lunedì 23 febbraio 2026

*QUELLO CHE GLI UOMINI SENTONO* : "UN UOMO SOLO"

 La solitudine maschile, il silenzio, il peso della propria vita che si porta sulle spalle, questo è il dolore degli uomini feriti dagli sbagli commessi. Non è facile per un uomo vivere una vita che non è più la sua, deve solo trovare il coraggio per andare avanti con dignità.”


"UN UOMO SOLO"

Il mio treno aveva venti minuti di ritardo. Avevo evitato di dire parolacce e imprecazioni, ma l’umore non era dei migliori. 

Per ingannare l’attesa ero entrato nel bar della stazione di Rogoredo: pieno di gente, rumori di tazze, voci come echi fastidiosi che rimbalzavano ovunque. Dopo un caffè e una brioche ero scappato fuori quasi subito. 

Troppo caos.

Camminavo sulla banchina del mio binario. Era mattino presto, pochi viaggiatori, una nebbiolina leggera che avvolgeva i palazzi sullo sfondo. Mi stavo innervosendo quando vidi una panchina. 

E un uomo seduto.

Di solito preferisco stare in piedi, ma quella mattina la stanchezza aveva vinto. Mi sedetti a poco distante da lui. Non sapevo se fosse un normale viaggiatore o uno dei tanti senzatetto che ormai popolano le stazioni.

Non sbagliavo: sembrava proprio un senzatetto. Presi un libro dalla borsa e iniziai a leggere, anche se ogni tanto lo osservavo di sottecchi.

Dopo due minuti, una voce accanto a me.

- Che legge di bello? -

Mi voltai. 

Un sorriso. 

Un volto giovane ma segnato. Due occhi verdi profondi, difficili da decifrare. Vestiti malmessi, un cappello di lana che copriva capelli lunghi e sporchi.

Sorrisi, convinto che da lì a poco mi avrebbe chiesto soldi per drogarsi o per mangiare.

Sto leggendo “Il ponte sulla Drina” di… - 

- Ah sì, di Andrić. L’ho letto. Come altri suoi libri. Ottimo autore: fa rivivere le sensazioni dei luoghi, sempre un po’ tristi, come chi vive nell’Est Europa. -

Rimasi interdetto.

Come? - 

- Sì… gli scrittori e i musicisti dell’Est hanno sempre quella vena di malinconia nelle loro opere. Io ci sono stato mille volte. E lei? -

Appoggiai il libro sulla panchina, incuriosito. 

Quell’uomo che avevo scambiato per un barbone mi stava parlando di cultura, di musica, di viaggi.

- Conosce “La Moldava” di Smetana? Musica sublime. - 

- È una delle mie preferite. - risposi sempre più stupito.

L’altoparlante annunciò un ulteriore ritardo: altri cinque minuti.

Lui guardava la nebbia tra i binari, come se vedesse oltre.

- Il suo treno ora ha quindici minuti di ritardo. Brutto aspettare, vero? -  Poi mi fissò con quegli occhi che mi fecero rabbrividire. - So cosa sta pensando. -

Veramente… - 

- Ha pensato che fossi un barbone, un extracomunitario, uno che le avrebbe chiesto soldi. Magari non voleva neanche sedersi vicino a uno come me. -

Le assicuro che… - 

- Sono italiano. Della bassa padana. Sto aspettando padre Alberto dei frati vicino a Porta Vittoria. -

Mi si aprì un sorriso spontaneo: conoscevo padre Alberto. Un frate alto, rossiccio, con una voce limpida e una presenza che scaldava.

- Conosco padre Alberto. - risposi con un sorriso non più diffidente.

- Il mondo è piccolo, eh? - 

Annuii.

- Ah, non ci fosse stato lui… Ora dormo e mangio da loro. E lei, visto che lo conosce, abiterà in zona o avrà fatto volontariato. -

Annuii di nuovo.

- Lei è un uomo di poche parole, lo vedo dagli occhi. E scommetto che è curioso della mia storia. Gliela racconto in pochi minuti, prima che arrivi il suo treno. -

Arrossii.

- La vita ti porta su strade impreviste. A volte sbagli un bivio e ti ritrovi nel fango invece che in un viale luminoso. -

Due treni passarono veloci, coprendo la sua voce. Il vento fece svolazzare le pagine del mio libro. Lo rimisi nella borsa.

- Ho perso tutto: moglie, figli, lavoro, amici. Errori stupidi, dettati dall’ambizione e dall’egoismo. E ora pago. Ma non scappo: se hai responsabilità, devi affrontarle. -

Rise amaramente.

- Ora aiuto i frati. Mi hanno dato un lavoro in una officina. Sono qui perché ho incontrato due dei miei figli, quelli che vivono a Genova. Gli unici che accettano di vedermi. Mia ex moglie e mia figlia maggiore… mi hanno rifiutato. Un domani, forse… -

Guardò in lontananza. Un uomo vestito di scuro stava arrivando dal bar.

- Oh, credo sia padre Alberto. -

Lo riconobbi anch’io. Ma una signora con un cane lo fermò.

Il mio treno stava entrando in stazione. Ci alzammo entrambi.

- Mi ha fatto piacere conoscerla. Anche se ho parlato solo io. -

Sorridemmo. Allungai la mano. Lui esitò, poi diede solo una pacca sulla mia spalla.

- Le mie mani non sono molto pulite. Ma ora salga: le porte non aspetteranno molto prima di chiudersi e perdere il treno. -

Corsi verso il vagone. Mi voltai un attimo prima che le porte si chiudessero.

Lui mi salutò con la mano.

E disse, con una voce alta che mi colpì allo stomaco:

- Ciao "Lupetto"… chissà se ti rivedrò ancora. -

Le porte si chiusero. Il treno partì.

Rimasi immobile, con il cuore che batteva forte. Come faceva a sapere il mio soprannome di quando giocavamo a Volley alle superiori?

Per mezz’ora cercai nei ricordi. Le gare del nostro sport praticate a livello agonistico contro altre squadre regionali della Bassa: Lodi, Crema, Vigevano, Pavia.

Niente.

Poi il treno si fermò a Pavia. Guardai la banchina del primo binario. "Pavia!"

E un volto, più giovane di trent’anni, mi esplose nella memoria: Ludovico.

Uno dei ragazzi della mia vecchia compagnia. Bello, ricco, pieno di vizi. Destinato a un futuro brillante. Il sesso come unica droga, mentre gli altri si perdevano in eroina e cocaina.

Ludovico, il ragazzo d'oro che tutti invidiavano e che faceva impazzire d'amore le ragazze.

E ora?

Il treno ripartì verso Genova. Ma io avevo già deciso: avrei parlato con padre Alberto.

La nebbia si stava diradando. Un tenue sole illuminava la campagna.

E nella mia mente c’era solo un nome:

Stefano.

"La solitudine maschile non è urlata: è una stanza illuminata vista da fuori, dove nessuno entra."

Giampaolo Daccò Scaglione



3 commenti:

  1. A volte sbagli un bivio e ti ritrovi nel fango invece che in un viale luminoso. -

    RispondiElimina
  2. A volte sbagli un bivio e ti ritrovi nel fango invece che in un viale luminoso. -

    RispondiElimina
  3. E si a volte capita di sbagliare bivio Maria. Ne ho conosciuti molti di uomini così quando facevo volontariato, alcuni si sono lasciati andare altri invece con dignità cercano di rialzarsi. Grazie, G.

    RispondiElimina