domenica 23 settembre 2018

LA RECITA



LA RECITA

L'insegnante volta le spalle alla platea vuota, il suo sguardo è sugli allievi seduti per terra davanti a lui, poi alza leggermente il capo verso lo sfondo nero, chiuso da tendaggi rossi e pesanti.
In silenzio scruta i suoi giovani studenti, uno ad uno negli occhi, sta osservando i loro invisibili gesti delle mani, della bocca, delle posizioni del corpo, rivelando di ognuno, il proprio carattere, la sensazione d'attesa, il sentimento suscitato in quell'istante dai suoi occhi azzurri, quasi magici puntati su di loro.
L'insegnate, alto bello, dai capelli ricci e brizzolati, grande doppiatore, attore e soggettista questa volta sorride loro, nell'aria si respira già un clima più disteso ed i gesti o i segni che gli allievi mostrano ora, sono di rilassamento e di curiosità, mentre sente la sua voce quasi baritonale rimbombare nel teatro vuoto, prossimo per un loro esperimento di recitazione:

"Nella vita la maggior parte delle persone
recita un ruolo, un personaggio.
Un po' come voi che siete qui per imparare
la difficile arte dell'interpretazione
di personaggi teatrali caratterialmente
più o meno particolari.
Ogni essere umano, noi compresi ovviamente,
si sono creati un personaggio
nella propria esistenza
convincendosi che sia reale per tanti motivi
che possono arrivare sia dal subconscio
sia dall'esperienze della propria vita."

Ora lo sguardo dell'insegnante si posa su quello di un ragazzo seduto alla sua destra, un giovane bellissimo dagli occhi verdi, intelligenti e dal ciuffo ribelle, il ragazzo che aveva avuto già plausi durante alcune prove nel corso dell'anno e che, indubbiamente era quello più dotato come attore. Dentro di se, il professore prova un brivido, si è rivisto in quel giovane, se stesso vent'anni prima e per lui era scattata l'attrazione mai esibita verso quegli occhi verdi.
Un piccolo segreto, un'altra recita.

"Chi diventa carnefice o sadico in famiglia,
con il prossimo, con i sottoposti,
chi recita il ruolo della casalinga
vittima sacrificale dei propri cari,
chi si lamenta dei propri malanni
e ammorba il prossimo allontanandolo,
pur sapendo che le sue malattie
sono solo fisime per attirare l'attenzione.
C'è chi si sente maestro di vita
bacchettando chi gli è vicino
con rimproveri saccenti ed inutili,
chi invece assume il ruolo della donna fatale
e molto altro."

Il professore guarda l'allieva biondina seduta accanto ad un giovane barbuto, la ragazza sente un brivido e pensa già che le domanderà qualcosa.
Infatti lui le rivolge lo sguardo e con un sorriso impercettibile le chiede qual'è la sua finzione, se c'è, nella sua giovane vita.

"Professore, io veramente non saprei..."
gli risponde alzandosi in piedi
"Forse... a volte... Io..."

"Forse a volte o sempre?"
chiede lui abbassando gli occhi su un libro appoggiato nel leggio davanti a se.

"Ha ragione professore, ragionando,
per un attimo, ho voluto sempre
fare la dolce e buona bambina,
a volte e lo riconosco quasi melensa
con i miei famigliari, amici,
a scuola e mi sono sentita definire poi:
gatta morta o la biondina timida che invece
nasconde chissà quali segreti.
Ecco forse anzi certamente
questo è il ruolo che reci...
Che ho recitato."

L'insegnante sorride guardando tutti anche immaginando anche se stesso, percepisce quello del giovane dagli occhi verdi.

"Vedete ragazzi, a volte la mancanza di affetto,
una vita solitaria che sia volontaria
o creata dagli altri, poco importa
ma questo è un discorso difficile da affrontare.
Un complesso d'inferiorità nei confronti
degli amici o colleghi,
un difetto fisico più o meno evidente,
possono far si che la nostra mente,
crei un ruolo di difesa
e da qui nasce la nostra recita pubblica
ed il confronto degli altri e partendo da questo
la nostra immagine ed il nostro io
assumono ciò che vorremmo essere."

Brusii di approvazione, lui intanto domanda le stesse cose a vari studenti, ma la sua intenzione è poi di chiedere al ragazzo dagli occhi verdi qual'è il suo ruolo, sente che quel giovane abbia dentro di più di quel che espone verso gli altri, finalmente la domanda di turno arriva allo studente seduto alla sua destra.
Il giovane si alza ed osserva tutti i suoi colleghi che lo fissano incuriositi, Bruno è davvero un bel ragazzo, è diventato un ottimo interprete di vari ruoli affidatigli in questi tre anni di studio.
Alza il volto verso l'insegnante, i suoi occhi di mare incontrano quelli dell'altro, impercettibilmente arrossisce ed il cuore incomincia a battergli più forte.

"Professore potrei dire molte cose,
forse non saprei da che parte cominciare.
Da piccolo ero un bambino chiuso e
come forse pensa lei
recitavo il ruolo dell'incompreso.
Poi col tempo. crescendo, avevo capito
che per me tutto questo era un rifugio,
un riparo da tutto ciò che non mi piaceva.
Dove vivevo allora con la mia famiglia,
le regole di quel paesino di campagna
erano ancora legate ai ruoli tipici dove
il padre era il padre che lavorava
e a cui non si doveva dar fastidio
al suo ritorno perché stanco.
La madre era la regina e schiava della casa,
se non giocavi al pallone eri una femminuccia,
il parroco si intrufolava nelle case di tutti
per conoscere ogni cosa,
i bambini di ceto inferiore dovevano
stare con i propri simili e via dicendo."

L'insegnate sorride di nascosto mettendo la mano davanti alla bocca, ha capito che stava confessando la sua vita ma recitandola in modo quasi drammatico e sofferto, ne era sicuro, lo era sempre stato su quel giovane: sarebbe stato in futuro, un grande attore di successo grazie alle sua capacità interpretative e grazie ai suoi sentimenti interiori vissuti con passione.

"Fino al giorno in cui, dopo il liceo classico
decisi di iscrivermi al vostro corso di recitazione.
Avevo imparato nelle commediole a scuola,
poi nel teatro del paese quando organizzavano
recite o spettacoli d'intrattenimento,
ad assumere vari ruoli, da allora
avevo capito che la mia strada poteva...
(un attimo di silenzio carico di passione)
Anzi no, la mia strada è questa,
era quella che volevo da sempre.
Ecco forse il mio personaggio
che ho creato sin dall'infanzia
quello dell'attore,
attore di vari ruoli di cui uno,
non è ancora uscito dalla mia anima.
Ma so che si tratta di amore...
Sotto ogni forma."

Un applauso dai suoi colleghi, lui si siede arrossendo un poco ma con lo sguardo di nuovo posato sul professore. L'insegnante non lo sta guardando in quel momento, ma qualcosa di magico, un filo invisibile si è creato tra loro ed entrambi ne sono ormai consapevoli.
Bruno ha confessato inconsciamente qualcosa che ancora non lo aveva fatto con se stesso.
L'amore.
L'insegnante ha percepito questo verso di lui, lo sentiva già da tanto tempo, ma non era ancora il momento adatto per le confessioni fino ad oggi.
Provenienti dal suo cuore, pronuncia lentamente ora, le parole gli escono dalla bocca con un tono pacato quasi dolce.

"Non è mai facile guardare dentro se stessi,
far emergere ciò che si è e si prova
ed è per questo, forse,
che recitiamo le nostre parti,
i nostri ruoli adattandoli agli altri
ed alla vita che in teoria viviamo
ma che in pratica non è la nostra.
Accettare i propri limiti,
i propri sentimenti,
spesso ci vuole coraggio,
come pure ci vuol coraggio
accettarne sia le conseguenze,
sia ciò che di bello o brutto ci offrono."

Per un attimo l'insegnante fissa il volto di Bruno e con un sorriso si rivolge poi a tutti i presenti che in quell'attimo, nessuno di loro ha colto quella scia di sentimenti che è balenata tra di loro due.

"Oltre a questo sipario,
oltre ai nostri ruoli personali e di lavoro,
oltre ai "camerini" dove da soli
ci cambiano togliendo varie maschere,
c'è l'uscita, quella che serve per rinunciare
alle parti che ci siamo costruiti.
Dove finalmente con coraggio,
possiamo essere noi stessi.
Basta una corsa fuori dall'ultima
parte del corridoio per ritrovarci
sulla vera strada delle nostre vite,
dove spesso ci aspetta l'amore e tanto altro.
Questo amore poi oltre che dividerlo
con la persona che c'è o ci sarà accanto,
lo si dovrà portare su questi palcoscenici
per farlo vivere agli altri, agli spettatori
che non aspettano nient'altro che questo.
Aprite, apriamo la porta del nostro cuore
e solo così noi saremo veri attori in teatro
e protagonisti della nostra vita.
Bruno ha confessato ciò che tutti noi
dovremmo fare, aprirsi all'amore."

Le stelle viste da quel terrazzo sembrano immense nel blu del cielo, sotto le luci di auto e lampioni della metropoli, disegnano una scacchiera sfavillante, mentre da quell'attico il rumore della città arriva ovattato quasi cullando le persone.
Bruno e l'insegnate sono seduti su un divano tra i fiori del terrazzo della casa di quest'ultimo, uniti con le mani e gli occhi rivolti verso le stelle.
Finalmente la recita di oggi è finita e quel sentimento importante che è l'Amore è uscito dai loro cuori.

Giampaolo Daccò













martedì 4 settembre 2018

DI FRONTE AI MIEI OCCHI



UNA SCATOLA CINESE

Milano, settembre 2018.

Un'aria fresca che entrava dalle mie finestre, mi aveva fatto crescere la voglia di andare sul terrazzino del tetto nel palazzo dove vivo, per assaporare queste folate che da tempo, in questa passata estate calda, aveva impedito di godere di frescure, chiusi nelle nostre case o ambienti di lavoro con aria condizionata accesa per non morire di caldo.

Davanti a me una distesa infinita di palazzi, di grattacieli e di case, mattoni, marmi, cemento e finalmente anche alberi del grande giardino vicino, Tutto mi dava una sensazione di spazio infinito all'orizzonte. Un tardo pomeriggio ancora chiaro, dove al mattino era appena passato un leggero temporale, dove ancora la luce del sole illuminava i tetti bagnati mentre nuvole bianche correvano veloci verso nord, in direzione dei laghi.

Mi ero appoggiato al muretto, osservavo aerei nel cielo, le montagne azzurre così vicine dietro ai palazzi che quasi potevo toccarle, avevo chiuso gli occhi e fatto un respiro profondo, l'aria era pulita, senza umidità e smog, La sentivo entrare in me come una cascata d'acqua fresca, poi ad un rombo sordo in strada avevo aperto gli occhi.

Che strano, mi ero accorto in quell'istante di un palazzo alto e chiaro in direzione di Corso Buenos Aires, un palazzo visto migliaia di volte ma mai da quell' altezza. Al piano parallelo in direzione del mio sguardo c'era un lungo terrazzo e una vetrata aperta dove svolazzavano fuori delle tende bianche. Piccole per la lontanza, da sembrare ritagli si carta velina simili ad un piccolo ritaglio di mosaico.

Non so perchè, la mia fantasia era galoppata fino in quella casa mai vista ma immaginandola  nella mente: un ragazzo con la chitarra stava suonando un melodia mentre con gli occhi guardava lo spartito. Impaziente mentre sbagliava un accordo, imprecava contro i suoi errori. Capelli scompigliati, camicia a quadri e jeans sbiaditi, seduto su quella sedia di legno mentre di nuovo, ricominciava a strimpellare il suo strumento.

Una donna, forse la madre, gli veva portato da bere uscendo poi dalla sua camera arruffandogli i capelli, lui dopo l'ennesimo errore, aveva poggiato la chitarra ad una poltrona, imprecando nuovamente qualcosa, si era alzato mettendosi le mani prima in faccia e poi strofinando i ricci capelli scuri. La sua voglia di una boccata d'aria lo aveva spinto verso il terrazzo, appoggiandosi alla ringhiera.

All'improvviso si accorge che davanti a lui, da lontano c'era un palazzo alto dipinto di bianco ed una finestra grande circondata da edera che ne delineava il contorno, la sua mente aveva incominciato a vagare su quel punto: una giovane mamma stava allatando il suo piccolo neonato mentre altri due bambini più grandi le girvano attorno correndo mentre un'altra donna, forse la nonna cercava di fermali...

Dieci minuti più tardi è la stessa mamma ad affacciarsi alla finestra ed il suo sguardo fissava un punto più lontano, un grattacielo nuovo, pieno di piante verdi e senza vederli, aveva immaginato una giovane coppia di fidanzati abbracciati vicino ad un vaso di fiori rossi, contemplavano il panorama ai loro occhi, forse quella sarà la loro nuova casa non appena si saranno sposati, pensa la giovane mamma sorridendo e pensando al suo breve passato dal giorno del suo matrimonio.

Poco dopo il fidanzato, mentre la sua ragazza in casa parlava con un architetto, osserva da quel verde terrazzo tutta Milano, illminata dal sole che scendeva piano all'orizzonte, poco sotto di lui un palazzo di uffici, tante vetrate e camere illuminate da neon e piene di scrivanie, sedie e computer e con la mente vede poi quell'uomo dai capelli grigi che leggeva qualcosa in una cartelletta che viene buttata su un fianco della sua scrivania con un gesto nervoso.

L'uomo dai capelli grigi si era alzato improvvisamente e affacciandosi alla finestra accanto guarda le auto sotto di lui ed la fila di negozi aperti, con un sorriso aveva osservato una vetrina addobbata in stile Liberty, immaginando una signora anziana che entra con il carrello della spesa, avev aintuito che forse decenni prima, questa bottega non era mai cambiata...

Lo squillo del mio telefono mi distoglie dalle mie fantasie, qualcuno mi stava chiamando per andare a gironzolare per le vie del centro, prima di scendere, mi ero girato verso il palazzo con le minuscole tende, la finestra era chiusa, come in quell'istante si era fermata la mia immaginazione. Sembravano sotire uguali ad una scatola cinese, dove una entrava nell'altra.

Avevo chuso la porta del terrazzo alle spalle e fischiettando sono sceso verso il mio appartamento. 
Più tardi sarei entrato nelle magiche ed affollatisssime strade della mia città e perché no? Magari fantasticando sui volti di chi avrò incontrato.

Giampaolo Daccò.



lunedì 20 agosto 2018

IL VENTO DI FINE ESTATE



IL VENTO DI FINE ESTATE

Un'altra estate sta andando via lasciando ben presto il posto ai colori accesi dell'autunno.
Lo sento, l'ho sempre sentito questo vento, quest'aria strana che arriva ed annuncia la fine delle giornate di sole.
Ogni volta per me era stato ed è un dolore tutt'ora sapere che ben presto il buio, l'oscurità avrebbero preso il posto della luce.

Quante passeggiate in riva ad un mare, ad un fiume, ad un lago, tra i boschi di montagne alte ed ogni volta quella sensazione del vento che porta via tutto.
Che porti con se giorni belli, caldi pieni di colori e vivacità, che allontani la voglia di viaggiare, di divertirsi, di vivere vacanze in posti da sogno.

Davanti a quella distesa d'acqua azzurra, a quelle onde bianche infrangersi sulla spiaggia dorata, a quel cielo indaco con bianche nuvole passeggere, mi faccio cullare dal vento di fine estate.
Un'aria tiepida che scompiglia capelli, stropiccia gli abiti indossati, che porta un profuno di salsedine mentre stridii di gabbiani sopra la testa, ti fanno pensare a lontane avventure in chissà quali posti tropicali.

Ed invece sono qui, fermo sul lungo mare rapito da fantasticherie, rapito da quelle folate leggere dal profumo quasi autunnale.
Molte sono le persone in acqua, tante le barche che veleggiano sulla piatta distesa salata, altri personaggi passeggiano su questo verdeggiante lungo mare chiacchierando, ridendo, salutando conoscenti ed amici, ma...

Nessuno si è accorto che è già quasi arrivata la fine dell'estate, dei giorni del sole, della luce, dei profumi, del riposo, sono ancora impegnati a godersi questi momenti dorati.
Nessuno si è accorto che lui è giunto all'improvviso, come sempre senza farsi sentire, prima con leggere folate poi con più forza mantendendo un tiepido calore.
Nessuno si è accorto che è tornato il vento di fine estate.

Giampaolo Daccò.


martedì 7 agosto 2018

L'ACQUA SOTTO IL PONTE



L'ACQUA SOTTO ILPONTE

"E' così che risolveresti i tuoi problemi?"

L'uomo sentiva dentro di se questa voce già da qualche ora, non appena di era affacciato dalla ringhiera d'acciaio sopra quel ponte che si innalzava alto sul quel fiume oscuro.
Da quanto tempo era lì?
Da quante ore, minuti stava fermo ad osservare il lento cammino dell'acqua, in quella giornata scura, calda e umida di una terribile estate?
Davvero non si era accorto, forse era giunto lì al mattino presto, magari nel primo pomeriggio e solo ora si è reso conto della sua ombra poriettata sull'asfalto da lampioni accesi.
La sera era arrivata silenziosa, solo poche auto distratte erano passate durante quel periodo in quell'agosto afoso, nuvoloso e deserto nella grande periferia della metropoli.
Un salto e chi se ne sarebbe accorto?
Forse qualcuno che lo aspettava a casa?
Forse qualche amico o lontano parente non vedendolo da giorni e si sarebbe chiesto senza preoccupazione:

"Chissà che fine ha fatto il Gianni? 
E' un po' che lo vedo. Magari è andato in ferie o 
a casa di qualche amico sfigato come lui."

Gianni guarda sotto di se, l'acqua sembra invitarlo ma ne ha paura allo stesso tempo, ma che sta facendo qui? Come pensa di risolvere i problemi della sua vita passando le ore cercando il coraggiodi buttarsi e scomparire tra le onde, dimenticando chi era, cosa aveva fatto e cosa era successo nella sua vita fino ai suoi quarant'anni.

Eppure in quell'istante, come un film degli anni trenta, in bianco e nero rivede quell'esistenza che mai aveva augurato a nessuno.

Non era stato amato dai genitori indaffarati con le proprie carriere, amanti e divertimenti.
Sballottato dai vari nonni ogni stagione, prima a Genova, poi a Bologna e spesso picchiato dai cugini più grandi, a volte gelosi di chissà cosa e a volte per la sua timidezza.
Poi messo in un collegio di lusso per gli studi lontano dai suoi, era un peso morto, avrebbe intralciato i loro progetti fino a che lo schianto di un aereo, lo avevano fatto diventare orfano.
E di nuovo con i nonni e finalmente dopo qualche anno la laurea e la sua indipendenza.

Poi era iniziata la vita come tante altre, la lotta per la carriera: l'onestà contro la furbizia, le conoscenze contro la meritocrazia, la lealtà contro i lecca piedi e così per la sua onestà e rispetto di se stesso, era finito in un noto studio d'architettura a svolgere e risolvere i lavori meno importanti e remunerativi.
Tanto era un uomo solo, ultimo arrivato della "nidiata", quindi gli altri con la scusa che avevano famiglia e frequentavano l'alta società, quindi meritavano di più.

Poi era arrivata lei, Laura con la sua bellezza e fascino esteriore portandosi dietro la sua fredda anima con un cuore di marmo. Gianni aveva perso la testa per lei.
Le aveva dato tutto: amore, consolazione, casa, regali, viaggi, tenerezza, aveva fatto qualsiasi cosa e donato ogni parte di se stesso, per poter ricevere l'amore che non aveva mai avuto nella sua vita.
Poi, dopo due anni, rientrando a casa aveva trovato quella lettera sul tavolo, scritta con poche parole crude e il colpo finale: lei se n'era andata via con Fabio, un collega di Gianni.

Che scherzi atroci a volte riserva la vita, soprattutto quando il tuo studio chiude e si trasferisce in una città lontana e non ha più bisogno di te.

Ecco l'acqua scorre sotto quell'alto ponte, chissà perché ora non gli fa più paura l'idea di fare un tuffo fino laggiù... E chi se ne accorgerebbe? Magari lo ritrovaranno dopo qualche settimana, forse mai o forse...

"Ehi amico, non avrai mica intenzione di fare una cazzata?"

Una voce alle sue spalle, non era la sua coscienza, una mano sul suo braccio destro e non era la sua che si toccava. Gianni si volta di scatto e si trova di fronte un uomo più o meno coetaneo, un volto sorridente con due occhi seri, intensi mentre l'alito di vento umido faceva volare i capelli ricci e lunghi sul viso di quello sconosciuto.

"No.. Io... Ecco..."

Gianni si ritrova a balbettare qualcosa, capendo che l'altro aveva intuito il suo gesto, abbassando la testa scoppia a pingere. Lo sconosciuto lo stringe a se in un abbraccio per qualche minuto forse lungo un'eternità. Era un angelo mandato per salvarlo da chissà chi?

"Mi.. mi scusi, io mi sono fatto prendere dallo sconforto e.."

L'altro lo guarda con degli occhi quasi magnetici, ma sempre con quel sorriso sereno e la voce calda, Gianni si sente stranamente rassicurato.

"Forse sarà meglio che tu mi segua, io sono Stefano 
abito poco lontano da qui e sono... 
Non rida, anche se la cosa potrebbe sembrare strana, 
io sono uno psico-terapeuta e mi occupo soprattutto
di donne e bambini che subiscono vioenze e soprusi. 
Che ne direbbe di passare del tempo a casa mia? 
Magari parliamo un po' e ci conosciamo. Sa?... "

Continua prendendo sotto braccio Gianni conducendolo verso la fine del ponte camminando con passo tranquillo.

"Era un po' che la stavo osservando di nascosto e 
sono intervenuto nel momento che mi sembrava giusto, 
quindi non sono ne un angelo ne un benefattore. 
Sono uno che aiuta gli altri pensando alla loro serenità 
ed essendo principlmente un uomo solo, 
anche io ho bisogno di amicizie e nuove conoscenze.
Un buon caffè lo gradirebbe così possiamo parlare un po'?"

L'altro lo guarda abbozzando un sorriso, seguendolo come avesse trovato una persona cara dopo tanto tempo.

"Volentieri ne avrei bisogno... Credo che poco fa,
stessi per commettere una... Io mi chiamo Gianni..."

Stefano sorride e staccando il suo braccio da quello dell'altro si incamminano velocemente sulla strada verso alcune ville poco distanti, le loro voci si perdono nel buio umido di quella sera nuvolosa.

Il fiume sotto quell'alto ponte, intanto continua la sua corsa ignaro della vita e dei problemi delle persone, una corsa tranquilla a volte agitata verso la sua meta perenne, il mare.

Giampaolo Daccò


lunedì 30 luglio 2018

LIBERO DI AMARE




LIBERO DI AMARE 


Un tramonto di fuoco si staglia nel cielo, il sole color dell'oro fuso è basso al'orizzonte. 
Sul terrazzo sopra il mare, si odorano i profumi di mille fiori del parco vicino, aromi intensi che colpiscono l'olfatto e ti portano lontano nel tempo dove nel giardino di nonna, le rose rosse e i gelsomini inondavano l'aria con i loro inebrianti profumi.
Sotto di noi e di fianco al terrazzo, persone vestite di colori vivaci passeggiano per le vie strette della cittadina affacciata sul golfo, le luci dei locali e dei negozi ancora aperti illuminano magicamente quel posto nella sera che sta per sopraggiungere.
Due gabbiani volano sopra le nostre teste, vanno incontro a quel tramonto gridando la loro gioia di esseri liberi.
Invidia, invidia per la loro libertà.
"Ehi tesoro che stai pensando?... Sorridi altrimenti sembri un figura uscita da un libro di Alla Poe." dice ridendo la mia metà mentre fotografandomi, all'improvviso il flash quasi mi ha spaventato.
"Dai musone... Tra poco si cena e ci aspettano al ristorante..."
"Va bene andiamo." rispondo senza togliere lo sguardo da quei gabbiani ormai lontano.
Sento la sua mano appoggiarsi sul mio braccio mentre mette nella borsa la macchina fotografica ed allungando il suo, con l'indice della mano, mi indica una grande barca illuminata all'orizzonte su quella distesa placida.
"Altre persone libere..." dico con un punta di invidia e penso alla voglia di fuggire da tutto magari con una barca e stare lontano dai rumori, dalla gente e assaporare il silenzio in mezzo al mare.
"Come i gabbiani che osservavi prima?" annuisco in silenzio "Dai sognatore facciamo due passi sulla spiaggia."
Mentre cammiamo sulla rena umida, su di noi lo stridio di quei gabbiani si fa forte, alziamo lo sguardo ed insieme li osserviamo volteggiare sopra a degli scogli poco lontani, planando poi sopra di essi mentre onde biancastre si infrangono attorno a quelle rocce.
Di nuovo il mio pensiero va verso la loro libertà, così lontana dagli obblighi morali, lavorativi, sociali che l'essere umano si è rilegato come prigioni scambiandoli per doveri da eseguire senza discutere.
Di nuovo quell'invidia assurda per le loro mancanze di regole, di riti, di orari, di denaro, di... tante altre cose.
Poter volare nel cielo o scappare dalle catene, fermarsi a guardare albe, tramonti, boschi, montagne, mari, cieli immensi del mondo.
Mangiare quando si ha fame, dormire quando si ha sonno, senza preoccuparsi del domani.
Mi sento osservato.
"Lo so, sarebbe bello poter vivere come loro..." la sua voce accanto mi ha fatto capire di aver intuito i miei pensieri ed insieme vediamo che quei bianchi gabbiani all'improvviso prendono il volo verso il cielo, liberi nel vento.
Abbracciati con tenerezza ci avviamo verso il centro della cittadina di mare dove trascorremo qualche giorno di riposo, lasciandoci alle spalle il tramonto, i gabbiani e i sogni.
Presto saremo nella confusione e nel divertimento con alcuni amici.
Nella stretta via illuminata dove stiamo passaggiando, mi fermo un attimo ed i nostri occhi si incrociano, tra noi l'amore c'è sempre, lo guardo non mente e neanche il cuore soprattutto dopo tanti anni.
In questo momento mi sento libero, libero di amare e di donare tutto ciò che posso a chi mi sta vicino. Prendo la sua mano e come due ragazzini corriamo verso la felicità, liberi come due gabbiani.

Giampaolo Daccò


martedì 17 luglio 2018

QUAL'E' LA STRADA PER LE STELLE?



QUAL'E' LA STRADA PER LE STELLE?

Paolo si è sempre chiesto
"Qual'è la strada per la felicità?"
Felicità? Parola che dura un attimo
Parola che forse ha un altro significato.

Vuol dire serenità? Vuol dire Gioia?
Paolo si è sempre chiesto
"Dove si trova la strada per le stelle"?
Dentro di noi, una voce diceva.

La strada per le stelle
Un sentiero che porta alla gioia
Una via che raggiunge la serenità
Un ponte che congiunge alla felicità.

La voce dentro di se diceva
"Trovala, è lì nel tuo cuore
E' lì nella tua anima sensibile
E' ad un passo dal tuo spirito.

Ciò che ti distrae è la vita
La materia, gli obblighi e l'odio
Le persone malvagie e l'interesse
Butta tutto alle spalle."

Facile, pensava Paolo, troppo facile
Dirlo pensarlo per chi di natura
E' serenamente staccato da tutto ciò
Da quello che chiude la luce.

Qual'è la strada per le stelle?
Ognuno ha la sua, dentro di se
Davanti a se con la consapevolezza
Difficile da seguire, ma c'è.

Quanto tempo ci metterà Paolo
A trovare quel sentiero azzurro
e proseguire verso la propria meta?
Eppure basta un attimo, solo un attimo.

Perché Lei, quella strada
E' davanti ai suoi occhi 
dentro al suo cuore generoso
La strada che porta alle stelle.

Giampaolo Daccò








mercoledì 11 luglio 2018

SERENITA'




SERENITA'

"What's a piece of work is a man"

Questo è ciò che aveva scritto Shakespeare in Hamlet e moltissimi anni dopo inserita nelle note in una canzone di Hair il musical, in una scena drammatica del secondo atto.

Certo che l'essere umano è strano, si è inventato religioni, politiche, architetture e arti magnifiche, parole splendide come amore, democrazia, aiuto, uguaglianza e al lato pratico?
Ognuno pensa che l'altro sbagli, che una cosa sia di sua proprietà, si sente bene quando ha dei poteri oppure la sua natura sottomessa e lo fa gioire quando soffre.
Poi ci sono persone che criticano quelli che criticano pensando di essere superiori, alcuni odiano i  luoghi in cui vivono dicendo che la gente del posto è cattiva e parla male non rendendosi conto che ne fanno parte.
Poi ci sono i "puri", quelli finti: ligi alla moralità, alle leggi, intransigenti con qualsiasi persona, pure con se stessi dimostrando al mondo (il loro) di essere perfetti; poi ci sono i veri: naturalmente non disturbano, sono discreti, intelligenti, parlano poco ed infatti vengono isolati come noiosi e invisibili.

Che strani gli esseri umani, così diversi dagli animali dove l'istinto e non solo quello, prevale su ragionamenti di opportunismo e violenza, in effetti gli animali domestici amano l'essere umano incondizionatamente mentre i selvatici e le belve, uccidono per fame e difesa, al contrario dell'uomo che uccide per il potere e ruba per avere più del "fratello".
Poi ogni essere umano ha il lato buono ed il lato negativo, i propri gusti e le proprie debolezze, chi non condivide e chi condivide, chi ama cose materiali e chi ama spiritualmente.

Perché ho intitolato questo mio lungo pensiero "SERENITA"?
Perché ne ho bisogno? Perché vedo attorno a me persone tristi, cupe, disperate? 
Non è solo questo, no.
Vorrei solo far comprendere che ognuno ha la sua serenità anche nei momenti bui, serenità che si trova in maniera diversa da ciascuno di noi ed è qui che vorrei raccontare un piccolo episodio:

La mia è quando vado a far visita ai miei cari nel Campo Santo dove "riposano" spero, sereni... Passeggiare tra vialetti di ghiaia tra belle tombe e lapidi piene di fiori, di lumini, di frasi bellissime e commoventi mentre un leggero vento mi inonda, tutto questo mi fa sentire sicuro in un luogo sacro.
Un luogo dove leggerezza, silenzio e a volte voci sommesse in preghiera ti cullano facendo si che il tuo spirito interiore sia in pace con se stesso e quindi con te stesso come uomo.

Qualche giorno fa pensavo a C., un bambino alto e magro dai capelli rasati, avevamo completato due anni di scuole elementari insieme, poi lui con la sua famiglia si erano trasferiti in un'altra città a causa del lavoro del padre. Ricordo che disse a tutti mentre ci sautava pe rl'ultima volta: "Diventerò un dottore, dove andremo abbiamo più occasioni che qui, in questa piccola città."
Aveva avuto ragione? Non lo avevo mai saputo in tutto questo tempo, C. aveva intrapreso una vita nuova, diversa, quella che da bimbo sognavo di fare ocon la mia famiglia ma che purtroppo non era stato così.
Eppure quel giorno pensavo a C. e non ne capivo il perchè di quel ricordo dopo mezzo secolo, come se qualcosa nella mia anima mi aveva costretto a ricordarlo.
Da lontano avevo visto una zona nuova del campo Santo, con serenità e tranquillamente mi ero avviato curioso, verso quella zona dove spiccavano nuove tombe e colombari circondati da fiori.
In quel posto avevo visto volti di chi avevo conosciuto in quella cittadina di campagna, alcuni di loro erano lì, volti di anziani sorridenti in fotografie e che quando ero piccolo, li vedevo uomini e donne giovani forti e pieni di vita. Avevo pensato che è il destino dell'uomo invecchiare e morire dopo aver trascorso anni di compiti e lavori...
All'improvviso una farfalla mi gstava girando attorno, era tutta bianca e svolazzandomi troppo vicino, ala fine si era posata sulla mia spalla: ricordo che quando mi trovavo in Messico, un nativo del luogo mi aveva raccontato una loro credenza:
"Quando una farfalla ti gira attorno o si posa su di te, vuol dire che qualcuno che non c'è più ti sta salutando o vuol fartelo sapere".
Mentre stavo per toccarla alzando lo sguardo vidi quella foto in un loculo del candido colombario davanti a me, vidi la sua foto, quella di C.
Un brivido mi scosse mentre la farfalla prese il volo allontanandosi, mi ero avvicinato e il mio amico che quel giorno mi era tornato in mente era lì in quel posto.
La sua foto sorridente mi guardava: "Diventerò un dottore" sentivo ancora la sua voce di bimbo in quel momento mentre toccavo il suo nome scritto in bronzo sul marmo bianco.
Non so se era diventato un dottore in seguito, non so se la farfalla o il pensiero del mattino erano un suo richiamo per farmi sapere dove si trovasse, so solo che avevo rivisto qualcuno perso nei meandri del tempo, magari non nel modo in cui pensavo, come incontrarsi per caso nella grande metropoli o in qualche studio medico... 
Eppure nonostante mi aveva commosso questa cosa, ero sereno, lui era lì, nel riposo eterno, ma nello stesso tempo ero sicuro che aveva finito di soffrire o chissà cos'altro.
Più tardi ero ancora a passeggiare nei vialetti fioriti tra i profumi ed il tiepido vento, pensando a C. e ad altre persone care, dentro di me ancora persisteva questa serenità, questa tranquillità che solo un luogo come questo poteva darmi.

SERENITA', sensazione magnifica che da pace il cuore e all'anima, una tranquillità che si può trovare dovunque basta volerlo: davanti al mare, nella propria dimora, giocando con i propri figli, leggendo un libro, sedersi in un prato guardando le nuvole in cielo... E come me, passeggiare in un Campo Santo dove il silenzio ed il profumo di fiori e la compagnia di qualcuno che non è più tra noi, donano una pace che rintempra il proprio spirito.

Giampaolo Daccò




giovedì 5 luglio 2018

SETTE NOTTI CON TE




SETTE NOTTI CON TE

Prima notte:
   Ci eravamo incontrati nel bar dell'aeroporto e subito era arrivato il colpo di fulmine, i miei occhi nei tuoi e tutto era scomparso. I corpi erano accesi dal desiderio e le nostre bocche avevano suggellato, su quel taxi in corsa verso Milano, un piccolo patto d'amore. 
Solo il nome e l'età e basta ognuno di noi non sapeva niente dell'altro e nemmeno lo voleva sapere. Avevamo sette giorni di tempo a disposizione e poi ognuno per la sua strada, Londra la sua, Barcellona la mia.
Era iniziata così quella storia che ancora ricordo con nostalgia e rimpianto.
La prima notte era stata dolce, romantica quasi un sogno, una notte di luna piena che faceva brillare di blu i nostri corpo nudi avvinghiati in una passione travolgente.
Con gli occhi chiusi e lui a fianco sentivo il profumo di gardenia provenire dalle finestre aperte.

Seconda notte:
Pasisone, giochi erotici che accendevamo sempre di più i sensi e la voglia di appartenersi... Nessuna parola di amore ma quello che dicevamo, i sospiri e gemiti completavano quel desiderio di se stessi senza limiti.
Più tardi nel buoio osservavo lui, aveva gli occhi aperti, mi domandavo a cosa pensasse ma fingendo di dormire, appena aveva rivolto il suo sguardo su di me, leggermente mi aveva sfiorato una guancia sorridendo, spostandomi una ciocca bionda di capelli.

Terza notte:
Non era il letto il luogo della nostra passione, no quella notte no, un tappeto soffice di quel residence di lusso nel pieno centro di Milano, era stata la gioia ed il sesso sfrenato quasi animalesco.
Le finestre aperte ed un vento tiepido facevano svolazzare  le candide tende mentre le sue mani forti stringevano il mio corpo con violenta e dolce sensualità.
Mi sentivo svenire dal piacere e lui anche, tremava su di me mentre i suoi baci erano sempre più forti mordendomi le labbra.
Era arrivata l'alba e questa volta ci eravamo svegliati insieme mentre  la luce rosa dell'alba penetrava nella camera, il suo sorriso era stato il buongiorno di quell'istante.

Quarta notte:
Eravamo tornati tardi dalla cena, la fretta di stare soli ci aveva fatto quasi correre nel nostro rifugio e subito entrati, ci eravamo spogliati nudi lasciando i vestiti per terra ed eravamo entrati nella doccia.
Tra i vapori, la schiuma, i profumi inebrianti, l'amore ed il sesso era in quel momento qualcosa di sublime, l'acqua calda gocciolava nelle nostre bocche avvinghiate, tra i corpi sempre più eccitati.
Ed ancora bagnati ci eravamo trovati sugli asciugamani di spugna  mordiba per terra.
Il gioco erotico sembrava non finire mai poi la stanchezza prese il sopravvento.
Ci eravamo addormentati esausti, così ci aveva trova al mattino un sole splendido che penetrava dalle finestre.

Quinta notte:
Luci rosse e blu nella camera, il letto disfatto e noi travolti da giochi strani, giochi che non avrei mai pensato di fare. 
Farsi prendere come schiavi e diventare padroni dei nostri corpi, mentre scoprivamo sensazioni nuove, ancora una volta non avevo mai vissuto un'esperienza del genere, così forte ed intensa.
Lacci neri ai polsi, ai piedi, poi la corda che legava a lui alla spalliera del letto e tutto quello che si poteva e si desiderava fare era stato fatto in quelle ore sublimi, luccichii di stelle entravano dalle persiane aperte nel buio.
Nel cuore della notte eravamo abbracciati felici, a dentro di me qualcosa, un nodo nella gola incominciava a farsi sentire, insieme ai miei sensi di colpa.

Sesta notte:
La sesta notte era stata come la prima, tutti i giochi erano stati fatti e restava la passione, la sensualità della prima volta. I sensi accesi e le carezze dolci di lui ed i miei baci appassionati, celavano il pensiero che sarebbe stata la penultima notte insieme, mentre noi conoscevamo tutti i nostri desideri sessuali ma non quelli privati, quelli che portavamo dentro.
Mi prese come non mai, ero tra le sue forti braccia, ero in un vortice di baci appassionati e di tenerezza.
Più tardi non riuscivo a dormire e come la seconda notte guardavo lui, aveva gli occhi aperti questa volta non finsi di dormire e avevo lasciato che lui mi baciasse e accarezzasse il mio viso ed insieme abbracciati, ci eravamo addormentati stretti.

Settima notte:
Non era stata come le altre, eravamo sul terrazzo, distesi abbracciati sul divano tra fiori in grandi vasi ed il profumo della notte. Migliaia di stelle brillavano su di noi e la luna ormai quasi una falce era lontana all'orizzonte.
Tra piccoli baci e carezze, ci raccontavamo i piccoli sogni da bambini ma mai delle nostre attuali vite. Sembrava un accordo, darsi a vicenda senza dire nulla, segreti di vite che mai saranno svelati... Eppure per un attimo stavo per dire qualcosa, lui mi aveva baciato per non sentire... Forse era stato meglio così.
Tra il cullare dell'abbraccio avevo iniziato a cantare una piccola melodia che si era interrotta quando Morfeo aveva preso il sopravvento su di noi.
Ci eravamo svegliati all'alba al suono di una sirena in strada. Questa era stata la nostra ultima notte insieme.

Aeroporto di Malpensa, ore quindici.
Che strano i nostri aerei che ci portavano nelle nostre rispettive città, avevano lo stesso orario, dopo il check in, avevamo bevuto un caffè insieme, l'ultimo. So che avevamo voglia di darci un appuntamento per un futuro lontano, ma dentro in entrambi qualcosa ci aveva fermatio
Forse il caso ci farà reincotrare un domani e chissà dove oppure saremo per sempre perduti nei meandri della nostra vita privata e in  chissà in quali altri destini.
Mentre dopo l'abbraccio ci eravamo lasciati per proseguire verso il nostro gate, istintivamente ci eravamo voltati e ancora i nostri occhi si erano fissati per un atttimo.
Le nostra labbra fecero un leggero bacio nascosto da tutti i presenti, poi ognuno aveva preso la sua strada.

Barcellona aereoporto.
I volti dei miei figli erano dietro le vetrate dei cancelli di uscita, una fitta di vergogna mista a senso di colpa erano nel mio cuore, mentre con le loro manine mi salutavano festosi accanto a mia madre e nella mente il volto di lui.
Cacciando quel pensiero e sorridendo loro, quasi corsi buttandomi tra le loro braccia.

Londra - Oxterley
Il taxi aveva portato lui davanti alla bella casa in stile vittoriano, il giardiniere gli stava quasi correndo incontro per aprire il cancello di casa. Nella mente di lui l'altro volto, che viene scacciato quando dal portone d'ingresso usciva la sua famigliola. Il sogno erotico ormai e lontano e la sua solita vita era di nuovo il suo futuro fino a quando e chissà dove, ci saranno nuovamente sette notti diverse.

Giampaolo Daccò

venerdì 29 giugno 2018

ASPETTANDO IL TRAMONTO





"ASPETTANDO IL TRAMONTO"

Rosso giallo bruno e blu
Toni immensi nel grande cielo
Ombre nere di gabbiani
Volano stridendo su riflessi dorati

Orme scure sulla rena
Di romantici o frettolosi passaggi
Spume fresche di piccole onde
Che s'infrangono sulla sabbia

Una luce sul promontorio
Un faro guida il ritorno in porto
Mentre un sole rosso
Piano si nasconde all'orizzonte

Seduto sul molo guardo penso
Con nostalgia i sogni passati
Con speranza al nuovo mattino
Con amore a chi mi sta accanto

Con tristezza alle cose perdute
Con gioia all'immensità del mondo
Con fierezza per la mia anima
Con tenerezza a quello che ero

Quella parte di natura incredibile
Che ogni sera mi porta emozioni
Mi dona sensazioni di serenita
Mi riempie il cuore di luce

Sentimenti sensazioni nostalgie
Amore tenerezza dolcezza
E' questo tutto ciò che sento
Aspettando il tramonto.

Giampaolo Daccò.