venerdì 24 aprile 2026

“IL VIAGGIO TRA MISTERI ED AVVENTURE”: *GIRASOLI DI UN’ESTATE LONTANA*

 Prologo:

“Ci sono estati che non tornano più, ma che restano per sempre dentro di noi. Estati fatte di luce, di campagna, di odori semplici, di mani piccole che scoprono il mondo. E ci sono immagini che diventano simboli: un campo di girasoli, un asinello che trotta lento, il frinire delle cicale, una cascina fresca come un rifugio. Quell’estate in Provenza è stata questo: il primo incontro con la bellezza pura, quella che non chiede nulla e che ti resta addosso per tutta la vita.”

*GIRASOLI DI UN’ESTATE LONTANA*



Le Luc - Provenza, Francia

Il pomeriggio era accecante. 

Il sole cadeva sulla campagna come una colata d’oro, e il sudore scendeva lungo la schiena mentre, seduto sul carrettino dello zio, Stephan, un bel ragazzino dagli occhi verdi e capelli biondi a boccoli sulle spalle, ultimo di tre fratelli non vedeva l’ora di rientrare.

Zio e nipote dopo aver raccolto il fieno in uno dei tanti ettari di campi coltivati della famiglia del papà di Stephan, tornavano verso casa, una stupenda dimora padronale del 1850, con cascinali, fienili e tanto altro.

In quella casa vivevano la nonna e il fratello di lei - lo zio, più due famiglie con vari figli tutti lavoratori di Madame Lenoisier-Marais, la nonna appunto.

Quel giorno era stato fantastico, un’aria proveniente dalle colline dava respiro al sole estivo e le persone incontrate sembravano tutte in festa per quel momento quasi magico, profumato di erba, di fiori, di quell’angolo interno della Provenza che sembrava un posto da fiaba.

Le cicale riempivano l’aria, un ruscello scorreva poco lontano, e la brezza calda muoveva i loro vestiti leggeri come onde sulla sabbia. 

Zio Joseph, chiamato da vuoi vari nipoti Oncle Jeppu - un modo scherzoso e ricordi lontani di quando lui, bambino appena aveva imparato a parlare, diceva a tutti di chiamarsi Jeppu e non Joseph.

L’uomo con in testa un cappello di paglia simile a quello del nipote seduto a fianco, guidava il carro trainato dal suo asinello buffo e tenero di nome Roland.

L’uomo ogni tanto guardava Stephan con quel sorriso tranquillo di chi ha passato la vita nei campi e con la certezza che i due si assomigliavano molto.

Svoltarono una curva dopo un piccolo colle. E la casa padronale apparve.

Ma non era sola con i suoi cascinali e stalle.

Era avvolta da un manto giallo: centinaia di girasoli la circondavano, a destra e a sinistra della strada sterrata. 

Sembrava un dipinto di Monet. 

Sembrava una favola. 

Sembrava un luogo dove tutto poteva accadere.

Stephan ogni volta che vedeva quel paesaggio rimaneva senza fiato. I girasoli, alti, vibranti, seguivano il sole con i loro volti gialli. Le rondini volavano sopra le loro teste. Lo zio sorrideva: per lui era normale. Per il nipote era un miracolo.

Stephan Marais viveva con i genitori Luise e Bertrand e i suoi due fratelli a Châteaurenard, una bella cittadina affiancata da un colle che dava ombra al mattino fino a mezzogiorno a tutta la zona est.

Châteaurenard ormai era diventata un sobborgo di Avignone poco lontana, dove il torrente Durance confluiva a pochi chilometri di distanza nel Rodano, i Marais non erano abituati a tutta quella campagna.

La cittadina era calma, verde, molto carina, con le sue attrattive, ma era comunque una città, la famiglia di Stephan spesso le vacanze le passavano dagli zii da parte di papà, Emmanuel e Rosanne Zarconne in Camargue, dove si poteva arrivare con facilità al mare e fare tanti bagni, una festa per i fratellini e i loro cuginetti di Arles.

Quell’anno nonna Marie-Rosette vedova di Charles Marais, genitori di Bertrand, aveva insistito molto per avere i tre nipoti da lei, si lamentava che era anche stanca di goderseli solo a Natale e Pasqua, fu così che i nipoti arrivarono in Provenza sull’auto dello zio Jeppu.

A distanza di anni ricorda Stephan ormai adulto e sposato con Marianne, quella vacanza è stata una delle più belle mai vissute con Jean-Louis e Martin i suoi due fratelli maggiori.

Nonna Marie-Rosette, ormai vedova da tre anni anni, viveva in quella magnifica tenuta di famiglia, nelle campagne attorno a Le Luc, tra prati, alture e colline stupende, per i tre fratelli era stata una gioia, liberi da mamma e papà i quali avevano deciso di passare le vacanze a Menton e poi qualche giorno in Italia.

Arrivati alla cascina, Stephan con zio Joseph saltarono giù dal carro e corsero dentro la casa. 

Le mura spesse erano fresche come una carezza. Le tende bianche ricamate si gonfiavano nella corrente d’aria. 

Nonna Marie Rosette li aspettava con spremute, panini con burro e marmellata, e grandi bicchieri d’acqua fresca anche se zio Jeppu avrebbe preferito un buon bicchiere di Grenacre o Mourvèdre Rosè.

Stephan prese il suo bicchiere ed un panino con burro e marmellata di mela cotogna e si allontanò dai parenti avvicinandosi alla finestra più grande da dove si poteva vedere il paesaggio a lunga distanza. 

Trascinando una sedia, salì sopra in piedi osservando fuori il paesaggio appoggiando le mani alle inferriate elaborate ed originali di quando fu costruita la magione.

E rimase lì in silenzio. Immobile. Incantato.

Davanti a lui, la campagna era un mare dorato. I girasoli ondeggiavano al vento come un esercito di fanti di qualche favola mediterranea. La luce li faceva brillare. 

E Stephan, bambino dalla fantasia sfrenata, sentì in quel momento, qualcosa nascere dentro di se: un amore profondo per la natura, per i colori, per la bellezza semplice e assoluta.

In quel momento capì - senza saperlo - che quei paesaggi lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Che la sua fantasia avrebbe sempre trovato rifugio in luoghi così. Che la natura sarebbe stata una casa.

Ma non avrebbe mai immaginato allora che un domani, oggi il suo presente, la proprietà di nonna Marie-Rosette sarebbe diventata sua e che da bravo agronomo quale sarebbe diventato, porterà avanti il lavoro dei suoi nonni con successo, per tutta la vita.

Epilogo:

"Alcuni ricordi non sono solo ricordi: sono radici. Quell’estate in Provenza ha dato al piccolo Stephan, il primo senso di meraviglia, il primo stupore, la prima consapevolezza che il mondo può essere bellissimo anche senza parole. I girasoli sono diventati un simbolo: della sua infanzia, della sua sensibilità, della sua capacità di vedere la bellezza dove altri vedono solo campi. E ogni volta che li rivedrà, anche oggi da adulto, una parte di quel bambino torna a respirare."

 

Giampaolo Daccò Scaglione

 



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