mercoledì 21 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *IN QUELLA STRADA DI CITTA'*

“In una città che corre, ci sono incontri 

che fermano il tempo tra le ombre della sera"


*IN QUELLA STRADA DI CITTA'*

- D'improvviso la scelta di non stare nelle ombre della sera -

Lei era uscita da quella casa dove un tempo l’avevano vista felice, dove viveva con l’uomo che amava e che aveva sposato pochi anni prima. 

I loro due bambini erano in vacanza al mare dai nonni, per trascorrere l’autunno in un luogo tiepido e soleggiato, mentre Milano era immersa in una pioggia grigia e senza colore.

Non essendoci loro, non avrebbe dovuto rispondere a domande come: “Mamma, dove vai? Possiamo venire anche noi?” E non avrebbe dovuto inventare una bugia guardando i loro occhi vispi e delusi.

Era uscita dopo aver ascoltato per caso quella telefonata: suo marito e l’altra. Quella di cui non sapeva nulla, ma che da mesi scaldava i pomeriggi — e a volte le sere — di quell’uomo che ora le sembrava un estraneo. Lui parlava di impegni di lavoro, di colleghi, di progetti urgenti.

"Stupida. Stupida. stupida."

Come aveva potuto credergli? Come aveva fatto a essere così ingenua?

La nebbiolina umida scendeva su di lei, sul suo impermeabile chiaro, mentre si osservava nelle vetrine dei negozi in quella strada di città. 

Vedeva il suo volto triste, i lunghi capelli biondi che la facevano sembrare più giovane dei suoi ventotto anni. 

Sentiva le lacrime scendere lente sul viso. Che cosa avrebbe fatto ora? Perché aveva lasciato quel biglietto in cucina: “Esco per delle commissioni, torno presto”?

"Torno presto?" Non avrebbe dovuto tornare mai più in quella casa. Avrebbe dovuto prendere il primo treno e raggiungere i suoi cari. 

Questo pensava mentre, istintivamente, entrava in quel bar pasticceria di fronte a un palazzo importante. Si sedette in un angolo e ordinò un tè bollente: per scaldare se stessa, per scaldare la sua anima più che il corpo infreddolito.

Lui era uscito dal tribunale quel tardo pomeriggio. La sentenza era definitiva: avrebbe visto suo figlio solo tre giorni al mese. 

Lei — l’ex moglie, avida di denaro e di tutto ciò che lui possedeva — aveva colto l’occasione perfetta. 

Una debolezza, una sera, un rifugio tra le braccia di una collega anche lei in crisi. Lui, per onestà, aveva confessato. E lei aveva usato quella confessione come un’arma.

La freddezza dell’ex moglie l’aveva ferito per anni, ma lui l’aveva scambiata per carattere difficile. 

Invece lei aveva fatto bene i conti: casa, figlio, mantenimento sostanzioso. Tutto suo. Incurante degli occhi tristi del bambino di dieci anni che avrebbe voluto abbracciare suo padre.

Lui aveva guardato suo figlio con gli occhi lucidi dopo quella condanna immeritata. Lo avrebbe rivisto tra due settimane, con la presenza scomoda di un’assistente sociale.

Uscito da quelle aule austere, aveva telefonato ai suoi genitori. Li aveva sentiti disperarsi, ma ormai il destino aveva tessuto la sua tela.

Si ritrovò in quella via sotto una nebbiolina umida. Tirò su il bavero della giacca ed entrò in quel bar pasticceria quasi di fronte al tribunale. 

Si sedette vicino a una donna bionda dagli occhi tristi che sorseggiava, piangendo, una bevanda calda.

La sera era scesa. L’asfalto lucido rifletteva le insegne dei negozi. La città sembrava un formicaio: persone che correvano verso casa, tram che sferragliavano, auto che sfrecciavano.

Lui e lei uscirono insieme dopo aver scambiato qualche frase. Si erano guardati negli occhi, e in quello sguardo avevano visto se stessi. 

Non sapevano perché avevano deciso di camminare lungo quel viale alberato, dove nessuno li conosceva. Parlavano, raccontavano, si confidavano.

Lei si accorse che lui l’aveva accompagnata quasi fin sotto casa. Era un bell’uomo, dagli occhi azzurri e sinceri, dal sorriso caldo e buono. Le aveva fatto battere il cuore mentre le porgeva la mano per salutarla.

Lui la guardava intensamente, provando una tenerezza incredibile per quel volto dolce e limpido. Le strinse la mano e si allontanò, per soffocare la voglia di baciarla.

Poi si fermò. Si voltò. Corse verso di lei. La raggiunse mentre lei camminava piano, poco più avanti.

La chiamò quasi urlando. Lei si voltò di scatto. 

Lui le mise nelle mani il suo numero di telefono e le baciò il dorso della mano come un cavaliere antico. 

Lei arrossì, sorrise, e per la prima volta da ore si sentì sicura. Lo avrebbe chiamato. E poi il destino avrebbe deciso.

Le campane di una chiesa vicina annunciarono l’inizio della messa. La statua sul campanile sembrava osservare le due figure che si allontanavano, mentre una leggera foschia scendeva su quella via di città.

“Due cuori feriti possono riconoscersi prima ancora di capirsi.”

Giampaolo Daccò Scaglione


lunedì 19 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *SOTTO LA PIOGGIA... FINE DI UN AMORE*

"Camminare tra le OMBRE di questa città seppur grande, potrebbe farci incontrare ancora una volta in qualche nostra via o luogo, con qualcun altro al nostro fianco. MILANO così, potrebbe ferire il nostro cuore e saranno difficili le SCELTE per non vedersi più."


*SOTTO LA PIOGGIA... FINE DI UN AMORE*

Milano, Dicembre 1978.

La pioggia battente, scendeva come cascate attorno a noi fermi in auto, in un parcheggio di fianco a dei giardini, passanti velocemente allungavano il passo verso una fermata della metropolitana poco più avanti. 

Osservavo le luci abbaglianti delle auto che sfrecciavano accanto a noi, le ruote spruzzavano acqua sporca dalla strada sui marciapiedi a fianco. 

Ascoltavo una canzone alla radio "Prendila così" di Lucio Battisti, sembrava che le parole della canzone stessero raccontando quello che stavamo vivendo in quel momento. 

Davanti a noi un'altra vettura e dentro una coppia. 

Eravamo fermi dietro a questa ed aspettavamo Luigi che si trovava su quell'auto insieme ad una figura dai capelli lunghi e biondi, la macchina della donna con cui usciva già da un paio di anni. 

Quella sera, dopo travagliati giorni di discussioni, avevano deciso di lasciarsi mentre, ironia della sorte, nella nostra macchina attendavamo che lui ci raggiungesse, dalla radio irruppe questa canzone: stessa storia, stesse parole, il loro amore. 

Gli altri due amici seduti dietro, stavano parlando di sport mentre io guardavo quelle teste nell'auto davanti che si muovevano e mani che gesticolavano, probabilmente discutevano sulla decisione di porre fine alla loro storia. 

Un colpo di clacson di un autobus che passava a fianco, mi aveva quasi fatto spaventare ed in quell'attimo Luigi era sceso dall'altra macchina quasi sbattendo la portiera e velocemente era entrato nella sua mettendosi al posto di guida. 

Fradicio ed arrabbiato, le gocce d'acqua scendevano sul volto ma forse erano lacrime. 

Noi tre ci eravamo subito zittiti, aspettavamo una sua parola, ne i due dietro ne io volevamo iniziare qualcosa che forse poteva dargli fastidio. 

L' altra macchina in pochi secondi era scomparsa con una sgommata rabbiosa, dietro ad una via laterale, guardavo il viso di Luigi era pallido e tirato, il silenzio caduto tra di noi era quasi imbarazzante. 

"E' finita davvero questa volta." aveva detto guardando la pioggia battente che cadeva sul vetro.

Lo avevo osservato con la coda degli occhi, i suoi erano lucidi di pianto, la sua voce era roca, spezzata dal dolore e non convinta di ciò che stava dicendo a noi. 

"Penso proprio che non poteva andare avanti così ancora per molto... Troppe differenze...". 

"Già..." gli risposi poco convinto anche io. 

Ventitré anni lui e trentotto lei con due figli adolescenti. Ovvio che non poteva durare. 

Aveva messo in moto la sua auto, mi aspettavo un gesto rabbioso ed invece con attenzione era uscito dal parcheggio e piano aveva guidato l'auto fino alle vie periferiche della città. 

Mentre eravamo quasi vicino all'autostrada, immersi nelle luci arancioni e fioche dall'umidità che saliva dall'asfalto, la pioggia aveva quasi smesso di cadere dal cielo solo Luigi ed io eravamo rimasti in silenzio. 

Marco e Massimo dietro di noi, avevano iniziato a parlare fittamente e sottovoce nuovamente di sport non appena avevamo lasciato alle spalle Piazzale Corvetto. 

Luigi pur attento alla strada sembrava assorto e pallido, col viso teso ed immerso nel suo dolore, nei suoi pensieri, cercavo di immaginare cosa si erano detti in auto. 

Lui con gli occhi lucidi ed il volto da adulto nonostante l'età e lei, bellissima, bionda, occhi verdi con una luce decisa e ferma nello sguardo e la voce che cercava di essere più fredda possibile.

Ero sicuro che lei avesse trovato tutte le scuse plausibili, concrete e determinate per date un taglio a quella storia sbagliata, mentre lui con voce meno decisa avrebbe detto ogni cosa pur di riaverla al suo fianco.

Guardavo i rigagnoli umidi scendere dal finestrino di lato, intanto una nebbiolina stava salendo sempre di più attorno a noi nel buio dell'autostrada mentre la mia mente ripensava alla sua storia che, in un certo senso, avevo vissuta fin dall'inizio, quando con Luigi eravamo entrati in quella galleria d'arte del centro di Milano ed avevamo conosciuto lei e una sua amica pittrice, mentre commentavano un'opera di un artista famoso. 

Era iniziata poi una storia, una storia così uguale a tante altre destinate a finire non per mancanza d'amore ma, quasi sempre, per non rischiare di rompere quell'equilibrio ipocrita che gli altri pretendono da noi oppure per vigliaccheria e paura di dare una svolta alla propria vita cercando un'altra felicità. 

Ma anche per un senso del dovere inutile e dannoso e peggio ancora, perché i troppi anni di diversità avrebbero causato malelingue e dita puntate contro e questo non era una cosa bella vista dagli altri. 

Ma che importa il giudizio degli altri? 

Prendersi una responsabilità così grande ci vuole coraggio a costo di perdere i propri figli, il rispetto dei genitori e parenti, a costo di trovarsi soli ed affrontare ogni conseguenza, ma per amore si dovrebbe fare. 

Ma quanti ne hanno il coraggio? 

Non importa quanto si potrà soffrire ma non si deve "farlo", soprattutto per gli altri. 

Che tristezza infinita. 

La nostra auto uscendo dal casello dell'autostrada si era immersa nella campagna nebbiosa tra le luci bianche delle vetture che ci venivano incontro e dei lampioni quasi trasformati come alti e grigiastri fantasmi dalla bruma e dal buio. 

Luigi con i suoi pensieri pieni di dolore ed amore, era deciso a cambiare pagina mentre pensava ancora a lei, lei che in questo momento poteva essere a casa sua ripensando ad una felicità che non era più sua.

“Non sempre un amore finisce: a volte si arrende. E il dolore più grande è capire che sarebbe bastato un po’ più di coraggio.”

Giampaolo Daccò.

 

sabato 17 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *MATISSE, GAUGUIN, MONET*

 "A volte la vita di pone delle scelte ma quel giorno a Milano, la città ha *scelto* una storia vissuta da tre amici che potrebbe sembrare una comica di Stanlio e Ollio, o di Jerry Lewis e Dean Martin, ma - giuro - è tutto vero."



*MATISSE, GAUGUIN, MONET*

"L'arte non è una scelta ma può essere bellezza, armonia ed anche comicità"


Estate 1979, Milano.

Una mostra imperdibile di grandi maestri della pittura, la fine del Liceo Artistico, la voglia di dimostrare ciò che avevamo imparato. Un giugno soleggiato, caldo, profumato di fiori ai balconi, e migliaia di persone che affollavano il centro della metropoli.

E poi c’eravamo noi: Giambattista, Giampaolo e Giampietro. Tutto vero. E, per favore, non ridete: uno coi capelli rossi, uno biondo e uno scurissimo. E tutti con la M al posto della N nel nome.

Sì, ci prendevano in giro spesso. Quando entravamo a scuola o giravamo per la città, si sentivano risatine e le solite frasi:

“Oh guarda, passa la pubblicità di United Colors of Benetton!” 

“Moschino ha liberato i suoi modelli!”

E, onestamente, Giampietro ci metteva del suo: bravissimo pittore, ma incapace di abbinare i colori dei vestiti. Con lui era sempre Carnevale, in qualsiasi mese dell’anno.

In quei giorni a Milano c’era una grande mostra dedicata ai pittori stranieri. Avevamo fatto il diavolo a quattro per andarci, e quel sabato mattina eravamo già davanti al portone del palazzo dell’esposizione.

Eravamo eccitati, felici, emozionati. E anche osservati.

Gli occhi della gente cadevano sulla maglietta rosso-verde-gialla di Giampietro, sui miei capelli biondi lunghi fino alle spalle, sugli orecchini di ematite di Giambattista che risaltavano sul rosso fuoco dei suoi capelli.

Dietro di noi, le solite ragazzine sceme:

 “Hanno aperto le gabbie.” 

“Il circo Orfei è arrivato in città.” 

“Ma i loro genitori li fanno uscire così?”

 “Cos’è, la fiera di Sinigallia?”

Finché una voce squillante ci raggiunse alle spalle.

“Oh, c’è la pubblicità di U.C. of B.!”

Era la professoressa Mafessoni. Ci abbracciò ridendo.

“I miei studenti più bizzarri! Mi spiace che non sarete più nella mia classe…” 

E giù venti minuti di bla bla bla.

Finalmente entrammo nei saloni della mostra. Dipinti incredibili, colori che sembravano respirare, emozioni che ci esplodevano negli occhi.

Ognuno di noi aveva il suo preferito: Giambattista amava Matisse, Giampietro adorava Gauguin, io oscillavo tra Monet, Rubens e Klimt.

Dopo due ore di ohhh, ahhh, wow, mamma mia, uscimmo accaldati e affamati. Ci rifugiammo in una paninoteca vicino al Duomo, seduti all’aperto tra vasi di fiori e turisti.

“No senti Giampy, Matisse ha quel qualcosa… sembra quasi…

“Un cartone animato!” rise Giampietro. 

“Vuoi mettere Gauguin? Mari lontani, palme, colori…”

“Sì, e scimmie che ti tirano banane in testa!” sbottò Giambattista.

“Perché banane e non noci di cocco?” 

“Troppo molli per la tua testa, carotina!”

Vidi Giambattista guardare il bicchiere pieno di aranciata. Era pronto a lanciarlo.

“Stop! Calma!” intervenni. 

“Gauguin è sognante e malinconico come te Giamper,

 Matisse è vivace e imprevedibile come te, Giamba. 

Io amo Monet, Rubens, Klimt…”

“Come sei tu: un miscuglio di roba!” risero insieme.

Stavo per rispondere quando una voce maschile profonda arrivò alle nostre spalle.

“Biondino, dovresti iscriverti a psicologia. Hai talento per mettere pace.”

Ci voltammo. Un uomo bellissimo, sui quarant’anni, occhi azzurri, ciuffo sulla fronte, abito blu. E accanto a lui, la professoressa Mafessoni piegata in due dalle risate.

Era suo marito. Il famoso “Adone” di cui parlavano le compagne di scuola. Professore di psicologia.

E aveva appena fatto un complimento a me.

“Caro, ti presento i miei tre studenti più… vivaci.”

“Cosa farete dopo il liceo?” chiese lui.

Giamba rispose subito: “Architettura.”

Giamper: “Anch’io, ma come docente universitario.”

Poi toccò a me. Mi fissarono tutti. Arrossii come una damigella del 1700.

“Interior designer… mi piace arredare case e giardini.”

La prof sorrise: “È molto bravo.”

Il marito la guardò, poi guardò me.

“Io negli occhi del biondino vedo altro. Psicologia, Giampaolo. Pensaci.”

Se ne andarono mano nella mano, bellissimi.

Li guardammo sparire tra la folla. La Mafessoni: la migliore insegnante che avessimo mai avuto.

Poi, purtroppo, Giamper aprì bocca.

“Hey professor Daccò! Il mio cane Bubu ha problemi di autostima, che mi dici?”

“Che gli hai dato un nome scemo e si vergogna!” rispose Giamba.

E ricominciarono. Io pagai il conto, li guardai litigare, e scoppiando a ridere gridai:

“Aspettatemiiii!”

 Morale finale:

“Eravamo tre colori diversi, tre stili diversi, tre futuri diversi. La giovinezza è questo: litigare per Matisse, ridere per Gauguin, sognare con Monet. E senza saperlo, in quel giugno del ’79, eravamo già un quadro perfetto.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

giovedì 15 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *AVREI DOVUTO ACCOMPAGNARTI A CASA QUELLA SERA*

"Il destino, spesso, ti porta a fare *scelte* impreviste come cambiare strada all'ultimo momento e mette in moto qualcosa che noi chiamiamo coincidenza. E' lui che si diverte a fare *scelte* che pensiamo di aver fatto noi, dandoci la possibilità di cambiare qualcosa in sospeso, non ancora finito o ricominciare."


*AVREI DOVUTO ACCOMPAGNARTI A CASA QUELLA SERA*

"Milano, le Scelte. Un incontro imprevisto 
che nasconde una scelta fatta inconsciamente"

Il tramonto scende sulla grande città. Nella via piena di negozi, luci e vetrine colorate, le persone passeggiano incuriosite, attratte dalle cose esposte. 

Le aiuole si tingono di rosso, e gli ultimi raggi del sole, ormai scomparso tra i palazzi, fanno capolino nelle strade, seguendo quella scia cremisi che, con l’accensione dei lampioni, diventerà un blu violaceo. 

Un blu che, con le sue ombre, inghiottirà il chiarore delle ore precedenti.

Loris, ormai cinquantenne, fisico scolpito dalla palestra, esce da un negozio con due borse piene di abiti sportivi. Si ferma un attimo a guardare l’ora. Sta per chiamare un taxi, quando — come per incanto — davanti a lui compare Roberto. 

Quasi quindici anni dopo.

Roberto, appena quarantenne, elegante in giacca e cravatta che nascondono un fisico asciutto da modello. Il ciuffo sulla fronte si sposta con un gesto rapido della mano. I suoi occhi si allargano. Fissa Loris. Incredulo. Immobilizzato.

I loro sguardi si incrociano. I loro sorrisi diventano un arcobaleno in un giorno di pioggia. E subito, un abbraccio.

Un abbraccio che sa di un tempo lontano. Quando Loris aveva avuto paura dell’età di Roberto: diciotto contro trenta. Troppi, forse. Troppo forte l’amore che provava per lui. 

La paura gli aveva tolto fiducia e serenità, trasformando quel possibile amore in un affetto da fratello maggiore verso un fratello minore.

Non aveva mai saputo come Roberto avesse vissuto il suo allontanamento. Quel ragazzino biondo dagli occhi grigi e tristi che lo aveva visto andare via dopo una carezza sul volto. 

Non si erano lasciati male, ma dentro entrambi era rimasto un rimpianto enorme. E il sogno - mai detto - di ritrovarsi un giorno. Chissà.

 - Non posso credere che sei davvero tu, dopo tutto questo tempo. -

Hai ancora l’aspetto di una volta… non sei cambiato affatto. -

E tu? Cosa hai combinato nella vita? Chissà chi sarai diventato… -

Ho avuto un discreto successo. E tu? Non vuoi dirmi cosa hai fatto mentre io non c’ero più nella tua vita? -

Le auto sfrecciano nel viale. Le persone camminano veloci. E loro due, come sospesi, si ritrovano seduti a un tavolino di un bar alla moda, con davanti due caffè profumati.

Se hai tempo… e se vuoi, parliamo un po’. -

E allora, dentro Loris, una musica lontana si riaccende. Una memoria che non ha mai smesso di pulsare.

*Ero così perso in quel momento. Polvere sulla pista da ballo. Luci accecanti. Baci e abbracci tra la folla. I piedi che si muovevano ricordando noi due, vicini nell’oscurità. La musica era un brivido, una magia nel buio. E lì ho perso l’occasione di farti mio. Di stringerti. Di restare nei tuoi occhi. La musica continuava, e io non ho osato. Adesso lo comprendo. Ora capisco il mio sbaglio.*

Quella sera… quando ti ho detto addio… avrei dovuto accompagnarti fino a casa. -

Sì. Avresti dovuto farlo. -

Eppure mi sembrava giusto non farlo, anche se… ti amavo. -

Non mi hai mai lasciato da quella notte. Almeno… non nel mio cuore. -

-  Anche allora ho provato a dirti addio. Ma certe cose restano con te per tutta la vita. -

Lo so. Restano per tutta la vita. -

Ora camminano insieme, in una via laterale piena di alberi e locali chiusi. Sono vicini. Le braccia si sfiorano. Si fermano. Si guardano ancora una volta negli occhi.

Le luci dei lampioni dipingono il tuo viso, Roberto. -

È tardi, Loris. Spero di vederti ancora. Presto. -

Forse… se tu lo vorrai. Angelo dagli occhi di cielo. -

Roberto sorride appena. Un sorriso che non è un addio. Un sorriso che promette un ritorno lasciando nella mano di Loris un foglietto con un numero di cellulare.

Poi si volta, attraversa la strada, e si allontana. Le luci dei lampioni lo seguono come una scia dorata. Loris resta fermo, immobile, con il cuore che batte come quella musica lontana di tanti anni prima.

E mentre Roberto scompare dietro l’angolo, Milano - la Milano delle scelte mancate e ritrovate  - sembra sospirare con loro.

 “Il tempo non restituisce ciò che abbiamo perso. Ma alcune strade, a Milano, sanno aspettare. E quando le percorri di nuovo, ti accorgi che certe scelte non finiscono: restano lì, in silenzio, pronte a guardarti negli occhi.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

 

martedì 13 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *UN POSTO INCANTATO*

"Ogni bambino porta con sé un posto incantato: 

un rifugio dove la fantasia diventa realtà."



(Milano, la sua ombra oggi è luminosa, qualcosa di invisibile e magico, un racconto vissuto per metà vero e per metà di fantasia, o forse no?)

*UN POSTO INCANTATO*

"La porta dell’infanzia e della fantasia"

«Ma dove sta correndo il piccolo, Angela?» La nonna guardava il nipotino con la giacca a vento azzurra e i pantaloni scozzesi correre verso il ponte sopra il laghetto ghiacciato del Parco Indro Montanelli.

«Mamma, non ti preoccupare» rispose Angela sorridente. «Sta andando al suo posto incantato.»

«Posto incantato? Quel bambino finirà chissà dove… ha sempre la testa tra le nuvole, sogna troppo.»

Angela conosceva bene sua madre: donna pratica e seriosa, ma con un cuore pieno d’amore. Sapeva che adorava quella creatura nata “per caso”, un bambino pieno di fantasia che spesso recitava da solo film immaginari nella sua cameretta o nell’orto dietro casa.

«Il suo posto magico è proprio al di là del ponticello, vicino a un albero dove quest’estate aveva visto le lucciole. Da allora è diventato il suo rifugio di magia.»

La nonna ricordò con un brivido la volta in cui il piccolo era sparito per due ore tra i cespugli della vicina, insieme a una nidiata di micetti. Angela rise al ricordo, nonostante la paura di allora.

«Però a cinque anni è già un ometto… non fa capricci.» 

«Verissimo, ma chiacchiera peggio della Bettina!»

Le due donne scoppiarono a ridere pensando alla vicina quasi centenaria che non stava mai zitta e sosteneva che il comune le avesse “tolto dieci anni” rifacendole i documenti.

Intanto il piccolo si era seduto sotto l’abete, furbo: aveva messo lo zainetto per terra e ci si era seduto sopra. L’albero ghiacciato brillava come stelle sotto la luce del sole.

«Io mi chiamo Paolo, ma tutti dicono Paolino e a me non piace… Sai che il mio nome vero è Giampaolo? Oh, sei un folletto dotto come il nano di Biancaneve? Wow che bello!»

Le due donne lo osservavano divertite, mentre lui continuava a inventare storie di elfi e fate.

Il sole illuminava un ghiacciolo, trasformandolo in stelline di ghiaccio. Paolo rideva: «Forse una fata ha fatto una magia… Come dici? È Stellina, una piccola elfa della neve? Ma davvero? Vive su quell’albero e ha ventimila anni? Mi sa che dici più bugie di Pinocchio!»

Quando la mamma lo chiamò per il pranzo, il bambino salutò il suo amico invisibile: «Ci vediamo stasera, Paolino Piccolino!»

La mamma e la nonna risero, ma Paolo pensava tra sé: «Non sanno che Paolino Piccolino sono io. È un gioco, come un film. Da grande voglio scrivere favole con gnomi e folletti… ma non userò quel nome, troppo sciocco.»

«Allora, Paolino, con chi parlavi sotto l’albero?» 

«Non è solo un albero, nonna, è il mio posto magico… C’era un folletto bugiardo e simpatico.»

La nonna guardò preoccupata la figlia, che le sorrise mormorando: «È il suo gioco, stacci anche tu…»

«Ah sì? Davvero?» 

«Sì sì, vestito di blu e non di verde come gli altri, perché aveva paura di essere schiacciato come l’erba, ahahah! Poi c’era una piccola elfa che io pensavo fosse una fata. Aveva creato stelline di ghiaccio colorate e si chiama Stellina. Ma il folletto parlava, parlava… e non potevo dire niente a lei.» 

«Allora parla più di te!» rise la nonna.

Arrivati a casa, il bambino già pregustava le lasagne al forno.

Fuori, dalle finestre sul viale, sette piccoli esseri osservavano: cinque folletti e due gnomi.

«Ssshhht, Fiocchetto, fai piano!» 

«Ma siamo quasi invisibili!» 

«Davvero quel bambino parlava con Piccolino?» chiese Biancospino. 

«Sì, ma non lo vedeva… e Piccolino non capiva perché.»

Risate, battute, e infine la decisione: «Troppa luce e troppa gente. Torneremo stanotte, quando tutti dormono.»

Un cane al guinzaglio li vide allontanarsi verso il parco, ma tacque: anche i cani sanno che certe visioni non si raccontano. E così, i sette piccoli amici scomparvero nel buio, in attesa della notte.

 "I folletti e gli gnomi sono tornati nel parco, ma il bambino li ha già accolti nel cuore. Così la solitudine si trasforma in fiaba, e il gioco diventa memoria."

Giampaolo Daccò Scaglione

 


sabato 10 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *SETTE NOTTI CON TE*

 “Sette notti, sette sogni. Un patto segreto, senza domande. 

Solo corpi, solo silenzi, prima che la vita torni a reclamare.”


SETTE NOTTI CON TE


*Milano, la Scelta di lasciarsi andare alla passione, la scelta di non pensare a nulla, ne al domani. Ne a chi ci aspetta da qualche parte del mondo. Siamo solo noi due qui.*

“Sette notti, sette stelle. Un segreto inciso nel cielo, che la vita non cancella.”

Prima notte

Ci eravamo incontrati al bar dell’aeroporto e subito era arrivato il colpo di fulmine: i miei occhi nei tuoi e tutto era scomparso. I corpi accesi dal desiderio, le nostre bocche avevano suggellato, su quel taxi in corsa verso Milano, un piccolo patto d’amore. Solo il nome e l’età, nient’altro. Non volevamo sapere di più. Avevamo sette giorni di tempo e poi ognuno per la sua strada: Londra la tua, Barcellona la mia. La prima notte fu dolce, romantica, quasi un sogno. La luna piena faceva brillare di blu i nostri corpi nudi avvinghiati in una passione travolgente. Con gli occhi chiusi, sentivo il profumo di gardenia provenire dalle finestre aperte.

Seconda notte

Passione, giochi erotici che accendevano sempre di più i sensi e la voglia di appartenersi. Nessuna parola d’amore, ma sospiri e gemiti completavano quel desiderio senza limiti. Più tardi, nel buio, osservavo lui. Aveva gli occhi aperti. Mi domandavo a cosa pensasse. Fingendo di dormire, sentii il suo sguardo su di me: mi sfiorò la guancia sorridendo, spostandomi una ciocca di capelli.

Terza notte

Non fu il letto il luogo della nostra passione, ma un tappeto soffice di quel residence di lusso nel centro di Milano. Gioia e sesso sfrenato, quasi animalesco. Le finestre aperte, il vento tiepido faceva svolazzare le tende candide. Le sue mani forti stringevano il mio corpo con violenza e dolcezza. Tremava su di me, mordendomi le labbra. All’alba ci svegliammo insieme: la luce rosa penetrava nella camera, il suo sorriso fu il mio buongiorno.

Quarta notte

Tornati tardi dalla cena, la fretta di stare soli ci spinse quasi a correre nel nostro rifugio. Spogliati nudi, lasciammo i vestiti per terra ed entrammo nella doccia. Tra vapori e profumi, l’amore e il sesso furono sublimi. L’acqua calda gocciolava nelle nostre bocche avvinghiate. Ancora bagnati, ci trovammo sugli asciugamani morbidi per terra. Il gioco sembrava infinito, poi la stanchezza ci vinse. Ci addormentammo esausti, finché il sole splendente ci trovò al mattino.

Quinta notte

Luci rosse e blu nella camera, il letto disfatto. Giochi strani, mai pensati prima. Schiavi e padroni dei nostri corpi, scoprendo sensazioni nuove. Lacci neri ai polsi e ai piedi, corde alla spalliera del letto. Tutto ciò che si poteva e si desiderava fu fatto in quelle ore sublimi. Nel cuore della notte, abbracciati felici, dentro di me un nodo iniziava a farsi sentire: sensi di colpa mescolati al piacere.

Sesta notte

Fu come la prima. Restava la passione, la sensualità. Le carezze dolci di lui e i miei baci appassionati celavano il pensiero che fosse la penultima notte. Conoscevamo i nostri desideri sessuali, ma non quelli privati. Mi prese come non mai, in un vortice di baci e tenerezza. Più tardi, non riuscendo a dormire, lo guardai. Aveva gli occhi aperti. Questa volta non finsi: lasciai che mi baciasse e accarezzasse il viso. Ci addormentammo stretti.

Settima notte

Diversa dalle altre. Sul terrazzo, distesi sul divano tra fiori e profumi della notte. Migliaia di stelle brillavano, la luna falce all’orizzonte. Tra piccoli baci e carezze, ci raccontammo sogni da bambini, mai le nostre vite attuali. Sembrava un accordo: darsi senza svelare segreti. Per un attimo stavo per dire qualcosa, lui mi baciò per non sentire. Forse fu meglio così. Cullati dall’abbraccio, iniziai a cantare una melodia interrotta da Morfeo. Ci svegliammo all’alba al suono di una sirena. Era stata l’ultima notte.

Aeroporto di Malpensa, ore quindici

I nostri aerei avevano lo stesso orario. Dopo il check-in, bevemmo un caffè insieme, l’ultimo. Avremmo voluto darci un appuntamento, ma qualcosa ci fermò. Forse il caso ci farà reincontrare un giorno, o forse resteremo perduti nei meandri delle nostre vite. Dopo l’abbraccio ci voltammo istintivamente: i nostri occhi si fissarono ancora. Le labbra si sfiorarono in un bacio nascosto. Poi ognuno prese la sua strada.

Barcellona

Dietro le vetrate dell’uscita, i volti dei miei figli. Una fitta di vergogna e colpa nel cuore, mentre mi salutavano festosi accanto a mia madre. Cacciai quel pensiero e corsi tra le loro braccia.

Londra – Oxterley

Il taxi lo portò davanti alla casa vittoriana. Il giardiniere corse ad aprire il cancello. Nella mente di lui, il mio volto. Ma dal portone uscì la sua famiglia. Il sogno erotico era lontano. La solita vita tornava a reclamare il futuro. Chissà se un giorno ci saranno altre sette notti diverse.

“Ci siamo persi tra aeroporti e città, ma il ricordo resta inciso. Sette notti con te, un amore che non ha nome.”

 Giampaolo Daccò Scaglione

 


giovedì 8 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *L'ATTESA IN UN MATTINO D'INVERNO*

 "In questo giorno freddo d'inverno non ci sono scelte e solo l'ombra di Milano è un'attesa che forse non durerà molto, ma che farà luce su ciò che è nascosto negli animi delle persone. Oppure questo giorno le contiene tutt'e due: ombra e scelta, ma sicuramente è l'attesa che farà chiarezza nel cuore"


*L'ATTESA IN UN MATTINO D'INVERNO*

"Ogni attesa è una speranza: ciò che sembra promessa può rivelarsi inganno, ma resta memoria."

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

È già passato un anno da quella sera. 

Un bacio dato in fretta sotto al portone…*

Non so perché sto canticchiando questa canzone del grande Gaber, ma mi è frullata in testa questa mattina e non riesco a toglierla dalla mente. Forse è anche perché sto aspettando lui, qui davanti a quell’arco illuminato dai lampioni, in questa mattina ancora buia, mentre la poca neve rimasta dopo la pioggia fa da bagliore insieme alle luci di Natale nelle strade.

Lui, Maurizio: alto, occhi verdi dalle ciglia folte, sorriso limpido incorniciato da una barba rossiccia e morbida. Lui, incontrato in quel famoso magazzino in Piazza del Duomo poche settimane prima: fu colpo di fulmine, mentre le nostre mani finirono sulla stessa cravatta di seta blu, appoggiata su un banco.

La frase fu detta all’unisono: «Ops, mi scusi, non volevo…»

Scoppiammo a ridere e subito ci intendemmo. Inutile dire che acquistammo due cravatte uguali e che, dopo qualche chiacchiera sulla moda, finimmo al bar sulla terrazza del grande magazzino per una cioccolata con panna. Stessi gusti di cibo e abbigliamento.

«Piacere, Maurizio.» 

«Piacere, Roberto.» 

«Sei di Milano, Roberto?» 

«Sì, zona Brera. E tu?» 

«Crocetta… praticamente tutti e due del centro.»

Ci sorridemmo. Io diventai rosso, mentre lui mi guardava fisso negli occhi. Poi mi sfiorò la mano proprio mentre arrivava il cameriere con le cioccolate calde e le fette di torta. Non sapevo cosa dire, mi sentivo in imbarazzo.

«Architetto? Designer?» 

«Perché mi chiedi questo, Maurizio?» 

«Per una semplice banalità: abiti in Brera.» 

«Ahahah… Non tutti quelli di Brera sono architetti o artisti.» 

«No?» 

«Sono violinista alla Scala da un paio d’anni.» 

«Ah però… Complimenti, Roberto. Anni?» 

«Mmm, quante domande…» (avevo riso). «Ne ho 27.» 

«Tu non fai troppe domande, vedo… Io sono architetto, ho 34 anni.» 

«Sei un uomo pieno di sorprese… Non me lo aspettavo. Avrei pensato che tu fossi… Architetto?»

Oltre alle risate, avevamo passato un bel pomeriggio insieme. Da quel giorno era nata una storia. Una storia che, con le settimane a venire, aveva preso piede sempre di più.

Avevo intuito che lui nascondesse qualcosa, ma quando mi fece conoscere sua madre — una donna bella e simpatica, di larghe vedute — mi tranquillizzai. Il suo lavoro veniva prima di tutto. Mi spiaceva che fossero poche le notti in cui dormivamo insieme, ma andava bene così.

Era passato novembre, con le feste di Sant’Ambrogio e dell’Immacolata. Natale era alle porte. Tre giorni fa mi aveva detto:

«Roberto, noi dobbiamo parlare… del futuro, del nostro futuro e posizione.»

(Posizione? Avevo pensato.) 

«Oh sì, certo. Sono quasi otto settimane che ci frequentiamo.»

«Sì, davvero… sono già otto?» 

«Beh, quasi… tra tre giorni.»

«Già…» (la sua voce mi sembrava strana). «E che ne diresti di parlarne tra tre giorni? Ho il sabato mattina libero, però dalle nove in poi…»

«Perfetto, sono liberissimo anch’io, Maurizio. Ci vediamo magari al solito posto?» 

«Preferirei in zona Porta Romana. Poi ho un paio di commissioni da sbrigare e farei tardi… Ti dispiace?» 

«No, assolutamente. Vuoi che ci si veda alle nove davanti all’arco, vicino alla fermata del tram?» 

«Ottima scelta, Roberto. Un bacio. Scappo, ci sentiamo stasera e ci vediamo sabato mattina.»

Click.

Telefonata chiusa ed eccitazione da parte mia. Avevo immaginato chissà quali proposte: magari, se non una convivenza, almeno una dichiarazione definita. “Vorresti fidanzarti ufficialmente con me?” Oppure: “Proviamo una convivenza di almeno tre giorni nei fine settimana…” Chissà.

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

Un anno è lungo da passare. 

D’amore non si muore, sarà anche vero… 

Ma quando ci sei dentro, non sai che fare.*

Accidenti a me e alla fretta. Sono venuto qui all’alba, sono le sette e cinquanta e ho più di un’ora di attesa. Maurizio mi ha fatto proprio perdere la testa. Ma sì, andiamoci a bere qualcosa di caldo in quel bar carino di viale Monte Nero, ho i piedi intirizziti…

Svolto l’angolo, attraverso i binari del tram e vedo un’auto. La sua auto: colore, targa, porta sci, l’atlante stradale sul retro dei sedili. Dentro qualcuno.

Non so perché mi fermo a due passi, fingendo di guardare le vetrine addobbate di un negozio. Scende una bella donna bionda incinta e due bambini con una signora anziana.

«Mamma, ti prego, facciamo in fretta! Devo lasciare l’auto a Maurizio, ha quegli impegni stamattina… Tieni il piccolo Luca.» 

«Cara, faccio quello che posso. Giada, stai attenta, sei al settimo mese… Non camminare così in fretta, potresti…» 

«Mamma, non ti preoccupare. Marco mi aiuta con la borsa.» (Lei, bellissima, guarda il figlio maggiore con amore, toccandosi la pancia.) «Faremo in fretta.» 

«Maurizio è un santo con voi… Ahahah, meglio di lui non potevi trovare. Un marito così premuroso e amorevole, tesoro…»

Sono fermo davanti a loro. Non riesco più a sentire le voci mentre si allontanano. Entrano in un portone poco più avanti. Mi assale una nausea tremenda.

Sento freddo e il viso in fiamme. Molte parole si affacciano alla mia mente, troppe per darne un significato: Maurizio. Mamma ti prego. Marco e Luca e nonna. Giada bella e bionda. Giada incinta. Giada moglie e madre. La compagna di Maurizio.

Ore otto e trenta. È da mezz’ora che vago tra le vie attorno a quell’arco ormai illuminato dal sole mattutino. Le luci dei lampioni e gli addobbi sono spenti. Automobili passano schizzando neve sporca sui marciapiedi, incuranti delle persone.

Ed io? Mi sono fermato davanti a Porta Romana, a mezz’ora dall’appuntamento. Mi volto verso il posto ora vuoto, dove aveva parcheggiato Giada, e non so che fare.

Un clacson mi fa sobbalzare. Attraverso la strada, ci sono le fermate dei tram. Molte persone in attesa, ma non vedo le loro facce. Non riesco a vederle. Solo quella di Maurizio è nella mia mente.

Guardo l’orologio: ore otto e quaranta. Uno sferragliare sui binari mi sveglia dal torpore dei pensieri cattivi, mentre un leggero vento gelido passa sul mio volto.

*Porta Romana bella… Porta Romana… 

Seduti in fondo là, senza guardare. 

Quel giorno che mi hai detto: adesso basta. 

Io zitto preferivo non sentire, ma tu hai insistito. 

No, sul serio basta. Come fosse facile capire… 

Porta Romana bella… Porta Romana…*

Il tram numero 9 mi sta portando lontano da quell’arco antico ormai scomparso tra i palazzi. Mi sta portando lontano dall’appuntamento, lontano da Maurizio, lontano dalle sue cose nascoste, lontano da Giada, dai bambini e dalla nonna… lontano da ciò che avrei voluto.

Alzo gli occhi verso i finestrini: come sono assurdi gli addobbi, le luci, i colori del Natale imminente. Com’è assurdo e logico festeggiare otto settimane di amore scappando via da quello che non avrò mai.

Cielo azzurro, freddo pungente e tanti sorrisi in giro. Alberi a festa, vetrine piene di regali.

Addio per sempre, Porta Romana bella.

"Ho lasciato Porta Romana alle spalle, con il tram 9 e il freddo pungente. 

Non ho perso me stesso: ho guadagnato la mia dignità."

 Epilogo

"Otto settimane di illusioni si sono dissolte in un mattino d’inverno. Porta Romana non è più soltanto un arco di pietra, ma il luogo dove ho imparato che l’amore nascosto dietro bugie non è amore. Ho lasciato alle spalle Maurizio, Giada, i bambini e le voci di famiglia. Ho portato con me soltanto la mia dignità e il coraggio di andare via. Addio Porta Romana bella: tu sei stata il mio sogno, il mio risveglio."

Giampaolo Daccò Scaglione

 



martedì 6 gennaio 2026

MILANO, LE OMBRE, LE SCELTE: *UN TRAM NELLA SERA*

- Milano, le Ombre dell'inverno -

*Giorni d'inverno così freddi, azzurri con le luci soffuse
 da leggere foschie, nascondono a volte sentieri di vite gioiose, 
sofferte, nostalgiche o di solitudine. Eppure sempre piene di vita.*


*UN TRAM NELLA SERA*

Sara osservava le vetrine illuminate scorrere oltre il finestrino del tram che attraversava Piazza Firenze. 

Era il ponte di Sant’Ambrogio, e Milano aveva quel colore azzurro che solo le sere d’inverno sanno avere: una luce sospesa, mescolata alla nebbia che saliva dall’asfalto bagnato dopo la breve nevicata del mattino.

Dentro di sé, però, Sara sentiva un peso. Un dolore sottile, persistente, che l’avrebbe accompagnata fino a casa. Ripensava alle ore appena trascorse, al suo comportamento, ma soprattutto alla ferita ancora aperta della storia finita poche settimane prima.

Si era lasciata con un uomo che all’inizio era sembrato dolce, protettivo. Poi, con la convivenza, la maschera era caduta: meschino, bugiardo, infantile. Ogni cosa era colpa sua. Ogni gesto sbagliato. Una sera le aveva detto: “Tu non vali niente.”

Quella frase le era rimasta addosso come una cicatrice.

La storia era finita in una sera tiepida di fine estate, dopo l’ennesima discussione. Uno schiaffo — il suo — liberatorio come un urlo trattenuto per mesi. Poi il silenzio. Un muro di cemento tra loro. E due strade che finalmente si separavano.

A novembre, una sera sul Naviglio Grande, era uscita con alcune amiche. Il locale era pieno, rumoroso, vivo. Avevano conosciuto un gruppo di ragazzi, come spesso accade tra trentenni solitari che cercano nuove compagnie. Tra loro c’era Claudio.

Lui l’aveva colpita subito: lo sguardo limpido, gli occhi verdi, il sorriso caldo. E lei, per la prima volta dopo tanto tempo, aveva sentito un piccolo movimento nel petto. Una curiosità. Un’apertura.

Si erano scambiati i numeri. Poi messaggi, telefonate, confidenze.

Quando arrivò il ponte di Sant’Ambrogio, decisero di passare due giorni insieme.

Si incontrarono in centro, una colazione veloce in un bar famoso, poi una lunga passeggiata sotto un cielo che minacciava neve. Claudio parlava con una voce calma, profonda. Le raccontava una storia simile alla sua: un amore finito male, una ferita ancora fresca.

Lei si sentì capita. Specchiata.

Quando lui le propose, scherzando: “Vuoi passare due giorni a casa mia? Giuro che non ti violenterò!” Lei rise. E disse sì.

La casa di Claudio era all’ottavo piano, moderna, luminosa, accogliente. Colori tenui, mobili essenziali, un ordine che parlava di lui. Mentre preparava qualcosa in cucina, Sara notò una foto su un mobile.

Una donna mora, occhi scuri, sorriso tirato. C’era qualcosa di duro in quel volto.

Claudio comparve alle sue spalle. “È lei. Luisa.” Le tolse la foto dalle mani e la posò di nuovo sul mobile. “Un passato che dovrei lasciare andare.”

Dopo pranzo le raccontò tutto. Non riusciva a dimenticarla completamente. Lei tornava ogni tanto, senza preavviso. Una presenza che non voleva andarsene. Una dipendenza emotiva che lo imprigionava.

Sara ascoltava in silenzio. Capiva. E soffriva un po’ per lui.

Poi, nel pomeriggio, la luce azzurra dell’inverno entrò dalle finestre come un incantesimo. Si ritrovarono a letto, attratti da una tenerezza improvvisa. Le mani di lui erano calde, sicure. Il suo corpo vicino al suo. Un momento fragile, sospeso.

Finché il cellulare squillò.

Claudio rispose. La voce gli tremava. Era lei. Luisa.

Sara lo capì subito. E qualcosa dentro di lei si spense.

Claudio tornò accanto a lei, cercando di riprendere quel filo di intimità. Ma era impossibile. La magia si era rotta.

“Scusami, Sara…” La sua voce era un soffio.

Lei gli disse che non era colpa sua. Che forse aveva sbagliato lei ad accettare così in fretta. Ma Claudio non la ascoltava davvero.

“Lei viene qui ogni tanto… si infila nel letto… dice che quello che prova per me è diverso… Io la odio e mi odio. Ma non riesco a liberarmi. E tu… tu sei speciale. Speravo che questi due giorni cambiassero qualcosa.”

Sara non disse nulla. Non c’era più nulla da dire.

E ora era lì, su quel tram mezzo vuoto, mentre Milano scivolava fuori dal finestrino. Tra poco sarebbe arrivata a casa. Sapeva che avrebbe pianto: per se stessa, per l’uomo che l’aveva ferita, per Claudio, così dolce e così prigioniero.

Il tram proseguiva la sua corsa tra gli alberi spogli e le vetrine lucenti. Poi scomparve dietro una curva.

Il cielo era diventato nero. Ricominciava a nevicare.

E la sera portava con sé le sue ombre. Ombre che abitano il cuore di molte persone, e che a volte si sciolgono solo quando qualcuno trova il coraggio di guardarle davvero.

Giampaolo Daccò Scaglione

Nota dell’autore:

*Questo racconto è nato undici anni fa, in una sera d’inverno. Ero su un tram, Milano aveva quella luce azzurra che compare solo quando la nebbia sale dall’asfalto e le vetrine brillano come piccoli fari. Davanti a me c’era una donna giovane, con gli occhi velati da una malinconia che non sapevo spiegare. In quel momento ho avuto la sensazione — quasi fisica — di poter leggere ciò che portava dentro. Tornato a casa, ho scritto questa storia tutta d’un fiato.*