“La solitudine maschile, il silenzio, il peso della propria vita che si porta sulle spalle, questo è il dolore degli uomini feriti dagli sbagli commessi. Non è facile per un uomo vivere una vita che non è più la sua, deve solo trovare il coraggio per andare avanti con dignità.”
Il mio treno aveva venti minuti di ritardo. Avevo evitato di dire parolacce e imprecazioni, ma l’umore non era dei migliori.
Per ingannare l’attesa ero entrato nel bar della stazione di Rogoredo: pieno di gente, rumori di tazze, voci come echi fastidiosi che rimbalzavano ovunque. Dopo un caffè e una brioche ero scappato fuori quasi subito.
Troppo caos.
Camminavo sulla banchina del mio binario. Era mattino presto, pochi viaggiatori, una nebbiolina leggera che avvolgeva i palazzi sullo sfondo. Mi stavo innervosendo quando vidi una panchina.
E un uomo seduto.
Di solito preferisco stare in piedi, ma quella mattina la stanchezza aveva vinto. Mi sedetti a poco distante da lui. Non sapevo se fosse un normale viaggiatore o uno dei tanti senzatetto che ormai popolano le stazioni.
Non sbagliavo: sembrava proprio un senzatetto. Presi un libro dalla borsa e iniziai a leggere, anche se ogni tanto lo osservavo di sottecchi.
Dopo due minuti, una voce accanto a me.
- Che legge di bello? -
Mi voltai.
Un sorriso.
Un volto giovane ma segnato. Due occhi verdi profondi, difficili da decifrare. Vestiti malmessi, un cappello di lana che copriva capelli lunghi e sporchi.
Sorrisi, convinto che da lì a poco mi avrebbe chiesto soldi per drogarsi o per mangiare.
- Sto leggendo “Il ponte sulla Drina” di… -
- Ah sì, di Andrić. L’ho letto. Come altri suoi libri. Ottimo autore: fa rivivere le sensazioni dei luoghi, sempre un po’ tristi, come chi vive nell’Est Europa. -
Rimasi interdetto.
- Come? -
- Sì… gli scrittori e i musicisti dell’Est hanno sempre quella vena di malinconia nelle loro opere. Io ci sono stato mille volte. E lei? -
Appoggiai il libro sulla panchina, incuriosito.
Quell’uomo che avevo scambiato per un barbone mi stava parlando di cultura, di musica, di viaggi.
- Conosce “La Moldava” di Smetana? Musica sublime. -
- È una delle mie preferite. - risposi sempre più stupito.
L’altoparlante annunciò un ulteriore ritardo: altri cinque minuti.
Lui guardava la nebbia tra i binari, come se vedesse oltre.
- Il suo treno ora ha quindici minuti di ritardo. Brutto aspettare, vero? - Poi mi fissò con quegli occhi che mi fecero rabbrividire. - So cosa sta pensando. -
- Veramente… -
- Ha pensato che fossi un barbone, un extracomunitario, uno che le avrebbe chiesto soldi. Magari non voleva neanche sedersi vicino a uno come me. -
- Le assicuro che… -
- Sono italiano. Della bassa padana. Sto aspettando padre Alberto dei frati vicino a Porta Vittoria. -
Mi si aprì un sorriso spontaneo: conoscevo padre Alberto. Un frate alto, rossiccio, con una voce limpida e una presenza che scaldava.
- Conosco padre Alberto. - risposi con un sorriso non più diffidente.
- Il mondo è piccolo, eh? -
Annuii.
- Ah, non ci fosse stato lui… Ora dormo e mangio da loro. E lei, visto che lo conosce, abiterà in zona o avrà fatto volontariato. -
Annuii di nuovo.
- Lei è un uomo di poche parole, lo vedo dagli occhi. E scommetto che è curioso della mia storia. Gliela racconto in pochi minuti, prima che arrivi il suo treno. -
Arrossii.
- La vita ti porta su strade impreviste. A volte sbagli un bivio e ti ritrovi nel fango invece che in un viale luminoso. -
Due treni passarono veloci, coprendo la sua voce. Il vento fece svolazzare le pagine del mio libro. Lo rimisi nella borsa.
- Ho perso tutto: moglie, figli, lavoro, amici. Errori stupidi, dettati dall’ambizione e dall’egoismo. E ora pago. Ma non scappo: se hai responsabilità, devi affrontarle. -
Rise amaramente.
- Ora aiuto i frati. Mi hanno dato un lavoro in una officina. Sono qui perché ho incontrato due dei miei figli, quelli che vivono a Genova. Gli unici che accettano di vedermi. Mia ex moglie e mia figlia maggiore… mi hanno rifiutato. Un domani, forse… -
Guardò in lontananza. Un uomo vestito di scuro stava arrivando dal bar.
- Oh, credo sia padre Alberto. -
Lo riconobbi anch’io. Ma una signora con un cane lo fermò.
Il mio treno stava entrando in stazione. Ci alzammo entrambi.
- Mi ha fatto piacere conoscerla. Anche se ho parlato solo io. -
Sorridemmo. Allungai la mano. Lui esitò, poi diede solo una pacca sulla mia spalla.
- Le mie mani non sono molto pulite. Ma ora salga: le porte non aspetteranno molto prima di chiudersi e perdere il treno. -
Corsi verso il vagone. Mi voltai un attimo prima che le porte si chiudessero.
Lui mi salutò con la mano.
E disse, con una voce alta che mi colpì allo stomaco:
- Ciao "Lupetto"… chissà se ti rivedrò ancora. -
Le porte si chiusero. Il treno partì.
Rimasi immobile, con il cuore che batteva forte. Come faceva a sapere il mio soprannome di quando giocavamo a Volley alle superiori?
Per mezz’ora cercai nei ricordi. Le gare del nostro sport praticate a livello agonistico contro altre squadre regionali della Bassa: Lodi, Crema, Vigevano, Pavia.
Niente.
Poi il treno si fermò a Pavia. Guardai la banchina del primo binario. "Pavia!"
E un volto, più giovane di trent’anni, mi esplose nella memoria: Ludovico.
Uno dei ragazzi della mia vecchia compagnia. Bello, ricco, pieno di vizi. Destinato a un futuro brillante. Il sesso come unica droga, mentre gli altri si perdevano in eroina e cocaina.
Ludovico, il ragazzo d'oro che tutti invidiavano e che faceva impazzire d'amore le ragazze.
E ora?
Il treno ripartì verso Genova. Ma io avevo già deciso: avrei parlato con padre Alberto.
La nebbia si stava diradando. Un tenue sole illuminava la campagna.
E nella mia mente c’era solo un nome:
Stefano.
"La solitudine maschile non è urlata: è una stanza illuminata vista da fuori, dove nessuno entra."
Giampaolo Daccò Scaglione

A volte sbagli un bivio e ti ritrovi nel fango invece che in un viale luminoso. -
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