“NON HO PIÙ FREDDO”
“Ogni neve che cade custodisce un volto. Ogni silenzio trattiene una voce.
Marco non è scomparso: vive nella memoria che scrive, nella luce che accompagna chi resta.”
Che strano, non ho più freddo. Poco fa mi sembrava di congelare tra questi cartoni, e invece i brividi che mi scuotevano dentro sembrano scomparsi. Che sonno… forse stanotte riuscirò a dormire.
Non è molto bello ripararsi dalla neve sotto un portico di periferia, ma almeno qui non c’è nessuno che mi disturba: né quelli come me, né quelli che vogliono a tutti i costi portarmi nei dormitori, dove mi sento peggio di quanto già sto.
Oggi, in un certo senso, ho avuto fortuna: due signori mi hanno offerto una merenda davvero buona. Strano che non si siano infastiditi dalla mia puzza… sono giorni che non riesco a lavarmi, ahahah.
La gente in quel posto, dove mi avevano portato, mi evitava; ma con loro ero sicuro che non mi avrebbero cacciato da quel bellissimo locale. Va a capire le persone.
Che strano, non sento più i piedi. Forse mi sto rilassando piano piano. Qui fa sempre più buio, la neve cade copiosa, ma questa coperta e i cartoni mi aiutano tanto.
Se ripenso a quattro anni fa, quando mi mandarono via da “Casa Famiglia Serena” a Pavia, dopo aver compiuto diciotto anni… nessuno mi diede una mano a trovare lavoro o casa.
Certo, il mio aspetto non è granché, ma non sono cattivo come molti pensano. Mi mancano due denti davanti e spesso sono sporco, ma non voglio disturbare chi passa.
È facile raccogliere qualche moneta per un panino: mi siedo vicino ai negozi in centro a Milano e, se non mi cacciano via, qualcosa riesco a ottenere. Una volta un gruppo di volontari mi portò in un posto dove mi diedero vestiti, mi lavarono e mi offrirono da mangiare.
Ma quando entrai nel dormitorio, mi misi a piangere. Non volevo essere come quelli che vedevo. Non mi sentivo un barbone: ero uscito da poche settimane dalla casa famiglia, dove non mi trattavano male, ma non eravamo come loro.
No, non ce la facevo a stare lì. Così, quando i frati mi dissero che mi avrebbero aspettato l’indomani pomeriggio, non tornai più. Mi faceva troppo male il pensiero di diventare come loro. Eppure, in un certo senso, lo sono.
Che strano, non sento più le gambe e le mani… ma sto bene, chissà come mai.
In questi quattro anni sono stato in varie città, ma sono sempre tornato a Milano. Una volta ho lavorato nei campi per tre mesi, raccoglievo pomodori vicino a un grande fiume. Ci pagavano una miseria, e un lavoratore mi picchiò per il posto dove dormire.
Così tornai qui. Poi persi due denti, dopo che due barboni mi picchiarono e mi rubarono quello che avevo raccolto quel giorno. Fossi stato più alto, forse mi avrebbero rispettato…
Che sonno, davvero tanto. Forse perché non ho mangiato niente. Non mi era mai capitato di sbadigliare così. Non riesco a tenere aperti gli occhi, eppure mi sento bene.
Forse dormendo riuscirò a riposarmi. Anzi, domani tornerò dai frati: forse mi aiuteranno, e chissà se ritroverò quei signori dell’altra volta.
Oh, che bello… mi sto addormentando al caldo, finalmente.
“Sì, pronto centrale. Sono il Brigadiere Roberto Lanciano, vi chiamo da via Giuseppe Giacone, al passaggio sopraelevato della ferrovia. Ne abbiamo trovato un altro poco fa, senza vita, completamente congelato e coperto di neve… Sì, era sotto una tettoia di un’officina abbandonata. Probabilmente convinto di essere sotto un portico. Età? Forse venticinque anni o poco più. Mandate un’ambulanza, grazie. Buona giornata.”
“Buona giornata? È il terzo oggi che troviamo sepolto dalla neve… ed è il più giovane, brigadiere.”
Gli occhi dell’appuntato guardano con tristezza quelli del collega, ma da quello sguardo non trapela emozione: il brigadiere ha imparato da tempo a non svelare i propri sentimenti. Un lavoro duro.
Che bello… non ho più freddo ora. Che strano, e quanta luce attorno a me… forse è già giorno, e devo andare dai frati.
Giampaolo Daccò Scaglione

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