrebbero essere utili protezioni in caso di necessità ma i più pericolosi sono quelli mentali, dove il pensiero impedisce di vedere l'uguaglianza, la capacità di comprensione, l'aiuto reciproco, la tolleranza, il bene comune...
E siamo ancora qui a scannarci perché uno è rosso, uno è bianco, uno è nero, perché uno è africano, uno è inglese, uno è eschimese.
siamo ancora qui dopo millenni, ad insultarci e farci guerre perché uno è cristiano, l'altro induista ed un'altro ancora ebreo... 
Poi ancora perché uno è etero, uno è gay, l'altro è un prete oppure un militare... 
Perché ed a cosa serve?
Tutti questi inutili confini invisibili, ignobili ed umilianti per gli esseri umani non porteranno che al nulla, come sempre sarà.
Peccato, forse un giorno questi limiti cadranno, solo allora potremmo dirci fratelli e urlare siamo uguali e nessuno è diverso... Solo allora, forse.
GpDS