“Ci sono amori che non diventano storie, ma restano sospesi nel tempo come una fotografia sbiadita. Sono gli amori che arrivano quando siamo troppo giovani per capirli e troppo puri per difenderci. Il primo amore non si vive: si subisce. E lascia un segno che nessun altro cancellerà mai.”
FINE PRIMAVERA
IL TEMPO CHE PASSA
*PRIMO AMORE*
Bologna, 2 giugno - molti anni fa
Faceva caldo quella sera.
Neanche il vento tiepido riusciva a calmare il sudore di quella lunga giornata di giugno.
Ci stavamo preparando per uscire: al mattino c’erano stati i festeggiamenti per l’anniversario della Repubblica Italiana, nel pomeriggio il compleanno di mia sorella Eleonora, e la sera si sarebbe ballato in Piazza Maggiore.
Ero già annoiato al pensiero di stare con i miei, mentre i miei amici andavano in pizzeria con il fratello maggiore di uno di loro. Che rabbia. Ma papà aveva voluto così, e ubbidii, tenendo il muso.
Raggiunti dagli zii, ci fermammo al Bar Billi, sotto l’arco del Meloncello per un gelato.
Cercavo di sopportare i dispetti continui tra Eleonora e mio cugino, quando li vidi passare: i miei amici, con altri ragazzi e ragazze, diretti verso la piazza dove la musica già si sentiva.
Che rabbia. E non mi accorsi nemmeno che tra loro c’era anche Erica, che allora non sopportavo: la trovavo vanitosa, antipatica.
Finito il gelato, dopo due sgridate ai bambini, ci avviammo verso i balli. La piazza era piena, la musica avvolgeva tutto.
Ornella e Silvia erano lì vicino; poco più in là Elisabetta, Enrica e Maria parlavano con dei ragazzi. Feci loro un cenno e Ornella, sorridendo, mi fece capire che voleva ballare.
Scendemmo in pista. Pur di allontanarmi dai miei, avrei scalato a piedi nudi il monumento ai caduti.
Dopo parecchi balli, andai da mia madre per dirle che sarei rimasto ancora mezz’ora con le amiche. E fu allora che mi trovai davanti Erica.
Non so cosa successe. La musica sparì. Sentii solo un brusio indistinto, un caldo opprimente. Barcollai. Due mani mi afferrarono.
«Che hai, Bruno? Stai male?»
Era la voce di Claudio. Lui, Marco e Maurizio erano poco distanti. Mi sembravano lontanissimi. Mi aiutarono a sedermi sui gradini di una casa e chiamarono mio padre.
Erica era lì, vicina, e mi guardava in modo strano. Poi mi fece un sorriso leggero. E io sentii un tuffo al cuore.
Claudio tornò con le chiavi di casa: mio padre gliele aveva date per riportarmi su.
«Stai meglio?» mi chiese Erica con gentilezza.
Annuii.
Marco, il più alto, mi aiutò ad alzarmi e mi accompagnarono fino a casa.
Quando il campanile suonò l’una, ero nella mia cameretta immersa nel silenzio. La luna entrava dalla finestra, azzurra, intensa. Chiusi gli occhi e vidi il suo volto, i suoi occhi verdi, i capelli lunghi.
E capii. Mi ero innamorato per la prima volta.
Un dolore dolce e violento insieme. La mente iniziò a vagare tra sogni e progetti. Quanto mi stavo illudendo. Mi addormentai in quella luce azzurra.
Il mattino dopo, il profumo del caffè-latte preparato da mia madre mi svegliò. Dovevo portare mia sorella a scuola e poi andare alla mia poco lontano.
Uscimmo alle otto. Dopo aver lasciato Eleonora, mi avviai lungo il viale alberato. Erica apparve davanti a me, con un’amica.
La salutai, diventando rosso.
Lei rispose con un «Ciao» freddo.
Mi sentii crollare.
In classe, la professoressa Romano insegnate d’inglese, mi riprese due volte: fissavo la finestra senza vedere nulla.
«Bruno, qualcosa non va?» mi chiese Angela. Scossi la testa. Ma non andava niente.
I giorni passarono. La scuola finì. L’estate esplose. Facevo avanti e indietro davanti a casa di Erica, a piedi, in bici, in motorino. Niente.
Finché un pomeriggio, andando alla piscina comunale in bicicletta, me la ritrovai accanto.
«Non è che consumerai troppo la strada passando dalle mie parti?»
Avrei voluto sprofondare.
«Ci abitano i miei zii, lì vicino.»
«Davvero? Non lo sapevo.» Sorrise in modo strano. «Ah già, ti ho visto sul loro balcone più di una volta.»
Pedalai piano. Lei mi seguiva.
«Una di queste sere andiamo tutti al cinema. Se vuoi venire…»
Accettai subito, fingendo calma mentre il cuore impazziva.
Poi aggiunse: «Anche se per me sei ancora troppo piccolo… però ti trovo carino e simpatico.»
Troppo piccolo. Avrei voluto avere vent’anni.
Quella sera Al cinema non avrei mai dovuto andarci. Erica stava con un altro. Non mi guardò quasi mai. Mi sentii stupido.
Per tre anni fu così: un amore vissuto solo da me. E col tempo seppi che lei lo sapeva. Ma non fece mai nulla.
Poi le nostre strade si divisero. Per anni non ci vedemmo più: le scuole superiori di entrambi, io il militare, lei aveva cambiato casa, io mi ero trasferito a Milano con la mia ragazza con cui mi lasciai dopo un anno.
Erano settimane che avevo preso un appartamento in affitto nella zona nuova di Bologna, cambiato lavoro vivevo tra l’azienda, casa, palestra e amici finché… Un pomeriggio d’estate, dieci anni dopo, ci ritrovammo in tabaccheria a Bologna, ero uscito da casa dei miei.
«Bruno.... Ma che sorpresa, dopo tutti questi anni!» disse sorridendo riconoscendomi subito.
Erica era diventata una splendida e bellissima donna, sempre con quegli occhi verdi freddi dalle ciglia lunghe che un tempo mi avevano fatto impazzire d’amore.
Parlammo a lungo. Ci rivedemmo il giorno seguente in una pasticceria per colazione e due sere dopo eravamo in auto, vicino a casa sua.
Parlammo delle nostre vite: io della convivenza a Milano e del ritorno dopo la separazione; lei delle sue poche e negative esperienze in amore con uomini egoisti o senza carattere.
*Forse sei tu a non riuscire a stabilire un rapporto continuo*
Mi era balenato improvvisamente questo pensiero mentre la fissavo, mi ero stupito di questo, di come le avessi letto dentro al cuore.
A un certo punto i suoi occhi brillarono. Eravamo vicini. Molto vicini. Sentii che mi avrebbe baciato.
E non so perché, mi scostai appena.
Sorrise.
«Sai che a quel tempo, forse…» Silenzio. «Eravamo piccoli, vero? Perché le cose, dopo tanti anni, si vedono diversamente?»
«Esperienza. Maturità.»
«È troppo tardi, vero?»
«Penso di sì Erica.» pronunciai la frase dolcemente, senza rancore.
Rimanemmo lì, tranquilli. Avrei dovuto dire qualcosa. Fare qualcosa. Non lo feci.
Quella notte, disteso sul letto, la luna entrò di nuovo dalla finestra. E capii.
Erica era stata, è e sarà per sempre il primo amore. Quello che rimane per tutta la vita un ricordo Puro. Intatto. Da tenere nel cuore, non da vivere.
Doveva restare così. Se fosse diventato reale, se l’avessi baciata, avrebbe perso qualcosa: l’ingenuità, il candore, la magia.
Non l’ho più rivista. E non vorrei rivederla, preferisco così. Ma quella dolcezza resterà sempre.
E oggi, mentre guardo con tenerezza mia moglie vicino ai nostri due figli maschi, dei ragazzoni rimasti un po’ bambini, mi chiedo cosa sarebbe accaduto, quella sera, se non mi fossi fermato.
Caterina mi sorride schiacciandomi l’occhio facendo segno verso Marco che esultava per la riuscita di un compito banale di matematica.
E’ stato davvero meglio così altrimenti, forse, non avrei trovato questi gioielli che girano per casa come matti, mi alzo e li raggiungo.
Che felicità.
“Gli anni passano, le strade si dividono, le vite cambiano. Eppure il primo amore resta lì, intatto, come lo abbiamo lasciato: un ricordo che non ha bisogno di futuro per continuare a farci tremare. Non torna, non si compie, non si spiega. Si custodisce. E basta.”
Giampaolo Daccò Scaglione
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