domenica 10 maggio 2026

*VELI*

 PROLOGO:

"Ci sono momenti in cui la realtà sembra velata, come se il mondo intero fosse coperto da un tessuto sottile che lascia intravedere solo contorni sfumati. A volte è la nebbia, a volte è il freddo, a volte è il dolore. E altre volte ancora è la memoria, che non mostra mai tutto, ma solo ciò che siamo pronti a vedere.

In quei giorni in cui il cielo è basso e il respiro si condensa nell’aria, ogni figura diventa un’ombra, ogni gesto un mistero, ogni volto un enigma. E allora capisci che ci sono veli che non coprono: rivelano. Rivelano ciò che non vuoi ricordare, ciò che non vuoi perdere, ciò che non vuoi affrontare."

Questo racconto nasce da quei veli. Da ciò che nascondono. E da ciò che lasciano passare.


VELI:

TRASPARENTI, OPACHI COME MURI INVISIBILI











OMBRE:

OSCURITÀ, FANTASIE, SOGNI, MONDI, MISTERI, 

VISIONI, ESTASI





*VELI*

Un freddo pungente che ti penetra nelle ossa nonostante il cappotto caldo e la sciarpa attorno al collo. Le mani gelate nei guanti di lana e i piedi intorpiditi con a fianco la piccola valigia in attesa del treno che ti riporta a casa.

Un tardo pomeriggio quando la sera si avvicina, dove una leggera bruma grigia fa sì che i contorni siano leggermente foschi e le luci dei lampioni sembrano girasoli luminosi indistinti in quel paesaggio scuro.

Così la nebbia che avvolge i contorni vicini della stazione come un velo trasparente ed opaco dà un senso, con la sua luce fioca e strana, quasi incolore, ai personaggi che attraversano le corsie, che sono in attesa di altri treni, che aspettano qualcuno che arrivi con il prossimo treno o si mettono in fila per acquistare il biglietto alle casse.

Una luce sinistra dona ai vagoni fermi o in viaggio veloci, quasi fossero fantasmi grigi pronti a raggiungere chissà quale posto lugubre o soleggiato… chissà dove. Annunci gracchiati confusi tra lo sferragliare nelle rotaie di qualche vettura in movimento.

Due bambini vicino a me piangono mentre i genitori li coprono alla bell’e meglio con giacche a vento colorate e guanti di lana, tra la bruma che si stava alzando sempre di più attorno a noi, facendoci sentire quasi soli e persi in un paesaggio senza colori.

Mi stringo tra le spalle sperando che il freddo non mi faccia star male più di quanto non lo stia, e subito la mente vaga in quel ricordo di poche ore prima. 

La nebbia ancor più fitta di quel primo pomeriggio non permetteva di osservare dalla finestra di quella camera asettica il paesaggio fuori: né il bosco né il fiume tortuoso scorrevano sotto i miei occhi, ma solo ombre indistinte.

Un pallido sole faceva capolino a metà del cielo ma presto scompariva tra le nuvole di un colore indefinito. Mi ero girato verso quel letto: la mano di lei stringeva la mano della persona che stava con me, ma la prima era ormai una mano fredda, inerte. 

Mi ero avvicinato quasi con timore: le due mani si lasciarono lentamente e quella di lei cadde sul petto, rimanendo ferma come quella di una bambola di pezza.

I suoi occhi guardavano lontano, occhi che un tempo erano verdi, luminosi, pieni di vita, ed ora diventati oscuri, pieni di ombre. Ombre che segnano l’oblio e le visioni di chissà quali mondi sconosciuti, pieni di cose senza nome. Occhi coperti da veli.

La mano dell’altra persona mi accarezzava la spalla mentre io prendevo nelle mie quella ferma e rigida di lei.

Lo sguardo della donna guardava lontano… chissà verso quali orizzonti sconosciuti. Ma dalla mia bocca uscì quella parola magica che solo una donna può capire, “sentire dentro”. 

Fu un attimo: una luce nei suoi occhi illuminò improvvisamente le pupille vacue, forse un mezzo sorriso si era aperto sul viso pallido e magro.

Io e l’altra persona ci eravamo guardati negli occhi. Mi avvicinai ancora di più e ripetei la parola magica sfiorandole la fronte con un bacio. Ma quegli occhi che un attimo prima parevano illuminarsi erano di nuovo spenti. 

Dissi ancora per tre volte la parola magica, ma nulla.

Eppure una lacrima aveva fatto capolino nell’angolo dell’occhio di lei, ma non cadde sul volto. Forse non era stato nulla, forse un gesto incondizionato… ma lo scintillio di quella lacrima c’era. L’avevamo visto.

Allontanandomi di poco, sempre tenendo la sua mano inerme, avevo visto nuovamente - e come sempre - il suo volto inespressivo, il suo sguardo vuoto. E il mio cuore sembrava avvolto dalla nebbia che brulicava fuori da quella stanza, lo vedevo come nascosto da un velo grigio opaco.

Rieccomi di nuovo al presente, in quella stazione ora piena di persone.

Il mio treno sta per arrivare, vedo le luci avvicinarsi sempre di più, diventando più nitide tra il velo della nebbia attorno. Lo stridio dei freni e il rumore che lo accompagna coprono l’annuncio del suo arrivo.

Prendo in mano la mia borsa appoggiata a terra e salgo velocemente nel vagone. Finalmente il caldo dello scompartimento mi dà un brivido piacevole sulla schiena e così mi siedo in un posto vicino al finestrino, in modo da poter guardare fuori il paesaggio che si prospetterà nel viaggio.

In pochi minuti il treno riprende la sua corsa verso la metropoli. Le luci fioche della città che stiamo lasciando alle spalle sfrecciano di fianco a me e, chiudendo gli occhi, rivedo quello sguardo nascosto dai veli di un mondo misterioso dove lei vive da molti anni ormai. 

Lei, da quando “aveva deciso”, in un certo senso, di non vedere e vivere più ciò che di brutto le stava attorno.

Un giorno non lontano so che quei veli dell’oblio e dell’oscurità cadranno e finalmente anche lei…

EPILOGO:

"Il treno correva nella notte come un pensiero che non vuole fermarsi. Fuori, la nebbia cancellava ogni forma, ogni luce, ogni certezza. Dentro, il calore dello scompartimento non riusciva a sciogliere quel gelo che avevo nel petto.

Guardando il finestrino, vedevo solo il riflesso dei miei occhi stanchi, e dietro quel riflesso - come attraverso un velo - rivedevo i suoi. Occhi che un tempo erano vivi, luminosi, pieni di mondi. Occhi che ora abitavano un luogo dove io non potevo entrare.

Eppure, quella lacrima rimasta sospesa, quella scintilla improvvisa, quel mezzo sorriso appena accennato… sono diventati il mio ultimo ponte verso di lei. Un ponte fragile, sottile, ma reale.

Il treno continuava la sua corsa. La città si avvicinava. E io sapevo che un giorno - non lontano - quei veli che la separano dal mondo cadranno. E allora, forse, ritroverà la strada che ha smarrito.

Fino a quel giorno, resterò qui, su questo binario della memoria, ad aspettare il momento in cui la luce tornerà a filtrare."

Giampaolo Daccò Scaglione 

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