PROLOGO:
*Tra il mare che profuma di sale e le colline morbide che sembrano addormentate, c’era una casa rustica fatta di pietra, legno e un po’ di magia.
Da fuori sembrava un luogo tranquillo, il tipo di posto dove il vento passa piano e le giornate scorrono senza fretta.
Ma chi ci viveva dentro… non era affatto tranquillo.
C’era un gufo che pretendeva ordine senza averlo mai visto, un tasso che rubava tutto ciò che non serviva, un cuculo che esagerava ogni cosa e una mucca lilla che sapeva ogni notizia prima ancora che accadesse.
E poi c’era lui: il Custode della Casa. L’unico umano. L’unico che ogni mattina apriva la porta e sospirava:
“Speriamo non abbiano combinato guai.”
Ma i guai… erano già iniziati.*
Protagonisti:
Il Tasso - Il Gufo - La Mucca lilla - Il Cuculo - Paolino
(con la partecipazione straordinaria dei Topolini Giò e Giù)
*Una folklorist...No? Un raccon... Neanche quello... Una favola...Ah si questa va bene. Una favola scritta da Paolino Elysium e da Genio Azzurro... Come chi sono? Boh forse su Wikipedia c'è qualcosa... Beh che fate? Su dai leggete no?*
Il sole si era appena arrampicato sopra le colline quando Paolino aprì gli occhi con un pensiero ingenuo, quasi poetico: forse, per una volta, la casa sarebbe stata tranquilla. Il mare respirava piano, il vento muoveva le foglie con delicatezza, e tutto sembrava promettere una giornata serena.
Poi arrivò il primo TUMP! dal giardino. Seguito da un CRASH! dal portico. E da un MOOOO! indignato che fece tremare i vetri.
Paolino sospirò. La pace era durata esattamente tre secondi.
Scese in cucina e trovò il Gufo Amministratore in piedi sul tavolo, gonfio come un pallone e con la sua penna d’oca per scrivere, spezzata in due. Aveva l’aria di chi ha subito un torto irreparabile.
«È un affronto personale.» dichiarò con voce grave. «Un attacco diretto al decoro della casa.»
Paolino guardò la penna bianca con la punta colorata di inchiostro verde, poi il gufo, poi di nuovo la penna. «Chi te l’ha rotta?»
Il gufo sollevò un’ala tremante e indicò la finestra, come se stesse denunciando un crimine di stato.
Fuori, nel giardino, il tasso correva in cerchio con qualcosa in bocca. Qualcosa di grosso. Qualcosa di familiare. Qualcosa che non avrebbe dovuto essere in bocca a un tasso.
La ciabatta sinistra di Paolino.
«RIDAMMELA!» urlò il Custode.
Il tasso si fermò un istante, con l’aria di un bambino colto sul fatto.
«Non è quello che sembra! È mia! L’ho trovata! Era sola! Aveva bisogno di me!»
E si infilò nella tana sotto il fico, lasciando dietro di sé una scia di terra e dignità perduta.
Dal tetto, il cuculo stava documentando tutto con la sua macchina fotografica dalla stampa istantanea, le cui foto uscivano in verde e giallo. Ogni tanto scattava una foto al cielo, ogni tanto alla sua stessa ala, ma era convinto di essere un reporter di fama mondiale.
«ATTENZIONE! ATTENZIONE!» gridava «Il tasso ha rubato un oggetto umano! Caso gravissimo! Sto facendo un servizio speciale!»
Paolino si massaggiò le tempie. Era troppo presto per tutto questo.
Dal prato arrivò la Mucca Lilla, con il suo foulard a pois e l’aria da signora che sa sempre tutto prima degli altri.
«Io non voglio dire niente…» disse, con tono che significava esattamente il contrario. «Ma il tasso ieri ha rubato anche la ciabatta destra. Così, per dire.»
Paolino chiuse gli occhi. Il gufo emise un verso tragico. Il cuculo urlò “SCUPONE!” come se avesse scoperto un complotto internazionale. E da sotto il fico si sentì la voce del tasso: «Non è vero! Forse!»
Il Custode si sedette sul gradino del portico, guardò il mare e respirò profondamente. «È solo mattina.» mormorò. «E già così.»
Il gufo annuì con aria da tragedia greca. La mucca lilla sospirò come una diva degli anni ’30. Il cuculo scattò altre foto inutili. E il tasso sbucò con entrambe le ciabatte in bocca, sorridendo come se avesse vinto un premio.
Così iniziò la giornata nella Casa dei Rompiscatole. E nessuno, proprio nessuno, era pronto a immaginare cosa sarebbe successo dopo.
Il pranzo si avvicinava come un’ombra inevitabile, e Paolino lo sentiva incombere addosso mentre attraversava la cucina con passo lento, quasi rassegnato. La casa, dopo il caos del mattino, sembrava respirare in un silenzio sospetto, quel tipo di quiete che non promette nulla di buono. Il mare, fuori, continuava a muoversi tranquillo, come se non avesse idea del disastro imminente.
Paolino aprì la dispensa con un gesto fiducioso, quasi affettuoso, come si apre la porta a un vecchio amico. E la dispensa rispose con un vuoto cosmico.
Niente pane. Niente pasta. Niente biscotti. Niente zucchero. Solo due briciole, un’etichetta storta e un topolino che lo guardava come se fosse stato colto in flagrante durante una festa non autorizzata.
Il topolino si sistemò il pelo, imbarazzato. Sembrava un impiegato colto a dormire sulla scrivania.
Paolino non disse nulla. Si limitò a fissarlo.
Il topolino cedette per primo. «Noi… stavamo riordinando.»
Dal fondo della dispensa, una vocina aggiunse: «Era tutto molto buono Giò.»
«Si si Giù...» rispose il topolino vicino a Paolino (la rima non è voluta).
Paolino chiuse lentamente lo sportello, come se stesse salutando un sogno infranto. Il suo stomaco fece un rumore che sembrava un lamento.
«Sto pensando se uccidere qualcuno o scapare in Andalusia.
» mormorò.
Fu allora che sentì dei passi. Passi piccoli, rapidi, entusiasti. Passi da… tasso.
Il tasso entrò in cucina con l’aria di chi ha appena vinto un premio importante. Aveva la bocca sporca di briciole e un sorriso che non prometteva nulla di rassicurante.
«Paolino!» annunciò, come se stesse per rivelare una scoperta scientifica. «Ho fatto una cosa!»
Paolino lo guardò con la stanchezza di un uomo che ha già visto troppo. «Ti prego… dimmi che non è commestibile.»
Il tasso, con un gesto teatrale, tirò fuori una pentola. Una pentola fumante. Una pentola che sembrava uscita da un rituale druidico.
Paolino fece un passo indietro. Il gufo, che era entrato in quel momento, si immobilizzò come una statua. La mucca lilla, affacciata alla finestra, si mise una zampa sulla bocca. Il cuculo, dal tetto, scattò una foto con la solennità di un paparazzo al Festival di Cannes.
«Ho cucinato io!» disse il tasso, gonfiando il petto.
Paolino sentì un brivido corrergli lungo la schiena. «Cosa… cos’hai cucinato?»
Il tasso sorrise come un bambino che mostra un disegno fatto con entusiasmo e zero proporzioni. «Una ricetta segreta. Si chiama: “Quello che ho trovato in giro.»
Paolino chiuse gli occhi. «In… In giro? E cosa hai trovato?»
Il tasso iniziò a elencare con orgoglio: «Un biscotto mezzo rotto, due foglie, un pezzo di corda, un guscio di noce, una cosa che forse era formaggio… e una sorpresa.»
Paolino aprì un occhio. «Che sorpresa?»
«Non lo so. L’ho messa senza guardare.»
La pentola fece un rumore. Un blop. Poi un blop-blop. Poi un PFFFT! che fece volare il coperchio fino al lampadario.
E dal vapore uscì… un profumo.
Un profumo buono. Buonissimo. Inspiegabilmente buono.
Paolino rimase immobile. Il gufo trattenne il fiato. La mucca lilla sospirò come una diva colpita da un colpo di scena attaccandosi alle tende della finestra come Sarah Bernhardt dei film muti. Il cuculo scattò una foto del vapore, convinto che fosse un fantasma.
Paolino prese un cucchiaio. Lo immerse lentamente. Assaggiò.
Il mondo si fermò.
Il mare smise di muoversi. Le colline trattennero il respiro. Persino il vento si appoggiò un attimo al davanzale per vedere cosa stesse succedendo.
Paolino posò il cucchiaio. Inspirò. E disse, con voce incredula:
«È… buonissimo.»
Il tasso esplose in un sorriso che gli arrivò fino alle orecchie. Il gufo svenne per lo shock. La mucca lilla dichiarò prima di svenire anche lei: «Io non voglio dire niente, ma questo è un miracolo.» Il cuculo urlò: «NOTIZIA DELL’ANNO!» e scattò altre venti foto.
Paolino guardò il tasso. «Da oggi… cucini tu.»
Il tasso si illuminò come un lampione di Natale. «Davvero?»
«Sì. Ma niente corde nella pentola.»
«Vedrò cosa posso fare.»
E così, contro ogni logica, contro ogni legge della cucina e contro ogni aspettativa del buon senso, il pranzo fu salvato.
La giornata era scivolata via come un bicchiere d’acqua rovesciato: in fretta, inaspettatamente, e lasciando dietro di sé una scia di piccoli disastri. Il sole stava calando dietro le colline, tingendo tutto di arancio e rosa, e la casa sembrava finalmente rallentare, come se anche lei avesse bisogno di sedersi un attimo e sospirare.
Paolino uscì sul portico con una tazza di qualcosa di caldo tra le mani. Il mare davanti a lui era calmo, quasi immobile, come se stesse ascoltando. E per un momento, davvero, sembrò che tutto fosse in pace.
Il gufo era appollaiato sul ramo più alto del fico, con l’aria di chi ha passato una giornata difficile ma vuole far finta di no. Ogni tanto si sistemava le piume, come se volesse recuperare un po’ di dignità dopo gli svenimenti multipli.
La mucca lilla era sdraiata nel prato, con il foulard a pois che si muoveva piano nel vento. Guardava il cielo come una diva malinconica, masticando l’erba con lentezza teatrale.
Il cuculo, sul tetto, stava sistemando le sue “foto” immaginarie, borbottando qualcosa su “archiviazione professionale” e “servizio speciale”.
E il tasso… beh, il tasso era seduto ai piedi del portico, con una grossa ghianda mezza mangiata tra le zampe. Ogni tanto la annusava, come se volesse assicurarsi che fosse ancora cibo vero e non un bottone travestito.
Paolino li guardò uno per uno. E, nonostante tutto, sorrise.
«È stata una giornata lunga,» disse piano, più a se stesso che agli altri.
Il tasso lo guardò con gli occhi lucidi di chi ha vissuto un’avventura. «Io ho imparato una cosa importante.»
Paolino sollevò un sopracciglio. «Davvero?»
«Sì. Che la corda non è cibo.»
«E neanche un bottone se è per quello.» Disse Paolino ridendo. Una risata vera, stanca e felice.
Il gufo, dall’alto, fece un verso approvante. La mucca lilla sospirò come una poetessa in cerca di una rima baciata. Il cuculo scattò una foto obliqua del tramonto, convinto che fosse un momento storico.
La luce si abbassò ancora, diventando blu, poi viola, poi quasi nera. La casa sembrava respirare piano, come un animale addormentato.
Paolino si alzò, stiracchiandosi. «Va bene, rompiscatole… è ora di dormire.»
Il tasso sbadigliò. Il gufo chiuse un occhio. La mucca lilla si accoccolò nell’erba. Il cuculo si infilò nel suo nido.
E uno alla volta, come stelle che si spengono piano, i rumori della casa si affievolirono.
Paolino entrò, chiuse la porta con un gesto lento e affettuoso, e sussurrò:
«Buonanotte, casa mia.»
Fuori, il mare continuò a respirare. Le colline si addormentarono del tutto. E la Casa dei Rompiscatole, per la prima volta da quando esisteva, sembrò davvero tranquilla.
Per qualche minuto.
La notte era scesa sulla casa con una lentezza quasi affettuosa, come se volesse coprire tutto con una coperta blu scuro. Il mare, poco distante, continuava a respirare piano, e le colline sembravano addormentate, immobili, serene. Paolino chiuse le ultime finestre, spense le luci una a una e si infilò sotto le coperte con un sospiro soddisfatto. Era stata una giornata lunga, piena di ciabatte rubate, pentole misteriose e miracoli culinari. Ora, finalmente, il silenzio.
Un silenzio così perfetto che sembrava quasi irreale.
Poi arrivò un rumore. Un rumore che non apparteneva alla notte, né al vento, né al mare.
Un scronch.
Paolino aprì un occhio. Il rumore tornò, più deciso, come se volesse farsi notare.
Scronch-scronch.
Paolino si tirò su lentamente, come un uomo che sa già che non gli piacerà ciò che troverà. Mise le pantofole — quelle di riserva per le vacanze, perché le altre erano ancora in ostaggio del tasso — e uscì nel corridoio. La casa era buia, ma quel rumore sembrava muoversi, spostarsi, avvicinarsi, allontanarsi, come un piccolo terremoto ambulante.
Seguì il suono fino alla cucina. Ogni passo era un “perché proprio a me”. Ogni ombra sembrava un sospetto.
Accese la luce.
E lo vide.
Il tasso era seduto sul tavolo, illuminato come un attore sul palco. Davanti a lui c’era una montagna di oggetti: tappi, mollette, un cucchiaio, un bottone, una conchiglia, un pezzo di corda, un guanto spaiato, un sasso lucido, una pallina di carta, e una cosa che sembrava un meteorite ma probabilmente era solo un pezzo di carbone.
E li stava… assaggiando. Uno per uno. Con la calma di un degustatore professionista.
Paolino rimase immobile. Il tasso lo guardò, con la bocca piena, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Ciao Paolino.»
Paolino inspirò. «Cosa stai facendo? Ma non eri a dormire?.»
«Mi era venuta in mente una cosa importante. Sto controllando.»
«Cosa.»
«Se sono buone queste cose.»
Paolino si sedette. Non per scelta: le gambe avevano deciso da sole.
Il gufo entrò nella stanza, pronto a lamentarsi del rumore, ma quando vide la scena si bloccò, fece un verso drammatico e svenne direttamente sul pavimento. La mucca lilla infilò la testa dalla finestra, con l’aria di chi ha già capito tutto e svenne pure lei. Il cuculo arrivò svolazzando, mezzo addormentato, e scattò una foto col flesh abbagliando persino un ragnetto appeso in un angolo del soffitto, come se fosse un paparazzo notturno.
Paolino guardò il tasso. «Perché non dormi?»
Il tasso si strinse nelle spalle. «Avevo fame.»
«E non potevi mangiare qualcosa di normale?»
Il tasso lo guardò con occhi sinceri, quasi teneri. «Ma io non so cosa è normale.»
Paolino si alzò, prese una mela dal cesto e la mise davanti a lui. «Questa è normale.»
Il tasso la osservò come se fosse un oggetto alieno. La annusò. La toccò con una zampa. Poi sorrise.
«È buona.»
Paolino annuì. «Sì. È cibo. Vero cibo.»
Il tasso guardò la mela, poi la montagna di oggetti. «Quindi… questi non sono cibo?»
«No.»
«Neanche la corda?»
«No.»
«Neanche il bottone?»
«No.»
«Neanche la conchiglia?»
«No.»
«Neanche il carbone?»
«NO.»
Il tasso sospirò, sconfitto. «Ok. Allora li rimetto a posto.»
Paolino sorrise. «Bravo.»
Il tasso aggiunse, con innocenza disarmante: «A domani.» e usci dalla finestra saltando sopra la testa della mucca che si era appena ripresa.
Paolino chiuse gli occhi. La mucca lilla sospirò. Il cuculo scattò un’altra foto. Il gufo, ancora svenuto, emise un verso tragico.
E così finì la notte dei rumori misteriosi. Con una mela, una montagna di oggetti, e un tasso che — forse — aveva imparato qualcosa. Forse.
EPILOGO - “E domani… ricomincia tutto”:
*La notte aveva avvolto la casa da tempo, come un mantello morbido, e per un momento sembrò che tutto fosse davvero fermo. Il mare respirava piano, le colline dormivano profonde, e persino il vento sembrava aver deciso di non disturbare nessuno. Dentro la casa, il silenzio era così raro e prezioso che Paolino quasi non osava muoversi per non romperlo ed anche per la paura di trovarsi di nuovo in cucina il tasso.
Si sedette sul bordo del letto, ascoltando quel respiro collettivo della casa: il gufo che russava piano sul suo ramo, la mucca lilla che mormorava qualcosa nel sonno, il cuculo che ogni tanto faceva “clic” come se scattasse foto anche nei sogni, e il tasso… beh, il tasso che masticava ancora la mela, molto lentamente, come se volesse prolungare quel sapore nuovo e rassicurante.*
Giampaolo Daccò Scaglione





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