mercoledì 25 aprile 2018

TANTE VITE IN UN'ESISTENZA


TANTE VITE IN UN'ESISTENZA

-  Perché nonna dorme sempre? Perché mi portate via da lei? Io non ho mamma e papà...

Povero piccolo finirà in un orfanotrofio, sai Laura (l'assistente sociale dice alla collega), ha perso in un incidente i genitori e due fratellini tre anni fa, lui era con la sua nonna ed aveva solo due anni. Lei ho ha adottato ma nessuno poteva immaginare che la signora Veneri, potesse andarsene così presto anche lei  Povero piccolo.

- Che ci faccio qui? Tutti questi ragazzi che ogni tanto mi picchiano e quel prete che odio, 
che mi tocca di sera quando non c'è nessuno. 
Devo studiare voglio andare via da qui, devo fare il bravo lo so altrimenti mi distruggeranno. -

Si cari signori Del Monte, il ragazzo è bravo, ha tredici anni,  ma molto studioso e buono, potremmo affidarvelo e ottenere il nulla osta per l'adozione (dice padre Baldani alla famiglia che vuole adottare il ragazzino), l'unica cosa è che non parla molto, credo sia introverso e sensibile ma dovrebbe socializzare di più.

- Cinque anni che vivo con questa gente e non capisco il perché mi abbiano adottato. Due fratelli sposati che neanche mi considerano e questo che vuole essere chiamato papà, pretende che faccia solo ciò che decide lui. Va bene farò l'ingegnere come vorrà ma i miei progetti futuri una volta presa la laurea saranno altri. -

Niente eredità? I tuoi fratellastri hanno portato via tutto? Il vecchio che ti ha adottato è morto e sua moglie è in un istituto per malati di Alzheimer? Che bestialità caro amico, ingegnere 28 anni e senza nulla se non questo buco in cui vivere? Mah... (Dice Stefano il migliore amico dell'e orfano, ora diventato uomo). Fortuna vuole che Margherita ti ama e che almeno il lavoro allo Studio Malagatti & Santoro ti dia l'opportunità di vivere decentemente.

- Mi lasci così portandoti via i bambini Margherita? Perché... Non ti ho mai fatto nulla contro... Non importa se i figli li vedrò quando voglio, io voglio di nuovo te, la mia donna, la mia vita. -

L'ho lasciato perché non lo amo più, forse credevo di amarlo perché è buono, dolce ma  è così noioso e taciturno, padre meraviglioso ma io voglio la passione, ridere, viaggiare... I bambini lo adorano ma vogliono stare con me, dove c'è colore e vita. (Ed egoismo pensa la sua amica che ha di fronte mentre la guarda fingendo di comprenderla, non si lascia un uomo come l'ingegnere. Quale donna non vorrebbe un uomo così accanto, ma Margherita è sciocca e volubile, mi dispiace per lui ma lei se la caverà sempre come al solito). Credo che andremo a vivere Londra da mio padre e ci rifaremo una vita, come penso se la farà lui.

- Perso i genitori, persa Margherita e i bambini ed intanto passano gli anni. Il lavoro ora non va bene e sono costretto a cercare qualcos'altro ma a quarantacinque anni dove vado? 
Anche Laura mi ha lasciato dicendo che non sono un uomo di vita e divertente... Che farò ora? -

Mi dispiace ingegnere, dopo otto anni con noi, non abbiamo più  bisogno della sua collaborazione, capisco le sue esigenze, lei comunque avrà una buona uscita e una futura pensione grazie all'assicurazione che ha sempre pagato ma davvero... Dobbiamo chiudere la società per motivi che lei ormai conosce (dice l'amministratore delegato della S.I.C. con voce dispiaciuta, all'ex piccolo orfano ormai quasi sessantenne), comunque vedrà che tutto andrà per il meglio. Buona fortuna.

- Cinque anni in pensione con un salario che mi permette di vivere decentemente dopo una vita di lotte e sofferenze. Ho cinque nipoti, due figli che non vedo da due anni se non per foto e che sento o leggo tramite skype o mail.
Margherita sparita completamente ed io qui a dare lezioni private a giovani che di studiare non ne hanno voglia... 
Ogni tanto dalla mia casa guardo il mare ma dentro la solitudine mi attanaglia, ma devo andare avanti per me stesso. -

Povero ingegnere, lo hanno investito sulle strisce pedonali mentre si recava al mare, gli hanno fatto fare un volo spaventoso ed ha battuto la testa, portandolo in coma forse irreversibile (dice la caposala alla giovane infermiera che dovrà occuparsene per un certo periodo). Un uomo gentile, solo e di classe che vive qui da almeno quindici anni, da quando era andato in pensione e pensa che dava lezioni a ragazzi dell'università di Genova. Speriamo ce la faccia ma alla sua età non so se sarà positivo e ne sappiamo come e se si risveglierà.

- Che strano non sento niente fisicamente, ma sento tutto ciò che dicono quando c'è qualcuno attorno ed è ancora più strano che non mi importa nulla di tutto questo, continuo a sognare o vedere, non ho capito, delle persone che mi sorridono ma non ricordo chi siano. Poi spariscono quando mi accorgo che attorno a me c'è qualcuno che parla e pensa che io non senta, sembrano voci conosciute ma non so definirle. quando non le sento più rivedo le altre che sorridono e sembrano aspettarmi ma quando potrò raggiungerle proprio non saprei. -

Papà ha lasciato quel cavolo di appartamento che non vale un gran che (Maurizio dice al fratello Claudio mentre il notaio legge il testamento, guardando poi di sottecchi la madre con accanto i nipoti, loro figli), fortuna che per il suo funerale lui aveva predisposto tutto.

Sei sempre stato carogna con lui caro Maurizio (risponde Claudio arrabbiato per le parole del fratello maggiore), papà ci voleva bene ma eravamo sempre lontani e non aveva le possibilità economiche di poterci raggiungere spesso come le ha mamma. Sei ingiusto, anche se lo abbiamo visto poco e trascurato non merita le tue parole. (La smorfia della madre inviata a loro due, fanno smettere il battibecco davanti al disgustato notaio che non cela il suo disappunto).

(Che stupida sono stata col mio egoismo - pensa Margherita - così ora mi ritrovo con due figli uno uguale a me stessa e l'altro a suo padre e li ho tenuti lontani da lui per dar loro cosa? Benessere e vita mondana ed evitassero un padre così perché noioso e poco abbiente? Brava Margherita, guarda di fianco a te i tuoi  nipoti: sciocchi, superficiali ed egoisti che pensano solo a divertirsi, magari aspettando che io muoia per lasciare il mio patrimonio ai loro padri e madri per godersela e parlare male di me come fanno ora del loro padre... Brava Margherita, ma è tardi per i pentimenti ormai è andata così e non si torna indietro).

- Incredibile sono con mamma e papà, Giulio e Serena a correre per questi prati verdi in fiore, non potevo crederci che mi stavano aspettando da decenni dopo l'incidente e nonna seduta con altre persone all'ombra di quella quercia. Non sapevo che il Paradiso fosse questo, forse se me ne fossi andato con loro quel giorno avrei potuto godere di più questa felicità ma mi avevano detto che dovevo svolgere un compito prima di venire qui... Ho visto Margherita, i miei figli e i miei nipoti in quel giorno piovoso quando mi avevano seguito mentre ero andato via per sempre.
Ora posso solo dire che ho avuto !Tante vite in un'esistenza" e sono felice. -

Brezza fresca e nuvole d'oro, ruscelli azzurri e fiori incredibili come tante vite sorridenti attorno, la felicità.

Giampaolo Daccò

venerdì 13 aprile 2018

IN ATTESA DEL TRENO



IN ATTESA DEL TRENO

Che strano trovarmi qui, in questa stazione in un giorno tiepido di primavera, mentre la rugiada del mattino dona questo paesaggio un qualcosa dei dipinti di Monet, con i suoi paesaggi chiari e delicati.
Guardo l'orologio sono le dieci e trenta dell'undici aprile, il treno dovrebbe arrivare a momenti, almeno questo mi avevano assicurato.
Se penso a ciò che ho lasciato alle spalle mi viene da piangere, ma nello stesso tempo sento dentro di me, una contentezza e serenità mai provata.
Eppure è per lui che ho lasciato un marito adorabile che avevo sposato più di vent'anni fa, è per lui che ho abbandonato due figli alla soglia della laurea e due genitori che hanno fatto tanto per me e dopo per la mia famiglia...
Quando poco più di un anno fa ho incontrato lui, non sapevo che avrei preso la decisione, quasi involontaria, di lasciarli per "colpa" o "merito" di quella conoscenza.
Ho molto sofferto in questi mesi, si lo confesso, ma non avevo scelta se non di abbandonarmi ad una nuova vita con lui. Avevo capito che spesso la vita ti riserva sorprese che richiedono decisioni e sacrifici importanti.
Lui è stata una di quelle decisioni che avevano cambiato tutto.
Non voglio pensare alla sofferenza dei miei cari, ma queste due valigie che mi porto appresso me la ricordano. 
Perché lasciare tutto ciò che avevo ed ero pure felice in un certo senso, per seguire quel'altro che non mi aveva dato tregua per mesi fino al mio cedimento?
Non riuscivo a capire come si possa avere il coraggio di affrontare tutto questo ed accettarlo mentre negli occhi dei miei, quando avevo detto loro: "Me ne vado via", ho visto una sofferenza indicibile e sentivo il mio cuore spezzato, ma ormai non potevo più tornare indietro.
Ecco ora sto aspettando questo treno che sembra non arrivare mai, so che la mia metà non è vicina, quella dove inizierò una nuova vita, ma davvero quest'attesa è snervante.
Oh una donna si sta avvicinando, meno male che non sono più sola, non sembra una zingara anzi.
"Buongiorno signorina" mi dice sorridendo. La guardo è una bella signora vestita di verde con occhi vispi e i capelli bianchi raccolti in uno chignon anni sessanta.
"Buongiorno a lei signora..." le dico guardando l'orologio "Se prende anche lei il treno delle dieci e trenta, credo proprio che partiremo in ritardo di un po'"
Sorride e la sua risposta mi sconcerta.
"Le importa tanto di un piccolo ritardo? Ha un appuntamento importante?... Io prendo spesso questo treno ma ormai alla mia età ma anche quando ero giovane, non mi sono mai turbata dei ritardi, tanto prima o poi si arriva alla meta. Forse il ritardo dipenderà da quanta gente sale."
"Già, forse ha ragione lei. Io spero che ci sia un posto, mi sono dimenticata di prenotare, ma..."
"Ma un posto c'è sempre su questo treno, le assicuro." conclude lei la mia frase sorridendomi, eppure nei suoi occhi c'è qualcosa di affettuoso misto a pena, che donna strana, però mi da un senso di tranquillità, stare da sola qui in questa stazione non è molto piacevole.
Apre la sua borsetta color paglia ed estrae un foglio mettendosi a leggerlo, qualche secondo dopo alza lo sguardo e mi sorride di nuovo.
"Sembra tutto a posto signorina, penso che il treno stia per arrivare, anzi eccolo..." dice alzandosi.
"Oh già è vero eccolo, finalmente." mi alzo e mi trovo accanto a lei che istintivamente mi tocca la spalla in modo affettuoso. 
Un treno dai colori argentei, moderno e pieno di persone si ferma sui binari di fianco a noi. Non scende nessuno, che strano ma il capotreno si affaccia dalla porta aperta e saluta con una mano la signora, probabilmente si conoscono da tanto e davvero lei viaggia spesso su quella tratta.
"Prego salga pure" mi dice con una voce dolce mentre avrei dovuto far salire lei per prima vista l'età "Arrivederci signorina Adriana".
Mi volto di colpo mentre ero già nel treno, come faceva sapere il mio nome? Chi era quella donna? E le mie valigie? Sono rimaste a terra accanto a quella donna.
Il treno chiude le porte e lei rimane sui binari facendomi un cenno di saluto, non riesco a capire, è tutto molto strano anche se in un certo senso c'è una specie di armonia positiva in questo posto sul treno.
"Prego signorina Silvana, venga il suo posto è quello, il numero quarantasei, vicino al finestrino, così potrà vedere il magnifico paesaggio. E non si preoccupi per le sue valigie, arriveranno col prossimo treno"
La voce del capotreno, un uomo dagli occhi verdi e brillanti mi rincuorano dal senso di panico che mi stava sopraggiungendo dentro al cuore. 
Seduta al mio posto con vicino delle persone simpatiche, osservo in silenzio i monti e la vallata che circondano tutto, fino a che il treno entra in una galleria.

Bologna, 12 aprile.
Alberto tiene per mano Luca ed Antonio, i suoi figli mentre alle spalle i suoi genitori ed i suoceri piangevano in silenzio, si udivano solo i passi sulla ghiaia di quel vialetto pieno di aiuole di un camposanto di periferia.
"Povera Adriana..." pensa l'uomo stringendo le mani dei suoi figli "Sei andata via per sempre lasciandomi solo con loro. Ora che farò senza di te? Quel male terribile, quello che tu chiamavi Lui, il mio rivale, ha vinto la sua battaglia e ti ha portata lontano chissà dove e chissà su quale treno. Ti amerò, ti ameremo sempre piccola mia ovunque ora tu sia".

Il cielo sembra farsi più azzurro, un treno è arrivato chissà dove a destinazione insieme ad Adriana, un treno che partirà e tornerà sempre da un posto che nessuno conosce se non chi ci salirà una sola volta nella vita.

Giampaolo Daccò.

giovedì 5 aprile 2018

NEI TUOI OCCHI



NEI TUOI OCCHI

E' da un po' che Alberto sta guardando sua moglie mentre sistemava il suo portatile nella borsa di lavoro, per poi sedersi vicino a lui.
Alberto è da tempo che la osserva quando sono insieme a casa, in auto, in fila in qualche negozio mentre lei davanti mette la spesa alla cassa.
Alberto ha incominciato a guardarla da qualche mese, sia quando dorme, quando cammina, quando parla con i loro tre figli, quando si veste e si spoglia.
Alberto la guarda da quando non l'ama più, da quando ha incominciato una relazione segreta con un'altra donna conosciuta per caso in metropolitana mentre a lei era caduta la borsetta e in un attimo, lui l'aveva raccolta consegnandola a lei perdendosi nei suoi occhi verdi.
La guarda da quando ha incominciato a sentirsi in colpa verso di lei e la sua famiglia, lui non è un uomo da tradimenti ed avventure.
Laura, sua moglie è contenta che suo marito la osserva sempre abbozzando ogni tanto verso di lui un sorriso o un'occhiata maliziosa, tra loro dopo sedici anni di matrimonio, alla soglia dei quarant'anni e con tre splendidi figli, era ancora molto felice ed appagata.
Sembra non sentire i sensi di colpa che pervadono lui, non sembra sospettare nulla della relazione che lo appaga, lo fa star bene, lo fa star male ed in colpa verso di loro, non sa che lui sta prendendo una decisione che la farà soffrire in futuro...
Forse.
Alberto finge di leggere un quotidiano mentre i pensieri vagano tra la sua relazione ed il matrimonio che ha sempre funzionato ed ipocritamente, ma anche sinceramente far l'amore con Laura è ancora molto emozionante... E Silvia?
Si chiede se Silvia è una passione o è davvero un nuovo amore che ha fatto sparire quello che prova per Laura? Si domanda se sia giusto lasciare lei, la sua donna da vent'anni, i suoi tre magnifici ragazzi, tre maschietti davvero amorevoli per un'altra?
Dio com'è difficile la vita a volte, soprattutto quando ci sono sentimenti contrastanti che l'avvolgono.

Tre giorni dopo Alberto sta guidando nel traffico milanese, imprecando per aver sbagliato strada quando ad uno stop la vede, vede Silvia con il marito e le sue due bambine a passeggio, lei sorride ed è abbracciata da lui.
Il suo cuore si ferma per un attimo, sa che lei è sposata, sa delle due figlie, sa che lei dopo un lungo discorso è pronta a lasciare tutto per lui ma non l'ha mai vista con la sua famiglia e ne lei lo aveva mai visto con la sua...
Per Alberto un colpo allo stomaco: gelosia, delusione, sorpresa? Quali sono i sentimenti che ora lo stanno coinvolgendo? Non riesce a dare loro una spiegazione e sente le lacrime bruciargli gli occhi. 
Accosta l'auto in un parcheggio vicino al bar dove Silvia e i suoi sono entrati, scende dall'auto e deciso entra nel locale.
Vuole vederla, vuol vedere la sua reazione, vuol vedere lui, le figlie e... 
Silvia sbianca osservando gli occhi febbrili di Alberto, pieni di gelosia e di passione quando entra nel locale quasi di corsa, una paura le sta prendendo dentro all'animo quando Serena, la più piccola delle figlie l'abbraccia e le salta in braccio.
Tutto sembra fermarsi:
I baristi, i camerieri, la cassiera, il marito di Silvia, le bambine, i clienti.
Ma loro due no, come in un rallentatore i loro sguardi si incrociano poi Alberto osserva le figlie di lei, Serena in braccio alla sua amata mentre il marito bacia l'altra figlia dandole in mano un cioccolatino.
Per Silvia ed Alberto quel momento diventa un addio, una rinuncia, con gli occhi lucidi lei dice solamente "Addio amore" con un impercettibile movimento delle labbra.
Le donne sono sempre le prime a capire e sapere cosa fare, pur amando sono capaci di grandi sacrifici e di scelte che possono dare una svolta definitiva. 
Basta un attimo, un incontro in un momento sbagliato o giusto, una situazione che fa male al cuore e che non potrà mai più essere uguale a prima e che ha bisogno, in quel momento, di rinuncia e dolore.

La sera stessa Alberto è seduto tra i suoi tre ragazzi sul divano, la TV accesa, il loro vociare e la figura di Laura in piedi al telefono, sembrano davanti ai suoi occhi figure sfuocate e nella mente il volto e le labbra di Silvia che dicevano addio, il suo cuore pulsa di dolore ma non appena Laura smette di parlare al telefono, Alberto alza lo sguardo e le sorride.
Lei, quasi di corsa spostando Luca il più piccolo dei figli, si siede di fianco a lui appoggiando la testa sulla spalla. Lui le prende il volto e intensamente fissa gli occhi chiari di lei.
Laura crede di vedere ancora l'amore di un tempo e sorridendogli lo sfiora con un bacio sulla bocca.
"Cosa stai pensando e guardando tesoro?" chiede maliziosa ed innamorata.
"L'amore nei tuoi occhi".
Risponde Alberto emozionato sia per ciò che Laura prova ancora per lui, sia per ciò che ha lasciato, travolti dai loro figli si ritrovano avvinghiati in un forte abbraccio mentre le loro labbra si uniscono.
"E' giusto così..." pensa lui cercando di scacciare il volto di Silvia dalla mente, piano ritrova nei suoi pensieri quello di Laura e tutto ciò che è ed è stata per lui.
Un bacio appassionato finalmente gli fa capire qual'è la strada giusta, qual'è la scelta migliore che un uomo può fare: ritrovare l'amore verso chi non ha mai smesso di amarlo.

Nel buio della notte, mentre dopo ore di passione, Laura è ancora sveglia nel blu della camera e guardando il soffitto ripensa al suo uomo e a tutto ciò che lui rappresenta nella sua vita ed in quella dei suoi figli, un uomo che ama da sempre ed avrebbe scelto e riscelto se avesse dovuto tornare indietro nel tempo.
Si volta verso di lui, lo vede dormire tranquillo e sfiora la sua fronte con una carezza:
"Finalmente sei tornato, finalmente lei non c'è più... Era da tanto che lo sapevo amore mio e sapevo che non era colpa tua... Non era colpa di nessuno, non lo saprai mai ma c'ero anche io in quel bar oggi, ti avevo seguito, avevo delle certezze più che sospetti ma non mi sono pentita di ciò che ho fatto, dopo quello che ho visto e invece di odiarvi, ho provato pena per lei e nonostante tutto, tanto amore per te. Ricominceremo di nuovo  amore, lo so e saprò farti dimenticare quegli occhi verdi per sempre."

La luna appare all'improvviso tra le tende della finestra della camera, Laura sospira leggermente e chiude gli occhi addormentandosi serena.

Giampaolo Daccò

mercoledì 21 marzo 2018

QUEL MATTINO A NEW YORK



QUEL MATTINO A NEW YORK

Primavera 1996

SK un mio amico america-cipriota, mi aveva invitato a passare una decina di giorni a casa sua a New York City, precisamente nei Kings il distretto della metropoli considerata allora, la terza città italiana più popolosa.
Ero arrivato a metà maggio e la città o almeno i suoi parchi e alberi erano in fiore, avevo passato con lui quattro giorni intensi di turismo: mi aveva portato in vari posti di Manhattan e State Island, ma purtroppo lui doveva tornare presto, in quei giorni, al lavoro presso una famosa boutique di marca internazionale, avevo circa una sei giorni da passare da solo e così ci ritrovavamo a pranzo ed alla sera nel suo delizioso appartamento all'ultimo piano di una palazzina del quartiere di Geenpoint vicino al McCarren Park.
Quel mercoledì mattino soleggiato e caldo avevo deciso, dopo un'orribile colazione in un pub italiano, di fare una passeggiata fino al Central Park.
Le metropolitane erano fantastiche, piene di persone di vario genere, dove potevi essere si un numero tra milioni, ma un numero sempre diverso dal tipo "modaiolo" italiano di quel periodo dove se non indossavi un Armani o Versace, eri invisibile.
Qui tutt'altra cosa... 
Un mondo fatto di persone di ogni tipo, avevo vicino un tipo in giacca e cravatta e a fianco uno sportivo super muscoloso che a momenti non indossava quasi nulla pur di mostrare. Due ragazze studentesse in piedi ridevano leggendo un quotidiano, la più sobria aveva i capelli color verde acqua...
Era come vivere in un mondo a parte e pensavo a quanto eravamo provinciali seppur alla moda noi italiani.
Nel giro di mezz'ora neanche mi ero ritrovato sulla E72nd Street all'angolo della 5th Avenue ed il Central Park di fronte.
Avevo attraversato l'Avenue con decine di esseri umani frettolosi prendendo la Terrace Dr. che attraversava sinuosamente il parco per il largo.
SK. mi aveva parlato della statua di Andersen il famoso autore delle fiabe posta in quell'angolo della grande macchia verde ed infatti dopo un paio centinaia di metri, avevo svoltato a destra sulla stradina East Dr. verso la statua di Hans Christian Andersen trovandola quasi subito davanti a me e con sorpresa in mezzo a quel verde dietro alla bella opera di quell'autore, c'era il Conservatory Water.
Ne ero rimasto sorpreso...
Poi, dopo un giro attorno al laghetto, avevo visto una specie di cascatella il cui ruscello seguiva un lungo prato ed una stradina adiacente adornata da alcune panchine quasi nascoste da alberi, panchine vuote tranne una con una signora bionda.
Mi ero seduto un poco stanco e avendo qualcosa da mangiare nello zainetto, mi ero messo a pranzare con un panino, succo di frutta ed una mela.
Il vento mi aveva scompigliato i capelli e nel sistemarmi la fronte avevo visto quella signora bionda sorridermi, ricambiando anche io la sua gentilezza.
Si era alzata avvicinandosi a me: sulla sessantina, bionda con i capelli lunghi sulle spalle, vestita elegante ma sobria, una borsa Chanel al braccio ed un sorriso incantevole.
"Posso farle compagnia?" mi aveva detto sedendosi accanto.
"Oh certamente, si accomodi... Prego." le avevo risposto gentilmente, cercando di capire cosa volesse, stupendomi sentirla parlare l'italiano con accento americano.
"Appena l'ho vista ho desiderato di fare quattro chiacchiere con un italiano... Avevo capito subito sa? Dai vestiti, dal modo di camminare..."
"E' un male o una bella cosa?" le avevo detto sorridendo.
Aveva riso di gusto, una donna bella, spiritosa ed allegra forse era un'italo-americana.
"Non sono italiana, se a questo sta pensando, mio marito è italiano di Milano e quindi ho imparato ad amare prima lui, poi la vostra lingua ed infine l'Italia, stupenda nazione."
"Anche io sono di Milano, che coincidenza... Bella questa cosa..."
"Si veramente, ma vorrei precisare che non sono la... "tardona" si dice così da voi vero? Che tenta con un ragazzo..."
Questa volta avevo riso anche io "Non l'avevo pensato le giuro e il termine tardona si usava quando mio padre era giovane, ora le donne sulla quarantina o cinquanta sono meglio delle giovani a volte."
"Ne ho sessantaquattro"... Aveva detto lei dolcemente ma con gli occhi tristi, mi ero accorto solo ora di quello sguardo... Che strano sembrava così vivace ed estroversa al momento.
"Le posso chiedere una gentilezza signor..."
"Giampaolo anche molti mi chiamano Paolo o addirittura Paolino..."
Il suo sorriso si era spento di colpo, l'avevo guardata stranito come avessi detto qualcosa di spiacevole ma subito dopo lei aveva ritrovato di nuovo quell'espressione stupenda.
"Mi dica signora..."
"Eileen, Eileen Darkson Minetti... Ma di solito mi chiamano o Lyn o mrs Minetti... So che le sembrerà strano ma se io le facessi una foto mentre lei è seduto su quelle rocce davanti al ruscello, le dispiacerebbe?"
"No, no.. Anzi!" mi ero messo quasi subito seduto sulle rocce con dietro quel ruscello pieno di sassi colorati e lei subito si era messa a scattare dei fotogrammi, non capivo il perché di questa richiesta ma almeno qualche foto diversa dal solito a New York sarebbe stata originale.
"Sono fotografa di professione e lavoro per una testata abbastanza famosa, lei ha un viso particolare ed anche fisicamente..."
"Grazie" le avevo risposto "Faccio danza e ginnastica a corpo libero, peccato per l'altezza... Forse potevo fare il modello secondo lei?" le dissi in maniera ironica.
Eravamo scoppiati a ridere.
Due ore dopo avevo la foto in mano in un pub nella Madison Avenue dove lei insistendo mi aveva offerto un caffè, aveva fatto sviluppare un foto per farmi un omaggio ma ancora non capivo cosa ne facesse di quelle foto. 
"Tra poco devo andare in redazione, Giampaolo tu sei stato molto gentile a prestarsi a questo lavoro.... So che ti chiederai il motivo per cui ho voluto fotografarti e chissà cosa avrai pensato di me."
"Nulla di negativo Lyn." le avevo risposto dolcemente mentre lei mi accarezzava la fronte.
All'improvviso aveva aperto la borsetta sul tavolo, ne aveva estratto una fotografia e me la pose, rimasi davvero stupito. Un ragazzo sui venticinque anni, seduto sugli stessi sassi davanti al ruscello sorrideva da quell'immagine. Una foto scattata almeno una decina di anni prima, visti gli abiti e i capelli del ragazzo, avevo alzato gli occhi su di lei, i suoi erano lucidi, io non avevo parole ma qualcosa avevo intuito.
"Lo so sembrerò pazza, ma da otto anni vengo una volta alla settimana in questo posto, vicino al ruscello sperando di ritrovare in qualche modo lui. La foto l'aveva scattata suo padre, mio marito prima che... Paul il mio "bambino", se n'era andato per sempre durante una rapina..." la voce le si stava incrinando, posando la mia mano sul suo braccio e lei l'aveva accarezzata.
"Quindi comprenderai cosa sia successo stamattina Giampaolo, gli assomigli poco ma quando ti eri seduto di fronte a me... Sentivo che oggi sarebbe stata una giornata fantastica anche se nostalgica... Un incontro che non dimenticherò mai."
"Neanche io Lyn, grazie a te e davvero, sono dispiaciuto per tuo figlio."
"Lo so, ti credo... Ma ora devo andare..." si era alzata mettendo la foto del figlio nella borsa, mi ero alzato e lei abbracciandomi aveva sussurrato:
"Non dimenticare mai questo momento, come non lo dimenticherò io, è come se il mio Paul fosse ritornato per un saluto anche se so che non è così... Riguardati e salutami la meravigliosa Italia."
Le avevo sfiorato con le labbra la sua mano e poi era uscita scomparendo tra la folla in quella strada trafficata.
Quella sera vedendomi taciturno sia durante la cena che davanti alla tv, SK. mi chiese se fosse successo qualcosa a Manhattan quel giorno, si era accorto subito da quando ero andato ad aspettarlo davanti alla lussuosa boutique dove lavorava e durante il ritorno a casa aveva parlato solo lui.
"Si, una cosa molto speciale..." il mio tono aveva fatto si che K. spegnesse la tv e si era voltato guardandomi in modo stupito "Ora ti racconterò una storia, una bella storia anche se..." avevo continuato porgendogli la foto fatta da Lyn.

Giampaolo Daccò




venerdì 9 marzo 2018

LA PRIMA STELLA CHE HO VISTO



LA PRIMA STELLA CHE VISTO

Anna, con gli occhi chiusi, distesa sopra una leggera coperta in mezzo a quel prato appena fiorito in quella serata tiepida d'aprile, ascolta quel leggero e soffocato ansimare sopra di lei, un respiro che si affievolisce piano piano, mentre nel suo intimo si sente scossa dolcemente da brividi di piacere.
Con gli occhi chiusi, si abbandona a quel corpo caldo e quelle braccia forti che la cingono delicatamente e si lascia andare poi al suo piacere, stringendosi più forte al suo ragazzo; poco dopo aprendo gli occhi, vede su di se quelli azzurri del giovane, il suo primo ragazzo, il suo primo uomo, l’uomo che, ne era certa, sarebbe stato quello di tutta la vita.
“Ti amo…” le dice Marco accarezzandole il volto di ragazzina, un volto dolcissimo, bello, pieno di buffe efelidi, poi la sua mano passa sopra i folti capelli rossi guardandola innamorato con occhi appassionati “… E sei mia ora, per sempre.”
Da lontano, perso tra le cime degli alberi di un piccolo bosco immerso nella campagna, s'intravede la cima del campanile del paese con le sue campane che suonano le venti e trenta, e i primi fiochi luccichii delle stelle già stanno facendo capolino nel cielo bluastro di questa strana e magica serata, Marco si china nuovamente su di lei baciandola ardentemente.
"E’ tardi amore, mia madre aspetta che io ritorni a casa entro le nove…" lo guarda lei con occhi imploranti, svincolandosi dolcemente da quell’abbraccio forte cercando sull’erba accanto a quella coperta su cui era seduta, il suo reggiseno. 
Marco, la lascia fare sorridendo mentre dentro di se, la voglia di trattenerla ancora stretta a lui per tutto il tempo disponibile è grande perché il suo profumo di bambina gli inebria la mente. La guarda poi divertito mentre Anna cerca di rivestirsi velocemente con mani tremanti.
"Lo sai che mamma è molto severa, eppoi crede che io sia con mia sorella Mirna e sai che lei mi aspetta al…" .
Marco alzandosi, la interrompe mettendole la mano sulla bocca poi le sfiora le labbra baciandola leggermente, lei richiude i suoi grandi occhi verdi per un istante ma subito dopo li riapre fissandolo nello sguardo quasi con timore:
"Non… non è stato un gioco? Non sarò una delle tante vero? Dimmelo Marco, dimmelo ti prego… Quello che abbiamo fatto è molto importante per me Tu sei stato il pr… "
"Sssst…" le risponde mettendo l’indice sulle sue labbra "Non pensarlo neanche Anna, sei il mio piccolo e grande amore, la mia donna ora… Vorrei dividere tutta la vita futura con te, non l’hai ancora capito? Sei stata mia, ora sei l'unica con cui riuscirei fare l'amore, sei la mia dolce bambina quella che vedrò invecchiare con me."
Dicendo così la ribacia appassionatamente mentre sente lei lasciarti andare totalmente alla sua stretta ed alle sue labbra piene di ardore ed amore.
In parte Anna, l’aveva capito di essere amata quasi subito, da quando avevano incominciato a frequentarsi l'anno precedente ma soprattutto di essere stata rispettata fino a che lei si doveva sentire pronta a concedersi a lui.
Questa sera con la decisione di donarsi completamente a lui, inesperta, trepidante e piena di passione, aveva capito che era il momento giusto di farlo, era dal mattino stesso di quella giornata luminosa che ci pensava, ma ora che aveva fatto tutto allo stesso desidera una conferma da lui, mentre la riabbraccia forte a se.
Anna sollevando gli occhi allo splendido cielo blu, vede una luminosa stella rossa sopra di lei, la prima di quella sera splendida. In quel momento il suo cuore e la sua mente le fanno capire che sarà così, che sarà per sempre di Marco.

Giampaolo Daccò

martedì 20 febbraio 2018

GIANLUCA



GIANLUCA

La stradina di montagna finisce lì, proprio su ciglio del burrone dove Gianluca è appena arrivato e che ora vede sotto di se. 
Le punte dei piedi sono allineati al bordo, basterebbe un battito di ali di una farfalla per farlo cadere giù fino alla fine di baratro dove sottostante, scorre un torrente che porterebbe via  con se il suo corpo e sangue, se l'avesse fatto precipitare.
Eppure Gianluca è lì, ritto davanti al nulla e con sotto il nulla, un vento leggero d'estate lo inonda mentre con gli occhi chiusi si domanda il perché e se è giusto ciò che sta facendo ora.
Mentre pensa questo, piccoli flash-back della sua vita gli passano davanti nella mente come un film color seppia,  lenti e veloci allo stesso tempo, senza una spiegazione di come possa accadere una cosa del genere.
Attorno il silenzio e con gli occhi chiusi Gianluca rivede la strana commedia, la sua vita.

Sei incinta? E chi lo vuole sto bambino?
E che faccio lo cresco da sola?
E' nato uno sgorbio che mi ha messo in prigione!
Ed io? Come posso andare avanti a studiare?

Avevi detto che prendevi la pillola.
E tu invece vai a farti ogni gonna che passa.
E ti devo pure sposare.
Fai quel cavolo che ti pare, sto anche da sola.

Nipote mio ora vivi qui e fai quello che dico io.
La nonna è stanca ha da fare arrangiati.
Cara sorella tuo nipote è noioso e insopportabile.
Mia figlia e mio genero si sono separati e adesso?

Padre non mi tocchi più per favore ho paura.
Ragazzino ma io ti voglio bene sono solo carezze.
Prega e mangia e studia, il rettore si è arrabbiato ieri.
Vorrei scappare da questo collegio, sto male.

Questo è il tuo lavoro, catena di montaggio e muoviti.
Che stanchezza, dieci ore massacranti, come farò?
Senti pagami l'affitto subito, hai saltato un mese.
Oh non vieni mai a ballare con noi... Perché?

Ti amo Rosy, più della mia vita.
Ti amo Gianluca, sei l'unico per me.
Quando ci sposeremo vorrei tre bambini.
Si però due maschi e una femmina caro.

Ho trovato un altro, non ti amo più.
Rosy perché, che ho fatto?
Nulla hai fatto ecco perché, non sei nulla.
Quella ha trovato il pollo giusto Gianluca.

Da domani tutti a casa, chiude l'azienda.
Sei a casa? Mi dispiace se non paghi l'affitto fuori.
Mi dispiace ma lei non ha i requisiti per questo lavoro.
Alla sua età anche se giovane non possiamo assumerla.

Padre dove posso mettere la mia valigia?
Figliolo in quell'armadio accanto ad Ivanovic
Padre ieri sono sparite due cose a cui tenevo.
Non puoi dare la colpa al tuo vicino se non hai visto.

Per favore sto cercando un lavoro.
Vai via barbone, non ho niente per gente come te.
Per favore ho bisogno di mangiare.
Vai a lavorare fannullone e lavati che puzzi.

Che freddo con 'sti buchi nei pantaloni.
Le scarpe sono andate ormai.
Oh grazie per questi vestiti signora.
Non ti preoccupare almeno indossi qualcosa.

Via di qui lurido, fuori dal mio locale.
Ho da pagare almeno un piatto.
Puzzi e fai scappare i clienti via!
Piove a dirotto che faccio?

La strada era stata lunga per arrivare in montagna, soprattutto se fatta a piedi mangiando cose trovate tra rifiuti o in mezzo ai campi e sugli alberi, no non era stato facile.
Quelle montagne che aveva visto durante una piccola vacanza da bambino in collegio, dove quell'uomo con la tonaca nera gli aveva messo la mano nei pantaloncini corti.
Quelle montagne le aveva amate, gli sembrava allora, di vedere il cielo ed il paradiso.
Dopo alcuni giorni di cammino e dormendo in qualche fienile sotto le stelle, come un fioretto fatto ad un santo, Gianluca era arrivato in quel posto che ricordava.

Ora è lì in bilico, solo su un pendio grigio dove solo dei rapaci lontani volano ad un'altezza incredibile.
Gianluca apre gli occhi e li vede, vorrebbe essere come loro, libero da tutto, volare nel cielo infinito felice e sereno.
Ora i suoi occhi guardano il profondo di quell'abisso mentre un leggero capogiro lo fa indietreggiare un poco.
Riguarda di nuovo quel punto lontano dove un serpente d'acqua chiara, scorre veloce tra rocce ed arbusti, che voglia di lasciarsi andare.

Un fruscio alle spalle, lo fa voltare nella direzione del rumore ed un cane bruno dal pelo corto e dagli occhi neri e seri lo stanno fissando.
Un guaito come un richiamo, Gianluca torna indietro verso quell'animale ed istintivamente porge alla bestia il palmo della mano.
Il cane con la lingua lecca quel palmo dalla pelle secca e rovinata poi strofina la testa alle sue gambe e Gianluca scoppia a piangere.

Pluto, Pluto dove sei?
Un guaito leggero
Ah sei li in alto aspetta che arrivo.
Un secondo guaito festoso
Aspetta e... Ah eccoti ma non sei solo.

No è qui vicino a me, l'ho visto poco fa.

E tu che ci fai qui da solo alla fine della strada?

Volevo solo vedere il paesaggio.

Sicuro?

Terzo guaito, gli occhi del cane sono intensi.

Sono Marco, vivo nella baita laggiù
produco formaggi e salumi  al paese più sotto
Siamo soli io e mio figlio ed è dura.
Tu che fai? Non ti vedo conciato molto bene
Qualcosa non va?

Mentre il sole sta tramontando dietro le vette, Gianluca con Marco e Pluto stanno camminando nella stradina che porta alla baita di quell'uomo con il cane.
Un raggio di sole li illumina prima di sparire dietro ad un costone, Gianluca sorride, forse qualcuno si occuperà di lui.
Forse la sua vita sta per cambiare e quel baratro lasciato alle spalle, rimarrà lì per sempre con nessuno che si butterà di sotto.
Marco mette una mano sulla spalla a Gianluca e come un figlio ritrovato lo fa entrare nella baita.
La porta si chiude alle loro spalle, Pluto rimane fuori in piedi a fissare l'orizzonte, mentre una stella brillante appare quasi all'improvviso nel rosso del cielo dopo che l'astro del giorno è scomparso al'orizzonte.

"Un altra anima salvata"

Un guaito e si accascia piano
scodinzolando sul tappeto morbido 
della veranda.


Giampaolo Daccò










martedì 13 febbraio 2018

BILANCI



BILANCI

Da un'immagine e l'altra sono passati poco più di cinquant'anni.
Cinquanta? Si cinquanta e passa...
Molte volte pensiamo. "Come sono volati." 
Ed invece no, non sono volati sono stati vissuti in modo normale, ora per ora, giorno per giorno, mese per mese, anno per anno.
Se ci si volta indietro sembra ieri ma è solo un'illusione, perché tutto passa. Il bene, il male, la gioia, i dolori, il divertimento ed il lavoro, gli amori e gli addii, le amicizie e gli avversari...
Se ripenso al bambino che ero stato, mi rivedo come un cucciolo sognatore e solitario.
La mia natura timida, educata e delicata, mi poneva al centro di bullismo, di angherie, di scherzi a volte davvero cattivi.
E sognavo... Sognavo, sempre.
Scrivevo, dipingevo, disegnavo, cantavo chiuso in camera mia, mia madre voleva che uscissi di casa spesso, mio padre no oppure a volte era viceversa.
I momenti felici erano stati vissuti dalle nonne in campagna, lontano da tutto in mezzo ad una natura colorata e segnata dalle stagioni, eppure anche lì mi sentivo già diverso dagli altri.
Non giocavo a pallone ma facevo ginnastica, non andavo a fare la "guerra" con amici ma scrivevo commedie che con qualche amichetta e qualche altro bambino recitavamo nel cortile della nonna.
Non volevo stare chiuso in casa ma a quell'età era anche il mio rifugio, d'estate in bicicletta scappavo tra le stradine di campagna da solo per sedermi in mezzo ai prati a guardare le nuvole che passavano e immaginavo lassù mondi diversi, con creature di luce o bellissime che vivevano felici.
Più avanti avevo subito molestie in un luogo di preghiera, poi botte da alcuni ragazzi più grandi, solo perché fisicamente ero delicato, di un aspetto dolce.
Era stato in quel momento dopo l'ennesime botte dai più grandi, a dodici anni che mi era venuta nella mente la voglia di suicidarmi, un pensiero che mi aveva assillato per mesi, come succede ora ai ragazzini che vengono colpiti da bulli ignoranti e stupidi.
Poi il primo amore mi aveva distolto dai cattivi pensieri, un amore nato in montagna lontano da tutti, in quel momento pur essendo ancora piccolo, avevo capito che sarei andato via di casa molto presto, ne sentivo già il desiderio.
E con la mia nuova cameretta da letto, non più divisa da quella di Francesca, avevo capito ciò che avrei voluto presto per me stesso, l'indipendenza.
Passarono anni, il militare fece il resto: a diciannove dopo averlo terminato ero andato a vivere da solo lavorando in una casa di moda, poi in discoteca e convivevo con la prima vera relazione della mia vita (una persona allora famosa dello spettacolo).
Poi come sempre la vita ti porta lontano, ti butta in una mischia fatta di dolori, di aiuti, di speranze, di cambiamenti, di lotte, di odio e di amori ed alla fine dopo poco più di cinquant'anni ti ritrovi qui, a scrivere cose che a volte non interessano e lo fai per te stesso come quando eri piccolo.
Non avevo lasciato intentata nessuna strada per arrivare, lo riconosco mi sarei pentito se non l'avessi fatto:
Teatro, danza, conferenze esoteriche, animatore estivo, accompagnatore di gruppi turistici, impiegato, commesso, pittore, giornalista, ghost writer, libri e blog...
Quante cose in cinquant'anni eppure sono passati e spero, ne passeranno ancora di anni perché nonostante tutto, nonostante le delusioni, sono curioso del futuro, ho voglia ancora di sperimentare, di provare di nuovo ad inventarmi e scoprire nuovi "mondi".
Se ripenso al bambino che ero io, quello che sognava tanto provo tanta tenerezza, ma non è rimasto quasi niente di lui adesso, solo due cose: la fantasia e la curiosità, le due doti che mi fanno sentire vivo con la voglia di crescere ancora.

Giampaolo Daccò

sabato 3 febbraio 2018

TI AVREI ASPETTATO...




TI AVREI ASPETTATO

Forse...
Forse lo avrei fatto.
Forse davvero, ti avrei aspettato.
Avevi promesso.
Avevi detto che ritornavi da me.
Anche se non era stata una grande storia.
Anche se non era La storia nostra.
Eppure... Forse... Ti avrei aspettato.

Appoggiato al muricciolo sopra la darsena, l'altro giorno guardavo il canale sotto di me mentre molte persone si aggiravano per quel luogo diventato così bello e divertente da attirare centinaia di uomini, donne, giovani e bambini, ogni giorno a qualsiasi ora.

Era tutto così diverso qui più di vent'anni fa, era meno attraente esteticamente ma sempre di grande fascino, la zona dei navigli dove con gli zii o la nonna ci andavamo soprattutto il sabato alla fiera di Sinigaglia, dove ogni bancarella che esponeva la propria mercanzia aveva il suo fascino, ma allora ero bambino.

Tu mi avevi visto in quel pub mentre mi gustavo una coppa di gelato, chiacchierando con un paio di amici, mi ero sentito osservato e girandomi avevo incontrato i tuoi occhi verdi e un sorriso leggero, mi era venuto da ridere e in quel momento esistevamo solo noi.

Due settimane dopo, il sabato pomeriggio, quando tutti e due eravamo liberi dal lavoro e dalle proprie famiglie, ci incontravamo sul Naviglio grande, per un gelato o per un caffè... Spesso ci amavamo appassionatamente in un albergo di un suo amico che, compiacente, ci metteva a disposizione una camera le cui finestre davano sul canale mentre il sole scendeva piano all'orizzonte, in quei lunghi sabati d'estate.

Non esistevano altri giorni per noi se non nelle lunghe telefonate, io con il mio lavoro e l'assistenza di una madre malata e tu con i tre figli, coniuge e suocera in casa che non permettevano a noi di avere una storia d'amore completa in tutto ... Eppure eravamo felici anche così.

Un giorno, seduti su un muretto sopra il canale, vicino ad un ponte lontano dalla darsena mi avevi detto che stavi soffrendo... Lo avevo capito da qualche giorno che qualcosa nei suoi occhi non andava, la sua sofferenza era la sua prigione,  una scelta fatta anni prima: quella di avere una famiglia e dei figli, solo per accontentare il desiderio e l'egoismo  della mamma ed del papà.

Che tristezza, avevo pensato ma non sapevo che dire e cosa fare ma avevo compreso che avrebbe fatto una scelta e nello stesso tempo pur volendomi bene, forse mi avrebbe lasciato. Era arrivata la fine di settembre, iniziavano le scuole... I suoi figli avevano la priorità assoluta su tutto, l'estate era finita e così anche la nostra storia dei sabati pomeriggio d'amore.

Guardandomi negli occhi mi aveva detto che per qualche sabato non c'era, aveva molte cose da fare tra famiglia, lavoro ed altro, avevo toccato la sua mano che, nonostante il caldo, era fredda, delicata ed avevo accarezzato la sua fede al dito.  Un bacio lungo aveva suggellato la sua fuga ed infatti dopo cinque minuti la sua figura era svanita tra la folla.

Mi aveva detto solo una frase prima di alzarsi dal muretto mentre io ero rimasto immobile cacciando indietro il magone che stava per arrivare, avevo solo abbozzato un sorriso triste: "Mi aspetterai il sabato al solito posto?" , al mio accenno di capo aveva sorriso mandandomi un bacio con la mano.

Un sabato.
Due sabati.
Tre sabati.
L'ultimo, il quarto.
Ed era finito anche ottobre.
Avevo aspettato per un lungo periodo di tempo.
Al solito posto, alla solita ora.
Poi avevo deciso.
Guardando il "nostro posto" avevo pensato "Addio".
Non sarei più tornato.
Non ti avrei più cercato.
Non ti avrei più aspettato.

Sono passati tanti sabati, tanti pomeriggi estivi di sole, tanti anni, a volte mi è capitato di ritornare in quella zona e vedere da lontano il posto dei nostri incontri, ma ogni volta evitato di soffermarmi per non vederle la sua figura aspettarmi come in un vecchio film o libro romantico.

Ognuno ora ha la sua vita e mi piace pensare che stia bene, che i suoi figli siano ormai genitori felici, ma non mi sono mai e ne mi ero illuso di esserne innamorato, anche se qualcosa di più di un'attrazione fisica e di un bene intenso c'era.

Eppure, allora
Ti avrei aspettato.

Giampaolo Daccò