giovedì 4 dicembre 2014

TIRED

Photo: ALMA VIVA


I'm really tired. Tired of hearing every day, violence, harassment, killings. I'm sick of reading and hearing words against homosexuals, women, minorities. 
See that any excuse is ready to attack and "punish" what for others is not "normal". 
And then you see horrible things, made by our political and religious terms, that in the name of morality, foment hatred and contempt in the name of God that are tailored. 
It 's amazing when you speak, many people misunderstand, write and misinterpret your words. is also stupid, blame yourself or seek excuses, when others are not having understood.
 Anyway that's okay. Everyone must choose his way, too bad that we always think the others to intrude ... Patience. perhaps it would be advisable not to give too much importance...


Giampaolo

giovedì 27 novembre 2014

QUAND'ERO PICCOLO

QUAND'ERO PICCOLO

Nuvole bianche in un cielo azzurro, stelle splendenti in notti buie, distese di campi di grano con piccoli papaveri rossi disseminati qua e la, la neve bianca ed i ghiaccioli appesi ai cornicioni delle vecchie case di mattoni, l'orto pieno di verdure e miriadi di fiorellini bianchi nel piccolo prato dietro casa. Le campane delle chiese che suonavano di mattina e di sera, in autunno nel cielo, decine di uccelli migratori solcavano nella perfetta forma a V la distesa celeste, l'odore delle castagne al fuoco nel camino, il rumore dei ruscelli in primavera mentre nei campi attorno germogliavano fiori di ogni colore e nell'aria il cinguettio di nuove nidiate sugli alberi.
Quand'ero piccolo era tutto ciò che sentivo, vedevo attorno a me. La memoria non mi ha mai ingannato nel corso degli anni e ricordo tutto precisamente.
Vivevo nella casa della nona materna in campagna dove tutto aveva il sapore di antico, dove si potevano vedere cavalli che trainavano carri pieni di fieno ed il fumo del camino uscire dai comignoli nelle giornate fredde d'inverno. Il fiume che passava poco lontano scorreva lento tra gli alberi che cambiavano colore ad ogni stagione, quando ancora le stagioni c'erano. Ogni mese aveva il suo "profumo", quelli che mi piacevano di più erano dicembre e gennaio dove le luci e i colori degli addobbi natalizi davano un'atmosfera magica ai miei occhi, dove le castagne al fuoco
creavano qualcosa di arcano nelle giornate buie del primo mese dell'anno e poi giugno, con il suo calore, i suoi colori nitidi, i campi coltivati appena fuori paese e le prime feste dove la gente ballava in piazza. Allora potevo uscire nei cortili attigui, cortili uniti da passaggi nascosti dietro le case confinanti, e giocare fino a sera con gli amichetti fingendosi a volte cowboy, a volte indiani, spesso spie o guerriglieri sempre alla ricerca di tesori nascosti, ovviamente ai luoghi davamo nomi inventati. La cantina dove c'erano le botti di vino, erano le segrete, il solaio poteva diventare sia la base del capo delle spie sia il castello dei fantasmi. La guerra ovviamente la si faceva tra i vari cortili, il mio era quello inglese, quello vicino il tedesco e via di questo passo. Poi la merenda, immancabile alle quattro e mezza del pomeriggio, ogni giorno e poteva essere, tea con biscotti, naturalmente fatti in casa, pane burro e zucchero oppure pane burro e marmellata e una spremuta, non certo le sofisticate merendine così pubblicizzate ai giorni nostri.
Ero felice, o almeno pensavo di esserlo ma vivevo in bilico tra la famiglia tradizionale e quella moderna, la nonna era fin troppo all'avanguardia e molto attiva, leggeva molto anche i grandi classici e poesie, sua figlia, mia zia andava già in vacanza da sola negli anni 50 con le amiche, quindi donna indipendente, la prozia, sua sorella timorosa di Dio, mi portava quasi tutte i pomeriggi a messa e cercava di convincermi, in futuro, di farmi prete, mancava in quella famiglia. Io dicevo di si e lei era contenta, ma ancora non capivo perché mi piacesse andare con lei in chiesa, poi da grande capii che fosse l'arte ad attrarmi. Ricordo dipinti, statue, oggetti intarsiati e stavo quei tre quarti d'ora a osservarli mentre un brusio di preghiere provenivano da lontano alle mie orecchie. Poi c'era l'asilo e tutti quei bambini del boom anagrafico dei primi anni sessanta, non ho mai capito bene come facessero tre suore, un''inserviente e la superiora più due cuoche a contenere centinaia di piccoli pesti, solo nella mia classe eravamo una quarantina. Eppure quell'asilo mi sembrava un regno, dal giardino delle rose dove c'era la statua di una madonna in preghiera, il pollaio e dietro un campo selvatico da dove si intravvedevano fiorellini selvatici gialli e rossi e delle fragoline piccole. Cera il grande albero nel cortile opposto, cortile ghiaioso diviso da una passaggio al coperto che portava dalla casa principale dove avevano le camere le suore, la direzione, la sala ed il refettorio alle aule di scuola e i gabinetti. Un albero che ci vedeva giocare in attesa dell'arrivo dei genitori dopo aver fatto il piccolo pisolino pomeridiano delle quindici.
Ero proprio un sognatore, allora mi sembrava tutto bello, colorato, profumato. vivevo di sensazioni, di atmosfere, di giochi e il sabato e la domenica stavo con la mamma, che lavorando molto, poteva (turni permettendo), venire a farmi visita la sera o il mattino quando ero dalla nonna. Papà tanto non c'era quasi mai, non mi chiedevo il perché era naturale stare con chi mi amava e vedevo tutti i giorni.  Persone che ho amato molto e che mi hanno insegnato tanto, come i nonni paterni, persi troppo presto anche loro, conobbi pure i bisnonni paterni, infatti eravamo tutti nati a breve distanza come generazioni. Ricordo che non dormivo finché la prozia mi raccontava qualche favola, spesso inventate perché le solite mi annoiavano e infine cadevo nel sonno abbracciato al mio orsacchiotto preferito, orsacchiotto che visse con me fino ai 25 anni.
Poi un giorno, il vento cambiò, la nonna non stava più bene, la zia si sposava, la casa era troppo vecchia e mamma aspettava un bambino... Mi trasferii a casa dei miei definitivamente e la nonna con prozia al piano di sotto... Nella mia mente, nella mia fantasia quel vento sentivo che non mi avrebbe più regalato le magie a cui ero abituato, che mai più avrei rivisto i vecchi amici e l'orto con i fiori bianchi nel prato e così. Ma capii un giorno guardando negli occhi azzurri e gelidi di mio padre fissi su di me, che io non sarei mai più stato il bambino di allora... E così fu.
 

mercoledì 5 novembre 2014

Piccolo pensiero, piccola poesia

Si vive in un mondo vero o in un mondo colorato?
Un vissuto col tempo diventa ricordo
Il ricordo si colora di fantasia
La fantasia diventa un sogno
Il sogno è la realtà di un tempo vissuto
Giampaolo.

venerdì 31 ottobre 2014

LA MIA TERRA, un legame d'amore



Quando ero piccolo passavo le giornate, le ore a guardare tra la natura, il cambiamento delle stagioni, il cielo con i suoi colori in base al tempo. La bellezza di aver passato infanzia e gioventù in campagna credo sia stata una fortuna. Una grande campagna naturale, spesso bistrattata da chi non ci ha mai abitato o anche da chi ci vive e ci ha vissuto nonostante non riuscisse a trasferirsi altrove.
Una immensa campagna chiamata Pianura Padana, dove a scuola ti insegnavano i fiumi, le città, i laghi che la solcavano, attraversavano e tanto altro.

Nei viaggi in auto o in treno con i miei, quando passavamo per queste rigogliose, paludose, nebbiose, soleggiate terre, mi immaginavo posti incantati e mi meravigliavo dei colori, dei profumi, dei tetti rossi delle città e degli alti campanili, dei castelli e dei grandi cascinali immersi nel verde, tutto sembrava stupendo.
E' vero tutta l'Italia è bellissima ed ognuno "campanilisticamente" (perdonatemi la parola) preferisce il proprio luogo, chi la Cociaria, chi il Campidano, chi le Murge e così via... Ed io ho amato ed amo tuttora la pianura padana.
Le sue cascine, i suoi boschi, i suoi torrenti e fiumi, i suoi laghi e persino le albe ed i tramonti che finivano dietro le alte Alpi  piemontesi avevano qualcosa di magico, però sentivo che stava cambiando qualcosa.
La città di Milano s'ingrandiva a dismisura nel corso degli anni, la campagna veniva sempre di più invasa, deturpata, poi nel corso dei decenni l'erba, le coltivazioni fecero posto a palazzi a grandi magazzini e fabbriche che formano così un complesso urbano attorno alla metropoli, di otto milioni di abitanti, uno dei più grandi europei e mondiali. Ma pur non vedendo le campagne di prima qualcosa era rimasto, la naturalezza non trasformata di alcuni luoghi, l'arte che veniva conservata insieme ad un piano sull'ecologia dopo anni di costruzioni e brutture.
Mi dissi forse è finita qui, forse ritorneremo alla normalità, alla terra che amavo molto e che fece dei miei anni infantili felicità e gioia assoluta.
Ma come sempre non tutto prosegue come dovrebbe, un giorno una persona mi disse "Sai la nostra Padania..." e quel nome mi mise in allerta, al che risposi "Vorrai dire valle padana".
Dall'altra parte un no secco, la Padania, un futuro stato formato da regioni produttive che mantengono l'Italia che ruba... Cercai di capire cosa fosse.
Iniziai a comprendere che un nuovo vento politico voleva fare di quella terra di tutti e di nessuno, così bella, uno stato. Un luogo con confini, dove dovrebbero esserci nuove leggi e tanto altro...
Cercai di capire tra tv, giornali, interviste a chi fondò quella nuova cosa, devo dire che mi inquietai parecchio e molte cose non mi piacquero. anche io non sono d'accordo che la locomotiva del nord traini tutto lo stato ma pensandoci bene non traina  l'Italia delle persone e regioni, ma chi governa mentre le regioni del sud rimangono "povere" per chissà quale programma ed intenzioni. In effetti tutto sparisce al governo, non dico Roma perché è troppo bella per accusarla di tutto ciò.
Io pensavo ai tempi in cui la pianura padana era solo pianura amata o odiata quanto vuoi, ora sembra diventata una terra che vuole l'indipendenza e spesso con parole dure ed inconciliabili, anzi non è lei che sembra diventata, lei è sempre la stessa... Sono gli esseri umani che vorrebbero cambiasse. Ho letto cose incredibili per il secolo in cui viviamo e sentito cose che potevano appartenere all'ottocento se non al medio evo.
Questi esseri umani che nel corso degli anni hanno commesso errori in quel programma, che solo al pensiero ci sarebbe da rinunciare a questo sogno, a questa Padania.
Tutto ciò potrebbe ora essere intrapreso come uno sfogo politico il mio, lo potrà anche essere sotto alcuni aspetti, però io non voglio che la mia pianura diventi terra di confine, terra dove la gente che nei secoli e decenni scorsi hanno prodotto ed aiutato a far crescere tutto, dove la gente viveva semplicemente e anche serenamente in paesi e città storiche, bellissime con tradizioni e tanto altro.
Non mi piace l'idea di una cittadinanza diversa, di una divisione così drastica, "perderei" molti amici di regioni lontane, vorrei invece che ci sia collaborazione ed uguaglianza e giustizia quella vera. Sono state fatte lotte enormi per unire un Paese che non è mai stato unito, oggi ne abbiamo continuamente prove, ed ora dovrebbe esserci uno stato nuovo chiamato Padania...
Eppure io mi ritrovo coi pensieri a tornare piccolo dove tutto sembrava semplice, dove le albe e i tramonti erano fantastici in ogni stagione, dove campi di grano e mais facevano gara con quelli dell risaie a chi produceva di più, dove il sole cocente dell'estate afosa litigava con le nebbie e il gelo dell'inverno per far si che le persone non vedessero l'ora dell'arrivo della primavera con i suoi fiori o dell'autunno con i suoi colori intensi. 
Vorrei solo che la pianura padana restasse pianura e non Padania, ma soprattutto che restasse italiana.


giovedì 16 ottobre 2014

16 OTTOBRE



16 Ottobre 2014
16 Ottobre 1991

Quanto possono essere importanti le date nei ricordi? Molto? Poco? In maniera insignificante oppure sono fondamentali? Eppure oggi 16 ottobre guardando il cielo ed il viale vicino a casa mia, un ricordo improvviso si fa strada nella mente. 
Poco fa camminavo in questo viale coperto di foglie rosse e gialle cadute dagli ippocastani che ne seguono il corso, come giganti protettori di quella strada importante e vidi per terra ricci e castagne "matte" (come le chiamava la mia nonna materna), castagne che se le metti in un sacchettino, in borsa oppure in tasca e spesso in qualche ninnolo in casa, portano fortuna e salute.

Lodi
16 ottobre 1991, ore 11.35

"Paolo guarda due castagne matte!" la voce di Francesca mi fece distogliere lo sguardo dalla stupenda villa in uno dei viali alberati di Lodi, vedo lei chinarsi e raccoglierle porgendomene una sorridendo. 
"Ecco tienila, io tengo questa, mettila in tasca della giacca porterà fortuna e salute... Basta crederci."
La guardai e sorrisi, era bellissima quel mattino di primo autunno non tanto freddo con il cielo leggermente coperto, esattamente come ora. I capelli finalmente cresciuti dopo periodi di chemioterapia, erano sulle spalle, i riflessi ramati facevano risaltare i suoi grandi occhi verdi ed il maglione rosa con camicia bianca, facevano risplendere il volto colorito pieno di lentiggini.
"Certo che oggi si sta proprio bene..." dissi prendendola per mano per attraversare quasi di corsa l'incrocio col semaforo giallo "Qualche nuvola, temperatura tiepida e questi colori, non sembra neanche autunno."
Eravamo andati a Lodi per alcuni documenti e dopo aver espletato tutte le incombenze necessarie, avevamo deciso di prenderci qualcosa di caldo e di fare una bella passeggiata in attesa del nostro autobus che ci riportasse a casa.
"Hai visto che ho corso senza fiatone?" mi disse improvvisamente, non so se il mio sguardo tradisse allora qualche segno di preoccupazione o di gioia "Bene sono contenta, vuol dire che tutto sta migliorando e che tra un po' quando tutto sarà pronto, potremo fare quella cosa..."
"Aspetta guarda là che meraviglia quel negozio d'antiquariato." cambiai discorso cercando di non pensare a quello che aveva detto poc'anzi "Vieni a vedere, ci sono quelle lampade art-noveau che mi piacciono tanto."
Sentivo che mi stava osservando e quasi le leggevo nel pensiero, ma continuavo a parlare dando notizie e pareri sui bellissimi mobili in quelle vetrine illuminate.
"Perché cambi continuamente discorso ogni volta che..."
"Non cambio discorso." dissi mentendo "Sarebbe la solita tiritera da tre anni a questa parte. Anzi io sono seccato per averci fatto aspettare tutto questo tempo. Si poteva fare tutto prima..."
Lei per un attimo si era zittita, poi la sua voce calma parlò nuovamente "Certo, ma si vede che non era il momento... No so che cosa stai dicendo e che sei arrabbiato, fossimo in altre condizioni economiche ed il viaggio a Parigi due anni fa avrebbe risolto tutto molto prima... Ma ora ci siamo e poi..."
"Poi?..." chiesi guardando l'orologio e si era fatto pure tardi, affrettammo il passo verso la fermata degli autobus.
"Beh poi abbiamo queste ora..." rispose mostrando nella mano una delle due castagne "Lo sai che portano fortuna..."
Più tardi un leggero sole spuntato da qualche nuvola grigia, illuminava il nostro pullman che si stava avviando verso casa.

Milano
16 Ottobre 2014, ore 11.35

Tornato al posto di lavoro dieci minuti fa e seduto davanti alla mia scrivania, davanti al computer mentre curiosavo tra facebook ed internet avevo visto in fotografia un viale e delle castagne e subito istintivamente guardai il calendario alla mia sinistra, 16 ottobre...
Che coincidenza, forse la fortuna di avere una memoria formidabile, forse di vivere le proprie emozioni, la propria vita intensamente anche nelle cose banali, spesso mi ritrovo a ricordare cose vissute che per alcuni sono normali ma per chi e vive sono tutt'altro. 

Penso ora alle due castagne di quel giorno che sono le stesse, chiuse in una barattolo colorato a casa mia, quando lei se ne andò dodici giorni dopo, vidi in camera sua appoggiata sul comodino la castagna che avevamo colto insieme pochi giorni prima e la presi.
Ora tutte e due sono insieme ma sono sicuro che quando andrò via anch'io, gliele porterò, dicendole non appena sarà davanti ai miei occhi "Ecco le ricordi? Sono le castagne della fortuna e della salute. La tua l'avevi dimenticata tantissimo tempo fa, ma ora è di nuovo con te."
Sarà suggestione, ma in questo momento alle mie spalle dalla finestra, è spuntato un pallido sole come quello che apparve mentre eravamo sull'autobus di ritorno, l'autobus delle 12.30, proprio come ora.
Che sia un suo modo di farmi capire che lo sapeva già?



lunedì 13 ottobre 2014

Ricordo di un'estate lontana

Una canzone ascolta per caso e subito un ricordo bellissimo di un'estate ormai lontana






(La foto ritrae mia madre, io e dietro la mia prozia che ci accompagnava in quella vacanza a Lavagna nel 1964)

Lavagna, Agosto 1964.

I juke box imperversavano dai bar lungo le strade illuminate di quell'estate calda, piena di colori e profumi ed in pieno boom economico. Le persone in abiti colorati camminavano per queste vie soffermandosi davanti a locali e vetrine. Io ero piccolissimo e mi ricordo dal passeggino una marea di gambe e tante voci di cui non capivo nulla, poi infine a passi frettolosi, con i miei girammo in una via e finalmente da lontano il mare, il dancing "Chez Vous" e le rotaie del treno  che dividevano la strada dalla spiaggia ghiaiosa.
Ricordo vagamente poi un profumo forte di fiori, in braccio a mamma che aveva di fianco papà, nonna, zia e prozia. Ricordo molte persone che ascoltavano una musica in quella piazza all'aperto vicino al mare, il cielo pieno di stelle ed una luna incredibile. 
Guardavo una coppia ballare questa canzone che, ricordo perfettamente cantata da un gruppo su un palco vicino a delle palme: lei aveva una scollatura dietro la schiena che mostrava un'abbronzatura invidiabile 
su quel vestito blu notte e lui con camicia chiara e pantaloni neri con i capelli impomatati. 
Ricordo che girai il visino verso la nonna che sorrideva e mi mandava un bacio e dietro di lei una bellissima ragazza che mi colpì talmente, da vederne ancora oggi il volto nella mente. Pensavo che fosse cinese e quando lo chiesi alla nonna, mi rispose che era olandese e il fatto di sembrare cinese era dovuto solo al trucco, un riga fatta con la matita nera, una riga rivolta all'insù sulle palpebre che le conferivano un'aria vagamente orientale.
Era bello vedere le signore tutte agghindate ed ognuna con un vestito diverso, un'acconciatura molto spesso cotonata che la differenziava dalle altre e i colori di quegli abiti estivi così alla moda e spesso strani. Solo gli uomini si concedevano al massimo pantaloni bianchi o azzurri e camicie chiare, ma sempre solo d'estate ed in vacanza.
Che anni furono i '60, li ho vissuti da piccolo ma per me furono indimenticabili, ricordarli ora come un sogno o una nostalgia è strano però, se ancora ci fosse quell'atmosfera e la positività di quegli anni, forse, staremmo di nuovo tutti bene.

mercoledì 8 ottobre 2014

UNA SERA SENZA STELLE



QUELLA SERA SENZA STELLE





(Oggi si parla di mobbing molto più apertamente, se ne discute, forse qualcosa si sta facendo ma non è mai abbastanza. Quando lo si subisce da grandi o da adulti, si ha la capacità se non di difendersi, almeno di provvedere per chiedere un supporto o aiuto. Quando si è piccoli è diverso, subentra paura, orrore e incapacità di comprendere, ed è qui che "dentro" nel proprio io un ragazzino o ragazzina pensa di essere sbagliato e non capisce che è solo colpa degli altri. L'accanimento contro persone è originato da cattiveria, da senso di superiorità, da una possibile diversità di ogni tipo, chi l'ha subito se lo porta dietro per tutta la vita, vincendolo o rilegandolo in una parte della propria mente fingendo che non sia mai esistito oppure lo subisce ancora fino alla fine, generando paure e voglia di morire... In alcuni casi è stata l'unica - sbagliata e non capita - soluzione possibile. Perché sto scrivendo tutto questo? Perché ho letto per caso una storia poco fa, una storia vera di una bambina vessata da persone orribili e che ora, adulta, sta pagando ancora le conseguenze di quell'odio, di quell'astio inconcepibile e nei suoi pensieri c'è ancor oggi la voglia di morire. La storia che racconterò ora è vera ed è mia, alcuni diranno ma quante cose gli sono capitate a questo? Io solo posso dire che ognuno di noi ha vissuto, vive e vivrà esperienze che nessun altra persona farà, certo potranno essere simili queste vicende ma mai uguali, soprattutto mai vissute psicologicamente in maniera identica. Non starò a mettere in discussione il come, il perché e chi ha contribuito ai fatti che sono successi allora, ma vorrei far capire a chi sta subendo le stesse esperienze anche in maniera diversa, che con forza, abnegazione e coraggio tutto si può se non risolvere almeno vincere in parte e ritrovare se stessi ed una serenità rubata. Non è facile raccontare tutto questo per me, la decisione di farlo è stata tormentata e lunga ma trovo sia giusto e forse anche dare un aiuto per chi non ce la fa a sopportare il male che viene fatto loro, soprattutto se giovanissimi.

SENZA CUORE
SENZA AMORE
SENZA STELLE

Di nascosto dietro alla porta della mia cameretta sentire la voce di tuo padre che dice: "Non vado a seguire quello di là (cioè io) alle gare di quello sport da femminucce." mentre stavo reparando la mia borsa con la divisa della mia squadra, era stato davvero doloroso, avevo ricacciato le lacrime in gola piuttosto che farmi vedere piangere.
"Fare atletica e corpo libero non è da femminucce..." gli aveva risposto arrabbiata mia madre mentre stava dando la pappa alla mia sorellina nel seggiolone "Ci sarei andata anche io ma con la piccola come faccio?"
Era stata quella frase detta dall'uomo che mi ha generato a farmi capire quando non si è accettati e da quel momento avevo ripensato a ciò che mi aveva fatto subire fin da piccolo, fin da quando avevo avuto i primi ricordi. 
Mi domandavo, mentre cercavo di dare il massimo dell'impegno nella gara, arrivando a prendere una modesta medaglia di bronzo, se tuo padre non ti vuole, ti detesta solo perché sei nato ed in quel momento non ti voleva, non ti ama, chi altro avrebbe potuto amarti?
Cercavo nelle tribune qualcuno dei miei ma c'erano solo i genitori e parenti degli altri ragazzi, dei miei amici che gareggiavano con me e mi sentivo solo, ma poi avevo deciso di concentrarmi su quello che stavo facendo.
Più tardi ero tornato a casa con due amichetti: Marco e Pierfrancesco, una volta entrato nel nostro appartamento, solo la mamma mi aveva chiesto com'era andata e tutto finì lì, sotto lo sguardo gelido dell'uomo seduto sulla poltrona con in mano un quotidiano.
A scuola era una tragedia che pochi ricordano o meglio, molti fingono di non ricordarsi, la colpa? Solo per il fatto di avere avuto un aspetto dolce, un bel bambino un po' strano che invece di giocare al pallone, a fare la lotta, diventare cow boy o indiano preferiva leggere, dipingere, girare in bicicletta e peggio ancora cantare nel coro dell'oratorio. 
Le vessazioni subite erano all'ordine del giorno, ricordo i nomi di quelli che mi facevano dispetti, insulti, fino ad arrivare alle mani... 
"La difesa è l'unica cosa che può farti vincere, non permetterlo a nessuno di piegarti... Se la parola non vince, vince la mano.." diceva mia nonna materna e presi in parola tutto.
Tornavo a casa con il labbro gonfio per un calcio, oppure un occhio pesto per un pugno, la maestra a volte interveniva quando vedeva i litigi nel cortile della scuola Morzenti, ma più spesso succedeva fuori dall'orario di scuola o in giro per strada, dove incontravo per caso le solite piccole bande di ragazzini asociali.
Da mio padre nessuna difesa o commento, dalla mamma si... Certo avevo amici e soprattutto molte amiche con cui mi trovavo bene ma spesso dovevo fare strade secondarie per non farmi vedere per la paura di trovare la solita banda e da solo contro loro, non ce l'avrei mai fatta.
Le parolacce più divertenti al mio indirizzo erano "Faccia da culo" (ovvio mica avevo il viso di terminator e poi non giocavo al pallone quindi davano per scontato chissà cosa, a otto o nove anni???), oppure nel gruppo di ricerche scolastiche, il "maschiaccio", il "figo" della classe o dei giochi in strada diceva sempre "Io quello non ce lo voglio vicino"... 
Gli altri insulti li lascio alla vostra immaginazione, esagerando pure.
Un giorno mi ero slogato sun piede per un'aggressione, un'altra volta il labbro tagliato all'interno da un pugno, poi un calcio negli stinchi mentre stavo passando vicino a dei ragazzi che ridevano fino a che un pomeriggio, in una zona popolare della città dove vivevo, non avevo visto due della "banda" uscire da un angolo della strada. 
Botte e provocazioni fatte così come se per loro fosse acqua fresca da bere, ma per me no. Ogni volta era una lama che tagliava un pezzo del cuore.
Piangevo? Si spesso, poi non più e chiuso nella mia cameretta pensavo a come poter morire senza soffrire troppo, confesso che mi vien da ridere a pensarci: 
mi vedevo gettarmi dal ponte dentro al fiume, appeso alla pianta di ciliege dello zio Peppino in fattoria, oppure dopo aver bevuto 100 pillole per il cuore della nonna o magari con la lametta tagliarmi le vene e via di seguito... 
Ed intanto il tempo passava e le cose non cambiavano. Non riuscivo a capire il perché di questo odio da una parte di alcuni e tanta amicizia da parte di quei pochissimi amici più grandi di me ma soprattutto quella di  tante ragazzine.
La banda era cresciuta con me, alcuni di loro superavano i quindici anni mentre io ne avevo solo tredici quando un giorno passando (sempre per non farmi vedere) nelle strade secondarie, soprattutto quelle situate dietro al castello, mi ero trovato di fronte tre di loro.
"Questo è il nostro territorio ora, se passi ancora una volta di qui ti spezziamo le gambe"... 
Spaventato avevo accelarato il passo e quasi fuggendo avevo avuto modo di sentire le loro risate alle mie spalle ed un sasso sfiorarmi la testa. 
Perché lo avevano fatto? Ora anche nell'unica zona in cui potevo passare tranquillamente ora non potevo più farlo. Non avevo detto nulla  a nessuno ma non ero più passato da quelle parti se non con i miei.
Un mattino in bagno mentre mi facevo la doccia, era arrivato improvvisamente quel pensiero: "Io ci passo, succeda quel che succeda ora basta..." avevo deciso che quel giorno avrei preso la mia bicicletta e di fare la "provocazione" passando dalle vie proibite, volevo vincere ed ero sicuro di farcela.
Per puro caso mia madre proprio quel tardo pomeriggio, doveva portare delle camicie da sistemare ad una sarta che abitava in una di quelle vie e così avevo preso la palla al balzo, ci sarei andato io. 
Era sceso il buio presto, eravamo ancora in marzo e stranamente non faceva freddo, un cielo nuvoloso e grigio come la pietra su di me che con la bicicletta rossa e mi ero avviato sulla strada dietro il castello, fatta poi la mia commissione, avevo voglia di fare un giro in centro e mi sono immesso sulla salita chiamata pontino, non c'era nessuno.
Non riuscivo a capire se ne ero felice oppure no, se comunque si fossero presentati li avrei affrontati e in quel momento mi era venuto un coraggio, apparente, da leone finché un rumore sordo aveva colpito il mio udito, i miei sensi  verso la mia destra.
Mi ero fermato e voltata la faccia forse senza sorpresa avevo visto loro. erano li fermi in piedi con un sorriso terribile sulle labbra.
Erano in sei, li ricordo tutti uno ad uno, viso per viso... Il più grande mi guardava come fossi una bestia da schiacciare, dentro mi tremava tutto.
"Che ti avevamo detto tempo fa?" aveva detto con una strana voce con lo sguardo di un gatto selvatico ed io zitto, si era avvicinato... troppo, mi sovrastava di almeno quindici centimetri, avevo la sua bocca davanti agli occhi e mi vera venuto da vomitare. 
"Allora? Stronzetto di merda dalla faccia da culo che fai qui?." non avevo detto nulla, ma sentiva il mio tremore e la mia paura, mi aveva preso per il maglione e giacca:
"Ti do due secondi per sparire, la merda come te qui non la vogliamo vedere, capito stronzetto?" mi aveva lasciato di colpo ma in tempo a reggermi al manubrio per non cadere mentre gli altri ridevano.
Non so con che sguardo lo avevo fissato e lui strinse di più gli occhi, volevo dire qualcosa ma avevo girato il volto verso la salita, sedutomi sulla bicicletta avevo iniziato a pedalare ma dalla mia bocca uscì "Vaffanculo"... 
Tremavo e non pensavo mi che avessero sentito, non andavo veloce tant'è che di nuovo qualcosa si era mosso alle spalle, avevo girato la faccia all'indietro pur pedalando e me li ero ritrovati di fianco a pochi centimetri.
Lui, il capo aveva fatto un cenno due altri che si erano messi subito davanti a me impedendomi di proseguire. Mi si era avvicinato sempre di più, nessuna mossa da parte mia, mi aspettavo di tutto ormai fino a quando arrivò quel pugno. 
Un pugno violento sulla schiena che mi aveva piegato in due facendomi sbattere lo sterno sul manubrio cadendo per terra.
"Questo è per il vaffanculo..." poi non mezzo intontito non avevo compreso le altre parole anche perché stavano scappando via, forse anche impauriti vedendomi per terra fermo, scomparendo dietro ad una curva.
Non so quanti minuti erano passati o forse erano secondi, in quel momento mi mancava il fiato, non avevo più il respiro per la botta contro il manubrio e mi faceva male pure la schiena. 
Rialzandomi vedevo i miei pantaloni sporchi di terra umda e mi bruciava il ginocchio destro. Con la bici per mano mi ero avviato piano verso la strada che costeggiava il fiume... 
Sentivo il sangue colare dal ginocchio nel calzone... Quando mi ero ritrovato vicino ad una delle piante di sambuco che costeggiavano la via davanti a quell'acqua... Osservavo come ipnotizzato quel fiume scuro ed  invitante, se mi fossi buttato avrei risolto tutto.
Invece ero scoppiato in lacrime scivolando per terra appoggiato al muro dell'ultima officina prima delle rive di erba rasate che portano giù al Lambro. 
Avevo pianto non so quanto con la testa tra le mani... Non erano lacrime di dolore per il pugno, la botta allo sterno oppure per il ginocchio, ma piangevo per il male che avevo dentro, per i perché di queste cose che non capivo, per i miei tredici anni buttati al vento per colpa di altri ragazzi cattivi.
Il cielo mi sembrava sempre più buio, non c'era una stella, solo la luce di un lampione poco distante sopra la mia testa, avevo messo il capo sulle ginocchia ed ero rimasto li a pensare, mia madre mi aspettava sicuramente spaventata per il ritardo.
Poi un auto si era fermata vicino a me, una voce che mi chiamava, quando avevo alzato lo sguardo con gli occhi rossi mi era apparso dal finestrino un volto quasi spaventato, conoscevo quella persona.
"Dio mio che è successo? Paolo rispondi..." la mamma di un amico di scuola era scesa dall'auto in fretta, per aiutarmi.
Voleva portarmi a casa mia, a pochi passi da quel luogo isolato, ma io le avevo detto di no, dovevo riprendermi ancora ne avevo bisogno. Mi aveva fatto salire in macchina dopo aver legato la mia bicicletta al palo della luce e ci eravamo avviati verso la sua villa più avanti.
Nel tragitto la donna aveva ascoltato tutta la storia e siccome conosceva bene i miei, aveva deciso di raccontare tramite una telefonata a mia madre, una storiella inventata lì per lì, non appena saremmo arrivati a casa sua, per non spaventarla ulteriormente.
Ero rimasto a casa sua fino alle sette di sera e guardavo la tv con suo figlio, sentivo lei al telefono con la mamma e quindi tutto era a posto almeno esteriormente. 
Da donna intellgente mi aveva di nuovo fatto raccontare la storia e mi aveva aiutato a capire, a comprendere che purtroppo ci sono persone con grossi problemi nel relazionarsi con gli altri e sfogano la loro mancanza e frustrazione con atteggiamenti di superiorità e cattiveria per poi agire in gruppo dove si sentono più forti, attaccando chi, secondo loro erano deboli mentre sono proprio loro i meno forti. 
Quando fissandomi negli occhi mi aveva detto: "Farò qualcosa contro loro perché conosco i genitori di uno di quei bulli..." l'avevo implorata di no.
Lei aveva insistito ma io ero riuscito a siegarle il perche: mi ero reso conto di aver trovato il coraggio di vincere le paure e le persone cattive affrontandole a qualsiasi costo.
Più tardi mentre tornavo a casa da solo, dopo averla dissuasa nell'accompagnarmi, avevo deciso che mai più sarebbe stato come prima. 
E così fu.

Giampaolo Daccò Dos Lerèn

giovedì 2 ottobre 2014

Un mattino di primo Ottobre nella mia MILANO





















MILANO 2014

Svegliarsi presto in un mattino d'autunno, per poi immergersi nelle strade della grande città ancora quasi dormiente e percorrere il breve tratto del viale che divide la propria casa dal posto di lavoro.

In quel momento, vedendo le luci soffuse dei lampioni, l'alba rosata che illumina il cielo dal colore incerto e le poche auto che corrono veloci chissà dove, ti assale la voglia di immortalare quell'immagine quasi romantica, dal sapore vagamente retrò, una old-fashiond melody quasi come tornare negli anni sessanta da bambino e subito parte il clic.

La voglia di immaginare questo scatto in mille modi, mi ha subito costretto non appena sono arrivato in ufficio, a modificare quello che ho immortalato, in varie fotografie dal sapore diverso, seppur con la medesima immagine. 

Mentre le osservavo sullo schermo, con la mente immaginavo gli anni passati e di come poteva essere in quel momento la via fotografata da un normale telefonino: anni cinquanta? Un ritratto quasi impressionista? Una giornata piovosa d'autunno oppure moderna ed attuale? E perché no? Magari tutt'e quattro insieme per dare un'immagine diversa alla stessa città.

Ogni foto un'emozione, un pensiero ed un ricordo:
Quella colorata e moderna degli anni 80, dove tutto sembrava spensierato, dove l'apparenza regnava sovrana e la superficialità non mostrava ciò che sarebbe successo poi, ma era la Milano da bere, della moda, della bellezza, dei paninari, dei capelli alla punk, spalle larghe ed imbottite e pantaloni ascellari, dove tutti facevano a gara nel farsi notare e vivere alla grande, spesso a dispetto di ciò che nascondevano in realtà nella vita privata.

Magari quella con la pioggia tipica degli anni 70 dove si andava a scuola in eskimo, jeans, maglione e capelli lunghi se eri di sinistra o col giubbotto trapuntato e nero possibilmente, con i capelli rasati o ben pettinati, se eri destra, i "sanbabilini" dovevano ancora arrivare.
Oppure quando percorrevi i viali per andare a scuola e la pioggia batteva forte sui tetti, sulle auto e tu un giorno si ed un giorno no in piazza a protestare, chi con la bandiera rossa ed il Che disegnato in prima linea, chi con la bandiera nera con la croce nel cerchio... Spesso finiva a scazzottate, molte volte soltanto scontri con la polizia e poi le bombe che cambiarono tutto, ma questa è un'altra storia.

Oppure la foto retrò in stile anni cinquanta, con i colori sul mattone (chissà perché quando si pensa al passato le immagini scorrono o in bianco e nero oppure in colori sul rosso mattone con punte di giallo scuro come fossero ricordi sbiaditi o ingialliti dal tempo), 
dove quando si entrava nei negozi o in qualche locale si salutava, dove su un marciapiede stretto l'uomo lasciava il passo alla donna che proveniva di fronte magari salutandola alzando il cappello.
Il periodo dove il per favore, il grazie ed il prego regnavano sovrani ed i bambini, temendo punizioni dai grandi, cercavano di non commettere (almeno quando non erano soli) le cosiddette allora marachelle.
Dove gli anziani avevano posti garantiti sui mezzi pubblici e non si sentivano schiamazzi ed urla nelle orecchie come oggi. E soprattutto non c'erano gli squilli continui dei cellulari e gente che chiedeva carità (anche quando non ne avrebbero davvero bisogno) in ogni angolo delle strade e chi c'era su quei marciapiedi grigi, allora povero lo era davvero.

O per finire la Milano in bianco e nero degli anni sessanta, dove i Beatles, Rolling Stone, mini gonna, beat generation e balli sfrenati hanno conquistato tutti? Era il boom tanto decantato.

Ricordo bellissime ragazze con minigonne vertiginose e gli occhi bistrati, i ragazzi con pantaloni colorati a zampa d'elefante, capelli lunghi per tutti. Ricordo qualche matusa vestito seriamente dove il grigio, il blu ed il nero col marrone erano gli unici colori che potevano indossare contestando i giovani che osavano di più (allora a quarant'anni eri matusa-vecchio-stantio, mentre attualmente gli ottantenni si fidanzano, si amano e vanno a ballare a discapito dei ragazzini che girano in branco vestiti tutti uguali e chiusi nelle loro camere a chattare con gli altri con il proprio computer). 

Anni di rivolte studentesche, dove il vecchio veniva spazzato via senza pietà, dove i lavoratori urlavano ed ottenevano i loro diritti e così le donne, le femministe con i loro slogan che scandalizzavano i benpensanti, ma anche anni dove la Chiesa si era modernizzata, inserendo durante le messe, complessi e band che cantavano si inni al Signore ma inni moderni nuovi (tutto perso con l'arrivo del nuovo papa alla fine degli anni 70, portando tutto indietro come decine di anni prima).
 Anni lontani che non tornano più.

Perché ho scritto tutto questo? Non lo saprei dire, non è neanche nostalgia (negli anni cinquanta non ero ancora nato) o voler a tutti costi ricordare il bel tempo che fu, difetto tipicamente italiano dove siamo ancorati ai vecchi ricordi ed alle vecchie usanze, perdendo spesso treni che altri Paesi prendono al volo, migliorando e avanzando a dispetto del povero Paese nostro. 

O meglio lo so il perché l'ho scritto: colpa di questa foto anzi di queste foto realizzate da me, un po' per gioco, un po' per curiosità ed alla fine hanno innestato nella mia mente una serie di ricordi e fotografie di una Milano che non c'è più ma che ora, con la nuova area metropolitana si sta proiettando verso il futuro (anche se solo tecnologicamente come tutte le metropoli mondiali occidentali che nonostante si sta avvicinando la decadenza, continuano a mostrarsi giovani, forti e belle, come le ragazze di Miss Italia, altre vittime del progresso). 

Una Milano che tra poco "senza confini comunali" avrà più di tre milioni e mezzo di abitanti, dove con l'hinterland ne supera già gli undici milioni inglobando città partendo da Novara fino alle cittadine del lago di Garda da ovest ad est, 
da Lodi-Pavia fino a Lugano e Varese da nord a sud, formando una megalopoli tra le più cementificate del mondo.
Ma che importa è il progresso, è il futuro, è ciò che stanno creando per "noi" ed i nostri figli. 

Mi chiedo quale futuro mentre guardo di nuovo queste immagini così semplici di un viale immerso nelle luci del primo mattino di un autunno qualsiasi, semplici ma intense come dovrebbe essere la vita di ognuno di noi.

Giampaolo Daccò Dos Lerèn

venerdì 26 settembre 2014

lL nascita del mio libro "GREEN HILLS LE MIE VERDI COLLINE"

Non è facile spiegare come da un'idea o da un pensiero possa "nascere" un racconto, una storia, un libro. Ci vuole molta fantasia o capacità di immedesimazione oppure saper descrivere quel "qualcosa" che fa nascere un romanzo interessante.
"Green Hills" è stato come fosse un figlio per me, nato da un'occasione durante un mio viaggio all'estero e da una musica di origine gallese forse celtica, che hanno innestano in me, nella mia mente o addirittura nel mio cuore un pensiero. Un pensiero che nel corso del tempo ha preso forma e quella forma  divenne un libro.
Certo un libro faticosamente creato perché i problemi reali della vita, lavoro, famiglia ed altro portavano via in continuazione il tempo e l'ispirazione per poterlo finire... Poi...
Poi finalmente è stato , in un certo senso, partorito e neanche in modo difficile: fu una specie di sfida per me. 
Nel frattempo spedii il manoscritto in molte case editrici importanti  sperando in qualche risposta positiva (e qui è stata davvero dura con le grandi, perché ricevono migliaia di manoscritti di ogni tipo e sicuramente non è facile anche per loro scegliere cosa pubblicare, affidandosi, vista la crisi editoriale, di "andare sul sicuro" con nomi già noti) e collaborai con blog, gruppi di network sociali, facendo oltre al mio normale lavoro anche correttore di bozze.
Finii a creare un mio blog, questo, in cui potevo mettere qualsiasi cosa, dai miei pensieri, dai miei ricordi, dalle mie passioni come l'Astronomia e l'Astrologia finchè... Una carissima amica scrittrice, speaker, giornalista mi indicò una casa editrice minore SILELE EDIZIONI, a cui inviai senza tante illusioni il mio libro, visto che non ricevetti nessuna risposta dalle altre.
Dopo poche settimane avevo già firmato il contratto, qualcuno credette nel mio lavoro e Green Hills, finì addirittura pubblicato qualche mese prima del dovuto.
Però spiegare come sia nato, qual'è stata l'idea che ha fatto scaturire nella mia mente il racconto, sono riuscito a farlo con una piccola storia pubblicata su questo blog e che proporrò nuovamente in questa mia descrizione:


Wales, una strana vacanza: L'INIZIO DI UN'AVVENTURA



WALES (Galles), Giugno 1983


   Guardando questa fotografia, i miei ricordi vagano in un passato lontano, quando feci la mia prima vacanza in Gran Bretagna; l'anno precedente ero ospite dal mio amico Thomas con cui mi sono divertito tantissimo a Londra, la nostra giovane età ci aveva permesso di combinarne di ogni ed era stata una vacanza fantastica all'insegna del divertimento. 
   Poi con un altro amico di Milano, decisi di tornare l'anno successivo, Thomas era da alcuni parenti in Australia, così abbiamo provato a cambiare il programma a pochi giorni dalla nostra partenza per le isole britanniche.
   Non so perché programmando il viaggio con Marco, avevamo deciso solo di fare una tappa a Londra per due giorni e poi in Cornovaglia per altri tre giorni ed infine, incuriositi da un reportage sulla "misteriosa" ed un po' selvaggia regione del Galles ed un po' perché "sentivo" il desiderio di visitarla come un richiamo antico, avevamo optato per una settimana in quel posto.
    Arrivati a Londra e poi visitata la Cornovaglia, avevamo preso in affitto una vecchia auto da un simpatico e lentigginoso signore proprietario di una concessionaria che si occupava dei turisti, e così da quella celtica e magica Terra di Avalon, in un bellissimo mattino di metà giugno eravamo partiti da Taunton alla volta di Bristol, passando poi da Newport  fino a raggiungere Swansea e poi su verso nord fino a Cardigan. 
   Da Taunton, la Motorway n° 5 ci fece attraversare queste verdi terre solcate da paesini molto semplici e belli, passata poi Bridgewater, nel giro di un'oretta avevamo già superato Bristol ed immessi nella M4 che con un ponte enorme ci fece passare sul fiume Severn, che ormai era già alla fine del suo corso, sulla sinistra si poteva intravedere già il canale di Bristol, immenso come può essere un mare piccolo che divide due terre appartenenti allo stesso stato.
   Ci siamo fermati a pranzare a Newport, città tipicamente anglosassone ma con edifici moderni, situata su un fiume chiamato Usk... Non ci siamo fermati molto e nel tardo pomeriggio avevamo già superato anche Cardiff finendo dopo poco Porthcawl, un paese sul canale di Bristol. Non so perchè ma avevamo deciso di evitare le grandi città, come se una strana curiosità ci spingesse a trovare posti tranquilli e solitari, selvaggi ed antichi. 
   La cittadina si era rivelata bellissima, con case bianche sul mare, dove onde altissime andavano ad infrangersi sui muretti che dividevano la strada dalla spiaggia. Un posto meraviglioso tant'è che avevamo deciso di fermarci a dormire non prima di aver visto un meraviglioso tramonto sul mare.
   Nella notte ci fu un temporale forte che mi fece svegliare di soprassalto, sentendo a fianco Marco dormire con un leggero russare, mi rassicurai e in quel momento mi era venuta in mente una specie di storia che subito mi affrettai a scrivere su un foglio nelle pagine del mio diario di viaggio, finito di scrivere ritornai a dormire.
   Il giorno dopo eravamo già un bel po' avanti, avevamo superato Swansea che credevo molto più piccola di quanto fosse realmente, Marco guidava quasi sempre lui, a me faceva impressione stare seduto sulla sinistra, ogni volta che incrociavamo un'auto mi sembrava di andarci a sbattere contro.
   Marco mi disse che la M4 stava per finire e dovevamo decidere se proseguire all'interno con la A48 e poi immettendoci nella A40 per arrivare fino a Cardigan, altrimenti potevamo fare le strade alternative sulla costa, però ci si metteva molto più tempo, almeno due giorni, senza contare il fatto che non eravamo molto ricchi da permetterci benzina ogni volta e dormire almeno due altre volte in alberghi o viaggiare tutta la notte.
 Allora avevamo preso le due Primary Route, la 48 e la 40 e nel giro di una giornata godendoci il panorama verde di quei posti, innamorandomi anche di due cittadine come la colorata Narberth e la romantica Haverfordwest dove poi ci siamo fermati passando davvero una serata stupenda, dove si cenò benissimo e dormito un po' meno bene, in un piccolo Hotel vicino al fiume dove sognai un mare blu e una tempesta. 
   Il mattino dopo scendendo per primo mi misi a fare colazione senza aspettare Marco, sapevo che doveva curare il suo fisico dopo la doccia e ci avrebbe messo un sacco di tempo, infatti quando arrivò poco più tardi mi vide scrivere sul diario delle frasi.
   "Che fai?" mi chiese,  gli risposi serio serio... "Ma forse scriverò un libro." e ci mettemmo a ridere.
   Verso le dieci e trenta, avevamo ripreso il viaggio verso Cardigan, passata Fishguard, una cittadina dal nome buffo situata sul mare, immersa nella natura, da dove partivano i battelli per una gita di circa tre ore e mezza verso le coste a ovest. Ci siamo fermati per il pranzo e poi dopo poco più di due ore finalmente eravamo arrivati a Cardigan. Avevo paura che la cittadina non fosse bella o interessante invece il luogo era davvero piacevole, ameno, le sue case colorate erano in stile gallese, molto più semplice delle più elaborate english house ma altrettanto magnifiche. 
   L'Hotel che avevamo prenotato da Londra, era leggermente in alto rispetto al paese da cui si dominava nel verde il fiume che poi si immetteva quasi subito nella Cardigan Bay, un corso molto bello dove barche e motoscafi potevano viaggiare fino a Cardigan Island, una piccola isoletta fuori sul mare. 
   Un mare verde-blu strano, con spiagge color oro al tramonto, ed un cielo che spesso cambiava tonalità. Avevamo passato quattro giorni a visitare i dintorni, finendo per innamorarmi di quel posto selvaggio e antico, avrei voluto vivere lì per sempre, Marco non era di quell'idea, però anche lui aveva ammesso poi di sentirsi meglio in quel luogo lontano da Milano. Un pomeriggio grazie ad un consiglio di un signore che aveva una distilleria, ci aveva convinto di fare una visita veloce, a Newcastle Emlyn, una piccola cittadina all'interno tra le colline, ci sarebbe stata una bella sorpresa, disse a noi quell'uomo robusto  dagli occhi verdi, strizzando l'occhio.
   Il giorno dopo eravamo lì... Rimasi a bocca aperta: le rovine di un castello mi affascinarono in modo particolare, vidi una tenuta dove c'erano molte pecore ed il paese con le sue tipiche case  davvero suggestive, immerso nel verde tra le colline e un'ansa del fiume Afon Teifi che scendeva giù verso Cardigan, che qui tutti chiamavano Aberteifi, il vero nome gallese della città dove eravamo ospiti.
   Dopo una passeggiata nel pomeriggio ci eravamo fermati in un pub, dire che  fosse il classico caratteristico pub inglese o gallese non era proprio esatto, era molto di più: respiravi aria antica, affascinante e d'atmosfera, sembrava un locale di altri tempi, sembrava tutto molto strano; ci siamo seduti sulle sedie trapuntate di stoffa rossa, attorno a noi, tavolacci, panche e altre sedie, i mobili di legno d'ebano pesanti e tanti quadri alle pareti. 
   Arrivò sorridente il proprietario, avevamo ordinato da bere e due sandwich ben ripieni, poco dopo ci aveva servito una bella ragazza dai capelli lunghi e biondi, Isabel che conosceva un po' di italiano. Da una radio accesa, nell'aria si era sprigionata una musica celtica bellissima, quasi da sogno, guardai Marco che si sbafava quel panino con gusto poi sorridendo rivolsi lo sguardo verso la finestra aperta e delle colline verdi erano davanti ai miei occhi... 
  Un impulso irrefrenabile mi aveva fatto aprire lo zainetto e prendendo in mano il diario, avevo iniziato nuovamente a scrivere qualcosa. Marco allibito, aveva strabuzzato gli occhi davanti a me: "Anche qui davanti a questo ben di dio?" aveva detto farfugliando mentre stava ingoiando quel sandwich... Avevo accennato un si con la testa e la penna scorreva tra le mie dita.
   Dopo un po' la voce di Marco mi aveva distolto da ciò che stavo facendo "Il libro eh?"... Lo avevo guardato contraccambiando una breve risata.
   "E certo, quando un artista ha la vena ispiratrice mica deve smettere...". dopo aver bevuto un po' di birra, mi osservava in maniera strana, credo che sia rimasto impressionato dalla serietà con cui avevo risposto.
   "Ma racconterai del nostro viaggio?".
   "Non so... Non credo Marco, forse è qualcosa che andrà oltre ad un viaggio fatto da noi due." Marco aveva accennato ad un mezzo sorriso, gli occhi azzurri e i capelli neri lunghi incorniciavano il suo volto dai tratti duri, ma la sua espressione era sempre stata bonaria. Osservavo quella locanda, la bella ragazza bionda dal nome Isabel e quel paesaggio verde fuori dalla finestra, sentivo il bisogno di farlo.
   La sera stessa a Cardigan, in camera mentre il mio amico stava leggendo un libro, mi voltai istintivamente ad osservarlo, era talmente preso dalla lettura che aveva uno sguardo strano, i suoi occhi sembravano fissi e gelidi su quelle pagine, mi era venuta in mente in quell'istante una cosa e l'annotai su un foglio bianco sempre sul mio diario.
   "Altra ispirazione?" Marco si era accorto che l'avevo fissato.
   "Certo e devo dire che tu mi hai aiutato molto in questo caso." quello saltò in ginocchio sul letto "Wow se lo pubblichi e diventi famoso voglio i diritti..."
   "Si come no..."  la mia risposta era sarcastica.
   "Mmmm, visto che non è la nostra avventura nel Galles, di cosa parlerà questo fantomatico libro?"
   In quel momento mi ero reso conto di essere in difficoltà, non sapevo cosa dirgli, avevo solo scritto delle pagine che non c'entravano nulla l'una con l'altra. Descrivevo dei paesaggi, due figure una donna bionda e un ragazzo moro senza legami tra loro. Poi brevi frasi su una locanda e sul suo proprietario, un uomo grosso dagli occhi verdi. 
   "Allora Paolino?" aveva continuato Marco raggiungendo la mia postazione mettendomi la sua mano sulla mia spalla e con l'altra mi aveva dato un buffetto sui capelli che si arruffarono in piedi. "Ahahah sembri uno che abbia visto un fantasma coi quei capelli ritti!" si era messo a ridere di gusto, mentre io stringendo gli occhi voltandomi verso il diario avevo preso nuovamente in mano la penna.
   "E no e? Non dirmi che la sberla ti ha dato un'altra ispirazione..."
   Eppure qualcosa si era mosso dentro di me ed intanto che lui parlava e brontolava, io ormai non lo sentivo più e la penna tra le mie mani scorreva veloce su quei fogli bianchi. Poi fermandomi, mi ero voltato verso di lui che, quel momento era in mutande mentre stava "ballando" seguendo il ritmo di una musica da disco molto in voga allora proveniente dalla radio che aveva appena acceso nella camera.
   "Se lo intitolassi Verdi Colline?"
   Marco si era fermato di colpo, e girandosi verso di me aveva storto la bocca, sospirando e con gli occhi chiusi a fessura guardando i miei capelli ancora arruffati con voce lugubre aveva detto "E perché non - Il fantasma delle colline del Galles?"
   Era troppo stupido in quel momento, eppure a me suonava bene quel titolo "Le verdi colline" e scrivendo quelle tre parole all'inizio delle pagine scritte avevo pensato "Il resto verrà da se". 
  Il giorno dopo ci aspettava il ritorno, avevamo ancora una settimana di vacanza, ma non so il perché non avrei mai voluto lasciare quel posto, quasi sentivo che quei verdi colli volessero trattenermi per chissà quale motivo.
   La mattina seguente eravamo già sulla A40 e guardavo le alture allontanarsi sempre di più, avevo nello zaino il diario e sembrava quasi che mi chiamasse, ma riuscii a resistere a quella tentazione. Pensavo ancora al titolo - Le verdi colline -
   "Chissà se un giorno questo sogno si potrà realizzare..." pensavo continuamente mentre Marco accelerava la vettura aumentando velocità e passata una curva tra due alture, il mare era apparso improvvisamente di fianco a noi... "Tornerò qui ancora." ricordo di aver pensato, "Rivedrò di nuovo le verdi colline".
   In lontananza la cittadina di Fishguard era all'orizzonte mentre un sole caldo ed un vento tiepido ci accompagnarono per tutto il viaggio.

E così nacque "GREEN HILLS LE MIE VERDI COLLINE" una storia ambientata tra il 1790 ed il 1881, con qualche descrizione ancor più lontana e storicamente appurata, una storia che narra le misteriose vicende di una nobile famiglia, dove una realtà terribile si affaccia nella loro esistenza. Questo segreto per trent'anni verrà tenuto nascosto e vissuto dalle persone del luogo come una sorta di diavoleria, di superstizione. solo un giovane giornalista ambizioso ma dal cuore tenero riuscirà a scoprire tutto. Ma anche per lui la verità su quello che verrà a conoscere sarà tremenda, non potrà che esserne sconvolto. Scoprirà anche che il vecchio proprietario e lui, nonostante ci siano moltissimi anni di differenza, avranno molte cose in comune e solo allora gli si aprirà davanti, nel suo cuore e nella sua mente una scelta.
Nella stesura avevo scritto due finali e per me era stato difficile scegliere, poi rileggendo la storia ho capito finalmente, che non poteva essere che uno, il migliore, quello che (forse) non avrebbe dato il seguito, una seconda parte o stesura del romanzo... anche se non è sicuro definitivamente.
Alcuni personaggi che dovevano essere secondari alla fine si sono dimostrati quasi protagonisti per la loro importanza nella vicenda e la cosa devo dire che mi ha fatto piacere, molte sono state le persone che avendolo letto mi hanno scritto privatamente la loro opinione e la maggior parte a cui ho chiesto qual'era il personaggio che aveva colpito di più la loro fantasia è stato... Meglio non dirlo, è più giusto leggerlo per saperlo no?
Ringrazio davvero tutti quelli che hanno comperato, letto ed apprezzato Green Hills, che essendo la mia prima opera pubblicata, ci tengo tantissimo ma soprattutto un grazie enorme a Federica ed Emanuele (la mia amica e consigliera ed il mio editore) che hanno creduto in quest'opera ed in me, dando la possibilità a questo lavoro di prendere vita ed un altro grazie alla persona che sta con me da tantissimi anni e che con amore e severità mi ha spronato a continuare nei momenti di difficoltà. 
Giampaolo.