venerdì 10 aprile 2026

“IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE”: *UNA VACANZA INDIMENTICABILE*

 Prologo:

“Ci sono viaggi che scegliamo per riposare, altri per scoprire il mondo. E poi ci sono viaggi che non sappiamo di aver scelto: sono loro a scegliere noi. Lo Yucatán è stato questo: un paradiso che si è rivelato anche un pugno nello stomaco, un luogo dove la bellezza e la povertà convivono senza toccarsi, e dove il turista felice può diventare, all’improvviso, un uomo che vede davvero.”


*UNA VACANZA INDIMENTICABILE*

Il tramonto davanti a me si staglia rosso come il fuoco verso sud-ovest e lo sto guardando dal mio attico nella città dove vivo da tanti anni - Roma - magnifica come sempre.

Ah dimenticavo: sono Francesco B., 38 anni, sportivo, occhi tendenti al verde-azzurro, biondiccio e di bell'aspetto, ma non è di questo che vorrei raccontarvi.

Mi ero trasferito da Cremona nella capitale dopo la mia laurea in architettura grazie alla fortuna di aver trovato, tramite in semplice invio di curriculum, un impiego interessante e creativo in un gruppo che realizza tutt’ora locali, edifici ed ambienti legati all’arte, alle abitazioni ecologiche.

Spesso viaggio per lavoro da solo, con qualche collega e conoscendo oltre l’inglese, lo spagnolo ed il tedesco, mi ritrovo spesso a lavorare nel nord Europa, in Spagna ed anche in sud America.

Bello molto bello tutto questo. 

Col mio lavoro e la posizione che ho ottenuto nel corso degli anni, confesso che guadagno molto bene e diversamente da come gestisco il lavoro, le mie sospirate vacanze, che posso prendere in ogni momento dell’anno, le passo come fossi un esploratore alla ricerca di avventure.

Non sono sposato fortunatamente, vivo tra relazioni brevi e i miei hobby, ho pochi ma fidati amici, un poco di sport per tenermi in forma  ed i miei viaggi. 

Adoro definirmi un vagabondo della Terra, dove non mi sollazzo nelle spiagge tropicali o vado in posti alla moda tipo Dubai o Goldcoast. 

Preferisco l’avventura, non allo stato brado ovviamente, ma mi piace quell’assaporare nuove terre, conoscenze, luoghi, usanze che escono dal tracciato delle agenzie viaggi, ma sempre fatto in modo organizzato con tanta libertà.

Sarà questo tramonto estivo sulla città eterna, sarà che mi sono seduto sulla mia poltrona preferita mentre attorno a me profumi di fiori nei vasi sul grande terrazzo e l’allegro vociare di persone nelle strade di sotto, mi hanno fatto ricordare un’avventura che non dimenticherò mai.

Un’avventura che è stata più una lezione di vita e da quel giorno sono cambiato, non potevo non diventare diverso dopo quello che ho visto e vissuto.

Tanti sono stati i viaggi che ho potuto fare nella mia vita, da studente, prima di diventare ciò che sono, viaggi pagati con sacrifici, rinunce, piccole privazioni quotidiane che non mi sono mai pesate, anzi.

La cultura, la conoscenza, il vedere il mondo con i miei occhi valevano più di qualsiasi comodità. Da bambino, quando non si poteva viaggiare, i miei cari mi compravano libri di geografia: erano finestre aperte su mondi lontani.

Ma come dicevo prima, c’è stato quel viaggio che ha trasformato un giovane uomo ambizioso che si era comprato con orgoglio questo attico sull’Appia Antica, in una figura più disponibile, leggera e comprensiva, come se una grande sensibilità si sia impadronita di me o almeno era sopita in chissà quale angolo del cuore.

Era un’estate calda, luminosa di qualche anno fa, e finalmente avevo ottenuto quel mese di ferie intero tanto desiderato.

Poi quell’occasione davvero imperdibile: venti giorni in Messico, che comprendeva un hotel a cinque stelle, lussuoso, con campi da golf, piscine hollywoodiane, grande spiaggia privata davanti ad un mare da sogno e quattro escursioni che aspettavo da anni di poter fare, da quando ragazzino leggevo libri di geografia.

La città maya di Chichén Itzà, le rovine di Tulum, la laguna paradisiaca di Xelha, il tour interno dello Yucatán. Un paradiso.

Playa del Carmen la città dove si trovava il nostro hotel, davanti alle vetrate della mia camera che avevo condiviso con il mio miglior amico, il mare aveva colori impossibili da descrivere, i fiori nei giardini sottostanti attorno alle piscine erano giganteschi.

Le case della zona più bella della città poco distante dal comprensorio degli Hotels, erano dipinte come caramelle, poi le visite: le rovine maya misteriose e inquietanti. Le lagune… non me ne sarei mai separato. Le musiche, i sorrisi, il cibo, le stelle enormi nel cielo notturno: mi sembrava di vivere in un eden fuori dal mondo.

Fino a quel giorno.

Stavamo tornando da Chichén Itzá, un po’ arrabbiati perché sia la nostra macchina fotografica che quella della coppia che si era unita a noi si erano guastate, bruciando le pellicole.

Dopo pochi chilometri, la guida decise di farci visitare Valladolid, immersa nella giungla, con il suo monastero francescano del 1508, il primo del Messico.

La cittadina era splendida: tranquilla, colorata, viva. Ci eravamo fermati in centro, che sembrava un piccolo gioiello spagnolo da restaurare, un ottimo aperitivo estivo in un locale dove finalmente tutta la comitiva aveva trovato un po' di fresco dai quaranta gradi umidissimi della foresta.

Poi tornati sull’autobus uscimmo dal centro.

Le case iniziarono a cambiare.

Ville dai colori vivaci.

Poi palazzine o case molto belle.

Poi abitazioni semplici.

Poi casupole povere.

Poi qualcosa di cemento davvero misere.

E infine… capanne.

Capanne come quelle dell'Africa selvaggia...

Nello Yucatan fatto di alberghi lussuosi a pochi chilometri da noi.

In Messico.

Capanne di lamiera, legno, cartone, tenute insieme da fili di ferro e fango. Case senza luce, senza acqua, senza nulla. E tanti, tantissimi, troppi bambini mezzi nudi, vestiti di stracci, che guardavano il nostro autobus passare come fosse un miraggio.

Mi si strinse il cuore.

Per la prima volta nella mia vita, pur avendo visto il mondo in vacanze avventurose ma tutto sommato stupende, mi sentii piccolo, stupido, arrogante nella mia vacanza perfetta.

Poi in mezzo a quella baraccopoli, un'oasi turistica: un bar-ristorante, un giardino tropicale piccolo e un percorso che ti faceva entrare ed uscire nel solito gigante negozio di finti souvenirs e fuori, tenuti a bada dalla polizia locare, decine di abitanti che mostravano la loro semplice merce, sperando di vendere e guadagnare qualcosa.

E scoprii una rabbia sorda, un qualcosa di oscuro proveniente dal cuore, dalla mente, mi salì quando vidi alcuni turisti fotografare tutto con il sorriso, facendo battute in inglese, in tedesco, come se tutto fosse un’attrazione da mostrare agli amici nei loro appartamenti, ville o attici lontani da quella realtà.

Leonardo il mio miglior amico e compagno di viaggio mi fissava, ma anche lui aveva lo stesso orrore negli occhi, quando due imbecilli con il pancione grosso, bermuda, macchine fotografiche da migliaia di dollari - ostentazione della loro ricchezza - lanciarono caramelle e della frutta candita che avevano con se a quelle piccole creature dai capelli sporchi e stopposi vicino ai venditori locali.

Avrei avuto voglia di spaccare la faccia a quei due, così io e Leonardo risalimmo sull’autobus dove stavano la nostra guida e l’autista.

Mi vergognai. 

Mi vergognai per loro, per me, per la nostra superficialità. 

La guida, seduta davanti a noi, osservava insieme all'autista quei turisti con occhi indecifrabili. Poi guardò me. Dovevo avere una faccia sconvolta. Sorrise, ma gli occhi erano seri.

«È così» disse piano «Ognuno è quello che è, e quello che possiede. Non si può far nulla. Non si rattristi. C’è molto peggio di ciò che vede là fuori.»

Annuii, ma dentro ero in tempesta.

«Non è colpa loro» aggiunse, indicando i turisti «Vivono questa cosa come un’esperienza da raccontare. Con finto dolore. Ne ho visti tanti. Ma lei… come anche il suo amico, lei non è così. L’ho capito subito.»

Poi si voltò verso l’autista e parlò in un idioma incomprensibile, forse un dialetto indios, ma avevo compreso che non fossero parole piacevoli. Poco dopo sono risaliti tutti e l’autobus prese la superstrada verso Playa del Carmen. Leonardo ed io non dicemmo una parola mentre la comitiva dietro rideva e schiamazzava.

In camera dopo cena, Leonardo ed io eravamo seduti in terrazza a guardare le bellissime luci dei dintorni e la luna enorme che si specchiava in quel mare tropicale, avevamo commentato la giornata passata ma sentivamo che qualcosa si era spezzato dentro.

Avevo pensato che quel tipo di miseria era prerogativa solo parte dell’Africa e dell’Asia, dall’alto della nostra ignoranza mai più avremmo pensato di trovarla in un posto, tutto sommato non del terzo mondo. E chissà quanti altri stati o regioni, “nascondono” involontariamente tutta questa crudeltà.

Nei i giorni seguenti della vacanza, non riuscii più a guardare quel paradiso con gli stessi occhi. Neanche le escursioni nella splendida Cancun, la città di Mérida e l’Isola di Cozumel erano riuscite a rasserenarmi, avevo deciso di fare qualcosa, trovare qualche associazione del posto per dare un aiuto, una volta tornati in Italia.

Da quel giorno, qualcosa dentro di me si era spezzato. O forse… si era aperto.

Epilogo:

“A volte un viaggio non serve a vedere il mondo, ma a vedere noi stessi. Lo Yucatán mi ha insegnato che la bellezza non cancella la sofferenza, che il paradiso può avere un’ombra, e che il privilegio non è un diritto, ma una responsabilità. Da quel giorno ho capito che viaggiare non significa solo scattare fotografie: significa lasciarsi cambiare. E io, in quel viaggio, sono cambiato.

Francesco B.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

 

Nessun commento:

Posta un commento