mercoledì 31 dicembre 2025

LETTERA D’AMORE DI NONNO PAOLO A NONNA VITTORIA

E' l'ultima storia del 2025 che scrivo sul mio blog.
Volevo finire l'anno con una lettera d'amore che avevo ritrovato anni fa, scritta da mio nonno Paolo Stella (di cui ho ereditato orgogliosamente il nome) a nonna Vittoria Arrigoni, i genitori di mamma. 
Ovviamente ho dovuto correggere e rifinire alcune frasi che in quegli anni erano molto "diverse" da come scriviamo noi ora. 
L'ho fatto perché avevo avuto la sensazione di rubare qualcosa di più intimo e riservato che riguardava il loro grande amore da cui nacquero quattro figli. 
Nonno Paolo, purtroppo ebbe vita breve, morì tra le braccia di nonna Vittoria a soli quarantatré anni nel settembre del 1944. 
Lei lo amò per sempre, non ebbe nessun altro uomo nonostante fosse giovane e ancora bella con i suoi occhi azzurri. 
Il destino però agì in modo strano ma bellissimo, Vittoria raggiunse Paolo esattamente trent'anni dopo nel settembre 1974, invocando il suo nome davanti a tutti noi. 
Volevo finire quest'anno di proficui racconti con una bella storia d'amore durata una vita, anche con assenze, perché se è vero amore, rimane per sempre nel cuore. 
Giampaolo.

LETTERA D’AMORE DI NONNO PAOLO A NONNA VITTORIA

“Ogni parola è un dono, ogni lettera è una carezza. 

Qui si apre la memoria di un amore che non svanisce.”

Sant'Angelo Lodigiano, 23 aprile 1929.

"Per te amata mia, Mia dolce Vittoria.

 In quel mattino dal cielo azzurro, mentre i raggi dorati del sole sbirciavano dalle persiane ed avevi aperto gli occhi su di me per la prima volta, avevo capito subito che, non ti avrei lasciata mai più dal mio cuore. 

Esso aveva incominciato a battere sempre di più nel mio petto non appena mi avevi sorriso e baciandoti dolcemente, avevo pensato: ho finalmente tra le mie braccia la stella più fulgente dell’universo. 

La mia mente, guardandoti, vagava in fantasie lontane: mi vedevo con te correre sui prati, abbracciati seduti sull’erba in riva al fiume e lasciare che l’acqua fresca ci lambisse dolcemente, mentre baciavo ardentemente le tue labbra cosi dolci, tenere ed appassionate. 

Caro amore mio, mia passione, mio cuore, mia Vittoria, eri mia, eri la mia anima, la mia donna, il mio tutto e la mia salvezza. 

Sognavo di avere tanti bambini, una casa tutta per noi, per donarvi tutto ciò che sento nell'anima, avrei voluto dare la mia vita per te. 

Avevo sempre udito un battito d’ali nel cuore non appena sentivo la tua voce, come un un sogno d’amore sbocciato all’improvviso, in quel mattino di tre anni fa, quando ci eravamo visti per la prima volta. 

Tu, la mia stella, il mio tutto, ti sei concessa a me dopo la nostra promessa in chiesa, con tutto l’amore e la passione e da questo amore ne sono sicuro, nasceranno altre meravigliose stelle che allieteranno la nostra vita. 

La felicità di averti, di saperti vicina, di trovarti ogni volta che torno a casa, vedere il tuo sorriso, i tuoi occhi azzurri ed i tuoi abbracci, mi fanno sentire unico, un uomo che ha avuto la fortuna di aver trovato la stella nella sua vita. 

Vorrei chiederti di amarmi per sempre nonostante il mio carattere a volte difficile. Di amarmi per sempre perché il mio cuore e la mia anima senza di te si distruggerebbe di dolore, perché tutti i miei pensieri sono rivolti al nostro immenso amore. 

Ti ringrazio per ciò che mi hai donato, mi dai e mi regalerai per sempre, grazie amore mio, mio cuore per la dedizione, per l’abnegazione, per tutto questo amore, così dolce e così immenso. 

Vorrei scriverti tante cose ancora, ma... vorrei solo pronunciare due parole, dolcissime, come un volo di angeli, come un raggio di sole d’estate, come un venticello di primavera. 

Solo due parole che racchiudono l’immenso e la gioia che provo standoti vicino tutti i giorni: 

"TI AMO"

Tuo per sempre Paolo.

Formula di chiusura dell’anno

Milano, 31 dicembre 2025

“Chiudo quest’anno con le mani sul cuore e gli occhi al cielo. Ringrazio ciò che è rimasto, ciò che è passato, ciò che mi ha cambiato. Le stelle che cadono non sono perdite: sono promesse che brillano altrove. A chi ho amato, a chi ho perso, a chi mi accompagna ancora… porto con me la loro luce. E mentre l’anno si spegne, io mi accendo. Perché ogni fine è una soglia, e ogni soglia è un inizio. A presto, nel 2026.”

Giampaolo Daccò Scaglione

 

 


martedì 30 dicembre 2025

E CADEVANO LE STELLE



 "E CADEVANO LE STELLE"

Notte di San Lorenzo

- Guarda lassù, Giorgio! Ne ho viste due cadere verso il mare… - aveva esclamato Leo, con quell’entusiasmo che solo i bambini, i ragazzi e gli innamorati sanno avere davanti alle cose misteriose.

 Annuii.

- Stanotte sono tante. E qui, in riva al mare, sembrano ancora più belle e grandi. Peccato che non si specchino nell’acqua… La notte è senza luna. Siamo fortunati. - risposi fingendo allegria.

 Leo mi strinse la mano.

Mi guardò nella penombra, e mi sorrise.

Non capivo se fosse un sorriso felice o triste.

Era la nostra penultima notte insieme da soli, nascosti dietro ad una barca di un pescatore della cittadina che ci ospitava per le vacanze.

La più bella delle notti, in teoria: quella delle meteore che scendono dal cielo come scie luminose, per poi sparire con un fruscio misterioso nel buio.

Ecco un bolide! È enorme… Presto, esprimiamo un desiderio. Dai, chiudi gli occhi, Giorgio, e fallo con me. -

Istintivamente chiusi gli occhi, stringendo più forte la sua mano.

Nella mente, in un lampo, si formarono immagini e parole:

“Non lasciarmi. Stai con me per sempre.” E una corsa sulla spiaggia, mano nella mano.

 La sua voce mi riportò alla realtà.

- Lo hai fatto? -

 - Certo Leo. Ma non posso dirlo, altrimenti non si avvera. - risposi ridendo.

 - È vero, hai ragione, e io che stavo per dirtelo. Accidenti. -

 Ci avvicinammo in un abbraccio. Un bacio leggero sulle labbra. Poi un sorriso verso il mare.

 L’incantesimo si spezzò quando due voci materne ci chiamarono.

- Ehi, cuccioli! Non sarebbe ora di andare in albergo? Prendete tutta l’umidità della notte! dove siete finiti? -

La voce stentorea della madre di Leo ci fece sobbalzare.

Ci alzammo in piedi, ci guardammo negli occhi. Lo stesso pensiero attraversò entrambi:

“Ci avranno visti? Speriamo di no.”

Avevamo quattordici anni. Volti da bambini, ma il corpo desiderava già molto più di un bacio a fior di labbra.

Mamma mi prese sotto braccio e accarezzò la testa di Leo.

- Forza, che domani si va a Lerici. Bisogna alzarsi presto. Appena arriviamo in stanza, tutti a dormire. -

Mamma sorrideva, ma aveva uno sguardo strano. Aveva capito tutto del nostro segreto? Aveva intuito di quel giovane amore nato dieci giorni prima, davanti a due tazze di caffè latte?

Penso di sì. Lei era troppo sensibile per non accorgersene.

La madre di Leo, invece, donna volitiva e sempre impegnata tra lavoro ed associazioni benefiche e altro, sicuramente non aveva notato nulla.

E forse non avrebbe voluto notarlo.

 *****

Quella notte, mentre mia sorella dormiva nel lettino vicino al mio divisi da un comodino con sopra una lampada d'ambra, molto di moda ai quei tempi, mamma era con me sul terrazzo a fumare.

Una stella cadente illuminò il cielo. Lei si voltò verso di me, seria ma dolce.

- Giorgio, lo sai che tra due giorni quella famiglia partirà per sempre? Torneranno a Roma… e poi andranno a Londra. Lo sai, vero? -

Avevo gli occhi lucidi. Non era solo l’addio a un amico di vacanza. Era molto di più.

Luca aveva una brutta malattia nel sangue, una di quelle che poche volte perdonano.

Mamma me lo aveva detto due giorni dopo che mi ero preso una cotta per quegli occhi verdi. Da allora il mondo mi sembrava finto, come se tutti recitassero un ruolo.

Un pomeriggio, in spiaggia, Leo me ne aveva parlato. I suoi genitori, pragmatici, non avevano nascosto nulla. L’unica speranza era Londra, all’avanguardia per quel tipo di cure.

Io non capivo come potessero essere così distaccati nel parlarne, come fosse una cosa "normale" che normale per me e non solo, non sarebbe mai stata.

Mia madre avrebbe pianto. Io… io avrei pensato di morire con lui. La sofferenza mi terrorizzava: avevo visto nonna spegnersi in tre mesi poco tempo prima.

Ma Leo non doveva morire.

A Londra lo avrebbero curato.

Lo sentivo.

Mamma mi prese la mano.

- Caro, immagino quali desideri tu abbia espresso guardando le stelle. Ma sei ancora piccolo per i grandi amori. Conosci già il dolore, quello sì. Leo potrebbe farcela… oppure volare tra quelle stelle. Ognuno ha il suo destino, anche se non saprà mai il finale fino all’ultimo. -

 Mi abbracciò.

- Se Leo non ce la farà, pensa che potrebbe essere lassù a guardarti. E tu potrai ricordare questi momenti belli che la vita ti ha regalato. Ed un domani molto lontano, forse vi rivedrete, chi lo sa… Ora cerca di dormire. -

Mi rimboccò il lenzuolo e si sdraiò.

Piangevo in silenzio. Il cuore mi si spezzava. Poi mi addormentai.

Mi svegliai dopo poco.

Mamma era di nuovo sul terrazzo, a fumare nella penombra blu. Il cielo era pieno di stelle. La vidi asciugarsi gli occhi. Anche lei era stata colpita dalla storia di Leo.

Forse si era immaginata al posto della sua mamma.

Quando spense la sigaretta, si voltò verso noi due, i suoi amatissimi figli. Chiusi gli occhi fingendo di dormire. Poco dopo sentii la sua mano fresca sulla mia fronte. Mi fece stare bene.

Si sdraiò sul suo letto. Io mi voltai verso la finestra. Il cielo era un velluto blu pieno di cristalli. All’improvviso tre scie luminose caddero verso il mare.

Tre stelle.

Tre desideri.

 *****

Luca non tornò mai più a Roma. Rimase per sempre a Londra.

Lo seppi poche settimane dopo l’inizio della scuola.

Quella sera d’autunno guardai il cielo. Le stelle erano fisse. Nessuna scia. Non sapevo quale potesse essere Leo lassù.

 Ma per me, quella notte:

**Le stelle cadevano ancora. Come le mie lacrime.**

NdA: 

"E' una storia realmente accaduta e l'ho voluta raccontare come l'ultima di quelle che donano emozioni e fanno capire l'universo dell'amore come può essere infinito, speciale anche se a volte doloroso. Ma almeno abbiamo amato, sotto qualsiasi forma."

Giampaolo Daccò Scaglione

 

lunedì 29 dicembre 2025

LUCA


LUCA

"Un ricordo tornato in mente dopo aver saputo di una tragedia causata da intolleranza, da pregiudizio e cattiveria. Luca, un ragazzo fragile che conoscevo bene e non solo io. C'è chi pensa - Non può essere possibile - eppure si, è possibile, tutti i giorni, nelle scuole, per strada, in casa e la cosa più terribile oltre l'indifferenza è "il non fare davvero nulla" per estirpare dalla società (che siamo noi dopotutto) questo male. Vorrei ricordare Luca, con affetto e che c'è sempre qualcuno che pensa a lui."

E' passato tanto tempo, non importa dove sia la città o il luogo dove era accaduto tutto, è importante la sua storia per capire, imparare, che siamo tutti uguali seppur differenti. Questa è la tua storia Luca, solo per te indimenticabile amico dei nostri anni più giovani.

 Luca era un bambino dolce, bello dai grandi occhi azzurri, gli piaceva correre nei prati e nei boschi, giocare con gli amichetti e le bambine del suo vicinato. 

Era intelligente, vivace però spesso si sentiva solo, vivere con la nonna gli pesava e poteva vedere i genitori solo nei week end, in quanto erano per lavoro, continuamente in viaggio per tutta l'Italia.

Luca amava disegnare e stare seduto in giardino a guardare le stelle e sognare, poi a sei anni la sua vita cambiò, i genitori decisero di fermarsi in quella grande città. avevano ricevuto un'offerta importante della loro azienda a cui non potevano certo rinunciare.

Suo padre lavorava in uno studio manageriale affiancando uno dei direttori generali, la mamma collaborava nell'ufficio amministrativo, ma spesso riusciva a rimanere a casa portandosi il lavoro dietro e così Luca iniziò ad ottobre il suo primo giorno di scuola elementare in un istituto importante.

Che bello, quanti bambini, quanti amici e che belle le materie che si studiavano, disegno, storia, geografia però non capiva perché ogni volta che incrociava gli occhi di suo padre una volta a casa, sentiva astio e non capiva perché solo la mamma ogni tanto gli faceva le coccole, mentre con le due sorelle Marina e Stefania, papà era dolcissimo.

Intanto il tempo passava, suo padre era sempre più freddo, e capitò soprattutto quella volta quando Luca disse che voleva praticare dello sport dopo la scuola: atletica, mentre il genitore gli disse che avrebbe preferito che giocasse a calcio.

"Atletica! Roba da femminucce." si era sentito dire.

Il giorno prima del suo decimo compleanno finalmente capì il perché fosse già da un po' di tempo veniva isolato dagli amici, e spesso si ritrovava a parlare o giocare con due o tre amichette: Sandra, Martina e Giulia.

Avendo organizzato una festa di compleanno a casa, Luca nell'intervallo tra le lezioni aveva rinnovato a tutti l'invito a casa sua il giorno dopo. Antonio il "boss del gruppo di calcio" gli rise in faccia e le sue parole furono un colpo nello stomaco: 

"A casa di una donnetta? Ahahah crescerai culattone caro Luca se non lo sei già."

Giulia infuriata gli gridò in faccia: "Cretino, solo un idiota come te può dire questo."

Luca uscì dall'aula inseguito dall'amica, mentre lei cercava di consolarlo lui si chiedeva il perché di quelle parole. Più tardi a casa volle raccontare alla mamma quello che era accaduto a scuola, lei senza nessun segno d'affetto come lo è un abbraccio rispose:

"Son cose da bambini, passerà. E' tutta invidia perché sei bello ed intelligente."

Da quel giorno la sua vita si fece un inferno "Non crescermi frocio." gli fu detto da suo padre quando lo vide a dodici anni pettinarsi i capelli lunghi.

"E se se lo sei cerca di uscire presto di casa, non voglio finocchi qui."

Molti erano i cattivi scherzi che gli venivano fatti, il peggiore sono state le botte di un gruppo di teppisti fuori dal palazzo dove abitava Sandra, solo per il fatto di indossare un cappotto azzurro, secondo loro da "finocchio".

Luca in quegli anni visse una vita d'inferno, dovette cambiare scuola, evitare le vie o luoghi dove chi lo conosceva, crudelmente lo prendeva in giro davanti alla folla. 

Luca voleva morire, voleva uccidere chi gli stava facendo del male, solo Giulia e Sandra gli furono vicine amiche di sempre. Il padre non gli parlava quasi più, si vergognava di lui, Luca un giorno dalla sua cameretta, lo sentì dire a sua madre "Meglio un ladro in casa che quello."

Arrivarono i diciotto anni, poi i venti e Luca aveva trovato lavoro in una città vicina dove nessuno lo conosceva, dove si era fatto un piccolo giro di amici e spesso la sera poteva andare a divertirsi nei locali dove non avrebbe avuto mai più nessun problema.

Poi stranamente nella sua città conobbe un ragazzo poco più grande di lui, con cui riuscì a instaurare prima un bellissimo rapporto di amicizia e poi nacque qualcosa di più. Prima un abbraccio, poi un bacio delicato. 

A Luca sembrava di aver toccato il cielo, finalmente qualcosa in cui credere, qualcosa che poteva cambiare la sua vita e con quel qualcuno avrebbe costruito il suo futuro.

Quel qualcuno, il ragazzo di cui si era innamorato, una sera gli sorrise caldamente e lo invitò nella sua casa fuori città, loro due soli, per un week end dove finalmente avrebbero chiarito tutto sul loro rapporto, di cui oltre ad un bacio, un abbraccio e qualche coccola, non erano mai andati oltre.

Luca, nel pomeriggio del venerdì della partenza, preparò la sua borsa cantando felice, non vedeva l'ora di stare con quel qualcuno. Solo Giulia a cui aveva confidato tutto, non ne era molto convinta, un posto isolato anche se l'altro, Luca lo conosceva già da settimane, ma poi nonostante i dubbi fu felice per lui e l'abbracciò.

Il sabato mattina, giorno della partenza c'era un sole d'autunno quasi caldo che inondava di luce dorata le colline, illuminava la strada dove tra poco sarebbero arrivati a destinazione.

Quel qualcuno prese la sua borsa e condusse Luca fino in casa, era una villa di vacanze molto bella, probabilmente dei suoi genitori, una casa in pietra e legno e dal retro si poteva passare lo sguardo su tutta la pianura, e fu li che si abbracciarono guardando quel panorama stupendo.

Dopo aver pranzato nella cucina da dove si vedevano colline piene di vigneti ormai senza frutti, Luca fu condotto da quel qualcuno nel salotto vicino al camino, un tepore scaldava i loro corpi finché lui incominciò a spogliare Luca.

Quando il ragazzo fu completamente nudo davanti all'altro, da una porta che accedeva alla cantina apparvero tre altri ragazzi col sorriso cattivo. Quel qualcuno si rimise la camicia, si alzò mettendosi di fianco a quelli. 

Luca terrorizzato da quello che stava accadendo, si sentì perduto, aveva capito che quella era solo una trappola, che quel qualcuno aveva finto fino a quel momento e nonostante conoscendo ormai il pericolo in cui era finito, sentì il cuore spezzarsi.

"Frocio."

"Culattone!" (subito uno schiaffo sulla testa). 

"Finocchio."

"Feccia Umana!" (e un calcio violento arrivò alla gamba sinistra). 

Luca cercò di non piangere, tentò di alzarsi, prendere i pantaloni e cercare di fuggire ma dopo non vide più nulla. Sentiva pugni e sputi sul corpo, forse era arrivata finalmente la sua fine.

Davanti al pronto soccorso la madre piangeva nel vedere il volto tumefatto del figlio, Luca non disse a loro che successe nella villa, non fu per paura e per le minacce. 

Buttò via portafogli e borsa raccontando di essere stato picchiato e derubato, il padre fece partire la denuncia contro ignoti. 

Giulia due giorni dopo voleva sapere la verità e lui guardandola negli occhi disse con voce incolore "La verità è solo questa, non ce n'è nessun altra." lei tremò nel vedere il gelo in quello sguardo limpido e capì che Luca non sarebbe mai stato più lo stesso.

Quando quattro mesi dopo ripresosi dalle ferite e dal trauma, Luca prese il treno per cambiare definitivamente vita in una grande metropoli del nord Europa dove aveva trovato un nuovo lavoro e alloggio, grazie allo psicologo che lo aveva curato in quei mesi.

Luca sulla banchina dei treni si ritrovò solo con sua madre, una delle sorelle e Giulia, due ore prima suo padre gli mise in tasca delle banconote: "Potrebbero servirti, non si sa mai" gli disse freddo, Luca voltò le spalle dicendo grazie e una volta in auto le fece cadere sul sedile dietro di nascosto.

Giulia pianse ma lo abbracciò forte "Scrivimi appena arrivi, appena potrò verrò a trovarti." poi il treno partì e scomparve nella campagna fuori da quella città.

Molti anni erano passati da quel giorno in cui Luca, prese il treno e se ne andò via da tutto e da tutti.

Incontrai Giulia qualche tempo fa e dopo qualche chiacchiere su di noi, chiesi di Luca.

"Sta bene, vive sempre a Berlino, ha un compagno già da otto anni e pensano di sposarsi, collabora con lui in uno studio di architettura ed è felice, spesso vado a trovarli, sono contentissima per lui.".

"Salutamelo tanto se lo senti, non lo vedo da quella volta." lei mi guardò con un sorriso amaro, poi mi fissò negli occhi.

"Tu sai chi sono stati vero?" non dissi nulla feci solo una smorfia con la bocca.

"Capisco..." rispose lei rassegnata, l'abbracciai promettendoci di vederci qualche volta e mi girai a guardarla mentre saliva sul tram da dove mi mandava cenni di saluto dal finestrino sul retro. Sorrisi alla bella ragazza ricambiando i saluti.

"Ho voluto dedicare questo racconto a Luca, un amico perso nei meandri del tempo tantissimi anni fa per colpa di pregiudizi e cattiveria umana che ancora non si è spenta e che forse mai si spegnerà. Se si parla tanto di rispetto ed uguaglianza perché esistono ancora queste cose?"

Giampaolo Daccò Scaglione

 

 o ed uguaglianza perché esistono ancora queste cose?

domenica 28 dicembre 2025

L’ACQUA SOTTO IL PONTE

"L'ACQUA SOTTO IL PONTE"

“Certe sere il ponte diventa specchio, e l’acqua chiama con voce muta. Ma a volte, una mano sul braccio è più forte di un salto.”

“È così che risolveresti i tuoi problemi?”

L’uomo sentiva dentro di sé questa voce già da qualche ora, da quando si era affacciato dalla ringhiera d’acciaio sopra quel ponte che si innalzava alto sul fiume oscuro. Da quanto tempo era lì? Quante ore, quanti minuti aveva passato a osservare il lento cammino dell’acqua, in quella giornata scura, calda e umida di una terribile estate?

Forse era giunto lì al mattino presto, o nel primo pomeriggio, e solo ora si accorgeva della sua ombra proiettata sull’asfalto dai lampioni accesi. La sera era arrivata silenziosa. Poche auto distratte erano passate in quell’agosto afoso, nuvoloso e deserto nella grande periferia della metropoli.

Un salto… e chi se ne sarebbe accorto? Forse qualcuno che lo aspettava a casa. Forse un amico o un lontano parente, che dopo giorni avrebbe pensato senza troppa preoccupazione:

“Chissà che fine ha fatto Gianni. È un po’ che non lo vedo. Magari è andato in ferie, o a casa di qualche amico sfortunato come lui.”

Gianni guardava sotto di sé. L’acqua sembrava invitarlo, ma allo stesso tempo gli incuteva paura. Che stava facendo lì? Come pensava di risolvere i problemi della sua vita passando ore a cercare il coraggio di buttarsi, scomparendo tra le onde, dimenticando chi era, cosa aveva fatto e cosa era successo nei suoi quarant’anni?

In quell’istante, come in un vecchio film in bianco e nero, rivide la sua esistenza. Non era stato amato dai genitori, troppo presi dalle carriere, dagli amanti e dai divertimenti. Sballottato dai nonni, prima a Genova, poi a Bologna, spesso picchiato dai cugini più grandi. Poi il collegio di lusso, lontano da tutti. Un peso morto. Fino allo schianto di un aereo che lo rese orfano.

La laurea, l’indipendenza, e poi la vita come tante altre: la lotta per la carriera, l’onestà contro la furbizia, la meritocrazia contro le conoscenze. Per la sua lealtà era finito relegato ai lavori meno importanti in uno studio d’architettura. Ultimo arrivato, uomo solo.

Poi era arrivata Laura, con la sua bellezza e il cuore di marmo. Gianni aveva perso la testa. Le aveva dato tutto: amore, casa, regali, viaggi, tenerezza. Aveva donato ogni parte di sé per ricevere l’amore che non aveva mai avuto. Dopo due anni, rientrando a casa, trovò una lettera sul tavolo: poche parole crude, il colpo finale. Lei se n’era andata con Fabio, un collega.

Che scherzi atroci riserva la vita. Lo studio chiuse e si trasferì altrove, senza più bisogno di lui.

Ora l’acqua scorreva sotto l’alto ponte. Non gli faceva più paura l’idea di un tuffo. Chi se ne sarebbe accorto? Forse lo avrebbero ritrovato dopo settimane, forse mai.

“Ehi amico, non avrai mica intenzione di fare una cazzata?”

Una voce alle sue spalle. Non era la sua coscienza. Una mano sul braccio destro, non la sua. Gianni si voltò di scatto e vide un uomo più o meno coetaneo, volto sorridente, occhi seri e intensi, capelli ricci mossi dal vento umido.

“No… Io… Ecco…”

Balbettò, capendo che l’altro aveva intuito il suo gesto. Abbassò la testa e scoppiò a piangere. Lo sconosciuto lo strinse in un abbraccio lungo un’eternità. Un angelo? O forse solo un uomo.

“Mi scusi… mi sono fatto prendere dallo sconforto e…”

L’altro lo guardò con occhi magnetici, sorriso sereno, voce calda. Gianni si sentì rassicurato.

“Forse sarà meglio che tu mi segua. Io sono Stefano, abito poco lontano. Non rida… sono uno psicoterapeuta, mi occupo soprattutto di donne e bambini che subiscono violenze e soprusi. Che ne direbbe di passare da casa mia? Magari parliamo un po’ e ci conosciamo.”

Lo prese sotto braccio, conducendolo verso la fine del ponte.

“Era un po’ che la osservavo di nascosto. Sono intervenuto quando mi è sembrato giusto. Non sono un angelo né un benefattore. Sono uno che aiuta gli altri pensando alla loro serenità. Essendo principalmente un uomo solo, anch’io ho bisogno di amicizie e nuove conoscenze. Un buon caffè lo gradirebbe?”

Gianni lo seguì, come se avesse trovato una persona cara dopo tanto tempo.

“Volentieri… ne avrei bisogno. Credo che poco fa stessi per commettere una… Io mi chiamo Gianni.”

Stefano sorrise e, staccando il braccio, si incamminarono velocemente verso alcune ville poco distanti. Le loro voci si persero nel buio umido di quella sera nuvolosa.

Il fiume sotto l’alto ponte continuava la sua corsa, ignaro dei dolori e dei problemi degli uomini. Una corsa tranquilla, a volte agitata, verso la sua meta perenne: il mare.

Il Sigillo dell'Acqua sotto il Ponte:

“Il fiume scorre, ignaro dei dolori. Un abbraccio può fermare un salto e restituire la vita. Il ponte non ha chiesto nulla, ma una voce ha fermato il salto. L’acqua scorre, la vita riprende.”

Giampaolo Daccò Scaglione

sabato 27 dicembre 2025

AVEVI PROMESSO


 "AVEVI PROMESSO"


"Eccomi, sono qui davanti a te, alla tua immagine, davanti quella che hanno inventato per poter dare un volto a chi potresti essere davvero, ma non tutti si ricordano come sei realmente.

Sento il vento caldo tra i capelli, provenire dai campi di grano dietro le spalle, vedo la luce dorata entrare all'interno della tua casa sperduta in mezzo ad una natura da sogno.

Sopra di me, mentre stavo arrivando qui, un cielo azzurro pieno di profumi mi ha fatto stare bene, come se nell'animo fosse scesa una pace incredibile.

Un pensiero mi è balenato in testa da quando ho intrapreso la stradina che porta a questa tua piccola casa: "Avevi promesso"

Una specie di sogno fatto qualche notte fa, qualcuno che tu conosci, vedendomi in un momento di debolezza, mi ha portato in un luogo lontano, come fosse l'anticamera della tua dimora e con lui ho rivisto tutta al mia vita.

E non solo, mi ha fatto rivivere il momento in cui quando non ero ancora nel mio involucro, stavo in mezzo a tanti altri uguali a me fatti di luce leggera e sentire la tua voce che mi diceva:

"E' giunto il tuo momento, è arrivata l'ora di iniziare la tua esperienza aldilà della luce... Sappi però che ti prometto, oltre a tutto questo, una fortuna incredibile che comprenderai nel corso del tuo cammino, questa ti sarà data come premio."

Mi ero svegliato con una strana sensazione, dovevo incontrarti.

Eccomi qui ora davanti a te, fino a poco fa non avevo capito qual era la mia fortuna mentre tu lo sai, l'hai sempre saputo...

Ed io me lo sono sempre domandato per tutta la mia esistenza: "Avevi promesso... Ma non mi avevi dato nessuna fortuna."

Eppure durante tutti questi anni non avevo capito, non avevo compreso solo ora mentre sto incamminandomi verso di te.

La mia storia la conosci già, da sempre, forse ancor prima che la vivessi.

Appena nato avevo perso mia madre per un lungo parto difficile, così mi avevano cresciuto allora una nonna e un padre cattivi, assenti e nei loro occhi sempre quell'accusa: "Sei stato tu ad ucciderla nascendo".

Mio padre dopo poco tempo, si era risposato con un'amica di mamma e per me era stato un dolore quando l'avevo saputo e poi compreso cos’era successo da quando ero nato.

L'età più bella e spensierata come quella di tanti bambini e lo ero io, l'avevo trascorsa in un collegio per poveri, loro, quella che doveva essere la mia nuova famiglia, non potevano sopportare la presenza di quel figlio che ricordava tanto l'altra, quel ragazzino silenzioso e succube di nuovi fratelli che crescevano arroganti come mio padre.

Poi mi sono ritrovato maggiorenne fuori dal collegio con un titolo di studio inutile, finendo in una fabbrica maleodorante con un lavoro duro, abitando in un monolocale nella periferia scalcagnata della metropoli padana.

Poi chiamato da uno zio, ero andato ad abitare con nonna, quella che mi accusava da bambino, si era ammalata e nessuno voleva prendersene cura per via del suo carattere.

Oltre alle cure che le prestavo, cercando di evitare discussioni e litigi, lei sapeva solo dirmi di aver fatto morire sua figlia quando ero nato e che avevo portato sventura nella sua famiglia e intanto mi chiedevo perché il senso del dovere e di colpa mi obbligava a stare con questa donna estranea, sola e malata?

Ed intanto aspettavo la fortuna promessa.

Dopo la scomparsa di lei, quella che aveva sposato e fatto figli con mio padre, aveva deciso di lasciarlo per un altro uomo ovviamente non appena lui si era ammalato gravemente come sua madre.

Mosso da pietà e lasciati alle spalle i dolorosi ricordi del passato, mi ero occupato di lui ed intanto avevo creato una mia famiglia sposando una brava ragazza conosciuta sul posto di lavoro.

Mia moglie odiava mio padre dopo aver saputo tutta la storia e dopo tanti anni i miei tre figli una volta cresciuti, avevano preso strade diverse di cui uno era finito in prigione per spaccio ed uso di droga.

Quant'era stata la vergogna provata quando tutti mi guardavano in modo accusatorio, come se noi genitori non fossimo stati dei bravi padre e madre.

Quando pochi anni dopo morì mio padre in un istituto dove solo io andavo a fargli visita, mia moglie come fece la mia matrigna, se n'era andata con due dei nostri tre figli, per un uomo diverso da me, più solido e forte, più concreto, io non ero troppo presente ed avevo sempre problemi da risolvere, avevo cercato di capirla di comprendere la sua scelta fatta, l'unica cosa che sapevo era di essere rimasto solo.

Ed intanto restavo sempre in attesa della fortuna promessa da Te.

Quando un giorno, mi chiamarono dall'ospedale del carcere perché mio figlio si era aggravato ulteriormente per quella nuova malattia terribile, presentandomi nella camera che sapeva di medicine, non c'era nessuno accanto a quel povero ragazzo e lui piangendo cosciente del dispiacere che aveva causato a noi e del tentato mio aiuto per farlo uscire da quell'incubo, se ne era andato tra le mie braccia chiedendomi scusa, ricordo lo baciai sulla fronte stringendolo al mio cuore.

Ho pianto tutte le mie lacrime, ti avevo anche insultato allora, ero deluso dalla tua mancata promessa, quella fortuna che avrei dovuto avere, ma ancora non sapevo che il peggio doveva arrivare.

Un giorno l'azienda in cui ero assunto, aveva chiuso i battenti, era finito il lavoro e con molti altri colleghi ero rimasto a casa disoccupato.

Cercando in giro un'occupazione anche occasionale, avevo trovato qualcosa: due lavori di cui uno non in regola, entrambi mal pagati ma almeno potevo vivere decentemente.

Vivere o meglio sopravvivere fino a quel giorno di sette anni fa, quando il macchinario che manovrava un mio collega ed amico mi venne addosso.

Avevo aperto gli occhi in ospedale dopo tutto quello che era successo e sul mio tavolino c'era un vaso di tulipani che lui, il mio collega, mi aveva regalato, nel tempo mi era stato vicino con la sua famiglia ed aveva cercato in tutti i modi di aiutarmi probabilmente sentendosi in colpa per ciò che aveva fatto.

Anche Antonio perse il lavoro e i nostri datori vinsero ogni causa che avevamo intentato a loro dopo la tragedia, ma intanto la fortuna non arrivava ancora.

Antonio fece in tempo a regalarmi una sedia a rotelle quando con la sua famiglia era sparito su quell'aereo precipitato in mare mentre cercava fortuna, lavoro ed una nuova vita dall'altra parte dell'oceano, promettendomi che se le cose fossero andate bene, mi avrebbe portato da lui.

Ricordo che ti avevo urlato contro ogni cosa, non era possibile, avevo vissuto una vita al limite di ogni dolore e sopportazione e la fortuna promessa?

Molti mesi dopo in un giorno d'autunno, una bella signora che si occupava di persone disabili, mi aveva chiesto se potevo darle un aiuto nella sua "scuola di vita", una scuola che serviva ad affrontare chi non aveva mai accettato una malformazione, un difetto, una perdita di un parte del proprio corpo.

Non so perché me lo aveva chiesto, era un mattino come questo, luminoso, lei mi guardava poco distante in quell'istituto di frati in cui ero andato ad abitare dopo aver recepito la pensione d'invalidità.

Lei era bella con i suoi occhi verdi e giovani, immersa nel verde del parco della struttura dei frati, poi poco più in la, staccandosi da quella ragazza si era avvicinato suo marito mentre avevo appena controllato su una lettera datami da padre Luciano, l'addebito della mia pensione in banca.

Claudio e Gabriella erano stati gentili e mi avevano spiegato in che cosa consisteva il lavoro.

Avevo accettato subito perché, in quel mentre dentro di me avevo rivisto lo sguardo di mio figlio mentre spirava tra le mie braccia.

Neanche allora la fortuna promessa era arrivata e non capivo se tu mi avessi mentito allora o c'era qualcosa che non comprendevo, ma coscientemente avevo intuito che potevo fare qualcosa per gli altri ed anche per me stesso.

Ecco, ora sono qui davanti a te, in questa tua piccola casa immersa nel nulla, creata tempo fa da chissà chi, so che tra poco forse qualcuno verrà a parlare con te come sto facendo io, ma vorrei finire il mio dialogo a senso unico.

In quindici anni anni di lavoro con quei signori, ho pianto molto nel vedere quelle persone che stavamo aiutando, ho anche riso con bambini, vecchi, giovani e i loro parenti.

Abbiamo visitato tanti bei posti, giocato, cantato e costruito anche un'altra struttura e scuola in un'altra città.

Il mio aiuto come quelli di altri, erano stati fondamentali per molte persone sofferenti e nonostante il dolore della solitudine, solo non lo ero.

Nonostante una vita durissima, la mia mente aveva trovato soluzioni a volte belle ed incredibili nell'appoggio a chi aveva il dolore dentro.

Quando stamattina, avevo deciso di venire da te per chiederti come mai la fortuna promessa non era mai arrivata, sulla strada avevo visto un carretto con un omino che vendeva tulipani colorati ed avevo ricordato il mio risveglio dopo l'incidente e lo sguardo del mio amico che avevo perso tempo dopo.

Avevo capito in quell'istante, qual' era stata la mia fortuna: ero me stesso, ciò che porto dentro, quello che la vita fatta di sacrifici e dolore mi aveva dato nel corso degli anni e portato come aiuto a chi ne aveva bisogno, a chi con sguardi dolci stavo aiutando fino a poco tempo fa.

Eccomi qui davanti a te per chiederti scusa, per non aver capito, non importa se ho perso tutto, se sono su una sedia a rotelle da quasi venti anni, non importa se non mi fanno vedere i miei nipoti o chi ho amato e si è dimenticato di me.

Ho dentro nel cuore tanto da donare, ho dentro quel "qualcosa" che da amore ed aiuto a chi ha bisogno e nello stesso tempo ho aiutato me stesso a guarire dal male invisibile.

Su questa strada stamattina ho scoperto la felicità e di essere quello che mi hai promesso, un uomo fortunato.

L'avevo sotto gli occhi ma non capivo.

Ora ti saluto, verrò spesso a farti visita, la tua piccola e serena casa isolata in un paradiso verde mi piace e mi da conforto, a presto mio Signore, padre mio.

La sedia a rotelle è già lontana sulla strada che porta verso la vicina città, la piccola chiesetta con il crocefisso di legno antico e il mosaico del Signore sopra la volta, sembra davvero un piccolo paradiso.

Dietro ad una tenda, dopo l'altare un sacerdote ha assistito a tutta la scena ed alle parole dell'uomo, senza mostrarsi per pudore e rispetto.

Ora il sacerdote con le lacrime sul giovane volto, è in ginocchio davanti al crocefisso e lo sguardo azzurro velato è rivolto verso quel magnifico mosaico dove il volto del Padre sembra guardarlo sorridendo.

"Mio Signore, perdonami ora ho capito anche io qual è la fortuna che anche tu mi avevi promesso tanto tempo fa, la sentivo nel cuore ma non la vedevo e questo povero uomo, no... Scusami questo uomo straordinario oggi mi ha fatto comprendere il vero significato.

Eccomi sono qui al tuo volere e servizio con amore e ti ringrazio per ciò che mi hai donato e che come quell'uomo ti ha detto con cuore e spirito: ti prometto che lo cercherò in città e non sarà mai più solo. Grazie".

Il giovane prete si alza e quasi corre verso l'uscita, nessuno è più sulla strada ma un profumo di rose dal giardino davanti colpisce il suo olfatto, chiude gli occhi e sente dentro di se tanto amore.

"Verrò a cercarti chiunque tu sia e ti ringrazierò per quello che mi hai dato oggi."

Il sole illumina i campi verdi e i palazzi chiari della città vicina, un aria calda e profumata invade l'aria, oggi per due persone la vita si è trasformata in un amore diverso, un amore grande.

Per chi ha perso la speranza o non crede nella sua fortuna:

“Ogni tulipano è una promessa di fortuna, destinata al mio cuore che non ha mai smesso di donare. Nel dolore ho trovato la forza di restare umano, e il dolore si è trasformato in gesto d’amore.”

 Giampaolo Daccò Scaglione

venerdì 26 dicembre 2025

SE TI SENTI SOLA, RITORNA DA ME

"SE TI SENTI SOLA, RITORNA DA ME"

Per chi aspetta un ritorno, l'ultimo racconto di una trilogia che coinvolge persone che vivono diversamente l'attesa e la speranza di un amore che si allontana per motivi diversi.
L'attesa o il ritorno sono sempre speranze indipendentemente da come finiranno, non bisogna mai perderle... In ogni caso."

Sono seduto sul davanzale della finestra del mio salone. Guardo il paesaggio fuori: un misto di grigio e azzurro, sfumato dalla leggera pioggia invernale. Tutto sembra evanescente ai miei occhi.

È come osservare un disegno di un libro di fiabe. È come navigare in un mare leggero di nuvole. È come restare immobili, sospesi in un mondo lontano.

Eppure, davanti a me, vedo il tuo volto. I tuoi occhi verdi mi fissano, ma non riesco a vedere il tuo sorriso. Non so se sei felice, se senti nostalgia, se nei tuoi pensieri ci sono ancora io.

E allora, nel mio cuore, arrivano come una poesia le parole che vorrei dirti. Parole nate quel giorno, dentro di me, e che non ho mai avuto il coraggio di pronunciare.

“Guardami, ti prego."

Io lo so, lo sento. Vedo che non c’è amore nei tuoi occhi, anche se cerchi di far finta che ci sia.

Guarda nei miei. Non hai bisogno di spiegare come ti senti: l’ho capito dalla luce del tuo sguardo che ormai è giunta la fine tra noi.

E prima che tu esca da quella porta, proverò a non piangere, nonostante il tuo bacio d’addio.

Non ti dirò mai quanto sento già da ora la tua mancanza.

Ma… se un domani, se un giorno, sarai sola o triste, o ti verrò in mente… se in quell’istante avrai bisogno di me, io sarò qui. Ad aspettarti. Ad attendere la tua chiamata.

E anche se il tuo amore è volato via per sempre, o per sbaglio verso altre spiagge, sappi che sei ancora nel mio cuore, nella mia anima. Sei l’unica.

Quando ti sentirai sola, chiamami. Correrò da te, volerò da te, senza fiato, fino a vederti sulla porta ad aspettarmi.

Adesso, mentre te ne vai, ripensa a ciò che ti sto quasi gridando con la mente: se sarai sola, se ti sentirai abbandonata, ricorda che anche io sono solo come te. Più di te.

Il mio cuore sa, conosce da tempo, dai miei pensieri più profondi, che tu hai un altro.

Ma il mio amore sarà sempre tuo. E se il mio cuore è spezzato, non ti darò mai la colpa. Anzi: voglio che tu sia felice con lui. Te lo giuro.

Se un giorno o una notte sussurrerai il mio nome perché ti sono tornato nella mente, vieni qui da me.

Torna tra le mie braccia. Sempre, se sei sola.

Ricordati, se puoi, se vuoi: sei l’unico nel mio cuore.

"Addio."

Il calore del camino mi riporta alla realtà. Anche il profumo del caffè.

Ritorno sul divano: quel paesaggio azzurro da fiaba è scomparso. Accendo la tv, ma il tuo viso è ancora qui con me, un’altra volta.

E se mai ti sentirai sola… io sono qui. Se mi chiamerai, correrò a perdifiato da te.

 “Se ti sentirai solo, io sono qui. Anche nel sogno.”

 Giampaolo Daccò Scaglione

 

giovedì 25 dicembre 2025

E COME SEMPRE... RITORNERAI



  










E COME SEMPRE... RITORNERAI

Ogni volta che arrivavi e poi ripartivi per la tua città al nord — quella metropoli lontana, piena di luci e persone — io restavo sulla pensilina, a guardare il tuo treno con ansia.

Non ho mai capito perché tu non prendessi l’aereo, molto più veloce e comodo. Ma tu mi dicevi sempre:

- Viaggiare in treno, osservare i paesaggi della nostra bella Italia… è come entrare in una favola, o in mille quadri diversi. Vedo la pianura e le sue grandi città, poi paesi immersi nel verde, colline e boschi, montagne e picchi rocciosi. Hai mai visto le distese di vigneti nelle Marche? Oppure Orvieto, arrampicata su quel monte, con la cattedrale che si intravede? Anche il mare cambia colore, dal nord al sud, con mille sfumature di blu e verde... -

 No, non li ho mai visti tutti quei paesaggi. La mia vita da pescatore è qui, in questa cittadina del sud, dove l’odore di salmastro si mescola alle spezie del mercato, e le luci delle lampare fanno gara con le stelle a chi luccica di più.

 Vedo i tuoi occhi chiari quando passeggiamo tra le rocce, nel tardo pomeriggio, cercando un angolo tranquillo vicino al mare. Per amarci, giocare nelle acque limpide, o restare abbracciati fino a che il sole si immerge nella distesa blu.

 La tua bellezza si irradiava in quell’incanto. Ma non ti ho mai chiesto di restare per sempre. Forse per paura di una risposta cattiva. O forse perché ognuno di noi ha la sua vita, e nessuno dei due vorrebbe cambiarla — nonostante i sette anni d’amore, le decine di telefonate e videochiamate.

 Vorrei chiederti di vivere con me. Ma forse dovrei essere io a partire. Cosa posso offrirti? Tu hai un lavoro importante, conosci tre lingue, fai sport… Io ho finito le medie e ho sempre lavorato. Nel mio cuore so che a te non importa. E allora?

 Ti aspetterò per tanti altri anni, fino a che ti stancherai e troverai lassù qualcuno che ti darà più di me?

 Sto guardando il mare, le persone sulla spiaggia, gli ombrelloni, le grida, i tuffi, le onde spumeggianti, le vele colorate all’orizzonte. Com’è cambiata la mia cittadina da quando ero piccolo.

Non è più quel paese di mare dove alla sera si restava chiusi in casa, o si faceva la “vasca” con l’abito buono della domenica. I panni stesi tra una casa bianca e l’altra, il profumo di buone cose cucinate che invadeva i vicoli…

Poi arrivò quel sindaco dalle vedute larghe. Durante la campagna elettorale — finita con il settanta per cento dei voti - disse:

- Pensate al guadagno, all’importanza. Le case sfitte diventeranno locali per turisti, i ristorantini avranno più lavoro, la vostra cucina sarà conosciuta. Alberghi a misura d’uomo, strade risistemate, nuovi quartieri verdi, un porto diviso in due: uno per i pescherecci, rinnovato; l’altro per yacht e barche dei turisti. Una grande spiaggia a nord, lavoro per i giovani… -

 Aveva toccato il cuore e il portafoglio dei miei compaesani. Mio padre, prima di andarsene, era felice. La nostra compagnia di pescherecci aumentò il lavoro e le entrate. E la cosa più importante: l’apertura mentale.

 Alcuni figli di pescatori andarono all’università. Le ragazze potevano uscire la sera con le amiche, senza essere seguite da genitori o parenti.

 Un mondo rovesciato, in meglio.

 Ma la mia vera fortuna… fu il tuo arrivo.

Quel giorno, vicino alla mia barca dipinta di blu, bianco e giallo:

- I miei colori preferiti su una splendida barca! È vostra? -

Mi girai, e incontrai i tuoi occhi chiari e i capelli al vento.

Sono passati sette anni. Ogni agosto stiamo insieme per un mese. Mi manchi quando non ci sei. Le videochiamate non bastano.

 Forse un giorno partirò. Lascerò il lavoro a mio fratello e verrò da te. Anzi… ho deciso. Te lo chiederò tra tre giorni, appena scendi dal treno.

 ❤️

Tre giorni dopo, binario uno.

Che pomeriggio stupendo e luminoso. Che caldo. Il vento muove i rododendri nei vasi vicino all’uscita. Il treno arriva. Il cuore mi batte forte. Lo stridio dei freni si confonde con la voce dell’altoparlante.

Tante persone urlanti con valigie. Non riesco a vederti. Mi alzo in punta di piedi.

 Un colpetto sulla spalla. Mi giro. I tuoi occhi. Il tuo sorriso.

Un abbraccio fortissimo. Mai stato così innamorato.

 Sto per parlare, ma tu mi precedi:

- Ti devo dire una cosa importante. -

Il sudore mi cola lungo la schiena.

- È da questa notte, nel vagone letto, che ci penso. Ho dormito poco. Dovevo dirtelo subito. -

- Cosa devi dirmi, tesoro? Spero niente di brut… serio, volevo dire. -

La mia voce è stonata, timorosa.

- No, no. Cioè sì, è seria. Ma non brutta: **RESTO.** -

- In… che senso resti? --

-  Resto qui. O almeno vicino. Per sempre, se tu vorrai. -

- La mia azienda ha aperto degli uffici a Lecce. C’è richiesta di architetti. Ho accettato il trasferimento per cinque anni. E magari per tutta la vita, se tu vorrai. -

Sono sette anni che sogno di vivere con te…

- Mio Dio… è il regalo più bello della mia vita. -

I tuoi occhi si fanno lucidi. Bacio.

Non penso alle persone attorno. Il nostro abbraccio si fa più forte.

- Ti parlerò dopo della mia decisione. Ora andiamo in albergo. -

In aiuto verso l'hotel, lei accanto con il suo bel vestito di lino azzurro mi guarda con dolcezza:

- Ripartirò per Milano a fine agosto, ma comincerò a lavorare a Lecce dal primo ottobre. Abbiamo già trovato tre appartamenti nello stesso palazzo dell’ufficio. Una fortuna. Il mio lo condividerò con una collega. Ci seguiranno altri cinque architetti. Lavoreremo a progetti tra Bari, Brindisi, Lecce e Taranto. Avrò molto da fare… ma almeno saremo finalmente insieme. -

Ti ascolto mentre guido piano sulla strada assolata verso casa. Non ci saranno più centinaia di chilometri a dividerci. Canto. Il cuore mi batte forte. La tua mano sulla mia mentre cambio marcia.

 Finalmente non penserò più:

**“E come sempre… ritornerai”**

Quando ti vedevo ripartire a fine agosto, e tutte le luci sembravano spegnersi attorno a me. Ora saremo sempre insieme.

Il mare cristallino si avvicina.

L’auto è alle porte della cittadina bianca.

Il sole scende piano alle spalle.

Il cielo si dipinge di rosso su quel paradiso.


Giampaolo Daccò Scaglione