PROLOGO:
“Ci sono sere in cui il cielo sembra trattenere il respiro. Sere in cui la luce non vuole spegnersi, come se sapesse che qualcosa sta per cambiare per sempre. In quei momenti, anche un bambino può sentire il mondo diventare più grande di lui, più grande dei suoi undici anni, più grande delle parole che conosce.
È in quelle ore sospese che si impara cosa significa aspettare. Aspettare una notizia che non vuoi ricevere. Aspettare un saluto che non potrai dare. Aspettare che il cielo ti dica qualcosa che gli adulti non riescono a dire.
Questo è il racconto di un bambino che guarda il castello, le rondini, il cielo… e capisce, senza che nessuno glielo dica, che l’amore a volte vola via in silenzio.”
"UN BAMBINO IN ATTESA"
07 giugno 1972, ore 18.30.
Una cittadina in mezzo alla pianura della bassa padana.
Vittorio stava seduto sui gradini di casa, le ginocchia magre strette tra le braccia, e con gli occhi chiari fissava il castello oltre le mura, a pochi metri da lui.
Il grande maniero sembrava più silenzioso del solito, come se anche le pietre stessero trattenendo il fiato.
Nel cielo, le rondini tagliavano l’aria con voli rapidi e nervosi, come se sapessero qualcosa che lui non sapeva ancora. Qualche piccione si posava sui tetti caldi del castello, mentre poche nuvole bianche, quasi immobili, galleggiavano sopra la cittadina di campagna.
Il caldo del giorno si stava attenuando, ma la luce non voleva ancora cedere alla sera: era un’ora sospesa, un confine sottile tra ciò che è e ciò che sta per cambiare.
Vittorio aspettava.
Aspettava una notizia.
Una delle prime, una delle più brutte della sua vita.
Era da solo in casa.
Per aiutare i suoi, aveva messo a bollire una pentola d’acqua: pensava che, quando sarebbero tornati, almeno un piatto di pasta lo avrebbero trovato già pronto.
A undici anni sapeva già come fare, e intanto si era seduto sui gradini, con lo sguardo perso nel cielo.
Sapeva che i suoi erano al capezzale della nonna, ormai pronta per il suo ultimo viaggio. La nonna che abitava a neanche trenta metri da casa sua.
Non lo avevano voluto con loro: il giorno prima si era spaventato troppo, nel vedere la sofferenza della nonna tanto amata. Aveva pianto tutta la sera.
Vittorio non voleva che la sua nonna morisse.
Lei gli aveva insegnato il significato delle erbe, come creare unguenti, come usare le pietre durante le fasi lunari. E poi c’era quella frase, detta mentre tornavano dal fiume, lungo la strada piena di alberi di sambuco:
«La tua nonna se ne andrà presto, lo sento… ma ti dovrò lasciare un segno prima. Sei l’unico che lo potrà avere ed usare.»
Allora non aveva capito.
Lo comprese solo pochi mesi prima, quando in un ospedale lontano le dissero quelle brutte parole.
Aveva ricevuto il segno, e da quel giorno il ragazzino di undici anni era cresciuto in modo diverso, con una consapevolezza che i suoi amichetti non potevano nemmeno immaginare.
I minuti passavano.
Il cielo cambiava colore, sfumando in un azzurro più pallido.
Le rondini volavano più basse, come se stessero cercando un posto dove posarsi.
E Vittorio non si accorse che l’acqua sul fuoco non c’era più.
L’odore di bruciato lo scosse dai pensieri. Entrò di corsa in casa, spense il fornello, ma la pentola era ormai nera sul fondo. Dal centro saliva un fumo leggero, a forma di spirale.
Si voltò verso l’orologio sul mobile: 18.46.
Un pensiero gli attraversò la mente, limpido come una voce: «È andata via ora. La spirale del fumo me lo ha segnato.»
Corse fuori in strada.
Vide l’altra nonna e la mamma uscire dal portone del cortile vicino dove viveva l’altra nonna, con i volti tristi.
Si fermò.
Aspettò che si avvicinassero.
Quando furono accanto a lui, la mamma gli accarezzò la testa.
«È andata, vero?» chiese Vittorio, guardandola negli occhi.
Lei annuì. E in quel momento qualcosa dentro di lui si aprì e si chiuse allo stesso tempo.
Le due donne, attirate dall’odore del fumo, entrarono di corsa in casa. Vittorio non le ascoltò quando gli chiesero cosa fosse successo. Lui guardava il cielo.
Una piccola nuvola, dipinta di rosa dal sole che stava scendendo a ovest, si muoveva veloce, come se avesse fretta. Si sciolse in pochi istanti, svanendo nel nulla.
«Ciao, nonna Lucia» pensò.
Sentiva — con quella certezza che solo i bambini hanno — che forse quella nube era il suo saluto.
L’ultimo.
Il più dolce.
Il più silenzioso.
Si sedette di nuovo sui gradini di casa.
E i suoi pensieri fuggirono lontano, lungo la strada che costeggiava il fiume, piena di alberi di sambuco. Lì dove lei gli aveva insegnato tante cose belle e strane. Lì dove, senza saperlo, gli aveva lasciato il suo segno.
EPILOGO:
“Ci sono addii che non fanno rumore. Addii che non passano dalle parole, ma da un gesto, da un vento leggero, da una nuvola che si scioglie nel cielo. Quel bambino, seduto sui gradini, non sapeva ancora che quel momento lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Non sapeva che il segno ricevuto non era solo un dono magico, ma un’eredità invisibile: la capacità di vedere oltre, di sentire oltre, di ricordare oltre.
E mentre la sera finalmente scendeva, lenta, morbida, Vittorio capì che non era solo. Che una parte di lei sarebbe rimasta per sempre nei suoi occhi chiari, nelle rondini che volavano basse, nei sambuchi lungo il fiume, in ogni spirale di fumo che la vita gli avrebbe mostrato.
Perché alcuni amori non finiscono. Cambiano forma. Diventano cielo.”
Giampaolo Daccò Scaglione

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